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13 settembre 2026

Starlink ha 11.000 satelliti in cielo perché la luce non va più veloce di così

SpaceX ha messo in orbita bassa più satelliti di tutti gli altri operatori del mondo sommati — 10.701 attivi su 16.199 al 9 settembre 2026. Il motivo non è l'ambizione: è che da 35.786 km un segnale impiega un quarto di secondo solo a fare andata e ritorno, e a 550 km ne impiega quattro millesimi. Tutto il resto — i lanci, le antenne piatte, i laser — è il prezzo di quella scelta.

Nasce da una fila di sessanta punti luminosi che il 24 maggio 2019 attraversa il cielo sopra Leiden, in Olanda, ripresa da un astronomo ventidue ore dopo il decollo del Falcon 9 da Cape Canaveral: erano i primi Starlink. Oggi sono 10.701 satelliti attivi su 16.199 in orbita — SpaceX da sola pesa più di tutti gli altri operatori del mondo sommati. Il motivo sta in un numero che nessun ingegnere può contrattare: da 35.786 km un segnale impiega un quarto di secondo ad andare e tornare, a 550 km appena quattro millesimi. Ma a quella quota un satellite vede poco e sfreccia via in novanta minuti — e allora servono le antenne piatte senza motori, i laser, 165 lanci in un anno. Undicimila satelliti sono il prezzo di quei quattro millesimi.

Starlink ha 11.000 satelliti in cielo perché la luce non va più veloce di così

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Sessanta puntini in fila sopra Leiden

La notte fra il ventiquattro e il venticinque maggio duemiladiciannove, sopra la città olandese di Leiden, un astronomo di nome Marco Langbroek punta la macchina fotografica verso il cielo e riprende una cosa che nessuno aveva mai visto, una fila di sessanta punti luminosi che attraversa il buio, uno dietro l'altro, in formazione ordinata. Ventidue ore e mezza prima, quei sessanta oggetti erano tutti insieme dentro lo stesso razzo, sulla rampa quaranta di Cape Canaveral, in Florida. Il razzo, un Falcon nove, è partito alle due e mezza di notte del ventiquattro maggio, che era ancora sera del ventitré laggiù in Florida, e li ha lasciati andare tutti in blocco a poche centinaia di chilometri di quota, ancora stretti gli uni agli altri. Chi li guarda da terra, quella notte, li descrive tutti allo stesso modo, una scia di luce. La fila somiglia ai vagoni di un treno che non tocca niente. L'immagine regge per un pezzo, ma fermiamoci un attimo, perché c'è un punto dove smette di reggere, ed è meglio saperlo subito. Nessun binario li tiene insieme. Nessun gancio li attacca l'uno all'altro. Stanno in fila solo perché chi parte dallo stesso punto, alla stessa velocità, resta sulla stessa strada. Ognuno di quei sessanta oggetti percorre il suo giro intorno alla Terra, la sua orbita, un oggetto che cade di continuo e manca sempre il suolo, e sono giri quasi identici perché il lancio è stato quasi identico per tutti. Basta un soffio di propulsore, e la fila si scioglie. Infatti dopo qualche settimana il treno non c'è più, ciascuno è andato al posto suo. Poi c'è una seconda domanda, che quasi nessuno si fa guardandoli. Se lassù non c'è nessuno che accende una luce, perché si vedono? Non brillano. Riflettono. Per chi guarda da terra il Sole è già tramontato, ma a cinquecento chiletri più in alto il tramonto non è ancora arrivato, quelle superfici lisce stanno ancora dentro la luce del giorno. È la stessa geometria che tiene accese le cime delle montagne quando a valle è già buio. Non sono luci. Sono sessanta specchi che ti mostrano un tramonto che tu hai già perso. Oggi quei sessanta sono diventati circa undicimila. Al nove settembre duemilaventisei, in orbita, ci sono diecimilasettecentouno satelliti Starlink attivi, Starlink è ciò che sta in cielo, mentre SpaceX è l'azienda che li costruisce e li lancia, su un totale di sedicimilacentonovantanove oggetti attivi di ogni operatore e di ogni Paese. E qui viene il detail che dice tutto, Starlink da solo pesa più di tutti gli altri messi insieme. Agenzie spaziali, compagnie telefoniche, satelliti meteorologici, satelliti militari, si sommano tutti, e restano meno. Un insieme di satelliti così, messi lassù per lavorare insieme come un unico sistema e non ciascuno per conto proprio, si chiama costellazione. E il numero, di questa costellazione, cambia ogni settimana, perché ogni settimana ne partono altri, e altri rientrano. Undicimila. Il mestiere, però, non è nuovo. I satelliti per telecomunicazioni esistono dal millenovecentosessantacinque, e per sessant'anni ne sono bastati pochissimi. Tre satelliti, tre, messi alla quota giusta e distanziati bene, coprono praticamente tutta la Terra abitata. È così che la televisione via satellite ha funzionato per decenni. Ed è così che funziona ancora adesso, con quelle vecchie parabole arrugginite che stanno ancora appese ai muri delle case. Da tre a undicimila. Circa tremilaseicento volte tanto, per fare un lavoro che in apparenza è lo stesso, portare dati da qui a lì. La risposta non è l'ambizione di qualcuno. Non è una trovata commerciale. È la conseguenza obbligata di un numero che nessun ingegnere può contrattare. E alla fine di questo numero, di questo racconto, quel conto lo saprai fare da solo. Saprai anche come fa un piatto piatto appeso sul tetto di una casa, senza una sola parte in movimento, a inseguire un oggetto che gli attraversa il cielo in cinque minuti. Ma prima c'è da sciogliere la domanda che ci siamo appena posti. Undicimila oggetti, per un lavoro che per sessant'anni ne ha richiesti tre. Se il lavoro è lo stesso, che cosa è cambiato?

Il quarto di secondo che nessuno può contrattare

La risposta comincia in un posto dove chiunque l'ha già vista, senza mai chiamarla per nome, il telegiornale della sera. Il conduttore in studio fa una domanda al corrispondente collegato da lontano. E il corrispondente non risponde. Resta lì, gli occhi puntati nell'obiettivo, la faccia di chi aspetta qualcosa che non arriva. Poi partono a parlare tutti e due insieme, si fermano insieme, si scusano insieme. Quello che avete visto, quel vuoto, non è imbarazzo. È strada. Il segnale che porta la domanda fino a lì non è materiale, ma non è nemmeno istantaneo. Viaggia. E viaggia alla velocità della luce, la velocità a cui si muovono la luce e le onde radio, trecentomila chilometri al secondo, nel vuoto. Ed è la stessa velocità che è sempre stata, in ogni punto dell'universo. Proviamo a sentirla, trecentomila chilometri al secondo vuol dire fare sette volte e mezzo il giro completo della Terra, ogni secondo. Adesso, quel collegamento col corrispondente passa da un satellite geostazionario. Geostazionario significa questo, un satellite che compie il suo giro intorno alla Terra nello stesso tempo in cui la Terra gira su sé stessa, e perciò, visto da sotto, sembra fermo per sempre nello stesso punto del cielo. Per riuscirci deve stare a trentacinquemilasettecentottantasei chilometri sopra l'equatore. Trentacinquemilasettecentottantasei, quasi tre volte il diametro della Terra intera. E non è una scelta di comodo. È l'unica quota in cui quel pareggio funziona, il giro del satellite in cadenza col giro del pianeta. Facciamo il conto insieme, un passaggio per volta. La domanda sale dallo studio fino al satellite, trentacinquemila e settecentonovantotto chilometri circa. Il satellite la rimanda giù, fino al corrispondente, altri trentacinquemila. Siamo già a settantunmila e mezzo chilometri. Ma una domanda senza risposta non è una conversazione. La risposta rifà la stessa strada al contrario, su fino al satellite e giù fino allo studio, altri settantunmila e mezzo. Perché il conto si fa sempre sul percorso intero, quello che conta non è quando il segnale arriva, ma quando torna indietro la risposta. Totale, circa centoquarantatremila chilometri. Adesso prendiamo quei centoquarantatremila e li dividiamo per trecentomila, i chilometri che la luce fa in un secondo. Fate il conto anche voi, piano, centoquarantatremila diviso trecentomila. Fa zero virgola quarantotto secondi. Quasi mezzo secondo. Di solo volo. Prima che una macchina qualsiasi abbia elaborato qualsiasi cosa, e da qui in avanti, tutti i conti di questo numero lasciano fuori il tempo che ci mettono a ragionare i computer di rete, lo diciamo una volta e non lo ripetiamo più. Quel mezzo secondo ha un nome, ritardo. Il tempo che passa fra il momento in cui un dato parte e il momento in cui torna indietro la risposta. Non quanti dati passano, quanto tempo ci mettono. Ora, trecentomila chilometri al secondo non si lasciano immaginare. Mezzo secondo sì, è il tempo che passa fra due battiti di mani. L'immagine però va presa per quello che è. Due battiti di mani misurano un'attesa sola, tutta d'un pezzo. Questo mezzo secondo invece è fatto di quattro tratti di viaggio cuciti insieme, su, giù, su, giù. E anche contando soltanto il viaggio della domanda, su fino al satellite e giù dall'altra parte, restano zero virgola ventiquattro secondi. Un quarto di secondo. Ed è qui che la faccenda cambia natura. La velocità della luce non è una curiosità da libro di scuola, è una voce di costo. Una voce che nessun investimento abbassa e nessun ingegnere negozia. Trecentomila chilometri al secondo sembrano infiniti finché non devi andare fino a trentaseimila e poi tornare, allora diventano mezzo secondo. Se il numero non si tocca, l'unica variabile che resta è la distanza. Cioè la quota. E allora ecco l'inghippo. La vecchia parabola arrugginita ancora appesa al muro di casa fa quei centoquarantatremila chilometri ogni volta, ogni canale, ogni sera. Eppure per trent'anni ha funzionato benissimo, e nessuno davanti al televisore ha mai sentito mezzo secondo di niente. Se mezzo secondo rompe una conversazione, perché non rompe un film?

Mezzo secondo rovina una telefonata, non un film

La risposta è che un film non ti sta aspettando. Riprendiamo il conto di prima, mezzo secondo, un quarto di secondo ad andare e un quarto a tornare. È il numero che vi siete portati dietro, ed è qui che comincia a lavorare. La sera, in salotto, il film parte in ritardo e nessuno se ne accorge. Si preme il tasto, passa un attimo, comincia. Poi scorre. Il ritardo c'è ancora, eccome, mezzo secondo pieno, ogni fotogramma arriva mezzo secondo dopo essere partito, ma è sempre lo stesso, e va in una direzione sola. Dall'altra parte non c'è nessuno che aspetta una risposta. E c'è anche una seconda ragione, quella che rende il ritardo del tutto invisibile, il televisore non guarda il film mentre arriva. Lo tiene da parte. È la memoria di scorta, il pezzo di film già scaricato che sta fermo nel televisore in attesa del suo turno. Mentre voi vedete il minuto tre, nella scatola ci sono già il quattro e il cinque. Il segnale può inciampare, rallentare, arrivare a scatti, la scorta copre il buco. Un flusso a senso unico può accumulare vantaggio. Una conversazione no. Una conversazione non ha nulla da mettere da parte, perché la frase successiva non esiste ancora. La deve dire l'altro, e l'altro non ha ancora sentito la tua. E adesso lo vediamo all'opera, questo mezzo secondo. Pomeriggio, stessa casa, videochiamata di lavoro. Uno parla. L'altro lo sente un quarto di secondo dopo. Risponde. Il primo lo sente un quarto di secondo dopo ancora. Mezzo secondo secco fra la fine di una frase e l'inizio dell'altra. E fra esseri umani mezzo secondo di silenzio non è niente, è esitazione, è imbarazzo, è disaccordo. Chi parla lo legge così, e riparte per riempirlo. E riparte anche l'altro, che nel frattempo aveva cominciato. Si fermano tutti e due. Ricominciano tutti e due. No, dicevi tu. Il contenuto arriva tutto, intero, pulito, si perde solo il ritmo dei turni. È come una chiacchierata con un interprete che traduce alla fine di ogni frase. L'immagine non regge fino in fondo, e conviene vederlo subito, l'interprete aggiunge del suo, sceglie le parole, a volte fraintende. Qui invece il contenuto non si tocca, si perde solo il tempo. Ma tolto quello, la cosa è la stessa, tutto arriva, e la conversazione è morta lo stesso. E poi c'è il moltiplicatore. Ed è qui che il conto smette di tornare. Se il ritardo è un quarto di secondo, aprire una pagina internet dovrebbe costare un quarto di secondo. Ne costa cinque. Sei. La barra sta ferma qualche secondo, e poi riempie la pagina di colpo, quei secondi fermi non sono contenuti, sono convenevoli. I programmi con cui un computer parla con un server, come dice chi li ha scritti, non si scambiano un messaggio. Se ne scambiano decine. Chi sei. Come ci parliamo. Con quale chiave. Tutto questo è la stretta di mano, lo scambio di messaggi con cui due macchine si presentano e si mettono d'accordo prima che passi un solo dato utile. E ogni messaggio costa un ritardo pieno, andata e ritorno. Decine di andate e ritorni da un quarto di secondo l'uno, ecco da dove escono i secondi interi. Negli anni Novanta qualcuno provò a vendere internet dal cielo. I conti sulla distanza li aveva fatti giusti, erano gli stessi conti della televisione, che da lassù funzionava benissimo. L'errore fu un altro, e non era di aritmetica, aveva creduto che una conversazione fosse un flusso. Il ritardo non si paga a chilometro. Si paga a turno di parola. E siccome il ritardo dipende dalla distanza, e la distanza dalla quota, la strada è una sola, scendere. Resta da capire quanto costa, scendere.

Il prezzo della vicinanza: perché tre diventano undicimila

Scendere, allora. Perché il ritardo dipende solo dalla distanza, e la distanza solo dalla quota, se si vuole togliere tempo, bisogna avvicinarsi. Ma scendere costa, e il conto lo si può fare da soli, basta pensare da dove si guarda. Dietro casa c'è una collina. Ci sali, e vedi il paese, i campi, magari il campanile del paese dopo. Poi sali su un aereo di linea, e dal finestrino, alla stessa ora dello stesso giorno, vedi la costa, la pianura intera, il temporale che arriva da ottanta chilometri. La Terra è la stessa. È cambiato quanto lontano arriva il tuo occhio. E cambia per un motivo solo, la Terra è curva, e da più in alto la curva ti nasconde di meno. I tecnici lo dicono con una frase tutta loro, la curvatura della Terra sta per oscurare la vista. Un satellite guarda esattamente così. Non illumina il pianeta, vede il pezzo di superficie da cui, stando laggiù col naso all'insù, lo si vede spuntare sopra l'orizzonte. Quel pezzo ha un nome, e il nome è calotta di visibilità, il tratto di Terra da cui, in un dato momento, quel satellite sta sopra l'orizzonte, e quindi ci si può parlare. Da trentacinquemila settecentottantasei chilometri, la calotta è enorme. Trentacinquemila settecentottantasei, è la quota a cui siamo saliti finora, quella del satellite geostazionario. Da lassù un satellite vede quasi un intero emisfero. E tre satelliti, distanziati con regolarità sulla stessa orbita, coprono quasi tutta la Terra abitata, fuori restano le calotte polari, che da lassù si vedono di taglio, o non si vedono affatto. Tre oggetti. Per tutto il pianeta. Erano i sessanta puntini di Leiden, in versione minimale. Da cinquecentocinquanta chilometri, sessantacinque volte più vicino, la calotta si stringe. Molto. E c'è un secondo prezzo, più caro del primo. Per capirlo, la collina bisogna lasciarla andare, perché smette di funzionare, la collina sta ferma sotto i piedi. Il satellite basso no. Ed ecco la domanda che nessuno fa, perché più un satellite è basso, più deve correre? A rigore dovrebbe essere il contrario, in basso la strada da fare è meno, dovrebbe stare più comodo. Ma un satellite non è appeso a niente. Sta cadendo verso la Terra. E la manca, perché mentre cade va anche di lato, e va di lato abbastanza da restare sempre alla stessa distanza, mentre il suolo sotto di lui si incurva via. Più è vicino, più forte la gravità lo tira. E più forte lo tira, più veloce deve correre di lato per continuare a mancarla. A cinquecentocinquanta chilometri deve filare a ventisettemila chilometri l'ora, e un giro completo del pianeta gli dura circa novanta minuti. Un'ora e mezza. È il numero che chi costruisce queste cose ripete a memoria. Il geostazionario sta fermo sopra di noi perché il suo giro dura un giorno intero, come il nostro. A novanta minuti al giro, invece, uno non sta fermo sopra Milano, passa sopra Milano. Pochi minuti, ed è già altrove. E non gli basta vedere te. Deve vedere, insieme, te e una stazione a terra, l'antenna grande dove il satellite scarica il traffico e lo passa alla rete di terra, a cui consegnare quello che hai chiesto. E a quella quota, tu e la stazione state nella stessa calotta per una finestra molto corta. Metti insieme i due prezzi, e il conto è questo, ogni satellite vede poco, e quel poco cambia di continuo. Allora, perché sopra ogni punto abitato ci sia sempre, in ogni istante, almeno un satellite visibile, non basta coprire la Terra una volta. Bisogna coprirla e ricoprirla, con oggetti che si danno il cambio senza interruzione. È una staffetta. Nessun corridore fa tutto il giro, ma il testimone non tocca mai terra, quando il primo arriva, il secondo è già partito. Attenzione, però, l'immagine regge per il cambio, non per la scena. Qui i corridori non sono sulla stessa pista, e non si passano niente di mano, stanno a centinàia di chilometri l'uno dall'altro, e quello che si passano non è un oggetto, è una conversazione già cominciata. È il treno di Leiden che ripassa, nella fila di puntini che attraversa il cielo, uno segue l'altro, e proprio per questo la fila a un certo punto si scioglie, ciascuno va al suo posto, e il posto degli altri non è mai il tuo. Il telefono in autostrada fa lo stesso gesto al contrario, lì le antenne stanno ferme, e a muoversi sei tu. Da qui, circa undicimila satelliti. E la scommessa, a questo punto, non era di fisica. Era di soldi. Il foglio di calcolo diceva tre, vuoi lanciare tre satelliti o tremila? Qualunque capitalista ragionevole sceglie il numero basso. Il salto è stato ribaltare il criterio, non minimizzare gli oggetti, che sono il costo che si vede, ma il ritardo, quella qualità che si vende, scommettendo che qualcuno avrebbe pagato per dei millesimi di secondo. SpaceX non ha voluto undicimila satelliti. Ha voluto dei millesimi di secondo al posto di mezzo secondo. E undicimila satelliti sono quanto costano. C'è però una conseguenza, sul tetto di casa. Se il satellite lassù cambia ogni pochi minuti, l'antenna deve stargli dietro, inseguirne uno, mollarlo, agganciare il successivo, tutto il giorno. E non la senti mai muoversi.

L'antenna che punta senza muovere niente

Negli anni Ottanta, chi voleva la televisione via satellite si metteva in giardino un piatto grande come un gazebo. E quel piatto, per cambiare canale, girava. Il satellite del canale nuovo stava in un altro punto del cielo, e per guardarlo bisognava voltarsi verso di lui. Oggi un'antenna che si muove per cambiare canale sembra un'assurdità. Allora era la normalità. Di quei piatti è rimasta la versione piccola, la conca grigia ancora appesa a mezzo muro di mezza Italia, spesso solo per pigrizia, o per affetto verso l'estetica dei primi anni Duemila. Guardala una volta con attenzione. Davanti alla conca sporge un braccetto, e in cima al braccetto c'è una scatoletta. E qui viene la prima sorpresa, la conca non è l'antenna. L'antenna è la scatoletta. La conca serve soltanto a portarle il segnale. Fa quello che fa il faro dell'automobile, ma al contrario. Nel faro c'è una lampadina piccolissima dentro uno specchio a conca, lo specchio prende la luce che se ne andrebbe in tutte le direzioni e la rimanda tutta avanti, in un fascio. La conca sul muro raccoglie i raggi che le arrivano paralleli dal cielo e li fa convergere in un punto solo, il punto che in ottica si chiama fuoco, che è semplicemente questo, il punto in cui una superficie a conca concentra tutto quello che raccoglie. Il braccetto sporge per mettere la scatoletta esattamente lì. Un segnale che dopo trentaseimila chilometri è debolissimo arriva alla scatoletta moltiplicato per tutta la superficie della conca. Funziona, a un patto, che il satellite stia fermo. La conca concentra ciò che le arriva da una direzione sola, e per cambiare direzione deve girare. E qui torniamo al problema che ci siamo portati dietro, quei satelliti nuovi stanno bassi, a cinquecentocinquanta chilometri, e bassi vuol dire veloci, attraversano il cielo da un orizzonte all'altro in pochi minuti, e poi tocca al successivo. Si vede poco, e si passa in fretta, è il prezzo della vicinanza, quello che ha trasformato tre satelliti in undicimila. Un'antenna che volesse inseguirli dovrebbe ruotare tutto il giorno, ogni giorno. Un motore, dei cuscinetti, un sistema di controllo, sul tetto di ogni abbonato, sotto la pioggia e il ghiaccio e il vento, per vent'anni. Le grandi stazioni a terra lo fanno davvero, con antenne motorizzate. Ma come prodotto da mettere in centomila giardini era morto in partenza, puntare vuol dire muoversi, e muoversi costa manutenzione. E allora date un'occhiata all'antenna che serve per questi satelliti nuovi. Non è una conca. È un coperchio piatto, e non si muove mai. Il salto è stato sostituire il movimento con il tempo. Per capire come, ci serve un'immagine. Ma prima di usarla, vi dico subito dove non funziona, così non ve la portate via sbagliata, sull'acqua i cerchi si vedono a occhio, mentre con le onde radio non si vede niente, perché le oscillazioni sono miliardi al secondo. E un molo è una fila, una sola dimensione, si può inclinare a destra e a sinistra, e basta. Detto questo, immaginate una fila di persone su un molo, un sasso per uno. Le lasciano cadere tutte insieme, nello stesso istante, da ogni sasso parte un cerchio, i cerchi si incontrano, e dalla somma nasce un fronte d'onda dritto, che si allontana perpendicolare al molo. Adesso si ricomincia, ma stavolta ogni persona lascia cadere il sasso appena un attimo dopo il vicino. I cerchi sono gli stessi, il fronte è ancora dritto, però è inclinato, e se ne va di traverso. E qui sta tutto, nessuno si è spostato di un passo. È cambiato solo l'ordine di partenza. Adesso aprite quel coperchio, con il pensiero. Sotto la superficie corre una griglia a nido d'ape di circa milleduecento antennine circolari, larghe pochi millimetri. Ognuna, da sola, non punta da nessuna parte, irradia larga, come una candela in una stanza. Ma ognuna emette un'onda, e di un'onda si può decidere la fase, che vuol dire una cosa sola, se parte insieme alla vicina, o un pelo dopo. Tutte in fase, e il fascio va dritto in su. Sfasate un poco alla volta lungo la griglia, e il fascio si inclina, esattamente come il fronte dei sassi sul molo. E siccome la griglia è una griglia, e non una fila, sfasando anche nell'altro verso può puntare in qualunque angolo del cielo. Il molo, però, lancia i sassi una volta sola. Qui i ritardi si riscrivono in continuazione, molte volte al secondo, perché il bersaglio scappa a ventisettemila chilometri l'ora, e fra poco ne arriva un altro. Puntare, dentro quel coperchio, è aritmetica pura, mille numeri ricalcolati mentre il satellite corre. Questa cosa ha un nome tecnico, si chiama schiera in fase, una griglia di piccole antenne che orienta il fascio comune sfalsando gli istanti di partenza, senza muovere nulla. L'idea non è nuova, viene dai radar militari, dove costa quanto un aereo. La scommessa è stata portarla al prezzo di un oggetto da tetto di casa. Chi ha aperto uno di questi coperchi e ne ha sfogliato gli strati fino alla scheda madre ha detto una frase sola, ecco perché costa così tanto. E la stessa regola, forse, l'avete già in tasca, dal lato scomodo. Le cuffie antirumore ascoltano il rumore e producono l'onda rovesciata, creste contro gole, e la somma fa silenzio. Stesso conto, segno opposto. E dentro un telefono che lavora in quinta generazione ci sono mini-schiere in fase che fanno in miniatura quello che fa il coperchio sul tetto. Per cambiare direzione, quel coperchio non ha spostato niente. Ha cambiato l'ordine di partenza. Il pacchetto, adesso, è arrivato lassù. Ma se sotto quel satellite c'è solo oceano, e nessuna stazione a terra, dove va?

Laser dove c'è il vuoto, radio dove c'è l'aria

Il pacchetto adesso è lassù. Cinquecentocinquanta chilometri sopra la nostra testa, dentro un satellite che in questo momento sta passando sopra il Pacifico centrale. E qui comincia il guaio, perché sotto di lui c'è acqua. Acqua per duemila chilometri in ogni direzione. Per consegnare quello che porta, il satellite dovrebbe vedere insieme la nave che gli ha parlato e una stazione a terra. Ma a quella quota il pezzo di mondo che un satellite riesce a vedere si chiude in fretta, ed è un pezzo tutto di oceano, dentro non c'è nessuna stazione. Nessuna porta sotto. Il pacchetto è arrivato in orbita, e in orbita resta. Ecco il salto che è stato fatto, se sotto non c'è una porta, si passa di mano lassù. Il satellite accende un laser, lo punta sul satellite vicino, gli consegna i dati. Quello li passa al successivo, e così via, di mano in mano, finché uno della catena non vede una stazione a terra, e finalmente scende. Questi passaggi si chiamano collegamenti ottici, laser che portano i dati da un satellite all'altro attraverso il vuoto, senza mai toccare terra. Con questi laser, Starlink smette di essere un mucchio di ripetitori indipendenti, ciascuno che rimbalza verso il basso quello che riceve, e diventa una rete vera, con le sue strade interne, un pezzo di internet che sta fisicamente nello spazio. Ma adesso arriva la domanda che quasi nessuno si fa. Un laser, dicono le fonti, porta fra dieci e cento volte più dati di un fascio radio. Non è una misura che abbiamo fatto noi, è quello che dichiara la fonte, e così va presa. Però anche se fosse vero solo per sbaglio, solo nell'ordine di grandezza, la domanda resta in piedi, se il laser è così tanto più capace, perché non lo usano anche per scendere a terra? Per rispondere serve una cosa che quasi nessuno sa. La radio è luce. È luce con onde lunghissime, invisibile ai nostri occhi, e corre esattamente alla stessa velocità della luce che vediamo. Radio, microonde, infrarossi, i colori, i raggi X, è lo stesso identico fenomeno, cambia solo quante volte al secondo l'onda oscilla. Ed ecco il punto. La velocità della luce non si contratta, ce lo portiamo dietro da un pezzo, è il quarto di secondo del telegiornale, e non si contratta né con la radio né col laser. Quella è la stessa per tutti. Quello che si sceglie, scegliendo l'una o l'altro, sono due altre cose, quanta informazione ci sta dentro l'onda, e che cosa quell'onda riesce ad attraversare. E queste due cose vanno in senso opposto. Salendo di frequenza si guadagna, perché un'onda che oscilla più spesso offre più occasioni al secondo di caricarci sopra un uno o uno zero. Ma salendo di frequenza si perde, perché più l'onda è corta, meno riesce a passare attraverso le cose. Il mare lo fa vedere bene, con un'avvertenza prima di entrare nell'immagine. In mare l'ostacolo è grande, visibile, e l'urto si vede. In atmosfera invece si parla di goccioline microscopiche, e quello che succede non è un urto, è uno sparpagliamento. La luce non si ferma, si disperde in tutte le direzioni. E poi l'acqua non è il vuoto, da questa immagine non ci si porta via niente sulla velocità. Detto questo, guardiamo le onde del mare. Quelle lunghe, lente, passano sotto una boa senza accorgersene, la sollevano, la riabbassano, e proseguono per i fatti loro. Le increspature corte ci sbattono contro e si scompongono. Quello che conta è il rapporto fra la lunghezza dell'onda e la dimensione dell'ostacolo. E allora ecco il conto, una gocciolina d'acqua, per la luce di un laser, è un ostaccio enorme. Per un'onda radio è come se non esistesse. E questo, in fondo, l'avete già visto con i vostri occhi. Il Sole sembra giallo, non lo è, è bianco. Diventa giallo perché l'atmosfera sparge certe lunghezze d'onda prima delle altre. In nebbia gli abbaglianti fanno un muro bianco davanti alla macchina, mentre le luci di posizione bastano, stesso identico meccanismo, in una strada di campagna. La radio in modulazione di frequenza sfrigola in galleria mentre il telefono prende ancora. Il telecomando lavora a infrarossi, e se ci mettete una mano davanti smette di funzionare. Frequenze diverse, ostacoli diversi. Un laser è luce visibile, o quasi, nuvole, pioggia, perfino la nebbia lo disperdono. Le onde radio, con le loro creste lunghissime, passano in mezzo alle molecole d'acqua come se le molecole non ci fossero. E da qui la scelta, che non è un compromesso ma una divisione del lavoro. Fra satellite e satellite c'è il vuoto, non c'è niente da attraversare, e allora si usa il laser, e si prende tutto quello che offre. Per scendere fino all'antenna sul tetto ci sono cento chilometri d'aria con dentro le gocce, e allora si usa la radio, si porta meno, ma arriva. Non esiste il mezzo migliore. Esiste il mezzo migliore per quel tratto di strada. Undicimila satelliti, laser nel vuoto, tre lanci a settimana, sembra una rete che sta vincendo. Ma vince davvero?

La cannuccia e la manichetta

Vince davvero? Dipende da che cosa si misura. E per capirlo conviene lasciar cadere la parola veloce, perché dentro quella parola ce ne stanno due che non c'entrano nulla fra loro. Un rubinetto di casa le separa meglio di qualsiasi definizione. Una cosa è quanto ci mette l'acqua ad arrivare quando apri, giri la manopola e arriva subito, oppure giri e passi un momento prima che esca. Un'altra cosa è quanta ne esce al secondo, un filo sottile, oppure un getto che riempie un secchio in dieci secondi. Sono due misure diverse, eppure in bolletta le confondiamo sempre. La prima è il ritardo, quello che ci accompagnava da quando un corrispondente restava zitto davanti alla telecamera. La seconda è la capacità, quanta roba passa nel tubo in un secondo, non quanto in fretta comincia ad arrivare. È quella che manca all'appello, e arriva ora. E sul fondo degli oceani, intanto, c'è chi di capacità ne ha da vendere. I cavi sottomarini, tubi grossi come una manichetta antincendio, distesi sulle piane abissali da navi specializzate, e dentro fasci di fibre ottiche. Oltre seicento sistemi, per più di un milione e mezzo di chilometri in tutto. Dentro passa la quasi totalità di quello che l'Europa e l'America si dicono. Ora i due pezzi possono andare sul piatto della bilancia. Da una parte una cannuccia, te la porti alla bocca in un istante, ovunque tu sia. Dall'altra una manichetta, sta in un posto solo, ma svuota una piscina. Attenzione, però, perché l'immagine ha un limite, e va detto prima di appoggiarcisi. Cannuccia e manichetta, finché non si apre, sono entrambe piene d'acqua ferma, la differenza vera non è il tubo in sé, è in quanti lo dividete. E la cannuccia satellitare, a differenza di quella vera, si logora col tempo. Allora pesiamo. Sul ritardo vince Starlink, e su una tratta lunga vince due volte. La prima perché il segnale salta nel vuoto dello spazio. La seconda perché dentro il vetro di una fibra ottica la luce corre a circa due terzi della velocità che ha nel vuoto, non trecentomila chilometri al secondo, ma duecentomila. Sulla quantità, invece, perde. E non di poco, di ordini di grandezza. Le stime attribuiscono all'intera rete Starlink fra ventiquattro e quattrocentocinquanta terabit al secondo, da soli, i cavi che attraversano il Nord Atlantico stanno intorno a millequattrocentosettantasei. E secondo il regolatore americano delle comunicazioni, tutti i satelliti del mondo messi insieme valgono lo zero virgola trentasette per cento della capacità internazionale degli Stati Uniti. Meno di quattro parti su mille. E questo non è un difetto da correggere, è scritto nella struttura delle due cose. Un cavo serve solo chi ci sta sopra, e quando serve più capacità se ne posa un altro accanto, e buonanotte. Un satellite no. Un satellite divide la propria fra tutti quelli che ha sotto in quel momento, e sotto ne ha molti. E sopra c'è un imbuto in più, ascolta molte antenne insieme, ma verso il satellite vicino può sparare un fascio solo, e dentro quel fascio deve impacchettarci tutto. Poi resta l'ultima anomalia, quella che non si aggira. A cinquecentocinquanta chilometri l'atmosfera non è finita. È rarefattissima, ma c'è, e frena. Un satellite che smette di correggersi scende, e più scende più l'aria lo morde, finché l'attrito lo disintegra prima che tocchi terra, si chiama rientro atmosferico, ed è voluto, serve a non lasciare rottami permanenti nelle orbite che tutti usano. Ha però una conseguenza precisa, una parte dei lanci di ogni anno non fa crescere la costellazione, la rimpiazza. Non è un'opera che si finisce. È un'opera che si tiene in piedi. Un abbonamento, non un monumento. Ed è anche il motivo per cui, dopo quel tentativo dal geostazionario, negli anni Novanta nessuno era mai sceso più in basso. Il conto del ritardo lo sapevano fare tutti, come dicono quelli che lavorano in questo campo, non ci voleva un genio per capire che satelliti più bassi vogliono dire meno ritardo. Il collo di bottiglia non era l'idea. Era il prezzo del biglietto per l'orbita. Allora il cielo, messo tutto insieme, non è un secondo internet. È una scorciatoia sopra i buchi della mappa, oceani, aerei in volo, valli di montagna, tutti i posti dove il cavo non arriverà per decenni. E quel messaggio che parte da un telefono normale, in mezzo al nulla, senza antenna sul tetto e senza abbonamento speciale, con un satellite a cinquecentocinquanta chilometri che finge di essere un ripetitore dell'operatore, quello è esattamente un buco della mappa, riempito da sopra. Starlink vince sul tempo e perde sulla quantità. È la cannuccia più veloce del mondo, non la manichetta. E la prossima sera limpida, quando quella fila di puntini attraversa il cielo, sai che cosa stai guardando. E sai anche che fra qualche anno, quei puntini lì, non ci saranno più.

Sessanta puntini in fila sopra Leiden

La notte fra il 24 e il 25 maggio 2019, sopra la città olandese di Leiden, l'astronomo Marco Langbroek punta la macchina fotografica verso il cielo e riprende una cosa che nessuno aveva mai visto: una fila di sessanta punti luminosi che attraversa il buio in formazione ordinata. Ventidue ore e mezza prima, quei sessanta oggetti erano tutti insieme dentro lo stesso razzo, sulla rampa 40 di Cape Canaveral. Il Falcon 9 è partito alle 02:30 del 24 maggio — sera del 23 in Florida — e li ha rilasciati in blocco a poche centinaia di chilometri di quota, ancora stretti gli uni agli altri.

Chi li guarda da terra li descrive tutti allo stesso modo: una scia di luce.

La fila somiglia ai vagoni di un treno che non tocca niente. L'immagine regge per un pezzo, e va detto subito dove smette di reggere: nessun binario li tiene insieme, nessun gancio li attacca l'uno all'altro. Stanno in fila solo perché chi parte dallo stesso punto alla stessa velocità resta sulla stessa strada. Ognuno di quei sessanta oggetti percorre la sua , e sono orbite quasi identiche perché il rilascio è stato quasi identico. Basta un soffio di propulsore e la fila si scioglie: infatti dopo qualche settimana il treno non c'è più. Ciascuno è andato al posto suo.

C'è una seconda domanda che quasi nessuno si fa, guardandoli. Se lassù non c'è nessuno ad accendere una luce, perché si vedono? Non brillano: riflettono. Il Sole per chi guarda è già tramontato, ma a cinquecento chilometri più in alto il tramonto non è ancora arrivato, e quelle superfici lisce stanno ancora dentro la luce del giorno. È la stessa geometria che tiene accese le cime delle montagne quando a valle è buio. Non sono luci: sono sessanta specchi che ti mostrano un tramonto che tu hai già perso.

Oggi quei sessanta sono circa undicimila. Al 9 settembre 2026 in orbita ci sono 10.701 satelliti Starlink attivi — Starlink è ciò che sta in cielo, SpaceX è l'azienda che li lancia e li costruisce — su un totale di 16.199 oggetti attivi di ogni operatore e di ogni Paese. Starlink da solo pesa più di tutti gli altri messi insieme: agenzie spaziali, compagnie telefoniche, satelliti meteorologici, satelliti militari. Si sommano tutti, e restano meno. È una , e il numero cambia ogni settimana, perché ogni settimana ne partono altri e altri rientrano.

Undicimila. Il mestiere però non è nuovo: i satelliti per telecomunicazioni esistono dal 1965, e per sessant'anni ne sono bastati pochissimi. Tre satelliti, messi alla quota giusta e distanziati bene, coprono praticamente tutta la Terra abitata. Tre. È così che la televisione via satellite ha funzionato per decenni, ed è così che funziona ancora adesso, con quelle vecchie parabole arrugginite che stanno ancora appese ai muri delle case.

Da tre a undicimila: circa tremilaseicento volte tanto, per fare un lavoro che in apparenza è lo stesso — portare dati da qui a lì.

La risposta non è l'ambizione di qualcuno, e non è una trovata commerciale. È la conseguenza obbligata di un numero che nessun ingegnere può contrattare. Alla fine di questo numero quel conto lo sai fare da solo, e sai anche come fa un piatto piatto appoggiato sul tetto di casa, senza una sola parte in movimento, a inseguire un oggetto che gli attraversa il cielo in cinque minuti.

Ma prima c'è da sciogliere questa: undicimila oggetti per un lavoro che per sessant'anni ne ha richiesti tre. Se il lavoro è lo stesso, che cosa è cambiato?

Il quarto di secondo che nessuno può contrattare

La risposta comincia in un posto dove chiunque l'ha già vista, senza riconoscerla: il telegiornale della sera. Il conduttore in studio fa una domanda al corrispondente collegato da lontano. Il corrispondente non risponde. Resta lì, gli occhi dentro l'obiettivo, la faccia di chi aspetta qualcosa. Poi partono a parlare insieme, si fermano insieme, si scusano insieme. Quel vuoto non è imbarazzo. È strada.

Il segnale che porta la domanda non è materiale, ma non è nemmeno istantaneo: viaggia, e viaggia a . Trecentomila chilometri al secondo: sette volte e mezzo il giro completo della Terra, ogni secondo.

Quel collegamento passa da un . Per riuscirci deve stare a 35.786 chilometri sopra l'equatore: trentacinquemilasettecentottantasei chilometri, quasi tre volte il diametro della Terra. Non è una scelta di comodo — è l'unica quota a cui quel pareggio fra il giro del satellite e il giro del pianeta funziona.

Facciamo il conto insieme, un passaggio per riga.

La domanda sale dallo studio al satellite: 35.786 chilometri. Il satellite la rimanda giù al corrispondente: altri 35.786. Siamo a 71.572 chilometri, in cifra tonda settantunmila e mezzo. Ma una domanda senza risposta non è una conversazione: la risposta rifà la stessa strada al contrario, su e giù, altri 71.572. Il conto si fa sempre sul percorso completo — . Totale: circa 143.000 chilometri.

Adesso dividiamo 143.000 per 300.000. Fa 0,48 secondi. Quasi mezzo secondo di solo volo, prima che una macchina abbia elaborato alcunché — e da qui in avanti tutti i conti di questo numero lasciano fuori il tempo che ci mettono a ragionare i computer di rete: si dice una volta e non si ripete.

Quel mezzo secondo ha un nome: .

Trecentomila chilometri al secondo non si lasciano immaginare. Mezzo secondo sì: è il tempo che passa fra due battiti di mani. L'immagine però va presa per quello che è — due battiti di mani misurano un'attesa sola, tutta d'un pezzo, mentre questo mezzo secondo è fatto di quattro tratti di viaggio cuciti insieme. Anche contando solo il viaggio della domanda, su fino al satellite e giù dall'altra parte, restano 0,24 secondi: un quarto di secondo.

E qui la faccenda cambia natura. La velocità della luce non è una curiosità da libro di scuola: è una voce di costo che nessun investimento abbassa e nessun ingegnere negozia. Se il numero non si tocca, l'unica variabile che resta è la distanza. Cioè la quota.

Trecentomila chilometri al secondo sembrano infiniti finché non devi andare fino a trentaseimila e tornare: allora diventano mezzo secondo.

La vecchia parabola arrugginita ancora appesa al muro di casa fa quei 143.000 chilometri ogni volta. Eppure per trent'anni ha funzionato benissimo, e nessuno davanti al televisore ha mai sentito mezzo secondo di niente. Se mezzo secondo rompe una conversazione, perché non rompe un film?

A SpaceX Falcon 9 rocket carrying the company’s Dragon spacecraft is launched on NASA’s SpaceX Crew-10 mission to the International Space Station with NASA astronauts Anne McClain and Nichole Ayers, J
A SpaceX Falcon 9 rocket carrying the company’s Dragon spacecraft is launched on NASA’s SpaceX Crew-10 mission to the International Space Station with NASA astronauts Anne McClain and Nichole Ayers, J — foto: NASA/Aubrey Gemignani · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Mezzo secondo rovina una telefonata, non un film

La risposta è che un film non ti sta aspettando.

La sera in cui parte in ritardo, in salotto, nessuno se ne accorge: si preme il tasto, passa un attimo, comincia. Poi scorre. Il ritardo c'è ancora — mezzo secondo pieno, ogni fotogramma arriva mezzo secondo dopo essere partito — ma è sempre lo stesso, e va in una direzione sola. Dall'altra parte non c'è nessuno che aspetta una risposta. E poi c'è la seconda ragione, quella che rende il ritardo del tutto invisibile: il televisore non guarda il film mentre arriva, lo tiene da parte in una . Mentre si vede il minuto tre, nella scatola ci sono già il quattro e il cinque. Il segnale può inciampare, rallentare, arrivare a scatti: la scorta copre il buco. Un flusso a senso unico può accumulare vantaggio.

Una conversazione no. Una conversazione non ha nulla da mettere da parte, perché la frase successiva non esiste ancora: la deve dire l'altro, e l'altro non ha ancora sentito la tua.

Il pomeriggio, nella stessa casa, la videochiamata di lavoro. Uno parla; l'altro lo sente un quarto di secondo dopo; risponde; il primo lo sente un quarto di secondo dopo ancora. Mezzo secondo secco fra la fine di una frase e l'inizio dell'altra. Fra esseri umani mezzo secondo di silenzio non è niente: è esitazione, è imbarazzo, è disaccordo. Chi parla lo legge così e riparte per riempirlo — e riparte anche l'altro, che nel frattempo aveva cominciato. Si fermano tutti e due. Ricominciano tutti e due. «No, dicevi tu.» Il contenuto arriva tutto, intero, pulito: si perde solo il ritmo dei turni.

È come una chiacchierata con un interprete che traduce alla fine di ogni frase. L'immagine non regge fino in fondo, e conviene dirlo prima di appoggiarcisi: l'interprete aggiunge del suo — sceglie le parole, a volte fraintende — mentre qui il contenuto non si tocca, si perde solo il tempo. Tolto quello, la cosa è la stessa: tutto arriva, e la conversazione è morta lo stesso.

Poi c'è il moltiplicatore, e qui il conto smette di tornare. Se il ritardo è un quarto di secondo, aprire una pagina dovrebbe costare un quarto di secondo. Ne costa cinque, sei. La barra resta ferma qualche secondo e poi riempie la pagina di colpo: quei secondi fermi non sono contenuti, sono convenevoli. I programmi con cui un computer parla con un server, come dice chi li ha scritti, «non si scambiano un messaggio. Se ne scambiano decine» — chi sei, come ci parliamo, con quale chiave. È la , e ogni messaggio costa un ritardo pieno, andata e ritorno. Decine di andate e ritorni da un quarto di secondo l'uno: ecco i secondi interi.

Negli anni Novanta qualcuno provò a vendere internet dal cielo. I conti sulla distanza li aveva fatti giusti — erano gli stessi conti della televisione, che da lassù funzionava benissimo. L'errore fu un altro, e non era di aritmetica: aveva creduto che una conversazione fosse un flusso.

Il ritardo non si paga a chilometro: si paga a turno di parola.

E siccome il ritardo dipende dalla distanza, e la distanza dalla quota, la strada è una sola: scendere. Resta da capire quanto costa scendere.

Il prezzo della vicinanza: perché tre diventano undicimila

Scendere, allora. Ma scendere costa, e il conto si fa da sé — basta guardare da dove si guarda.

Dietro casa c'è una collina. Ci sali e vedi il paese, i campi, forse il campanile del paese dopo. Sali su un aereo di linea e dal finestrino, alla stessa ora dello stesso giorno, vedi la costa, la pianura intera, il temporale che sta arrivando da ottanta chilometri. La terra è la stessa. È cambiato quanto lontano arriva l'occhio, e cambia per un motivo solo: la Terra è curva, e da più in alto la curva ti nasconde di meno. È la frase che i tecnici usano tale e quale: la curvatura della Terra sta per oscurare la vista.

Un satellite guarda esattamente così. Non illumina il pianeta: vede la porzione di superficie da cui, stando laggiù col naso all'insù, lo si vede sopra l'orizzonte. Quella porzione ha un nome: .

Da 35.786 chilometri la calotta è enorme. Un satellite geostazionario vede quasi un intero emisfero, e tre satelliti distanziati regolarmente sulla stessa orbita coprono quasi tutta la Terra abitata — fuori restano le calotte polari, che da lassù si vedono di taglio o non si vedono affatto. Tre oggetti. Per tutto il pianeta.

Da 550 chilometri — sessantacinque volte più vicino — la calotta si stringe. Molto. E si aggiunge un secondo prezzo, più caro del primo.

Qui la collina smette di funzionare e va lasciata andare: la collina sta ferma sotto i piedi. Il satellite basso no.

La ragione è la domanda che nessuno fa: perché più un satellite è basso, più deve correre? In basso la strada da fare è meno, dovrebbe fare più comodo. Solo che un satellite non è appeso a niente. Sta cadendo verso la Terra, e la manca, perché mentre cade va anche di lato — e va di lato abbastanza da restare sempre alla stessa distanza mentre il suolo, sotto, si incurva via. Più è vicino, più forte la gravità lo tira: e più forte lo tira, più deve correre di lato per continuare a mancarla. A 550 km deve andare a ventisettemila chilometri l'ora, e un giro completo del pianeta gli dura circa 90 minuti. Un'orbita ogni novanta minuti: è il numero che chi costruisce queste cose ripete a memoria. Il geostazionario sta fermo sopra di noi perché il suo giro dura un giorno intero, come il nostro. A un'ora e mezza al giro, invece, non sta fermo sopra Milano: passa sopra Milano. Pochi minuti, ed è già altrove.

E non gli basta vedere te. Deve vedere insieme te e una a cui consegnare quello che hai chiesto, e a quella quota le due cose stanno nella stessa calotta per una finestra corta.

Metti insieme i due prezzi: ogni satellite vede poco, e quel poco cambia di continuo. Perché sopra ogni punto abitato ci sia sempre, in ogni istante, almeno un satellite visibile, non basta coprire la Terra una volta: bisogna coprirla e ricoprirla con oggetti che si danno il cambio senza interruzione.

È una staffetta. Nessun corridore fa tutto il giro, ma il testimone non tocca mai terra, perché quando il primo arriva il secondo è già partito. L'immagine regge per il cambio, non per la scena: qui i corridori non sono sulla stessa pista e non si passano niente di mano — stanno a centinaia di chilometri l'uno dall'altro, e quello che si passano non è un oggetto ma una conversazione già cominciata. Il telefono in autostrada fa lo stesso gesto al contrario: lì le antenne stanno ferme e a muoversi sei tu.

Da qui, circa undicimila satelliti.

E la scommessa, a questo punto, non era di fisica. Era di soldi. Il foglio di calcolo diceva tre: vuoi lanciare tre satelliti o tremila? Qualunque capitalista ragionevole sceglie il numero basso. Il salto è stato ribaltare il criterio: non minimizzare gli oggetti, che sono il costo che si vede, ma il ritardo, che è la qualità che si vende — scommettendo che qualcuno pagasse per dei millesimi di secondo.

SpaceX non ha voluto undicimila satelliti: ha voluto dei millesimi di secondo al posto di mezzo secondo, e undicimila satelliti sono quanto costano.

C'è però una conseguenza, sul tetto di casa. Se il satellite lassù cambia ogni pochi minuti, l'antenna deve stargli dietro, inseguirne uno, mollarlo, agganciare il successivo, tutto il giorno. E non la senti mai muoversi.

Due quote, alla stessa scala: il geostazionario e Starlink sopra il raggio terrestre

gamma97
dati: quota geostazionaria da Wikipedia/ESA (35.786 km); quota Starlink ~550 km da analisi RF indipendenti; raggio terrestre 6.371 km (costante) · elaborazione: gamma97
SpaceX’s Falcon 9 rocket and Dragon spacecraft launched from Launch Complex 40 at the Cape Canaveral Air Force Station, Florida, for their third official Commercial Resupply (CRS) mission to the orbit
SpaceX’s Falcon 9 rocket and Dragon spacecraft launched from Launch Complex 40 at the Cape Canaveral Air Force Station, Florida, for their third official Commercial Resupply (CRS) mission to the orbit — foto: SpaceX/Ron Lin · CC0 · via Wikimedia Commons · originale

L'antenna che punta senza muovere niente

Negli anni Ottanta, chi voleva la televisione via satellite si metteva in giardino un piatto grande come un gazebo. Per cambiare canale, quel piatto girava: il satellite del canale nuovo stava in un altro punto del cielo, e per guardarlo bisognava voltarsi verso di lui. Un'antenna che si muove per cambiare canale oggi sembra un'assurdità; allora era la normalità.

Di quei piatti è rimasta la versione piccola, la conca grigia ancora appesa a mezzo muro di mezza Italia, spesso solo per pigrizia o per affetto verso l'estetica dei primi anni Duemila. Guardala una volta con attenzione: davanti alla conca sporge un braccetto, e in cima al braccetto c'è una scatoletta. La conca non è l'antenna. L'antenna è la scatoletta. La conca serve a portarle il segnale.

Fa quello che fa il faro dell'automobile, al contrario. Nel faro c'è una lampadina piccolissima dentro uno specchio a conca, e lo specchio prende la luce che se ne andrebbe in tutte le direzioni e la rimanda tutta avanti, in un fascio. La conca sul muro raccoglie i raggi che le arrivano paralleli dal cielo e li fa convergere tutti in un punto solo, il . Il braccetto sporge per mettere la scatoletta esattamente lì. Un segnale che dopo trentaseimila chilometri è debolissimo arriva alla scatoletta moltiplicato per tutta la superficie della conca.

Funziona, a un patto: che il satellite stia fermo. La conca concentra ciò che le arriva da una direzione sola, e per cambiare direzione deve girare.

Ma il satellite a 550 km non sta fermo: attraversa il cielo da orizzonte a orizzonte in pochi minuti, e poi tocca al successivo. Un'antenna che lo insegua dovrebbe ruotare tutto il giorno, ogni giorno. Un motore, dei cuscinetti, un sistema di controllo, sul tetto di ogni abbonato, sotto la pioggia e il ghiaccio e il vento per vent'anni. Le grandi stazioni a terra lo fanno davvero, con antenne motorizzate. Ma come prodotto da mettere in centomila giardini è morto in partenza: puntare vuol dire muoversi, e muoversi costa manutenzione.

L'antenna di casa è un coperchio piatto, e non si muove mai. Il salto è stato sostituire il movimento con il tempo.

Prima dell'immagine che spiega come, il punto in cui l'immagine smette di funzionare: sull'acqua i cerchi si vedono a occhio, e con le onde radio non si vede niente, perché le oscillazioni sono miliardi al secondo. E un molo è una fila, una sola dimensione: inclina a destra e a sinistra e basta.

Una fila di persone su un molo, un sasso per uno. Li lasciano cadere tutti nello stesso istante: da ogni sasso parte un cerchio, i cerchi si incontrano, e dalla somma nasce un fronte d'onda dritto che si allontana perpendicolare al molo. Si ricomincia, stavolta lasciandoli cadere uno appena dopo il vicino: i cerchi sono gli stessi, il fronte è ancora dritto, ma è inclinato, e se ne va di traverso. Nessuno si è spostato di un passo. È cambiato solo l'ordine di partenza.

Sotto la superficie del coperchio corre una griglia a nido d'ape di circa 1200 antennine circolari, larghe pochi millimetri. Ognuna, da sola, non punta da nessuna parte: irradia larga e stupida, come una candela in una stanza. Ma ognuna emette un'onda, e di un'onda si può decidere la . Tutte in fase, e il fascio va dritto in su. Sfasate progressivamente lungo la griglia, e il fascio si inclina. La griglia è una griglia e non una fila: sfasando anche nell'altro verso, punta in qualunque angolo del cielo.

Il molo però si lancia una volta. Qui i ritardi si riscrivono in continuazione, molte volte al secondo, perché il bersaglio scappa a ventisettemila chilometri l'ora e fra poco ne subentra un altro. Puntare, dentro quel coperchio, è aritmetica: mille numeri ricalcolati mentre il satellite corre. Il nome tecnico della cosa è , e l'idea non è nuova: viene dai radar militari, dove costa quanto un aereo. La scommessa è stata portarla al prezzo di un oggetto da tetto di casa. Chi ha aperto uno di questi coperchi e ne ha sfogliato gli strati fino alla scheda madre ha detto una frase sola: ecco perché costa così tanto.

La stessa regola sta già nelle tue tasche, dal lato scomodo: le cuffie antirumore ascoltano il rumore e producono l'onda rovesciata, creste contro gole, e la somma fa silenzio. Stesso conto, segno opposto. E dentro un telefono che lavora in 5G ci sono mini-schiere in fase che fanno in miniatura quello che fa il coperchio sul tetto.

Per cambiare direzione non ha spostato niente: ha cambiato l'ordine di partenza.

Il pacchetto adesso è arrivato lassù. Ma se sotto quel satellite c'è solo oceano, e nessuna stazione a terra, dove va?

Laser dove c'è il vuoto, radio dove c'è l'aria

Il pacchetto è lassù, a 550 km, dentro un satellite che in questo istante sta passando sopra il Pacifico centrale. Sotto di lui c'è acqua per duemila chilometri in ogni direzione. Il satellite, per consegnare, dovrebbe vedere contemporaneamente la nave che gli ha parlato e una stazione a terra: ma a quella quota la calotta di visibilità si chiude in fretta, e dentro quella calotta non c'è nessuna stazione. Nessuna porta sotto. Il pacchetto è arrivato in orbita e lì resta.

Il salto è stato questo: se non c'è una porta sotto, si passa di mano lassù. Il satellite accende un laser, lo punta sul satellite vicino, gli passa i dati; quello li passa al successivo, e così avanti finché uno della catena non vede una stazione a terra. Sono i . Con loro Starlink smette di essere un insieme di ripetitori indipendenti, ognuno che rimbalza verso il basso quello che riceve, e diventa una rete con un instradamento proprio: un pezzo di internet che sta nello spazio.

Resta la domanda che nessuno si fa. La fonte dice che un laser porta fra dieci e cento volte più dati di un fascio radio — è un'affermazione della fonte, non una misura fatta da noi, e va presa così. Ma se è vero anche solo in ordine di grandezza: perché quel laser non lo usano anche per scendere a terra?

Prima serve una cosa che quasi nessuno sa. La radio è luce. È luce con onde lunghissime, invisibile ai nostri occhi, e corre esattamente alla stessa velocità. Radio, microonde, infrarosso, i colori che vediamo, i raggi X: lo stesso identico fenomeno, a diversa. Quindi fra radio e laser non si sceglie la velocità — quella è la stessa, e il quarto di secondo del telegiornale non si contratta in nessuno dei due modi. Si sceglie due altre cose: quanta informazione ci sta dentro, e che cosa l'onda riesce ad attraversare.

E le due vanno in senso opposto. Salendo di frequenza si guadagna: un'onda che oscilla più spesso offre più occasioni al secondo di portare un uno o uno zero. Salendo di frequenza si perde: più l'onda è corta, meno riesce a passare attraverso le cose.

Il mare lo fa vedere, con un avvertimento da dare prima. In mare l'ostacolo è grande, visibile, e l'urto si vede; in atmosfera si tratta di goccioline microscopiche, e quello che succede non è un urto ma una diffusione — la luce non si ferma, si sparpaglia in tutte le direzioni. E l'acqua non è il vuoto: da questa immagine non si porta via niente sulla velocità. Detto questo: le onde lunghe del mare passano sotto una boa senza accorgersene, la sollevano e la riabbassano e proseguono. Le increspature corte ci sbattono contro e si scompongono. Conta il rapporto fra la lunghezza dell'onda e la dimensione dell'ostacolo. Una gocciolina d'acqua è un ostacolo enorme per la luce di un laser, ed è trascurabile per un'onda radio.

Questo è già sotto gli occhi di tutti. Il Sole sembra giallo: non lo è, è bianco, e diventa giallo perché l'atmosfera diffonde certe lunghezze d'onda prima delle altre. In nebbia gli abbaglianti fanno un muro bianco e le luci di posizione bastano — stesso meccanismo, in una strada di campagna. La radio FM sfrigola in galleria mentre il telefono prende ancora; il telecomando lavora a infrarossi e smette se ci si mette davanti una mano. Frequenze diverse, ostacoli diversi.

Un laser è luce visibile o quasi: nuvole, pioggia, perfino la nebbia lo disperdono. Le onde radio, con le loro creste lunghe, passano fra le molecole d'acqua come se non ci fossero.

Da qui la scelta, che non è un compromesso ma una divisione del lavoro. Fra satellite e satellite c'è il vuoto: niente da attraversare, si usa il laser e si prende tutto quello che offre. Per scendere fino all'antenna sul tetto ci sono cento chilometri di aria con dentro le gocce: si usa la radio, si porta meno, ma arriva.

Non esiste il mezzo migliore: esiste il mezzo migliore per quel tratto di strada.

Undicimila satelliti, laser nel vuoto, tre lanci a settimana: sembra una rete che sta vincendo. Vince davvero?

La cannuccia e la manichetta

Vince davvero? Dipende da che cosa si misura. E qui la parola «veloce» va lasciata cadere, perché ne nasconde due che non c'entrano nulla fra loro.

Il rubinetto di casa le tiene separate meglio di qualsiasi definizione. Una cosa è quanto ci mette l'acqua ad arrivare quando apri: apri e arriva, o apri e passa un momento. Un'altra è quanta ne esce al secondo: un filo, o un getto che riempie un secchio in dieci secondi. Sono due misure diverse e in bolletta le confondiamo sempre. La prima è il ritardo, che accompagna questo numero dal secondo capitolo. La seconda è la , e arriva adesso.

Sul fondo dell'oceano, intanto, ci sono i cavi sottomarini. Sono tubi grossi come una manichetta antincendio, e dentro — così li descrive chi li posa — ci sono fasci di fibra ottica. Oltre seicento sistemi, più di un milione e mezzo di chilometri. Dentro passa la quasi totalità di quello che l'Europa e l'America si dicono.

Adesso i due pezzi si possono mettere sul piatto della bilancia. Da una parte una cannuccia: te la porti alla bocca in un istante, ovunque tu sia. Dall'altra una manichetta: sta in un posto solo, ma svuota una piscina. L'immagine ha un limite da dire prima di appoggiarcisi: cannuccia e manichetta sono entrambe piene d'acqua ferma finché non si apre, e la differenza vera qui non è la sezione del tubo — è con quanti lo dividi. E la cannuccia satellitare, a differenza di quella vera, si logora.

Sul ritardo vince Starlink, e su una tratta lunga vince due volte. La prima perché salta nel vuoto. La seconda perché dentro il vetro di una fibra la luce va a circa due terzi della velocità che ha nel vuoto: non trecentomila chilometri al secondo, ma duecentomila.

Sulla quantità perde di ordini di grandezza. Le stime attribuiscono all'intera rete Starlink fra 24 e 450 terabit al secondo; i soli cavi del Nord Atlantico stanno intorno a 1.476. E secondo il regolatore americano tutti i satelliti del mondo messi insieme valgono lo 0,37 per cento della capacità internazionale statunitense: meno di quattro parti su mille.

Il motivo è strutturale, non un difetto da correggere. Un cavo serve solo chi ci sta sopra, e se serve più capacità se ne posa un altro accanto. Un satellite divide la propria fra tutti quelli che ha sotto in quel momento. E sopra il satellite c'è un imbuto in più: ascolta molte antenne insieme, ma verso il satellite vicino può sparare un fascio solo, e deve impacchettarci dentro tutto.

Resta l'ultima anomalia, quella che non si aggira. A 550 chilometri l'atmosfera non è finita: è rarefattissima, ma c'è, e frena. Un satellite che smette di correggersi scende e brucia — il è previsto, e serve a non lasciare rottami permanenti nelle orbite più usate. Ha però una conseguenza precisa: una parte dei lanci di ogni anno non fa crescere la costellazione, la rimpiazza. Non è un'opera che si finisce, è un'opera che si tiene in piedi. Un abbonamento, non un monumento.

Ed è anche il motivo per cui, dopo quel tentativo dal geostazionario, negli anni Novanta nessuno era sceso più in basso. Il conto del ritardo lo sapevano fare tutti — non serviva nessuno, dice chi lavora in questo campo, per capire che satelliti più bassi vogliono dire meno ritardo. Il collo di bottiglia non era l'idea: era il prezzo del biglietto per l'orbita.

Il cielo, allora, non è un secondo internet. È una scorciatoia sopra i buchi della mappa: oceani, aerei, valli di montagna, zone dove il cavo non arriverà per decenni. E il messaggio che parte da un telefono normale in mezzo al nulla, senza antenna e senza abbonamento speciale, con un satellite a 550 chilometri che finge di essere un ripetitore dell'operatore — quello è esattamente un buco della mappa riempito da sopra.

Starlink vince sul tempo e perde sulla quantità: è la cannuccia più veloce del mondo, non la manichetta.

La prossima sera limpida, quando vedi passare la fila, sai che cosa stai guardando. E sai che fra qualche anno quei puntini lì non ci saranno più.

SpaceX CEO and founder Elon Musk unveils the Dragon V2 during a ceremony for the new spacecraft inside SpaceX headquarters in Hawthorne, Calif. The spacecraft is designed to carry people into Earth's
SpaceX CEO and founder Elon Musk unveils the Dragon V2 during a ceremony for the new spacecraft inside SpaceX headquarters in Hawthorne, Calif. The spacecraft is designed to carry people into Earth's — foto: NASA/Dimitri Gerondidakis · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Il terminale Starlink: la piastra, la griglia degli elementi, e il fascio che si inclina

gamma97
dati: geometria e conteggio elementi da analisi RF indipendenti e teardown (~1.200 elementi, stima; 1.280 includendo i perimetrali inattivi) — nessun dato ufficiale SpaceX · elaborazione: gamma97

Il viaggio di un pacchetto: dove il satellite è un ponte, e dove finisce il ponte

gamma97
dati: gateway e parabole da deposito regolatorio USA (99 stazioni pianificate in 40 Stati; 8 parabole a Los Angeles); quote orbitali da analisi RF indipendenti; investimento Google-Fidelity da NYT/Bloomberg, gennaio 2015 · elaborazione: gamma97

Sette anni di Starlink: i lanci, le generazioni, le soglie

gamma97
dati: lanci orbitali da Spaceflight Now (2019), Ars Technica (2023), Space.com (2025); V2 Mini da Gunter's Space Page; soglia 11.000 da SpaceDaily (19 agosto 2026); conteggio attivi da Jonathan's Space Report (9 settembre 2026) · elaborazione: gamma97
New York City is featured in this image photographed by an Expedition 39 crew member on the International Space Station. This detailed image reveals the narrow shape of Manhattan located between the H
New York City is featured in this image photographed by an Expedition 39 crew member on the International Space Station. This detailed image reveals the narrow shape of Manhattan located between the H — foto: NASA · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Capacità a confronto: l'intera costellazione Starlink contro i cavi del solo Nord Atlantico

gamma97
dati: 450 Tbps da Data Center Dynamics (2025); 24 Tbps da TeleGeography; 1.476 Tbps Nord Atlantico da UE Submarine Cables Expert Group (2025) · elaborazione: gamma97

A favore della tesi

  • Sulla scala, la misura è questa: 10.701 Starlink attivi su 16.199 payload attivi totali al 9 settembre 2026 — più di tutti gli altri operatori del mondo sommati — dopo il superamento degli 11.000 oggetti in orbita del 19 agosto 2026. Dietro c'è una motorizzazione del lancio senza precedenti: da 13 lanci orbitali nel 2019 a 96 nel 2023 a 165 nel 2025, con booster riusati sul 95% dei voli dell'ultimo anno. Il vantaggio architetturale è fisico: 550 km contro 35.786, cioè un tempo di andata e ritorno inferiore di quasi due ordini di grandezza. Il salto di capacità di lancio è in arrivo — Starship è progettata per 100-150 tonnellate in orbita bassa contro le 22,8 di Falcon 9. E la domanda è reale nei casi limite: connettività in Ucraina, servizio gratuito nelle aree colpite da disastri, uso durante il blackout iraniano del gennaio 2026.

Contro la tesi

  • Sulla quota di traffico effettiva, il quadro è impietoso: CircleID colloca SpaceX al diciottesimo posto mondiale con lo 0,7% del traffico internet, e giudica difficile che un qualsiasi operatore superi il 10%. Il dato FCC riportato da TeleGeography assegna a tutti i satelliti insieme lo 0,37% della capacità internazionale statunitense, contro oltre 600 sistemi di cavi per più di 1,5 milioni di chilometri. Il divario di capacità è strutturale: circa 450 Tbps per l'intera costellazione — o circa 24 secondo la stima TeleGeography — contro i circa 1.476 Tbps dei soli cavi nordatlantici. Il servizio diretto al telefono resta parziale, con voce in attivazione progressiva. E le proiezioni sui 100.000 satelliti e sul milione di StarMind sono dichiarazioni non accompagnate da alcun deposito regolatorio.

I verdetti

confermata

Il superamento degli 11.000 satelliti in orbita è datato 19 agosto 2026 e confermato da un conteggio indipendente di 11.102 al 27 agosto 2026. Sul primato assoluto, il catalogo McDowell al 9 settembre 2026 registra 10.701 Starlink attivi su 16.199 payload attivi totali: Starlink da solo supera la somma di tutti gli altri, circa 5.500. La percentuale precisa varia fra fonti e metodologie (54%-75%) perché cambiano data e criterio, «in orbita» contro «attivi».

confermata

L'orbita geostazionaria è a 35.786 km sull'equatore, quindi «oltre 35.000 km» è esatto. Le fonti tecniche collocano però i satelliti Starlink a circa 550 km, non 500: il rapporto che ne deriva è circa 65 volte, non 70. Il confronto di ordine di grandezza regge; il fattore esatto dipende dalla quota di riferimento scelta, ed è per questo che qui diciamo 65.

confermata

Le analisi tecniche indipendenti del terminale convergono su un phased array di circa 1.200 elementi, con conteggi fino a 1.280 includendo quelli perimetrali inattivi. Nessuna delle fonti raccolte è un documento SpaceX: sono stime da smontaggio e da analisi radio. La cifra resta compatibile con tutte le misure disponibili, ma non è un dato ufficiale, e in questo numero è dichiarata come stima ogni volta che compare.

incerta

Il fattore «cento volte» dipende da quale capacità Starlink si usa, e le fonti divergono di un ordine di grandezza: con i 450 Tbps indicati nel 2025 il confronto con i 1.476 Tbps dei soli cavi nordatlantici dà circa tre volte; con i circa 24 Tbps attribuiti da TeleGeography il rapporto sale verso le sessanta. Il divario a favore dei cavi è confermato in ogni scenario, la sua misura no.

Riferimenti

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  2. Here's a SpaceX Starlink Satellite Train Caught on Camera in the Night Sky — — 24-25 maggio 2019 — https://petapixel.com/2019/05/25/heres-a-spacex-starlink-satellite-train-caught-
  3. Jonathan's Space Report | Space Statistics — — 9 settembre 2026 — https://planet4589.org/space/stats/active.html
  4. SpaceX pushed its Starlink constellation past 11,000 satellites — — 19 agosto 2026 — https://spacedaily.com/t-starlink-passes-11000-satellites-august-2026/
  5. Geostationary orbit — https://en.wikipedia.org/wiki/Geostationary_orbit
  6. Inside the Starlink Dish (analisi RF indipendente) — https://abgoyal.com/posts/starlink-dish-rf-deep-dive/
  7. Starlink — Microwaves101 — https://www.microwaves101.com/encyclopedias/starlink
  8. Learn About Starlink Phased Array Antenna Terminal — https://www.radiowalkietalkie.com/news/learn-about-starlink-phased-array-antenna
  9. Overview of Starlink's Phased Array Antenna — https://www.linkedin.com/pulse/overview-how-starlinks-phased-array-antenna-dishy
  10. ESA — Geostationary orbit — https://www.esa.int/ESA_Multimedia/Images/2020/03/Geostationary_orbit
  11. Starlink satellites: Facts, tracking and impact on astronomy — — 27 agosto 2026 — https://www.space.com/spacex-starlink-satellites.html
  12. Starlink — Wikipedia — — giugno 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Starlink
  13. Satellites by Operator: Who Owns the Most? 2026 — https://orbitalradar.com/satellites-by-operator
  14. SpaceX shatters its rocket launch record yet again — 165 orbital flights in 2025 — https://www.space.com/space-exploration/private-spaceflight/spacex-shatters-its-
  15. SpaceX Wants to Handle the World's Broadband — Here's Why That's Unlikely — — 27 luglio 2026 — https://circleid.com/posts/spacex-wants-to-handle-the-worlds-broadband-heres-why
  16. Submarine Cable FAQs — TeleGeography — — 2026 — https://www2.telegeography.com/submarine-cable-faqs-frequently-asked-questions
  17. Starlink targets 2026 for terabit satellites — — 2025 — https://www.datacenterdynamics.com/en/news/starlink-targets-2026-for-terabit-sat
  18. UE Submarine Cables Expert Group — annex — — 2025 — https://table.media/assets/europe/submarine_cables_expert_group_mapping_risks_st
  19. Will new satellites end the dominance of submarine cables? — https://blog.telegeography.com/will-new-satellites-end-the-dominance-of-submarin
  20. Long March, Soyuz and Falcon rockets topped 2019's launch leaderboard — https://spaceflightnow.com/2020/01/02/long-march-soyuz-and-falcon-rockets-topped
  21. SpaceX launches two rockets three hours apart to close out a record year — — dicembre 2023 — https://arstechnica.com/space/2023/12/spacex-launches-two-rockets-three-hours-ap
  22. Starlink Block v2-Mini — https://space.skyrocket.de/doc_sdat/starlink-v2-mini.htm
  23. Starlink V2 Mini Twilight: Falcon 9 Launches Friday as Starship V3 Nears — — 3 settembre 2026 — https://www.techtimes.com/articles/326555/20260903/starlink-v2-mini-twilight-fal
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  26. SpaceX Plans To Operate 99 Starlink Gateway Stations Across 40 U.S. States — https://www.tesmanian.com/blogs/tesmanian-blog/cali-1
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  28. SpaceX Scores $1 Billion From Google, Fidelity — — 20 gennaio 2015 — https://www.bloomberg.com/news/articles/2015-01-20/musk-s-spacex-sells-10-stake-
  29. Elon Musk Says Starlink Will One Day End Up Becoming The Internet — — 26 maggio 2026 — https://finance.yahoo.com/sectors/technology/articles/elon-musk-says-starlink-on
  30. Elon Musk Predicts 90% of Internet Traffic Will Flow Through His Company — — 13 agosto 2026 — https://247wallst.com/investing/2026/08/13/elon-musk-predicts-90-of-internet-tra
  31. What Is Starmind? Elon Musk's AI Satellite Plan — — 2026 — https://optimusk.blog/blog/what-is-starmind-elon-musk-ai-satellite-plan/
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  41. TeleGeography Mythbusting: la cifra del 99% — — 2023 — https://resources.telegeography.com/2023-mythbusting-part-3