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5 settembre 2026

Amplifon, nata in un sottoscala di via Cerva, compra la fabbrica di chip che non ha mai avuto

Per settantasei anni ha venduto quello che facevano gli altri; nel marzo 2026 il suo amministratore delegato ha messo 2,3 miliardi su uno stabilimento danese, e la borsa gli è caduta addosso in un giorno.

Nel 1950 un ex maggiore britannico di nome Algernon Charles Holland apre con la moglie un negozio in un vano sotto una rampa di scale, in via Cerva 24 a Milano. Aveva provato a costruirli, gli apparecchi acustici: i dazi sui componenti importati gli avevano reso i conti impossibili, e allora aveva smesso di produrre e aveva cominciato a vendere, con dei furgoncini Lupetto che giravano le province. Settantasei anni dopo, l'azienda che ne è nata fattura 2,4 miliardi di euro, non ha mai avuto una fabbrica, ed è guidata da un uomo che da ragazzo andava in fabbrica il sabato e la domenica. Nel marzo 2026 quell'uomo, Enrico Vita, ha annunciato l'acquisto della divisione apparecchi acustici di GN: dentro ci sono 2.800 brevetti e uno stabilimento a Præstø, in Danimarca, dove si fanno alcuni dei chip più piccoli e complicati del mondo. Il titolo Amplifon ha perso l'11% nella stessa giornata. Questa è la storia di come il sogno mai realizzato del fondatore — «diventare il più grande produttore al mondo» — sia tornato indietro dopo tre quarti di secolo, e sia stato comprato per contanti.

Amplifon, nata in un sottoscala di via Cerva, compra la fabbrica di chip che non ha mai avuto

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Io andavo in fabbrica il sabato e la domenica

Io andavo in fabbrica il sabato e la domenica. Non lo dice per lamentarsi. Lo dice come la prima cosa che conta sapere di lui, prima del nome, prima del mestiere che fa oggi, prima di qualunque altra frase su di sé. Non sono nato ad Ancona, non ho studiato ingegneria, andavo in fabbrica il sabato e la domenica, mentre i suoi coetanei no. A dirlo è Enrico Vita, che per undici anni ha guidato un'azienda senza avere mai, in tutto quel tempo, una sola fabbrica. Poi, nel marzo di duemilaventisei, ne ha comprata una. In Danimarca. L'azienda si chiama Amplifon e vende apparecchi acustici, non li produce, li sceglie, li ordina, li regola sull'orecchio di chi entra in negozio. Un mestiere fatto di vetrine e di mezz'ore sedute accanto a una persona, e le è andata benissimo così, due virgola quattro miliardi di euro di fatturato nel duemilaventicinque, oltre venticinquemila punti vendita nel mondo. Poi, il sedici marzo duemilaventisei, l'annuncio, diciassette miliardi di corone danesi, circa due virgola tre miliardi di euro, per comprare la divisione apparecchi acustici del gruppo gi enne. Dentro quel pacchetto, oltre duemilaottocento brevetti e degli stabilimenti veri, in Danimarca, in Cina, in Malesia, negli Stati Uniti. La borsa ha risposto lo stesso giorno, meno undici per cento. Ed è proprio questo il punto strano. Un'azienda che vende attraverso vetrine compra delle fabbriche, e il mercato si spaventa. Per capire perché quel giorno pesi più di quanto sembri, bisogna tornare indietro di settantasei anni, a un vano sotto una rampa di scale, a Milano, e a un uomo che voleva fare, di mestiere, esattamente il contrario di quello che poi ha fatto.

Il vano sotto la rampa

Algernon Charles Holland nasce nel millenovecentodiciannove. Suo padre è ufficiale della Royal Air Force, l'aviazione militare britannica, ma muore prima che il figlio venga al mondo, non lo conoscerà mai. Cresce in Argentina, con la madre, e là studia ingegneria elettronica. Quando scoppia la guerra ha vent'anni. Finisce nel corpo delle trasmissioni dell'esercito britannico, quelli dei collegamenti radio, degli apparati, del suono che deve arrivare da una parte all'altra di un fronte senza spezzarsi. Nel millenovecentoquarantatré riceve un'onorificenza dell'impero britannico per i servizi resi in Grecia, prima ancora che in Italia, è in Grecia che si è fatto notare. Poi arriva una seconda decorazione, la croce al merito militare. Il supplemento del bollettino ufficiale del governo britannico, uscito il due agosto millenovecentoquarantacinque, lo mette a verbale in una riga secca, come si registrano le onorificenze, maggiore ad interim Algernon Charles Holland, già insignito di quella stessa onorificenza imperiale, matricola duecentoventiquattromilaottocentosessantacinque, corpo delle trasmissioni. Finita la guerra, un maggiore inglese due volte decorato ha una cosa ovvia da fare, tornare a casa. Holland non torna. A Milano ha conosciuto una ragazza italiana, gli è piaciuta abbastanza da fargli cambiare ogni piano, e resta. Nel millenovecentocinquanta i due aprono un'attività in via Cerva, al numero ventiquattro. Non un negozio con la vetrina sulla strada, un vano sotto una rampa. Ci stanno dentro loro due. Di lei nessuna delle fonti oggi consultabili conserva il nome, eppure è lei la socia di fatto di quella scena fondativa, la sola ragione per cui quell'uomo si trova in Italia invece che tornato in Inghilterra, e resta senza nome. Il paese, in quel momento, ha un problema di udito che non è affatto un problema medico. Le orecchie italiane del millenovecentocinquanta sono orecchie che hanno sentito le bombe.

Il nome esisteva prima dell'azienda

Prima ancora del sottoscala di via Cerva, Holland aveva provato la strada che viene naturale a un ingegnere elettronico, costruire gli apparecchi con le proprie mani, invece di comprarli e rivenderli. La sua prima società si chiamava Elit, o forse Elite, Elettronica. Lo dice il catalogo di Radiomuseum, il registro online dove i collezionisti di apparecchi radio e acustici d'epoca censiscono ogni pezzo che riescono a ritrovare, risulta un'azienda, Elit Elettronica Italiana, con sede in via Salioni al numero quattordici, nell'anno millenovecentocinquantatré. E risulta, tre anni prima, un dispositivo uscito da quella stessa officina, si chiamava Amplifon. Fermatevi un attimo su questo punto, perché è il cuore del capitolo, il nome non è nato per battezzare un'azienda. È nato per battezzare un oggetto, un apparecchio acustico messo in vendita nel millenovecentocinquanta. L'azienda è arrivata dopo, e ha preso in prestito il nome di ciò che produceva. Ma quell'azienda, quella dei primi anni, non arriva da nessuna parte. E la ragione per cui si ferma non ha niente di romantico, sono i dazi. I componenti elettronici, allora, bisognava importarli dall'estero, e su ogni componente importato lo stato italiano faceva pagare un dazio. I conti, semplicemente, non tornavano più. Costruire in Italia costava troppo. E così Holland smette di produrre. Smette di produrre, ma non smette di volerlo. Il suo obiettivo, quello che ripeteva, era diventare il più grande produttore al mondo di apparecchi acustici. Non ci riuscirà mai. Al posto di quella fabbrica che sognava, costruirà un'azienda che di fabbriche non ne avrà nemmeno una, comprerà apparecchi già fatti da altri, e li rivenderà. Il più grande produttore al mondo, Holland, non lo diventerà mai. Il più grande venditore al mondo, invece, sì. Tenete a mente questa frase, il più grande produttore al mondo che non è mai diventato, torna alla fine di questa storia, per una strada che alla fine lui non aveva preso.

I Lupetto

Il problema, negli anni cinquanta, non è avere gli apparecchi. È che chi ne ha bisogno non entra in un sottoscala di Milano, sta a Rovigo, sta a Foggia, vive in una casa senza telefono, e in molti casi non sa nemmeno che una cosa del genere esista. Allora Amplifon va a prenderselo. Non per modo di dire, con dei furgoncini. Si chiamavano Lupetto, l'autocarro o emme Lupetto, il nome proprio di un mezzo, non una categoria di mezzi, e giravano le province italiane portando l'apparecchio acustico fino a casa del cliente. La vendita porta a porta diventata una flotta su strada. Vale la pena guardarla per quello che è davvero, un'invenzione di modello prima ancora che di prodotto. Il negozio che si muove verso l'orecchio, invece di aspettare che sia l'orecchio ad arrivare da lui. Settantacinque anni dopo, l'azienda ha cinquemilaseicentotrenta negozi diretti, e la logica è rimasta la stessa, immobile, qualcuno seduto accanto a qualcun altro, per mezz'ora. Nel millenovecentocinquanta, la sordità italiana è, in gran parte, un'eredità dei bombardamenti. È esplosa la guerra, e le orecchie che ne sono uscite hanno smesso di funzionare come prima. E qui, nel podcast, dopo il passaggio sulle bombe, arriva la battuta ovvia dell'intervistatore, Oggi ci sono le discoteche, invece. E Vita risponde, quasi divertito, Oggi ci sono le discoteche, per cui quello che dico spesso anche ai miei figli è che prima o poi diventeranno miei clienti. Lo stesso identico danno. Prodotto da una causa opposta. Nel millenovecentocinquanta il mercato lo creavano gli aerei. Nel duemilaventisei lo crea il divertimento. E l'amministratore delegato scherza con i suoi figli sul fatto che il divertimento, prima o poi, glieli porterà in negozio.

Il ragazzo che ha smesso di crescere

Enrico Vita non è ancora l'uomo che comprerà una fabbrica. È solo un ragazzo che non ha nessuno in casa a cui chiedere come si tratta un'azienda. Mia mamma era casalinga, mio papà era dipendente statale, purtroppo è mancato abbastanza presto, dice lui stesso, e la frase basta a spiegare da dove parte, da una casa qualunque, senza industriali, senza soci, senza niente che assomigli a quello che diventerà. Il sogno di quel ragazzo, a quindici o sedici anni, non ha niente a che fare con le fabbriche. Io volevo fare il giocatore di basket. Il problema è che non sono cresciuto. Il corpo si ferma, e con lui si ferma anche il basket. Vita la chiama una grandissima, grandissima delusione, e lo dice due volte, di fila, perché a distanza di quarant'anni la delusione brucia ancora un po, anche se ormai è solo un dettaglio di una vita che ha preso un'altra strada. Anche la scelta dell'università non ha niente di epico. C'è un amico del cuore, e c'è una frase buttata lì in due battute, Il mio amico del cuore mi disse, facciamo ingegneria. Io dico, va bene, allora facciamo ingegneria. Così, senza pensarci due volte, un ragazzo di provincia sceglie ingegneria meccanica ad Ancona. Poi, dopo l'estate, l'amico lo richiama. Senti, Enrico, io. E si ferma lì, la frase resta a metà, perché quell'amico ha cambiato idea, e non farà ingegneria. Vita invece resta. Resta da solo su una scelta che non era nemmeno sua, e la porta fino in fondo. Dopo la laurea entra alla Merloni-Indesit, il gruppo che fa elettrodomestici, frigoriferi, lavatrici, tutto ciò che si stampa e si assembla in una fabbrica. A ventinove anni, pochi giorni dopo il matrimonio, parte per la Turchia a occuparsi di uno stabilimento. Poi passa alla ricerca e sviluppo del freddo, poi alla catena di fornitura, poi arriva a gestire un budget di acquisti da due miliardi. Vent'anni dentro le fabbriche. Il sabato e la domenica compresi.

«Sei stato composto?»

Duemilaquattordici. Enrico Vita entra in Amplifon, la catena italiana che vende e assiste apparecchi acustici, non fabbrica dischi, non stampi, non componenti, entra in una rete di migliaia di negozi. Ed è il salto meno intuitivo di tutta la sua carriera. Lo dice lui stesso, in un'intervista, Venivo da un settore che era probabilmente il più distante si potesse immaginare. Un uomo che ha passato la vita a far uscire pezzi da una linea di montaggio arriva in un'azienda che di linee di montaggio non ne possiede nemmeno una. Passa poco più di un anno. A fine ottobre del duemilaquindici gli comunicano che sarà lui l'amministratore delegato. Ha quarantasei anni. Nel podcast l'intervistatore gli fa una domanda diretta, quel giorno sei stato composto, oppure ti sei chiuso in bagno a fare i salti di gioia? Vita risponde che è stato assolutamente composto. Ed è una bugia trasparente, lo dice lui stesso, l'intervistatore, chiamandola così, perché due frasi dopo esce fuori la scena vera, quella sera lui e sua moglie sono andati a cena in un ristorante sul lago di Como. A festeggiare. È l'unica immagine privata di tutta questa storia, due persone a un tavolo affacciato sull'acqua, la sera stessa in cui a uno dei due hanno appena messo in mano un'azienda quotata in borsa. E poi c'è la prima mossa da amministratore delegato, una scelta che oggi, sapendo come va a finire, va riletta due volte. Vita dice, Abbiamo portato in azienda tantissime persone, nessuna di queste veniva dal settore, dovevamo portare le migliori competenze in assoluto. Nessuna dal settore. La squadra che nei dieci anni successivi avrebbe fatto crescere Amplifon è stata scelta apposta fuori dal mestiere degli apparecchi acustici. Undici anni dopo, quella stessa squadra avrebbe pagato due miliardi e trecento milioni di euro per comprare un'azienda il cui unico valore è, esattamente, competenza di settore, brevetti, chip disegnati su misura, ingegneri che di apparecchi acustici non hanno mai fatto altro nella vita.

Ci siamo guardati negli occhi

Duemiladiciotto è l'anno in cui Vita decide una cosa che quasi nessuna azienda europea di apparecchi acustici osa fare a cuor leggero, entrare in Cina. Racconta la decisione così, ed è disarmante nella sua semplicità, una stanza, un gruppo di persone intorno a un tavolo, un giro di sguardi. Ci siamo guardati negli occhi, abbiamo detto, che dite, lo facciamo questo passo? Mi hanno risposto tutti di sì, per cui mi sono fidato e ci siamo buttati. E poi, subito dopo, la correzione che smorza l'azzardo, Siamo entrati in Cina, direi, in punta di piedi. A rendere la Cina irresistibile era un numero, la demografia, duecentocinquanta milioni di persone sopra i sessantacinque anni, destinate a diventare trecentocinquanta milioni nel giro di dieci anni. Un paese dove il mercato ti viene incontro da solo, camminando. Ma vale la pena mettere quel numero accanto ai censimenti veri. L'ufficio nazionale di statistica cinese ne conta duecentoventitré milioni e seicentocinquantamila, circa il dodici per cento in meno di quanto dice la cifra che circolava. E la proiezione dei trecentocinquanta milioni, nelle fonti demografiche serie, non arriva fra dieci anni, le stime che le somigliano di più si collocano intorno alla metà del secolo. La scommessa può reggere lo stesso, perché la Cina invecchia comunque, e in fretta, ma il numero che l'ha motivata era più grande del vero. La scena migliore della Cina, però, non è dentro una tabella. È il duemilaventitré, ed è l'apertura di un negozio a cui Vita assiste di persona, è una festa, ci sono draghi che girano, maschere e così via. Draghi di carta che ballano davanti a una vetrina di apparecchi acustici, a settemila chilometri dal sottoscala di via Cerva dove tutto era cominciato.

Zero

Poi arriva marzo duemilaventi, e succede la cosa che a un'azienda fatta di negozi e di mezz'ore sedute accanto a una persona non può succedere. I primi giorni abbiamo fatturato zero. Non poco. Zero. Millecinquecento vetrine chiuse nello stesso momento in mezzo mondo, e un mestiere che per sua natura non si può fare a distanza, un apparecchio acustico va provato dentro un orecchio, e quell'orecchio è attaccato a una persona che deve venire di persona. Della sua reazione, Vita dice una frase sola. Ed è la meno manageriale di tutta l'intervista. Lì non dormi benissimo la notte. Nella trascrizione quella frase sta a poche righe da un'altra, Nel duemilaventicinque abbiamo fatturato due virgola quattro miliardi di euro. Sono vicine. È la stessa azienda, cinque anni dopo. Ed è quella seconda cifra la ragione per cui la prima non ha ucciso nessuno.

Præstø

A Præstø, una cittadina della Danimarca affacciata sul mare, sorge lo stabilimento che ha reso possibile tutto quello che segue, qui ha sede ReSound, la società danese specializzata in apparecchi acustici che produce, dice l'azienda stessa, alcuni dei chip più piccoli e complicati del mondo, spediti in oltre novanta paesi. Quando l'hanno inaugurato è arrivato il primo ministro danese in persona a tagliare il nastro. Perché un apparecchio acustico moderno non è più un pezzo di plastica che amplifica il rumore. È un computer grande come un chicco di riso che sta dentro un orecchio per sedici ore al giorno, distingue una voce dal fracasso di una sala piena, si collega al telefono, e consuma quasi nulla per farlo. Il valore vero non è nell'involucro. È nel silicio, e in chi sa disegnarlo. Il sedici marzo duemilaventisei arriva l'annuncio, Amplifon se lo compra. Diciassette miliardi di corone danesi, dodici virgola sei miliardi in contanti, più cinquantasei milioni di azioni Amplifon, cosicché chi vende si ritrova azionista di chi compra. Un prezzo che vale, debito compreso, quattordici anni del margine operativo lordo che l'azienda ha fatto nell'anno appena chiuso. Vita, l'amministratore delegato di Amplifon, riassume l'operazione in una frase sola, domani, dice, avremo attività che partono dal design, dalla progettazione dei chip, fino al cliente finale. E quando l'intervistatore scorre l'elenco di quello che il gruppo unito ora possiede, se ne esce con una battuta che coglie nel segno, vi manca solo una miniera di terre rare. La borsa, quella battuta non la trova divertente. Il giorno stesso dell'annuncio il titolo Amplifon perde tra l'undici e il dodici per cento, è lo stesso crollo di cui si è già parlato, la stessa giornata. Nelle ore successive gli analisti mettono in fila tre motivi, diluizione per i vecchi azionisti, più debito sulle spalle, e meno margine per sbagliare ancora. A operazione chiusa, il rapporto tra il debito netto e il margine operativo lordo si porterebbe a circa tre volte. Le sinergie promesse, tra i sessanta e gli ottanta milioni, non arriverebbero prima del duemilaventinove. Poi ci sono le obiezioni di chi il mestiere lo fa davvero. Brandon Sawalich guida Starkey, un concorrente americano nel settore degli apparecchi acustici, e mette il dito nel punto più delicato, prendere una fabbrica di chip e infilarla dentro una cultura aziendale abituata a vendere al dettaglio non è un'operazione di contabilità. È un trapianto, e i trapianti a volte li rigetta il corpo che li riceve. C'è poi chi ha fatto i conti sulla probabilità che l'affare si chiuda davvero, l'analista Niels Granholm-Leth la stima intorno all'ottanta per cento. Detto altrimenti, una probabilità su cinque che non succeda niente di tutto questo. E il precedente esiste già, tra il duemilasei e il duemilasette i regolatori tedeschi bloccarono l'unione tra due aziende dello stesso settore, Phonak e ReSound. E infine il dettaglio quasi comico, se non fosse così scomodo, Demant, che con ReSound è in diretta concorrenza, ne possiede circa il dodici per cento delle azioni. Il che significa che si ritrova a essere azionista proprio di chi sta vendendo un pezzo di sé a un altro concorrente. Un altro elemento da tenere d'occhio, ha scritto qualcuno che segue la vicenda da vicino. E per ora è l'unica cosa certa.

La mappa americana

Il punto vero dell'operazione, però, non è danese. È americano. In America Amplifon, l'azienda nata in quel sottoscala di via Cerva, c'è dal millenovecentonovantanove, quando comprò un marchio che si chiama Miracle-Ear. Lo comprò da Bausch and Lomb, la società delle lenti a contatto, che in quegli anni si liberava delle orecchie per restare concentrata sugli occhi. Quanto sia costata quell'acquisizione non lo sa nessuno, il giornale locale che diede la notizia scrisse soltanto che i termini della vendita non erano stati resi noti, e da allora quella cifra non è mai uscita. Ecco perché conta oggi, con l'operazione danese arriverebbe in dote un altro marchio americano, Beltone, che appartiene al gruppo danese al centro di tutta questa storia. E Miracle-Ear più Beltone, messi insieme, varrebbero tra il dodici e il quindici per cento del mercato americano degli apparecchi acustici prescritti dal medico. Una quota che li farebbe sedere accanto ai due soggetti più grandi del paese in questo mercato, e non sono due aziende del settore. Il primo è il sistema sanitario dei veterani, lo stato che cura chi ha fatto la guerra, pesa circa il diciannove per cento. Il secondo, con circa il sedici per cento, è Costco, sì, la catena di magazzini all'ingrosso, quella dei pacchi da ventiquattro rotoli di carta igienica. Costco vende anche apparecchi acustici, e ne vende più di chiunque altro tranne il governo federale. È in questa compagnia che l'operazione con i danesi porterebbe l'azienda nata in quel sottoscala milanese, terzo posto in America, dietro un ministero e un supermercato.

Il sottoscala e la fabbrica

Ricapitolando quello che è successo davvero, e in che ordine. Un ingegnere elettronico voleva costruire apparecchi acustici e diventare il più grande produttore del mondo. I dazi sui componenti importati glielo hanno impedito, e allora ha fatto l'unica altra cosa possibile, ha smesso di produrre e si è messo a vendere, insieme alla moglie, in un vano sotto una rampa di scale, poi con dei furgoncini che giravano di provincia in provincia. Settantasei anni dopo, l'uomo che ha preso il suo posto ha comprato la fabbrica. È un uomo di fabbriche, arrivato dal mondo degli elettrodomestici, che si presentava dicendo di venire dal settore più distante che si potesse immaginare, e che aveva costruito la sua squadra scegliendo apposta gente di fuori. Anche lui, come il fondatore prima di lui, si muove in piena epoca di dazi, stabilimenti in Danimarca, in Cina, in Malesia e negli Stati Uniti, in un mondo che le frontiere le sta rialzando. La stessa forza che nel millenovecentocinquanta aveva costretto il fondatore a rinunciare al suo mestiere è di nuovo qui, e questa volta l'azienda non la subisce, le va incontro. Così l'ambizione che il fondatore aveva dichiarato e non era mai riuscito a realizzare si compie per una strada che lui non avrebbe mai preso, non costruendo la fabbrica, ma comprandola, settantasei anni più tardi, con i soldi fatti vendendo quello che producevano gli altri. Il più grande produttore al mondo, quello che Holland aveva sognato di diventare, oggi non serve più costruirlo, basta comprarlo. Resta da vedere se l'operazione si chiude davvero. Un analista dà l'ottanta per cento di probabilità che vada in porto, il che, detto altrimenti, vuol dire che una volta su cinque non succede. E il ragazzo che andava in fabbrica il sabato e la domenica, nel frattempo, senza clamore, ha finito per comprarne una.

Io andavo in fabbrica il sabato e la domenica

È la prima cosa che dice, prima ancora che parta il racconto. Non «sono nato ad Ancona», non «ho studiato ingegneria»: io andavo in fabbrica il sabato e la domenica. I coetanei no, lui sì.

L'uomo che lo dice si chiama Enrico Vita, ha guidato per undici anni un'azienda che di fabbriche non ne ha mai avuta nemmeno una, e nel marzo 2026 ne ha comprata una in Danimarca.

Amplifon vende apparecchi acustici. Non li fa: li sceglie, li ordina, li regola sull'orecchio di chi entra in negozio. È un mestiere di vetrine e di mezz'ore passate seduti accanto a una persona, e ha funzionato benissimo — 2,4 miliardi di euro di fatturato nel 2025, venticinquemila e passa punti vendita nel mondo. Poi, il 16 marzo 2026, l'azienda ha annunciato che avrebbe pagato 17 miliardi di corone danesi — circa 2,3 miliardi di euro — per prendersi la divisione apparecchi acustici del gruppo GN. Dentro il pacchetto c'erano oltre 2.800 brevetti e degli stabilimenti veri, in Danimarca, Cina, Malesia e Stati Uniti.

Il mercato ha risposto in giornata: meno undici per cento.

Per capire perché quel giorno è più strano di quanto sembri bisogna tornare indietro di settantasei anni, a un vano sotto una rampa di scale a Milano, e a un uomo che di mestiere voleva fare esattamente il contrario di quello che ha fatto.

Il vano sotto la rampa

Algernon Charles Holland nasce nel 1919. Suo padre, ufficiale della Royal Air Force, muore prima che lui venga al mondo: il figlio non lo conoscerà mai. Cresce in Argentina con la madre, e là studia ingegneria elettronica.

Quando comincia la guerra ha vent'anni. Finisce nel Royal Corps of Signals, il corpo delle trasmissioni britannico — quelli dei collegamenti radio, degli apparati, del suono che deve arrivare da una parte all'altra di un fronte. Nel 1943 riceve un MBE per i servigi resi in Grecia: prima dell'Italia, la Grecia. Poi arriva la Military Cross. Il supplemento della London Gazette del 2 agosto 1945 lo elenca in una riga secca, come si elencano le decorazioni: «Major (temporary) Algernon Charles HOLLAND, M.B.E. (224865), Royal Corps of Signals».

Finita la guerra, un maggiore inglese decorato due volte ha una cosa ovvia da fare, che è tornare a casa. Holland non torna. A Milano ha conosciuto una ragazza italiana — «che evidentemente gli è piaciuta molto», è l'unico commento che la storia si concede su questo punto — e resta.

Nel 1950 i due aprono un'attività in via Cerva 24. Non un negozio con la vetrina sulla strada: un sottoscala. Il vano sotto una rampa, e dentro due persone. Lei non ha un nome in nessuna delle fonti che si possono aprire oggi: è la socia di fatto della scena di fondazione, la sola ragione per cui quell'uomo è in Italia invece che in Inghilterra, e resta senza nome.

Il paese, in quel momento, ha un problema di udito che non è un problema medico astratto. Le orecchie italiane del 1950 sono orecchie che hanno sentito le bombe.

A diamond formation of nine General Dynamics F-16 Fighting Falcon aircraft from Squadrons 727 and 730, Fighter Wing Skrydstrup, Royal Danish Air Force on a display flight at Danish Air Show 2014. At t
A diamond formation of nine General Dynamics F-16 Fighting Falcon aircraft from Squadrons 727 and 730, Fighter Wing Skrydstrup, Royal Danish Air Force on a display flight at Danish Air Show 2014. At t — foto: Slaunger · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il nome esisteva già prima dell'azienda

Prima di via Cerva, Holland aveva provato la strada che a un ingegnere elettronico viene naturale: costruirli, gli apparecchi. La sua prima società si chiamava Elit — o Elite — Elettronica. A Radiomuseum, il catalogo dove i collezionisti censiscono gli apparati d'epoca, ELIT Elettronica Italiana risulta con sede in via Salioni 14 nel 1953; e risulta con un dispositivo prodotto nel 1950 che si chiamava «Amplifon T».

Il nome del marchio, cioè, esisteva già come nome di un oggetto. Prima è stato un apparecchio, poi è diventato un'azienda.

L'azienda però nasce da una rinuncia, e la rinuncia ha una causa precisa e poco romantica: i dazi. I componenti bisognava importarli, e sui componenti importati si pagava. I costi non stavano in piedi. Holland smette di produrre.

Non smette di volerlo. Il suo obiettivo dichiarato era diventare il più grande produttore al mondo di apparecchi acustici — ed è l'obiettivo che non ha mai raggiunto, perché ha costruito, al suo posto, un'azienda che non fabbricava assolutamente niente. Comprava da altri e vendeva. Il più grande produttore al mondo non lo è diventato mai; il più grande venditore al mondo sì.

Tenete a mente questa frase. Torna alla fine, per una strada che lui non aveva preso.

I Lupetto

Il problema, negli anni Cinquanta, non è avere gli apparecchi. È che chi ne ha bisogno non entra in un sottoscala di Milano, perché sta a Rovigo, a Foggia, in una casa senza telefono, e in molti casi non sa nemmeno che una cosa del genere esista.

Allora Amplifon va a prenderlo. Non per modo di dire: con dei furgoncini. Si chiamavano Lupetto — l'autocarro OM Lupetto, un nome proprio di mezzo, non una categoria — e giravano le province italiane portando l'apparecchio acustico a casa del cliente. La vendita porta a porta come flotta su strada.

È una cosa che vale la pena guardare per quello che è, e cioè un'invenzione di modello prima che di prodotto: il negozio che si muove verso l'orecchio invece di aspettarlo. Settantacinque anni dopo, l'azienda ha 5.630 negozi diretti e la stessa logica, immobile: qualcuno seduto accanto a qualcun altro per una mezz'ora.

Nel 1950 la sordità italiana è, in larga parte, un lascito dei bombardamenti. È esplosa la guerra, e le orecchie che ne sono uscite hanno smesso di funzionare come prima.

Nel podcast, dopo il passaggio sulle bombe, l'intervistatore fa la battuta ovvia: «Ora ci sono le discoteche invece.»

E Vita risponde: «Oggi ci sono le discoteche, per cui quello che dico spesso anche ai miei figli è che prima o poi diventeranno miei clienti.»

Ecco: lo stesso danno esatto, prodotto da una causa opposta. Nel 1950 il mercato lo creavano gli aerei; nel 2026 lo crea il divertimento. E l'amministratore delegato scherza con i suoi figli sul fatto che il divertimento, prima o poi, glieli porterà in negozio.

Il ragazzo che ha smesso di crescere

Enrico Vita non nasce in una famiglia che tratta aziende. «Mia mamma era casalinga, mio papà era dipendente statale, purtroppo è mancato abbastanza presto.»

Il sogno, da bambino, non c'entrava niente con l'industria: «Io volevo fare il giocatore di basket. Il problema è che non sono cresciuto.» A quindici, sedici anni il corpo si ferma e il basket finisce. Nel racconto la definisce «una grandissima, grandissima delusione», e la parola la ripete due volte, come si ripetono le cose che a distanza di quarant'anni bruciano ancora un po'.

La scelta dell'università è ancora meno epica. C'è l'amico del cuore, e c'è una frase: «Il mio amico del cuore mi disse: facciamo ingegneria. Io dico: va bene, allora facciamo ingegneria.» Ingegneria meccanica ad Ancona, decisa così, in due battute, da un ragazzo di provincia che non ha nessuno in casa a cui chiedere.

Poi, dopo l'estate, l'amico lo richiama. «Senti, Enrico, io...»

Vita ci resta, a ingegneria. E dopo la laurea entra in Merloni-Indesit, cioè negli elettrodomestici: frigoriferi, lavatrici, roba che si stampa e si assembla. A ventinove anni, pochi giorni dopo il matrimonio, parte per la Turchia a occuparsi di uno stabilimento. Poi la ricerca e sviluppo del freddo, poi la catena di fornitura, poi un budget acquisti da due miliardi.

Vent'anni dentro le fabbriche. Il sabato e la domenica compresi.

Finnish Air Force BAE Hawk Mk.66 (HW-361) at the Royal International Air Tattoo 2024.
Finnish Air Force BAE Hawk Mk.66 (HW-361) at the Royal International Air Tattoo 2024. — foto: Julian Herzog (Website) · CC BY 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

«Sei stato composto oppure ti sei chiuso in bagno?»

Nel 2014 Enrico Vita entra in Amplifon. È il salto meno intuitivo della sua carriera, e lo dice lui stesso: «Venivo da un settore che era probabilmente il più distante si potesse immaginare.» Un uomo che ha passato la vita a far uscire oggetti da una linea di montaggio arriva in un'azienda che di linee di montaggio non ne possiede.

A fine ottobre 2015 gli comunicano che sarà amministratore delegato. Ha quarantasei anni.

Nel podcast l'intervistatore gli chiede com'è stata la reazione: composto, o chiuso in bagno a fare i salti? Vita risponde che è stato «assolutamente composto». È una bugia trasparente, e l'intervistatore la chiama così — perché due frasi dopo esce la scena vera: quella sera lui e sua moglie sono andati a cena sul lago di Como. A festeggiare.

Quella cena è la sola immagine privata di tutta la vicenda: due persone a un tavolo sull'acqua, la sera in cui a uno dei due hanno appena consegnato un'azienda quotata.

La prima mossa da capo, invece, è una cosa che oggi va riletta due volte: «Abbiamo portato in azienda tantissime persone, nessuna di queste che veniva dal settore [...] dovevamo portare le migliori competenze in assoluto.» Nessuna dal settore. La squadra che avrebbe fatto crescere Amplifon per dieci anni è stata scelta apposta fuori dal mestiere degli apparecchi acustici.

Undici anni dopo, quella stessa squadra avrebbe pagato 2,3 miliardi per comprare un'azienda il cui unico valore è competenza di settore: brevetti, chip disegnati su misura, ingegneri che di apparecchi acustici non hanno mai fatto altro.

Ci siamo guardati negli occhi

Nel 2018 arriva la decisione che nessun retailer europeo prende a cuor leggero: entrare in Cina.

Il modo in cui viene raccontata è disarmante nella sua semplicità. Una stanza, un gruppo di persone, un giro di sguardi: «Ci siamo guardati negli occhi, abbiamo detto: che dite, lo facciamo questo passo? Mi hanno risposto tutti di sì, per cui mi sono fidato e ci siamo buttati.» Poi, subito dopo, il correttivo: «Siamo entrati in Cina, direi, in punta di piedi.»

Il numero che rendeva la Cina irresistibile era la demografia: duecentocinquanta milioni di persone sopra i sessantacinque anni, destinate a diventare trecentocinquanta milioni nel giro di dieci anni. Un paese dove il mercato ti cammina incontro da solo.

Vale la pena mettere quel numero accanto ai censimenti. L'Ufficio nazionale di statistica cinese conta 223,65 milioni di over 65 — circa il dodici per cento in meno di quanto la cifra circolante dice. E la proiezione dei 350 milioni, nelle fonti demografiche, non è a dieci anni: le stime che le somigliano stanno intorno alla metà del secolo. La scommessa può reggere lo stesso — la Cina invecchia comunque, e in fretta — ma il numero che l'ha motivata era più grande del vero.

La scena migliore della Cina, però, non è una tabella. È del 2023, ed è un'apertura di negozio a cui Vita assiste di persona: «è una festa, ci sono draghi che girano, maschere e così via». Draghi di carta che ballano davanti a una vetrina di apparecchi acustici. È l'unico quadro visivo che l'intervistato offra spontaneamente in tutta la conversazione, ed è a settemila chilometri dal sottoscala di via Cerva.

Zero

Poi arriva marzo 2020, e succede la cosa che a un'azienda fatta di negozi e di mezz'ore seduti accanto a una persona non può succedere.

«I primi giorni abbiamo fatturato zero.»

Non «poco»: zero. Milleseicento vetrine chiuse contemporaneamente in mezzo mondo, e un mestiere che per definizione non si può fare a distanza — perché un apparecchio acustico va provato in un orecchio, e l'orecchio è attaccato a una persona che deve venire di persona.

Della sua reazione Vita dice una frase sola, ed è la meno manageriale di tutta l'intervista: «Lì non dormi benissimo la notte.»

Nell'incipit della trascrizione quella frase sta a poche righe di distanza da un'altra: «Nel 2025 abbiamo fatturato 2,4 miliardi di euro.» Sono attaccate. È la stessa azienda, a cinque anni di distanza — e la seconda cifra è la ragione per cui la prima non ha ucciso nessuno.

An F/A-18 Hornet performs a high-angle-of-attack manoeuvre during an air show display, with condensation revealing vortices shed from the leading-edge root extensions in humid air. Condensation forms
An F/A-18 Hornet performs a high-angle-of-attack manoeuvre during an air show display, with condensation revealing vortices shed from the leading-edge root extensions in humid air. Condensation forms — foto: Julian Herzog (Website) · CC BY 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Præstø

A Præstø, in Danimarca, c'è uno stabilimento di GN ReSound. Quando è stato inaugurato ha tagliato il nastro il primo ministro danese: là dentro si producono, dice l'azienda, alcuni dei chip più piccoli e complicati del mondo, e vanno in oltre novanta paesi.

Un apparecchio acustico moderno è questo: un computer grande come un chicco di riso che sta in un orecchio per sedici ore al giorno, distingue una voce dal rumore di una sala, si collega a un telefono e consuma pochissimo. Il valore non è nella plastica. È nel silicio e in chi lo sa disegnare.

Il 16 marzo 2026 Amplifon annuncia che se lo compra. Diciassette miliardi di corone danesi: 12,6 miliardi in contanti più 56 milioni di azioni Amplifon — cioè il venditore si ritrova azionista del compratore. Il prezzo corrisponde a circa quattordici volte l' sui dati 2025.

La frase con cui Vita spiega l'operazione è la definizione di un'azienda diversa: «Domani avremo attività che partono dal design, dalla progettazione dei chip fino al cliente finale.»

L'intervistatore, davanti all'elenco dei numeri del gruppo combinato, se ne esce con: «Vi manca solo una miniera di perle terre rare.»

La borsa non ride. Il giorno dell'annuncio il titolo Amplifon lascia sul terreno l'undici-dodici per cento. Le analisi che escono nelle ore successive dicono, in ordine: diluizione, maggiore leva finanziaria, e «meno margine per ulteriori errori». Il rapporto tra debito netto ed EBITDA, a operazione chiusa, sarebbe intorno a tre volte. Le sinergie promesse — 60-80 milioni — arriverebbero entro il 2029.

Poi ci sono le obiezioni di merito, che vengono da chi il mestiere lo conosce. Brandon Sawalich, di Starkey, solleva pubblicamente il dubbio più serio: infilare un apparato manifatturiero dentro una cultura aziendale da retail non è un'operazione contabile, è un trapianto. L'analista Niels Granholm-Leth stima all'ottanta per cento la probabilità che l'operazione si chiuda — cioè una su cinque che non si chiuda affatto. C'è un precedente che pesa: nel 2006-2007 i regolatori tedeschi bloccarono l'unione tra Phonak e GN. E c'è un dettaglio quasi comico nella sua scomodità: Demant, concorrente diretto, detiene circa il dodici per cento di GN, e si ritrova quindi azionista di un'azienda che sta vendendo una divisione a un altro concorrente. «Another element to watch», è stato scritto.

La mappa americana

Il punto vero dell'operazione, però, non è danese. È americano.

Amplifon negli Stati Uniti c'è dal 1999, quando comprò Miracle-Ear da Bausch & Lomb — l'azienda delle lenti a contatto che si liberava delle orecchie per restare agli occhi. Quanto sia costata non lo sa nessuno: il giornale locale che diede la notizia scrisse che «the terms of the sale were not disclosed», e da allora la cifra non è mai uscita.

Con GN arriverebbe Beltone. E Miracle-Ear più Beltone, insieme, farebbero tra il dodici e il quindici per cento del mercato prescrittivo americano: cioè si siederebbero accanto ai due soggetti più grossi del paese, che non sono aziende del settore.

Il primo è il sistema sanitario dei veterani, con circa il diciannove per cento: lo stato. Il secondo, con circa il sedici, è Costco — la catena dei magazzini all'ingrosso, quella dove si comprano i pacchi da ventiquattro rotoli di carta igienica. Costco vende apparecchi acustici, e ne vende più di chiunque altro tranne il governo federale.

È in questa compagnia che l'operazione danese porterebbe l'azienda nata in un sottoscala di via Cerva: terzo posto in America, dietro un ministero e un supermercato.

Chi vende apparecchi acustici in America: quote del mercato prescrittivo

gamma97
dati: Hearingtracker, «Will the Amplifon-GN Deal Redraw the U.S. Hearing Aid Map?» (la barra Miracle-Ear + Beltone è il punto medio di una stima 12-15%) · elaborazione: gamma97
Panoramic view of Lake Como, a lake of glacial origin located in Lombardy, Italy. With 146 square kilometres (56 sq mi) it is the third largest in the country, and is over 400 metres (1,300 ft) deep,
Panoramic view of Lake Como, a lake of glacial origin located in Lombardy, Italy. With 146 square kilometres (56 sq mi) it is the third largest in the country, and is over 400 metres (1,300 ft) deep, — foto: Diego Delso · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il sottoscala e la fabbrica

Ricapitolando quello che è successo davvero, e in che ordine.

Un ingegnere elettronico voleva costruire apparecchi acustici e diventare il più grande produttore del mondo. I dazi sui componenti importati glielo hanno impedito, e allora ha fatto l'unica altra cosa possibile: ha smesso di produrre e si è messo a vendere, con la moglie, in un vano sotto una rampa di scale, e poi con dei furgoncini che giravano le province.

Settantasei anni dopo, l'uomo che ha preso il suo posto — un uomo di fabbriche, arrivato dagli elettrodomestici, che si presentava dicendo di venire «dal settore più distante che si potesse immaginare», e che aveva costruito la sua squadra scegliendo apposta gente di fuori — ha comprato la fabbrica.

Anche lui, come Holland, in piena epoca di dazi: stabilimenti in Danimarca, Cina, Malesia e Stati Uniti, in un mondo che le frontiere le sta rialzando. La stessa forza che nel 1950 aveva costretto il fondatore a rinunciare al suo mestiere, adesso c'è di nuovo, e questa volta l'azienda ci va incontro.

L'ambizione dichiarata del fondatore, quella che non aveva realizzato, si compie per una strada che lui non avrebbe mai preso: non costruendo la fabbrica, ma comprandola, settantasei anni dopo, con i soldi fatti vendendo quello che facevano gli altri.

Resta da vedere se si chiude. Un analista dice ottanta per cento; il che significa che una volta su cinque non succede. E il ragazzo che andava in fabbrica il sabato e la domenica, nel frattempo, ha finito per comprarne una.

Riferimenti

  1. Amplifon: 75 anni di storia in un podcast — https://corporate.amplifon.com/it/media/news/Amplifon_Podcast
  2. The Gazette, supplemento della London Gazette del 2 agosto 1945 (Algernon Charles Holland, M.B.E., Royal Corps of Signals) — https://www.thegazette.co.uk
  3. Radiomuseum — scheda ELIT Elettronica Italiana, Milano, e apparecchio «Amplifon T» (1950) — https://www.radiomuseum.org
  4. Forbes Italia, 8 gennaio 2025 — l'indirizzo di via Cerva 24 e la fondazione del 1950 — https://forbes.it
  5. GN Store Nord — comunicato del 16 marzo 2026 sulla cessione della divisione Hearing — https://www.gn.com
  6. GN ReSound — «Danish Prime Minister opens GN ReSound facility» (Præstø, Danimarca) — https://www.resound.com
  7. Hearingtracker — «Will the Amplifon-GN Deal Redraw the U.S. Hearing Aid Map?» — https://www.hearingtracker.com
  8. Investing.com — la reazione del titolo Amplifon all'annuncio del 16 marzo 2026 — https://www.investing.com
  9. Yahoo Finance — «Amplifon's Big Bet Has Investors Hearing Alarm Bells» — https://finance.yahoo.com
  10. Rochester Business Journal, 3 settembre 1999 — la cessione di Miracle-Ear da parte di Bausch & Lomb — https://rbj.net
  11. National Bureau of Statistics of China, dati sulla popolazione over 65 (ripresi da Global Times) — https://www.stats.gov.cn