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12 settembre 2026

Bending Spoons ha firmato due assegni da oltre un miliardo in cinque settimane

Il 4 agosto Airtable per 1,285 miliardi di dollari, il 10 settembre Miro per 1,355: la società milanese di Luca Ferrari compra software americano in contanti mentre il settore tratta ai minimi, con 4,09 miliardi di debito netto sulle spalle e una crescita organica del 3%.

Il 4 agosto 2026 una società milanese quotata al Nasdaq da poche settimane firma per Airtable — il database che si usa come un foglio di calcolo — 1,285 miliardi di dollari in contanti; trentasette giorni dopo, il 10 settembre, firma per Miro, la lavagna condivisa delle riunioni a distanza, altri 1,355 miliardi. Bending Spoons, l'azienda di Luca Ferrari nata nel 2018 comprando app per telefoni, impegna 2,64 miliardi in cinque settimane mentre il software mondiale brucia duemila miliardi di capitalizzazione e Miro, valutata 17,5 miliardi nel gennaio 2022, passa di mano al 90% in meno. In cassa restano 793 milioni, sulle spalle 4,09 miliardi di debito netto e una crescita organica del 3%.

Bending Spoons ha firmato due assegni da oltre un miliardo in cinque settimane

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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L'uomo che non può dire il nome

L'undici settembre duemilaventisei, mattina europea. Luca Ferrari è dentro uno schermo. Camicia scura, una parete neutra alle spalle, quel ritardo di mezzo secondo che hanno tutti i collegamenti fra Milano e New York. Ferrari è l'amministratore delegato e cofondatore di Bending Spoons, e tra poco capiremo perché questo nome conta. Prima, guardiamolo. Dall'altra parte dello schermo c'è il conduttore di una grande televisione finanziaria americana, quella dove passano ogni mattina i mercati di New York. E non fa da spalla, attacca alla seconda domanda, con una formula che ha già in tasca. Aspira aziende di vecchia generazione a prezzo di saldo, così definisce quello che fa Ferrari. Nel gergo lo chiamano Hoover, come l'aspirapolvere, inghiottire aziende del passato spendendo poco. Ferrari respinge subito. Airtable e Miro, dice, sono aziende assolutamente moderne e in crescita, non è che compriamo solo marchi di vecchia generazione. Sono parole sue, dette in inglese in diretta, e la traduzione è questa. E poi, arrivato sul nome di Miro, si ferma a metà. Non posso parlare troppo di Miro, dice. L'acquisizione non è chiusa. Ed ecco la scena, tutta intera, un uomo che parla in televisione dell'affare più grande della sua storia recente, e non può davvero pronunciarlo. È vero, il perfezionamento è atteso nel quarto trimestre del duemilaventasei, e fino ad allora l'accordo è firmato ma non eseguito. Perché il giorno prima, il dieci settembre, a Milano, Ferrari ha firmato l'accordo definitivo per comprare Miro. Miro è una lavagna condivisa sullo schermo, quel foglio infinito su cui i team di duecentocinquantamila organizzazioni scrivono, incollano post-it, progettano insieme. Un pezzo del modo di lavorare di mezza Europa e dell'America che lavora. Il prezzo, un miliardo, trecentocinquantacinque milioni di dollari. Questo è il valore dell'azienda al netto della cassa che ci ha dentro, quello che chi compra chiama il prezzo totale dell'operazione. E tutto in contanti. Il comunicato ufficiale finisce a Washington, allegato a un documento depositato presso la Commissione americana che vigila sulla borsa. E i due consigli di amministrazione, uno a Milano, uno a San Francisco, dov'è la sede di Miro, hanno approvato all'unanimità. E questo è solo l'ultimo assegno. Perché cinque settimane prima, il quattro agosto, la stessa società aveva annunciato l'acquisto di Airtable, l'altro grande strumento di collaborazione digitale americano, per un miliardo, duecentottantacinque milioni di dollari. Anche quello tutto in contanti. E quell'operazione si è chiusa il quattro settembre, sei giorni prima di Miro. Facciamo il conto insieme. Trentasette giorni. Due miliardi e seicentoquaranta milioni di dollari impegnati. Trentasette giorni, due miliardi e seicentoquaranta milioni, teneteli, perché torneranno. Ma nello schermo, quella mattina, i miliardi non si vedono. Si vede un uomo che difende una parola. Il conduttore torna sui ricavi, sui soldi che entrano regolarmente. Poi cita Mark Twain, lo scrittore americano, su come la storia non ripete ma rima. Poi prova a trascinarlo sull'Europa. Non è un'intervista, è un braccio di ferro. E la domanda che resta appesa allo schermo, quando lo spengono, non è nessuna di quelle del conduttore. È un'altra. Se Luca Ferrari stia comprando bene, o se stia comprando perché deve comprare. Per capire che cosa non può dire, bisogna tornare indietro di ventiquattr'ore. A Milano.

Milano scrive a Washington

Ventiquattrore prima che quell'uomo si interrompesse a metà frase davanti a una telecamera, a Milano, qualcuno metteva la firma in fondo a un foglio. Il foglio comincia con una riga d'indirizzo, Milano, Italia, dieci settembre duemilaventasei, ed è scritto in inglese. Prova a tenerlo in mente, perché è un dettaglio che dice tutto, una società italiana che scrive all'autorità americana dei mercati, la Securities and borsa Commission, l'atto con cui compra un'azienda americana. Nella lingua dell'autorità, nel formato che quella autorità prescrive per le società straniere. Il documento viaggia come allegato di un modello che si chiama sei-K, e dentro quell'allegato c'è l'acquisto più grande che quell'uomo abbia mai fatto. Ma prima che il foglio partisse per Washington, si erano chiuse due porte di due stanze. In una stanza siede il consiglio di amministrazione di Bending Spoons, la società di Milano che compra. Nell'altra, a migliaia di chilometri, il consiglio di amministrazione di Miro, l'azienda americana che si vende. E qui la cosa diventa difficile da raccontare con il tono della cronaca, perché il risultato di quelle due riunioni è lo stesso, identico, da tutte e due le parti, approvazione all'unanimità. Due voti, nessun contrario, in nessuna delle due stanze. Fermati un secondo su questo. Chi sta vendendo un'azienda a un decimo del valore che le era stato riconosciuto quattro anni prima, e tra poco vedremo i numeri, non trova, intorno al proprio tavolo, una sola mano alzata per dire, aspettiamo. E intorno ai tavoli c'è tutto il resto della squadra. Il comunicato la elenca per nome, come si elenca una formazione. Dalla parte di chi compra, lo studio legale Latham and Watkins, la grande banca d'investimento francese Banca Nazionale di Parigi, quella che tutti chiamano BNP Paribas, la banca americana J.P. Morgan, la società di consulenza Ernst and Young, e un altro studio legale, McDermott Will and Schulte. Dalla parte di chi vende, lo studio legale Goodwin Procter e la banca Morgan Stanley. Facciamo il conto, sette apparati fra studi legali e banche d'affari, cinque da una parte, due dall'altra, ciascuno con la propria parcella e la propria firma in calce a un parere. Sette macchine di verifica messe in moto su un solo accordo. E il risultato, in entrambe le stanze, è un voto solo, tutti favorevoli, nessuno contrario. A quel punto restano le parole. E nel comunicato ce ne sono due, una per ciascuna parte del tavolo. La prima è di Luca Ferrari, il capo di chi compra, la sua società, Bending Spoons, ha sede a Milano. La frase è di quelle che si scrivono per i comunicati, ma è sua, parola per parola, è un privilegio, e una responsabilità non da poco, accogliere un prodotto che più di duecentocinquantamila organizzazioni hanno integrato nei propri flussi di lavoro. La seconda è di Andrey Khusid, l'uomo che Miro l'ha fondata e che adesso la consegna. Una riga sola in un documento di decine di pagine, la versione migliore di Miro deve ancora arrivare. Sono esattamente le due righe che ventiquattrore dopo, in collegamento video, Ferrari non potrà nemmeno ripetere per intero. E adesso, delle parole, restano i numeri. Il foglio che parte da Milano ne contiene due, non una.

Trentasette giorni

Il calendario, se lo si legge come un referto medico, dice questo. Il quattro agosto duemilaventisei, accordo definitivo su Airtable. Il quattro settembre, closing, cioè il perfezionamento dell'affare. E il dieci settembre, la firma su Miro. Facciamo i conti dei giorni, sei fra la fine di un affare e l'inizio dell'altro, e trentasette dal primo foglio all'ultimo. Trentasette giorni. Airtable costa un miliardo duecentottantacinque milioni di dollari, e si paga tutto in contanti. Miro costa un miliardo e trecentocinquantacinque milioni di valore d'impresa, l'enterprise value, e anche qui si paga in contanti. Se si sommano gli impegni che Bending Spoons firma in quelle cinque settimane e mezzo, il totale è due miliardi e seicentoquaranta milioni. Due miliardi e seicentoquaranta milioni in trentasette giorni, è più di quanto l'azienda abbia speso nei suoi primi sette anni di acquisti, messi insieme. E poi c'è la cifra che non torna. Il dieci settembre, i giornali titolano due numeri diversi sullo stesso affare, un miliardo e trecentocinquanta milioni da una parte, un miliardo e settecentonovanta dall'altra. E non è che uno dei due ha sbagliato. Nessuno dei due ha sbagliato. Il valore d'impresa, infatti, non è quanto vale la quota degli azionisti, quella che nel gergo si chiama equity value, cioè quello che i venditori incassano davvero. La distanza fra le due cifre è di quattrocentotrentacinque milioni di dollari, ed è la cassa netta che Miro si porta dietro. Soldi che stanno già sui conti dell'azienda che viene comprata, chi acquista se li trova in casa, e quindi il prezzo dell'attività gli scende di altrettanto, ma i venditori quei soldi li incassano lo stesso. Rifacciamo il conto insieme, piano, un miliardo e settecentonovanta milioni, meno quattrocentotrentacinque milioni. Un miliardo e trecentocinquantacinque milioni. Ecco, due titoli, un assegno solo. Conviene fissare anche le altre due distinzioni, perché reggono tutto il resto di questa storia. La prima, annunciare un affare non è averlo completato. Fra l'accordo su Airtable e il suo perfezionamento sono passati esattamente trenta giorni, e su Miro il perfezionamento è atteso nel quarto trimestre dell'anno. La seconda, la crescita di gruppo non è la crescita organica. Sono due misure diverse, e da qui in avanti bisognerà tenerle separate, perché su quella distinzione passeranno più di una discussione. Restano sul tavolo due domande aperte. La prima è la più semplice, ed è anche la più difficile, perché proprio adesso. Perché un uomo che ha sempre comprato, trentasette giorni fa ha cominciato a comprare così in fretta, due miliardi e seicentoquaranta milioni in cinque settimane e mezzo. Sta comprando bene, o sta comprando perché deve?

Il foglio di calcolo che non torna

C'è una scena che Ferrari descrive senza raccontarla. Ferrari è l'uomo che compra, l'acquirente della vicenda, quello che tra poco vedremo muoversi, un acquirente seriale di aziende. E descrive una scena che non è la sua, un investitore, uno qualsiasi, riapre il foglio di calcolo di un'azienda di software che tiene in portafoglio. Si siede davanti allo schermo e rifà le proiezioni di cassa riga per riga, una per una. E i numeri non tornano più. È l'intelligenza artificiale, dice Ferrari in collegamento, ad aver costretto molti investitori a tornare ai loro fogli di calcolo e a chiedersi se quei conti reggessero ancora. Poi aggiunge cinque parole, in inglese, perché è così che le ha dette, I think the answer was often no. Credo che la risposta sia stata spesso no. Provate a vederlo, quell'uomo seduto. Perché quel foglio di calcolo non si è riaperto in un momento qualsiasi, si è riaperto dentro una finestra di prezzo precisa, ed è la finestra del software fra il duemilaventicinque e il duemilaventisei. In dodici mesi il settore ha perso circa duemila miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa. Duemila miliardi. E dai primi mesi del duemilaventisei gli operatori hanno cominciato a chiamare quella paura con un nome, SaaSpocalypse, l'apocalisse del software in abbonamento. L'idea è semplice e brutale, se un modello generativo può presto ricostruire da solo uno strumento, perché pagarlo ogni mese? La paura, almeno, si lascia misurare. Prendete i multipli prospettici del settore, quante volte gli utili attesi del prossimo anno il mercato è disposto a pagare per un'azione, più il numero è basso, meno il mercato crede alla crescita futura. Ebbene, si sono compressi fino a ventidue virgola sette volte gli utili, scendendo sotto la media dell'indice S e P cinquecento per la prima volta nell'era del cloud. L'indice del software tecnologico del Nord America è arrivato a perdere fino al trentacinque per cento dal massimo di settembre duemilaventicinque. E sui mercati privati la mediana del rapporto fra valore d'impresa e ricavi è scesa a tre virgola due volte in giugno, quando il settore era entrato nel duemilaventisei a sei o sette. La metà. Meno della metà. Ora, Ferrari in televisione non nega niente di tutto questo. Distingue. Dice, la gente a volte semplifica un po troppo, dicendo che l'intelligenza artificiale è fatta di bit, quindi le aziende fatte di bit sono a rischio. Fin qui è la difesa. Ma la frase che viene subito dopo è di segno opposto, e la pronuncia lui, con la sua voce, Some of these businesses are extremely exposed to AI potentially in an existential way. Alcune di queste aziende sono estremamente esposte all'intelligenza artificiale, potenzialmente in modo esistenziale. Alcune. Lo dice un uomo che in trentasette giorni ha firmato per due aziende di software in abbonamento. Trentasette giorni, due firme. E nessuno, in studio, gli chiede quali siano le altre. Perché una di quelle due aziende, una sola, quattro anni prima era stata prezzata da un mercato che credeva esattamente il contrario.

Diciassette miliardi e mezzo

Il cinque gennaio duemiladiciassette. no, scusate, il cinque gennaio duemilaventidue. Miro, l'azienda della lavagna condivisa, la stessa che in questa storia verrà comprata, manda fuori un comunicato, è il round di finanziamento più grande della sua storia. Quattrocento milioni di dollari in nuova cassa, guidati da un fondo americano che investe in aziende tecnologiche già cresciute, e il nome di questo fondo è Iconiq, si scrive con cinque lettere maiuscole attaccate, ma si pronuncia così, Iconiq. E alla fine dell'operazione l'azienda vale, sulla carta, diciassette miliardi e mezzo di dollari. Tenete quella data, questo accade quattro anni e otto mesi prima della firma con Milano, quella che avete già sentito o che sentirete. Il prezzo del duemilaventisei, l'assegno da un miliardo e trecentocinquantacinque milioni, è un decimo di questo. Ma per ora siamo nel gennaio duemilaventidue, e nessuno lo sa. La lista di chi mette i soldi, in quel comunicato, sembra un elenco di garanzie. A guidare c'è Iconiq, il fondo di cui abbiamo appena detto. Poi Accel e Dragoneer, due grandi fondi di capitale di rischio americani. Poi il fondo sovrano di Singapore, quello che investe le riserve dello Stato, il suo nome per intero è Government of Singapore Investment Corporation, e in questa vicenda compare solo con le tre iniziali, ricordatele, perché le rivedrete sui documenti. Poi Technology Crossover Ventures, un fondo americano specializzato in software maturo, anche questo noto quasi solo con le iniziali. Nomi che chi fa questo mestiere riconosce a occhi chiusi. E poi due nomi che pesano più degli altri, perché non sono fondi, Atlassian e il braccio d'investimento di Salesforce. Due aziende di software che vendono negli stessi uffici dove vende Miro. Concorrenti nel listino, partner nell'integrazione. Sono loro, concorrenti e partner insieme, che finanziano l'azienda, l'azienda che nel settembre duemilaventisei verrà consegnata a un compratore italiano. Ma il numero da tenere a mente, adesso, non è il diciassette e mezzo. È un altro, quattrocentosettantasei. I milioni di dollari che Miro ha raccolto in tutta la sua vita. Dal primo giorno, il seminterrato, i primi clienti, fino a quel gennaio, quattrocentosettantasei milioni in totale. E il solo investimento di quel mese, da solo, ne vale quattrocento. Fate il conto, quasi tutto il capitale della storia di questa azienda entra in cassa in un unico mese. Non un mese qualunque, il mese più caro che il software in abbonamento abbia mai conosciuto. Poche settimane, e i multipli cominciano a scendere. E non smetteranno più. Veniamo al duemilaventisei, allora, perché la domanda più dura che viene rivolta a Ferrari, Roberto Ferrari, l'uomo che compra, in collegamento televisivo riguarda proprio questo punto, Microsoft, Canva, Figma. Cioè, chiunque può mettere una lavagna condivisa dentro un prodotto che il cliente ha già comprato. Che cosa resta a Miro? La risposta di Ferrari non contesta la premessa. Ascoltatela, perché la dice in inglese e poi la traduco, se alcune di queste grandi aziende tecnologiche sono dominanti da quel punto di vista, noi ci limiteremo a servire i clienti nel modo migliore possibile. Nessuna strategia scritta da qualche parte, nessuna contromossa, servire bene. E qui il cerchio si chiude da solo. Nel gennaio duemiladiciassette. scusate ancora, nel gennaio duemilaventidue, la testa scappa sempre verso le date sbagliate, in questa storia, davanti alla stessa identica concorrenza, Microsoft, Canva, Figma, tutti già lì, sette investitori avevano guardato quella lavagna e scritto un numero, diciassette miliardi e mezzo. Quel valore, quattro anni e otto mesi dopo, sarebbe stato consegnato a un decimo del prezzo.

La versione migliore deve ancora arrivare

Il dieci settembre, a Milano, dall'altra parte di quel tavolo, c'è un uomo che firma la cessione della propria azienda e mette nel comunicato una frase sola. Si chiama Andrey Khusid, e non è un dirigente qualunque, ha fondato Miro insieme ai suoi soci e la guida come amministratore delegato da sempre, da quando era una lavagna condivisa che pochi conoscevano fino a farla entrare nelle riunioni di mezzo mondo. La frase che sceglie per annunciare di averla venduta è questa, La versione migliore di Miro deve ancora arrivare. È l'unica voce del venduto in tutto il materiale dell'operazione. Una riga in un documento che ne contiene decine, incastrata fra i nomi dei sette studi legali e delle banche intorno al tavolo, i due dalla sua parte e i cinque dall'altra. Khusid la pronuncia nel momento esatto in cui cede il controllo dell'azienda che ha costruito. E il conto che sta firmando, mentre la pronuncia, è questo, il valore dell'equità, cioè il prezzo pagato per l'azienda, è di un miliardo e settecentonovanta milioni. Mentre nel gennaio del duemiladiciassette. no, fermiamoci, e rendiamo il conto per intero, perché è il conto che decide tutto, nel gennaio del duemilaventidue, quella stessa azienda valeva diciassette miliardi e mezzo di dollari. Adesso ne vale uno e settecentonovanta. Significa che sul prezzo di allora è stato cancellato circa il novanta per cento, novanta dollari su cento, scomparsi. In quattro anni e otto mesi. Ma attenzione, perché qui la storia fa una curva. I numeri dell'azienda che Khusid consegna dicono un'altra cosa, rispetto a quel prezzo. Più di settecentocinquanta clienti pagano oltre centomila dollari l'uno di ricavi ricorrenti annui, cioè di quanto l'azienda incassa in un anno dagli abbonamenti già attivi. Quattro milioni di utenti paganti, su più di cento milioni di utenti complessivi. E soprattutto, quasi il novanta per cento di tutti i ricavi viene dalla clientela business ed enterprise, non da singoli che si abbonano a nove dollari al mese e disdicono a marzo, ma da uffici acquisti che rinnovano contratti. In tutto, circa seicento milioni di dollari di ricavi ricorrenti annui. Ripetiamolo, perché è il punto, Miro del duemilaventisei fattura più di Miro del duemilaventidue, quella stessa azienda che nel frattempo vale il novanta per cento in meno. Non è un'azienda che si è sgonfiata. È una lavagna condivisa dentro i flussi di lavoro di duecentocinquantamila organizzazioni, con quasi tutto il fatturato agganciato a contratti aziendali. La cifra che scivola, allora, non è la sua. È il prezzo che il mondo le mette accanto. Nel gennaio del duemilaventidue, sette investitori avevano scritto diciassette miliardi e mezzo guardando una proiezione, una speriera di crescita tracciata su un grafico. Nel settembre del duemilaventisei, un compratore italiano ne scrive uno e settecentonovanta guardando un bilancio, fatturato vero, contratti firmati, incassi che entrano. Stessa azienda, due mercati. E resta un ultimo conto, che il comunicato di Khusid non fa, e che nessuno dei due lati del tavolo mette per iscritto, quanto, di quei mille e settecentonovanta milioni, è stato pagato per ogni dollaro di ricavo. Perché è lì, in quel rapporto fra il prezzo e quello che l'azienda incassa davvero, che si capisce se chi ha comprato ha fatto un affare, o qualcos'altro.

Due virgola sette, due virgola ventisei

Il conto stavolta si fa con una calcolatrice, e bastano due divisioni. Prendete il primo acquisto, quello di Airtable, l'azienda americana di software per il lavoro in gruppo comprata a inizio agosto. Prezzo, milleduecentottantacinque milioni di dollari. Ricavi ricorrenti annui, secondo le stime di settore, circa quattrocentottanta milioni. Fate la divisione, viene due virgola sette. Airtable è costata due virgola sette volte quello che fattura in un anno. Adesso prendete il secondo, Miro, l'altra azienda americana di software collaborativo, quella del nome che non si può pronunciare in televisione. Valore complessivo dell'operazione, quello che in inglese si chiama enterprise value, cioè tutto ciò che l'acquirente si prende carico, prezzo più debiti, milleduecentocinquantacinque milioni di dollari. Ricavi ricorrenti annui, circa seicento milioni. Divisione, due virgola ventisei. Due virgola sette, due virgola ventisei. E fra le due divisioni sono passate cinque settimane. Il quattro agosto duemilaventasei Bending Spoons, l'azienda milanese che compra, annuncia Airtable. Il dieci settembre firma Miro. Trentasette giorni, duemilaseicentoquaranta milioni di dollari impegnati in cinque settimane. E in mezzo, in quei trentasette giorni, non è cambiato nulla nel mestiere, due aziende americane di software per lavorare in gruppo, tutte e due in crescita, tutte e due con quasi tutto il fatturato agganciato a contratti aziendali, le stipule a lungo termine con le grandi organizzazioni, quelle che non scivolano via quando arriva una crisi. Lo stesso compratore, lo stesso libretto degli assegni, la stessa mano che firma in contanti. Due oggetti simili, comprati a un mese di distanza. E il secondo è costato meno, per ogni dollaro di fatturato, del primo. L'undici settembre, il giorno dopo la firma di Miro, Luca Ferrari, l'amministratore delegato di Bending Spoons, quello che il giorno prima non poteva nominare l'azienda appena comprata, è in collegamento video e spiega perché questo è il momento di comprare. Le valutazioni di un tempo, dice, non stavano in piedi, non si potevano giustificare quelle valutazioni sulla base di nessuna proiezione ragionevole dei flussi di cassa, era un modo speculativo di acquistare e investire in quelle aziende. E spiega anche perché nessuno gli fa concorrenza, i fondi di private equity, il capitale che compra aziende per rivenderle, hanno molti asset che devono vendere e poco denaro pronto a comprarli. Sul costo del denaro è ancora più preciso, qualche centinaio di punti base di rialzo dei tassi non è granché rilevante, ma se le valutazioni sono più basse del trenta, quaranta per cento, quello è un enorme vantaggio per chi compra. È la tesi del momento giusto, i prezzi si sono normalizzati, chi ha i contanti in mano passa alla cassa. E il listino dei prezzi, in effetti, gli dà ragione. C'è una riga che lo verifica, una sola, ad agosto duemilaventasei la mediana del settore, quanto vale in media un'azienda rapportata a quello che fattura in un anno, sta a quattro virgola sei volte i ricavi. A giugno, il minimo, era tre virgola due. Il settore era entrato nel duemilaventasei a sei o sette volte. Bending Spoons compra a due virgola sette la prima volta, e a due virgola ventisei la seconda, sotto la mediana la prima, più sotto la seconda. Un limite, però, va detto a voce alta, perché il conto poggia su terreni diversi. I seicento milioni di ricavi di Miro stanno scritti nel comunicato del dieci settembre e nel deposito ufficiale presso l'autorità americana che vigila sui mercati finanziari, la Securities and borsa Commission, sono una cifra dichiarata, verificabile. I quattrocentottanta milioni di Airtable sono una stima di settore, e nessuna fonte primaria la conferma. Quindi il due virgola sette regge quanto regge una stima. Il due virgola ventisei, invece, è aritmetica pura su due numeri dichiarati. Resta il fatto centrale, quello che nessuna stima può incrinare, le due divisioni le ha fatte la stessa mano, a trentasette giorni di distanza, e la seconda è più bassa della prima. Ferrari dice che le valutazioni di oggi sono ragionevoli. Il suo listino dice che fra agosto e settembre sono scese ancora, e che lui ha pagato di conseguenza. Meno per ogni dollaro di ricavo, la seconda volta. Trentasette giorni, duemilaseicentoquaranta milioni, e un prezzo che scende mentre la mano firma. E però. C'è una serie di prezzi, nella storia di questi trentasette giorni, che con la tesi del momento giusto non va d'accordo. Per niente.

Il giorno dopo il massimo

Il tre agosto duemilaventisei il fondo quotato che raccoglie le maggiori società software americane tocca quota centonove virgola novantotto. È il punto più alto di tutta l'estate. Il giorno dopo, il quattro agosto, Bending Spoons firma l'acquisto di Airtable. Sono le stesse cinque settimane che abbiamo già attraversato, ma se le si legge sul grafico dei prezzi raccontano una storia diversa da quella del compratore che arriva mentre tutti scappano. Il primo aprile quell'indice stava a ottantatré virgola ottantanove. Il primo settembre, nove giorni prima della firma su Miro, sta a centouno virgola cinquantadue, circa il ventun per cento in più, in cinque mesi. Non è un rimbalzo di giornata, è una linea che sale da mesi. E non sale soltanto ciò che si compra in Borsa. Sul mercato privato, dove i prezzi non si leggono su uno schermo ma si ricavano dalle operazioni effettivamente chiuse, il valore mediano delle società software rispetto ai loro ricavi, l'enterprise value, come lo chiamano gli analisti, tocca il fondo a tre virgola due volte i ricavi nel mese di giugno. Ad agosto è già salito a quattro virgola sei. Il fondo c'è stato davvero. Ma a giugno era già passato. Quando arrivano le due firme, il quattro agosto e il dieci settembre, su entrambe le misure i prezzi risalgono da mesi. E questo non smonta la tesi, le due virgola ventisei volte i ricavi ricorrenti pagate per Miro restano sotto la mediana del mese, e chi compra sotto la mediana compra bene comunque. Ma ne cambia la natura. Ferrari non è un compratore che ha raccolto sul minimo. È un compratore che ha raccolto in risalita, con la stessa mano che, il giorno prima del primo assegno, vedeva il software americano al massimo di stagione. E nell'intera intervista dell'undici settembre, nessuno glielo fa notare. Nessuno gli chiede se sa di aver firmato il giorno dopo il massimo. Il conduttore, però, una cosa gliel'ha chiesta. E non gliel'ha lasciata passare.

Mark Twain in collegamento

Il conduttore ci riprova con la storia delle aziende di vecchia generazione comprate a prezzo di saldo, e quella risposta se l'è già sentita rimandare indietro alla seconda domanda. Ma non molla. Torna sui ricavi ricorrenti, torna sui prezzi, e a un certo punto mette in bocca a Ferrari una previsione, come se il conduttore stesse guardando avanti, a un mercato che scenderà. La risposta gli arriva addosso prima ancora che la frase sia finita. No, no, no. I'm not looking forward actually, Luca, I'm looking backwards. I'm looking at the rhyming of history as Mr. Twain said. No no no, non sto guardando avanti, Luca, sto guardando indietro, guardo il rimare della storia come diceva il signor Twain, guardo com'è finito ogni boom di investimenti in capacità produttiva mai visto. È il momento in cui il collegamento smette di essere un'intervista. Il conduttore, che nel materiale non ha nome, ha solo una voce e un mestiere, non sta chiedendo a Ferrari che cosa pensa. Gli sta dicendo che il passato è una legge, che i boom di spesa in capacità finiscono tutti allo stesso modo, e che quindi chi ha pazienza comprerà più a buon mercato di lui. E Ferrari usa lo stesso identico passato per tirare la conclusione opposta. Se c'è una cosa in cui gli esseri umani sono stati pessimi a fare previsioni, dice, è, chiamiamole così, le tendenze macroeconomiche. Per il conduttore la storia insegna dove si va a finire. Per Ferrari la storia insegna che nessuno sa dove si va a finire. La stessa materia, due letture che non si toccano mai. Poi Ferrari sposta il piano dalla tesi al calendario. So it could be waiting multiple years, dice, and what do we do? Quindi si potrebbe aspettare per diversi anni, e nel frattempo cosa facciamo? Quella non è una domanda retorica. È la descrizione del suo mestiere. È la domanda di un uomo che ha appena impegnato due virgola sessantaquattro miliardi in trentasette giorni. Un compratore seriale che smette di comprare non è un compratore paziente, è un'azienda ferma. E in quei secondi nessuno dei due ha ancora ragione. La profezia del conduttore non si è avverata, e la scommessa di Ferrari non si è ancora chiusa, la firma definitiva su Miro è attesa entro la fine dell'anno. Più avanti il conduttore prova due volte a portarlo sull'Europa, e due volte Ferrari risponde che quei numeri non li segue. Ed è in mezzo a quello scambio che affiora la cosa più piccola di tutta l'intervista, e l'unica che li mette nella stessa stanza, si erano già dovuti incontrare, a un convegno sui mercati privati, e Ferrari quel giorno era arrivato tardi. Credo che alla fine tu ci sia arrivato, dice il conduttore, so che c'erano stati problemi di volo. Due uomini che si erano mancati una volta di persona, e che adesso si trovano da una parte e dall'altra di uno schermo, a discutere se la storia rima. In tutta la diretta, quel conduttore è l'unico che gli dice di no. Ma non era l'unico ad avergli detto di no. Un mese prima, qualcuno l'aveva fatto con nome, cognome e un numero.

Trentanove dollari

Dall'altra parte dell'Atlantico, quel no era arrivato per iscritto. E con una cifra sotto. Il dodici agosto duemilaventisei esce una nota di ricerca di BofA Securities, il braccio mercati della banca d'affari americana. La firma Omar Dessouky, analista di Bank of America. Il suo giudizio su Bending Spoons scende a underperform, sottoperformare, nel linguaggio delle note di ricerca, è l'invito a vendere il titolo. E accanto al giudizio c'è il numero che rende la frase misurabile. Obiettivo di prezzo, trentanove dollari. Su un titolo che quel giorno viene scambiato vicino ai quarantanove. Tradotto, Dessouky sta scrivendo che Bending Spoons vale un quinto in meno di quanto costa sul mercato. In giornata, le azioni di Bending Spoons perdono l'otto per cento. Adesso mettiamo le date in fila, perché si toccano quasi. Il declassamento arriva il giorno prima dei conti trimestrali, quei conti che diranno ricavi più che raddoppiati rispetto all'anno prima. Arriva otto giorni dopo l'annuncio dell'acquisto di Airtable. Arriva un mese prima della firma su Miro, l'ultima tappa di quella corsa di trentasette giorni che doveva portare due virgola sessantaquattro miliardi di dollari dalla parte del compratore. Il quadro è questo, il mercato frena, e l'azienda accelera. E le due cose accadono nella stessa finestra di trenta giorni. A questo punto bisogna dichiarare quello che il racconto non ha. La serie completa dei prezzi del titolo fra luglio e settembre non è stata ricostruita, restano tre punti documentati, soltanto tre. Ventinove dollari il primo luglio, all'apertura sul Nasdaq, il mercato americano dove il titolo è quotato. L'intorno dei cinquantatré l'undici agosto, il giorno prima della nota. E trentanove virgola sessantasette il dieci settembre. Tre punti non fanno una linea, che cosa sia successo in mezzo, quanto in fretta, con quali rimbalzi, non lo si sa. E non si arrotonda. Ma il terzo punto è la data che conta. Il dieci settembre è il giorno del comunicato che parte da Milano, datato appunto dieci settembre duemilaventisei, e va a Washington. È il giorno dell'assegno più grande dell'anno, il giorno in cui Miro cambia padrone. E quel giorno, il titolo di Bending Spoons chiude a trentanove virgola sessantasette dollari. Ferma qui un secondo. Sessantasette centesimi sopra l'obiettivo di prezzo che quattro settimane prima accompagnava l'invito a vendere. L'analista aveva scritto trentanove. Il titolo si ferma a trentanove e sessantasette. Il giorno esatto dell'assegno. Dessouky non conosceva quel calendario quando ha scritto il numero. Non poteva sapere che il dieci settembre era il giorno in cui sarebbero usciti due virgola sessantaquattro miliardi di dollari dalla cassa di chi stava declassando. Il numero ci è arrivato lo stesso. Per capire se quell'analista aveva ragione, bisogna guardare da dove escono i soldi degli assegni.

L'opposto polare

Bisogna tornare al tredici agosto duemilaventisei, al giorno in cui Bending Spoons, l'azienda di Luca Ferrari, quella che ha appena comprato Miro, deposita i conti del secondo trimestre. Il documento, se lo si guarda bene, si legge come due colonne affiancate. A sinistra quello che si può ancora spendere. A destra quello che si deve già. A sinistra, per primo, il contante, settecentonovantatré milioni di dollari di cassa. Poi un miliardo e duecentottanta milioni di linee revolving ancora disponibili, un fido bancario che si può prelevare, rimborsare e prelevare di nuovo, come una carta di credito d'azienda. Poi un miliardo e cento milioni netti incassati con la quotazione al Nasdaq, il mercato azionario americano dove le azioni dell'azienda hanno iniziato a traded il primo luglio. Si somma tutto, e viene fuori circa tre miliardi di dollari di potenza di fuoco. A destra, invece, il peso, quattro miliardi e ottocentottanta milioni di dollari di debito a lungo termine. Se si toglie la cassa, restano quattro miliardi e novanta milioni. La leva finanziaria è due virgola quattro volte. E in mezzo alle due colonne c'è una cifra che il bilancio del tredici agosto non contiene ancora, perché arriva dopo, ed è quella dei due miliardi e seicentoquaranta milioni di impegni firmati in cinque settimane, Airtable il quattro agosto, Miro il dieci settembre. Quasi tutta la colonna di sinistra, promessa via in un mese e mezzo. Tre miliardi di disponibilità da una parte, due virgola sessantaquattro già impegnati in cinque settimane, e dall'altra quasi cinque miliardi di debito, è questo il quadro intero. Dentro la colonna di sinistra c'è anche una riga più piccola, che merita uno sguardo da vicino. Il prospetto di quotazione depositato in aprile stimava un incasso netto di novecentotrentatré milioni di dollari, mille e settantanove nell'ipotesi più generosa, quella in cui le banche esercitavano per intero l'opzione di sovrallocazione. Sul conto corrente, il primo luglio, ne arrivano invece un miliardo e cento milioni, cinquantasette milioni novecentosettantunomila quindici azioni a ventinove dollari l'una, di cui ventitré milioni cinquecentosettantaduemila trecentosettantacinque vendute da azionisti che erano già dentro, per un incasso lordo di un miliardo e seicentottanta milioni. Fra la carta di aprile e il conto di luglio, dunque, quasi centosettanta milioni in più del previsto. Cinque settimane dopo, erano già impegnati. Due giorni dopo l'assegno di Miro, l'undici settembre, in collegamento con una rete televisiva finanziaria americana, la CNBC, Luca Ferrari descrive la sua azienda così, we have never really been a financial engineering operation, we're almost the polar opposite of that. Non siamo mai stati davvero un'operazione di ingegneria finanziaria, ne siamo quasi l'opposto polare. E il motivo, spiega, è che creare valore operando le aziende invece che facendo leva sul debito ha due vantaggi, I think it's both more fun and it tends to be more resilient to market cycles, credo che sia insieme più divertente e tenda a essere più resistente ai cicli di mercato. Divertente è una parola che nel bilancio non compare da nessuna parte. Al suo posto, alla voce debito a lungo termine, ci sono quei quattro miliardi e ottantotto milioni di dollari. Ma una macchina che spende così tanto dovrebbe guadagnare in proporzione. E nel bilancio del tredici agosto c'è un numero, uno soltanto, che dice quanto guadagna davvero. È lì che bisogna guardare adesso.

Ventidue milioni

Il primo conto lo fa qualcuno da fuori, prima che la storia arrivi a Miro. Il sei luglio duemilaventisei, cinque giorni dopo che Ferrari ha suonato la campana del Nasdaq, con il titolo che viaggia ancora sopra i cinquanta dollari, Shivaram Rajgopal, un professore che scrive per Forbes, mette nel titolo del suo pezzo due cifre che nessuno aveva ancora messo sulla stessa riga. Da un lato tre virgola tre miliardi di dollari, i soldi spesi per comprare America Online, il colosso internet che negli anni Novanta portò il web nelle case americane e che tutti conoscevano solo con le sue tre iniziali, Vimeo ed Eventbrite. Dall'altro ventidue milioni, il profitto pro-forma del duemilacinque. Nessuno dei due numeri è contestato, perché vengono entrambi dai documenti dell'azienda. Rajgopal non commenta quasi. Li mette accanto, e li lascia lì. Accanto a quel titolo, la prima riga dei conti del secondo trimestre dice l'altra metà della storia. Settecentoquattro milioni e centocinquantacinquemila dollari di ricavi contro trecentoundici milioni dell'anno prima. Più centoventisei per cento. La macchina cresce enormemente e guadagna quasi nulla, e le due cose non si contraddicono, anzi, crescere comprando è esattamente il modo in cui i ricavi raddoppiano mentre il profitto resta fermo dove sta. Ma c'è un secondo numero, nello stesso trimestre, che si legge ancora peggio del primo. Sta alla voce oneri di riorganizzazione, settantacinque virgola otto milioni di dollari. E non riguarda una società sola, cinque insieme. America Online, Brightcove, Eventbrite, Vimeo, WeTransfer. Cinque uffici, cinque volte la stessa riunione, nello stesso trimestre. Adesso prendete il comunicato del dieci settembre, quello che annuncia Miro, e mettetelo sopra questa cifra. Perché Ferrari ci ha scritto una frase, lì dentro, Acquisiamo aziende con l'intenzione di possederle e gestirle nel lungo periodo, e Miro non farà eccezione. Possedere a lungo. Riassettare subito. I due tempi stanno nello stesso documento aziendale, a qualche pagina di distanza, e non si parlano. La forma concreta di quei settantacinque virgola otto milioni ha anche una data e un luogo. Febbraio duemilaventisei, da America Online escono più di cento persone. L'azienda era stata comprata quattro mesi prima, per un miliardo e mezzo di dollari. Quattro mesi. È il tempo che separa l'acquisto dalla riorganizzazione, dentro una frase che parla di lungo periodo. E va detto anche quello che non si sa. Su che cosa sia successo dentro Evernote e dentro WeTransfer, prima e dopo il passaggio di mano, fra i documenti raccolti non c'è nulla di verificato, né il numero delle uscite, né i conti di quelle società prima dell'acquisto. Restano fuori. E restano vuote. Rajgopal ha pubblicato il suo accostamento mentre il mercato festeggiava ancora la nuova quotazione. Un mese dopo arriva Airtable. Due mesi dopo arriva Miro, altri due virgola sessantaquattro miliardi, buttati sopra quei ventidue milioni di profitto. Tre miliardi e passa di spesa, ventidue milioni di guadagno. Eppure, ed è qui che il conto smette di tornare nel modo più interessante, c'è qualcuno che tutti questi numeri li ha visti da dentro. E ha deciso di comprare.

Chi vende preferisce possedere il compratore

C'è un divieto che ci accompagna da tutto questo racconto, l'uomo che ha comprato Miro non può pronunciare il nome di Miro finché l'acquisizione non è chiusa. Adesso quel divieto ci serve un'ultima volta, perché l'ultima riga dell'atto firmato a Milano il dieci settembre è la più silenziosa di tutte. Non ha nomi. Dice solo che alcuni azionisti di Miro, nel documento sono certain Miro shareholders, appunto, certi azionisti di Miro, hanno accettato di investire duecentonovantacinque milioni di dollari dei propri proventi in azioni Bending Spoons di nuova emissione. Non un impegno futuro, non un'opzione, una parte dell'incasso che non esce dal tavolo. Fermiamo le due cifre, una accanto all'altra, perché da sole dicono quasi tutto. Il valore dell'equity, la partecipazione, in quest'operazione è circa un miliardo e settecentonovanta milioni di dollari. I duecentonovantacinque milioni sono circa un sesto di quel numero, di ogni sei dollari che i venditori portano a casa, uno torna indietro e diventa carta del compratore. E pensate da dove vengono. Nel gennaio del duemilaventidue, la stessa azienda era stata valutata diciassette miliardi e mezzo di dollari. Chi esce oggi a un miliardo e settecentonovanta incassa il novanta per cento in meno di allora. E non incassa e se ne va, lascia un dollaro su sei nel piatto di chi ha comprato. Sono i soli, in tutta questa vicenda, a non avere un nome. Ferrari, il fondatore e amministratore delegato di Bending Spoons, parla in collegamento e si vede la faccia. Khusid, il fondatore di Miro, firma e dichiara che la versione migliore di Miro deve ancora arrivare. Dessouky, l'analista di Morgan Stanley, scrive trentanove dollari di obiettivo su un titolo che ne vale quarantanove, e il suo nome finisce nel titolo della nota. Questi no. Il documento li chiama certi azionisti di Miro e li lascia lì. Dentro il libro dei soci dell'azienda c'erano fondi di capitale di rischio come Iconiq Growth, uno di quei fondi americani, con sede a San Francisco, che gestiscono il denaro delle grandi fortune della tecnologia, e Accel, uno dei più antichi e noti capitali di rischio della Silicon Valley. C'erano Dragoneer, un fondo di San Francisco specializzato in aziende tecnologiche mature, e Technology Crossover Ventures, una società di investimenti californiana che da oltre vent'anni punta su imprese tecnologiche in crescita. E c'erano anche investitori che non sono semplici fondi, Atlassian, quella del software di collaborazione, il fondo sovrano di Singapore, quello che investe le riserve di quello Stato asiatico, e il braccio d'investimento di Salesforce. Quali di loro abbiano firmato il reinvestimento, e per quanto ciascuno, il documento non lo dice. Perfino Khusid potrebbe esserci, o non esserci. Ma la posizione da cui hanno deciso, quella la conosciamo. Hanno visto i libri di Miro da dentro, i ricavi, i settecentocinquanta clienti che pagano più di centomila dollari l'anno di ricorrente, i quattro milioni di utenti paganti. Hanno visto il prezzo che stavano accettando, il novanta per cento in meno rispetto a diciassette miliardi e mezzo. E hanno visto, come chiunque legga un prospetto, i quattro miliardi e ottantotto di debito lordo del compratore, i ventidue milioni di profitto pro-forma del duemilaventacinque. Visto tutto questo, hanno messo duecentonovantacinque milioni dalla parte di chi compra. L'undici settembre, il giorno dopo la firma, la finestra del collegamento video si riapre a New York su una faccia che parla da Milano e che continua a doversi fermare a metà frase, non posso parlare troppo di Miro, l'acquisizione non è chiusa. Ma sul dopo non c'è vincolo, e Ferrari lo dice senza che nessuno glielo chieda, abbiamo altri pezzi, come Vimeo, e altri ne arriveranno, si spera, nei prossimi mesi e nei prossimi anni. L'affare che non si poteva nominare non era nemmeno l'ultimo.

L'uomo che non può dire il nome

L'11 settembre 2026, mattina europea, Luca Ferrari è dentro uno schermo. Camicia scura, una parete neutra alle spalle, il ritardo di mezzo secondo che hanno tutti i collegamenti fra Milano e New York. Dall'altra parte il conduttore di CNBC non fa da spalla: attacca alla seconda domanda con una formula che ha già in tasca, hoovering up legacy businesses, aspirare aziende di vecchia generazione a prezzo di saldo.

Ferrari la respinge subito. «Both Airtable and Miro are absolutely modern growing businesses. So it's not that we only buy legacy brands, Airtable e Miro sono aziende assolutamente moderne e in crescita, non è che compriamo solo marchi di vecchia generazione.» Poi, arrivato sul nome di Miro, si ferma a metà: «non posso parlare troppo di Miro, l'acquisizione non è chiusa».

È vero: il perfezionamento è atteso nel quarto trimestre del 2026, e fino ad allora l'accordo è firmato ma non eseguito. Il risultato è un uomo che parla in televisione dell'affare più grande della sua storia recente senza poterlo davvero nominare.

Perché il giorno prima, il 10 settembre, a Milano, Ferrari — amministratore delegato e cofondatore di Bending Spoons, la società quotata al Nasdaq da settanta giorni — ha firmato l'accordo definitivo per comprare Miro. La lavagna condivisa che 250.000 organizzazioni hanno messo dentro il proprio modo di lavorare: 1,355 miliardi di dollari di , in contanti. Il comunicato finisce a Washington, allegato 99.1 di un Form 6-K depositato alla SEC, e i due consigli di amministrazione, uno a Milano e uno a San Francisco, lo hanno approvato all'unanimità.

Ed è il secondo assegno in cinque settimane. Il 4 agosto la stessa società aveva annunciato Airtable per 1,285 miliardi, anche quello tutto in contanti; quell'operazione si è chiusa il 4 settembre, sei giorni prima di Miro. Trentasette giorni, 2,64 miliardi di dollari impegnati.

Nello schermo, però, non si vedono i miliardi: si vede un uomo che difende una parola. Il conduttore torna sui ricavi ricorrenti, poi cita Mark Twain sul rimare della storia, poi prova a portarlo sull'Europa. È un braccio di ferro, non un'intervista. E la domanda che resta appesa allo schermo non è quella del conduttore.

È se Ferrari stia comprando bene, o stia comprando perché deve comprare.

Per capire che cosa non può dire, bisogna tornare indietro di ventiquattr'ore, a Milano.

Milano scrive a Washington

Ventiquattr'ore prima, a Milano, c'è un foglio che comincia con una riga d'indirizzo: «Milan, Italy—September 10, 2026». Poi il testo, poi le firme, poi il viaggio: quel foglio viene depositato alla Securities and Exchange Commission come allegato 99.1 di un Form 6-K. Una società italiana che scrive a Washington l'atto con cui compra un'azienda americana, in inglese, nel formato che l'autorità di un altro paese prescrive per gli emittenti stranieri.

Prima che il foglio partisse, però, si erano riunite due stanze.

Il consiglio di amministrazione di Bending Spoons approva l'operazione all'unanimità. Il consiglio di amministrazione di Miro approva l'operazione all'unanimità. Due voti, nessun contrario, in nessuna delle due. Chi vende un'azienda a un decimo del valore che le era stato riconosciuto quattro anni prima non trova, nella stanza, una sola mano che si alzi per dire aspettiamo.

Intorno a quelle stanze c'era il resto del tavolo, e il comunicato lo elenca per nome come si elenca una squadra. Per chi compra: Latham & Watkins, BNP Paribas, J.P. Morgan, Ernst & Young, McDermott Will & Schulte. Per chi vende: Goodwin Procter e Morgan Stanley. Sette fra studi legali e banche d'affari, cinque da una parte e due dall'altra, ciascuno con la propria parcella e la propria firma in calce a un parere. Sette apparati di verifica messi al lavoro su un solo accordo, e nessuno dei due consigli che ne esce con un voto diverso dall'unanimità.

Nel comunicato Ferrari lo dice con una frase da comunicato, e la frase è sua: «È un privilegio, e una responsabilità non da poco, accogliere un prodotto che oltre 250.000 organizzazioni hanno integrato nei propri flussi di lavoro». Dall'altra parte del foglio parla Khusid, che l'azienda l'ha fondata e adesso la consegna: «La versione migliore di Miro deve ancora arrivare». Sono le due righe che il giorno dopo, in collegamento video, Ferrari non potrà nemmeno ripetere per intero.

Restano da leggere le cifre che quel foglio contiene — e sono due, non una.

Bank Street car park, Brighouse
Bank Street car park, Brighouse — foto: Humphrey Bolton · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

L'anello: che cosa succede a una società il giorno dopo che è stata comprata

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dati: comunicati Bending Spoons (04/08/2026, 10/09/2026), 6-K del 13/08/2026, rendicontazione oneri di riorganizzazione Q1 2026 (Forbes, 06/07/2026), dichiarazioni di Luca Ferrari a CNBC (11/09/2026) · elaborazione: gamma97

Trentasette giorni

Il calendario, letto come un referto, dice così. 4 agosto 2026: accordo definitivo su Airtable. 4 settembre: closing, il perfezionamento. 10 settembre: firma su Miro. Sei giorni fra la fine di un affare e l'inizio dell'altro, trentasette dal primo foglio all'ultimo.

Airtable costa 1,285 miliardi di dollari, tutto in contanti. Miro costa 1,355 miliardi di enterprise value, e anche qui si paga in contanti. Sommati, gli impegni che Bending Spoons firma in quelle cinque settimane e mezzo valgono 2,64 miliardi. È più di quanto l'azienda abbia speso nei suoi primi sette anni di acquisti.

Poi c'è la cifra che non torna. Il 10 settembre i giornali titolano due numeri diversi sullo stesso affare: 1,35 miliardi da una parte, 1,79 dall'altra. Non è un errore di nessuno dei due. Enterprise value non è : la distanza fra le due cifre è 435 milioni di dollari, ed è la cassa netta che Miro si porta dentro. Quei 435 milioni sono soldi che stanno sui conti dell'azienda comprata: chi acquista li trova là, quindi il prezzo dell'attività scende di altrettanto, ma i venditori li incassano. Fai la sottrazione e le due cifre diventano una: 1,79 meno 0,435 fa 1,355. Due titoli, un assegno.

Vale la pena fissare anche le altre due distinzioni, perché reggono tutto il resto di questa storia. Annuncio non è completamento: fra l'accordo su Airtable e il closing sono passati esattamente trenta giorni, e su Miro il closing è atteso nel quarto trimestre. E crescita di gruppo non è crescita organica — sono due misure diverse, e vanno tenute separate.

Restano sul tavolo due domande. La prima è la più semplice: perché proprio adesso.

Da Evernote a Miro: otto anni di acquisti, e il punto in cui la curva cambia pendenza

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dati: comunicati Bending Spoons, Wikipedia (voce Bending Spoons, settembre 2026), TechTimes 02/07/2026, Forbes 06/07/2026, comunicato di pricing dell'IPO (30/06/2026) · elaborazione: gamma97
Car park, Horton Bank Country Park, Bradford
Car park, Horton Bank Country Park, Bradford — foto: habiloid · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il foglio di calcolo che non torna

C'è una scena che Ferrari descrive senza raccontarla. Un investitore riapre il foglio di calcolo di un'azienda di software che ha in portafoglio, rifà le proiezioni di cassa riga per riga, e i numeri non tornano più. L'intelligenza artificiale, dice Ferrari in collegamento, ha costretto molti investitori a tornare ai loro fogli di calcolo e a chiedersi se quei conti reggessero ancora. Poi aggiunge cinque parole: «I think the answer was often no, credo che la risposta sia stata spesso no».

Quel foglio di calcolo si riapre dentro una finestra di prezzo precisa, ed è la finestra del software fra il 2025 e il 2026. In dodici mesi il settore ha perso circa 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa. Dai primi mesi del 2026 gli operatori chiamano quella paura con un nome: SaaSpocalypse, l'apocalisse del software in abbonamento — l'idea che l'intelligenza artificiale renda superfluo pagare ogni mese per uno strumento che un modello generativo potrebbe presto ricostruire da solo.

La paura si lascia misurare. I del settore si sono compressi fino a 22,7 volte gli utili, scendendo sotto la media dell'S&P 500 per la prima volta nell'era cloud. L'indice S&P North American Technology Software è arrivato a perdere fino al 35% dal massimo del settembre 2025. Sui mercati privati la mediana del rapporto fra valore d'impresa e ricavi è scesa a 3,2 volte in giugno — il settore era entrato nel 2026 a sei o sette.

Ferrari, in televisione, non nega niente di tutto questo. Lo distingue. «People are sometimes a bit simplistic in saying AI is bits so businesses that are bits are at risk, la gente a volte semplifica un po' troppo dicendo che l'intelligenza artificiale è fatta di bit, quindi le aziende fatte di bit sono a rischio». È la difesa. Ma la frase che viene subito dopo è di segno opposto, e la pronuncia lui: «Some of these businesses are extremely exposed to AI potentially in an existential way, alcune di queste aziende sono estremamente esposte all'intelligenza artificiale, potenzialmente in modo esistenziale».

Alcune. Lo dice un uomo che in trentasette giorni ha firmato per due aziende di software in abbonamento, e nessuno in studio gli chiede quali siano le altre. Una di quelle due, quattro anni prima, era stata prezzata da un mercato che credeva esattamente il contrario.

Diciassette miliardi e mezzo

Il 5 gennaio 2022 il comunicato di Miro annuncia il round più grande della sua storia: 400 milioni di dollari di Series C guidato da ICONIQ Growth, valutazione post-money 17,5 miliardi di dollari. Quattro anni e otto mesi prima della firma di Milano.

La lista di chi mette il denaro si legge come un elenco di garanzie: ICONIQ alla guida, poi Accel, Dragoneer, GIC, TCV. E due nomi che pesano più degli altri, perché non sono fondi: Atlassian e Salesforce Ventures. Due software house che vendono negli stessi uffici in cui vende Miro — concorrenti nel listino, partner nell'integrazione — finanziano l'azienda che nel settembre 2026 verrà consegnata a un compratore italiano.

Il numero da tenere non è 17,5. È 476: i milioni di dollari che Miro ha raccolto in tutta la sua vita, dal primo giorno a oggi. Il solo Series C del gennaio 2022 ne vale 400. Quasi tutto il capitale della storia dell'azienda entra in cassa nel mese più caro che il software in abbonamento abbia mai avuto — poche settimane prima che i multipli comincino a scendere e non smettano più.

Nel 2026 la domanda più dura rivolta a Ferrari in collegamento riguarda proprio questo perimetro: Microsoft, Canva, Figma, cioè chi può mettere una lavagna condivisa dentro un prodotto che il cliente ha già. La risposta non contesta la premessa. «If some of these big tech companies are dominant in that regard, we'll just focus on serving customers as well as we can, se alcune di queste grandi aziende tecnologiche sono dominanti da quel punto di vista, noi ci limiteremo a servire i clienti nel modo migliore possibile.» Nel gennaio 2022, davanti alla stessa concorrenza, sette investitori avevano scritto 17,5 miliardi.

Quel valore sarebbe stato consegnato, quattro anni e otto mesi dopo, a un decimo del prezzo.

Il prezzo del software mentre Bending Spoons firmava

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dati: EODHD, ETF iShares Expanded Tech-Software (IGV) · elaborazione: gamma97
Car park, Horton Bank Country Park, Bradford
Car park, Horton Bank Country Park, Bradford — foto: habiloid · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

La versione migliore deve ancora arrivare

Il 10 settembre, a Milano, dall'altra parte di quel tavolo, c'è un uomo che firma la cessione della propria azienda e mette nel comunicato una frase sola.

Andrey Khusid, cofondatore e amministratore delegato di Miro, la scrive così: «La versione migliore di Miro deve ancora arrivare». È l'unica voce del venduto in tutto il materiale — una riga in un documento che ne contiene decine, incastrata fra i nomi dei sette studi e delle banche intorno al tavolo, i due dalla sua parte e i cinque dall'altra. Khusid la pronuncia nel momento esatto in cui cede il controllo.

Il conto che sta firmando è questo: equity value 1,79 miliardi per l'azienda che nel gennaio 2022 valeva 17,5. Circa il novanta per cento in meno. Quattro anni e otto mesi.

Ma i numeri dell'azienda che consegna dicono un'altra cosa. Oltre 750 clienti pagano più di 100.000 dollari di ciascuno. Quattro milioni di utenti paganti su oltre cento milioni complessivi. Quasi il novanta per cento dei ricavi arriva da clientela business ed enterprise — non da singoli che si abbonano a nove dollari al mese e disdicono a marzo, ma da uffici acquisti che rinnovano contratti. Circa 600 milioni di ricavi ricorrenti annui.

Non è un'azienda che si è sgonfiata. È una lavagna condivisa dentro i flussi di lavoro di 250.000 organizzazioni, con quasi tutto il fatturato agganciato a contratti aziendali. Miro del 2026 fattura più di Miro del 2022.

La cifra che scivola non è la sua: è il prezzo che il mondo le mette accanto. Nel gennaio 2022 sette investitori avevano scritto quella cifra guardando una proiezione. Nel settembre 2026 un compratore italiano ne scrive un'altra guardando un bilancio. Stessa azienda, due mercati.

Resta un conto che il comunicato di Khusid non fa, e che nessuno dei due lati mette per iscritto: quanto è stato pagato per ogni dollaro di ricavo.

Due virgola sette, due virgola ventisei

Il conto lo si fa con una calcolatrice e due divisioni.

Airtable: 1,285 miliardi di dollari di prezzo, circa 480 milioni di ricavi ricorrenti annui secondo le stime di settore. Fa 2,7 volte i ricavi. Miro: enterprise value di 1,355 miliardi, circa 600 milioni di ricavi ricorrenti annui. Fa 2,26.

Fra le due divisioni ci sono cinque settimane.

Il 4 agosto 2026 Bending Spoons annuncia Airtable. Il 10 settembre firma Miro. In mezzo, nessun cambiamento nel mestiere: due aziende americane di software per il lavoro in gruppo, entrambe in crescita, entrambe con quasi tutto il fatturato agganciato a contratti aziendali. Lo stesso compratore, lo stesso libretto degli assegni, la stessa mano che firma in contanti.

L'11 settembre, in collegamento video, Ferrari spiega perché questo è il momento di comprare. Le valutazioni di prima non stavano in piedi: «You couldn't in my view justify those valuations based on any reasonable projection of cash flows. It was a speculative way of acquiring and investing in those businesses, non si potevano giustificare quelle valutazioni sulla base di nessuna proiezione ragionevole dei flussi di cassa, era un modo speculativo di acquisire e investire in quelle aziende.» E spiega perché nessuno gli fa concorrenza: «Private equities have a lot of assets they actually need to sell but there's not a lot of money from private equities ready to buy the assets, il private equity ha molti asset che deve vendere e poco denaro pronto a comprarli.» Sul costo del denaro è ancora più preciso: «A few hundreds of basis points in increasing interest rates are not that material, but if valuations are 30, 40% lower that's a huge boon for us as an acquirer, qualche centinaio di punti base di rialzo dei tassi non è granché rilevante, ma se le valutazioni sono più basse del 30, 40 per cento è un enorme vantaggio per noi che compriamo.»

È la tesi del momento giusto: i prezzi si sono normalizzati, chi ha i contanti passa alla cassa.

Il termine di paragone verificato sta in una riga sola. Ad agosto 2026 la mediana del settore — — è 4,6 volte. Il fondo di giugno era 3,2. Il settore era entrato nel 2026 a sei o sette volte. Bending Spoons compra a 2,7 e poi a 2,26: sotto la mediana la prima volta, più sotto la seconda.

Un limite va detto, perché il conto poggia su terreni diversi. I 600 milioni di Miro stanno nel comunicato del 10 settembre e nel deposito alla SEC: sono una cifra ufficiale. I 480 milioni di Airtable sono una stima di settore, e nessuna fonte primaria la conferma. Il 2,7 regge quanto regge la stima. Il 2,26 è aritmetica su due numeri dichiarati.

Resta che le due divisioni sono state fatte dalla stessa mano, a trentasette giorni di distanza, e che la seconda è più bassa della prima. Ferrari dice che le valutazioni di oggi sono ragionevoli. Il suo listino dice che fra agosto e settembre sono scese ancora, e che lui ha pagato di conseguenza: meno per ogni dollaro di ricavo, la seconda volta.

C'è però una serie di prezzi che con la tesi del momento giusto non va d'accordo.

Quanto valeva Miro, e quanto costa oggi un dollaro dei suoi ricavi

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dati: comunicato Miro Series C (05/01/2022), TechCrunch (05/01/2022), comunicato Bending Spoons su Miro (10/09/2026) e su Airtable (04/08/2026) · elaborazione: gamma97
French racecar driver Jean Lucas in the 1952 Ferrari 225 S Vignale Berlinetta s/n 0164ED at Grand Prix Agadir in Morocco on 27 February 1952. He had race #18 and ended in 4th place.[1]
French racecar driver Jean Lucas in the 1952 Ferrari 225 S Vignale Berlinetta s/n 0164ED at Grand Prix Agadir in Morocco on 27 February 1952. He had race #18 and ended in 4th place.[1] — foto: Unknown photographer · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Quanto costa un dollaro di ricavo ricorrente, operazione per operazione

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dati: comunicati Bending Spoons (04/08/2026, 10/09/2026); mediana di settore: Aventis Advisors, agosto 2026 · elaborazione: gamma97

Il giorno dopo il massimo

Il 3 agosto 2026 l'ETF che raccoglie il software americano tocca 109,98. È il punto più alto dell'estate. Il giorno dopo, il 4 agosto, Bending Spoons firma per Airtable.

Le stesse cinque settimane, lette sul grafico dei prezzi, raccontano una storia diversa da quella del compratore che arriva mentre tutti scappano. Il 1° aprile quell'indice stava a 83,89. Il 1° settembre — nove giorni prima della firma su Miro — sta a 101,52: circa il 21% in più in cinque mesi. La risalita non è un rimbalzo di giornata, è una linea che sale da mesi.

E non sale solo il quotato. Sul non quotato, dove i prezzi non si leggono su uno schermo ma si ricavano dalle operazioni chiuse, la mediana enterprise value su ricavi delle società software tocca il fondo a 3,2 volte in giugno. Ad agosto è già a 4,6: il fondo c'è stato davvero, e a giugno era già passato.

Quando le due firme arrivano — 4 agosto e 10 settembre — su entrambe le misure i prezzi stanno risalendo da mesi. Il che non smonta la tesi: 2,26 volte l'ARR pagate per Miro restano sotto la mediana del mese, e chi compra sotto la mediana compra bene comunque. Ma ne cambia la natura. Non è un compratore che ha raccolto sul minimo. È un compratore che ha raccolto in risalita, con la stessa mano che il giorno prima del primo assegno vedeva il software americano al massimo di stagione.

Nell'intera intervista dell'11 settembre, nessuno gliela mette davanti: nessuno chiede a Ferrari se sa di aver firmato il giorno dopo il massimo.

Il conduttore, però, una cosa gliel'ha chiesta — e non gliel'ha lasciata passare.

Che cosa resta da spendere, e che cosa è già impegnato (metà 2026)

gamma97
dati: 6-K del 13/08/2026 e comunicato Q2 2026; comunicati Airtable (04/08/2026) e Miro (10/09/2026) · elaborazione: gamma97

Mark Twain in collegamento

Il conduttore ci prova con la formula delle aziende di vecchia generazione rastrellate a prezzo di saldo, e se l'è già sentita rimandare indietro alla seconda domanda. Ma non molla. Torna sui ricavi ricorrenti, torna sui prezzi, e a un certo punto Ferrari gli attribuisce una previsione — come se il conduttore stesse guardando avanti, a un mercato che scenderà.

La risposta arriva sopra la fine della frase.

«No, no, no, I'm not looking forward actually, Luca, I'm looking backwards. I'm looking at the rhyming of history as Mr. Twain said. I'm looking at what's happened in every capex boom ever, no no no, non sto guardando avanti, Luca, sto guardando indietro: guardo il rimare della storia come diceva il signor Twain, guardo com'è finito ogni boom di investimenti in capacità produttiva mai visto.»

È il punto in cui il collegamento smette di essere un'intervista. Il conduttore — che nel materiale non ha nome, solo una voce e un mestiere — non sta chiedendo a Ferrari che cosa pensa: gli sta dicendo che il passato è una legge, che i boom di spesa in capacità finiscono tutti allo stesso modo, e che quindi chi ha pazienza comprerà più a buon mercato di lui.

Ferrari usa lo stesso passato per la conclusione opposta. «If there's one thing that humans have been terrible at predicting is, let's call it, macroeconomic trends, se c'è una cosa in cui gli esseri umani sono stati pessimi a fare previsioni è, chiamiamole così, le tendenze macroeconomiche.» Per il conduttore la storia insegna dove si va a finire; per Ferrari la storia insegna che nessuno sa dove si va a finire. La stessa materia, due letture che non si toccano.

Poi Ferrari sposta il piano dalla tesi al calendario. «So it could be waiting multiple years and what do we do?, quindi si potrebbe aspettare per diversi anni, e nel frattempo cosa facciamo?» È la domanda di un uomo che ha appena impegnato 2,64 miliardi in trentasette giorni, e non è una domanda retorica: è la descrizione del suo mestiere. Un compratore seriale che smette di comprare non è un compratore paziente, è un'azienda ferma. Nessuno dei due, in quei secondi, ha ancora ragione: la profezia del conduttore non si è avverata, e la scommessa di Ferrari non si è ancora chiusa — il closing su Miro è atteso nel quarto trimestre.

Più avanti il conduttore prova due volte a portarlo sull'Europa, e due volte Ferrari risponde che quei numeri non li segue. È in mezzo a quello scambio che affiora la cosa più piccola di tutta l'intervista, e la sola che li mette nella stessa stanza: si erano già dovuti incontrare, a un convegno sui mercati privati, e Ferrari era arrivato tardi. «I think you got there eventually. I know there was some flight issues, credo che alla fine tu ci sia arrivato, so che c'erano stati problemi di volo.» Due uomini che si erano mancati una volta di persona e si trovano adesso, da una parte e dall'altra di uno schermo, a discutere se la storia rimi.

In tutta la diretta, il conduttore è l'unico che gli dice di no.

Non era però l'unico ad aver detto di no. Un mese prima qualcuno l'aveva fatto con nome, cognome e un numero.

Il secondo trimestre 2026 letto come lo legge chi compra società

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dati: 6-K e comunicato Q2 2026 del 13/08/2026; nota BofA Securities del 12/08/2026 · elaborazione: gamma97

Trentanove dollari

Dall'altra parte dell'Atlantico, quel no era arrivato per iscritto, e con una cifra sotto.

Il 12 agosto 2026 esce una nota di ricerca di BofA Securities. La firma Omar Dessouky, analista di Bank of America. Il giudizio su Bending Spoons scende a underperform, sottoperformare: nel linguaggio delle note di ricerca è l'invito a vendere. Accanto al giudizio c'è il numero che rende la frase misurabile — obiettivo di prezzo 39 dollari, su un titolo che quel giorno tratta vicino a 49. Dessouky sta scrivendo che il titolo vale un quinto in meno di quanto costa. In giornata BSP perde l'8%.

Le date, messe in fila, si toccano quasi. Il declassamento arriva il giorno prima dei conti trimestrali — che diranno ricavi più che raddoppiati rispetto all'anno prima. Arriva otto giorni dopo l'annuncio di Airtable. Arriva un mese prima della firma su Miro. Il mercato frena e l'azienda accelera, e le due cose accadono nella stessa finestra di trenta giorni.

Qui il racconto deve dichiarare quello che non ha. La serie dei prezzi di BSP fra luglio e settembre non è stata ricostruita: restano tre punti documentati. 29,00 dollari il 1° luglio, all'apertura sul Nasdaq Global Select Market. L'intorno dei 53 dell'11 agosto, il giorno prima della nota. 39,67 il 10 settembre. Tre punti non fanno una linea: che cosa sia successo in mezzo — quanto in fretta, con quali rimbalzi — non lo si sa, e non si arrotonda.

Ma il terzo punto è la data che conta. Il 10 settembre è il giorno in cui il comunicato datato «Milan, Italy—September 10, 2026» va a Washington, il giorno dell'assegno più grande dell'anno. Quel giorno BSP chiude a 39,67 dollari. Sessantasette centesimi sopra l'obiettivo di prezzo che quattro settimane prima accompagnava l'invito a vendere.

Dessouky non conosceva quel calendario quando ha scritto il numero. Il numero ci è arrivato lo stesso.

Per capire se aveva ragione bisogna guardare da dove escono i soldi degli assegni.

Opinione riportata come tale, non verificata dalla redazione.

L'opposto polare

Bisogna tornare al 13 agosto 2026, quando Bending Spoons deposita i conti del secondo trimestre. Il documento si legge come due colonne affiancate. A sinistra quello che si può ancora spendere. A destra quello che si deve già.

A sinistra: 793 milioni di dollari di cassa. Poi 1,28 miliardi di linee revolving ancora disponibili — . Poi 1,10 miliardi netti incassati con la quotazione al Nasdaq del 1° luglio. Sommando: circa tre miliardi di dollari di potenza di fuoco.

A destra: 4,88 miliardi di debito a lungo termine. Al netto della cassa, 4,09. La leva è 2,4 volte.

In mezzo alle due colonne c'è una cifra che il bilancio del 13 agosto non contiene ancora, perché arriva dopo: 2,64 miliardi di impegni firmati in cinque settimane. Airtable il 4 agosto, Miro il 10 settembre. Quasi tutta la colonna di sinistra, promessa in un mese e mezzo.

C'è una riga più piccola, dentro la colonna di sinistra, che vale la pena guardare da vicino. Il prospetto depositato in aprile stimava un incasso netto dal collocamento di 933 milioni di dollari — 1.079 milioni nell'ipotesi che le banche esercitassero per intero l'opzione di sovrallocazione. In cassa, il 1° luglio, ne arrivano 1,10 miliardi: 57.971.015 azioni a 29 dollari, di cui 23.572.375 vendute da azionisti già dentro, 1,68 miliardi lordi. Fra la carta di aprile e il conto corrente di luglio ci sono quasi 170 milioni in più del previsto. Cinque settimane dopo erano già impegnati.

In collegamento con CNBC, l'11 settembre, Ferrari descrive la sua azienda così: «We have never really been a financial engineering operation. We're almost the polar opposite of that, non siamo mai stati davvero un'operazione di ingegneria finanziaria, ne siamo quasi l'opposto polare». Il motivo, dice, è che creare valore operando invece che con la leva ha due vantaggi: «I think it's both more fun and it tends to be more resilient to market cycles, credo che sia insieme più divertente e tenda a essere più resistente ai cicli di mercato».

Divertente è una parola che nel bilancio non compare. Al suo posto, alla voce debito a lungo termine, ci sono 4,88 miliardi di dollari.

Una macchina che spende così tanto dovrebbe guadagnare in proporzione. C'è un numero che dice quanto guadagna.

Ventidue milioni

Il primo conto lo fa qualcuno da fuori. Il 6 luglio 2026 Shivaram Rajgopal, che scrive su Forbes, mette in un titolo due cifre che nessuno aveva ancora accostato: 3,3 miliardi di dollari spesi per comprare AOL, Vimeo ed Eventbrite; 22 milioni di dollari di profitto pro-forma nel 2025. Sono passati cinque giorni dalla quotazione al Nasdaq, il titolo tratta ancora sopra i cinquanta dollari, e nessuno dei due numeri è contestato: vengono entrambi dai documenti dell'azienda. Rajgopal si limita a metterli sulla stessa riga.

Accanto, la prima riga dei conti del secondo trimestre dice l'altra metà: 704.155 migliaia di dollari di ricavi contro 311.100 dell'anno prima. Più 126 per cento. La macchina cresce enormemente e guadagna quasi nulla — e le due cose non si contraddicono, perché crescere comprando è esattamente il modo in cui i ricavi raddoppiano mentre il profitto resta dove sta.

C'è un secondo numero, nello stesso trimestre, che si legge peggio del primo. Alla voce oneri di riorganizzazione: 75,8 milioni di dollari. Non su una società: su cinque insieme. AOL, Brightcove, Eventbrite, Vimeo, WeTransfer. Cinque uffici, cinque volte la stessa riunione, lo stesso trimestre.

Nel comunicato del 10 settembre, quello che annuncia Miro, Ferrari scrive una frase che va messa accanto a quella cifra: «Acquisiamo aziende con l'intenzione di possederle e gestirle nel lungo periodo, e Miro non farà eccezione». Possedere a lungo, riassettare subito. I due tempi stanno nello stesso documento aziendale e non si parlano.

La forma concreta dei 75,8 milioni ha una data e un luogo. Febbraio 2026: da AOL escono oltre cento persone. L'azienda era stata comprata quattro mesi prima per 1,5 miliardi di dollari. Quattro mesi è il tempo che separa l'acquisto dalla riorganizzazione — dentro una frase che parla di lungo periodo.

Va detto anche quello che non si sa. Su che cosa sia successo dentro Evernote e dentro WeTransfer prima e dopo il passaggio, fra i documenti raccolti non c'è nulla di verificato: né il numero delle uscite, né i conti di quelle società prima dell'acquisto. Restano fuori, e restano vuote.

Rajgopal ha pubblicato il suo accostamento mentre il mercato festeggiava ancora. Un mese dopo arriva Airtable, due mesi dopo Miro: 2,64 miliardi in più, sopra quei 22 milioni. Eppure c'è chi ha visto tutti questi numeri da dentro — e ha deciso di comprare.

Chi vende preferisce possedere il compratore

L'ultima riga dell'atto firmato a Milano il 10 settembre non ha nomi. Dice che certain Miro shareholders, alcuni azionisti di Miro, hanno accettato di investire 295 milioni di dollari dei propri proventi in azioni Bending Spoons di nuova emissione. Non un impegno futuro, non un'opzione: una parte dell'incasso che non esce dal tavolo.

Vale la pena tenere ferme le due cifre una accanto all'altra. L'equity value dell'operazione è circa 1,79 miliardi di dollari. I 295 milioni sono circa un sesto di quel numero: di ogni sei dollari che i venditori portano a casa, uno torna indietro e diventa carta del compratore. Chi esce da una valutazione di 17,5 miliardi del gennaio 2022 per 1,79 — circa il novanta per cento in meno — non incassa e se ne va.

Sono i soli, in tutta questa vicenda, a non avere un nome. Ferrari parla in collegamento e si vede la faccia. Khusid firma e dice che la versione migliore di Miro deve ancora arrivare. Omar Dessouky mette 39 dollari su un titolo che ne vale 49 e il suo nome sta nel titolo della nota. Questi no: il documento li chiama certain Miro shareholders e li lascia lì. Dentro quella cap table, il libro dei soci, c'erano ICONIQ Growth, Accel, Atlassian, Dragoneer, GIC, Salesforce Ventures, TCV. Quali di loro abbiano firmato il reinvestimento, e per quanto ciascuno, il documento non lo dice. Khusid stesso potrebbe esserci, o non esserci.

Quello che si sa è la posizione da cui hanno deciso. Hanno visto i libri di Miro — i ricavi, i 750 clienti sopra i 100.000 dollari di ARR, i 4 milioni di utenti paganti — e hanno visto il prezzo che stavano accettando. Hanno visto, come chiunque legga un prospetto, i 4,88 miliardi di debito lordo del compratore e i 22 milioni di profitto pro-forma del 2025. Poi hanno messo 295 milioni dalla parte di chi compra.

L'11 settembre, il giorno dopo, la finestra del collegamento video si riapre a New York su una faccia che parla da Milano e che continua a doversi fermare: non posso parlare troppo di Miro, l'acquisizione non è chiusa. Ma su quello che viene dopo non c'è vincolo, e Ferrari lo dice senza che nessuno glielo chieda: We have other pieces such as Vimeo and more hopefully coming in the next few months and years, abbiamo altri pezzi, come Vimeo, e altri ne arriveranno, si spera, nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

L'affare che non si poteva nominare non era nemmeno l'ultimo.

A favore della tesi

  • Il de-rating del software è documentato in ampiezza — circa 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione bruciati in dodici mesi, multipli prospettici a 22,7 volte gli utili, sotto la media dell'S&P 500 per la prima volta nell'era cloud — e Miro viene rilevata a un equity value di circa 1,79 miliardi contro i 17,5 del gennaio 2022, cioè circa il 90% in meno, su un'azienda i cui ricavi ricorrenti nel frattempo sono saliti a circa 600 milioni. Rapportando le due cifre della fonte primaria, i 1,355 miliardi di enterprise value fanno 2,3 volte i ricavi ricorrenti, sotto la mediana di settore di 4,6 volte rilevata ad agosto 2026. La capacità di firmare è documentata: quotazione al Nasdaq il 1° luglio a 29 dollari con 1,10 miliardi netti entrati in cassa, ricavi trimestrali a 704 milioni. E una parte dei venditori resta dentro: 295 milioni reinvestiti da alcuni azionisti di Miro in azioni di nuova emissione del compratore.

Contro la tesi

  • L'ETF che misura il software americano sale da 83,89 del 1° aprile 2026 a 101,52 del 1° settembre, circa il 21% in più, con il massimo di 109,98 toccato il 3 agosto — il giorno prima dell'accordo su Airtable: nelle settimane delle due operazioni l'indicatore saliva, non scendeva. Anche i multipli privati risalivano: la mediana enterprise value su ricavi ha toccato il minimo di 3,2 volte a giugno 2026 ed era a 4,6 ad agosto. La struttura finanziaria pesa — 4,88 miliardi di debito a lungo termine, 4,09 netti, leva 2,4 volte — e il materiale non consente di separare il contributo del debito da quello del miglioramento operativo. Il mercato non ha accolto in modo univoco: il 12 agosto BofA Securities declassa il titolo a underperform con obiettivo 39 dollari, sotto il prezzo di allora. E l'unica leva post-acquisizione che le fonti misurano è il riassetto: 75,8 milioni di oneri su cinque società insieme, oltre cento uscite in AOL.

I verdetti

confermata

Il comunicato ufficiale del 10 settembre 2026 fissa l'enterprise value dell'operazione su Miro a 1,355 miliardi di dollari e l'equity value a circa 1,79 miliardi. Reuters riporta lo stesso accordo arrotondando a 1,36 miliardi in contanti. La cifra di «circa 1,3 miliardi» citata in televisione e quella del comunicato coincidono entro l'arrotondamento.

confermata

L'equity value di circa 1,79 miliardi del settembre 2026 e la valutazione post-money di 17,5 miliardi del gennaio 2022 sono entrambi documentati da fonte primaria, e il rapporto fra i due dà una riduzione di circa il 90%. Resta un confronto fra misure diverse — prezzo di acquisizione dell'equity contro valutazione post-money di un round primario — e va letto sapendolo.

incerta

La componente quantitativa regge: circa 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione software bruciati in dodici mesi e multipli prospettici scesi a 22,7 volte, sotto la media dell'S&P 500 per la prima volta nell'era cloud. Nessuna fonte raccolta attribuisce però la paternità del termine «SaaSpocalypse» a un operatore di Jefferies né la data al febbraio 2026: quella parte resta senza riscontro, e in questo numero non è stata scritta.

incerta

Le fonti documentano che dopo le acquisizioni c'è stata attività di ristrutturazione — 75,8 milioni di dollari di oneri nel primo trimestre 2026 su AOL, Brightcove, Eventbrite, Vimeo e WeTransfer insieme, e oltre cento licenziamenti in AOL nel febbraio 2026. Nessuna riporta però le tre cifre specifiche che circolano: Evernote da 341 a 60, WeTransfer circa -75%, oltre mille uscite in Vimeo. Restano non verificate.

Riferimenti

  1. Bending Spoons enters into a definitive agreement to acquire Miro for $1.355 billion — — 2026-09-10 — https://investors.bendingspoons.com/newsroom/bending-spoons-agrees-to-acquire-mi
  2. Bending Spoons has entered into a definitive agreement to acquire Airtable for $1.285 billion — — 2026-08-04 — https://investors.bendingspoons.com/newsroom/bending-spoons-agrees-to-acquire-ai
  3. Bending Spoons to buy Miro in $1.36 billion cash deal (Reuters) — — 2026-09-10 — https://www.reuters.com/legal/transactional/bending-spoons-buy-miro-136-billion-
  4. Bending Spoons Paid $3.3 Billion For AOL, Vimeo And Eventbrite (Forbes) — — 2026-07-06 — https://www.forbes.com/sites/shivaramrajgopal/2026/07/06/bending-spoons-paid-33-
  5. Bending Spoons (BSP) Q2 2026 Earnings Call Transcript (The Motley Fool) — — 2026-08-20 — https://www.fool.com/earnings/call-transcripts/2026/08/20/bending-spoons-bsp-q2-
  6. SaaS Valuation Multiples: 2015-2026 (Aventis Advisors) — — 2026-08 — https://aventis-advisors.com/saas-valuation-multiples/
  7. Bending Spoons announces Q2 2026 results (comunicato ufficiale) — — 2026-08-13 — https://www.globenewswire.com/news-release/2026/08/13/3344333/0/en/bending-spoon
  8. The 2026 SaaSpocalypse — — 2026 — https://bulloak.com/blog/the-2026-saaspocalypse-what-the-ai-software-selloff-mea
  9. The Great Software Awakening — — 2026-04-15 — https://markets.financialcontent.com/stocks/article/marketminute-2026-4-15-the-g
  10. Miro raises $400M in Series C funding round — — 2022-01-05 — https://miro.com/newsroom/miro-series-c/
  11. Visual collaboration company Miro valued at $17.5B (TechCrunch) — — 2022-01-05 — https://techcrunch.com/2022/01/05/visual-collaboration-company-miro-valued-at-17
  12. Bending Spoons (NASDAQ:BSP) Downgraded to Underperform Rating by Bank of America — — 2026-08-12 — https://www.themarketsdaily.com/2026/08/12/bending-spoons-nasdaqbsp-downgraded-t
  13. Bending Spoons IPO Raises $1.68B (TechTimes) — — 2026-07-02 — https://www.techtimes.com/articles/319525/20260702/bending-spoons-ipo-raises-168
  14. Bending Spoons announces Q2 2026 results (SEC EDGAR, Form 6-K) — — 2026-08-13 — https://www.sec.gov/Archives/edgar/data/2004711/000200471126000011/bsp_ex99-1.ht
  15. Bending Spoons (BSP) Q2 2026 earnings summary (Quartr) — — 2026 — https://quartr.com/events/bending-spoons-s-p-a-bsp-q2-2026_F16mJcME
  16. Bending Spoons prices IPO at $29 per share on Nasdaq (Investing.com) — — 2026-06-30 — https://www.investing.com/news/stock-market-news/bending-spoons-prices-ipo-at-29
  17. Bending Spoons Prices Nasdaq IPO at $29, Raises $1.68 Billion — — 2026-07-01 — https://newscord.org/article/bending-spoons-prices-nasdaq-ipo-at-29-raises-168-b
  18. Bending Spoons (NASDAQ:BSP) Drops 8% After Bank of America Downgrade to Sell — — 2026-08-12 — https://www.kalkine.com/news/technology/bending-spoons-nasdaqbsp-drops-8-after-b
  19. Private Equity Mid-year 2026 Report (Cherry Bekaert) — — 2026 — https://www.cbh.com/insights/reports/private-equity-mid-year-2026-report/
  20. PE pivots as platform buyouts in software fall to decade low (PitchBook) — — 2026 — https://pitchbook.com/news/articles/pe-pivots-as-platform-buyouts-in-software-fa
  21. A Reset in Software — And Why Discipline Always Matters (Apollo) — — 2026-04 — https://www.apollo.com/insights-news/insights/2026/04/reset-in-software-and-why-
  22. The venture capital challenge for Europe (CEPR) — — 2026 — https://cepr.org/voxeu/columns/venture-capital-challenge-europe
  23. Europe's venture capital gap and the financing of high-growth firms (BCE) — — 2026-05 — https://www.ecb.europa.eu/press/economic-bulletin/focus/2026/html/ecb.ebbox20260