Nell'autunno del 2006, in una via di Seveso dove l'asfalto finiva cento metri più in là, un programmatore di ventiquattro anni faceva firmare abbonamenti sul cofano di una Toyota Celica per una palestra che non esisteva ancora. Ne vendette 250 o 300 prima di aprire, il 19 marzo 2007. Nell'agosto successivo gli tagliarono la corrente perché i soci non avevano pagato le bollette, e lui appese cartelli che parlavano di lavori in corso. Nel gennaio 2009, a ventisei anni e mezzo, si ritrovò amministratore di una società con 417.000 euro di debiti, un ufficiale giudiziario del tribunale di Desio che passava a pignorare e uno sfratto esecutivo a fine febbraio. Oggi Eduardo Montefusco dichiara per FitActive 180 sedi in sette paesi, 452.000 iscritti e 150 milioni di fatturato aggregato: la prima catena italiana per numero di palestre. Questa è la storia di come ci è arrivato — e di quali numeri, in quella storia, reggono e quali sono soltanto la sua parola.

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Il cofano della Toyota
L'asfalto finiva cento metri più in là. Anche i lampioni cominciavano da quel punto in poi, e la via dove sarebbe nata la palestra era buio e terra battuta. Siamo nell'autunno del duemilasei, a Seveso, in provincia di Monza e Brianza, in una zona che non è ancora urbanizzata. Non c'è niente, laggiù. Solo un capannone. Il uomo che porta lì le persone si chiama Eduardo Montefusco, ha ventiquattro anni e un lavoro vero, di giorno scrive codice per una società di intermediazione bancaria, quella che dieci anni dopo si chiamerà Nexi. Alle diciassette esce dall'ufficio, si fa un'ora di traffico, e arriva in questo buio. Chi telefona per informazioni, lui lo richiama dalle sei di sera in poi. E che cosa può mostrare a chi viene? Niente. Un capannone, la tromba delle scale, un ascensore che non è ancora installato. Così Montefusco porta dentro la gente e la fa immaginare, qui le macchine, qui la sala, qui la reception. Poi escono tutti, e la firma la raccoglie sul cofano della sua auto, una Toyota Celica, come la descriverà lui, quella un po squadratina, con i fari accesi, perché a settembre e a ottobre fa buio presto. Vent'anni dopo, davanti a una telecamera a Milano, ci riderà sopra, Oggi facciamo tutto in mega sicurezza. Ora siamo fuori, siamo fuori dalla tutto in prescrizione. Quello che faceva su quel cofano ha un nome, prevendita. Vendere l'abbonamento prima che esista il posto dove usarlo. Prima dell'apertura, che lui data al diciannove marzo duemilasette, di abbonamenti ne aveva firmati tra i duecentocinquanta e i trecento. Su quel giorno e su quei numeri, va detta subito una cosa, perché tornerà per tutto il racconto, l'apertura a Seveso nel duemilasette è confermata da fonti indipendenti, la scheda enciclopedica della palestra, gli articoli di stampa. Ma il diciannove marzo e i duecentocinquanta, trecento abbonamenti esistono solo nella voce di Montefusco. Nessun documento consultato li riscontra. Lui, di quel periodo, ha una precisazione che dice molto, Dico facemmo perché parlo un po al noi. Ma feci. Cioè, ero solo. E c'è un'altra cosa che i documenti, invece, riscontrano, come ci era arrivato, fin lì. Ed è da lì che bisogna partire per capire tutto quello che viene dopo.
Trentamila euro, ventimila suoi
Nel duemilauno, il protagonista di questa storia aveva mollato l'università dopo pochissime lezioni. Si chiamava, si chiama, Montefusco, e all'epoca era un ragazzo che stava per compiere diciotto anni. Dieci giorni prima del compleanno gli arriva un'offerta di lavoro, e non la lascia passare, sviluppo di software bancari, quelli con cui le aziende comunicano direttamente con la banca. Non è mai stato dipendente, nemmeno un giorno, parte subito per conto suo, aprendo la propria attività indipendente, a diciotto anni, e dichiara di fatturare duecentoventi euro al giorno. La pagina ufficiale della sua azienda, la FitActive, conferma la sostanza, programmatore, software bancari per CartaSì e Nexi. L'età e il compenso, quelli, restano solo le sue parole, nessuna fonte terza li riporta. Il resto del tempo lo passava a cercarsi clienti piccoli. Prendeva una valigetta e girava a piedi Limbiate e Cesano, i paesi dove abitava. Da un ortofrutta si porta via la gestione del magazzino e degli ordini. La valigetta la prendi e la lanci, racconta oggi. Ma io cosa cacchio sto a fare? Ma poi quando c'è il sì ti gasi, è un tripudio, è un entusiasmo incredibile, perché te lo sei proprio andato a cercare coi denti per strada. Si era fatto perfino una statistica, un sì ogni dieci appuntamenti. Quindi ogni no non era un no. Era, mi sto avvicinando. Con quei soldi, nel primo anno e mezzo, dà quindicimila euro ai genitori per il mutuo di casa. Poi, nel duemilacinque, va a iscriversi in una palestra. Nel modulo c'è il campo professione, e lui scrive, sviluppatore software. Il proprietario passa di lì proprio in quel momento, legge, e gli chiede se fa davvero quel mestiere. Perché a lui serviva un gestionale, gli serviva un sito. Montefusco prepara il preventivo, un paio di migliaia di euro, crede, e viene accettato. Non gli fu mai pagato per intero. Ma lui, intanto, aveva già smesso di passare dal titolare. Andava direttamente dalle ragazze della reception, guardate, sarebbe bello che sappiate in anticipo quando è il compleanno di un iscritto, poi decidete voi che cosa farne, magari gli fate gli auguri. Un'estate intera, invece di andare al mare, la passa nella camera di sua zia a sviluppare quel software. E quando il titolare ha problemi comunali e deve lasciare quella sede, il nome che gli viene in mente per il nuovo progetto è il suo. Trentamila euro. Venti guadagnati con il lavoro da informatico, dieci presi con un fido bancario a scalare, ti danno diecimila, ne restituisci mille al mese. Un terzo della società, in tre soci. E qui, per una volta, il numero torna uguale in un secondo posto. Non solo nelle sue parole di oggi, anche in un'intervista rilasciata al Giornale, tempo fa, diceva, ed è citato testualmente, che all'epoca erano trentamila euro, ne aveva solo venti, e dieci li aveva presi con un fido in banca a scalare. Resta sempre una dichiarazione del protagonista, per intenderci. Ma è una seconda occasione, distinta, in cui la cifra è la stessa. Due cose, però, le avrebbe scoperte solo dopo. La prima, socio sulla carta lo divenne soltanto tre anni più tardi. La seconda, quei trentamila euro erano gli unici trentamila euro mai messi in quella società. Sapevo di buttarmi un po alla cieca, dice. Oggi scopro che ero proprio nella cieca totale.
Agosto 2007: il buio
Il diciannove marzo millenovecentonovantasette. no, scusate, millenovecentonovantasette no. Il diciannove marzo duemila sette, cinque mesi dopo aver firmato il primo abbonamento sul cofano della Toyota, Mimmo Montefusco chiude per sempre con i computer. Non è una scelta strategica, non è un piano di carriera, è che i soldi non c'erano, erano partiti da zero, e qualcuno quella palestra doveva pur mandarla avanti. L'orario di chi non ha nessuno che gli dia il cambio. Reception dalle otto e mezza del mattino alle dieci e mezza di sera, dal lunedì al venerdì. Il sabato dalle nove alle diciannove. La domenica dalle nove alle diciassette. Sette giorni su sette, sempre lui dietro quel banco. Non avevo manco uno a cui chiedere la sostituzione. Non c'era uno che mi giravo, oh, stai tu. Degli tre soci, uno, quello che ce l'aveva portato lì dentro, non si faceva mai vedere. Restavano in due a fare tutto, uno in sala pesi, lui alla reception. E poi arriva agosto. Staccano la corrente. Le bollette non erano state pagate. Cinque mesi dopo l'inaugurazione, il buio. Ma qui c'è un dettaglio che vale più di tutto il resto della storia, e lo tenetelo da parte, perché dice com'era fatta quell'avventura fin dal primo giorno. Lungo la via, il distributore aveva affisso i cartelli dell'interruzione programmata. Con tanto di data. Solo che la data sui cartelli non corrispondeva esattamente al giorno in cui a loro tagliarono davvero la linea. Però i cartelli stavano lì, appesi al muro, e la scusa era già scritta, stiamo facendo i lavori. Due settimane senza luce. Una a cavallo di Ferragosto, tutta Italia in ferie, i clienti lontani, e nessuno che se ne accorga. E un'altra intera settimana, dopo, ancora al buio. Chiamano l'Enel, chiedono una dilazione. Appuntamento in via Borgazzi, a Monza. Li fanno entrare in un ufficio minuscolo, quattro metri per quattro, e dietro la scrivania si capisce subito chi comanda. Ne escono avendogli lasciato in mano un assegno postdatato a fine settembre, con la promessa che la corrente torna. E torna. Dopo un giorno, forse due. A settembre arriva il picco delle iscrizioni, la gente torna in città, vuole rimettersi in forma, e a fine mese quell'assegno viene pagato. Coperto. La palestra respira di nuovo. Ora, un'ultima cosa. Delle otto pagine che raccontano le origini di FitActive, le interviste, i profili, le storie di successo, nessuna riporta questo episodio. Niente cronaca locale, niente documenti, niente tracce. Quel buio di agosto esiste soltanto nella voce di chi c'era dentro. Tenetelo a mente, questo dettaglio. Perché quasi tutto quello che sentirete da qui in avanti, di questa storia, esiste per lo stesso identico motivo, perché lo dice lui.
Il foglietto con i 417.000 euro
Gennaio duemilanove. Il primo socio, quello che due anni prima l'aveva portato dentro l'affare della palestra, se ne va per motivi suoi. Montefusco resta lì, da solo, ha ventisei anni e mezzo, e da socio diventa amministratore. Tutto suo. Anche quello che non si vede. La prima cosa che fa, da amministratore, è sedersi e mettersi a scrivere. Prende un foglietto e ci segna sopra tutti i debiti. Uno per uno. Quel foglietto l'ha tenuto. Anni dopo lo mostra ancora, come si mostra una cicatrice. Il totale era quattrocentodiciassettemila euro. Quattrocentodiciassettemila. Scritto a mano, su un pezzo di carta. E non era nemmeno tutto. All'ufficiale giudiziario del tribunale di Desio era diventato un habitué, arrivava a intervalli regolari a pignorare qualcosa. Sì, un continuo. Poi, dove sono i dischi da venti? Fioccavano le lettere degli avvocati. E a fine febbraio arriva lo sfratto esecutivo, per affitti mai pagati. Lo sfratto esecutivo è game over, no? Esci fuori, ciao, finita. Non finì. Nel corso del duemilanove, con un lavoro elementare, richiamare al telefono chi doveva rinnovare l'abbonamento e chi aveva smesso di venire, la palestra cresce del trenta per cento e chiude intorno ai settecentomila euro di fatturato. Abbastanza per cominciare a pagare tutto. Il debito non sparisce, ma si comincia a scenderci. Ora, fermiamoci un momento su quel foglietto. Perché c'è una cosa che chi ascolta questa storia deve tenere ben stretta, quei quattrocentodiciassettemila euro non si trovano scritti da nessun'altra parte. Nessun documento del tribunale, nessun bilancio, nessun articolo che li riporti in modo indipendente. Così come lo sfratto di febbraio, il trenta per cento di crescita, i settecentomila del duemilanove, di tutto questo, l'unica fonte è la parola di Montefusco. Non significa che non sia vero. Significa che la parte più drammatica di questa storia, quella da cui riparte tutto, il fondo del baratro, esiste perché lui la racconta. E che sopra quel foglietto, su quella calligrafia che nessun altro ha mai visto, si è costruita la leggenda intera.
Sei mesi ad aspettare i serramenti
Poi succede quello che succede a chi rimette in piedi una cosa, succede lentamente. Il secondo centro apre nel duemilatredici. Sei anni dopo il primo. Sei anni in cui, a sentir lui, l'azienda è rimasta lì, una palestra sola, a riprendersi dal disastro di cui avete appena sentito. Il terzo centro era previsto per l'aprile del duemilaquattordici a Saronno, e aprì in ottobre. Sei mesi di ritardo. E sapete perché? Perché il proprietario dell'immobile non consegnava i serramenti. Sei mesi fermi, per delle finestre. Poi la diga si apre. Nel duemilacinque ne aprono quattro in una volta sola, e si arriva a sette sedi. Tre di quelle quattro le pagano le banche, duecentocinquantamila euro da UniCredit, trecentottantamila dalla Banca Popolare di Sondrio, circa trecentosessantamila da Banca Intesa. Sommatele, fate il conto, fa quasi un milione di euro di debito bancario. E infatti, se chiedete a lui, la cifra la riassume così, non c'erano margini, erano tutti debiti. Le sette palestre, in quegli anni, fatturavano tra i cinquecento e i seicentomila euro l'una. E qui dovete tenere bene a mente una cosa, perché è la stessa cosa che avete già visto con quel foglietto scritto a mano nel buio del blackout, quasi tutto questo pezzo di storia esiste soltanto perché lo racconta lui. La data del secondo centro, i serramenti di Saronno, le tre banche nominate una per una con le loro cifre, il fatturato per sede, nessuno di questi numeri trova riscontro da nessun'altra parte. Le voci pubbliche saltano direttamente dal duemilasette all'espansione di adesso, come se quegli anni non fossero mai esistiti. Nessun bilancio di quelle palestre è mai saltato fuori. C'è solo la sua voce. E lui quella voce la usa, ancora una volta, per raccontarvi debiti.
Ryanair applicato alle palestre
Il duemilaquindici è anche l'anno in cui Vincenzo Montefusco, il fondatore di FitActive, la catena di palestre nata dal nulla, fa la mossa che cambia la scala di tutto quanto avete sentito fin qui. L'osservazione è così semplice che sembra banale, nessuno, in Italia, aveva ancora fatto con le palestre quello che Ryanair aveva fatto con gli aerei. Abbonamenti a prezzi stracciati. E strutture aperte ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Attenzione, però, perché qui serve un passo indietro. Il low cost, il modello commerciale che abbassa il prezzo al pubblico tagliando i servizi accessori e puntando tutto sui grandi numeri, margine minimo per ogni cliente, compensato da una quantità enorme di clienti, di catene a basso prezzo, in Italia, ne esisteva una sola, McFIT, un'azienda tedesca che aveva portato il low cost nelle palestre in Germania nel millenovecentonovantasette ed era entrata in Italia nel duemilaundici. Da noi, quindi, quel terreno era ancora quasi tutto da occupare. Che il modello funziona, oggi lo si può vedere con i propri occhi, la scheda del club di Barcellona, sul sito ufficiale, indica apertura ventiquattr'ore su ventiquattro e abbonamenti a diciannove euro e novanta al mese. Ma che tutto questo sia stato introdotto proprio nel duemilaquindici, e che la scintilla sia stata Ryanair, questo è quello che racconta Montefusco. Ed è il punto dove bisogna tenere a mente una cosa che avete già imparato ad ascoltare in questa storia, quasi tutto quello che riguarda gli inizi, ce lo dice lui. Il dato su McFIT, per esempio, non è smentito, semplicemente, nessuno l'ha mai controllato. E qui c'è il rovescio della medaglia, quello che il racconto del protagonista non contiene, ma che le fonti indipendenti misurano. Il modello low cost funziona a una condizione sola, che gli iscritti siano tantissimi. Secondo la ricostruzione del Post, il tasso di rinnovo di FitActive è del quaranta per cento, e il sistema regge soltanto se la maggior parte degli abbonati non frequenta davvero. Nella pubblicistica di settore circola un confronto attribuito all'associazione internazionale degli operatori di palestre, fidelizzazione fra il trenta e il trentacinque per cento nelle catene low cost, contro il cinquanta, cinquantacinque delle palestre tradizionali. Fermatevi un secondo su questo, perché è il cuore di tutto. Un abbonamento a diciannove euro e novanta al mese è conveniente per chi ci va. Per chi non ci va, e sono i più, è una tassa mensile sulla buona intenzione. Il conto della catena si chiude sui secondi, su quelli che pagano e non si presentano. È su questo che Montefusco ha costruito la macchina. È questo che regge i numeri che sentirete tra poco.
Trecento cambiali
Il duemilasedici è l'anno peggiore per Andrea Montefusco, il programmatore diventato titolare di palestre. E non è un problema di conti, i conti, alla fine, si sistemano. È un problema di persone. Per mesi, lui e i suoi soci sono in guerra. Una di quelle crisi che logorano, che ti entrano nel corpo. Montefusco racconta che in quel periodo ha avuto attacchi di panico. E della controparte, il socio con cui si sta sbranando, dice una frase sola, che da sola varrebbe un capitolo intero, Quello che fino un attimo prima mi voleva vedere morto. Tieni il tè, tieni lo zucchero. Finita la battaglia, finite le cortesie ipocrite tra gente che si odia, serve una soluzione pratica. E Montefusco la trova così, compra le quote di tutti. Diventa il padrone unico. Solo che il contante per pagarli non ce l'ha. E allora paga come si pagavano i debiti una volta, con le cambiali. Il pagherò, la firma, la scadenza. Devo farne trecento. Circa trecento cambiali. Firmate tutte insieme, in un unico atto davanti al notaio. Provateci voi, a immaginare la scena, un tavolo, un notaio, e trecento pezzi di carta ognuno dei quali è una promessa di pagamento che dovrà essere mantenuta, una dopo l'altra, per anni. Un uomo che da pochi mesi prima si sentiva morire, gli attacchi di panico, ricordate, e che adesso firma trecento volte il proprio futuro. E qui una cosa va detta, perché accompagna tutta questa storia, di quelle cambiali non c'è traccia da nessuna parte. Il riacquisto delle quote nel duemilasedici compare, nelle fonti, in forma generica. Ma le trecento cambiali, l'atto notarile, gli attacchi di panico, di tutto questo non esiste documento verificabile, nessuna visura, nessun atto ritrovato. Esiste perché lo racconta lui. Come quasi tutto, in questa storia. Tenetelo a mente. Fatto sta che appena uscito dallo studio del notaio, con la società finalmente tutta sua e trecento scadenze appese al collo, Montefusco fa una cosa che sembra follia, apre un'altra palestra. L'ottava. Busto Arsizio, duemilasedici. Ma questa è diversa da tutte le altre. Perché è la prima col modello di affiliazione, quello che lui chiama franchising. E che vuol dire, in pratica? Che la palestra porta il suo nome, funziona col suo metodo, ma il capitale per aprirla non lo mette lui. È la chiave di volta, da questo momento può moltiplicarsi senza tirare fuori i soldi di ogni apertura. I debiti non gli impediscono di crescere. Forse lo obbligano. Da lì il conteggio cambia ritmo, e accelerate con lui, otto palestre nel duemiliciassette. Nove nel duemila diciotto. Quindici o sedici nel duemiladiciannove. Poi la curva impazzisce, ventinove nel duemilaventuno. Quattordici nel duemilaventidue, sì, quasi metà chiusa, ne parleremo. E ventisette nel duemilaventicinque. Un impero costruito sopra trecento firme. O almeno, questa è la versione di chi le firme le ha messe, e che di quelle carte nessun altro, finora, ha mai visto.
Dodicimila euro e Le Iene
Poi arriva il duemilaventi, e per le palestre il duemilaventi è la fine del mondo. Ma prima della pandemia vera e propria, c'è un episodio che da solo racconta che aria tira. Una delle sedi del gruppo viene sfrattata per dodicimila euro di affitto non pagati. Dodicimila euro, contro settecentomila euro di investimenti già spesi in quella stessa struttura. Dodicimila euro che buttano nel cassetto settecentomila euro di lavoro. Una sproporzione così assurda che ci finiscono le telecamere di Le Iene, il programma televisivo, che manda in onda un servizio sulla storia. E dopo il servizio succede qualcosa, la proprietà dell'immobile indennizza la società con ottantaquattromila euro. A volte, in questa storia, i problemi si risolvono solo quando qualcuno accende una luce. Poi il resto. Il Covid investe in pieno il settore, una sessantina di palestre del gruppo chiude i battenti. La società capogruppo ottiene duemilioni e ottocentomila euro di finanziamenti pubblici, erogati in due tranche, prima due milioni, poi ottocentomila, soldi che servono anche a finire i cantieri già aperti. Ed è qui che si vede il meccanismo contabile che spiega molte cose di come questa azienda è fatta. Mentre le palestre sono chiuse, sprangate, senza un euro che entra, la capogruppo continua a fatturare royalty e servizi alle singole società del gruppo. Quelle fatture non vengono pagate, come potrebbero, se le palestre non incassano nulla?, ma nel bilancio della capogruppo risultano comunque come ricavi. Carta che copre carta, mentre tutto è fermo. E sul fronte istituzionale, il giudizio di Montefusco, il fondatore del gruppo, non lascia spazio, il settore non ha avuto un appoggio forte e concreto, e il credito d'imposta era di fatto inutilizzabile per chi, non lavorando, non aveva imposte da recuperare.
180 società, non 180 filiali
Adesso viene la parte che, se non la afferri, tutti i numeri che hai sentito fin qui restano sabbia. FitActive, l'impero di palestre che Montefusco ha costruito partendo da un cofano di Toyota, non è una società con centottanta palestre. È una holding che possiede quote di centottanta società. Una per palestra. Di circa ottanta di queste, la holding detiene il cento per cento, quelle che Montefusco chiama dirette. Di altre cento circa detiene tra il cinquantuno e il sessanta per cento, quelle in franchising, dove il resto è di soci locali. Il quotidiano economico che ha ricostruito la struttura dall'esterno lo conferma, FitActive possiede almeno il cinquantuno per cento di ciascuna singola palestra. E qui sta il punto. Un gruppo fatto così ha due modi legittimi di dire quanto fattura. Puoi sommare gli incassi di tutti i club, si chiama aggregato. Oppure puoi contare solo ciò che entra nel bilancio consolidato del gruppo, si chiama consolidato. Sono due numeri diversi. Molto diversi. Montefusco, per il duemilaventicinque, dichiara circa centocinquanta milioni aggregati, circa centotrentacinque consolidati. Centottanta sedi in sette paesi. Circa quattrocentocinquantaduemila iscritti. E un margine operativo lordo, cioè quanto resta del fatturato prima di interessi, tasse e ammortamenti, quasi al venti per cento alla fine del duemilaventiquattro. Ma attenzione, e questo è il punto su cui fermarsi, anche queste cifre, come quasi tutto quello che hai sentito fin qui su Montefusco, esistono perché le dice lui. Le altre cifre pubbliche dello stesso gruppo, nello stesso arco di tempo, non coincidono. Per il duemilaventiquattro si trovano un fatturato aggregato di centosei milioni e uno consolidato di ottantaquattro. Una voce enciclopedica indica ricavi per centoventisei milioni e circa settecentosessanta dipendenti. Per il duemilaventicinque, nel confronto pubblico dell'agosto duemilaventisei, Montefusco stesso dichiara centotredici milioni di ricavi e trentatré milioni di margine operativo lordo su mezzo milione di iscritti. E sulle sedi, il sito ufficiale parla di oltre centottantasette club più oltre trenta in prevendita, sì, la prevendita, il metodo del cofano, diventato business model, il giornale economico di centonovanta strutture, altre fonti di oltre duecento. Non sono necessariamente contraddizioni. Sono perimetri diversi. E la distanza tra ottantaquattro, centosei, centotredici, centoventisei, centotrentacinque e centocinquanta milioni, sei modi di dire quanto vale la stessa cosa, è esattamente lo spazio in cui, nell'estate del duemilaventisei, si aprirà la contestazione pubblica. Quella di cui ora manca solo il racconto.
La macchina, oggi
E adesso la macchina com'è oggi, quella che Montefusco ha costruito partendo da un cofano di Toyota nel buio. Perché il motore non è cambiato, è solo stato moltiplicato. Ogni palestra FitActive dichiara in media un fatturato tra i settecentocinquantamila e gli ottocentomila euro, e alcune strutture arrivano a un milione e quattrocentomila, un milione e cinquecentomila. Il sei, sette per cento di tutto questo finisce in marketing. I dipendenti dichiarati sono circa ottocento. Ma la vera forza del gruppo, tenete a mente questo punto, perché è lo stesso di vent'anni fa, sono le prevendite. Quelle firmate sul cofano di una Toyota nel duemilasei oggi diventano mille iscritti prima dell'apertura. In alcuni casi duemila, tremila. Al prezzo medio di trecento euro. Facciamo il conto insieme, una sola apertura può portare novecentomila euro di cassa prima che nella palestra venga accesa una luce. È quel denaro, che entra prima ancora che il posto esista, a finanziare l'apertura successiva. La tecnica è identica a quella del duemilasei, vendere l'accesso a un posto che non c'è ancora. Solo che adesso è diventata un sistema industriale. Ed è anche la voce che torna, puntuale, nei reclami. Sulla bacheca di Altroconsumo, l'associazione dei consumatori, compaiono casi datati ottobre duemilaventi, giugno duemilaventuno, luglio duemilaventitré, maggio duemilaventicinque, luglio duemilaventicinque, settembre duemilaventicinque, dicembre duemilaventicinque. Sempre lo stesso schema, a cambiare sono le date, abbonamenti sottoscritti in prevendita con apertura poi ritardata, richieste di recesso inviate via posta elettronica certificata e respinte, servizi promessi come all inclusive che poi non vengono riconosciuti in club diversi da quello d'iscrizione, mesi regalati sulla carta e mai erogati. E però, attenzione a non confondere le cose, nessun provvedimento dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato a carico di FitActive è emerso dalle ricerche. La macchina, intanto, ha attraversato il confine. La prima apertura all'estero è Barcellona, nel duemilaventuno. Oggi il gruppo dichiara sette paesi, quattro sedi in Svizzera, una a Bucarest, una a Tirana, una a Skopje, in Macedonia del Nord, e due a Curitiba, in Brasile. La seconda palestra di Curitiba ha aperto il ventun febbraio duemilaventisei, la prima stava nel quartiere di Santa Felicidade, una zona di discendenza italiana da cui viene la famiglia della moglie di Montefusco. E nel duemilaventisei sono state acquistate otto palestre in Spagna, tutte nell'area di Valencia. Aprire fuori dall'Italia, dice Montefusco, costa da tre a cinque volte di più, nessuno riconosce il marchio, le banche non ti danno credito, i fornitori non ti fanno dilazioni. Sul primato, la rivendicazione è precisa e ha una fonte con un nome, primi in Italia per numero di palestre da sei, sette anni, unici italiani nella top venti europea. Il rapporto europeo sul mercato del fitness, curato da Deloitte ed EuropeActive, indica FitActive come operatore leader in Italia per numero di club dal duemilaventi. Ma notate la precisione, leader per numero di sedi. Non per fatturato, non per iscritti. Il confronto con i concorrenti rende il primato plausibile, Anytime Fitness Italia contava sessantatré club a marzo duemilaventisei, McFIT trentotto centri in Italia, GreenTheory poco più di quaranta. Numeri grossi, dunque. Numeri che però, ed è la stessa crepa che sentite aprirsi da quando questa storia è cominciata, in gran parte esistono perché lui li dichiara. Il cofano della Toyota ha generato tutto questo. E ha generato anche il resto, i reclami, i ritardi, le liti. Prima o poi, qualcuno sarebbe andato a vedere dentro il motore.
L'estate del 2026
Estate duemilaventisei. È l'estate in cui questa storia, fin qui raccontata a bassa voce, esce allo scoperto. Il cinque agosto duemilaventisei il Post pubblica un resoconto di quello che era successo pochi giorni prima. Due schieramenti si erano affrontati per un'ora e mezza nello studio di un podcast che si chiama Gurulandia, da una parte Eduardo Montefusco, l'uomo che avete seguito fin dal cofano di quella Toyota, il programmatore diventato re delle palestre, e dall'altra Alessandro Olivieri, trentaquattro anni, toscano, noto online come Alex Theory, insieme al suo socio Francesco Caruso. Attenzione ai nomi, perché contano, Olivieri e Caruso sono i volti di GreenTheory, l'azienda concorrente. E prima di accendere i microfoni, stando alla ricostruzione, i tre erano quasi arrivati alle mani. Le accuse volano in entrambe le direzioni. Montefusco rimprovera a GreenTheory di usare società sportive dilettantistiche per non applicare l'imposta sul valore aggiunto, la ventidue per cento, e per non pagare le imposte sul reddito. Olivieri e Caruso rispondono che FitActive avrebbe sessanta milioni di euro di debiti sparsi su centoquarantadue società, e che i suoi dati non sono verificabili. Sono accuse di parte, da tutti e due i lati. Nessuna delle due è un dato di bilancio controllato da qualcuno di esterno. Ma una di queste due accuse l'avete già incontrata, in questo racconto, a ogni capitolo. La verificabilità. Perché la maggior parte delle cifre di questa storia, dal foglietto con i debiti scritto a mano ai numeri grandiosi di oggi, esiste per un solo motivo, è Montefusco a dirle. Ed è esattamente lì, su quella crepa, che il concorrente ha puntato il dito. E vale la pena sapere chi è GreenTheory, perché non è nata come catena di palestre. È nata nel duemiladiciannove come marchio di riso aromatizzato. È entrata nel fitness da due anni soltanto, e oggi dichiara oltre quaranta palestre, circa sei milioni di euro di fatturato al mese, e una valutazione complessiva, dichiarata, sempre dichiarata, di centotré milioni. C'è poi una data che suona come un controcanto a tutto questo fragore. Il sette agosto duemilaventisei, due giorni dopo il resoconto del Post, l'Agenzia delle Entrate pubblica la circolare sette E, torna su sette questioni aperte del regime delle associazioni sportive dilettantistiche, quelle stesse società di cui si parlava nello scontro. Fra le altre cose, statuto e comportamento effettivo devono coincidere, e dal primo gennaio duemilaventicinque le prestazioni legate alla pratica sportiva sono passate da escluse a esenti dall'imposta sul valore aggiunto, con obbligo di fattura elettronica. Tradotto, lo Stato si sta avvicinando proprio al terreno su cui le due aziende si stanno accusando a vicenda. FitActive nel frattempo ha risposto a modo suo, con un video pubblicato online. Il titolo è tutto scritto a lettere maiuscole, come un urlo, La Nostra Risposta alle False Accuse, Tutta la Vera Verità su FitActive. Che cosa ci sia dentro, punto per punto, non è dato saperlo con certezza. Quello che è certo è un'altra cosa. Che quando qualcuno, quell'estate, ha chiesto di vedere i numeri con i suoi occhi, di leggerli, come si legge un foglietto scritto a mano sotto i fari di una macchina, la risposta, di nuovo, è stata una voce che dice, fidati.
Il tè e lo zucchero
Alla fine dell'intervista gli chiedono i consigli, e Gianluca Montefusco, quello delle palestre, quello che ha costruito tutto partendo da un cofano di Toyota nel buio, ne dà due. Il primo è preferire la velocità alla precisione, parti con un'idea generale anche se non è tutto chiaro, dice, perché il tempo per sistemare le cose c'è sempre. Il secondo è che il business deve nascere dalla passione e dal proprio talento, e allora si studia, ci si applica, ci si butta. Sono i consigli, vale la pena notarlo, di uno che ha aperto la sua prima palestra senza sapere assolutamente nulla di palestre. Le cose più interessanti che dice in quell'intervista, però, sono quelle in cui si contraddice o si corregge da solo. Le tecniche di vendita aggressive dei primi anni, quelle che trattavano il cliente come un portafoglio da aprire, oggi le giudica lui stesso controproducenti. Il ristorante che aveva aperto con la moglie fallì, e la spiegazione che ne dà non ha niente a che vedere con il mercato, sarebbe andato benissimo, sostiene, se ci fosse rimasto lui, solo che a lui, semplicemente, non piaceva starci dentro. E per crescere come capo, racconta, la cosa fondamentale è stata frequentare ambienti in cui non era più il vertice della piramide, dove c'era qualcuno sopra di lui, è lì che ha imparato ad ascoltare. Sul futuro si mostra ambizioso e tranquillo insieme, perché prevede di arrivare a duecentocinquanta, duecentottanta palestre in Italia, e forse dopo di continuare in Spagna, e se un giorno volesse vendere tutto o capitalizzare, è convinto di poterlo fare in qualunque momento, salvo crolli di mercato o eventi eccezionali. Tipo, dice, un'altra pandemia. Ma poi, quando i consigli sono finiti, resta quella frase. Quella sul socio. Un attimo prima ti voleva vedere morto, l'attimo dopo, firmato l'atto, tieni il tè. Tieni lo zucchero. Sono due gesti compiuti con la stessa mano, la mano che fino a un minuto prima stringeva un pugno e che adesso porge lo zucchero a chi fino a un minuto prima consideravi un nemico. E resta, soprattutto, il foglietto. Quello che si era messo a scrivere nel gennaio del duemilanove, a ventisei anni e mezzo, una lista scritta a mano, debito per debito, di una società piena di buchi che non aveva aperto lui, e che alla fine, sommata tutta, faceva quattrocentodiciassettemila euro. Quel foglietto Montefusco l'ha tenuto, per ricordo. Ed è una cosa curiosa, se ci si pensa, di tutta questa storia, con tutti i numeri che abbiamo sentito volare, numeri che in gran parte esistono perché li ha detti lui, è l'unico documento di cui si possa dire con certezza che esiste. E nessuno, oltre a lui, l'ha mai visto.
Il cofano della Toyota
L'asfalto finiva cento metri più in là. Anche i lampioni: cominciavano da quel punto in poi, e la via dove sarebbe nata la palestra era buio e terra battuta. Era l'autunno del 2006, a Seveso, provincia di Monza e Brianza, e la zona non era ancora urbanizzata.
Eduardo Montefusco aveva ventiquattro anni e un lavoro. Di giorno scriveva codice per una società di intermediazione bancaria — quella che dieci anni dopo si sarebbe chiamata Nexi — e alle diciassette usciva, si faceva un'ora di traffico e arrivava lì. Chi telefonava per informazioni gli veniva fissato dalle sei di sera in poi.
Non c'era niente da mostrare. Un capannone, la tromba delle scale, l'ascensore non ancora installato. Lui portava dentro le persone e faceva loro immaginare la palestra che ci sarebbe stata: dove le macchine, dove la sala, dove la reception. Poi uscivano, e la firma la raccoglieva sul cofano dell'auto — una Toyota Celica, «quella un po' squadratina» — con i fari accesi, perché a settembre e ottobre imbrunisce presto.
«Oggi facciamo tutto in mega sicurezza», dirà vent'anni dopo, ridendo, davanti a una telecamera a Milano. «Ora siamo fuori, siamo fuori dalla tutto in prescrizione.»
Si chiama prevendita: vendere l'abbonamento prima che esista il posto dove usarlo. Prima dell'apertura, il 19 marzo 2007, ne aveva firmati tra i 250 e i 300.
«Dico "facemmo" perché parlo un po' al noi», ha precisato. «Ma feci. Cioè, ero solo.»
Sulla data esatta e su quei numeri va detta subito una cosa, perché tornerà per tutto il racconto: l'apertura a Seveso nel 2007 è confermata da fonti indipendenti — la scheda enciclopedica di FitActive, gli articoli di stampa — ma il 19 marzo e i 250-300 abbonamenti esistono solo nella voce di Montefusco. Nessun documento consultato li riscontra.
Quello che invece riscontra è come ci era arrivato, lì.
Trentamila euro, ventimila dei quali suoi
Nel 2001 Montefusco aveva mollato l'università dopo pochissime lezioni. Dieci giorni prima di compiere diciotto anni gli era arrivata un'offerta di lavoro, e non l'aveva lasciata passare: sviluppo di software bancari, quelli con cui le aziende comunicano direttamente con la banca. Non è mai stato dipendente. Ha cominciato subito con la partita IVA, a diciotto anni, e dichiara di fatturare 220 euro al giorno.
La pagina ufficiale di FitActive conferma la sostanza: programmatore, software bancari per CartaSì e Nexi. Non conferma né l'età né il compenso — nessuna fonte terza li riporta.
Il resto del tempo lo passava a cercarsi clienti piccoli. Prendeva una valigetta e girava a piedi Limbiate e Cesano, dove abitava. Da un ortofrutta si era portato via lo sviluppo della gestione magazzino e ordini.
«La valigetta la prendi e la lanci», racconta. «Ma io cosa cacchio sto a fare? Ma poi quando c'è il sì ti gasi, è un tripudio, è un entusiasmo incredibile, perché te lo sei proprio andato a cercare coi denti per strada.»
Si era fatto una statistica: un sì ogni dieci appuntamenti. Quindi ogni no non era un no. Era mi sto avvicinando.
Con quei soldi, nel primo anno e mezzo, aveva dato quindicimila euro ai genitori per il mutuo di casa.
Poi, nel 2005, va a iscriversi in una palestra. Nel modulo c'è il campo professione, e lui scrive «sviluppatore software». Il proprietario passa di lì proprio in quel momento, legge, e chiede se davvero fa quel mestiere. Gli serviva un gestionale, gli serviva un sito. Montefusco fa il preventivo — un paio di migliaia di euro, crede — e viene accettato.
Non gli fu mai pagato per intero.
Ma lui aveva già smesso di passare dal titolare. Andava direttamente dalle ragazze della reception: guardate, sarebbe bello che sappiate prima quando è il compleanno di un iscritto, poi decidete voi cosa farne — magari gli fate gli auguri. Un'estate intera, invece di andare al mare, la passò nella camera da sua zia a sviluppare quel software.
Quando il titolare ebbe problemi comunali e dovette lasciare quella sede, il nome che gli venne in mente per il nuovo progetto fu il suo.
Trentamila euro. Venti guadagnati con il lavoro da informatico, dieci presi con un fido bancario a scalare: ti danno diecimila, ne restituisci mille al mese. Un terzo della società, tre soci.
Questa è l'unica cifra delle origini che una fonte indipendente riporta quasi alla lettera: «All'epoca 30mila euro. Ne avevo solo 20 e 10 li presi con un fido in banca a scalare», dichiarava a il Giornale. Resta un'intervista al protagonista, ma è una seconda occasione, distinta, in cui il numero è lo stesso.
Due cose le avrebbe scoperte dopo. La prima: socio sulla carta lo divenne solo tre anni più tardi. La seconda: quei trentamila euro erano gli unici trentamila euro mai messi in quella società.
«Sapevo di buttarmi un po' alla cieca», dice. «Oggi scopro che ero proprio nella cieca totale.»

Agosto 2007: il buio
Dal 19 marzo 2007 Montefusco molla l'informatica del tutto. Non per scelta strategica: non c'era altra possibilità, erano partiti senza soldi.
L'orario è quello di chi non ha nessuno a cui dare il cambio. Reception dalle 8:30 alle 22:30, dal lunedì al venerdì. Sabato dalle 9 alle 19. Domenica dalle 9 alle 17.
«Non avevo manco uno a cui chiedere la sostituzione. Non c'era uno che mi giravo: "oh, stai tu".»
Dei tre soci, uno — quello che l'aveva introdotto — non c'era mai. Restavano in due operativi: uno in sala, lui in reception.
Poi arriva agosto. Cinque mesi dopo l'inaugurazione, staccano la corrente. Le bollette non erano state pagate.
C'è un dettaglio che vale più di tutto il resto: lungo la via avevano affisso i cartelli dell'interruzione programmata, con una data. La data non corrispondeva esattamente a quella in cui a loro tagliarono la linea. Ma i cartelli c'erano, e la scusa era già scritta sul muro. Stiamo facendo i lavori.
Due settimane. Una a cavallo di Ferragosto — chiusura ferie, e nessuno se ne accorse. Una intera senza luce.
Chiamano l'Enel per una dilazione. Appuntamento in via Borgazzi a Monza. Li fanno entrare in un ufficio di quattro metri per quattro, piccolissimo, e dietro la scrivania si capisce che c'è un capo. Escono da lì avendogli lasciato in mano un assegno postdatato a fine settembre, con la promessa che la corrente torna.
Torna, dopo un giorno o due. A settembre c'è il picco delle iscrizioni. A fine mese l'assegno viene pagato.
Nessuna delle otto pagine consultate sulle origini di FitActive riporta questo episodio. Non c'è cronaca locale, non c'è documentazione. Esiste soltanto nel racconto di chi c'era.
Il foglietto con i 417.000 euro
Gennaio 2009. Il primo socio, quello che l'aveva portato dentro, lascia l'attività per motivi suoi. Montefusco ha ventisei anni e mezzo e diventa amministratore.
La prima cosa che fa è sedersi e mettersi a scrivere. Segna tutti i debiti, uno per uno, su un foglietto.
Quel foglietto l'ha tenuto.
Il totale era 417.000 euro.
C'era anche altro. L'ufficiale giudiziario del tribunale di Desio arrivava a intervalli regolari a pignorare qualcosa. «Sì, un continuo. Poi: dove sono i dischi da ventikg?» Fioccavano le lettere degli avvocati. E a fine febbraio arriva lo sfratto esecutivo, per affitti mai pagati.
«Lo sfratto esecutivo è game over, no? Esci fuori, ciao, finita.»
Non finì. Nel corso del 2009, con un lavoro elementare — richiamare al telefono chi doveva rinnovare e chi aveva smesso di venire — la palestra cresce del 30% e chiude intorno ai 700.000 euro di fatturato. Abbastanza per cominciare a pagare tutto.
Qui la verifica si ferma di nuovo, e vale la pena essere espliciti su quanto si ferma. I 417.000 euro non compaiono in nessuna pagina letta direttamente: né la voce enciclopedica su FitActive, né quella su Montefusco, né la sua biografia istituzionale in Confimprese, né la sua pagina ufficiale sul sito aziendale, né il lungo articolo del Post dell'agosto 2026 dedicato proprio ai conti del gruppo. La cifra circola nelle sintesi automatiche dei motori di ricerca, che rimandano tutte a una sola pagina — l'articolo di PMI.it su questa stessa intervista — non accessibile alla lettura diretta.
Lo stesso vale per lo sfratto: nessun atto del tribunale di Desio, nessuna cronaca locale. E per il 30% di crescita e i 700.000 euro del 2009: nessun bilancio depositato, nessun articolo dell'epoca.
Non significa che non sia vero. Significa che, per chi legge, l'unica garanzia è la parola di chi racconta — e che è la parte della storia su cui poggia tutto il resto della leggenda.
Sei mesi ad aspettare i serramenti
Poi succede quello che succede a chi rimette in piedi una cosa: succede lentamente.
Il secondo centro apre nel 2013. Sei anni dopo il primo. Il terzo era previsto per l'aprile 2014 a Saronno, e aprì in ottobre — sei mesi di ritardo perché il proprietario dell'immobile non consegnava i serramenti.
Nel 2015 ne aprono quattro in una volta sola, arrivando a sette sedi. Tre delle quattro le finanziano le banche: 250.000 euro da UniCredit, 380.000 dalla Banca Popolare di Sondrio, circa 360.000 da Banca Intesa. Montefusco riassume la cifra in «900.000 euro»; la somma delle tre voci ne fa 990.000. L'incertezza è nel racconto stesso.
Le sette palestre fatturavano tra i 500 e i 600.000 euro l'una.
«Non c'erano margini. Erano tutti debiti.»
Nessuna di queste tappe — il secondo centro nel 2013, Saronno nell'ottobre 2014, i serramenti, i tre finanziamenti nominati uno per uno, il fatturato medio per sede di allora — trova riscontro nelle fonti consultate. Le voci enciclopediche saltano direttamente dal 2007 all'espansione recente. Nessun bilancio di quegli esercizi è stato reperito.

Ryanair, applicato alle palestre
Il 2015 è anche l'anno in cui Montefusco fa la cosa che ha cambiato la scala di tutto.
L'osservazione è semplice: nessuno in Italia aveva ancora fatto con le palestre quello che Ryanair aveva fatto con gli aerei. Abbonamenti a prezzi stracciati, e strutture aperte ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette.
Di catene a basso prezzo, in Italia, c'era solo McFIT — l'azienda tedesca che aveva portato il low cost nelle palestre in Germania nel 1997 ed era entrata in Italia nel 2011.
Il modello, oggi, è documentato: la scheda del club di Barcellona sul sito ufficiale indica apertura 24 ore su 24 e abbonamenti da 19,90 euro al mese. Che sia stato introdotto nel 2015, e che la scintilla sia stata Ryanair, resta la ricostruzione del protagonista. Il dato su McFIT non è stato verificato da nessuna delle ricerche svolte: non è smentito, semplicemente non è stato controllato.
low costmodello commerciale che abbassa il prezzo al pubblico eliminando servizi accessori e puntando su grandi volumi, con margine unitario minimo compensato dal numero di clienti
Il modello low cost funziona a una condizione: che gli iscritti siano tantissimi. E c'è un rovescio che il racconto di Montefusco non contiene ma che le fonti indipendenti misurano: secondo la ricostruzione del Post, il tasso di rinnovo di FitActive è del 40%, e il sistema regge soltanto se la maggior parte degli abbonati non frequenta davvero. Nella pubblicistica di settore circola un confronto attribuito a IHRSA che colloca la fidelizzazione fra il 30 e il 35% nelle catene low cost, contro il 50-55% delle palestre tradizionali.
Un abbonamento a 19,90 euro al mese è conveniente per chi ci va. Per chi non ci va, è una tassa mensile sulla buona intenzione. Il conto della catena si chiude sui secondi.
Trecento cambiali
Il 2016 è l'anno peggiore, e non per i conti.
C'è una crisi con i soci che dura mesi. Montefusco parla di attacchi di panico. Della controparte dice una frase sola, che vale un capitolo intero: «Quello che fino un attimo prima mi voleva vedere morto. Tieni il tè, tieni lo zucchero.»
La soluzione che trova è comprare le quote di tutti. Non avendo il contante, paga in cambiali.
«Devo farne trecento.»
Circa trecento cambiali, firmate in un unico atto notarile.
Nessuna fonte consultata documenta questo passaggio. Il riacquisto delle quote nel 2016 compare in forma generica; le trecento cambiali, l'atto notarile, gli attacchi di panico, no. Non è stata reperita nessuna visura né nessun atto.
Subito dopo, con la società interamente sua, apre l'ottava palestra: Busto Arsizio, 2016. È la prima con il modello di affiliazione — quello che chiama franchising, e che è la cosa che gli permette di moltiplicare senza dover mettere lui il capitale di ogni apertura.
Da lì il conteggio cambia ritmo. Otto palestre nel 2017. Nove nel 2018. Quindici o sedici nel 2019. Ventinove nel 2021. Quattordici nel 2022. Ventisette nel 2025.
Dodicimila euro e Le Iene
Poi il 2020, e per le palestre il 2020 è la fine del mondo.
Un episodio, prima della pandemia vera e propria: una sede viene sfrattata per dodicimila euro non pagati, a fronte di settecentomila euro di investimenti già fatti in quella struttura. La sproporzione è tale che ci va Le Iene. Dopo il servizio, la proprietà indennizza la società con ottantaquattromila euro.
Poi il resto. Una sessantina di palestre del gruppo chiuse. La capogruppo ottiene 2,8 milioni di euro di finanziamenti in due tranche — due milioni, poi ottocentomila — che servono anche a finire i cantieri già aperti.
E qui c'è il meccanismo contabile che spiega molte cose di come questa azienda è fatta. Durante il Covid la capogruppo non smise di fatturare royalty e servizi alle singole palestre. Quelle fatture non venivano pagate — le palestre erano chiuse, non incassavano nulla — ma a bilancio risultavano comunque come ricavi.
Sul fronte istituzionale, il giudizio di Montefusco è netto: il settore non ha avuto un appoggio forte e concreto, e il credito d'imposta era di fatto inutilizzabile per chi non lavorava.

Come è fatta davvero: 180 società, non 180 filiali
Questa è la parte che vale la pena capire, perché senza di essa i numeri del gruppo non si leggono.
FitActive non è una società con 180 palestre. È una holding che possiede quote di 180 società, una per palestra.
Di circa ottanta di queste la holding di Montefusco detiene il 100%: sono quelle che chiama «dirette». Di altre cento circa detiene tra il 51 e il 60%: sono quelle «in franchising», dove il resto è di soci locali. La ricostruzione del Post lo conferma dall'esterno: FitActive detiene almeno il 51% di ciascuna singola palestra.
Perché conta. Un gruppo così ha due modi legittimi di dire quanto fattura: sommare gli incassi di tutti i club (aggregato) oppure contare solo ciò che entra nel bilancio consolidato del gruppo (consolidato). Sono numeri diversi. Molto diversi.
Montefusco dichiara per il 2025: circa 150 milioni aggregati, circa 135 consolidati. 180 sedi in sette paesi. Circa 452.000 iscritti. Un EBITDA al 31 dicembre 2024 del 19,76%.
EBITDAmargine operativo lordo — quanto resta del fatturato prima di interessi, tasse e ammortamenti
Le altre cifre pubbliche dello stesso gruppo, nello stesso arco di tempo, non coincidono. Per il 2024 si trovano un fatturato aggregato di 106 milioni e un consolidato di 84, con marginalità del 20,76%; la voce enciclopedica indica ricavi per 126 milioni e circa 760 dipendenti. Per il 2025, nel confronto pubblico dell'agosto 2026, Montefusco stesso dichiara 113 milioni di ricavi e 33 milioni di EBITDA su 500.000 iscritti. E sulle sedi: il sito ufficiale parla di oltre 187 club più oltre 30 in prevendita, il Post di 190 strutture, altre fonti di oltre 200.
Non sono necessariamente contraddizioni. Sono perimetri diversi — e la distanza tra 84, 106, 113, 126, 135 e 150 milioni è precisamente lo spazio in cui si è aperta, nell'estate del 2026, la contestazione pubblica di cui si dirà.
Le aperture annue dichiarate da FitActive
gamma97La macchina, oggi
Il fatturato medio dichiarato per palestra è oggi tra 750 e 800.000 euro, con alcune strutture che arrivano a un milione e quattro, un milione e cinque. In marketing va il 6-7% del fatturato globale. I dipendenti dichiarati sono circa 800.
Ma il motore vero è ancora quello del cofano della Toyota, moltiplicato.
Oggi le prevendite prima di aprire arrivano a mille iscritti, in alcuni casi a duemila e tremila, a un prezzo medio di circa trecento euro. Fai il conto: una singola apertura può generare novecentomila euro di cassa prima che la palestra abbia acceso una luce. È quel cash flow che finanzia l'espansione successiva.
È esattamente la tecnica del 2006 — vendere l'accesso a un posto che non esiste ancora — diventata sistema industriale. Ed è anche la voce ricorrente nei reclami: sulla bacheca di Altroconsumo compaiono casi datati ottobre 2020, giugno 2021, luglio 2023, maggio 2025, luglio 2025, settembre 2025, dicembre 2025 — abbonamenti sottoscritti in prevendita con apertura ritardata, richieste di recesso via PEC respinte, servizi «all inclusive» non riconosciuti in club diversi da quello di iscrizione, mesi promessi e non erogati. Nessun provvedimento dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato a carico di FitActive è emerso dalle ricerche.
All'estero, la prima è stata Barcellona nel 2021. Oggi il gruppo dichiara sette paesi: quattro sedi in Svizzera, una a Bucarest, una a Tirana, una a Skopje in Macedonia del Nord, due a Curitiba in Brasile. La seconda di Curitiba ha aperto il 21 febbraio 2026; la prima era nel quartiere di Santa Felicidade, zona di discendenza italiana da cui viene la famiglia della moglie di Montefusco. Nel 2026 sono state acquisite otto palestre in Spagna, tutte nell'area di Valencia.
Aprire fuori dall'Italia costa da tre a cinque volte di più, dice: nessuno riconosce il marchio, le banche non ti danno credito, i fornitori non ti fanno dilazioni.
Sul primato, la rivendicazione è precisa e ha una fonte identificabile: primi in Italia per numero di palestre da sei-sette anni, unici italiani nella top 20 europea. Il European Health & Fitness Market Report di Deloitte ed EuropeActive indica FitActive come operatore leader in Italia per numero di club dal 2020. Il primato è per numero di sedi — non per fatturato, non per iscritti. Il confronto lo rende plausibile: Anytime Fitness Italia contava 63 club a marzo 2026, McFIT 38 centri in Italia, GreenTheory poco più di 40.

L'estate del 2026
Questa intervista non esce nel vuoto.
Il 5 agosto 2026 il Post racconta quello che era successo poco prima: dopo settimane di video dai toni minacciosi sui social, Eduardo Montefusco, quarantatré anni, e Alessandro Olivieri, trentaquattro, toscano, noto online come Alex Theory, insieme al socio Francesco Caruso, si erano affrontati per un'ora e mezza nello studio del podcast Gurulandia. Prima della registrazione, secondo la ricostruzione, erano quasi arrivati alle mani.
Le accuse vanno in entrambe le direzioni. Montefusco contesta a GreenTheory l'uso di società sportive dilettantistiche per non applicare l'IVA al 22% e non pagare l'IRES. Olivieri e Caruso contestano a FitActive sessanta milioni di debiti distribuiti su 142 società, e la non verificabilità dei dati comunicati.
Sono accuse di parte, in entrambi i sensi. Nessuna delle due è un dato di bilancio verificato. Ma l'accusa sulla verificabilità è quella che questo racconto ha incontrato a ogni capitolo: la maggior parte delle cifre di questa storia esiste perché Montefusco le dice.
GreenTheory, per inciso, è nata nel 2019 come marchio di riso aromatizzato ed è entrata nel fitness da due anni: oltre quaranta palestre, circa sei milioni di fatturato al mese, valutazione complessiva dichiarata di 103 milioni.
C'è anche una data che fa da controcanto. Il 7 agosto 2026 — due giorni dopo quel resoconto — l'Agenzia delle Entrate torna con la circolare 7/E su sette questioni aperte del regime delle associazioni sportive dilettantistiche, fra cui il rapporto tra la natura non lucrativa dell'ente e l'accesso alle agevolazioni: statuto e comportamento effettivo devono coincidere. Dal 1° gennaio 2025 le prestazioni connesse alla pratica sportiva rese dalle ASD sono passate da escluse a esenti IVA, con obbligo di fattura elettronica.
FitActive ha risposto pubblicamente con un video intitolato «La Nostra Risposta alle FALSE ACCUSE — TUTTA la VERA VERITÀ su FITACTIVE!». Il contenuto puntuale della replica non è stato verificato.
Il tè e lo zucchero
Alla fine dell'intervista gli chiedono i consigli, e lui ne dà due.
Il primo: prediligere la velocità alla precisione. Partire con un'idea generale anche quando non è tutto chiaro, perché il tempo per sistemare le cose c'è.
Il secondo: che il business nasca dalla passione e dal proprio talento — studiarci sopra, applicarsi, e buttarsi.
Sono i consigli di uno che ha aperto una palestra senza sapere nulla di palestre.
Ma le cose più interessanti che dice sono quelle in cui si contraddice, o si corregge. Le tecniche di vendita aggressive dei primi anni, quelle che trattavano il cliente come un portafoglio, oggi le giudica lui stesso controproducenti. Il ristorante che aveva con la moglie fallì, e la spiegazione che ne dà non è di mercato: sarebbe andato bene se ci fosse rimasto lui, ma a lui non piaceva starci. E per crescere come capo, dice, la cosa fondamentale è stata frequentare ambienti in cui non era più il vertice della piramide — per allenarsi ad ascoltare gli altri.
Prevede di arrivare a 250-280 palestre in Italia, e forse di continuare in Spagna. Se un giorno volesse vendere o capitalizzare, ritiene di poterlo fare sempre — salvo crolli di mercato o eventi eccezionali, tipo un'altra pandemia.
Resta quella frase sul socio. Un attimo prima ti voleva vedere morto; l'attimo dopo, firmato l'atto, tieni il tè, tieni lo zucchero.
E resta il foglietto. Quello che si è messo a scrivere nel gennaio del 2009, a ventisei anni e mezzo, elencando uno per uno i debiti di una società che non aveva contratto lui, e che alla fine faceva 417.000 euro.
Quel foglietto Montefusco l'ha tenuto per ricordo. È l'unico documento di tutta questa storia di cui conosciamo con certezza l'esistenza — e nessuno, oltre a lui, l'ha mai visto.
Riferimenti
- Chapeau — intervista a Eduardo Montefusco, fondatore di FitActive — https://www.pmi.it/economia/mercati/497117/chapeau-intervista-eduardo-montefusco
- FitActive, GreenTheory e la guerra delle palestre — Il Post, 5 agosto 2026 — https://www.ilpost.it/2026/08/05/palestre-low-cost-fitactive-greentheory/
- FitActive — Wikipedia (EN) — https://en.wikipedia.org/wiki/FitActive
- Eduardo Montefusco — Wikipedia (EN) — https://en.wikipedia.org/wiki/Eduardo_Montefusco
- «Le mie palestre? Un miracolo italiano» — il Giornale — https://www.ilgiornale.it/news/mie-palestre-miracolo-italiano-2204246.html
- Eduardo Montefusco — pagina ufficiale FitActive — https://www.fitactive.it/Media/Fondatore
- Eduardo Montefusco — Confimprese — https://confimprese.it/organigramma/eduardo-montefusco/
- FitActive Barcellona — scheda club ufficiale — https://www.fitactive.it/i-club/barcellona.php
- FitActive targets up to 100 more clubs in Italy as international expansion gathers pace — Leisure Opportunities, 27 luglio 2026 — https://www.leisureopportunities.co.uk/news/FitActive-targets-up-to-280-clubs-in
- FitActive, i numeri 2024: fatturato aggregato 106 milioni — Affaritaliani, 2 ottobre 2025 — https://www.affaritaliani.it/