Il 1° ottobre 2013 due amici cresciuti a Rogoredo aprono un canale YouTube per fare in italiano gli scherzi che avevano visto fare in America. Il primo video non lo guarda nessuno. Tredici anni dopo il canale ha superato i quattro milioni di iscritti, i due hanno vinto Pechino Express, sono stati denunciati per essersi finti assistenti civici del Comune di Milano, si sono presi querele e schiaffi veri, hanno smesso di vivere di pubblicità e hanno cominciato a farsi pagare direttamente da chi li guarda. La loro società, theShow S.r.l., ha depositato per il 2024 un fatturato di 1.224.316 euro e un utile netto di 37.307. Nel 2025 il fatturato sale verso 1,3 milioni e l'utile scende sotto i settemila euro. Questa è la storia di come si arriva lì, e di che cosa è costato.

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Uno schiaffo e una querela
theShow di Alessandro Tenace e Alessio Stigliano, 1.224.316 euro di ricavi nel 2024, 37.307 di utile
Lo schiaffo arriva in faccia ad Alessandro Tenace mentre sta girando uno scherzo su un treno. Chi glielo dà non ride, non sta al gioco, lo colpisce e lo sbatte contro una vetrina. È il rischio del mestiere. E Tenace, che di mestiere fa lo youtuber, uno che gira scherzi con la telecamera e li mette in rete, ha una regola sua, su questo, le mani addosso sono comunque sbagliate, ma lui non reagisce mai. Incassa e continua a girare. Poi succede la cosa che non ti aspetti. Il video esce, e la querela non arriva dall'uomo che l'ha colpito. Arriva da TreNord, la società che gestisce i treni su cui Tenace e la sua troupe stavano girando. La richiesta di risarcimento è di centomila euro. Era il duemilatredici. no, era il duemilaotto, dice Tenace, forse, non lo ricorda nemmeno con precisione, di schiaffi ne ha presi tanti. La causa finisce senza che venga riconosciuto un danno. Ma il video, quello, lo tolgono. Uno che si prende uno schiaffo in faccia e si ritrova l'azienda ferroviaria che gli chiede centomila euro, per capire come si arriva a questo punto, bisogna fare un passo indietro di vent'anni. A due bambini di otto anni, fermi davanti a un calorifero, in una classe delle elementari.
Gina e Pina Show
Alessandro Tenace e Alessio Stigliano, i due che avete sentito, o che sentirete, al centro di questa storia, si conoscono alla scuola materna. Sono amici da prima di saper leggere. E da bambini, insieme, combinano una cosa che racconta già tutto, mettono su uno spettacolo teatrale e lo portano in tour. Il tour sono le classi della scuola elementare, il palco è lo spazio davanti ai termosifoni, e lo spettacolo si intitola Gina e Pina Show. A otto anni, Tenace e Stigliano interpretano due pensionate milanesi. Lo sketch, in sostanza, consiste nel ripetersi i nomi a vicenda, Gina, Pina. Pina, Gina. E così via. Una roba tristissima, dice oggi Tenace, ripensandoci. Ride, ma lo dice. Crescono un po, arrivano a dodici, tredici, quattordici anni, e tutti e due hanno una piccola videocamera digitale, di quelle da famiglia, di quelle che una volta si collegavano al televisore per rivedere le vacanze. Non smettono, continuano a girare sketch, per strada, tra loro. E Tenace, oggi, spiega quell'urgenza con una frase secca, abitavano a Rogoredo, e l'alternativa era farsi le pere. Non è un modo di dire. Rogoredo, il loro quartiere a Milano, è il quartiere del boschetto della droga, una zona boscata di circa sessantacinque ettari a ridosso della seconda stazione ferroviaria della città, descritta dal Fatto Quotidiano come la piazza di spaccio più grande del Nord Italia, gestita da organizzazioni criminali, con l'eroina venduta intorno ai due euro a dose. E anche quando arrivano gli sgomberi, il fenomeno non sparisce, si sposta lungo i binari, e verso l'hinterland a sud-est. In quel quartiere, due ragazzini con una videocamera in mano stanno facendo una cosa che a loro, in quel momento, sembra soltanto divertente.
Il ragazzo che non telefonava
C'è un ragazzo che all'università dà tutti gli esami tranne tre, iscritto a Ingegneria dell'Automazione. Si chiama Tenace, e mentre studia lavora, promoter nei centri commerciali, a vendere stampanti Epson. Il lavoro, per la maggior parte del tempo, è stare in piedi dieci ore di fila dentro un centro commerciale. Per due anni, Tenace è il maggior venditore di stampanti di tutta la Lombardia. Ma per capire quanto è strano quel primato, bisogna tornare indietro, a quando era piccolo. Da bambino, Tenace era timido a livelli quasi patologici. Non parlava con gli sconosciuti. Non faceva telefonate, proprio non riusciva a telefonare. A un certo punto quella timidezza diventa un limite, e lui decide di metterci sopra le mani come si fa con una materia d'esame, si studia, ci si esercita, si riprova. Arriva a farsi eleggere rappresentante d'istituto, una cosa che per com'era l'anno prima sarebbe stata impensabile. Però basta uscire da quel giro, e torna il ragazzo di prima. A ventun anni si ritrova ancora a non saper avvicinare le ragazze. Ed è proprio mentre lavora su questo, telefonare, avvicinare, attaccare bottone con chi non conosce, che l'algoritmo di Facebook lo incrocia. All'epoca quell'algoritmo è ancora una cosa rudimentale, e un giorno gli mette davanti il video di uno youtuber americano che si chiama Vitaly. Il titolo è, Do you even lift? Il video consiste nell'andare a provocare i tizi in palestra. Da lì, Tenace scopre che esiste un mondo intero, i prank, gli esperimenti sociali. La prima cosa che fa è cercare su YouTube se in Italia ci sia qualcuno che fa robe del genere. Nessuno. Ci pensa un attimo, e lascia perdere, ha altro per la testa. Poi, un giorno, vede che uno pubblica un video in cui va in giro a scoreggiare sulla gente. Quel video fa un milione di visualizzazioni. Ed era esattamente uno dei format che aveva visto in America, uno di quelli che in italiano non faceva nessuno. Il pensiero che gli attraversa la testa è uno solo, sto perdendo un'occasione. Chiama Alessio.
Il nome lo dice Fabio
Al progetto se ne aggiunge un terzo, si chiama Fabio, ed è quello che nei primissimi tempi tiene la telecamera. Durerà poco, pochissimo. Durante una delle prime riprese intravede la polizia e scappa. Non tornerà mai più sul set. Oggi fa il dentista. E però, prima di andarsene, Fabio lascia il pezzo più importante, il nome del canale. Una sera Tenace e Fabio sono fuori insieme. Tenace riesce a inserirsi in una conversazione con sei ragazze. Ridono tutte, si diverte tutta la compagnia, e non succede niente. Le ragazze se ne vanno, e Fabio lo guarda e gli dice una frase che diventerà tutto, così non va bene, tu non conosci le persone, tu fai lo show. Il canale si chiamerà theShow. Perché uno show è esattamente quello che faranno con le loro vittime. Nasce il primo ottobre duemilatredici. Cinque giorni dopo esce il primo video, e si intitola Metodi di spesa alternativi, sono i due che rubano la spesa agli sconosciuti alle casse automatiche del supermercato. Prendono il carrello di qualcun altro, passano la roba con la pistola del codice a barre, e quando il malcapitato protesta rispondono, serissimi, no, guardi, lei non ha pagato, lei l'ha solo sparaflashata. Prima ancora, per lanciarsi, avevano girato un trailer in mutande in piazza Duomo. Quel primo video non lo vede nessuno. Il terzo o il quarto, si intitola dormire sulla gente, è il primo che funziona, nel senso che fa cinquemila visualizzazioni. E qui conviene fermarsi un secondo, per capire che anno è. Il duemilatredici in Italia non è il duemilaventisei, oggi gli strumenti pubblicitari di Google contano quarantuno virgola due milioni di persone raggiungibili su YouTube nel Paese, allora quel pubblico era una frazione. E dal primo giorno il sogno dei due è uno solo, campare con le loro candid camera. Una cosa che si rivela molto, molto più difficile del previsto. Le agenzie però si accorgono di loro quasi subito. Li chiama quella che oggi si chiama Woodstock Club, un'agenzia che organizza scherzi televisivi con personaggi famosi. Li chiama Francesco Facchinetti, il cantante e conduttore. Loro hanno ventidue anni, e dicono no a tutti. Quello che gli offrono è notorietà, contatti, passaggi, visibilità. Ma a loro serve un'altra cosa, la sola che nessuno gli sa spiegare. Come si trasformano quelle visualizzazioni in soldi.
Dieci euro al giorno
Nel duemilaquattordici erano contenti quando hanno cominciato a fare dieci euro al giorno con AdSense, il programma con cui Google gira a chi pubblica un video una parte del denaro degli inserzionisti che ci compaiono sopra. In tutto l'anno, dice Tenace, meno di diecimila euro in due, meno di cinquemila euro a testa. Eppure gli iscritti, sempre secondo lui, arrivano già a centomila. Poi arriva il primo vero accordo commerciale, quattro video, ventimila euro di budget, cinquemila euro a video. È il momento in cui capiscono che quella cosa può diventare il loro lavoro a tempo pieno. Nello stesso duemilaquattordici si fa avanti anche la Rai, che gli chiede candid camera per Rai Due, il programma si chiama Quanto manca. L'anno dopo tocca a Mediaset, con Fattore umano su Italia Uno, e gliene comprano venti puntate. Il canale continua a crescere, arriva a fare ventotto, trenta milioni di visualizzazioni al mese, pubblicando un video lungo ogni settimana. Nell'autunno del duemilasedici li chiamano per Pechino Express, la quinta edizione, Le civiltà perdute, dieci puntate su Rai Due, un viaggio di settemila chilometri tra Centro e Sud America. Nel cast, tra gli altri, c'è Tina Cipollari. Vincono, come I Socialisti, e il montepremi lo devolvono in beneficenza. Poi, nell'ottobre di quello stesso anno, tre anni dopo il primo video, arriva la targa d'oro di YouTube per il milione di iscritti. E a chi gli chiede quanto guadagnassero, proprio l'anno in cui hanno toccato il milione, Tenace risponde, settantamila euro in due, in tutto l'anno, al massimo. Un milione di persone iscritte, e settantamila euro in due. È la prima volta che questa storia mostra la sua regola, il numero grande e il numero vero non sono lo stesso numero.
La gang della maschera bianca
Il venticinque settembre duemilaquattordici, i giornali si accorgono di loro. La Repubblica, nell'edizione di Milano, titola, Milano, la gang in maschera bianca che terrorizza i passanti e posta i video su YouTube. Lo stesso giorno, Il Tempo scrive, La gang della maschera bianca terrorizza Milano, ma è solo uno scherzo di cattivo gusto. Il video in questione è loro, dei due ragazzi che stavano imparando a fare i prank, mazze da baseball, maschere bianche sul volto, un'aggressione simulata ai danni di passanti che non sapevano nulla, girata con i movimenti della macchina da presa di un film horror. YouTube, la piattaforma su cui pubblicano, lo toglie dal sito. A distanza di anni, Tenace, uno dei due, quello che insieme all'amico d'infanzia ha fondato il canale, sostiene che le persone realmente spaventate furono poche, e che la stampa presentò la cosa come una banda criminale invece che come due ragazzi che stavano facendo un video horror. Sette anni dopo, nel duemilaventuno, tornano sull'episodio con un video pubblicato sul loro canale, dal titolo Lo Scherzo per cui TV e Giornali Volevano Distruggerci. Ma c'è una cosa che nel duemilaquattordici non era ancora chiara a nessuno, nemmeno a loro, il terreno su cui avevano costruito il format si sarebbe spostato sotto i loro piedi. Le norme della community di YouTube, oggi, vietano esplicitamente gli scherzi che inducono le vittime a temere seri danni fisici imminenti, gli esempi fatti nelle linee guida vanno dalle finte armi ai finti ordigni. E la macchina della piattaforma è spietata, tre richiami formali in novanta giorni, quegli avvisi che YouTube assegna a un canale quando rimuove un contenuto per violazione delle regole, e il canale si chiude. Non è teoria, nel duemiladiciannove, dopo un giro di vite sulle linee guida, al prankster italiano Matteo Moroni, quello del canale noto all'epoca come Di Emme Pranks, vengono rimossi diversi video. E poi c'è la questione di fondo, quella che nessuna regola risolve. Come ha scritto l'edizione digitale del telegiornale di Sky, Tgcom ventiquattro, a proposito di un altro scherzo finito male, al centro del prank c'è sempre una vittima inconsapevole, qualcuno che viene sorpreso e filmato senza avviso, che raramente ha prestato il consenso alla registrazione, e quasi mai a quello che succede dopo, cioè finire davanti a milioni di persone e ai loro commenti. Nel diritto italiano, gli appigli ricorrenti contro le riprese non consensali sono due articoli del codice penale, il seicentosessanta, la molestia, e il seicentoquindici-bis, le interferenze illecite nella vita privata. E c'è di più, la diffusione può essere illecita anche quando la registrazione, di per sé, era lecita. Il punto, alla fine, è questo, il format su cui theShow ha costruito un'azienda non sarebbe interamente pubblicabile con le regole di oggi.
Trentatré, trentatré, trentatré e uno
Nel duemiladiciannove, Gina e Pina Show smettono di essere due liberi professionisti con una telecamera e diventano un'azienda. L'atto costitutivo della società, la THESHOW, è datato due agosto duemiladiciannove. L'annuncio pubblico arriva il diciassette dicembre, su Instagram, e il giorno dopo il sito Webboh titola, da un gruppo di liberi professionisti, siamo diventati una società a responsabilità limitata. Sede a Milano, in via Santa Maria Valle. E il codice di attività, quello che dice che cosa fa l'azienda, recita, conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari. La proprietà viene divisa in modo che è quasi una filastrocca, e non a caso il titolo di questo capitolo è quello che è, trentatré per cento all'agenzia con cui lavoravano, la Show Reel Factory, guidata da Helio Di Nardo, che gestisce oltre quaranta creator italiani. Trentatré per cento a Tenace. Trentatré per cento a Stigliano. E uno per cento a Valerio, il loro autore. In cambio, l'agenzia cede ai due il quattro per cento della propria media company, un intreccio di quote in cui ognuno entra nel capitale dell'altro. Quanto fatturano, il primo anno, quello dell'apertura della società? Diecimiladuecentottanta euro e trentun centesimi. Tenetelo a mente, quel numero, perché è da qui che parte tutto. E da un'intervista di quei mesi si capisce anche che cos'era diventata, nel frattempo, la macchina dietro ai video. Un direttore di produzione. Un capo autore. Un altro autore. Due montatori. E quattro player, cioè quelli che stanno davanti alla telecamera. Due le linee di ricavo dichiarate, la monetizzazione editoriale, i soldi che arrivano dalle piattaforme, e il contenuto sponsorizzato, cioè un video pagato da un'azienda ma girato nel linguaggio del canale, non in quello dello spot. E come prova che funziona portano un lavoro fatto per Durex, che ha superato i sei milioni di visualizzazioni, la dimostrazione che quel linguaggio funziona anche senza che loro due siano dentro al video. Poi, nel marzo duemilaventidue, la svolta, annunciano su LinkedIn la fine del rapporto in esclusiva con l'agenzia. Da lì in avanti, sono soli.
L'8 marzo erano in sette
L'otto marzo del duemilaventi entrano in ufficio in sei o sette, è il team di allora, al completo, i ragazzi che con Tenace hanno costruito Gina e Pina Show. Il giorno dopo, il nove marzo, scatta il lockdown nazionale e tutto chiude. Come si fa a continuare a lavorare con l'Italia fermata? Loro trovano un modo che non sta nel manuale di nessuno, portano l'azienda in albergo. Si trasferiscono tutti insieme in un hotel in Piemonte e ci vivono per due mesi, azienda e casa sotto lo stesso tetto. Poi, il ventinove maggio, tornati a Milano, succede la cosa per cui questo episodio passa alle cronache. Entrano in un esercizio commerciale spacciandosi per assistenti civici del Comune. Addosso hanno una pettorina gialla con la scritta Comune di Milano, Assistente civico, e due tesserini plastificati con le loro foto e il logo del Comune. Incalzano il negoziante con domande sulla sicurezza, tirano fuori dei petardi, provano perfino a fargli una multa. L'uomo li respinge. Ma un dipendente del negozio li riconosce, sono quei due di YouTube. La denuncia arriva lunedì primo giugno, e il cinque giugno la Polizia di Stato la comunica pubblicamente, due youtuber denunciati per usurpazione di titolo. È l'articolo quattrocentonovantotto del codice penale, che oggi, va detto, è depenalizzato, chi si attribuisce in pubblico un titolo che non ha paga una sanzione amministrativa, tra i centocinquantaquattro e i novecentoventinove euro, e non può cavarsela versando la metà. È una cosa diversa dall'usurpazione di funzioni pubbliche, che invece resta un reato. Ma allora, in quel giugno del duemilaventi, la notizia gira su tutte le agenzie. Interviene anche la vicesindaca e assessora alla Sicurezza di Milano, Anna Scavuzzo. Parla di bravata inaccettabile e chiede ai due di scusarsi con la città, contesta, dice, l'uso della popolarità per prendere in giro le persone. E qui viene fuori la replica dei due, che è doppia, e racconta bene che momento fosse. A un giornale dicono, Quello che avete letto non è accaduto realmente. A un altro, scusate, era uno scherzo mal riuscito. Da una parte il diniego totale, dall'altra le scuse. Due versioni, lo stesso giorno, per la stessa storia.
Far pagare chi guarda
Intanto, il problema è strutturale. La pubblicità su YouTube crolla, e un canale che vive di quei soldi, i pagamenti di Google sulle visualizzazioni, si accorge di avere un solo cliente, uno che decide da solo quanto pagare, e quando smettere. Tenace e Fabio, i due volti del canale, si fanno una domanda semplice, perché non facciamo abbonare direttamente chi ci segue? Provano con Patreon, una piattaforma esterna, e arrivano a quattromila abbonati che pagano un euro e novantanove al mese. Ed è lì che succede una delle cose più strane del loro rapporto con chi paga, ventuno magliette, comprate dagli abbonati, non arrivano mai a destinazione. Loro indagano, e scoprono che quelle ventuno magliette non erano mai nemmeno partite. Allora le spediscono. Tutte. Il salto vero arriva il ventinove marzo duemilaventuno, quando entrano nella versione di prova della funzione abbonamenti di YouTube e lanciano theShow più, quattro euro e novantanove al mese, un contenuto esclusivo ogni mese. Col tempo diventa una scala. theShow più. Poi theShow più più. Poi un livello pensato per i fan della coppia, quello che ti dà accesso alle riunioni creative in diretta. Fermiamoci un attimo su questo, perché è il punto, non stanno vendendo video. Stanno vendendo l'ingresso nella stanza dove i video si decidono. E i numeri crescono. Duecentocinque mila seicento ottantasei euro nel duemilaventuno, con quasi ottomila abbonati al mese. Cinquecentotrentunomila nel duemiléventidue, sedicimila abbonati in media. Poi quattrocentoquarantottomila nel duemilaventitré, ed è l'anno in cui la curva si piega. Ma nel duemila ventiquattro risalgono, quasi seicentomila euro, diciannovemila abbonati. A ottobre alzano il prezzo, da quattro e novantanove a sette e novantanove al mese. Il picco di abbonati, ventiquattromila quattrocento, arriva nel duemila venticinque. Il sei dicembre duemila ventiquattro pubblicano un video in cui aprono i conti. Ed è il tema di sempre, il numero grande contro il numero vero. Il numero grande è quello che dichiarano in quel video, quattro milioni e due di iscritti al canale, un miliardo e ottocento milioni di visualizzazioni, più di duemilacinquecento video pubblicati. Il numero vero è quello che entra in cassa, la pubblicità su YouTube, nel duemila ventiquattro, ha portato duecentoventimila euro. Meno di un sesto dei ricavi. Su tutta la storia del canale, i soldi della pubblicità accumulati fanno poco più di quattro milioni di euro. E poi c'è una voce di costo che è il vero titolo di quel bilancio, seicentomila euro di sola produzione video, in crescita del trentatré per cento sull'anno prima. Fanno il conto, ottomila cinquecento euro a video. Tenete a mente quest'ultimo numero, perché dice tutto. Nel duemila quattordici, a loro pagavano cinquemila euro per girare un video. Nel duemila ventiquattro, girarne uno gli costa più di quanto gli valesse allora venderlo.
Un milione e due, meno di quarantamila
Quel video-intervista da cui è partita tutta questa storia si apre con una frase sparata in faccia, due migliori amici che fanno un milione e trecentomila euro l'anno scoreggiando in biblioteca e rubando la spesa agli sconosciuti. È vera, quella frase. Ed è anche, presa da sola, la cosa più fuorviante che si possa dire su theShow. Perché la verità sta nel bilancio, e il bilancio racconta un'altra storia. La società dei due, si chiama theShow, una società a responsabilità limitata, deposita i conti come tutte le aziende. E i conti del duemilatrentaquattro dicono, un milione duecentoventiquattromila trecentosedici euro di fatturato, in crescita del tredici virgola otto per cento sull'anno prima. Sembra tutto oro. Poi si scende di una riga, e l'utile netto, quello che resta davvero in tasca alla società dopo tutti i costi e le tasse, sono trentasettemila trecentosette euro. Otto dipendenti, per quella cifra. E nell'anno dopo, il duemilatrentacinque, va anche peggio. Il fatturato sale ancora, verso il milione e trecentomila euro, più nove virgola due per cento. Ma l'utile netto crolla a circa seimilaottocento euro, meno l'ottantuno virgola otto per cento. Fermiamoci un attimo su questo numero, perché è qui che si capisce tutto. Ogni cento euro che entrano, ne restano cinquanta centesimi. Il mezzo per cento. Un'azienda che incassa un milione e tre e ne tiene meno di settemila non è una rendita pubblicitaria, non è il fondo di casinò che molti si immaginano. È una casa di produzione. Ogni euro che entra viene rimesso quasi tutto dentro, nelle troupe, nelle riprese, nel montaggio, nelle persone. Ed ecco di nuovo, netto, quel discorso già incontrato all'inizio di questa storia, il numero grande contro il numero vero. Il milione di iscritti contro i settantamila euro. Per misurare la distanza serve qualcuno dello stesso mestiere. Me Contro Te, il duo italiano più monetizzato, quelli dei bambini, i re della categoria, ha chiuso il duemilatrentaquattro con quattro milioni trecentotremila euro di fatturato e settecentoquattromila euro di utile. TheShow, con i suoi quattro milioni di iscritti, sta a un terzo del fatturato dei primi della classe. E a un centesimo del loro utile. Non è un giudizio sui due, è il conto, nudo, di che cosa costa fare quel mestiere in quel modo. E intanto, attorno a loro, il mercato è diventato adulto. Le rilevazioni dell'Unione Pubblicitari Associati, l'associazione degli investitori pubblicitari, dicono che in Italia nel duemilatrentaquattro sono stati investiti trecentocinquantadue milioni di euro in influencer marketing. Nel duemilatrentacinque, quattrocentonovanta milioni, con una previsione di cinquecentocinquanta per il duemilatrentasei, anche se qui le stime divergono parecchio, e l'Internet Advertising Bureau Italia, l'ente che misura la pubblicità digitale, indica una chiusura intorno ai trecentosettanta milioni. Ma il punto non sono i decimali. Il punto è che dieci anni fa, quando i due dicevano di no a Facchinetti, quel mercato non aveva nemmeno un nome. Loro c'erano già. Quando ancora non esisteva la parola per dire quello che facevano.
Amazon
Nel marzo duemilaventisei, quando ormai la loro azienda è quella che abbiamo visto, il ragazzo che da bambino non riusciva a telefonare, lì, al telefono con una piattaforma che si chiama Amazon, succede una cosa che dodici anni prima sarebbe stata impensabile. Li contatta Amazon Prime Video. E non per comprare uno schiaffo, un petardo, una trovata, propone di produrre una serie nuova, tutta per loro. Poi il deal cambia forma, e diventa ancora più strano. Alla fine Amazon non compra qualcosa di nuovo, compra la distribuzione di una serie che era già uscita, su theShow, la piattaforma dove gli abbonati l'avevano già pagata. Si chiama Vita Nova. Ed è già finita. Tenace, quello dei due che dell'azienda è il motore, oggi dice che su Prime è al secondo posto in Italia, nella categoria serie TV e documentari. Fermiamoci un attimo, perché questo è il rovesciamento perfetto. Nel duemilaquattordici erano loro a vendersi, venti episodi a Mediaset, ottocento euro l'uno, e la televisione era il posto dove uno andava a farsi validare, a chiedere il permesso di esistere. Adesso è la piattaforma che viene da loro. A prendersi una cosa già fatta, già pagata dal pubblico, già conclusa. Non scopre nulla, raccoglie. E la proprietà? Qui Tenace è netto, netto come quando racconta lo schiaffo o i petardi, quote della loro azienda non ne venderanno mai, a nessuno. Perché l'obiettivo non è il ritorno sull'investimento. L'obiettivo è continuare a fare quello che gli piace. E poi, dice lui con una specie di alzata di spalle contabile, con un margine dello zero virgola cinque per cento, ricordate il milione e tre di fatturato e i seimila euro di utile, non è nemmeno chiaro che cosa comprerebbe, chi comprasse.
I riferimenti invecchiati male
C'è un modo per capire quanto sono lontani oggi dal punto da cui sono partiti, guardare che fine hanno fatto i due canali che li avevano ispirati quando tutto era cominciato. Il primo era Vitaly. Se vi siete persi l'inizio della storia, Vitaly è quello del video, quello del Do you even lift?, che l'algoritmo di Facebook aveva messo davanti a un ragazzino timido di ventun anni, a Rogoredo, e che in un certo senso ha dato la spinta a tutto. Ebbene, nell'aprile duemilaventicinque Vitaly è stato arrestato a Bonifacio Global City, nelle Filippine. Era finito lì per una serie di stunt in diretta, molestie, allarme e scandalo, tentato furto. Le autorità lo hanno classificato come straniero indesiderato e condannato a nove mesi. Ne ha passati duecentonovanta, di giorni, in detenzione, e poi è stato scarcerato e deportato in Russia, nel gennaio duemilaventisei, con il divieto di rimettere piede nel Paese. E l'altro canale? Quello degli esperimenti sociali, l'altro dei due modelli da cui avevano guardato? È diventato un podcast dove si invitano delle ragazze e si chiede loro con quanti uomini sono andate a letto. I nostri riferimenti dei tempi sono invecchiati davvero malissimo, dice Tenace. Ma davvero malissimo. Loro, invece. Loro oggi stanno in una società di via Santa Maria Valle, con otto dipendenti, un bilancio depositato, un contratto con Amazon e ventiquattromila persone che ogni mese pagano sette euro e novantanove centesimi per stare dentro la stanza. Lungo la strada hanno preso denunce, querele e schiaffi veri, hanno lasciato tre esami all'università, hanno passato due mesi di pandemia chiusi in un albergo in Piemonte con tutta l'azienda. Se gli chiedi che cosa gli sia servito davvero, Tenace risponde con quattro cose, leggere molto, darsi una propria mappa di valori, praticare il metapensiero, coltivare un'onestà radicale. E cita un libro, Flow, di Mihaly Csikszentmihalyi, ma per una cosa sola che gli ha insegnato, che l'attenzione è un'energia limitata, e va spesa sapendo che si consuma. Lo dice un uomo che da bambino non riusciva nemmeno a fare una telefonata. E che poi ha costruito un'azienda vendendo esattamente quella cosa lì.
Un uomo prende uno schiaffo e la querela arriva a lui
Lo schiaffo arriva in faccia ad Alessandro Tenace mentre sta girando uno scherzo su un treno. Chi glielo dà lo prende male: non ride, non sta al gioco, lo colpisce e lo sbatte contro una vetrina. È il rischio del mestiere, e Tenace ha una regola sua su questo — le mani addosso sono comunque sbagliate, ma lui non reagisce mai.
Poi succede la cosa che non ti aspetti. Il video esce, e la querela non arriva dall'uomo che l'ha colpito. Arriva da TreNord, la società che gestisce i treni su cui stavano girando. La richiesta di risarcimento è di 100.000 euro. Era il 2018, dice Tenace, forse. La causa finisce senza che venga riconosciuto un danno. Il video, comunque, lo tolgono.
Per capire come si arriva a un uomo che si prende uno schiaffo e riceve la querela bisogna tornare indietro di vent'anni, a due bambini di otto anni fermi davanti a un calorifero, in una classe delle elementari.
Gina e Pina Show
Alessandro Tenace e Alessio Stigliano si conoscono alla scuola materna. Da bambini mettono in piedi uno spettacolo teatrale e lo portano in tour nelle classi della scuola elementare, recitando davanti ai termosifoni. Si intitola Gina e Pina Show: a otto anni interpretano due pensionate milanesi, e lo sketch consiste sostanzialmente nel ripetersi i nomi a vicenda. «Una roba tristissima», dice oggi Tenace.
A dodici, tredici, quattordici anni hanno entrambi una videocamerina Mini DV e continuano a girare sketch. Tenace dà una spiegazione precisa di quell'urgenza: abitavano a Rogoredo, e l'alternativa era farsi le pere.
Non è una figura retorica. Rogoredo è il quartiere del boschetto della droga: una zona boscata di circa sessantacinque ettari a ridosso della seconda stazione ferroviaria di Milano, che Il Fatto Quotidiano ha descritto come la piazza di spaccio più grande del Nord Italia, gestita da organizzazioni criminali, con l'eroina venduta intorno ai due euro a dose. Anche dopo gli sgomberi il fenomeno non è sparito: si è spostato lungo i binari e verso l'hinterland sud-est.
Due ragazzini con una videocamera, in quel quartiere, stanno facendo una cosa che a loro sembra solo divertente.

Il ragazzo che non faceva le telefonate
Tenace si iscrive a Ingegneria dell'Automazione. Darà tutti gli esami tranne tre. Nel frattempo lavora: fa il promoter nei centri commerciali e vende stampanti Epson. Il lavoro consiste per la maggior parte del tempo nello stare in piedi dieci ore dentro un centro commerciale. Per due anni è il maggior venditore di stampanti della Lombardia.
Bisogna sapere chi è, per capire che cosa significa quel primato. Da bambino era timido a livelli quasi patologici: non parlava con gli sconosciuti, non faceva telefonate. A un certo punto la timidezza diventa un limite e lui si mette a lavorarci sopra come si lavora su una materia d'esame. Viene eletto rappresentante d'istituto — per il sé stesso dell'anno prima, una cosa impensabile. Ma fuori da quel giro torna quello di prima. A ventun anni si ritrova a non saper avvicinare le ragazze.
È mentre sta lavorando su quello — chiamare, avvicinare, attaccare bottone con chi non conosce — che l'algoritmo di Facebook, all'epoca molto rudimentale, gli mette davanti il video di uno youtuber americano che si chiama Vitaly. Il titolo è Do you even lift?, e consiste nell'andare a provocare i palestrati. Da lì Tenace scopre il mondo dei prank e degli esperimenti sociali.
La prima cosa che fa è cercare su YouTube se qualcuno lo faccia in italiano. Non lo fa nessuno. Ci pensa un attimo e passa oltre: ha altro per la testa. Poi vede che qualcuno pubblica un video in cui va a scoreggiare sulla gente, e quel video fa un milione di visualizzazioni. Era esattamente uno dei format che aveva visto in America. Il pensiero che gli viene è: sto perdendo un'occasione.
Chiama Alessio.
Il nome lo dice Fabio
Al progetto se ne aggiunge un terzo, Fabio. Durerà poco: durante uno dei primi video, mentre sta facendo le riprese, intravede la polizia e scappa. Non tornerà mai più sul set. Oggi fa il dentista.
Ma il nome del canale lo trova lui. Una sera i due sono fuori e Tenace riesce a inserirsi in una conversazione con sei ragazze; ridono tutte, si diverte tutta la compagnia, e non succede niente. Quando le ragazze se ne vanno, Fabio lo guarda e gli dice: così non va bene, tu non conosci le persone — tu fai lo show.
Il canale si chiamerà theShow, perché uno show è esattamente quello che faranno con le loro vittime.
Nasce il 1° ottobre 2013. Il primo video esce cinque giorni dopo e si intitola Metodi di spesa alternativi: sono i due che rubano la spesa agli sconosciuti alle casse automatiche. Prendono il carrello di qualcuno, passano la roba con la pistola del codice a barre, e quando il malcapitato protesta rispondono che no, guardi, lei non ha pagato, lei l'ha solo sparaflashata. Prima ancora avevano girato un trailer di lancio in mutande in Piazza Duomo.
Il primo video non lo vede nessuno. Il terzo o il quarto — dormire sulla gente — è il primo che «va bene», nel senso che fa cinquemila visualizzazioni.
Il 2013 in Italia non è il 2026: oggi gli strumenti pubblicitari di Google contano 41,2 milioni di persone raggiungibili su YouTube nel Paese, allora quel pubblico era una frazione. E dal primo giorno il sogno dei due è campare solo con le loro candid camera, cosa che si rivela molto più difficile del previsto.
Le agenzie però si accorgono di loro quasi subito. Li chiama quella che oggi si chiama WSC, li chiama Francesco Facchinetti. Hanno ventidue anni e dicono di no a tutti. Quello che gli viene offerto è notorietà — contatti, passaggi, visibilità. A loro serviva un'altra cosa: capire come si trasformano quelle visualizzazioni in soldi.
Dieci euro al giorno
Nel 2014 erano contenti quando hanno cominciato a fare dieci euro al giorno con AdSenseil programma con cui Google gira a chi pubblica un video una parte del denaro degli inserzionisti che compaiono prima e dentro quel video. In tutto l'anno, dice Tenace, meno di diecimila euro complessivi: meno di cinquemila a testa. Gli iscritti, sempre secondo lui, in quell'anno toccano i centomila.
Poi arriva il primo accordo commerciale: quattro video, ventimila euro di budget. Cinquemila euro a video. È il momento — lo dice lui — in cui capiscono che questa cosa può diventare il loro lavoro a tempo pieno.
Nello stesso 2014 la Rai gli chiede di produrre candid camera per Rai 2: il programma si chiama Quanto manca. L'anno dopo tocca a Mediaset, con Fattore umano su Italia 1: ottocento euro a video, e gliene vendono venti episodi. Nel 2015 e nel 2016 il canale arriva a fare ventotto, trenta milioni di visualizzazioni al mese pubblicando un video lungo a settimana.
Nell'autunno del 2016 vanno a Pechino Express, quinta edizione, Le civiltà perdute, dieci puntate su Rai 2 dal 12 settembre al 14 novembre, settemila chilometri in tre Paesi tra Centro e Sud America. Nel cast c'è anche Tina Cipollari. Il programma li paga millecinquecento euro a puntata. Vincono, come «I Socialisti», e i ventimila euro del montepremi li devolvono in beneficenza.
Nell'ottobre di quello stesso 2016 — tre anni dopo il primo video — YouTube gli manda la targa d'oro del milione di iscritti. Tenace, a chi gli chiede quanto guadagnassero l'anno in cui hanno fatto il milione, risponde: settantamila euro totali, al massimo.
Un milione di persone iscritte, e settantamila euro in due. È la prima volta che questa storia mostra la sua regola: il numero grande e il numero vero non sono lo stesso numero.

La gang della maschera bianca
Il 25 settembre 2014 la Repubblica, nella sezione di Milano, pubblica un articolo intitolato «Milano, la gang in maschera bianca che terrorizza i passanti e posta i video su YouTube». Lo stesso giorno Il Tempo esce con «La gang della maschera bianca terrorizza Milano, ma è solo uno scherzo di cattivo gusto».
Il video è loro: mazze da baseball, maschere bianche, un'aggressione simulata su passanti ignari, girata come si gira l'horror. YouTube lo rimuove.
Tenace, a distanza di anni, sostiene che le persone realmente spaventate furono poche e che la stampa li presentò come una banda invece che come due che stavano facendo un video horror. Sette anni dopo tornano sull'episodio con un video sul loro canale, Lo Scherzo per cui TV e Giornali Volevano Distruggerci.
C'è però una cosa che nel 2014 non era ancora chiara a nessuno, e cioè che il terreno su cui avevano costruito il format si sarebbe spostato sotto i loro piedi. Le norme della community di YouTube oggi vietano esplicitamente gli scherzi che inducono le vittime a temere seri danni fisici imminenti, con esempi che vanno dalle finte armi ai finti ordigni; tre strikei richiami formali che YouTube assegna a un canale quando rimuove un contenuto per violazione delle regole in novanta giorni e il canale si chiude. Nel 2019, dopo un giro di vite sulle linee guida, al prankster italiano Matteo Moroni di DM Pranks vengono rimossi diversi video.
E c'è la questione di fondo, quella che nessuna regola risolve. Come ha scritto Tgcom24 a proposito di un altro scherzo finito male, al centro del prank c'è sempre una vittima inconsapevole, sorpresa e filmata senza avviso, che raramente ha prestato il consenso alla registrazione e quasi mai a quello che succede dopo: finire davanti a milioni di persone e ai loro commenti. Nel diritto italiano gli appigli ricorrenti contro le riprese non consensuali sono l'articolo 660 del codice penale, la molestia, e il 615-bis, le interferenze illecite nella vita privata. E la diffusione può essere illecita anche quando la registrazione era lecita.
Il format su cui theShow ha costruito un'azienda non sarebbe interamente pubblicabile con le regole di oggi.
Trentatré, trentatré, trentatré e uno
Nel 2019 i due smettono di essere due liberi professionisti con una telecamera e diventano una società. L'atto costitutivo di THESHOW SRL è del 2 agosto 2019; l'annuncio pubblico lo fanno il 17 dicembre su Instagram, e il giorno dopo Webboh titola: «da un gruppo di liberi professionisti, siamo diventati una SRL». Sede a Milano, in via Santa Maria Valle. Codice di attività: conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari.
La proprietà viene divisa così: 33% all'agenzia con cui lavoravano, 33% a Tenace, 33% a Stigliano e 1% a Valerio, il loro autore. In cambio l'agenzia cede ai due il 4% della propria media company. L'agenzia è Show Reel Factory, guidata da Helio Di Nardo, che gestisce oltre quaranta creator italiani.
Il fatturato del primo anno, quello dell'apertura della S.r.l., è di 10.280,31 euro.
Da un'intervista di quei mesi si capisce anche che cosa fosse diventata nel frattempo la macchina: un direttore di produzione, un capo autore, un altro autore, due montatori e quattro «player», cioè quelli che stanno davanti alla telecamera. Due linee di ricavo dichiarate: la monetizzazione editoriale e il branded contentun video pagato da un'azienda ma girato nel linguaggio del canale, non in quello di uno spot — di cui portano come prova un lavoro per Durex che ha superato i sei milioni di visualizzazioni, la dimostrazione che il loro linguaggio funziona anche senza di loro dentro.
Nel marzo 2022 annunciano su LinkedIn la fine del rapporto in esclusiva con l'agenzia. Da lì in avanti sono soli.
L'8 marzo erano in sette
L'8 marzo 2020 entrano in ufficio in sei o sette: il team di allora, al completo. Il 9 marzo scatta il lockdown nazionale e chiude tutto.
Per continuare a lavorare fanno una cosa che non è nel manuale di nessuno: portano l'azienda in albergo. Vanno tutti in un hotel in Piemonte e ci vivono per due mesi.
Il 29 maggio, tornati a Milano, entrano in un esercizio commerciale spacciandosi per assistenti civici del Comune. Addosso hanno una pettorina gialla con la scritta «Comune di Milano — Assistente civico» e due tesserini plastificati con le loro foto e il logo del Comune. Incalzano il negoziante con domande sulla sicurezza, tirano fuori dei petardi, provano a fargli una multa. L'uomo li respinge; un dipendente li riconosce.
La denuncia arriva lunedì 1 giugno, e il 5 giugno la Polizia di Stato la comunica pubblicamente: due youtuber denunciati per usurpazione di titolol'articolo 498 del codice penale, oggi depenalizzato: chi si attribuisce in pubblico un titolo che non ha paga una sanzione amministrativa da 154 a 929 euro, e non può cavarsela versando la metà — è cosa diversa dall'articolo 347, l'usurpazione di funzioni pubbliche, che resta reato. La notizia gira su tutte le agenzie.
La vicesindaca e assessora alla Sicurezza di Milano, Anna Scavuzzo, parla di «bravata inaccettabile» e chiede ai due di scusarsi con la città: contesta l'uso della popolarità per prendere in giro le persone. La replica dei due è duplice e dice molto di quel momento. A un giornale dicono: «Quello che avete letto non è accaduto realmente». A un altro: scusate, scherzo mal riuscito.

Far pagare chi guarda
Il problema, intanto, è strutturale. Gli investimenti pubblicitari su YouTube crollano verticalmente, e un canale che vive di AdSense scopre di avere un solo cliente, che decide da solo quanto pagare e quando smettere.
Il ragionamento che fanno è semplice: perché non facciamo abbonare le persone che ci seguono? Ci provano su Patreon, una piattaforma esterna, e arrivano a quattromila abbonati a 1,99 euro al mese. Da lì nasce anche uno dei momenti più strani del loro rapporto con chi paga: ventuno magliette comprate dagli abbonati non arrivano mai a destinazione, loro indagano, scoprono che quelle ventuno non erano proprio partite, e le spediscono tutte.
Il salto vero è il 29 marzo 2021, quando entrano nella beta della funzione abbonamenti di YouTube e lanciano theShow+: 4,99 euro al mese, un contenuto esclusivo ogni mese. Col tempo diventa una scala — theShow+, theShow++, fino a theShow+FAN, che dà accesso alle riunioni creative in diretta. Non stanno vendendo video: stanno vendendo l'ingresso nella stanza dove i video si decidono.
Queste sono le cifre che Tenace legge, anno per anno: 205.686 euro nel 2021, con una media di 7.875 abbonati al mese. 531.239 euro nel 2022, media sedicimila abbonati. 447.994 nel 2023 — l'anno in cui la curva si piega. 594.946 nel 2024, media diciannovemila. A ottobre alzano il prezzo da 4,99 a 7,99. Il picco di abbonati, 24.400, arriva nel 2025.
Il 6 dicembre 2024 pubblicano un video in cui aprono i conti. Ne esce che la pubblicità di YouTube, nel 2024, ha portato 220.000 euro: meno di un sesto dei ricavi. Nello stesso video dichiarano quattro milioni e due di iscritti, un miliardo e otto di visualizzazioni, oltre 2.500 video pubblicati, e circa settanta video prodotti nell'anno. Su tutta la storia del canale, l'AdSense accumulato è di poco più di quattro milioni di euro.
E dichiarano una voce di costo che è il vero titolo di quel bilancio: 600.000 euro di sola produzione video, in crescita del 33% sull'anno prima. Fanno circa ottomilacinquecento euro a video.
Nel 2014 gli pagavano cinquemila euro per girarne uno. Nel 2024 girarne uno gli costa più di quanto gli valesse allora venderlo.
Quanto ha incassato theShow+ dagli abbonamenti, anno per anno (euro)
gamma97Un milione e due, meno di quarantamila
Il video-intervista da cui parte questa storia si apre con una frase: due migliori amici fanno 1,3 milioni di euro l'anno scoreggiando in biblioteca e rubando la spesa agli sconosciuti.
È vera. È anche, presa da sola, la cosa più fuorviante che si possa dire di theShow.
Il bilancio depositato da THESHOW SRL per il 2024 dice: fatturato 1.224.316 euro, in crescita del 13,8% sull'anno prima; utile netto 37.307 euro; otto dipendenti. Nel 2025 il fatturato sale ancora, verso 1,3 milioni, più 9,2%. L'utile netto scende a circa 6.800 euro: meno 81,8%. Il margine nettola quota di ogni euro incassato che resta davvero alla società, dopo tutti i costi e le tasse è dello 0,5%.
Un'azienda che incassa 1,3 milioni e ne tiene meno di settemila non è una rendita pubblicitaria: è una casa di produzione. Ogni euro che entra viene rimesso quasi tutto dentro — nelle troupe, nelle riprese, nel montaggio, nelle persone.
Per vedere la distanza serve un termine di paragone dello stesso mestiere. Me Contro Te, il duo italiano più monetizzato, ha chiuso il 2024 con 4.303.126 euro di fatturato e 704.366 euro di utile.
Con quattro milioni di iscritti, theShow sta a un terzo del fatturato dei primi della classe e a un centesimo del loro utile. Non è un giudizio sui due: è il conto di che cosa costa fare quel mestiere così.
Intanto il mercato attorno a loro è diventato adulto. Secondo le rilevazioni UPA, in Italia nel 2024 sono stati investiti 352 milioni di euro in influencer marketing, 490 milioni nel 2025, con una previsione di 550 milioni per il 2026 — anche se sul 2025 le stime divergono parecchio, e IAB Italia indica una chiusura intorno ai 370 milioni. Dieci anni fa, quando i due dicevano di no a Facchinetti, quel mercato non aveva nemmeno un nome.

Bilancio 2024: quanto entra e quanto resta, a confronto
gamma97Amazon
Nel marzo 2026 li contatta Amazon Prime Video. La proposta iniziale è produrre una nuova stagione di una loro serie; alla fine Prime compra per la distribuzione una serie che era già uscita, su theShow+, davanti agli abbonati che l'avevano pagata. Si chiama Vita Nova. Oggi, dice Tenace, è al secondo posto in Italia nella categoria serie TV e documentari.
È il rovesciamento completo del 2014. Allora vendevano venti episodi a Mediaset per ottocento euro l'uno, e la televisione era il posto dove si andava a farsi validare. Adesso la piattaforma va a prendersi una cosa già fatta, già pagata dal pubblico, già finita.
Sulla proprietà, Tenace è netto: equity della loro azienda non ne venderanno mai, perché l'obiettivo non è il ritorno sull'investimento — è continuare a fare quello che gli piace.
Con un margine dello 0,5%, del resto, non è chiaro che cosa comprerebbe chi comprasse.
I riferimenti invecchiati male
C'è un modo per misurare quanto sono lontani, oggi, dal punto da cui sono partiti, ed è guardare che fine hanno fatto i due canali che li avevano ispirati.
Vitaly, quello del video che l'algoritmo di Facebook aveva messo davanti a un ventunenne timido di Rogoredo, è stato arrestato nell'aprile 2025 a Bonifacio Global City, nelle Filippine, dopo una serie di stunt in diretta: molestie, allarme e scandalo, tentato furto, e la classificazione come straniero indesiderato. Nove mesi di condanna. Dopo duecentonovanta giorni di detenzione è stato scarcerato e deportato in Russia, nel gennaio 2026, con divieto di rientro nel Paese. L'altro canale di riferimento, da esperimenti sociali, è diventato un podcast che invita ragazze per chiedergli con quanti sono andate a letto.
«I nostri riferimenti dei tempi sono invecchiati davvero malissimo», dice Tenace. «Ma davvero malissimo.»
Loro invece stanno in una società di via Santa Maria Valle con otto dipendenti, un bilancio depositato, un contratto con Amazon e ventiquattromila persone che pagano 7,99 euro al mese per stare dentro la stanza. Hanno preso denunce, querele e schiaffi veri, hanno lasciato tre esami all'università, hanno passato due mesi di pandemia dentro un albergo in Piemonte con tutta l'azienda.
Alla domanda su che cosa gli sia servito davvero, Tenace risponde con quattro cose: leggere molto, darsi una propria mappa di valori, praticare il metapensiero, coltivare un'onestà radicale. E cita un libro, Flow, per una cosa sola che gli ha insegnato: che l'attenzione è un'energia limitata, e va spesa sapendo che si consuma.
Lo dice un uomo che da bambino non riusciva a fare una telefonata, e che ha costruito un'azienda vendendo esattamente quella cosa lì.
Riferimenti
- TheShow — voce Wikipedia in italiano — https://it.wikipedia.org/wiki/TheShow
- I theShow alla conquista di YouTube: ecco la genesi degli esperimenti sociali — Il Giorno — https://www.ilgiorno.it/cultura/theshow-youtube-603f3ba7
- THESHOW SRL, partita IVA 10932780967 — Ufficiocamerale — https://www.ufficiocamerale.it/3281/theshow-srl
- Theshow Srl — fatturato 2024, utile e dipendenti — Aziende.it — https://www.aziende.it/theshow-srl
- I The Show diventano un'azienda: «Non siamo più solo YouTuber» — Webboh, 18 dicembre 2019 — https://www.webboh.it/the-show-azienda/
- Milano, finti Assistenti Civici: la Polizia di Stato denuncia due youtubers per usurpazione di titoli — Questura di Milano, giugno 2020 — https://questure.poliziadistato.it/it/Milano/articolo/11945ed9ef5e2c6cb357673284
- Milano, denunciati gli youtuber TheShow: si sono finti assistenti civici per uno dei loro sketch — Open, 5 giugno 2020 — https://www.open.online/2020/06/05/milano-denunciati-youtuber-theshow-finti-assi
- Due youtuber si sono finti assistenti civici e sono stati denunciati — AGI, 5 giugno 2020 — https://www.agi.it/cronaca/news/2020-06-05/youtuber-the-show-si-fingono-assisten
- La gang della maschera bianca terrorizza Milano, ma è solo uno scherzo di cattivo gusto — Il Tempo, 25 settembre 2014 — https://www.iltempo.it/cronache/2014/09/25/news/la-gang-della-maschera-bianca-te
- Alessandro Tenace dei TheShow: «Ci ha denunciato e chiesto 100 mila euro» — Biccy, 20 gennaio 2025 — https://www.biccy.it/alessandro-tenace-dei-theshow-ci-ha-denunciato-e-chiesto-10
- Da YouTube alla TV: il viaggio di Alessio e Alessandro — Blasting News, novembre 2016 — https://it.blastingnews.com/tv-gossip/2016/11/da-youtube-alla-tv-il-viaggio-di-a
- Quanto guadagnano gli YouTuber italiani — Nozama Lab, 15 ottobre 2018 — https://www.nozamalab.com/2018/10/15/quanto-guadagnano-gli-youtuber-italiani/
- Ale di theShow: com'è nata l'azienda che fattura milioni raccontando scherzi — Chapeau — https://www.youtube.com/watch?v=chapeau-tenace-theshow
- Digital 2026: Italy (41,2 milioni di utenti YouTube raggiungibili in Italia, dato da strumenti pubblicitari Google) — DataReportal —
- Scomposizione dei ricavi 2024 di theShow dal video di trasparenza del 6 dicembre 2024 — Podcast News, 4 novembre 2025 —
- Serie storica dei ricavi e degli utili di THESHOW SRL, 2023-2025 — ReportAziende —
- Investimenti in influencer marketing in Italia 2024-2026 — rilevazioni UPA con il Media Hub di UNA —
- Il modello editoriale di theShow, «la realtà nella realtà» — ADC Group, 9 marzo 2020 —
- «Bravata inaccettabile»: la vicesindaca Anna Scavuzzo sul caso degli assistenti civici, e la replica dei due — MilanoToday, giugno 2020 —
- Norme della community di YouTube su contenuti dannosi o pericolosi (scherzi, sfide, sistema degli strike) — YouTube —
- Rogoredo, il boschetto della droga: la piazza di spaccio più grande del Nord Italia — Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2020 —
- Vitaly Zdorovetskiy: condanna, detenzione e deportazione dalle Filippine — Philstar, 15 gennaio 2026; Philippine News Agency —
- Bilancio 2024 di Me Contro Te S.r.l. (fatturato 4.303.126 euro, utile 704.366 euro) — dati camerali —