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6 settembre 2026

L'AIE apre 400 milioni di barili di riserve, e cinque mesi dopo a Hormuz passano cinque navi in due giorni

L'11 marzo 2026 trentadue paesi hanno aperto insieme le scorte d'emergenza: ne sono usciti 290 milioni, e a metà agosto lo Stretto è ancora quasi fermo.

Il 28 febbraio 2026 aerei statunitensi e israeliani colpiscono insieme l'Iran, e lo Stretto di Hormuz si svuota: circa duemila navi e ventimila marittimi restano bloccati nel Golfo Persico, il Brent supera i cento dollari per la prima volta in quattro anni. L'11 marzo i trentadue paesi dell'Agenzia internazionale dell'energia decidono all'unanimità di rendere disponibili 400 milioni di barili delle riserve d'emergenza: è la sesta azione collettiva dal 1974 e la più grande di sempre. Ma «resi disponibili» non vuol dire immessi — alla rilevazione successiva ne risultavano usciti 290, e i membri ne tenevano ancora in cassaforte oltre un miliardo. E soprattutto non è quel rilascio ad aver evitato il disastro: a togliere pressione al mercato è stato il crollo degli acquisti cinesi, che quasi tutti hanno letto come una mossa strategica di Pechino e che i dati raccontano come una fermata industriale — raffinerie ferme per margini schiacciati, ai minimi dal lockdown di Wuhan. A metà agosto 2026 i negoziati sono fermi, le petroliere vengono ancora attaccate, e in un fine settimana passano cinque mercantili il sabato e nessuno la domenica: trentuno ne erano passati sette giorni prima. Il conto lo pagano gli equipaggi bloccati, gli armatori, gli automobilisti a cui viene chiesto di accettare prezzi più alti, e chi ha un mutuo in un altro continente.

L'AIE apre 400 milioni di barili di riserve, e cinque mesi dopo a Hormuz passano cinque navi in due giorni

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Cinque navi, poi nessuna

È un sabato di agosto, nell'anno duemilaventisei. Nello stretto di Hormuz, il tratto di mare largo appena poche decine di chilometri da cui esce il petrolio del Golfo Persico, passano cinque mercantili. Il giorno dopo, la domenica, non ne passa nessuno. Il sabato precedente, sette giorni prima, ne erano passati trentuno. Da un fine settimana all'altro il traffico è crollato dell'ottantaquattro per cento, come se, su dieci navi che di solito passano di lì, ne restassero meno di due. E chi in quei due giorni attraversa comunque lo stretto lo fa mentre le petroliere, in quelle stesse acque, continuano a essere colpite. Cinque mesi prima, l'undici marzo, trentadue paesi avevano annunciato insieme la più grande apertura di riserve di petrolio della storia. Ed è lì che la storia, per come ce l'hanno raccontata, si ferma, c'è stata un'emergenza, il mondo ha risposto, il prezzo è tornato giù. Punto. Ma un sabato con cinque navi, e una domenica con nessuna, dicono che non è finita affatto in quel punto. E i numeri di quei cinque mesi, contati per bene, dicono qualcosa di ancora diverso, a tenere davvero in piedi il mercato del petrolio, quell'undici marzo, non è stato quel gesto.

Il 28 febbraio: lo Stretto si svuota

Il ventotto febbraio duemilaventisei aerei degli Stati Uniti e aerei israeliani colpiscono insieme l'Iran, nello stesso giorno, con gli stessi obiettivi. È quella la data che sta dietro alle navi che si sono già viste sparire. Nei giorni immediatamente successivi le petroliere che ogni settimana attraversano lo Stretto di Hormuz cominciano a diradarsi, ben al di sotto di quanto si era sempre visto. Dentro il Golfo Persico restano bloccate circa duemila navi, un ingorgo di quella dimensione che di solito si vede soltanto dall'alto, in una fotografia satellitare. A bordo restano ventimila marittimi, più o meno quanti abitano in una cittadina di provincia. Non possono avanzare, perché davanti a loro il passaggio si è fatto incerto. Non possono nemmeno tornare a casa, i contratti scadono mentre sono ancora in mare, e i cambi di equipaggio che dovrebbero riportarli a terra semplicemente non arrivano. È l'Organizzazione marittima internazionale a tenerne il conto, nave per nave, uomo per uomo. Eppure lo Stretto non chiude mai del tutto, e questo, più di ogni altro dettaglio, è il punto che conta, la formula che gli osservatori del centro studi americano Brookings useranno mesi più tardi, l'otto giugno, tiene insieme due verità che sembrano opposte. Chiuso di fatto, scrivono. Il traffico crolla, ma qualche nave continua comunque a passare. Non è mai stato un blocco totale. Ed è proprio per questo che, cinque mesi dopo, si può ancora contare quante navi attraversano lo Stretto in un solo fine settimana, perché qualcuna, sempre, passa. Il mercato reagisce subito, e nel modo più diretto che conosce, il prezzo. L'otto marzo il Brent, il greggio di riferimento del Mare del Nord su cui si formano quasi tutti i prezzi mondiali del petrolio, supera per la prima volta in quattro anni la soglia dei cento dollari al barile. Appena una decina di giorni prima, a febbraio, l'ultimo mese in cui tutto sembrava ancora normale, il prezzo si era chiuso con una media di appena sessantanove dollari e quarantuno centesimi. È la distanza fra queste due cifre, più di ogni altra cosa, a dire quanto valga per il prezzo che tutti pagano un tratto di mare largo poche decine di chilometri.

Parigi, 11 marzo: quattrocento milioni

L'agenzia internazionale dell'energia nasce nel millenovecentosettantaquattro, subito dopo il primo shock petrolifero, la creano i paesi industrializzati per fare esattamente una cosa, tenere scorte d'emergenza pronte nei paesi membri e aprirle tutte insieme nel momento in cui l'offerta mondiale di petrolio si interrompe davvero. In cinquantadue anni di vita l'ha fatto cinque volte. L'undici marzo duemilaventisei lo fa per la sesta. I trentadue paesi che ne fanno parte votano all'unanimità, nessuno si tira indietro, nessuno chiede tempo, e decidono di rendere disponibili quattrocento milioni di barili di petrolio, più di quanto un intero paese come l'Italia consumi in un anno. È la mossa più grande mai fatta da questa agenzia in mezzo secolo di storia. Il giorno dopo i prezzi corrono fino a sfiorare i centoventi dollari al barile, poi arretrano, e si fermano attorno a novantadue. Da fuori sembra il caso da manuale, quello per cui l'agenzia è nata, il mondo teme di restare senza petrolio, l'agenzia apre il magazzino, il prezzo si calma. Le pagine economiche di tutto il mondo raccontano proprio questo, una crisi affrontata e chiusa in poche ore da un'istituzione che ha fatto il suo mestiere. Ma il trentun marzo, venti giorni dopo quella decisione unanime, il Brent, il prezzo di riferimento con cui il mondo intero compra e vende petrolio, torna a toccare centodiciotto dollari e trentacinque centesimi al barile. Quasi come se quei quattrocento milioni di barili non fossero mai usciti da nessun magazzino.

Disponibili, non immessi

Il comunicato di quell'undici marzo usa una parola precisa, dice che quei barili sono stati resi disponibili. Non dice immessi sul mercato. Sembra una sfumatura, ed è invece la differenza fra un annuncio e un flusso, fra il giorno in cui una decisione si prende e i mesi in cui quella decisione arriva davvero alle navi e alle raffinerie. Ecco quanto, in concreto. Quando si è tornati a contare quei quattrocento milioni di barili promessi, se ne trovavano effettivamente usciti duecentonovanta milioni, il settantadue virgola cinque per cento. Vale la pena dirlo anche in un altro modo, perché è un numero che a sentirlo una volta sola si perde, su quattro barili annunciati, quasi tre sono arrivati davvero. Uno è rimasto dov'era. E nello stesso momento i paesi che fanno parte dell'Agenzia tenevano ancora nei loro depositi più di un miliardo di barili di riserva per le emergenze, due volte e mezzo quello che avevano appena annunciato al mondo di rilasciare tutto insieme. Il gesto che è stato chiamato record, insomma, ha svuotato meno di un quarto di quello che c'era in magazzino. Questo taglia in due direzioni opposte, e vanno dette entrambe. Da una parte ridimensiona quello che è successo quel giorno, quattrocento milioni annunciati in una sola giornata di titoli sono usciti dai serbatoi con i tempi lenti delle navi e delle raffinerie, e per una parte non sono usciti affatto. Dall'altra dice che l'Agenzia non ha giocato tutte le sue carte in una volta sola, ne aveva ancora, e molte. Ha però giocato la più grande carta che avesse in mano. E questo lascia un conto aperto, il magazzino da cui dovrebbe partire una settima azione collettiva, oggi, è più basso di quanto fosse il giorno prima di quell'annuncio, mentre lo Stretto, nel frattempo, non è tornato normale.

Le raffinerie ferme

Si pensa che a salvare il mercato sia stato l'annuncio appena sentito, il miliardo di barili tenuto in cassaforte a Parigi. Non è quello che è successo davvero. A tenere in piedi l'equilibrio del mercato è stata la Cina che si è fermata. A febbraio la Cina importava undici milioni e trecentonovantamila barili di petrolio al giorno via mare. A maggio ne importa sei milioni e trecentosessantamila, il minimo del decennio. Quasi una nave su due smette di arrivare alle banchine cinesi, e gli ormeggi liberi sono la faccia visibile di un dato macroeconomico. Nel secondo trimestre la media certificata dall'agenzia statistica americana sull'energia è otto milioni e centomila barili al giorno, il trentadue per cento in meno del trimestre precedente, maggio e giugno scendono sotto gli otto milioni per la prima volta dal duemilasedici. È il buco di domanda che ha assorbito il buco di offerta. Ed è qui che il racconto corrente ha preso la piega sbagliata, la Cina si sarebbe tolta dall'equazione per scelta, il gesto strategico di un paese seduto su scorte enormi, per salvare il mercato mondiale. I numeri dicono un'altra cosa. Gli economisti della Columbia University, a New York, il tredici agosto scompongono il taglio del trenta per cento delle importazioni nette del secondo trimestre, un milione e novecentomila barili al giorno sono greggio che non è più andato a stoccaggio, un milione e seicentomila sono greggio che le raffinerie non hanno più lavorato. E le raffinerie non hanno smesso di lavorare per scelta politica. Hanno smesso perché i margini erano schiacciati. A giugno la lavorazione cinese è a dodici milioni e cinquecentomila barili al giorno, il diciotto per cento in meno di un anno prima, il livello più basso da gennaio e febbraio duemilaventi, cioè dal lockdown di Wuhan. La guerra ha fatto alle raffinerie cinesi quello che aveva fatto una pandemia. Sopra quelle vasche c'è un altro fatto che il racconto strategico copre, all'inizio della crisi il governo cinese è parso riluttante a lasciar attingere alle riserve strategiche, le scorte che uno stato accumula per l'emergenza, la cui apertura è una decisione politica e non un acquisto disponibile sul mercato. Gli operai delle raffinerie e i portuali hanno subito quella riluttanza come impianti al minimo e piazzali vuoti. ChemAnalyst, una società che analizza i mercati delle materie prime, il primo giugno titola l'esatto contrario della leggenda, il calo è guidato dalle forze di mercato, non dalla generosità di uno stato. Anche l'automobilista di Pechino ha visto la sua parte. Con quaranta dollari al barile in più, il pieno costa più di un taxi elettrico o di un noleggio a batteria. Il ride-sharing esplode, le vendite di benzina crollano. È una sostituzione a tempo, quando i prezzi rientreranno, le auto a benzina torneranno, ma dice quanto è stata concreta la scossa, fino in fondo alla catena.

Mai un altopiano

Il Brent è rimasto attorno ai cento dollari per quasi tutta la crisi. Detto così sembra una linea piatta, dolorosa ma sopportabile. Non è andata così. Il due luglio, dopo un'intesa firmata fra Stati Uniti e Iran, il prezzo scende fino a sessantanove dollari, lo stesso livello di febbraio, come se in mezzo non fosse successo niente. Sei giorni dopo, l'otto luglio, nuovi attacchi americani contro l'Iran lo rimandano sopra i settantasei dollari, il livello più alto in due settimane. Il ventiquattro luglio è a novantasei virgola settantotto. Tre giorni dopo, il ventisette, gli Stati Uniti sospendono gli attacchi e il prezzo crolla del nove per cento in un solo giorno, sotto gli ottantotto dollari. A metà agosto è a ottantotto virgola cinquantadue, in leggero rialzo. Fermatevi un momento su quei sei giorni di luglio. Chi aveva rimandato una spesa energetica aspettando che i prezzi tornassero giù, li ha visti tornare giù davvero, sessantanove dollari, il livello di febbraio, e poi sparire in una settimana. Non c'era nessuna legge economica dietro quel numero. C'era un documento diplomatico. Ed è bastato un bombardamento per cancellarlo. Nemmeno chi fa previsioni per mestiere ne è uscito bene. In piena crisi, la banca J.P. Morgan scriveva che il prezzo sarebbe rimasto, parole sue, nei bassi cento per il resto dell'anno, con una media di novantasette dollari per tutto il duemilaventisei. Oggi la stessa banca prevede ottantasei dollari nel terzo trimestre, ottanta nel quarto, settantotto a fine anno. Diciannove dollari di distanza fra la prima previsione e l'ultima, dallo stesso analista, nello stesso anno. L'agenzia statistica americana sull'energia, l'undici agosto, stimava una media di ottantacinque dollari per il terzo trimestre, un altro numero, un'altra fonte, un'altra idea di dove si sarebbe fermato il mercato. E persino i numeri già chiusi, quelli che dovrebbero essere un fatto acquisito, dipendono da chi li misura. Per la media del Brent di aprile duemilaventisei, una fonte, il sito Statista, dice centodiciassette dollari e ventinove centesimi. Un'altra fonte, gli archivi economici tenuti dalla Riserva Federale americana, dice centodue dollari e ottantuno centesimi. Stesso mese, stesso indice di riferimento. Quattordici dollari e mezzo di differenza, più del movimento intero che il prezzo ha fatto fra giugno e agosto. Non c'è mai stato un altopiano. C'è stata una sega, ed è bastato guardarla giorno per giorno per vederla.

Dove arriva il conto

Ventimila marittimi, più degli abitanti di una cittadina di provincia, imbarcati su duemila navi, sono loro i primi a pagare, e pagano in giorni, non in mesi. Un contratto scade mentre la nave è ferma nel porto sbagliato, uno sbarco che doveva essere organizzato salta, una rotazione di equipaggio che doveva riportare qualcuno a casa non arriva. Poi tocca a chi quelle navi le possiede e le assicura, nel Golfo, armatori e compagnie di assicurazione. Sono loro la seconda voce del conto, noli più alti, premi per il rischio di guerra, contratti di noleggio che si irrigidiscono, perché è nei loro margini che il rischio politico si scarica per primo. E ad agosto quel rischio è ancora tutt'altro che teorico, le petroliere continuano a essere attaccate. Da qui il conto esce dal Golfo e arriva molto più lontano. Ad agosto è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a chiedere apertamente ai propri cittadini di accettare un prezzo della benzina un po più alto alla pompa. Nessun intervento per farlo tornare giù nel breve periodo viene annunciato, il costo della crisi passa così, senza troppi giri di parole, dritto sul portafoglio di chi fa il pieno. E arriva perfino a chi con il petrolio non ha niente a che fare. Il ventisette luglio, il giorno in cui il prezzo del Brent crolla del nove per cento in una sola seduta, a scendere sono anche i rendimenti dei titoli di Stato britannici. Sembrerebbe un cortocircuito, e invece è un canale molto diretto, il prezzo del greggio muove le attese sull'inflazione, l'inflazione attesa muove i tassi, e i tassi muovono la rata di un mutuo. Un canale veloce, capace di attraversare un intero continente in una sola giornata di contrattazioni. Così chi in quei giorni aveva un mutuo a tasso variabile, o dei risparmi legati ai tassi, si è visto muovere la rata, o l'interesse sui risparmi, per un motivo che con la propria vita non c'entrava affatto, perché nello stretto di Hormuz, per qualche settimana, gli attacchi si erano fermati. Infine il conto lo pagano anche le merci, tutte quelle che passano per il Golfo Persico, chi le muove deve mettere in preventivo tempi più lunghi e premi assicurativi da crisi aperta, non da normale amministrazione. A metà agosto duemilaventisei i transiti in quello stretto si contano ormai a manciate, weekend dopo weekend.

Il magazzino più vuoto

Da qui in avanti si muovono tre forze, e nessuna delle tre va nella direzione che a marzo si pensava. La prima è l'Agenzia internazionale dell'energia, che ha già giocato la sua carta più grande e adesso si ritrova con un magazzino più basso di prima. Se lo stallo nello Stretto continua, un'eventuale nuova azione collettiva, la settima di sempre, partirebbe da meno di quanto c'era l'undici marzo. E la credibilità dell'agenzia, come ultima linea di difesa del mercato, dipende da una cosa sola, quanto in fretta i trentadue Paesi membri ricomprano il petrolio per rimettere a posto le proprie scorte. Qui va detto piano, perché è il punto che rovescia tutto quello che si è appena sentito, ricomprare vuol dire tornare sul mercato da compratori, e comprare vuol dire spingere il prezzo proprio nella direzione da cui l'agenzia ci stava difendendo. La seconda forza è Pechino, il governo cinese, che si trova nella stessa posizione ma su scala molto più grande. Per un trimestre e mezzo ha comprato meno, le raffinerie sono rimaste ferme, i serbatoi meno pieni. Le stime sulle scorte cinesi vanno da un miliardo e cento milioni a un miliardo e quattrocento milioni di barili, un intervallo enorme che tiene insieme sia le scorte commerciali sia la riserva strategica dello Stato. Tradotto in giorni di copertura sono fra centoquattro e centoquaranta giorni, ma è un numero che inganna, perché mischia due cassette diverse. Quella davvero disponibile subito, senza dover prima chiedere il permesso politico di aprire la riserva strategica, secondo la società di analisi Vortexa è di poco più di due mesi. Quando la Cina tornerà a comprare per riempire di nuovo i serbatoi, il prezzo del petrolio nel mondo salirà, è la variabile che gli analisti del settore considerano decisiva per il resto dell'anno. E nessuno può dire quando accadrà, perché nessuno pubblica la soglia sotto la quale Pechino smette di sentirsi al sicuro. La terza forza è l'Iran, che chiudendo lo Stretto ha guadagnato leva militare e insieme ha peggiorato la propria posizione di venditore. È sotto sanzioni americane dal millenovecentosettantanove, è fuori dal circuito internazionale dei pagamenti bancari dal duemiladodici, e ormai vende la grandissima parte del suo petrolio a un solo cliente. Più a lungo lo Stretto resta semichiuso, più quel cliente unico può trattare da una posizione di forza. Al giorno in cui scriviamo, l'undici agosto duemilaventisei, l'Iran non ha ancora deciso se tornare al tavolo delle trattative, e le prospettive di un accordo, invece di avvicinarsi, si allontanano. Se lo Stretto riaprisse davvero, si sa già quanto in fretta il prezzo tornerebbe ai livelli di febbraio, il due luglio ci è voluta una sola giornata. Se invece lo stallo continua, si sa anche quello, l'otto luglio ci sono voluti sei giorni per tornare indietro. E in mezzo a questi due estremi ci sono persone precise, chi ha una nave ferma da marzo, chi manda avanti una raffineria al minimo, chi ogni settimana si mette a contare le navi che passano nello Stretto. Un sabato di agosto ne sono passate cinque. La domenica dopo, nessuna.

Cinque navi, poi nessuna

Un sabato di agosto 2026, nello Stretto di Hormuz, passano cinque mercantili. La domenica non ne passa nessuno. Il fine settimana prima ne erano transitati trentuno.

Cinque, zero, e trentuno sette giorni prima: è l'ottantaquattro per cento di traffico in meno da un weekend all'altro, in un braccio di mare largo poche decine di chilometri attraverso cui esce il petrolio del Golfo Persico. Chi lo attraversa in quei due giorni lo fa mentre le petroliere continuano a essere attaccate.

Cinque mesi prima, l'11 marzo, trentadue paesi avevano annunciato insieme la più grande apertura di riserve petrolifere della storia. Il racconto che è arrivato fino a noi finisce lì: c'è stata un'emergenza, il mondo ha risposto, il prezzo è rientrato. Le cinque navi del sabato dicono che non è finita lì. E i numeri di quei cinque mesi dicono un'altra cosa ancora: che a tenere in piedi il mercato non è stato quel gesto.

Il 28 febbraio, e lo Stretto si svuota

Il 28 febbraio 2026 aerei statunitensi e israeliani colpiscono insieme l'Iran. Nei giorni successivi i transiti di petroliere nello Stretto di Hormuz scendono ben sotto i livelli abituali. Circa duemila navi e ventimila marittimi restano bloccati dentro il Golfo Persico: non possono avanzare e non possono sbarcare, con contratti che scadono a bordo e rotazioni di equipaggio che non arrivano. L'Organizzazione marittima internazionale li censisce nave per nave.

La parola che descrive lo Stretto in quelle settimane è «chiuso di fatto» — la formula con cui Brookings, l'8 giugno, tiene insieme le due cose vere insieme: il traffico è crollato, e qualche nave continua a passare. Non è mai stata una chiusura totale. È questa la ragione per cui, cinque mesi dopo, si può ancora contare quante navi sono passate in un fine settimana: perché qualcuna passa.

L'8 marzo il supera i cento dollari al barile per la prima volta in quattro anni. A febbraio, l'ultimo mese di normalità, aveva chiuso con una media mensile di 69,41.

Parigi, 11 marzo: quattrocento milioni

L'Agenzia internazionale dell'energia nasce nel 1974, subito dopo il primo shock petrolifero, per fare esattamente una cosa: tenere scorte d'emergenza nei paesi membri e aprirle tutte insieme quando l'offerta mondiale si interrompe. In cinquantadue anni l'ha fatto cinque volte.

L'11 marzo 2026 lo fa per la sesta. I trentadue paesi membri decidono all'unanimità di rendere disponibili 400 milioni di barili: è la più grande della storia dell'Agenzia.

Il giorno dopo l'AIE registra prezzi «a un soffio da 120 dollari al barile», e poi un rientro attorno a 92. Sembra la fotografia di uno strumento che funziona: si apre il magazzino, il mercato si calma. Il 31 marzo il Brent tocca 118,35.

Fra «disponibili» e «immessi»

Il comunicato dell'11 marzo dice resi disponibili. Non dice immessi sul mercato, e la differenza non è formale: è la differenza fra un annuncio e un flusso.

Alla rilevazione successiva dei 400 milioni ne risultavano effettivamente rilasciati 290 — il 72,5 per cento. E i paesi membri conservavano ancora oltre un miliardo di barili di riserve d'emergenza. Il rilascio «record» ha consumato meno di un quarto di quello che c'era in magazzino.

Questo taglia in due modi. Da una parte ridimensiona il gesto: quattrocento milioni annunciati in una giornata di titoli sono usciti dai serbatoi con i tempi delle navi e delle raffinerie, e per un quarto non sono usciti affatto. Dall'altra dice che l'Agenzia non ha svuotato la sua carta migliore. Ha però giocato la più grande che avesse, e il magazzino da cui partirebbe una settima azione collettiva oggi è più basso di quanto fosse il 10 marzo — mentre lo Stretto non è tornato normale.

Quanto è grande il rilascio record rispetto a quello che resta in cassaforte

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dati: AIE (annuncio dell'11 marzo 2026); Seeking Alpha e IndexBox per i barili effettivamente rilasciati e per le riserve residue · elaborazione: gamma97

Quello che ha tenuto davvero il prezzo: le raffinerie ferme

A febbraio la Cina importava 11,39 milioni di barili al giorno via mare. A maggio ne importa 6,36: il minimo del decennio. Quasi una nave su due smette di arrivare alle banchine cinesi, e gli ormeggi liberi sono la faccia visibile di un dato macroeconomico. Nel secondo trimestre la media certificata dall'agenzia statistica americana sull'energia è 8,1 milioni di barili al giorno, il 32 per cento in meno del trimestre precedente; maggio e giugno scendono sotto gli otto milioni per la prima volta dal 2016.

È il buco di domanda che ha assorbito il buco di offerta. Ed è qui che il racconto corrente ha preso la piega sbagliata: la Cina si sarebbe tolta dall'equazione, gesto strategico di un paese seduto su scorte enormi, salvando il mercato mondiale.

I numeri dicono un'altra cosa. La Columbia SIPA, il 13 agosto, scompone il taglio del 30 per cento delle importazioni nette del secondo trimestre: 1,9 milioni di barili al giorno sono greggio che non è più andato a stoccaggio, 1,6 milioni sono greggio che le raffinerie non hanno più lavorato. E le raffinerie non hanno smesso di lavorare per scelta politica: hanno smesso perché i margini erano schiacciati. A giugno la lavorazione cinese è a 12,5 milioni di barili al giorno, il 18 per cento in meno di un anno prima, il livello più basso dal gennaio-febbraio 2020 — cioè dal lockdown di Wuhan. La guerra ha fatto alle raffinerie cinesi quello che aveva fatto una pandemia.

Sopra quelle vasche c'è un altro fatto che il racconto strategico copre: all'inizio della crisi il governo cinese è parso riluttante a lasciar attingere alle riserve strategiche. Gli operai delle raffinerie e i portuali hanno subito quella riluttanza come impianti al minimo e piazzali vuoti. ChemAnalyst, il 1° giugno, titola l'esatto contrario della leggenda: il calo è guidato dalle forze di mercato, non dalla generosità.

Anche l'automobilista di Pechino ha visto la sua parte: con quaranta dollari al barile in più, il pieno costa più di un taxi elettrico o di un noleggio a batteria. Il ride-sharing esplode, le vendite di benzina crollano. È una sostituzione a tempo — quando i prezzi rientreranno, le auto a benzina torneranno — ma dice quanto è stata concreta la scossa in fondo alla catena.

Il prezzo che non è mai stato un altopiano

Si è detto che il Brent è rimasto «attorno ai cento dollari» per quasi tutta la crisi: doloroso, non catastrofico. Le medie mensili raccontano una salita e una discesa; le quotazioni giorno per giorno raccontano una sega.

Il 2 luglio, dopo un memorandum d'intesa fra Stati Uniti e Iran, il Brent scende fino a 69 dollari: il livello di febbraio, come se non fosse successo niente. Sei giorni dopo, l'8 luglio, nuovi attacchi statunitensi sull'Iran lo riportano sopra i 76 per la prima volta in due settimane. Il 24 luglio è a 96,78. Il 27 luglio gli Stati Uniti sospendono gli attacchi e il Brent perde il nove per cento in una giornata, scendendo sotto gli 88. Il 14 agosto è a 88,52, in rialzo dell'1,67 per cento sul giorno prima.

Chi ha rimandato una spesa energetica aspettando il rientro completo dei prezzi dovrebbe guardare bene quei sei giorni di luglio: i 69 dollari erano appesi a un documento diplomatico, ed è bastato un bombardamento per cancellarli.

Nemmeno chi fa previsioni di mestiere ne è uscito bene. In piena crisi J.P. Morgan scriveva che i prezzi sarebbero rimasti «nei bassi 100» per il resto dell'anno, con una media di 97 dollari per tutto il 2026. Oggi la stessa banca prevede 86 nel terzo trimestre, 80 nel quarto, 78 a fine anno: diciannove dollari di scarto in pochi mesi, dallo stesso analista. L'agenzia statistica americana sull'energia, l'11 agosto, stima 85 dollari di media nel terzo trimestre.

E persino i numeri accertati vanno maneggiati sapendo da dove vengono: per la media del Brent di aprile 2026, Statista dice 117,29 dollari e FRED 102,81. Quattordici dollari e mezzo di distanza, stesso mese, stesso benchmark — più di quanto valga l'intero movimento fra giugno e agosto.

Media mensile del Brent, febbraio-giugno 2026

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dati: FRED (Federal Reserve Bank of St. Louis), serie del Brent Europe · elaborazione: gamma97

Dove arriva il conto

Ventimila marittimi su duemila navi sono la prima voce che paga, e paga in giorni: contratti che scadono con la nave ferma, sbarchi che non si possono organizzare, rotazioni che non arrivano. Armatori e assicuratori del Golfo pagano la seconda: noli, premi di rischio guerra e contratti di noleggio assorbono il rischio politico prima di chiunque altro, e ad agosto le petroliere vengono ancora attaccate.

Poi il conto esce dal Golfo. Ad agosto il presidente Trump chiede esplicitamente agli americani di accettare prezzi della benzina un po' più alti: il costo della crisi viene socializzato alla pompa, e non è annunciato alcun intervento che lo riporti giù nel breve.

E arriva fino a chi con il petrolio non ha niente a che fare. Il 27 luglio, la giornata in cui il Brent perde il nove per cento, i rendimenti dei titoli di Stato britannici scendono. È il canale che collega il prezzo del greggio all'inflazione attesa, l'inflazione attesa ai tassi, i tassi alla rata di un mutuo: attivo, rapido, e capace di attraversare un continente in una seduta. Chi ha un mutuo a tasso variabile o dei risparmi legati ai tassi ha visto muoversi la sua rata perché a Hormuz gli attacchi si erano fermati.

Chi movimenta merci via Golfo Persico, infine, deve mettere in conto tempi e premi assicurativi da crisi aperta: a metà agosto 2026 i transiti si contano a manciate per fine settimana.

Il magazzino più vuoto

Da qui in avanti si muovono tre forze, e nessuna delle tre punta dove il racconto di marzo lasciava intendere.

L'AIE ha giocato la sua carta più grande e ha in mano un magazzino più basso. Se lo stallo su Hormuz dura, la settima azione collettiva partirebbe da meno di quanto c'era l'11 marzo, e la sua credibilità di ultima linea di difesa dipende da quanto in fretta i trentadue membri ricomprano il greggio per ricostituire le scorte. Ricomprare significa tornare sul mercato da compratori: cioè spingere il prezzo nella direzione da cui stavano difendendo.

Pechino è nella stessa posizione, in grande. Ha comprato meno per un trimestre e mezzo, con le raffinerie ferme e i serbatoi meno pieni; le stime sulle scorte cinesi oscillano fra 1,1 e 1,4 miliardi di barili e fra 104 e 140 giorni di copertura, ma sono cifre che sommano scorte commerciali e riserva strategica, e la copertura davvero operativa — quella a disposizione dei compratori, prima di dover chiedere il permesso politico di aprire l'SPR — secondo Vortexa è di poco più di due mesi. Quando la Cina tornerà a comprare per riempire, il prezzo mondiale salirà: è la variabile che gli analisti del settore indicano come decisiva per il resto dell'anno, e nessuno può dire la data perché nessuno pubblica il livello a cui Pechino smette di sentirsi comoda.

L'Iran, chiudendo lo Stretto, ha guadagnato leva militare e peggiorato la propria posizione di venditore. Sotto sanzioni americane dal 1979, fuori da SWIFT dal 2012, vende ormai la larga maggioranza del suo export a un solo cliente: più a lungo lo Stretto resta semichiuso, più quel cliente unico tratta da posizione di forza. All'11 agosto 2026 l'Iran non ha ancora deciso se tornare al tavolo, e le prospettive di un accordo si allontanano invece di avvicinarsi.

Se lo Stretto riapre davvero, il 2 luglio ha già mostrato quanto in fretta il prezzo può tornare ai livelli di febbraio: in una giornata. Se lo stallo dura, l'8 luglio ha mostrato quanto in fretta si torna indietro: in sei giorni. Fra i due estremi c'è chi ha una nave ferma da marzo, chi ha una raffineria al minimo, e chi ogni settimana conta le navi che passano.

Un sabato di agosto ne sono passate cinque. La domenica nessuna.

Riferimenti

  1. 2026 Strait of Hormuz crisis — https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Strait_of_Hormuz_crisis
  2. 2026 Iran war fuel crisis — https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Iran_war_fuel_crisis
  3. AIE, decisione di azione collettiva dell'11 marzo 2026 e «Oil security and emergency response» — https://www.iea.org/topics/oil-security
  4. AIE, Oil Market Report, marzo 2026 — https://www.iea.org/reports/oil-market-report
  5. Brookings, analisi sui transiti nello Stretto, 8 giugno 2026 — https://www.brookings.edu
  6. FRED (Federal Reserve Bank of St. Louis), Brent Europe, medie mensili 2026 — https://fred.stlouisfed.org/series/DCOILBRENTEU
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