Nel 1905 un uomo di quarantacinque anni che aveva fatto l'impagliatore di sedie, il commesso e l'agricoltore comprò una drogheria sulla piazza di Portomaggiore con tremila lire prestate dal fratello. Si chiamava Gennaro Fabbri, e la mossa che ha tenuto in piedi tutto il resto la fece qualche anno dopo: fece produrre a Faenza un vaso di ceramica bianco e blu, ci mise dentro le amarene sotto zucchero che preparava sua moglie Rachele Buriani, e non lo vendette. Lo regalò ai baristi. Da quel gesto — dare via l'oggetto bello per tenersi il bancone — discendono un secolo di liquori e di amari, una causa vinta contro la Coca-Cola di cui nessuno trova gli atti, una guerra che azzerò il fatturato, una sala da biliardo smontata nel 1952 per farci il gelato, una flotta di furgoni che insegnò ai bar d'Italia un mestiere che non conoscevano, e oggi 145 milioni di fatturato dichiarato, di cui solo il trenta per cento in Italia. È anche una storia con dei buchi: la famiglia racconta a voce parecchie cose che negli archivi non ci sono, e i numeri che deposita non sono quelli che annuncia.

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Il vaso non aveva un prezzo
Il vaso arriva nel bar e nessuno lo paga. È di ceramica, bianco e blu, fatto fare a Faenza, una delle città della ceramica italiana, e in quel locale non c'è niente di più bello, nemmeno il bancone, nemmeno le bottiglie tutte in fila dietro. Il barista se lo trova lì, sul legno, e non deve tirare fuori una lira. Dentro, le amarene sotto zucchero. Se uno guarda la scena da fuori, vede un errore commerciale bell'e buono. Un'azienda piccola, in un paese di provincia, che paga di tasca propria un manufatto di ceramica e poi lo regala a gente che non ha chiesto niente. Se uno la guarda da dentro, vede altro, vede l'unica cosa che quell'azienda ha capito prima di tutti gli altri, e da cui è discesa ogni cosa che viene dopo. Il vaso non è la merce. Il vaso è il posto. Una volta che sta sul bancone, bianco e blu, alto, riconoscibile, con quel coperchio, occupa un pezzo di legno che nessun concorrente potrà più occupare. E finché sta lì, va riempito. Non si vende un oggetto, si vende un'abitudine, e l'oggetto è la caparra. Ma il primo vaso, il primissimo, non finì in un bar. Finì in una casa. E Gennaro Fabbri, l'uomo che di quell'azienda era il capo, all'inizio di tutto, lo regalò a sua moglie Rachele. Poi passano centoventi anni. Stati Uniti, oggigiorno, sullo scaffale di un magazzino Costco c'è un barattolo Fabbri da due libbre, un chilo, e un cliente americano scrive, in inglese, che è un affare così buono. Un affarone. Non è più bello, quello, è solo grosso. Latta, non ceramica. In mezzo, fra il vaso di Faenza e il barattolo da un chilo, ci stanno tutte le cose che adesso vi racconto.
Tremila lire da un uomo senza nome
Nel millenovecentocinque, Gennaro Fabbri ha quarantacinque anni e alle spalle tre mestieri, impagliatore di sedie, commesso, agricoltore. Nessuno dei tre lo ha reso ricco. E a quarantacinque anni, in quell'epoca, un uomo che non è diventato ricco di solito ha finito le sue occasioni. Gennaro ne prende un'altra. Compra la drogheria sulla piazza di Portomaggiore, in provincia di Ferrara, un negozio con la tinaia, il locale dove si tenevano i tini, le grandi vasche di legno usate per la fermentazione. È proprio quella tinaia il motivo per cui la bottega diventerà una distilleria invece di restare un emporio qualunque. Il prezzo sono tremila lire, e Gennaro non le ha. Gliele presta il fratello. E qui la storia fa uno strano vuoto. Di questo fratello non si sa niente, non ha un nome nel racconto di famiglia e non compare in nessun documento. È il primo finanziatore di tutta quanta la vicenda, l'uomo senza il quale non ci sarebbe niente da raccontare, e di lui resta soltanto una cifra, tremila lire, e il gesto di averle tirate fuori. Sull'insegna del negozio Gennaro fa scrivere, Premiata Distilleria Gennaro Fabbri. Nessuno, dice oggi la famiglia ridendo, sa chi l'avesse premiata. Faceva figo. Nel millenovecentocinque quella parola, premiata, si metteva sulle facciate dei negozi come oggi si mette una certificazione in fondo a un sito internet, valeva esattamente quanto la si riusciva a far valere. Un uomo di quarantacinque anni, al terzo mestiere, che si appende sulla porta un titolo che nessuno gli ha dato, è già tutta la storia che verrà, racchiusa in un'insegna. Nove anni dopo, nel millenovecentoquattordici, l'attività si trasferisce a Bologna. Attenzione alla data, perché quella che gira spesso è un'altra, millenovecentoquindici. È sbagliata, e sbaglia dalla parte che conta, sposterebbe l'inizio dopo il trasferimento, invece che prima.
Le amarene che non si mangiano
Nella distilleria di Gennaro Fabbri, l'uomo che ha prestato i tremila lire per avviarla e che state ancora aspettando di conoscere meglio, si fanno liquori. E i liquori hanno nomi che datano un'epoca meglio di qualunque cronologia. C'è il Primo Maggio. C'è l'amaro Carducci. C'è soprattutto un liquore all'uovo che si chiamava Vov, Nicola Fabbri, della quarta generazione, quello che oggi racconta la storia dell'azienda, lo descrive con una formula che chiude la questione, Era la Red Bull di allora, che serviva ai contadini per partire con energia alla mattina per andare a lavorare. Non un digestivo, non un dopocena, una colazione alcolica per gente che alle cinque del mattino doveva già essere nei campi. Il mercato di quell'azienda, nei primi anni, sono uomini che si alzano prima dell'alba in una campagna ferrarese. E poi c'è l'amarena. L'amarena entra nella storia per una ragione domestica, non commerciale. Rachele Buriani è la moglie di Gennaro, è lei che mette le amarene sotto zucchero, perché da fresche sono aspre e non si mangiano. È una conserva casalinga, il gesto che in mille cucine emiliane serviva a non buttare via un albero di frutta acida. La differenza fra quelle mille cucine e questa è che questa sta dentro una bottega con la tinaia, accanto a un uomo che sta imparando a vendere. E qui la storia rallenta, perché qui c'è un buco. Di Rachele Buriani, la fondatrice del prodotto su cui poggia tutto il resto, non si trova una data. Non un anno di nascita, non un anno di matrimonio, la donna che ha inventato la cosa che l'azienda vende ancora oggi in centoventi paesi non ha un profilo anagrafico consultabile. Suo marito, che ha inventato il modo di venderla, è nato nel milleottocentosessanta e morto nel millenovecentotrentacinque.
Il conto torna se il cliente è il barista
Il conto che ha retto un secolo, qui, non è fatto di poesia. È aritmetica, pura. Provate a venderle, le amarene, alle famiglie. Vendete un vasetto a una famiglia. La famiglia lo apre, lo mette in frigorifero, lo finisce in tre mesi, forse lo ricompra. Per arrivare a mille vasetti dovete convincere mille famiglie, una per una, e ognuna vi costa quello che costa convincerla. Adesso provate dall'altra parte. Vendetele al barista. E qui la cosa cambia, perché non gli vendete più un vasetto, gli vendete un ingrediente. Il barista le amarene non le mangia, le usa. Ogni coppa che esce dal suo banco contiene la vostra amarena, e lui quella coppa la fa cento volte al giorno, d'estate. Convincere un barista vale come convincere centinaia di famiglie, con una differenza che pesa, il barista lo andate a trovare una volta sola. Poi ordina da sé, perché se l'amarena gli finisce non può più fare la coppa che i suoi clienti gli chiedono. È lui che ha bisogno di voi. E il vaso? Il vaso bianco e blu, quello pieno di amarene che nessuno ha pagato, ecco che cos'è. È il costo per procurarsi il cliente, pagato in ceramica invece che in sconto. Uno sconto si dimentica, e ogni volta va rifatto. Un vaso sul bancone resta lì per anni, e ogni cliente che entra nel bar lo vede. È pubblicità che non si affitta alla settimana, la si regala una volta, e poi quella presidia il posto. Il risultato, un secolo dopo, si può misurare. In Italia Fabbri tiene circa il quaranta per cento del mercato degli sciroppi, e il secondo operatore si ferma al sei. Non è un vantaggio, è un'altra categoria di gara. Sull'amarena, la quota dichiarata, ricavata da rilevazioni dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale e della Doxa, due società di studi di mercato, arriva all'ottantuno per cento. Ma il numero che forse dice più di tutti è un altro, la notorietà, il novantasette per cento. Praticamente ogni italiano sa che cos'è l'amarena Fabbri. E la maggior parte non l'ha mai comprata. L'ha soltanto vista, passando, sul bancone di un bar.
Un palazzo dipinto e due automobili
Negli anni fra le due guerre mondiali, la famiglia Fabbri, quella di Bologna, quella delle amarene e dei liquori, vende brandy. E per venderlo fa due cose che oggi si chiamerebbero campagne pubblicitarie, e allora erano semplicemente gesti sproporzionati. La prima è un dipinto. Lungo la via Emilia c'è un palazzo con una parete cieca, senza finestre, e su quella parete viene dipinta una bottiglia di brandy grande quanto tutto l'edificio. Non un cartellone, un affresco. Chiunque percorra la strada consolare che attraversa l'Emilia da un capo all'altro, a un certo punto se la trova addosso. La seconda è più strana, e riguarda due automobili. La casa ha un'Isotta Fraschini e un'Itala. Per capire che cosa vuol dire nell'Italia di quegli anni, Nicola Fabbri, uno della famiglia, usa un paragone che non ha bisogno di note, poteva essere come se oggi si parlasse di una Rolls-Royce e di una Ferrari. Due macchine così, in una famiglia che vende liquori in provincia, non sono un lusso, sono uno strumento di vendita. Il cliente che firma un ordine importante si guadagna il giro in automobile. E per fare quei giri vengono mandati i figli, e uno dei due non ha nemmeno l'età per la patente, quindi al giro promesso al cliente ci si va in tre, perché oltre al cliente e al figlio serve anche l'autista. Poi c'è la mossa immobiliare. Aldo e Romeo Fabbri, due fratelli della famiglia, comprano il Bar Centrale di Bologna, quello che sta di fronte alla Sala Borsa. E non è un bar qualunque, è l'unico locale della città aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Di notte, ai suoi tavoli, si chiudono negoziazioni su merci e su animali, perché la borsa merci di giorno lavora nel palazzo, ma di notte continua a lavorare dall'altra parte della strada, in un posto dove si può stare seduti e ordinare qualcosa. Comprare quel bar, allora, non è comprare un esercizio commerciale. È comprare la stanza in cui il commercio di un'intera città si ferma a riposare, e metterci dietro il bancone i propri prodotti. La famiglia che ha inventato il regalo del vaso di amarene ai baristi, a un certo punto, fa un passo in più, si compra direttamente il bar più strategico di Bologna.
1935
Nel millenovecentotrentacinque muore Gennaro Fabbri, il fondatore, l'uomo che aveva cominciato con un vaso di amarene regalato a un bar e che in trent'anni aveva costruito un'azienda che era ancora, in fondo, una distilleria di provincia trasferita in città. Ha settantacinque anni. Lo stesso anno, nella cronologia ufficiale dell'azienda, compare una riga breve, quasi buttata lì, nascono i primi semilavorati per il gelato. Semilavorati vuol dire paste, basi, sciroppi, le cose che il gelatiere non produce da sé ma compra già pronte e usa come ingredienti. Fermatevi un momento su questo incastro, perché è di quelli che non si vedono subito. È l'anno in cui il fondatore esce di scena. Ed è l'anno in cui entra, come una nota a margine di un catalogo, il prodotto che nel dopoguerra diventerà tutto. Gennaro non lo vede mai funzionare, i Cremolati, cioè il momento in cui quella riga di catalogo diventa un'industria, arriveranno diciassette anni dopo la sua morte. Pensate che stranezza, l'uomo che ha inventato il modo di vendere muore proprio l'anno in cui l'azienda si trova in mano la cosa da vendere. E non lo sa nessuno.
Le bombe non erano intelligenti
Poi arriva la guerra. E qui il racconto della famiglia diventa più drammatico di qualunque cosa l'azienda abbia mai scritto di sé. Lo stabilimento viene requisito. Il fatturato, racconta Nicola Fabbri, l'erede che tiene in piedi la memoria dell'impresa di famiglia, va a zero. Si continua a produrre, ma non più liquori, confetture. E questo è confermato da un giornale ferrarese che ha ricostruito la vicenda locale. La marmellata, aggiunge la famiglia, era importantissima per le razioni dei soldati. Che le confetture si facessero è documentato. Che finissero nelle razioni dei militari lo dice soltanto chi racconta a voce, in casa. Poi ci sono le bombe. E qui il racconto di famiglia ha una frase che vale la pena sentire esattamente com'è, Siccome allora le bombe non erano intelligenti, andavano un po qua e di là, e qualcuna colpì anche noi. Il motivo di quelle bombe cadute, sempre secondo il racconto di casa, era il vicinato, lì accanto c'era la Ducati, che in quegli anni non faceva motociclette ma armamenti. Una fabbrica di marmellata a poche centinaia di metri da una fabbrica di armi, sotto la stessa rotta di volo. Nessuna delle fonti raccolte documenta questa vicinanza. Documentato è invece un bombardamento. E non è quello che il racconto lascia immaginare. Il tredici aprile millenovecentoquarantacinque, un grande raid alleato rade al suolo gran parte di Portomaggiore, il paese dove tutto era cominciato, non la Bologna dove l'azienda si era trasferita. E c'è un dettaglio che sposta tutto ancora più in là, l'unica testata che ha raccontato requisizione e bombardamento è l'edizione ferrarese del Resto del Carlino, e parla dello stabilimento del Ferrarese, mentre chi racconta in famiglia parla di quello di Bologna. Può darsi che sia successo tutto. Ma se è successo, è successo in un altro luogo da quello che il racconto suggerisce. E poi c'è una lettera. Nel momento in cui la produzione si ferma, l'azienda scrive ai propri dipendenti promettendo che quando si potrà ricominciare saranno riassunti tutti. Il documento esiste, dicono in famiglia. Fuori dall'azienda, non lo ha visto nessuno. Nello stesso periodo, negli archivi dello Stato, esiste un fascicolo intitolato Distilleria Fabbri, numero ventunmilasettecentoquaranta, aperto il ventisei settembre millenovecentoquaranta, chiuso il trenta maggio millenovecentoquarantadue. È pubblico, è catalogato, ha un numero. E la sua scheda online non si apre, il contenuto è costruito in modo che una lettura automatica non lo renda. Due carte sulla stessa vicenda, una privata, leggibile solo da chi la possiede. Una pubblica, illeggibile da tutti. Ma la cosa più strana è quello che l'azienda fa di questa parte. Nella cronologia ufficiale sul proprio sito, di tutto questo resta una formula sola, il difficile periodo bellico. La requisizione, niente. Le bombe, niente. La promessa scritta agli operai, niente. Le case popolari costruite per loro lungo la strada che porta alla sede, niente. La famiglia racconta a voce la sua parte più forte, e per iscritto, quella parte, non la racconta.
La causa contro la Coca-Cola
Ed eccola, la storia più bella che Fabbri abbia da raccontare, e anche quella che tiene in sospeso, perché da nessuna parte sta scritto quando è successa. Una bottiglia Fabbri, a un certo punto, assomiglia troppo a una bottiglia di Coca-Cola. Quella forma, la vita stretta, la pancia scanalata, è il segno registrato più difeso della storia industriale, e chi lo tocca finisce in tribunale. Fabbri ci finisce. La difesa è di una semplicità che non ammette repliche, e Nicola Fabbri, l'uomo che oggi porta il nome dell'azienda di famiglia, quella degli sciropi e delle amarene, la ripete con lo stesso tono con cui doveva essere stata detta allora, Era ovviamente una coincidenza, perché chi la conosceva l'America e la Coca-Cola prima che arrivassero gli americani? E infatti noi vincemmo la causa. Fermiamoci un istante, perché la portata va pesata bene, un'azienda emiliana di liquori batte in giudizio la Coca-Cola. È il tipo di aneddoto che una famiglia si tramanda per quattro generazioni. Ma l'uomo che lo racconta gli mette accanto, subito, la frase che lo smonta, È una vittoria di Pirro perché dopo loro sono la Coca-Cola e noi siamo la Fabbri. Il tribunale ha dato ragione a chi contava meno, e non ha cambiato di una virgola chi contava più. Ed è una delle poche volte in cui qualcuno, raccontando la propria vittoria, ne misura il valore reale nella stessa respirazione. Ma resta un problema, e non è piccolo, quella causa non ha una data. Il racconto la colloca negli anni Venti in una versione e all'arrivo degli americani in Italia, cioè fra il millenovecentoquarantatré e il millenovecentoquarantacinque, in un'altra. E sono due epoche che non possono stare insieme, perché la battuta sulla coincidenza, chi conosceva la Coca-Cola prima degli americani, funziona solo nella prima. L'unico articolo di giornale che ha ripreso la storia rimanda a un'intervista del duemiladiciannove e ammette che gli atti del processo non si trovano. I registri dei tribunali, le riviste di proprietà industriale dell'epoca, i bollettini dei marchi, nessuno ha ancora restituito il fascicolo. La storia migliore dell'azienda è l'unica di cui non si sappia l'anno.
1952: il biliardo esce, il gelato entra
Nel millenovecentocinquantadue il bar Centrale, quello davanti alla Sala Borsa di Bologna, ha una sala da biliardo. E la sala da biliardo è un problema. Il bar ha bisogno di fatturare di più, e quei metri quadrati rendono poco, un biliardo tiene due o tre persone per un'ora e mezza, e produce il prezzo di una partita. Tutto lì. Fabio e Giorgio Fabbri, i nipoti del titolare, guardano quella stanza, smontano il biliardo, e al suo posto ci mettono il gelato. Vale la pena fermarsi un momento su questi due nomi. Perché Fabio e Giorgio Fabbri compiono la mossa più redditizia di tutta la vicenda familiare, la decisione da cui nascerà l'industria del gelato, e non esistono in nessun archivio consultabile. Due uomini che hanno spostato un mobile e cambiato un secolo, e di cui resta soltanto il nome nel racconto di un discendente. Ma c'è un problema pratico, e non è da poco, nel millenovecentocinquantadue a Bologna il gelato non lo sa fare nessuno. È un mestiere del Sud, e in Emilia non c'è. Allora lo si importa insieme all'uomo. Viene portato a Bologna un gelatiere meridionale, che in un retrobottega insegna a fare una cosa che in quella città prima non si faceva. Di lui non si conosce né il nome né la città di provenienza, e il dubbio, settant'anni dopo, viene tenuto in vita apposta. Nicola Fabbri, della famiglia, lo dice così, Non so se sia stato siciliano o napoletano, e lascio ancora il dubbio, perché così sia i campani che i siciliani fanno a gara per dimostrare quanto sia stata loro la primogenitura di questa cosa, comprando i nostri prodotti. È la frase che spiega meglio di ogni altra come funziona questa famiglia. Un uomo anonimo, arrivato in treno nel millenovecentocinquantadue per insegnare un mestiere, diventa nel duemilaventi uno strumento di marketing regionale, due regioni si contendono la sua paternità, e mentre se la contendono, comprano. Nello stesso periodo, nella stessa città, un altro bolognese sta lavorando sull'altra metà del problema. Si chiama Carpigiani, e non pensa all'ingrediente, pensa alla macchina, e le mette il motore elettrico. Da un lato di Bologna qualcuno rende facile la materia prima, dall'altro qualcuno rende facile l'attrezzo, e insieme, senza essersi messi d'accordo, per quanto ne sappiamo, abbassano la soglia di un mestiere fino al punto in cui può entrare in un bar qualunque. Oggi i due cognomi pesano lo stesso nel mondo del gelato. E poi arrivano i Cremolati. È Romeo Fabbri, della stessa famiglia, a capire quali ingredienti rendano cremoso il gelato, e a metterli in un vasetto. Da lì in avanti il barista non deve più conoscere il mestiere, deve comprare il barattolo.
I furgoni che svuotarono i bar
Poi c'è una scena che, se qualcuno trovasse una fotografia, sarebbe l'immagine con cui si racconta tutta questa azienda. Fabbri, l'azienda di Bologna, quella del bar con il biliardo, mette insieme, racconta la famiglia, una flotta di furgoni trasformati in gelaterie su ruote. Dentro ogni furgone una macchina Carpigiani, una macchina per fare il gelato, e i vasetti di Cremolato, la base di frutta che la Fabbri vendeva ai baristi. Questi furgoni girano l'Italia. Arrivano nella piazza di un paese, si fermano, chiamano fuori i proprietari dei bar. E lì, in piazza, davanti a tutti, gli mostrano che il gelato si può fare, e che è facile. Attenzione, perché questa non è una pubblicità. È qualcosa di molto più grande, è la vendita porta a porta di un mestiere intero. Il rappresentante non offre uno sconto, offre una competenza, con l'attrezzo accanto e l'ingrediente in mano, e la dimostrazione dura il tempo di una mantecata. E il barista che ha guardato, cosa fa? Torna dentro il suo locale e fa il conto che i Fabbri avevano già fatto a Bologna nel millenovecentocinquantadue, la sala da biliardo occupa metri che non rendono nulla. E da lì un sacco di biliardi finirono fuori dai locali. Qui c'è il cerchio più elegante di tutta la storia. Pensateci, la famiglia aveva smontato il biliardo del proprio bar per metterci il gelato, e dieci anni dopo gira l'Italia convincendo centinaia di baristi a smontare il loro. Un mobile sparisce dai bar italiani perché un'azienda di Bologna aveva bisogno di fatturare un po di più. Nicola Fabbri, uno della famiglia, oggi lo dice con la cautela di chi sa di stare esagerando e lo fa lo stesso, Ci piace pensare che sia l'inizio della rivoluzione della gelateria italiana, della gelateria artigianale italiana. Ma adesso fermiamoci un momento, perché c'è un dettaglio che va detto. Di questa flotta di furgoni, la scena madre di tutta la storia, non c'è riscontro in nessuna fonte reperibile. Nessun documento, nessuna fotografia. Esiste soltanto nella memoria di chi la racconta, e in un indizio indiretto, il numero di sale da biliardo che a un certo punto, nei bar italiani, smisero semplicemente di esserci. Il gelato, comunque, quella di fabbrica la fa davvero. Lo stabilimento di Anzola dell'Emilia, il paese dove l'azienda si trasferisce, apre negli anni Sessanta ed è dove si produce ancora oggi. Con una sola differenza, dice la famiglia, oggi è di centottantamila metri quadrati.
Un pirata di nome Salomone
Negli stessi anni in cui l'azienda dei furgoni cresceva, la Fabbri finisce in televisione. E ci finisce due volte, in due modi opposti. La prima somiglia quasi a un errore di calcolo, e a ripensarci oggi fa ridere. Un produttore cinematografico propone una serie di cortometraggi, si riprende un pittore mentre dipinge un'opera. La macchina da presa ferma lì, il pennello lavora, il quadro poco a poco nasce. E alla fine, il colpo finale, quelle opere potrebbero stare nel salotto di ogni casa. Non era vero. Quei quadri già allora costavano troppo per il salotto di ogni casa. Un'azienda che vive di prodotti da bancone, sciroppi, amarene, cose che si versano al banco di un bar, chiudeva la sua pubblicità con una promessa che la gente a cui si rivolgeva non poteva mantenere. La seconda volta va molto meglio. E va meglio per un motivo preciso, perché rinuncia del tutto al buon gusto. C'è un pirata, e si chiama Salomone. È paccioccone, e comanda una ciurma di sbandati, uno con l'uncino, uno senza una gamba, e poi Mani di Fata, che è irascibile e vorrebbe ammazzare tutti. Il compito di Salomone, in ogni episodio, è fare pace. E la pace la fa con i prodotti Fabbri. Nella scena più bella c'è un drago che ha ingoiato la principessa, Salomone gli fa vedere l'amarena, il drago apre la bocca, la principessa esce. Di nessuna delle due campagne resta oggi nulla di visibile. I filmati esistono, l'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa e le Teche Rai conservano materiale di quegli anni, ma finché nessuno li tira fuori, il pirata Salomone e quei pittori restano nella stessa condizione della flotta dei furgoni, cose che si possono raccontare, e non ancora vedere.
Gli scozzesi
Negli anni Settanta, per Fabbri, l'azienda di Bologna che da quasi un secolo faceva amari, sciroppi e liquori, arriva il colpo. E il colpo non arriva dal mondo del gelato, dove pure le amarene la facevano da padrone, arriva dal mestiere principale, quello dei liquori. Entrano in Italia i grandi marchi scozzesi di whisky, e ribaltano il tavolo. Il brandy, quello su cui Fabbri aveva costruito affreschi grandi come palazzi e automobili Isotta Fraschini, smette di essere la bevuta che conta. Un erede della famiglia lo racconta ancora oggi così, La potenza d'urto è stata terribile per tanti produttori di liquori italiani, compresi noi. La risposta dell'azienda è una mossa da manuale, e non funziona, se non puoi batterli, comprali. Fabbri acquista un'etichetta scozzese, un whisky che si chiama Black Jack, e con quella comincia a importare whisky in Italia. Le parole di famiglia, ancora una volta, non lesinano, Con questo Black Jack noi invademmo l'Italia. Un nome da tavolo verde, da poker, per la merce che li stava uccidendo. Nello stesso periodo l'azienda porta per prima in Italia il rum Pampero, un marchio venezuelano. E il giro d'affari dell'importazione, sempre secondo la famiglia, vale cinquanta miliardi di lire. Come dice chi c'era, che oggi sarebbero cinquanta milioni, cioè il valore era molto molto più alto. Ma, se si guarda bene, è una vittoria dello stesso tipo di quella contro la Coca-Cola. Chi fino a quel momento era leader di mercato in una categoria adesso non produce più, importa. Ha smesso di essere quello che fa la cosa, ed è diventato quello che la porta. Il baricentro dell'azienda si sposta, definitivamente, dall'altra parte, quella dei vasetti e degli sciroppi. E sarà la fortuna di tutto il resto. E qui, chi ha seguito la storia finora riconosce già il segnale, Black Jack, come la flotta dei furgoni e come i Caroselli, è una vicenda bella ma senza riscontro documentale. Un marchio importato dovrebbe lasciare tracce doganali, pubblicità, carte. E quelle tracce, finora, nessuno le ha ancora cercate.
Chi era partito
Riscrivo il capitolo Chi era partito così che una voce lo legga di getto, in stile parlato, numeri in lettere, senza titoli né commenti. L'export di Fabbri comincia da una diaspora, ma il racconto che ne fa la famiglia è meno lacrimoso di quello che ci si aspetterebbe, gli italiani che partivano non erano sempre poveracci in cerca di fortuna, ma spesso imprenditori, commercianti che volevano scoprire nuovi mondi. E chi apriva un bar a Buenos Aires, o una gelateria nel New Jersey, aveva bisogno esattamente delle stesse cose di cui aveva bisogno il barista di Bologna, la base, lo sciroppo, l'amarena. Per decenni il canale di vendita è stato uno solo, la nostalgia di qualcuno che sta dietro un bancone a settemila chilometri da casa. Oggi le società del gruppo sono dieci, e leggerne l'elenco è leggere una geografia intera, Italia, Francia, Germania, Spagna, Nord America, Messico, Brasile, Argentina, Asia, Shanghai. Ma in Argentina il nome compare in una posizione che ridimensiona parecchio il racconto, l'associazione nazionale dei gelatieri lo mette fra i soci aderenti, cioè fra chi fornisce materie prime italiane, non fra i marchi che comandano il mercato. C'è poi una parte più recente, e comincia in aereo. Il cugino Andrea Fabbri era andato in Cina a comprare, non a vendere, cercava gadget e componenti per le cassette natalizie. Sulla via del ritorno butta lì una frase che comincia con ma secondo me potrebbe esserci lo spazio anche per., e da quella frase nasce l'Asia. E poi c'è un numero che nel racconto orale della famiglia non compare mai. Nel duemilaventicinque il Medio Oriente vale il quindici per cento del fatturato, quanto tutto il Sud America messo insieme, più di quanto valga il resto d'Europa preso a pezzi uno per uno. Ma fra le dieci società del gruppo non ce n'è una mediorientale. Qualcuno, laggiù, vende molto, e non è ancora chiaro chi, né da quando. Vent'anni fa il quadro era rovesciato. Al centenario, intorno al duemilacinque, il settantacinque per cento del fatturato si faceva in Italia. Oggi l'Italia è al trenta. Non è che l'estero sia cresciuto accanto al mercato interno, il baricentro si è proprio spostato di là.
I numeri che non combaciano
Nel duemilaventicinque Fabbri, l'azienda di amarene di Bologna che stiamo seguendo da tutto questo racconto, dichiara centoquarantacinque milioni di fatturato, in crescita dell'undici per cento, e annuncia di volerne fare duecento in un paio d'anni. Ma nei bilanci depositati, per lo stesso anno e per lo stesso nome, la cifra è centoundici milioni e sei. Non è necessariamente una contraddizione, le due cifre possono misurare perimetri diversi, e un gruppo con dieci società all'estero somma in un bilancio consolidato, il conto unico che riunisce tutte le società controllate, cose che il bilancio della singola società non contiene. Il punto è un altro, quel consolidato depositato non si trova. Manca il documento che riconcilierebbe i due numeri, e finché manca, la differenza, più di trenta milioni, resta un dato di fede. E dentro quei numeri ce n'è uno che va nella direzione opposta a tutto il resto. L'utile netto del duemilaventicinque è otto milioni e sette, in calo del ventisette virgola otto per cento sull'anno prima. I ricavi crescono dell'undici per cento e il guadagno scende di quasi un terzo. Chi cresce così sta comprando qualcosa, mercati, presenza, scaffali, e lo sta pagando. E poi c'è l'anno di cui nessuno parla mai. Nel duemilavventi i bar hanno chiuso, e un'azienda che da centoventi anni vive sul bancone dei bar ha visto il fatturato depositato passare da sessantatré milioni e due a quarantasette milioni e quattro, meno venticinque per cento in dodici mesi. Vale la pena metterlo accanto al resto della storia, perché qui il conto torna alla rovescia. Il racconto familiare ha come momento drammatico la guerra, con il fatturato a zero, una cosa che nessun documento accessibile misura. L'unico crollo verificabile in centoventi anni di attività è quello del duemilavventi. Ed è l'unico che non viene raccontato da nessuno. Anche il resto delle cifre ha questa consistenza doppia, e ormai sappiamo come si comporta, bella sul davanti, più incerta dietro. Nel duemilaventisei l'azienda comunica centoventi anni di attività e centoventi paesi di esportazione, un numero che rima troppo bene con l'anniversario, il bilancio di sostenibilità del duemilaventiquattro ne dichiarava centodieci, e altrove si legge oltre cento. I dipendenti sono centosettantasette in quel bilancio e circa duecentocinquanta nella scheda camerale. Quello che invece si verifica per intero è l'apparato delle certificazioni, l'adesione al sistema comunitario di ecogestione e audit, il programma ambientale europeo che impone una dichiarazione verificata da un ente terzo, registrata dal duemiladue, poi le norme su qualità e ambiente, la sicurezza sul lavoro, e la certificazione alimentare sugli standard globali di sicurezza degli alimenti, quella rilasciata dagli enti che ispezionano chi fornisce la grande distribuzione. Sulle cose che un ente esterno viene a controllare, la documentazione c'è tutta. Sulla ricetta, invece, non c'è niente, e questo è voluto. Non pensate a una cassaforte nascosta chissà dove, dove c'è un fogliettino di carta. Nessuno deve sapere qual è la ratio con cui si mescolano gli ingredienti. E poi la battuta, in questa stanza. E le risate.
Il barattolo da un chilo
Nel giugno duemiladiciannove arriva allo stabilimento Lidia Bastianich, la cuoca italoamericana che in America conduce un programma sulla televisione pubblica, alla scoperta del segreto dell'Amarena. È una delle poche scene recenti di questa storia ad avere insieme un testimone esterno e una data certa, ed è anche il ponte, da una parte il vaso di ceramica bianco e blu sul bancone di un bar emiliano, dall'altra le cucine americane. Dove finisce quel ponte lo si può vedere nel novembre duemilaventicinque, su uno scaffale di un magazzino Costco, un barattolo Fabbri da due libbre, un chilo, in mezzo alle confezioni formato famiglia di un discount all'ingrosso. Non è bello. Non è di ceramica, non è stato disegnato a Faenza, e nessuno lo terrà in casa dopo averlo finito. Un cliente scrive che è un affare così conveniente, such a good deal. Ed è esattamente lì che il gesto del millenovecentocinque arriva, e si consuma. Gennaro Fabbri, quello che aveva comprato la bottega con i soldi di suo fratello, aveva capito che si guadagna di più a regalare l'oggetto bello e a vendere quello che ci sta dentro. Centoventi anni dopo, l'oggetto bello è sparito del tutto. È rimasto solo quello che ci sta dentro, in un contenitore che pesa un chilo e non ha nessuna intenzione di piacere a nessuno. Nel frattempo la coppa amarena, dicono in casa Fabbri, è la coppa di gelato più consumata in assoluto. Nessuno lo misura, come nessuno misura il primato mondiale sulle amarene di cui l'azienda si fregia, le uniche quote documentate sono italiane. Ma è probabile che sia una di quelle cose vere che non hanno bisogno di essere misurate, come non aveva bisogno di essere misurato il fatto che, se metti sul bancone un vaso bianco e blu e non chiedi niente in cambio, prima o poi qualcuno ti chiama per riempirlo. Di questa storia restano aperte parecchie porte. Il fascicolo ventunomilasettecentoquaranta dell'Archivio Centrale dello Stato, che è pubblico e non si apre. Gli atti di una causa vinta contro la Coca-Cola, di cui non si conosce l'anno. L'atto di compravendita del millenovecentocinque, che confermerebbe le tremila lire e forse restituirebbe il nome del fratello. Una parete cieca lungo la via Emilia con dipinta sopra una bottiglia di brandy grande come un palazzo, che qualcuno negli anni Trenta deve pur avere fotografato. Un gelatiere arrivato dal Sud nel millenovecentocinquantadue, che due regioni si contendono e nessuno ha mai chiamato per nome. Sono i pezzi che mancano a una storia che per il resto sta in piedi da sola, un uomo di quarantacinque anni, al terzo mestiere, che comprò una bottega con i soldi di suo fratello, e regalò l'unica cosa bella che aveva.
Il vaso non aveva un prezzo
Il vaso arriva nel bar e non ha un prezzo. È di ceramica, bianco e blu, fatto fare a Faenza, ed è l'oggetto più bello che in quel locale ci sia: più bello del bancone, più bello delle bottiglie in fila dietro. Il barista se lo trova lì e non deve pagarlo. Dentro ci sono le amarene sotto zucchero.
Chi guarda la scena dall'esterno vede un errore commerciale. Un'azienda piccola, in un paese di provincia, che fa produrre a proprie spese un manufatto in una delle città della ceramica italiana e poi lo consegna gratis a gente che non ha ordinato niente.
Chi la guarda da dentro vede l'unica cosa che quell'azienda ha capito prima di tutti, e da cui è discesa ogni altra: che il vaso non è la merce. Il vaso è il posto. Una volta che sta sul bancone — bianco e blu, alto, riconoscibile, con quel coperchio — occupa un pezzo di legno che nessun concorrente potrà più occupare, e finché sta lì bisogna riempirlo. Non si vende un oggetto: si vende un'abitudine, e l'oggetto è la caparra.
Il primissimo vaso, però, non finì in un bar. Finì in casa, e Gennaro Fabbri lo regalò a sua moglie Rachele.
Centoventi anni dopo, sullo scaffale di un magazzino Costco negli Stati Uniti, c'è un barattolo Fabbri da due libbre — un chilo — e un cliente americano scrive che è such a good deal. Non è più bello: è grosso. In mezzo, fra la ceramica di Faenza e la latta da un chilo, ci stanno tutte le cose che seguono.
Tremila lire prestate da un uomo senza nome
Nel 1905 Gennaro Fabbri ha quarantacinque anni ed è già stato tre cose diverse: impagliatore di sedie, commesso, agricoltore. Nessuna delle tre lo ha reso ricco. A quarantacinque anni, nel 1905, un uomo che non è diventato ricco di solito ha finito le occasioni.
Ne prende un'altra. Compra la drogheria sulla piazza di Portomaggiore, in provincia di Ferrara: un negozio con la tinaiail locale dove si tenevano i tini, cioè le vasche di legno per la fermentazione, che è la ragione per cui quella bottega diventerà una distilleria e non resterà un emporio. Il prezzo sono tremila lire, e Gennaro non le ha. Gliele presta il fratello.
Del fratello non si sa niente. Non ha un nome nel racconto di famiglia e non compare in nessun documento reperibile: è il primo finanziatore di tutta la storia, l'uomo senza il quale non c'è niente da raccontare, e di lui resta soltanto la cifra che ha tirato fuori.
Sull'insegna Gennaro fa scrivere Premiata Distilleria Gennaro Fabbri. Nessuno, dice oggi la famiglia ridendo, sa chi l'avesse premiata. «Faceva figo.» Nel 1905 «premiata» era una parola che si metteva sulle facciate come oggi si mette una certificazione in fondo a un sito, e valeva esattamente quanto la si faceva valere: un uomo di quarantacinque anni al terzo mestiere che si mette in casa un titolo che non ha ricevuto da nessuno è già tutto il resto della storia in miniatura.
Nel 1914 l'attività si sposta a Bologna. Sono nove anni dopo la fondazione, non dieci prima: la data che gira spesso — 1915 — è sbagliata, e sbaglia dalla parte che conta, perché sposta l'inizio dopo il trasferimento invece che prima.
Le amarene che non si mangiano
Nella distilleria di Gennaro si fanno liquori, e i liquori hanno nomi che datano un'epoca meglio di qualunque cronologia. C'è il Primo Maggio. C'è l'amaro Carducci. C'è soprattutto il VOV, che è un liquore all'uovo, e che Nicola Fabbri — quarta generazione, quello che oggi racconta — descrive con una formula che chiude la questione: «Era la Red Bull di allora, che serviva ai contadini per partire con energia alla mattina per andare a lavorare.»
Non un digestivo, non un dopocena: una colazione alcolica per gente che alle cinque doveva andare nei campi. Il mercato di quell'azienda, nei primi anni, sono uomini che si alzano prima dell'alba in una campagna ferrarese.
L'amarena entra per una ragione domestica. Rachele Buriani, la moglie, mette le amarene sotto zucchero perché da fresche sono aspre e non si mangiano: è una conserva casalinga, il gesto che in mille cucine emiliane serviva a non buttare via un albero di frutta acida. La differenza fra quelle mille cucine e questa è che questa sta dentro una bottega con la tinaia, accanto a un uomo che sta imparando a vendere.
Di Rachele Buriani, che è la fondatrice del prodotto su cui poggia tutto il resto, non si trova una data. Non un anno di nascita, non un anno di matrimonio: la donna che ha inventato la cosa che l'azienda vende ancora oggi in centoventi paesi non ha un profilo anagrafico consultabile. Suo marito, che ha inventato il modo di venderla, è nato nel 1860 e morto nel 1935.
Il conto torna solo se il cliente è il barista
Qui sta il ragionamento che regge un secolo, ed è aritmetica, non poesia.
Se vendi le amarene alle famiglie, vendi un vasetto a una famiglia. La famiglia lo apre, lo tiene in frigorifero, lo finisce in tre mesi, forse lo ricompra. Per arrivare a mille vasetti devi convincere mille famiglie, una per una, e ognuna ti costa quello che costa convincerla.
Se invece le vendi al barista, non vendi un vasetto: vendi un ingrediente. Il barista non le mangia, le usa. Ogni coppa che esce dal suo banco contiene la tua amarena, e lui la coppa la fa cento volte al giorno d'estate. Convincere un barista vale come convincere centinaia di famiglie, con la differenza che il barista lo vai a trovare una volta sola e poi ordina da sé, perché se finisce l'amarena non può più fare la coppa che i suoi clienti gli chiedono.
E il vaso? Il vaso è il costo di acquisizione, pagato in ceramica invece che in sconto. Uno sconto si dimentica e si rifà ogni volta; un vaso bianco e blu sul bancone resta lì per anni, e ogni cliente che entra lo vede. È pubblicità che non si affitta a settimana: si regala una volta e poi presidia il posto.
Il risultato, un secolo dopo, è misurato: in Italia Fabbri tiene circa il 40 per cento del mercato degli sciroppi, e il secondo operatore sta al 6. Non è un vantaggio, è un'altra categoria di gara. Sull'amarena la quota dichiarata, attribuita a rilevazioni IRI e Doxa, arriva all'81 per cento. E il numero che forse dice più di tutti è quello sulla notorietà: 97 per cento. Praticamente ogni italiano sa che cos'è l'amarena Fabbri, e la maggior parte non l'ha comprata mai — l'ha soltanto vista sul bancone di un bar.
Il mercato italiano degli sciroppi: Fabbri e il secondo operatore
gamma97Un palazzo dipinto e due automobili
Negli anni fra le due guerre Fabbri vende brandy, e per venderlo fa due cose che oggi si chiamerebbero campagne e allora erano semplicemente gesti sproporzionati.
La prima: lungo la via Emilia c'è un palazzo con una parete cieca, senza finestre, e su quella parete viene dipinta una bottiglia di brandy grande quanto l'edificio. Non un cartellone: un affresco. Chiunque percorra la strada consolare che attraversa l'Emilia da un capo all'altro se la trova addosso.
La seconda è più strana, e riguarda due automobili. La casa ha un'Isotta Fraschini e un'Itala. Per capire che cosa vuol dire nell'Italia di allora, Nicola Fabbri usa un paragone che non ha bisogno di note: «Poteva essere come se oggi si parlasse di una Rolls-Royce e di una Ferrari.» Due macchine così, in una famiglia che vende liquori in provincia, non sono un lusso: sono uno strumento di vendita. Il cliente che firma un ordine importante si guadagna il giro in automobile. Vengono mandati in giro i figli, e uno dei due non ha l'età per la patente: quindi al giro promesso al cliente ci si va in tre, perché serve anche l'autista.
Poi c'è la mossa immobiliare. Aldo e Romeo Fabbri comprano il Bar Centrale di Bologna, che sta di fronte alla Sala Borsa. Non è un bar qualunque: è l'unico locale della città aperto ventiquattro ore. Di notte, ai suoi tavoli, si chiudono negoziazioni su merci e su animali — la borsa merci di giorno lavora nel palazzo, di notte lavora dall'altra parte della strada, in un posto dove si può stare seduti e ordinare qualcosa.
Comprare quel bar non è comprare un esercizio commerciale. È comprare la stanza in cui il commercio di una città si ferma a riposare, e metterci dietro il bancone i propri prodotti. La famiglia che ha inventato il regalo del vaso ai baristi, a un certo punto, si compra direttamente il bar più strategico di Bologna.
1935
Nel 1935 muore Gennaro Fabbri. Ha settantacinque anni e ha passato gli ultimi trenta a costruire una cosa che al momento della sua morte è ancora, essenzialmente, una distilleria di provincia trasferita in città.
Lo stesso anno, nella cronologia ufficiale dell'azienda, compare una riga: nascono i primi semilavoratipreparati che il gelatiere non produce da sé ma compra già pronti e usa come ingrediente — paste, basi, sciroppi per il gelato.
È l'anno in cui il fondatore esce di scena e in cui entra, come nota a margine di un catalogo, il prodotto che nel dopoguerra diventerà tutto. Gennaro non lo vede funzionare: i Cremolati, cioè il momento in cui quella riga di catalogo diventa un'industria, arriveranno diciassette anni dopo. L'uomo che ha inventato il modo di vendere muore l'anno in cui l'azienda si trova in mano la cosa da vendere, e non lo sa nessuno.
Le bombe non erano intelligenti
Poi arriva la guerra, e il racconto della famiglia diventa più drammatico di qualunque cosa l'azienda abbia mai scritto di sé.
Lo stabilimento viene requisito. Il fatturato, dice Nicola Fabbri, va a zero. Si continua a produrre, ma non liquori: confetture — e questo è confermato da un giornale ferrarese che ne ha ricostruito la vicenda locale. La marmellata, aggiunge il racconto familiare, «era importantissima per le razioni dei soldati»: che le confetture si facessero è documentato, che finissero nelle razioni militari lo dice soltanto la famiglia.
Poi ci sono le bombe. «Siccome allora le bombe non erano intelligenti, andavano un po' qua e di là, e qualcuna colpì anche noi.» Il motivo, sempre secondo il racconto di casa, è il vicinato: lì accanto c'era la Ducati, che in quegli anni non faceva motociclette ma armamenti. Una fabbrica di marmellata a poche centinaia di metri da una fabbrica di armi, sotto la stessa rotta di volo. Nessuna delle fonti raccolte documenta questa vicinanza.
Documentato è invece un bombardamento, e non è quello che il racconto lascia immaginare. Il 13 aprile 1945 un grande raid alleato rade al suolo gran parte di Portomaggiore — il paese dove tutto era cominciato, non la Bologna dove l'azienda si era trasferita. E l'unica testata che ha raccontato requisizione e bombardamento è l'edizione ferrarese del Resto del Carlino, che parla dello stabilimento del Ferrarese, mentre chi racconta a voce parla di quello di Bologna. Può darsi che sia successo tutto: ma è successo in un altro luogo da quello che il racconto suggerisce.
C'è poi una lettera. Nel momento in cui la produzione si ferma, l'azienda scrive ai propri dipendenti promettendo che quando si potrà ricominciare saranno riassunti tutti. Il documento esiste, dicono in famiglia; fuori dall'azienda non lo ha visto nessuno. Nello stesso periodo, negli archivi dello Stato, esiste un fascicolo intitolato «Distilleria Fabbri»: numero 21740, aperto il 26 settembre 1940, chiuso il 30 maggio 1942. È pubblico, è catalogato, ha un numero — e la sua scheda online non si apre: il contenuto è costruito in modo che una lettura automatica non lo renda. Due carte sulla stessa vicenda: una privata e leggibile solo da chi la possiede, una pubblica e illeggibile da tutti.
La cosa più strana è quello che l'azienda fa di questa parte. Nella cronologia ufficiale sul proprio sito, di tutto questo resta una formula: «il difficile periodo bellico». Requisizione, bombe, promessa scritta agli operai, case popolari costruite per loro lungo la strada che porta alla sede — niente. La famiglia racconta a voce la sua parte più forte, e per iscritto non la racconta.
La causa contro la Coca-Cola, che non ha una data
Ed eccola, la storia più bella che Fabbri abbia da raccontare.
Una bottiglia Fabbri assomiglia troppo a una bottiglia di Coca-Cola. Quella forma — la vita stretta, la pancia scanalata — è il segno registrato più difeso della storia industriale, e chi lo tocca finisce in tribunale. Fabbri ci finisce.
La difesa è di una semplicità che non ammette repliche, e Nicola Fabbri la ripete oggi con lo stesso tono con cui doveva essere stata detta allora: «Era ovviamente una coincidenza, perché chi la conosceva l'America e la Coca-Cola prima che arrivassero gli americani? E infatti noi vincemmo la causa.»
Un'azienda emiliana di liquori batte in giudizio la Coca-Cola. È il tipo di aneddoto che una famiglia si tramanda per quattro generazioni. Ma l'uomo che lo racconta gli mette accanto, subito, la frase che lo smonta: «È una vittoria di Pirro perché dopo loro sono la Coca-Cola e noi siamo la Fabbri.»
Il tribunale ha dato ragione a chi contava meno, e non ha cambiato di una virgola chi contava più. È una delle poche volte in cui qualcuno, raccontando la propria vittoria, ne misura il valore reale nella stessa respirazione.
Resta un problema, e non è piccolo: quella causa non ha una data. Il racconto la colloca negli anni Venti in una versione e all'arrivo degli americani, cioè fra il 1943 e il 1945, in un'altra — due epoche che non possono stare insieme, perché la battuta sulla coincidenza funziona solo nella prima. L'unico articolo che l'ha ripresa rimanda a un'intervista del 2019 e ammette che gli atti processuali non si trovano. Registri di tribunale, riviste di proprietà industriale dell'epoca, bollettini dei marchi: nessuno ha ancora restituito il fascicolo. La storia migliore dell'azienda è l'unica di cui non si sappia l'anno.
1952: il biliardo esce, il gelato entra
Il Bar Centrale, quello davanti alla Sala Borsa, ha una sala da biliardo. Nel 1952 c'è bisogno di fatturare un po' di più, e quella sala occupa metri quadrati che rendono poco: un biliardo tiene due o tre persone per un'ora e mezza e produce il prezzo di una partita.
Fabio e Giorgio Fabbri, i nipoti, smontano il biliardo e ci mettono il gelato.
Vale la pena fermarsi un istante su questi due nomi, perché sono l'esempio più netto di quanto sia sbilanciata questa storia fra ciò che si racconta e ciò che si può verificare: Fabio e Giorgio Fabbri compiono la mossa più redditizia di tutta la vicenda familiare — la decisione da cui nascerà l'industria del gelato — e non esistono in nessun archivio consultabile. Due uomini che hanno spostato un mobile e cambiato un secolo, e di cui resta soltanto il nome nel racconto di un discendente.
C'è però un problema pratico: nel 1952 a Bologna il gelato non lo sa fare nessuno. È un mestiere del Sud, e in Emilia non c'è.
Allora lo si importa insieme all'uomo. Viene portato a Bologna un gelatiere meridionale, che in un retrobottega insegna a fare una cosa che in quella città non si faceva. Di lui non si conosce né il nome né la città di provenienza — e il dubbio, settant'anni dopo, viene tenuto in vita apposta. Nicola Fabbri: «Non so se sia stato siciliano o napoletano, e lascio ancora il dubbio, perché così sia i campani che i siciliani fanno a gara per dimostrare quanto sia stata loro la primogenitura di questa cosa — comprando i nostri prodotti.»
È la frase che spiega meglio di ogni altra come funziona questa famiglia. Un uomo anonimo, arrivato in treno nel 1952 per insegnare un mestiere, è diventato nel 2020 uno strumento di marketing regionale: due regioni si contendono la sua paternità, e mentre se la contendono comprano.
Nello stesso periodo, nella stessa città, un altro bolognese sta lavorando sull'altra metà del problema. Si chiama Carpigiani e non pensa all'ingrediente: pensa alla macchina, e le mette il motore elettrico. Da un lato di Bologna qualcuno rende facile la materia prima, dall'altro qualcuno rende facile l'attrezzo, e insieme — senza essersi messi d'accordo, per quanto ne sappiamo — abbassano la soglia di un mestiere fino al punto in cui può entrare in un bar qualunque. Oggi i due cognomi pesano lo stesso nel mondo del gelato.
E poi arrivano i Cremolati. È Romeo Fabbri a capire quali ingredienti rendano cremoso il gelato, e a metterli in un vasetto: da lì in avanti il barista non deve più conoscere il mestiere, deve comprare il barattolo.
I furgoni che fecero uscire i biliardi dai bar d'Italia
Poi c'è la scena che, se qualcuno ne trovasse una fotografia, sarebbe l'immagine con cui si racconta tutta questa azienda.
Fabbri, dice il racconto di famiglia, mette insieme una flotta di furgoni trasformati in gelaterie su ruote. Dentro ognuno c'è una macchina Carpigiani e i vasetti di Cremolato. I furgoni girano l'Italia, arrivano nella piazza di un paese, si fermano. Chiamano fuori i proprietari dei bar. E lì, in piazza, davanti a tutti, gli fanno vedere che il gelato si può fare — e che è facile.
Non è una promozione: è la vendita porta a porta di un mestiere intero. Non si offre uno sconto, si offre una competenza, con l'attrezzo accanto e l'ingrediente in mano, e la dimostrazione dura il tempo di una mantecata.
Il barista che ha guardato torna dentro il proprio locale e fa il conto che i Fabbri avevano già fatto a Bologna nel 1952: la sala da biliardo occupa metri che non rendono. «E da lì un sacco di biliardi finirono fuori dai locali.»
È il cerchio più elegante di tutta la storia. La famiglia aveva smontato il biliardo del proprio bar per farci il gelato; dieci anni dopo gira l'Italia convincendo centinaia di baristi a smontare il loro. Un mobile scompare dai bar italiani perché un'azienda di Bologna aveva bisogno di fatturare un po' di più.
Nicola Fabbri lo dice con la cautela di chi sa di stare esagerando e lo fa lo stesso: «Ci piace pensare che sia l'inizio della rivoluzione della gelateria italiana, della gelateria artigianale italiana.»
Va detto che di questa flotta, che è la scena madre della storia, non si trova riscontro in nessuna fonte reperibile. Esiste soltanto nella memoria di chi la racconta — e nel numero di sale da biliardo che a un certo punto, nei bar italiani, smisero di esserci.
Il gelato, comunque, diventa una fabbrica. Lo stabilimento di Anzola dell'Emilia apre negli anni Sessanta ed è dove si produce ancora oggi: con l'unica differenza, dice la famiglia, che oggi è di 180.000 metri quadrati.
Un pirata di nome Salomone
Negli stessi anni Fabbri va in televisione, e ci va due volte in modi opposti.
La prima è quasi un errore di calcolo, e a raccontarla oggi è comica. Un produttore cinematografico propone una serie di cortometraggi in cui si riprendono dei pittori mentre dipingono un'opera: la macchina da presa sta lì, il pennello lavora, il quadro nasce. Alla fine arriva il payoff: «Queste opere potrebbero stare nel salotto di ogni casa.»
Non era vero. Quei quadri, già allora, costavano troppo perché stessero nel salotto di ogni casa. La pubblicità di un'azienda che vive di prodotti da bancone si chiude su una promessa che il pubblico a cui è rivolta non può mantenere.
La seconda volta va molto meglio, perché rinuncia del tutto al buon gusto. C'è un pirata, e si chiama Salomone. È paccioccone, e comanda una ciurma di sbandati: uno con l'uncino, uno senza una gamba, e Mani di Fata, che è irascibile e vorrebbe ammazzare tutti. Il compito di Salomone, in ogni episodio, è fare pace — e la pace la fa con i prodotti Fabbri. Nella scena più bella c'è un drago che ha ingoiato la principessa: Salomone gli fa vedere l'amarena, il drago apre la bocca, la principessa esce.
Nessuna delle due campagne è stata ritrovata. I filmati esistono — l'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa e le Teche Rai conservano materiale di quegli anni — ma finché nessuno li tira fuori, il pirata Salomone e i pittori restano nella stessa condizione della flotta dei furgoni: cose che si possono raccontare e non ancora vedere.
Gli scozzesi
Negli anni Settanta arriva il colpo, e non arriva dal mercato del gelato: arriva da quello che fino ad allora era il mestiere principale.
I grandi marchi scozzesi di whisky entrano in Italia e ribaltano il tavolo. Il brandy, su cui Fabbri aveva costruito affreschi grandi come palazzi e giri in Isotta Fraschini, smette di essere quello che si beve. «La potenza d'urto è stata terribile per tanti produttori di liquori italiani, compresi noi.»
La risposta è una mossa da manuale e non funziona: se non puoi batterli, comprali. Fabbri acquista un'etichetta scozzese, si chiama Black Jack, e con quella comincia a importare whisky in Italia. «Con questo Black Jack noi invademmo l'Italia.» Un nome da tavolo verde per la merce che li stava uccidendo.
Nello stesso periodo l'azienda porta per prima in Italia il rum Pampero, e il giro d'affari dell'importazione — dice la famiglia — vale 50 miliardi di lire, «che oggi sarebbero 50 milioni, cioè il valore era molto molto più alto».
Ma è una vittoria dello stesso tipo di quella contro la Coca-Cola. Chi era leader di mercato in una categoria adesso non produce più: importa. Ha smesso di essere quello che fa la cosa ed è diventato quello che la porta. Il baricentro dell'azienda si sposta definitivamente dall'altra parte, quella dei vasetti e degli sciroppi — e sarà la fortuna di tutto il resto.
Anche di Black Jack, come della flotta e dei Caroselli, non si trova riscontro documentale: un marchio importato lascia tracce doganali e pubblicitarie, e quelle tracce non sono ancora state cercate.
Chi era partito
L'export di Fabbri comincia da una diaspora, e la lettura che ne dà la famiglia è meno lacrimosa di quella corrente: «Gli italiani che sono partiti non sempre erano persone povere che cercavano fortuna, ma anche imprenditori, commercianti che volevano scoprire nuovi mondi.»
Chi apre un bar a Buenos Aires o una gelateria nel New Jersey ha bisogno esattamente delle stesse cose di cui aveva bisogno il barista di Bologna: la base, lo sciroppo, l'amarena. Il canale di vendita, per decenni, è la nostalgia di qualcuno che sta dietro un bancone a settemila chilometri da casa.
Oggi le società del gruppo sono dieci, e leggerne l'elenco è leggere una geografia: Italia, Francia, Germania, Spagna, Nord America, Messico, Brasile, Argentina, Asia, Shanghai. In Argentina, però, il nome compare in una posizione che ridimensiona il racconto: l'associazione nazionale dei gelatieri lo elenca fra i soci aderenti, cioè fra i fornitori di materie prime italiane, non fra i marchi che comandano il mercato.
E c'è la parte più recente, che comincia in aereo. Il cugino Andrea Fabbri era andato in Cina a comprare — non a vendere: gadget e componenti per le cassette natalizie. Sulla via del ritorno dice una frase che comincia con «Ma secondo me potrebbe esserci lo spazio anche per...», e da quella frase nasce l'Asia.
Poi c'è un numero che nel racconto orale non compare mai. Nel 2025 il Medio Oriente vale il 15 per cento del fatturato: quanto tutto il Sud America, più di quanto valga il resto d'Europa preso a pezzi. E fra le dieci società del gruppo non ce n'è una mediorientale. Qualcuno vende molto, laggiù, e non è ancora chiaro chi, né da quando.
Vent'anni fa il quadro era rovesciato. Al centenario, intorno al 2005, il 75 per cento del fatturato si faceva in Italia. Oggi l'Italia è al 30. Non è cresciuto l'estero accanto al mercato interno: il baricentro si è spostato di là.
Dove si fa il fatturato 2025, secondo l'azienda
gamma97I numeri che non combaciano
Nel 2025 Fabbri dichiara 145 milioni di fatturato, in crescita dell'11 per cento, e annuncia di volerne fare 200 «in un paio d'anni».
Nei bilanci depositati, per lo stesso anno e per lo stesso nome, la cifra è 111,6 milioni.
Non è necessariamente una contraddizione: le due cifre possono misurare perimetri diversi, e un gruppo con dieci società all'estero somma in un bilancio consolidatoil conto unico di un gruppo, che somma le società controllate ed elimina gli scambi interni fra loro cose che il bilancio della singola società non contiene. Il punto è che quel consolidato depositato non si trova. Manca il documento che riconcilierebbe i due numeri, e finché manca la differenza — più di trenta milioni — resta un dato di fede.
Dentro quei numeri ce n'è un altro che va nella direzione opposta a tutto il resto: l'utile netto 2025 è 8,7 milioni, in calo del 27,8 per cento sull'anno precedente. I ricavi crescono dell'11 per cento e il guadagno scende di quasi un terzo. Chi cresce così sta comprando qualcosa — mercati, presenza, scaffali — e lo sta pagando.
E poi c'è l'anno di cui nessuno parla mai. Nel 2020 i bar hanno chiuso, e un'azienda che da centoventi anni vive sul bancone dei bar ha visto il fatturato depositato passare da 63,2 a 47,4 milioni: meno venticinque per cento in dodici mesi.
Vale la pena metterlo accanto al resto della storia. Il racconto familiare ha come momento drammatico la guerra, con il fatturato «a zero» — che nessun documento accessibile misura. L'unico crollo verificabile in centoventi anni di attività è quello del 2020, ed è l'unico che non viene raccontato da nessuno.
Anche il resto delle cifre ha questa consistenza doppia. Nel 2026 l'azienda comunica centoventi anni di attività e centoventi paesi di esportazione — un numero che rima troppo bene; il bilancio di sostenibilità del 2024 ne dichiarava 110, e altrove si legge «oltre 100». I dipendenti sono 177 in quel bilancio e «circa 250» nella scheda camerale. Quello che invece è verificabile per intero è l'apparato delle certificazioni: registrazione EMASlo schema ambientale volontario dell'Unione europea, che richiede una dichiarazione verificata da un ente terzo dal 2002, ISO 9001, ISO 14001, UNI ISO 45001, BRC. Sulle cose che un ente esterno viene a controllare, la documentazione c'è tutta.
Sulla ricetta, invece, non c'è niente — e questo è voluto. «Non pensate a una cassaforte nascosta chissà dove, dove c'è un fogliettino di carta. Nessuno deve sapere qual è la ratio con cui si mescolano gli ingredienti.» Poi la battuta: «in questa stanza», e le risate.
2025: quanto Fabbri deposita e quanto Fabbri dichiara
gamma97L'anno in cui i bar hanno chiuso
gamma97Il barattolo da un chilo
Nel giugno 2019 va in visita allo stabilimento Lidia Bastianich, la cuoca italoamericana con un programma sulla televisione pubblica statunitense, «alla scoperta del segreto dell'Amarena». È una delle poche scene recenti di questa storia ad avere insieme un testimone esterno e una data certa, ed è anche il ponte: da una parte il vaso di ceramica bianco e blu sul bancone di un bar emiliano, dall'altra le cucine americane.
Nel novembre 2025 l'altro capo del ponte è visibile su uno scaffale Costco: un barattolo Fabbri da due libbre, un chilo, in mezzo alle confezioni formato famiglia di un magazzino all'ingrosso. Non è bello. Non è di ceramica, non è stato disegnato a Faenza, e nessuno lo terrà in casa dopo averlo finito. Un cliente scrive che è such a good deal.
È esattamente il punto in cui il gesto del 1905 arriva e si consuma. Gennaro Fabbri aveva capito che si guadagna di più a regalare l'oggetto bello e a vendere quello che ci sta dentro; centoventi anni dopo l'oggetto bello è sparito del tutto ed è rimasto solo quello che ci sta dentro, in un contenitore che pesa un chilo e non ha nessuna intenzione di piacere a nessuno.
Nel frattempo la coppa amarena, dicono in casa Fabbri, è la coppa di gelato più consumata in assoluto. Nessuno lo misura, come nessuno misura il primato mondiale sulle amarene di cui l'azienda si fregia: le uniche quote documentate sono italiane. Ma è probabile che sia una di quelle cose vere che non hanno bisogno di essere misurate, come non aveva bisogno di essere misurato il fatto che, se metti sul bancone un vaso bianco e blu e non chiedi niente in cambio, prima o poi qualcuno ti chiama per riempirlo.
Restano aperte, di questa storia, parecchie porte. Il fascicolo 21740 dell'Archivio Centrale dello Stato, che è pubblico e non si apre. Gli atti di una causa vinta contro la Coca-Cola di cui non si conosce l'anno. L'atto di compravendita del 1905, che confermerebbe le tremila lire e forse restituirebbe il nome del fratello. Una parete cieca lungo la via Emilia con dipinta sopra una bottiglia di brandy grande come un palazzo, che qualcuno negli anni Trenta deve pur avere fotografato. Un gelatiere arrivato dal Sud nel 1952 che due regioni si contendono e nessuno ha mai chiamato per nome.
Sono i pezzi che mancano a una storia che per il resto sta in piedi da sola: un uomo di quarantacinque anni al terzo mestiere che comprò una bottega con i soldi di suo fratello, e regalò l'unica cosa bella che aveva.
Centoventi anni, dalla drogheria allo scaffale americano
gamma97Riferimenti
- Fabbri: la storia della famiglia delle Amarene, dai 3000 lire ai 145 milioni di fatturato — https://www.youtube.com/watch?v=ukEGxPeYjJk
- Archivio Centrale dello Stato, fascicolo n. 21740 «Distilleria Fabbri», 26/09/1940–30/05/1942 — patrimonioacs.cultura.gov.it (scheda non consultabile in lettura automatica) —
- Il bombardamento di Portomaggiore del 13 aprile 1945 — resistenzamappe.it —
- Gruppo Fabbri, cronologia ufficiale e pagina certificazioni (EMAS 2002, ISO 9001, ISO 14001, UNI ISO 45001, BRC) — gruppofabbri.com —
- AFADHYA, Asociación de Fabricantes Artesanales de Helados y Afines, elenco dei soci aderenti (Fabbri Argentina) — afadhya.com.ar —
- La Nuova Ferrara, 21/02/2024 — produzione di confetture negli anni di guerra —
- Il Resto del Carlino, edizione di Ferrara — requisizione e bombardamento dello stabilimento ferrarese —
- Positano Notizie, sulla causa Coca-Cola, che rinvia a un'intervista a Nicola Fabbri pubblicata su Repubblica nel 2019 (atti processuali non reperiti) —
- Pasticceria Internazionale, 03/06/2019 — la visita di Lidia Bastianich allo stabilimento —
- Ascom Bologna e Corriere Economia, 02–03/08/2026 — fatturato 2025 dichiarato, ripartizione geografica, obiettivo 200 milioni —
- Top Aziende — bilanci depositati, serie del fatturato 2019-2025 —
- ReportAziende.it — utile netto 2025: 8,7 milioni, −27,8% —
- Gruppo Fabbri, bilancio di sostenibilità 2024 — 177 dipendenti, 110 paesi —
- Unioncamere, scheda impresa — «circa 250» dipendenti, assetto familiare —
- efanews, 2026 — centoventi anni e centoventi paesi —
- Exportiamo — quote di mercato italiane e notorietà del marchio (rilevazioni IRI e Doxa citate) —
- Il Giornale, in occasione del centenario — 75% del fatturato in Italia intorno al 2005 —
- Wikipedia, voce Fabbri 1905 — elenco delle società del gruppo —
- Parade, novembre 2025 — il barattolo Fabbri da due libbre nei magazzini Costco negli Stati Uniti —