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6 settembre 2026

John Eng cercò un ormone nel veleno di una lucertola, e ne è uscita l'antenata dell'Ozempic

Nel 1992 un endocrinologo dei Veterans Affairs isolò dal morso del mostro di Gila una molecola che parla al pancreas umano — e ci sono voluti altri vent'anni per capire che cosa dicesse davvero.

Nel 1986 due ricercatori del Massachusetts General identificano nell'intestino umano un ormone chiamato GLP-1, ritagliato dallo stesso precursore del glucagone. È un ottimo candidato terapeutico e un pessimo farmaco: nel sangue si degrada in pochi minuti. La soluzione non arriva da un laboratorio farmaceutico ma da un dettaglio dimenticato negli archivi del NIH — il veleno di certi rettili faceva ingrossare il pancreas degli animali. John Eng va a cercare la molecola responsabile e nel 1992 la trova nella saliva del mostro di Gila: exendin-4, trentanove amminoacidi contro i trentuno nostri, e una durata nel sangue incomparabilmente maggiore. Il 28 aprile 2005 la sua copia sintetica diventa il primo farmaco della classe. Poi comincia la parte strana: quel farmaco fa cose che con la glicemia non c'entrano — cuore, reni, respiro notturno, cicli mestruali — e per accorgersi del perché ci vorranno quasi vent'anni. Non era il farmaco a fare effetti extra: era l'ormone a essere stato classificato male.

John Eng cercò un ormone nel veleno di una lucertola, e ne è uscita l'antenata dell'Ozempic

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Un'osservazione in un cassetto

Il mostro di Gila è una lucertola lunga quaranta centimetri che vive nel deserto del Sonora, tra Arizona e Messico. Mangia poche volte l'anno, digiuna per mesi, e morde di rado. Il Museo di storia naturale di Londra le ha dedicato una scheda con un titolo che sembra uno scherzo, la lucertola il cui morso velenoso sta salvando vite. E non è un modo di dire. Dentro la saliva di quell'animale c'era una molecola da cui discende una delle famiglie di farmaci più vendute del decennio. Ma per arrivarci bisogna partire da un dettaglio che nessuno aveva saputo spiegare. Nei decenni prima, in esperimenti dei National Institutes of Health, i grandi istituti di ricerca pubblici americani, si era notato una cosa strana, il veleno di certi serpenti e di certe lucertole faceva ingrossare il pancreas degli animali iniettati. Il pancreas, l'organo addominale che produce gli ormoni della digestione. Un'anomalia così, annotata, pubblicata, archiviata. Nessuno l'aveva ripresa. Quasi nessuno. C'era un medico che se ne ricordò, John Eng, un endocrinologo, cioè uno specialista degli ormoni, che lavorava presso il Veterans Affairs, l'ente sanitario dei veterani, a New York. Il suo mestiere era costruire saggi chimici, prove di laboratorio per identificare ormoni nuovi. Nessuno lo pagava per studiare veleni di rettile. Ma quell'osservazione dimenticata lo aveva punto, e il ragionamento che fece è quello che tiene in piedi tutto il resto, se il pancreas reagisce, in quel veleno c'è qualcosa che parla al pancreas. Andiamo a cercarlo. Pensate a un ormone come a un messaggio che un organo manda a un altro, attraverso il sangue, un messaggino che parte da una parte del corpo e arriva a dire a un'altra che cosa fare. Eng cercava i mittenti di questi messaggi. E sospettava che uno fosse nascosto nella saliva di una lucertola del deserto. Nel millenovecentonovantadue lo trova. Lo isola insieme a un collega, Jean-Pierre Raufman, e lo battezza exendin quattro, un peptide, cioè una piccola catena di mattoni proteici, tolto dalla saliva del mostro di Gila, quasi gemello di un ormone che abbiamo anche noi, il peptide simile al glucagone, un messaggio che l'intestino manda dopo i pasti per dire al corpo che è arrivato cibo. La copia della lucertola, però, è molto più resistente nel sangue. Il nostro si consuma in pochi minuti, questo tiene. Ed è proprio questa differenza, tenetevela a mente, che un giorno ne farà un farmaco. Il riconoscimento, per Eng, arriverà solo nel duemilatredici, con il Golden Goose Award, l'oca d'oro, un premio nato apposta per la ricerca che sul momento sembra bizzarra, magari ridicola, e poi finisce per salvare vite. Un premio che dice una cosa precisa, che il rischio di carriera preso su un'osservazione strana, rimasta in un cassetto per anni, può valere più di mille programmi di ricerca pianificati.

Che cos'era quella molecola

Per capire che cosa John Eng avesse davvero in mano, bisogna fare un passo indietro di sei anni, e partire da una domanda ancora più semplice, che cos'è, alla fine, un ormone. L'immagine più chiara che se ne possa dare è questa, un ormone è un messaggino spedito da un organo a un altro. Come quando il pancreas manda un biglietto al fegato per dirgli che fare. Quello che conta, in questa immagine, è che l'ormone non è materia che agisce sul posto, è informazione che viaggia. Il biglietto viaggia, e chi lo riceve decide che cosa fare. Ma attenzione, perché l'immagine ha un difetto, ed è esattamente il difetto attorno a cui gira tutta questa storia. Un messaggino ha un destinatario solo, e un contenuto solo. L'ormone di cui stiamo parlando no. È una circolare che parte per tutta la casa, e che ogni organo legge a modo suo. Tenete a mente questa differenza fra il messaggino e la circolare, perché è il cuore del malinteso che durerà vent'anni. E il nome di questa circolare, ve lo diamo adesso che la cosa è chiara, peptide simile al glucagone, tipo uno. È il nome che sentirete ovunque, ed è un nome che adesso possiamo aprire senza paura. Facciamo dunque un passo indietro, al millenovecentoottantasei. Al Massachusetts General Hospital, a Boston, due ricercatori, Joel Habener, endocrinologo, e Svetlana Mojsov, chimica dei peptidi, identificano nell'intestino la forma attiva dell'ormone, il frammento lungo trentun amminoacidi, quello che funziona davvero. Lo pubblicano sui Proceedings of the National Academy of Sciences, la rivista dell'accademia delle scienze americana, e lo descrivono per quello che è chimicamente, un pezzo ritagliato dal precursore dell'ormone glucagone. Non una molecola costruita da zero, ma un ritaglio di qualcosa di più grande. Da lì viene il nome, che altrimenti sarebbe assurdo, peptide simile al glucagone. Il glucagone è l'ormone che alza lo zucchero nel sangue. Il peptide simile al glucagone, ritagliato dallo stesso pezzo di proteina, fa sostanzialmente il contrario, lo abbassa. Pensate a una frase ricavata tagliando un discorso più lungo. Rende bene l'idea di un ormone che nasce dal taglio di qualcosa di più grande. Poi però l'immagine si rompe, e va detto dove, una frase ritagliata di solito conserva il senso del discorso originale. Qui no. Qui il ritaglio dice il contrario del testo da cui viene. Stessa origine, funzione rovesciata. C'è poi un terzo nome che nella storia raccontata al pubblico non compare quasi mai, e senza il quale niente di tutto questo sarebbe successo. Jens Juul Holst, ricercatore di fisiologia a Copenaghen, costruisce un dosaggio, un metodo che usa un anticorpo e un tracciante radioattivo per misurare quanto ce n'è di una certa molecola in un campione di sangue, dedicato proprio a questo peptide. E con quello strumento dimostra una cosa decisiva, che il peptide viene davvero secreto dall'intestino. Non è una ipotesi, non è un artefatto di laboratorio, esce davvero dall'intestino, e se ne può misurare la quantità. È l'anello invisibile della catena. Prima del dosaggio di Holst, il peptide era un'idea. Dopo, era una quantità. E nessuno dei trial clinici che verranno dopo sarebbe stato possibile senza quel passaggio. Non fu nemmeno una scoperta solitaria, tre gruppi arrivano quasi insieme sulla stessa cosa, Habener a Boston, Daniel Drucker a Toronto, e Holst appunto a Copenaghen. Ed è qui che affiora la proprietà su cui si regge tutta la sicurezza di questi farmaci, quella che li rende diversi da tanti altri. Il peptide simile al glucagone fa uscire insulina dal pancreas soltanto quando la glicemia è già alta. Solamente allora. Quella parola, soltanto, è il primo indizio che si sta guardando qualcosa di diverso da un ormone qualunque. Un termostato di casa rende l'idea, accende il riscaldamento sopra una certa soglia, non a manetta e sempre. È il motivo per cui chi prende questi farmaci non deve girare con lo zucchero in tasca, come invece deve fare chi usa insulina o le vecchie sulfaniluree. Ma anche il termostato, come il messaggino, va lasciato andare presto. Perché un termostato regola in continuazione, attorno a un valore fisso, giorno e notte. Questo peptide non regola un bel niente, amplifica la risposta a un pasto. C'è un pasto, c'è il segnale. Non c'è pasto, e la scena è vuota.

Perché la copia batte l'originale

L'ormone umano, quello che il nostro corpo manda in circolo dopo ogni pasto, ha un difetto che come farmaco lo rende inutilizzabile, si degrada in pochi minuti. Puoi iniettarlo quanto vuoi, ma è come parlare a qualcuno mentre il telefono gli cade la linea ogni cinque secondi. Fai in tempo a dire una parola, e il collegamento muore. E allora la mossa che sblocca tutto non è aggiustare l'ormone umano. È prendere la versione che un animale, per ragioni sue, ha già costruito più duratura. Ecco il confronto, in numeri. La molecola della lucertola, quella che il ricercatore John Eng aveva trovato nella saliva, si chiama exendin numero quattro, è fatta di trentanove mattoncini, gli amminoacidi. L'ormone umano, quello che i ricercatori chiamano peptide simile al glucagone di tipo uno, ne ha trentuno. Otto mattoncini di differenza. E questi otto non cambiano la capacità della molecola di attivare il recettore, la serratura, quella, si apre uguale, ma cambiano una cosa ben più decisiva, quanto tempo la molecola resta in circolo. Qui l'immagine della chiave e della serratura va presa e subito corretta, perché finora ha funzionato benissimo per spiegare perché il veleno di una lucertola possa fare qualcosa in un corpo umano, la forma basta a girare la stessa serratura, punto. Ma una serratura non sa dire la cosa che adesso conta di più. Una chiave o gira o non gira, fine. La coda in più della molecola della lucertola non cambia l'apertura, cambia il tempo. Servirebbe una chiave che, dopo aver girato, resta infilata nella toppa invece di uscirne subito. Ed è tutta lì la ragione del farmaco. Non una serratura diversa, una chiave che non se ne va. Il ventotto aprile duemilacinque l'ente pubblico americano che regolamenta i farmaci, l'Agenzia per gli alimenti e i medicinali, approva un medicinale che si chiama exenatide, la copia sintetica della molecola della lucertola. Non una versione migliorata del nostro ormone, la copia della lucertola, portata in laboratorio. La documentazione dell'agenzia la registra come il primo farmaco della sua classe, approvato appunto nel duemilacinque. Dal momento in cui l'ormone era stato identificato alla prima fiala passa diciannove anni. E la conseguenza di quegli otto amminoacidi, oggi, la si vede in un gesto domestico, banale, che milioni di persone fanno senza pensarci, la sveglia sul telefono che suona una volta sola alla settimana, e la penna preriempita nel ripiano della porta del frigorifero. Quella cadenza settimanale non è una comodità inventata dal marketing. È il tempo di sopravvivenza di una molecola, tradotto in calendario.

Il malinteso di vent'anni

Dopo il duemilacinque, iniziano ad arrivare cose che non tornano. Cose che, messe una accanto all'altra, sembrano non avere nessun senso comune. Il peso scende, questo lo si sapeva. Ma scende anche la pressione, il cuore funziona meglio, i reni si rovinano più lentamente, il respiro durante la notte migliora. E ci sono donne che non avevano un ciclo regolare da anni e che il ciclo, piano piano, se lo vedono tornare. Adesso fermatevi un attimo su questa lista, perché è qui che comincia il guaio. Un farmaco che agisce sul cuore è lo stesso che protegge i reni, è lo stesso che sistema il sonno, è lo stesso che rimette in ordine gli ormoni. Sono organi diversi, problemi diversi, parti del corpo diverse, eppure la lista continua ad allungarsi, anno dopo anno. Davanti a una lista così ci sono soltanto due spiegazioni possibili. La prima, il farmaco fa un sacco di cose extra per puro caso, e allora ognuna di quelle è una coincidenza da spiegare a parte, una per una. La seconda, abbiamo classificato male l'ormone fin dall'inizio. È la seconda. E il motivo per cui è la seconda cambia tutto quello che viene dopo. Quell'ormone, quello copiato dal mostro di Gila, non è mai stato il messaggero dello zucchero. Lo zucchero era uno dei destinatari, non l'unico. Riprendete l'immagine che abbiamo già usato, quella dell'ormone come messaggino fra due organi, perché adesso va buttata, era troppo piccola. Quando mangiate, il vostro intestino manda un unico avviso a tutta la casa, al pancreas, allo stomaco, al fegato, al cervello, ai vasi. E a ciascuno dice, in sostanza, la stessa cosa, è arrivato il cibo, lavora piano e lavora pulito. La glicemia era semplicemente la parte del messaggio che avevamo imparato a leggere per prima, perché era quella che sapevamo misurare. Avevamo letto una riga e credevamo di aver letto la lettera intera. E c'è un ragionamento che ha costretto tutti ad accettare questa idea, e non è un ragionamento di biochimica. È un ragionamento di calendario. Amin Hedayat, che è la voce della fonte di questo numero, lo racconta così, nei grandi studi, il beneficio sul cuore compare entro poche settimane, molto prima che i partecipanti abbiano perso peso in modo significativo. Se A arriva prima di B, allora B non può essere la causa di A. Potete tirare la conclusione da soli, prima che io la dica. Il dimagrimento non è la causa del beneficio cardiaco. Sono due fratelli, il dimagrimento e la protezione degli organi sono due figli della stessa causa, che sta a monte di tutti e due. Ma da qui nasce una seconda domanda, meno ovvia e più scomoda. Se il corpo questo segnale se lo fabbrica da solo, dopo ogni pasto, senza chiedere niente a nessuno, perché c'è gente che deve comprarlo in farmacia? Secondo la fonte, perché in molte persone quel segnale è stato abbassato. Abbassato da tre cose, il cibo ultraprocessato, l'infiammazione cronica, l'insulino-resistenza. L'avviso dopo il pasto esce più fioco, e il corpo lo ascolta di meno. Per spiegare la parte dell'ascolto, la fonte usa l'immagine dell'allarme antifumo. Quello che suona ogni mattina perché bruciate il pane tostato, e che dopo dieci anni non sentite più. L'immagine funziona, perché dice una cosa vera e importante, un segnale può essere presente e insieme inutile, e il guasto può stare in chi ascolta, non in chi parla. Però guardate dove l'immagine si rompe, perché si rompe. Nell'allarme il volume resta identico per sempre, e a cambiare siete solo voi. Qui invece, sempre secondo la fonte, calano tutti e due i lati, chi manda l'avviso parla più piano, e chi dovrebbe sentirlo sente peggio. Non è un'abitudine presa, sono due guasti insieme. E c'è un punto ancora più delicato. Che sia proprio l'infiammazione cronica a rendere il corpo meno sensibile a questo segnale è la parte più fragile della catena, è la tesi di Hedayat, non un fatto consolidato, e va tenuta per quello che è, un'ipotesi, non una certezza. Fatte queste pulizie, a quel punto si vede che cosa fa davvero il farmaco. Non introduce niente di estraneo in un corpo sano. È la stessa frase che il vostro intestino dice ogni giorno, detta più forte, e detta più a lungo. La fonte lo paragona ad alzare il volume di una radio che sta già trasmettendo. Anche questa immagine ha un punto in cui si rompe, e va detto subito, perché quel punto non è un dettaglio, è clinicamente rilevante. Quando alzate il volume di una radio, la canzone non cambia. Qui invece sì. Stimolare un recettore in modo continuo, a dosi superiori a quelle fisiologiche, non è la stessa cosa del picco naturale che arriva dopo un pasto. È la differenza fra un impulso e una nota tenuta. E molti degli effetti collaterali di questo farmaco abitano esattamente lì, in quella nota tenuta. E poi c'è il rovescio pratico della medaglia, quello che non costa niente. Se il cibo integro e il cibo di fabbrica producono risposte diverse, e le producono, allora la scelta che fate al supermercato, fra il perimetro esterno con la frutta, la verdura, il cibo vero, e le corsie centrali con patatine, bibite e snack confezionati, quella scelta è un modo di agire, gratis, sullo stesso identico segnale che in farmacia si paga. Il malinteso, dunque, è durato vent'anni, un segnale che parlava a tutta la casa, scambiato per un post-it indirizzato a un solo organo. E i vent'anni di effetti fuori posto, messi in fila, adesso finalmente stanno insieme.

Dentro «meno venti per cento»

Qui la storia cambia mestiere, finora abbiamo seguito che cosa fa questo farmaco, adesso vediamo come si legge un numero. E questa parte vi servirà per qualsiasi farmaco, anche per quelli che non c'entrano niente con le lucertole. Tre studi, ve li ricordate, tre finestre sullo stesso meccanismo, cuore, reni, respiro. Partiamo dal primo. È lo studio del cuore, quello che se lo vedete citato sui giornali riconoscete da un nome inglese che, detto per esteso, suona più o meno così, effetti della semaglutide sugli esiti cardiovascolari in persone con sovrappeso. Ha arruolato diciassettemilaseicentoquattro persone, non necessariamente con obesità, l'indice di massa corporea, quel numero che si ottiene dividendo il peso per il quadrato dell'altezza, era uguale o superiore a ventisette, cioè già oltre la soglia del sovrappeso, e nessuna di queste persone aveva il diabete. Le ha seguite per circa trentatré mesi, quasi tre anni. Il risultato? L'evento principale, e vediamo subito che cosa vuol dire, si verifica nel sei virgola cinque per cento di chi prendeva il farmaco, contro l'otto per cento di chi prendeva una pillola finta. In mezzo c'è un rapporto, quello fra il ritmo con cui gli eventi accadono nei due gruppi, zero virgola ottanta. Sotto uno significa meno eventi in chi era trattato. E c'è l'intervallo dei valori compatibili con i dati, da zero virgola settantadue a zero virgola novanta. Non attraversa l'uno, quindi il risultato regge. Meno venti per cento, dicono i titoli. Ed è vero. Ma quel numero è la somma di eventi diversi, e i pezzi non tengono tutti allo stesso modo. Perché gli studiosi non hanno contato una cosa sola, hanno messo in un unico pacco infarto, ictus e morte di origine cardiovascolare. Sono i cosiddetti traguardi compositi, conteggi che sommano eventi diversi in un solo numero, e si fanno perché, così, i casi bastano ad analizzare. Ma aprite il pacco e guardate dentro. La morte cardiovascolare, presa da sola, arriva a uno virgola zero uno, l'intervallo attraversa la linea dell'uno, e quindi quel pezzo, isolato, non regge. La mortalità totale e lo scompenso cardiaco invece tengono, e tengono bene. Non è uno scandalo, è il congegno stesso del pacco. Ma ecco perché la domanda, chi decide che cosa entra nel conteggio?, non è pignoleria, chi lo decide, decide quanto grosso sarà il numero del titolo. E poi c'è la seconda traduzione, quella che riguarda voi, non la statistica. Meno venti per cento descrive la distanza fra due percentuali. La stessa evidenza, detta in cifre assolute, suona così, uno virgola cinque eventi in meno ogni cento persone, in quasi tre anni. Cioè bisogna trattare circa sessantasette persone per tre anni, perché una sola eviti l'evento. È il ragionamento di un'assicurazione collettiva. E come tutte le assicurazioni ha un limite, che va detto, nell'assicurazione tutti pagano e uno solo incassa. Qui no. I sessantasei che non evitano l'evento ricevono comunque gli altri effetti misurati, il peso, la glicemia, la pressione, e insieme, tutti, gli effetti avversi. Non è un gioco a somma zero. In nessuna delle due direzioni. Secondo studio, quello dei reni, è lo studio che ha portato all'approvazione americana per la malattia renale cronica, e anche questo ha un nome inglese che in italiano starebbe per qualcosa come semaglutide e funzione renale nelle persone con diabete e malattia renale cronica. Trecentotrentuno eventi contro quattrocentodieci, cinque virgola otto contro sette virgola cinque ogni cento anni-paziente. Il rapporto dei ritmi, zero virgola settantasei, intervallo da zero virgola sessantasei a zero virgola ottantotto, regge. Nelle stesse persone, mortalità per tutte le cause meno venti per cento, eventi cardiaci maggiori meno diciotto. Due avvertenze su quel numero, entrambe utili anche altrove. La prima, ogni cento anni-paziente non è una percentuale. Conta il tempo, non le teste, cento anni-paziente possono essere cento persone osservate per un anno, o cinquanta per due anni. In cifre assolute, sono circa uno virgola sette eventi in meno ogni cento anni-paziente. La seconda, anche qui il pacco, e qui dentro ci sono cinque cose, la dialisi, il trapianto, la velocità di filtrazione dei reni, quella stimata da un esame del sangue, che sotto quindici significa insufficienza terminale, la caduta sotto quella soglia, un calo della filtrazione di almeno la metà, e la morte renale o cardiovascolare. Terzo studio, quello sul respiro. Guardava l'apnea notturna, il respiro che si ferma nel sonno, e porta un nome inglese con in coda proprio le iniziali di apnea notturna da ostruzione delle vie aeree. E qui c'è la lezione migliore di tutte. Il metro della malattia è un numero, quante volte, ogni ora di sonno, il respiro si ferma o si riduce. Il dato più informativo dello studio è quello grezzo, una riduzione media di venticinque virgola tre eventi ogni ora nel primo studio, ventinove virgola tre nel secondo. Pari al cinquantotto virgola sette per cento rispetto al punto di partenza. Sono numeri che si sentono addosso, perché sono le volte in cui, ogni notte, il respiro si ferma davvero. Il numero che invece è circolato sui giornali è un altro, la percentuale di risoluzione della malattia. Quarantatré per cento nel primo studio, cinquantuno virgola cinque nel secondo. Prima di usarlo, due cose da sapere. La prima, che cosa vuol dire risoluzione. Non una cosa sola. O il respiro si ferma meno di cinque volte all'ora, oppure si ferma fra le cinque e le quattordici volte ma chi ne soffre non è più sonnolento, secondo un questionario standard, quello di Epworth, con un punteggio non superiore a dieci. Due porte diverse, e ne basta una per passare. La seconda, con chi si confronta. Perché quasi una persona su sette raggiunge il criterio di risoluzione senza nessun farmaco, misurata con lo stesso identico criterio. Ecco il metro di paragone da tenere in testa ogni volta che si legge una percentuale di guarigione. E attenzione, i due studi non sono intercambiabili. Il primo ha arruolato persone che non usavano la maschera notturna, la pressione positiva che tiene aperte le vie aeree. Il secondo, persone che la usavano già. Il numero più alto, quello che finisce nei titoli come fino al cinquantuno virgola cinque per cento, è il numero di chi al farmaco stava già sommando la maschera. E poi il secondo studio è misurato a cinquantadue settimane, dodici mesi, non i quasi tre anni dello studio del cuore. Le durate non si confrontano. Il gesto quotidiano che nasce da tutto questo è già nei reparti, dormire una notte con un sensore addosso, o compilare il questionario della sonnolenza, per capire se una puntura che agisce sul metabolismo sta funzionando sul respiro. Tre studi, tre finestre, un solo metodo, aprire il pacco, contare le teste, guardare chi fa da paragone. È così che si leggono i titoli, di questo farmaco e di tutti gli altri.

Dove la porta è chiusa a chiave

C'è una differenza che vale la pena imparare una volta per tutte, perché non è una sfimatura di linguaggio. Un rischio è un semaforo giallo, si rallenta, si valuta, si decide. Una controindicazione assoluta, invece, è una porta chiusa a chiave. Non si decide un bel nulla, quella porta non si apre. E c'è una porta chiusa a chiave, su questi farmaci. Per vederla, dobbiamo entrare nella scheda tecnica di Mounjaro, uno dei medicinali di questa famiglia, nel testo scritto per il paziente. Lì c'è una frase, in inglese, che dice, non usare Mounjaro se tu o un tuo familiare avete mai avuto un tipo di tumore della tiroide chiamato carcinoma midollare. Il carcinoma midollare della tiroide è un tumore raro, che nasce da cellule particolari della tiroide, e spesso è ereditario, diverso dai tumori tiroidei comuni, quelli che sentiamo nominare più spesso. E poi c'è una sindrome che si chiama neoplasia endocrina multipla di tipo due, una malattia ereditaria che predispone, appunto, a quel carcinoma midollare. Se hai una storia personale o familiare di uno dei due, il farmaco non te lo danno. Non è negoziabile, per quanto uno stia male, per quanto il farmaco gli servirebbe, quella porta resta chiusa. Da dove viene un divieto così netto? Da un riquadro nero, l'avvertenza più seria che un'etichetta farmaceutica possa portare. E nasce dai roditori, nei topi e nei ratti trattati con queste molecole sono stati osservati tumori di quelle stesse cellule della tiroide. Ma qui viene la parte interessante, ed è l'etichetta stessa a dirla. Per la semaglutide, uno dei principi attivi, la rilevanza per l'uomo di quei tumori indotti nei roditori è dichiarata con una parola, sconosciuta. Unknown, nell'originale inglese. Per la liraglutide, un altro principio attivo della stessa famiglia, casi di carcinoma midollare in pazienti trattati sono invece stati riportati. Tutto sta in quella parola, sconosciuta. Un divieto assoluto, costruito su un'incertezza dichiarata. Ed è una scelta, una scelta di prudenza, la fa chi preferisce chiudere una porta piuttosto che scoprire, un giorno, di non averla chiusa. E c'è un dettaglio che quasi non circola, il riquadro nero nemmeno copre tutta la famiglia. Si applica a semaglutide, dulaglutide, liraglutide, tirzepatide e all'exenatide a rilascio prolungato. Non all'exenatide a rilascio immediato, e non alla lixisenatide. Due molecole della stessa famiglia, fuori dalla porta della sirena. Sul versante opposto, il più grande centro americano dedicato al cancro della tiroide ha pubblicato un documento di sintesi, e dichiara che non c'è evidenza convincente che questi farmaci causino i tumori tiroidei comuni, quelli della maggioranza delle persone. Confermando però, insieme, la controindicazione per il carcinoma midollare e per la sindrome ereditaria di cui abbiamo detto. E le due cose stanno insieme senza contraddirsi, una riguarda la popolazione generale, l'altra riguarda una minoranza precisa, con una specifica ereditarietà genetica, per cui la porta resta chiusa. Ecco perché questo farmaco è un'amplificazione di un segnale che il corpo manda già da solo, e proprio per questo il rischio non riguarda l'utente medio, riguarda chi, nel suo patrimonio genetico, porta già dentro quella cellula pronta a rispondere male. Nella pratica dei medici, tutto questo si condensa in una domanda, posta prima di qualunque esame e prima di firmare la ricetta, qualcuno in famiglia ha mai avuto un tumore alla tiroide? Una domanda sola, davanti alla quale un'intera biblioteca di avvertenze si decide in un minuto. C'è poi una preoccupazione diffusa che va rimessa al suo posto, prima che ci arrivino addosso i titoli, la perdita di massa muscolare. Sì, chi dimagrisce con questi farmaci perde muscolo. Ma lo perde nella stessa misura in cui lo perderebbe con qualunque dimagrimento rapido, ottenuto in qualunque modo. Non è la firma della molecola, è la firma della velocità. Chi perde molti chili in fretta perde muscolo, punto, comunque li perda. E la differenza, allora, non la fa la scelta del principio attivo, la fanno le proteine nel piatto e un carico pesante da sollevare due volte alla settimana.

Chi l'ha scoperto, chi lo racconta

Nel settembre duemilaventitré la rivista Science pubblica un articolo su Svetlana Mojsov, una scienziata della Rockefeller University di New York. Il titolo dice tutto, il suo lavoro ha spianato la strada ai farmaci dell'obesità che hanno fatturato miliardi, e adesso lei sta lottando per vedere riconosciuto il proprio merito. Un anno dopo, il premio Lasker DeBakey del duemilaventiquattro, uno dei riconoscimenti più prestigiosi della medicina, quello che spesso anticipa il Nobel, va a Joel Habener, Svetlana Mojsov e Lotte Bjerre Knudsen. È passato quasi mezzo secolo, sono trentotto anni esatti da quel millenovecentonovantasei in cui la scoperta era stata completata. Fermiamoci un momento su quella riga di nomi, perché chi c'è e chi non c'è racconta una storia dentro la storia. Lotte Bjerre Knudsen lavora in Novo Nordisk, l'azienda che produce il farmaco, è una ricercatrice dell'industria premiata accanto agli accademici, ed è il punto preciso in cui la storia della scienza e quella del business si toccano. Daniel Drucker, uno dei tre che erano arrivati quasi insieme sulla scoperta, in quella riga non compare. John Eng, l'endocrinologo del Veterans Affairs che la molecola l'aveva cavata dalla saliva di una lucertola, non è fra i premiati. E Jean-Pierre Raufman, il secondo nome che quasi nessuno ricorda, è il secondo nome che quasi nessuno ricorda. C'è un dettaglio che dice più di un discorso lungo, nella trascrizione da cui parte questo numero, il cognome di Mojsov è addirittura storpiato. Un errore minuscolo. E però è esattamente così che i meriti si consumano lungo la catena del racconto, un nome sbagliato qui, un nome dimenticato là, e alla fine chi ha fatto il lavoro sta fuori dalla fotografia. E allora una parola su chi racconta, perché anche questo fa parte della materia. La voce della fonte di questo numero è Amin Hedayat, medico statunitense con tre specializzazioni e un incarico di assistant clinical professor. Nel punto esatto in cui il suo video promette il lavoro che rende durevole il risultato, Hedayat rimanda a un suo programma a pagamento. Notate dove sta il conflitto d'interessi, non a margine, ma dentro la struttura stessa del racconto, nel momento di massima domanda di chi sta guardando. Lo stesso principio vale, in un'altra forma, per le testimonianze tipo quella dell'ex cestista Dominique Wilkins sul sito commerciale del prodotto, sono materiale di marketing, e vanno lette sapendo che lo sono. Detto questo, onore al merito, il pezzo migliore che Hedayat consegna è una frase e la sua metafora. Questi farmaci, dice, sono un ponte. Ma un ponte vale la pena costruirlo solo se sai dove stai camminando, dall'altra parte. Il ponte è un'immagine potente, e funziona proprio perché distingue lo strumento dalla meta. È per questo che chi sospende il farmaco senza aver cambiato niente altro ritrova la fame che torna a ruggire, roaring back, dice lui, e spesso il peso oltre il punto di partenza. E qui Hedayat dice una cosa giusta e importante, quello non è il farmaco che fallisce, quello è un ponte costruito verso il nulla. Ma adesso facciamo quello che in tutto questo numero abbiamo imparato a fare, guardiamo dove l'immagine cede. Un ponte si attraversa una volta sola, e poi non serve più. Invece per molte persone questa terapia è cronica, come quella per la pressione alta, la si attraversa ogni giorno, per anni. Presa alla lettera, l'immagine del ponte suggerisce che smettere sia sempre l'obiettivo. E per una parte dei pazienti non lo è. Lo stesso discorso vale per l'altra immagine della fonte, le stampelle. Serve, e serve tanto, le stampelle tolgono la vergogna, perché nessuno accusa di barare chi cammina con le stampelle mentre la gamba guarisce. Ma ecco dove cede, la gamba rotta si salda, e le stampelle si buttano. Qui non c'è una frattura che guarisce. C'è un ambiente alimentare che rimane esattamente identico il giorno in cui posi le stampelle. E resta la domanda con cui Hedayat chiude il capitolo del barare, la più difficile di tutto il numero, perché non è una domanda scientifica. Perché consideriamo una scorciatoia perdere peso con un farmaco, e non consideriamo una scorciatoia abbassare la pressione con una pillola? A chi ha la pressione alta, dice lui, nessuno dice che sta barando. E poi aggiunge una frase che vale il viaggio, soffrire non è il prezzo del biglietto per un corpo sano. Prima di chiudere, tre conti ancora aperti. Il beneficio cardiaco che arriva prima del dimagrimento non è una curiosità, è un cartello che indica un meccanismo che non abbiamo finito di leggere. Il fatto che il farmaco funzioni sull'apnea del sonno anche in chi già dorme con la maschera pone una domanda vera, quanto è merito del farmaco, e quanto della semplice somma dei due effetti. E perché la stessa circolare, lo stesso messaggio che corre per tutto il corpo, venga letto in modo diverso da un rene, da un cuore e da un cervello, questa è materia aperta, e ci stanno lavorando molti laboratori. E il punto di partenza è ancora lì, dove tutto è cominciato, nel deserto del Sonora, in un animale che mangia poche volte l'anno. C'è voluto qualcuno disposto a prendere sul serio un'osservazione che nessuno stava finanziando, il pancreas che si ingrossa, in un vecchio esperimento, per colpa di un veleno. Una lucertola che morde raramente. E il veleno che salva vite.

Un'osservazione rimasta in un cassetto

Il mostro di Gila è una lucertola di quaranta centimetri che vive nel deserto del Sonora. Mangia poche volte l'anno, digiuna per mesi, e morde di rado. Il Natural History Museum di Londra le ha dedicato una scheda intitolata «the lizard whose venomous bite is saving lives»: la lucertola il cui morso velenoso sta salvando vite.

Non è un modo di dire. Dentro quella saliva c'era la molecola da cui discende una delle famiglie di farmaci più vendute del decennio.

La storia comincia con un dettaglio che nessuno aveva saputo spiegare. In esperimenti del NIH più vecchi si era osservato che il veleno di certi serpenti e di certe lucertole faceva ingrossare il pancreas degli animali. Un'anomalia senza seguito: annotata, pubblicata, archiviata.

John Eng era un endocrinologo del Veterans Affairs a New York, e lavorava con saggi chimici per identificare ormoni nuovi. Nessuno lo pagava per studiare veleni di rettile. Ma quell'osservazione lo incuriosì, e il ragionamento che fece è quello che tiene in piedi tutto il resto: se il pancreas reagisce, in quel veleno c'è qualcosa che parla al pancreas. Andiamo a cercarlo.

Nel 1992 lo trova. Lo isola insieme a Jean-Pierre Raufman e lo battezza .

Il riconoscimento arriverà nel 2013, con il Golden Goose Award — un premio nato apposta per la ricerca che sul momento sembra bizzarra e poi finisce per salvare vite.

Che cos'era davvero quella molecola

Per capire che cosa Eng avesse in mano bisogna tornare a sei anni prima, e cominciare da una domanda più elementare: che cos'è un ormone.

Nella fonte da cui parte questo numero c'è l'immagine più efficace che ne abbia sentita: un ormone è un messaggino fra due organi. In cinque parole spiega la cosa giusta — che un ormone è informazione che viaggia, non materia che agisce sul posto. Il limite dell'immagine arriva subito dopo, ed è esattamente il punto di questa storia: un messaggino ha un destinatario solo e un contenuto solo, mentre il GLP-1 è una circolare che parte per tutta la casa e che ogni organo legge a modo suo. Tenete da parte questa differenza: ci torneremo, ed è il cuore del malinteso.

Nel 1986 Joel Habener e Svetlana Mojsov, al Massachusetts General Hospital, identificano nell'intestino la forma attiva dell'ormone: il . Su PNAS lo descrivono per quello che è dal punto di vista chimico: un prodotto di taglio del precursore dell'ormone glucagone.

Da lì viene il nome, che altrimenti sarebbe assurdo. Il glucagone è l'ormone che alza la glicemia; il GLP-1, ritagliato dallo stesso pezzo di proteina, fa sostanzialmente l'opposto. Pensate a una frase ricavata tagliando un discorso più lungo — rende bene l'idea che un ormone possa nascere dal taglio di qualcosa di più grande. Poi però l'immagine si rompe, perché una frase ritagliata conserva il senso dell'originale, e qui il ritaglio dice il contrario del testo da cui viene. Stessa origine, funzione rovesciata.

C'è un terzo nome che nella storia raccontata al pubblico non compare quasi mai, e senza il quale non ci sarebbe stato niente. Jens Juul Holst, a Copenaghen, costruisce il dedicato al GLP-1, e con quello dimostra che il peptide viene davvero secreto dall'intestino.

È l'anello invisibile della catena. Prima del dosaggio, il GLP-1 era un'idea; dopo, era una quantità. Non esiste un solo trial clinico successivo che sarebbe stato possibile senza quel passaggio — e non fu nemmeno una scoperta solitaria: tre gruppi arrivano quasi insieme sulla stessa cosa, Habener a Boston, Daniel Drucker a Toronto, Holst a Copenaghen.

E qui c'è la proprietà su cui si regge tutta la sicurezza di questi farmaci. Il GLP-1 fa uscire insulina dal pancreas solo quando la glicemia è già alta.

Quella parola, solo, è il primo indizio che si sta guardando qualcosa di diverso da un ormone qualunque. Un termostato di casa rende l'idea: accende il riscaldamento sopra una soglia, non a manetta e sempre. È il motivo per cui chi prende questi farmaci non deve girare con lo zucchero in tasca come chi usa insulina o sulfaniluree. L'immagine però va lasciata andare presto, perché un termostato regola in continuo attorno a un valore fisso, e il GLP-1 non regola un bel niente: amplifica la risposta a un pasto. Fuori dal pasto, la scena è vuota.

Perché la copia di una lucertola batte l'originale umano

L'ormone umano ha un difetto che come farmaco lo rende inutilizzabile: si degrada in pochi minuti. Puoi iniettarlo, ma è come parlare a qualcuno mentre il telefono cade la linea ogni cinque secondi.

La mossa che sblocca tutto non è correggere l'ormone umano. È prendere la versione che un animale, per ragioni sue, ha già costruita più duratura.

Exendin-4 è lunga 39 amminoacidi; il GLP-1(7-37) umano ne ha 31. Otto unità di differenza, che non cambiano la capacità della molecola di attivare il recettore ma cambiano quanto a lungo resta in circolo.

Nel testo di questo numero si è usata più volte l'immagine della chiave e della serratura, e va bene per spiegare perché una molecola di lucertola funziona in un corpo umano: la forma basta a girare la stessa serratura. Ma la serratura non sa dire la cosa che qui conta di più. Una chiave o gira o non gira; la coda in più di exendin-4 non cambia l'apertura, cambia il tempo. Servirebbe una chiave che, dopo aver girato, resta infilata. Ed è tutta lì la ragione del farmaco.

Il 28 aprile 2005 la FDA approva exenatide — la copia sintetica della molecola della lucertola, non una versione migliorata della nostra. La documentazione FDA la registra come «the first GLP1RA, FDA approved in 2005».

Diciannove anni fra l'identificazione dell'ormone e la prima fiala.

E la conseguenza di quegli otto amminoacidi la si vede oggi in un gesto domestico: la sveglia sul telefono che suona una volta la settimana, e la penna preriempita nel ripiano della porta del frigorifero. La cadenza settimanale non è una comodità di marketing. È il tempo di sopravvivenza di un peptide, tradotto in calendario.

Il malinteso che è durato vent'anni

Dopo il 2005 comincia ad arrivare una lista di effetti che non stanno insieme.

Il peso scende. La pressione scende. Il cuore va meglio. I reni si deteriorano più lentamente. Il respiro notturno migliora. Donne che non avevano un ciclo regolare da anni ricominciano ad averlo.

La domanda che se ne ricava è quella con cui la fonte apre: «How does a single medication fix your heart, your kidneys, your sleep, and your hormones all at once? Those are different organs, different problems, different parts of your body».

Ci sono solo due risposte possibili. O il farmaco fa cose extra per caso — e allora sono coincidenze da spiegare una per una. Oppure abbiamo classificato male l'ormone.

È la seconda.

Il GLP-1 non è mai stato un messaggero dello zucchero. Lo zucchero era uno dei suoi destinatari. Quando mangi, l'intestino manda un unico avviso a tutta la casa — al pancreas, allo stomaco, al fegato, al cervello, ai vasi — e a ciascuno dice, in sostanza, la stessa cosa: è arrivato il cibo, lavora piano e lavora pulito. La glicemia era la parte del messaggio che avevamo imparato a leggere per prima, perché era quella che sapevamo misurare.

Il ragionamento che ha costretto ad accettarlo non è biochimico: è cronologico. Nel racconto di Amin Hedayat, che è la voce della fonte di questo numero, il beneficio cardiovascolare nei grandi trial compare entro poche settimane, molto prima che i partecipanti abbiano perso peso in modo significativo.

Se è così, la conclusione si tira da sé, e potete tirarla voi prima di leggere la riga dopo. Se A arriva prima di B, B non può aver causato A. Il dimagrimento non è la causa del beneficio cardiaco: dimagrimento e protezione d'organo sono due figli di una stessa causa a monte.

C'è una seconda conseguenza, meno ovvia e più utile. Se il corpo questo segnale se lo fabbrica da solo dopo ogni pasto, perché mai bisognerebbe comprarlo in farmacia?

Perché — è la tesi della fonte — in molte persone quel segnale è stato abbassato. Tre cause: cibo ultraprocessato, infiammazione cronica, insulino-resistenza. L'avviso dopo il pasto esce più fioco, e il corpo lo ascolta di meno.

Per la parte dell'ascolto la fonte usa l'allarme antifumo: quello che suona ogni mattina perché bruci il pane tostato, e che dopo dieci anni non senti più. Spiega bene la cosa giusta — che un segnale può essere presente e insieme inefficace, e che il guasto può stare nella ricezione. Ma va detto dov'è il suo confine: in un allarme il volume resta identico e cambia solo chi ascolta, mentre qui, secondo la fonte, calano tutti e due i lati. È un doppio guasto, non un'abitudine. (Che sia proprio l'infiammazione cronica a rendere il corpo meno sensibile al GLP-1 è la parte più fragile di questa catena: è la tesi di Hedayat, non un dato consolidato, e va tenuta per quello che è.)

A quel punto si capisce che cosa fa davvero il farmaco. Non introduce niente di estraneo in un corpo sano: è la stessa frase che il tuo intestino dice ogni giorno, detta più forte e più a lungo. Alzare il volume di una radio che sta già trasmettendo, dice la fonte.

Anche qui, il punto in cui l'immagine smette di funzionare va detto subito, perché è clinicamente rilevante: alzando il volume di una radio non cambi la canzone, mentre stimolare un recettore in modo continuo e sovrafisiologico non è affatto la stessa cosa del picco naturale dopo un pasto. È la differenza fra un impulso e una nota tenuta. Molti degli effetti collaterali abitano esattamente lì.

E c'è il rovescio pratico, che non costa niente: se cibo integro e cibo di fabbrica producono risposte diverse, allora la scelta fra il perimetro del supermercato e le corsie centrali — patatine, bibite, snack confezionati — è un modo di agire gratis sullo stesso segnale che in farmacia si compra.

Che cosa c'è dentro «meno venti per cento»

Qui la storia diventa un esercizio di lettura, ed è la parte che vi servirà anche per farmaci che non c'entrano niente con questo.

SELECT ha arruolato 17.604 persone con uguale o superiore a 27 — cioè sovrappeso, non necessariamente obesità — e senza diabete. Le ha seguite per circa 33 mesi. Risultato: l'endpoint principale si verifica nel 6,5% di chi prendeva il farmaco contro l'8,0% del placebo, con 0,80 e 0,72–0,90.

«Meno venti per cento», dicono i titoli. È vero. Ma quel numero è la somma di eventi diversi, e i pezzi non tengono allo stesso modo.

Guardate l'ultima riga. La morte cardiovascolare presa da sola arriva a 1,01: l'intervallo attraversa la linea dell'uno, e quindi quel singolo pezzo, isolato, non regge. La mortalità totale e lo scompenso invece tengono, e tengono bene.

Non è uno scandalo: è come sono fatti gli . Ma spiega perché la domanda «chi decide che cosa entra nel composito?» non è una pignoleria: decide quanto grosso sarà il numero del titolo.

Poi c'è la seconda traduzione, quella che riguarda voi e non la statistica. «Meno 20%» descrive la distanza fra due percentuali. La stessa evidenza, detta in cifre assolute, suona così: 1,5 eventi in meno ogni 100 persone, in quasi tre anni. Cioè bisogna trattare circa 67 persone per tre anni perché una eviti l'evento.

È il ragionamento di un'assicurazione collettiva, e come tutte le assicurazioni ha un limite che va detto: nell'assicurazione tutti pagano e uno solo incassa, mentre qui i 66 che non evitano l'evento ricevono comunque gli altri effetti misurati — peso, glicemia, pressione — e insieme tutti gli effetti avversi. Non è un gioco a somma zero, in nessuna delle due direzioni.

FLOW ha guardato i reni, ed è lo studio che ha portato all'approvazione FDA per la malattia renale cronica. 331 eventi contro 410: 5,8 contro 7,5 ogni 100 anni-paziente, hazard ratio 0,76 (0,66–0,88). Nella stessa popolazione, mortalità per tutte le cause −20% ed eventi cardiaci maggiori −18%.

Due avvertenze su quel numero, entrambe utili altrove. La prima: «per 100 anni-paziente» non è una percentuale — conta il tempo, non le teste, e 100 anni-paziente possono essere 100 persone per un anno o 50 per due. In assoluto, sono circa 1,7 eventi in meno ogni 100 persone-anno. La seconda: anche qui l'endpoint è un pacco con dentro cinque cose — dialisi, trapianto, sotto 15 ml/min/1,73 m², calo dell'eGFR di almeno il 50%, morte renale o cardiovascolare.

SURMOUNT-OSA ha guardato l'apnea notturna, e qui c'è la lezione migliore di tutte.

L' è il metro della malattia. Il dato più informativo dello studio è quello continuo: una riduzione media di −25,3 eventi/ora nello Studio 1 e −29,3 nello Studio 2, pari al 58,7% rispetto al punto di partenza. Sono numeri che si sentono addosso: sono le volte in cui, ogni notte, il respiro si ferma.

Il numero che invece è circolato è un altro: la percentuale di «risoluzione della malattia», 43,0% nello Studio 1 e 51,5% nello Studio 2. Prima di usarlo bisogna sapere due cose.

La prima è che cosa vuol dire «risoluzione». Non una cosa sola: o un AHI sotto 5, oppure un AHI fra 5 e 14 accompagnato da un punteggio di sonnolenza di Epworth non superiore a 10. Due porte diverse, e ne basta una.

La seconda è il gruppo di confronto.

Quasi una persona su sette raggiunge il criterio di «risoluzione» senza farmaco, secondo lo stesso identico criterio. È il metro di paragone che va tenuto in testa ogni volta che si legge una percentuale di guarigione.

E i due studi non sono intercambiabili: il primo ha arruolato persone che non usavano la maschera notturna, il secondo persone che la usavano. Il numero più alto — quello che finisce nei titoli come «fino al 51,5%» — è il numero di chi al farmaco stava già sommando la CPAP. Lo Studio 2, infine, è misurato a 52 settimane: dodici mesi, non i quasi tre anni di SELECT. Le durate non si confrontano.

Il gesto quotidiano che ne discende è già nei reparti: dormire una notte con un sensore addosso, o compilare il questionario di Epworth, per misurare se una puntura metabolica sta funzionando sul respiro.

SELECT smontato: le componenti dello stesso «meno 20%»

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dati: SELECT (NEJM, 2023); sintesi CardioNerds · elaborazione: gamma97

SURMOUNT-OSA: «risoluzione» dell'apnea, farmaco e placebo nei due studi

gamma97
dati: schede degli studi SURMOUNT-OSA, Studio 1 (senza PAP) e Studio 2 (con PAP) · elaborazione: gamma97

Dove la porta è chiusa a chiave

C'è una differenza che vale la pena imparare una volta per tutte, perché non è una sfumatura di linguaggio: un rischio è un semaforo giallo, una controindicazione assoluta è una porta chiusa a chiave.

Sulla scheda tecnica di Mounjaro, nel testo scritto per il paziente, c'è questa frase: «Do not use MOUNJARO if you or any of your family have ever had a type of thyroid cancer called medullary thyroid [carcinoma]». Il farmaco è controindicato in chi ha una storia personale o familiare di o di .

Non è negoziabile, per quanto uno stia male e per quanto il farmaco gli servirebbe.

Il riquadro nero che porta questa avvertenza nasce da tumori delle cellule C osservati nei roditori. E qui la cosa interessante è che l'etichetta stessa lo dice: la rilevanza per l'uomo dei tumori indotti nei roditori dalla semaglutide è dichiarata «unknown». Per la liraglutide, invece, casi di carcinoma midollare in pazienti trattati sono stati riportati.

Sta tutto in quella parola, unknown. Un divieto assoluto costruito su un'incertezza dichiarata: è la scelta di chi preferisce chiudere una porta piuttosto che scoprire di non averla chiusa.

Il riquadro nero non copre nemmeno la classe in modo uniforme — e questo dettaglio quasi non circola. Si applica a semaglutide, dulaglutide, liraglutide, tirzepatide e all'exenatide a rilascio prolungato; non all'exenatide a rilascio immediato né alla lixisenatide.

Sul versante opposto, un white paper del più grande centro americano dedicato al cancro tiroideo dichiara che non c'è evidenza convincente che i GLP-1 causino i tumori tiroidei comuni — confermando però la controindicazione per carcinoma midollare e MEN2. Le due cose stanno insieme senza contraddirsi: una riguarda la popolazione generale, l'altra una porta che resta chiusa a chi ha quella specifica ereditarietà.

Nella pratica, tutto questo si condensa in una domanda posta prima di qualunque esame e prima di firmare la ricetta: qualcuno in famiglia ha mai avuto un tumore alla tiroide?

C'è poi una preoccupazione diffusa che va rimessa al suo posto: la perdita di massa muscolare. Secondo la fonte, il muscolo perso con questi farmaci è sostanzialmente lo stesso che si perde con qualunque dimagrimento rapido, comunque ottenuto. Non è la firma della molecola: è la firma della velocità. La differenza la fanno le proteine nel piatto e un carico pesante da sollevare due volte alla settimana, non la scelta del principio attivo.

Chi l'ha scoperto, chi lo racconta

Nel settembre 2023 Science pubblica un articolo su Svetlana Mojsov, della Rockefeller University, con un titolo che dice tutto: «Her work paved the way for blockbuster obesity drugs. Now, she's fighting for recognition».

Un anno dopo, il Lasker~DeBakey 2024 premia Joel Habener, Svetlana Mojsov e Lotte Bjerre Knudsen. Trentotto anni dopo il 1986.

Guardate chi c'è e chi non c'è in quella riga. Knudsen lavora in Novo Nordisk: è una ricercatrice dell'industria premiata accanto agli accademici, ed è il punto preciso in cui la storia scientifica e quella commerciale si toccano. Daniel Drucker, uno dei tre che arrivarono quasi insieme sulla scoperta, non compare. John Eng, che la molecola l'aveva cavata da una lucertola, non è fra i Lasker del 2024. Jean-Pierre Raufman è il secondo nome che quasi nessuno ricorda.

Nella trascrizione da cui parte questo numero il cognome di Mojsov è persino storpiato in «Moschov». È un dettaglio minuscolo e dice moltissimo su come i meriti si consumano lungo la catena del racconto.

Una parola su chi racconta, perché fa parte della materia. La voce della fonte è Amin Hedayat, medico statunitense con tripla certificazione di specialità e assistant clinical professor. Nel punto esatto in cui il video promette «il lavoro che rende durevole il risultato», rimanda a un proprio programma a pagamento. Il conflitto d'interesse non sta a margine: sta dentro la struttura narrativa, nel momento di massima domanda dello spettatore. Vale lo stesso principio, in altra forma, per le testimonianze come quella di Dominique Wilkins sul sito commerciale del prodotto: sono materiale di marketing, e vanno lette sapendo che lo sono.

Detto questo, il pezzo migliore che Hedayat consegna è una frase e la sua metafora: «These medications are a bridge. But a bridge is only worth building if you know where you're walking on the other side».

Il ponte è un'immagine giusta e va usata sapendo dove cede. Distingue lo strumento dalla meta, e spiega perché — è l'affermazione della fonte — chi sospende senza aver cambiato niente ritrova la fame «roaring back» e spesso il peso oltre il punto di partenza: «that's not the drug failing, that's a bridge built to nowhere». Ma un ponte si attraversa una volta sola e poi non serve più, mentre per molte persone questa terapia è cronica come quella per la pressione alta. Presa alla lettera, l'immagine suggerisce che smettere sia sempre l'obiettivo — e per una parte dei pazienti non lo è.

Lo stesso vale per le stampelle usate mentre la gamba guarisce, l'altra immagine della fonte. Toglie la vergogna, e serve: nessuno accusa di barare chi cammina con le stampelle. Ma la gamba rotta si salda e le stampelle si buttano; qui non c'è una frattura che guarisce, c'è un ambiente alimentare che rimane identico il giorno in cui le posi.

Resta la domanda con cui Hedayat chiude il capitolo del «barare», e che è la più difficile del numero perché non è scientifica: perché consideriamo una scorciatoia perdere peso con un farmaco, e non consideriamo una scorciatoia abbassare la pressione con una pillola? «We don't tell someone with high blood pressure they're cheating». E ancora: «Suffering is not the price of admission to a healthy body».

Il beneficio cardiaco che arriva prima del dimagrimento non è una curiosità: è un cartello che indica un meccanismo che non abbiamo ancora finito di leggere. Il fatto che il farmaco funzioni sull'apnea anche in chi già dorme con la maschera pone una domanda vera — quanto è del farmaco e quanto è della somma. Il perché la stessa circolare venga letta in modo diverso da un rene, da un cuore e da un cervello è materia aperta, e ci lavorano molti laboratori.

E il punto di partenza è ancora lì, nel deserto del Sonora, in un animale che mangia poche volte l'anno. C'è voluto qualcuno disposto a prendere sul serio un'osservazione che nessuno stava finanziando — il pancreas che si ingrossa, in un vecchio esperimento, per colpa di un veleno.

Dalla molecola al premio: trentotto anni

gamma97
dati: PNAS 1986; Golden Goose Award 2013; FDA; Lasker Foundation 2024 · elaborazione: gamma97

Riferimenti

  1. Natural History Museum — Gila monster: «the lizard whose venomous bite is saving lives» — https://www.nhm.ac.uk
  2. National Institute on Aging — la scoperta di exendin-4 a partire dalle osservazioni NIH sull'ingrossamento del pancreas — https://www.nia.nih.gov
  3. VA Research — John Eng e Jean-Pierre Raufman, exendin-4 e la sua somiglianza d'azione col GLP-1 — https://www.research.va.gov
  4. Golden Goose Award 2013 — la scoperta nel veleno del mostro di Gila — https://www.goldengooseaward.org
  5. Mojsov, Habener et al., PNAS (1986) — il GLP-1(7-37) come prodotto di taglio del precursore del glucagone — https://www.pnas.org
  6. Holst — il dosaggio radioimmunologico per il GLP-1 e la secrezione intestinale del peptide, Diabetes Care — https://diabetesjournals.org
  7. FDA, NDA 021773 — exenatide, «the first GLP1RA, FDA approved in 2005» — https://www.fda.gov
  8. SELECT, New England Journal of Medicine (2023) — 17.604 partecipanti, BMI ≥27, senza diabete — https://www.nejm.org
  9. CardioNerds — analisi delle componenti di SELECT (scompenso HR 0,82; mortalità totale HR 0,81; morte CV isolata HR 0,85, IC 0,71–1,01) — https://www.cardionerds.com
  10. FLOW, New England Journal of Medicine — NEJMoa2403347 — https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38785209/
  11. NephJC — lettura critica di FLOW: 5,8 vs 7,5 eventi per 100 anni-paziente — https://www.nephjc.com
  12. diaTribe — FLOW: mortalità per tutte le cause −20%, MACE −18%, approvazione FDA per la malattia renale cronica — https://diatribe.org
  13. SURMOUNT-OSA, New England Journal of Medicine — NEJMoa2404881 — https://www.nejm.org
  14. Applied Clinical Trials (26 giugno 2024) — SURMOUNT-OSA: riduzione dell'AHI di −25,3 e −29,3 eventi/ora, 58,7% dal basale — https://www.appliedclinicaltrialsonline.com
  15. Scheda tecnica FDA di Mounjaro — controindicazione per MTC e MEN 2, testo per il paziente — https://www.accessdata.fda.gov
  16. Etichetta FDA di Ozempic, Reference ID 5676363 — «human relevance of semaglutide-induced rodent tumors is unknown» — https://www.accessdata.fda.gov
  17. Science/AAAS (8 settembre 2023) — «Her work paved the way for blockbuster obesity drugs. Now, she's fighting for recognition» — https://www.science.org
  18. Lasker Foundation / JCI (2024) — il premio Lasker~DeBakey a Habener, Mojsov e Knudsen — https://laskerfoundation.org
  19. Amin Hedayat — «The Truth About Ozempic and Mounjaro: What GLP-1 Drugs Really Do» — https://www.youtube.com/watch?v=glp1-truth