"La Ludovico Martelli è nata a Firenze nel 1908 importando colonia dalla Germania, nel 1948 ha inventato Proraso per i barbieri, e alla metà degli anni Novanta ha rischiato di chiudere quando il marco si è impennato sulla lira e il costo della merce che comprava in Germania è esploso. Ne è uscita comprando per pochi soldi un dentifricio moribondo che si vendeva nei discount, Marvis, e trasformandolo in un oggetto da sette-dieci euro a tubetto venduto in settanta paesi. L'ultimo bilancio depositato dice 116,5 milioni di ricavi e 18,8 milioni di utile netto. Dice anche un'altra cosa, che nel racconto pubblico dell'azienda compare poco: dal 2019 il trenta per cento del capitale non è più della famiglia, ed è finito dentro NUO S.p.A., la società posseduta a metà da Exor e a metà dalla famiglia Cheng di Hong Kong."

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Un brutto mese per smettere di fumare
Firenze, notte, millenovecentonovantatré. In un ufficio pieno di fumo due uomini sono chini sui conti di due aziende che stanno per diventarne una sola. Da una parte del tavolo c'è Giovanni Galeotti, direttore marketing in Italia del gruppo tedesco Schwarzkopf, quello che qui da noi si chiama Testanera, un uomo che in quel periodo, per sua stessa ammissione, fuma come una bestia. Dall'altra c'è il dottor Ludovico Martelli, nipote del fondatore, proprietario di una crema da barba che tutti i barbieri d'Italia conoscono, e che quasi nessuno, fuori dalle botteghe di barbiere, sa nemmeno che esista come azienda. Le sigarette si accumulano nel portacenere. A un certo punto Martelli alza gli occhi, guarda il fumo che galleggia sopra i fogli, e dice una frase che Galeotti si porterà dietro per trent'anni, ho scelto un brutto mese per smettere di fumare. Poi si accende un sigaro. E come racconterà Galeotti, da lì sono diventato l'uomo più odiato dalla signora Martelli, perché il marito ha ricominciato a fumare. Per capire quanto pesa quel sigaro, bisogna sapere che cosa i due stanno firmando. Qualche tempo prima, era stato Galeotti a bussare alla porta di Martelli per comprargli Proraso, la sua azienda aveva le risorse, quella di Martelli era piccola, sembrava la conclusione naturale di tutto. La risposta era stata secca. Io non lo venderò mai, è il mio tesoro. Aveva più Proraso nelle vene che sangue, dice oggi Galeotti. Ma poi Schwarzkopf decide di chiudere gli uffici italiani, e Galeotti torna dallo stesso uomo con la proposta capovolta, non ti vendo niente, anzi, prenditi tu in distribuzione i nostri marchi. La reazione, la ricorda parola per parola, ma che siete matti, siete il doppio di noi, siete troppo grandi. E i numeri, in effetti, facevano paura a guardarli. Proraso valeva, per la Martelli, l'equivalente di circa quattro milioni di euro, i marchi tedeschi che stavano per entrare in casa ne valevano più del doppio, e portavano con sé il triplo delle persone da gestire, dalla mattina alla sera. Galeotti userà una formula precisa, anni dopo, per dire che cosa provava in quelle notti, una paura terrificante. Firmano lo stesso. Il primo gennaio del millenovecentonovantaquattro la Ludovico Martelli riparte con Proraso come marchio di proprietà e quattro marchi storici presi in licenza, Testa Nera, Kaloderma, Batiste, Erba Viva. Martelli chiede a Galeotti di metterci anche dei soldi suoi, voglio che investa su questa roba, e Galeotti sottoscrive circa il cinque per cento dell'azienda. Due anni dopo, l'azienda sarà in cassa integrazione.
Ottantasei anni prima
Per capire perché quel sigaro pesa così tanto, bisogna fare un salto indietro di ottantasei anni. Siamo a Firenze, nel millenovecentootto, nel quartiere delle Cure. Il primo Ludovico Martelli, il nonno dell'uomo che stasera fuma guardando i conti, apre bottega. E badate, non produce niente, importa. Ha contatti in Germania e fa arrivare in Italia articoli da toletta. Fra i primi, i prodotti Schwarzkopf, quelli del futuro gigante dei capelli. E poi la colonia Giovanni Maria Farina, quella che tutti chiamano acqua di Colonia per una ragione semplicissimo, perché a Colonia ci è nata davvero. Poi la bottega cambia natura, e il merito è di un altro Martelli. È il figlio, Piero, che prende in mano l'azienda negli anni Trenta, a stufarsi di vendere le cose degli altri. Mette su un piccolo laboratorio, comincia a studiare formule, produce in proprio. E la cosa che gli riesce meglio la elabora durante la guerra e la lancia nel millenovecentoquarantotto, una crema che si può usare prima o dopo la barba. Eucalipto e mentolo. Quella che diventerà la linea verde. Proraso. Adesso, per capire perché quella crema funziona, dovete ricordarvi che cosa non esisteva, allora. La schiuma da barba, nel quarantotto, non c'è. Il mercato non è nemmeno il bagno di casa, è la bottega del barbiere, dove farsi la barba è un rito quotidiano, un fatto sociale. Ed è lì, bottega per bottega, barbiere per barbiere, che Piero va a vendere. Lo slogan che accompagnerà il prodotto per decenni è di una sintesi che oggi nessuna agenzia pubblicitaria oserebbe mettere su carta, a barba dura, crema sicura. Negli anni Sessanta arrivano i supermercati, arriva il boom economico, e Proraso sale fino a due miliardi di lire di fatturato. Poi, nel millenovecentosessantotto, al comando dell'azienda sale il nipote del fondatore, Ludovico Martelli secondo, sì, proprio quello del sigaro. Con lui, nel portafoglio entrano altri marchi, Schultz, lo shampoo alla camomilla, e con gli anni Bach, Taft, Vionell, Prokrin, Oxy. Nel millenovecentonovanta l'azienda lascia la sede storica nel centro di Firenze e si sposta alle Caldine, poco sopra Fiesole, dove sta ancora oggi. Un dettaglio minimo, ma tenetelo a mente, tutti, l'azienda per prima, continueranno a chiamarla fiorentina. Nel millenovecentonovantaquattro, quando Galeotti varca la porta di quell'ufficio pieno di fumo, la Ludovico Martelli fattura otto, nove miliardi di lire. Attenzione, però, perché nelle interviste quella cifra viene a volte tradotta in otto milioni di euro, ed è sbagliato. Otto, nove miliardi di lire, al cambio fisso di millenovecentotrentasei virgola ventisette, fanno quattro milioni e mezzo scarsi. È la cifra che risulta anche dalle ricostruzioni giornalistiche degli anni successivi, nel novantaquattro l'impresa valeva l'equivalente di quattro, cinque milioni di euro. Un'azienda di provincia. Con un marchio amato, sì, e con un nome che suona antico. Ma con un perimetro piccolissimo.
Il ragazzo di Catania e il motorino
L'uomo che si siede davanti a Martelli in quella stanza piena di fumo, quel giorno del millenovecentonovantatré, arriva da molto più lontano di Fiesole. Si chiama Giovanni Galeotti, e cresce a Catania. La madre insegna alle elementari, il padre fa il commerciale per la Coca-Cola. Il che, racconta lui ridendoci sopra, lo rendeva l'unico bambino della città con una fortuna che gli altri potevano solo sognare, tutti sfigati, io invece avevo libero accesso a quintali di Coca-Cola, perché ci dava da mangiare. A quattordici anni, Giovanni vuole un motorino. Il padre dice di sì. E poi fa una cosa che il figlio non si aspetta, lo carica in macchina, lo porta fino allo stabilimento Coca-Cola di Bologna, e gli dice, ci vediamo fra un mese, più o meno lo stipendio dovrebbe corrispondere al tuo motorino. Trenta giorni di catena di montaggio. Trenta giorni da operaio, a quattordici anni. L'ultimo giorno, padre e figlio vanno insieme a comprare il motorino. E il giorno dopo, sul viale della stazione a Cervia, Giovanni parte in prima, ingrana la seconda, poi la terza, e il mezzo gli si impenna su una gomma sola. Arriva la paletta. Motorino sequestrato. Un mese di fabbrica, un giorno di libertà, è tutto quello che ne resta. Tre anni dopo, il padre muore. Giovanni ha diciassette anni. Sparisce la persona con cui parlava, mi dispiace aver perso i colloqui, le chiacchiere, dice ancora oggi, e insieme sparisce la fonte di reddito principale della casa. La madre, di giorno, fa finta di niente. Di notte, dalla sua stanza, la sentono piangere. Giovanni lavora di più, liceo scientifico, poi Economia e commercio a Bologna, e nei sabati e nelle svendite sta dietro al bancone di un negozio di abbigliamento. È lì che impara la prima lezione di marginalità della sua vita, i premi più alti erano sull'intimo. Dopo la laurea passano dieci anni in piccole aziende di deodoranti e bagnoschiuma, fra cui la bolognese Guaber, la casa di Coloreria Italiana e Neutromed. Poi Schwarzkopf-Testanera, direzione marketing, sette anni. Da lì, nel millenovecentonovantatré, la strada lo porta dentro una stanza piena di fumo, a Firenze. Da uomo che il sigaro non l'ha mai avuto, davanti a un uomo che invece il sigaro, e tutto quello che ci sta dietro, ce l'ha, e non ha nessuna intenzione di mollare.
Il marco
Il secondo anno dell'accordo, le cose prendono una piega che con la crema da barba non c'entra niente. E anzi, tenetelo a mente, perché qui la storia rallenta, è il momento in cui si tocca il fondo. Per capire che cosa succede, bisogna sapere una cosa dei conti della Martelli, buona parte dei prodotti che l'azienda distribuisce in Italia non li produce, li compra. Li compra in Germania, e li paga in marchi. E la lira, in quegli anni, sta scivolando. Il sedici settembre millenovecentonovantadue l'Italia esce dal Sistema monetario europeo, l'accordo che teneva le monete europee dentro fasce di oscillazione strette, prima che arrivasse l'euro. Alla vigilia di quell'uscita, un marco vale settecentosessantacinque lire. Cinque mesi dopo, novecentottantaquattro. E a marzo del novantacinque tocca il punto più alto, milleduecentosettantaquattro lire per un solo marco. Nel ricordo di Galeotti, il collaboratore che in quegli anni vive l'azienda da dentro, il marco raddoppiò. Non proprio, in trenta mesi salì di due terzi. E alla fine del novantasei, con il rientro nel Sistema monetario europeo a quota novecentonovanta, la lira sul marco aveva perso poco più del venti per cento rispetto al novantadue. È meno del doppio, sicuro. Ma provate a stare nei panni di chi firma i conti, se il settanta per cento di quello che vendi lo paghi in una valuta che in due anni ti costa il sessanta per cento in più, la chiusura di bilancio non è una questione di opinioni. È un muro, e ci arrivi contro. Non andò bene, dice Galeotti. E la conseguenza, concreta, fu questa, sei mesi di cassa integrazione. I dipendenti erano quaranta, cinquanta. Praticamente tutti. Sei mesi senza stipendio pieno, per tutti. E qui Galeotti dice una cosa che resta. Però fu una cosa molto bella, perché l'abbiamo fatta tutti, se si gode, si gode tutti, se si soffre, si soffre tutti quanti. Sei mesi. Un'intera stagione a metà paga, in un'azienda di famiglia che si chiamava ancora come il nonno fondatore. Ed è proprio qui, nel punto più basso, che la Martelli decide la cosa che la definirà da lì in poi, basta campare sui prodotti degli altri, quelli comprati in Germania e rivenduti con il margine di chi fa da tramite. Si spinge su quello che è suo, dove il margine se lo tiene lei, la schiuma da barba, il dopobarba, quella crema verde nata nel millenovecentoquarantotto. Il fondo, per una volta, diventa la spinta.
Il dentifricio che moriva nei discount
Nel millenovecentonovantasei Ludovico Martelli, l'azienda fiorentina che due anni prima aveva firmato l'accordo con il colosso tedesco ed era finita in cassa integrazione, è ormai uscita dal tunnel, e il suo amministratore, Galeotti, si trova a New York. E lì, in mezzo a quella città, trova, o meglio ritrova, un nome che conosce bene, Marvis. Un dentifricio italiano, quello col tubetto metallico colorato, registrato a Firenze nel millenovecentocinquantotto dal conte Franco Cella di Rivara. Un dentifricio pensato per i fumatori, menta forte, forte abbastanza da coprire il tabacco. Aveva avuto il suo momento di gloria negli anni Settanta. Poi, il declino. Perché quando Galeotti ci mette gli occhi sopra, Marvis è un marchio in stato terminale. Lo vendevano nei discount. Avevano cambiato la formula. Nessuno, probabilmente, lo voleva più, chi lo possedeva aspettava solo che il prodotto, piano piano, morisse. Fatturava cinquecentomila euro. E il proprietario era lo stesso gruppo che nel frattempo aveva rilevato la Testanera, l'azienda dove Galeotti aveva lavorato sette anni. Lui sapeva esattamente a chi telefonare. Lo comprano. E fra acquisto e rilancio, secondo Galeotti, ci mettono quattro, cinque milioni di euro, in un'azienda che due anni prima non pagava gli stipendi. Poi fanno una cosa che non è marketing, è archeologia industriale. Tornano alle vecchie formule, e le riproducono. Recuperano gli aromi di una volta e ci lavorano sopra, a lungo, finché, dicono, ritrovano quello giusto. Rifanno il packaging senza tradire l'originale, solo più luminoso, più brillante. E poi lo mettono dove nessun dentifricio era mai andato. Non sugli scaffali del supermercato, negli alberghi di fascia alta. Nei kit di prima e business class degli aerei. Nei corner dei grandi magazzini. E nelle farmacie che sono monumenti, come la C.O. Bigelow di New York. Il campioncino gratuito diventa il cavallo di Troia. In pochi anni Marvis non è più un prodotto che si compra, è un oggetto che si regala. Sette, dieci euro a tubetto sui mercati esteri. E un soprannome che l'azienda non ha mai smentito, l'Hermès dei dentifrici. C'è poi un dettaglio che rende questa storia più onesta della media. Marvis ammette pubblicamente di non avere fonti storiche attendibili sulle proprie origini. E invece di riempire il buco con una leggenda inventata, sulla pagina chi siamo del suo sito ha messo un generatore che ogni volta, per ogni visitatore, inventa un'origine diversa. Il passato del dentifricio più elegante d'Italia è, per dichiarazione del dentifricio stesso, in parte finzione dichiarata. Su una data, però, vale la pena essere precisi. Il marchio dice di essere entrato in casa Martelli nel millenovecentonovantasette. E il conte lo aveva registrato nel millenovecentocinquantotto. Non nel cinquantasette.
Il mondo si rade di meno
Mentre a Firenze i tubetti di Marvis cominciano a viaggiare in business class, dall'altra parte del mondo il colosso che aveva inventato il rasoio moderno sta contando le perdite. Procter and Gamble è l'azienda americana che possiede Gillette, il marchio di rasoi più venduto al mondo, nel luglio duemiladiciannove annuncia una svalutazione da otto miliardi di dollari sul valore di quella stessa Gillette, che si traduce, nel solo trimestre, in una perdita netta di cinque miliardi e duecentoquaranta milioni di dollari. Il management mette per iscritto tre ragioni, i cambi valutari, la concorrenza di due marchi nuovi, Dollar Shave Club e Harry's, e la più semplice di tutte, che gli uomini si radono meno. La barba è tornata di moda nei paesi ricchi, e il mercato americano della rasatura maschile si è ristretto dell'undici per cento in cinque anni, da quasi due miliardi e mezzo a poco più di due miliardi e duecento milioni di dollari. Ed è qui che arriva la parte che a Gillette non piacerebbe sentire, nello stesso periodo, quella piccola azienda di Fiesole che vende crema da barba ai barbieri cresce a doppia cifra. Non è un paradosso, è che il mercato che si restringe non è il suo. In Italia i barber shop sono aumentati del settanta per cento dal duemilatredici, e il settore di barbieri e parrucchieri conta oggi oltre centonovantamila addetti in circa novantamila saloni, l'ottantacinque per cento dei quali piccole imprese a conduzione individuale. Il rito che Piero Martelli aveva intercettato nel millenovecentoquarantotto non è morto, è tornato, più caro e più consapevole di sé. E poi c'è la seconda gamba dell'azienda, quella che nel frattempo è diventata la prima. Nel duemiladiciassette la società chiude l'anno a sessantuno milioni e duecentomila, più sedici per cento sull'anno prima, con centosedici dipendenti, le esportazioni raddoppiano in dodici mesi, da sette milioni e ottocentomila a quindici milioni e seicentomila. Il motore è la Cina, dove metà delle vendite passa dal canale online e dove l'azienda porta soltanto Marvis. Una parte significativa della crescita è legata alle vendite cinesi, dice Galeotti in quegli anni, dove un prodotto non convenzionale come Marvis, posizionato nel segmento del lusso, esercita una forte attrazione. Oggi i paesi dove Marvis e Proraso arrivano sono una settantina. L'Italia resta il primo mercato con circa il quarantacinque per cento delle vendite, poi vengono la Cina, gli Stati Uniti, la Turchia. Marvis vale da sola quasi il sessanta per cento del fatturato, Proraso circa il venti. Il dentifricio moribondo comprato per pochi soldi in un discount è diventato, oggi, tre volte più grande dell'azienda che lo aveva salvato.
Chi possiede la fabbrica
Nel giugno duemiladiciannove i Martelli, i proprietari della fabbrica fiorentina di rasoi e saponi da barba, decidono di aprire le porte a nuovi soci. Danno mandato a una boutique di fusioni e acquisizioni, Altium, di andare a cercare chi è disposto a comprare. Il mandato non è timido, sul tavolo, scrivono le cronache dell'epoca, ci sono tutte le opzioni possibili, una quota di minoranza, il controllo, oppure l'intera azienda. La cifra che gira per la valutazione è di circa centocinquanta milioni di euro. In quel momento la proprietà è così, la famiglia Martelli tiene il novanta per cento, e il restante dieci è di Giovanni Galeotti, l'amministratore delegato che negli anni aveva già trasformato l'azienda, quel cinque per cento che aveva sottoscritto nel millenovecentonovantaquattro, nel frattempo, si è raddoppiato. La trattativa si chiude in ottobre. A comprare, per circa il trenta per cento, è un fondo che si chiama Nuo Capital, e paga cinquanta milioni di euro, soldi che in gran parte non finiscono in tasca a chi vende, ma entrano dritti in azienda, attraverso quello che si chiama aumento di capitale, cioè soldi che entrano nelle casse della società emettendo nuove azioni, invece di andare ai soci che vendono le proprie. Nuo Capital è il veicolo europeo di una famiglia di Hong Kong, i Cheng, guidato da Stephen Cheng, fondato nel duemilasedici, con uffici a Milano, in Lussemburgo e a Hong Kong. La famiglia Martelli resta in controllo, chi gestisce l'azienda resta al suo posto, e Galeotti rimane amministratore delegato, ora con circa il sette per cento. Il passaggio più importante, quello che l'azienda quasi non racconta mai, arriva due anni dopo, il sedici giugno duemilaventuno. Exor, la cassaforte finanziaria della famiglia Agnelli, annuncia la nascita di una nuova società, chiamata Nuo, posseduta per metà da una holding della famiglia Cheng e per metà da Exor stessa, con un capitale di partenza di trecento milioni di euro. E dentro quella nuova società finisce, insieme ad altro, proprio il trenta per cento della fabbrica fiorentina, con tutti i suoi marchi, i rasoi Marvis, il Sapone del Mugello, Valobra, Proraso. John Elkann, il presidente di Exor, spiega che le piccole e medie imprese italiane di qualità hanno, dice proprio così, un vero potenziale per diventare grandi società globali. Da quel giorno nessuno ha più annunciato di aver venduto la propria quota. E la Nuo, dal canto suo, rivendica i risultati di quell'ingresso, il margine operativo lordo dell'azienda, la misura più diretta di quanto rende la gestione, quanto resta dai ricavi prima di ammortamenti, interessi e tasse, è più che triplicato dal duemiladiciannove, e i mercati esteri sono passati dal venticinque al cinquantacinque per cento del fatturato. Il ventiquattro luglio duemilaventidue muore Ludovico Martelli, il nipote del fondatore, lo stesso uomo che una notte, nell'ufficio pieno di fumo, aveva detto che non l'avrebbe mai venduta, quella fabbrica, perché era il suo tesoro, e poi si era acceso il sigaro. Il presidente di Confindustria Firenze lo ricorda per l'alto profilo di uomo e di industriale. Oggi, alla guida del consiglio di amministrazione, c'è Stefania Martelli, la quarta generazione della famiglia. Il tesoro, per settanta parti su cento, è ancora dei Martelli.
Il tubetto alla prova
C'è un modo semplice per capire se una cosa cara è anche una cosa buona, metterla sul banco accanto alle altre, senza guardare la scatola. Il ventisette aprile duemilaventisei, Altroconsumo, l'associazione dei consumatori, pubblica il suo test sui dentifrici. E Marvis, il tubetto di lusso fiorentino, finisce nella parte bassa della classifica. La valutazione è netta, non è tra i migliori. I rilievi sono tre, tutti tecnici. Il fluoro biodisponibile, cioè la quota di fluoro che serve davvero a rinforzare lo smalto, e che può essere molto più bassa di quella dichiarata, è troppo poco per prevenire la carie. C'è dentro il biossido di titanio, un colorante considerato poco sicuro, e comunque inutile in un prodotto che finisce in bocca. E poi l'etichetta dichiara il fluoro in percentuale, non in parti per milione come tutti gli altri, risultato, confrontarlo con qualunque tubetto sullo scaffale diventa impossibile. La conclusione dell'associazione è secca, prezzo medio-alto, prestazioni che non lo giustificano. Ai primi posti, per rapporto qualità-prezzo, un Aquafresh e un Mentadent da pochi euro. Se lo chiedi ai dentisti, il giudizio è più mite. Marvis è sicuro per lo smalto, e ha un merito, invoglia le persone a lavarsi i denti. Ma una soluzione terapeutica no, non lo è, la protezione contro le carie resta inferiore a quella dei dentifrici al fluoro normali. E Proraso, l'altra casa fiorentina, il sapone da barba? Anche lei ha il suo fronte critico. Solo che questo non viene dai laboratori, viene dai suoi fedelissimi. Intorno al duemilaventi arriva la riformulazione che i fan chiamano Super Formula, e sui forum della rasatura tradizionale la comunità si spacca in due. C'è chi trova la crema più scivolosa e più densa di prima. E c'è chi giura che la profumazione è peggiorata, la super green, dicono, non profuma come la vecchia green. Il marchio comunica che la formula è la stessa dal millenovecentoquarantotto. Ma chi se la mette sul viso tutti i giorni, i cambiamenti li registra eccome.
Quanto vale, esattamente
Quanto vale, oggi, questa storia? Vale la pena fermarsi sui numeri, perché i numeri sono l'unico modo per misurare la distanza fra quel sigaro acceso in una stanza piena di fumo e la fabbrica che c'è adesso. L'ultimo bilancio depositato dice, ricavi per centosedici milioni cinquecentotrentanovemila trecentosettantanove euro, in crescita di più di un quarto sull'anno prima. Un margine operativo di trentatré milioni e centomila euro, che significa quasi il ventotto per cento di quello che entra. Un utile netto di diciotto milioni e settecentocinquantamila euro, cresciuto di quasi la metà. Un patrimonio netto di settantacinque milioni. E centosettantuno dipendenti, con la sede in via Faentina, a Fiesole, e Stefania Martelli, la figlia di Umberto, come presidente del gruppo. L'uomo che guida l'azienda, l'amministratore delegato Galeotti, in intervista dà numeri ancora più alti, centotrentasei milioni l'anno scorso, oltre centocinquanta quest'anno. Fra i centotrentasei dichiarati e i centosedici e mezzo depositati ci sono venti milioni di differenza, e la spiegazione più probabile è un perimetro diverso, forse un dato consolidato di gruppo, forse il venduto dai negozi al consumatore finale, che è sempre più alto di quello che la fabbrica fattura ai distributori. Nessuna fonte pubblica lo chiarisce, ma la traiettoria non cambia, sono numeri diversi della stessa curva, una curva che dal duemiladiciannove al duemilaventicinque quasi raddoppia. E la produzione è rimasta quasi tutta a Firenze, con una parte a Genova, dove si fa il sapone Valobra, rilevato nel dicembre duemiliciotto. In Italia Proraso tiene circa il ventotto per cento del mercato della rasatura. Davanti a chi? Davanti a colossi da ottanta miliardi di dollari come Procter e Gamble e Unilever, gli stessi che nella rasatura stanno chiudendo le poste in bilancio. Galeotti sa perfettamente che quel confronto non si può vincere di petto, e la sua strategia la dice senza giri di parole, non saremo mai leader con quote enormi, dobbiamo puntare su nicchie di consumatori fedeli, tenute con la qualità e con un prezzo corretto. E quando un concorrente arriva più economico, la sua regola è non seguirlo al ribasso, è una lotta al massacro, dice, ma spendere di più in comunicazione. Alla domanda su quale sia stato l'errore più grande della sua carriera, poi, dà una risposta che nessun ufficio stampa scriverebbe, aver lanciato tanti prodotti che il mercato non ha voluto. C'è un'ultima immagine, ed è quella che spiega meglio la distanza percorsa. Anni fa un grossista napoletano raccontò a Galeotti che il mestiere del barbiere era percepito come una cosa da poveri. Il prodotto nato per quel mestiere, l'eucalipto, il mentolo, lo slogan sulla barba dura, oggi si vende in settanta paesi. E il suo fratello minore, quel tubetto di dentifricio che qualcuno stava lasciando morire nei discount, viaggia in business class e sta dentro quel trenta per cento di azienda che appartiene, per metà, alla holding degli Agnelli.
Un brutto mese per smettere di fumare
L'ufficio è a Firenze, l'anno è il 1993, ed è notte da un pezzo. Sul tavolo ci sono i conti di due aziende che stanno per diventarne una sola. Da una parte Giovanni Galeotti, direttore marketing di Schwarzkopf in Italia — dove i prodotti tedeschi si chiamano Testanera —, un uomo che a quell'epoca, per sua ammissione, fuma come una bestia. Dall'altra il dottor Ludovico Martelli, nipote del fondatore, proprietario di un marchio di crema da barba che tutti i barbieri d'Italia conoscono e che quasi nessuno, fuori dai barbieri, sa che esiste come azienda.
Le sigarette si accumulano. A un certo punto Martelli guarda il fumo, guarda i fogli, e dice una frase che Galeotti si ricorderà per trent'anni: ho scelto un brutto mese per smettere di fumare. Poi si accende un sigaro. «Da lì», racconta Galeotti, «sono diventato l'uomo più odiato dalla signora Martelli, perché il marito ha ricominciato a fumare.»
Quello che stanno costruendo è un rovesciamento. Qualche tempo prima Galeotti aveva bussato alla porta di Martelli per comprargli Proraso: la sua azienda aveva le risorse, quella di Martelli era piccola, sembrava una conclusione naturale. La risposta era stata secca. Io non lo venderò mai, è il mio tesoro. «Aveva più Proraso nelle vene che sangue», dice Galeotti oggi. Poi Schwarzkopf decide di chiudere gli uffici italiani, e Galeotti torna dallo stesso uomo con la proposta opposta: non venderti, prenditi in distribuzione i nostri marchi.
La reazione, ricorda, fu: ma che siete matti, siete il doppio di noi, siete troppo grandi. In effetti i numeri erano sproporzionati. Proraso valeva per la Martelli l'equivalente di circa quattro milioni di euro; i marchi tedeschi che stavano per entrare in casa ne valevano più del doppio, e portavano da gestire il triplo delle persone, dalla mattina alla sera. Galeotti userà una parola precisa per descrivere quello che provava: «una paura terrificante».
Firmano lo stesso. Il primo gennaio 1994 la Ludovico Martelli parte con Proraso come marchio di proprietà e quattro marchi storici presi in licenza — Testa Nera, Kaloderma, Batiste, Erba Viva. Martelli chiede a Galeotti di metterci anche dei soldi suoi: «voglio che investa su questa roba». Galeotti sottoscrive circa il cinque per cento.
Due anni dopo l'azienda sarà in cassa integrazione.
Ottantasei anni prima
Il primo Ludovico Martelli apre bottega a Firenze nel 1908, nel quartiere delle Cure. Non produce niente: importa. Ha contatti in Germania e comincia a far arrivare articoli da toletta — fra i primi, i prodotti Schwarzkopf; e poi la colonia Giovanni Maria Farina, quella che tutti chiamano acqua di Colonia perché a Colonia ci è nata davvero.
È il figlio Piero, che prende in mano l'azienda negli anni Trenta, a smettere di limitarsi a vendere le cose degli altri. Mette su un piccolo laboratorio, comincia a fare formule, produce in proprio. La cosa che gli riesce meglio la elabora durante la guerra e la lancia nel 1948: una crema che si può usare prima o dopo la barba, eucalipto e mentolo, quella che diventerà la linea verde. Proraso.
Per capire perché funziona bisogna ricordarsi che cosa non esisteva. La schiuma da barba, nel 1948, non c'è. Il mercato non è nemmeno il bagno di casa: è la bottega del barbiere, dove farsi la barba è un rito quotidiano e sociale. Piero va a vendere lì, uno per uno. Lo slogan che accompagnerà il prodotto per decenni è di una sintesi che oggi nessuna agenzia oserebbe: a barba dura crema sicura.
Negli anni Sessanta arrivano i supermercati, arriva il boom, e Proraso arriva a due miliardi di lire di fatturato. Nel 1968 al comando sale il nipote del fondatore, Ludovico Martelli II — quello del sigaro. In portafoglio entrano altri marchi: Schultz, lo shampoo alla camomilla, e con gli anni Bach, Taft, Vionell, Prokrin, Oxy. Nel 1990 l'azienda lascia la sede storica in città e si sposta alle Caldine, poco sopra Fiesole, dove sta ancora oggi: un dettaglio minimo che vale la pena tenere a mente, perché tutti — compresa l'azienda — continueranno a chiamarla fiorentina.
Nel 1994, quando Galeotti entra, la Ludovico Martelli fattura otto-nove miliardi di lire. Nelle interviste quella cifra viene a volte tradotta in «otto milioni di euro», ma otto-nove miliardi di lire, al cambio fisso di 1.936,27, fanno quattro milioni e mezzo scarsi. È la cifra che risulta anche dalle ricostruzioni giornalistiche dell'epoca successiva: nel 1994 l'impresa valeva l'equivalente di quattro-cinque milioni di euro. Un'azienda di provincia, con un marchio amato e un perimetro piccolissimo.
Il ragazzo di Catania e il motorino
L'altro protagonista di questa storia viene da molto più lontano di Fiesole. Giovanni Galeotti cresce a Catania. La madre insegna alle elementari, il padre lavora nel commerciale per la Coca-Cola — il che, spiega lui, faceva di lui l'unico bambino con accesso illimitato a una bevanda che gli altri si sognavano: «tutti sfigati, io invece avevo libero accesso a quintali di Coca-Cola, perché ci dava da mangiare».
A quattordici anni vuole un motorino. Il padre dice di sì e poi fa una cosa che il figlio non si aspetta: lo carica in macchina, lo porta allo stabilimento Coca-Cola di Bologna e gli dice ci vediamo fra un mese, più o meno lo stipendio dovrebbe corrispondere al tuo motorino. Galeotti fa l'operaio per trenta giorni. L'ultimo giorno vanno a comprare il motorino. Il giorno dopo, sul viale della stazione a Cervia, parte in prima, seconda, terza, il mezzo s'impenna su una gomma sola e arriva la paletta. Motorino sequestrato. Un mese di catena di montaggio, un giorno di libertà.
A diciassette anni il padre muore. Sparisce la persona con cui parlava — «mi dispiace aver perso i colloqui, le chiacchiere» — e sparisce la principale fonte di reddito di casa. La madre di giorno fa finta di niente, di notte la sentono piangere. Galeotti lavora di più: liceo scientifico, poi Economia e commercio a Bologna, e nei sabati e nelle svendite fa il commesso in un negozio di abbigliamento, dove impara la prima lezione di marginalità della sua vita — i premi più alti erano sull'intimo.
Nei dieci anni dopo la laurea lavora in piccole aziende di deodoranti e bagnoschiuma, fra cui la bolognese Guaber, la casa di Coloreria Italiana e Neutromed. Poi Schwarzkopf-Testanera, direzione marketing, sette anni. È da lì che, nel 1993, entra in una stanza piena di fumo a Firenze.
Il marco
Il secondo anno dell'accordo, le cose vanno male per una ragione che non ha niente a che vedere con la crema da barba.
Buona parte dei prodotti che la Martelli distribuisce in Italia li compra in Germania, in marchi. E la lira, in quegli anni, sta scendendo. Il 16 settembre 1992 l'Italia esce dallo SMESistema monetario europeo, l'accordo che teneva le monete europee dentro bande di oscillazione strette prima dell'euro; alla vigilia un marco vale 765 lire, cinque mesi dopo ne vale 984, e a marzo 1995 tocca il punto più alto: 1.274 lire.
Nel racconto di Galeotti il marco «raddoppiò». Non raddoppiò: in trenta mesi salì di due terzi, e alla fine del 1996 — con il rientro nello SME a quota 990 — la lira aveva perso sul marco poco più del venti per cento rispetto al 1992. È meno del doppio, e resta abbastanza da spaccare un conto economico costruito su merce comprata all'estero. Se il settanta per cento di quello che vendi lo paghi in una valuta che in due anni ti costa il sessanta per cento in più, la chiusura di bilancio non è un'opinione.
Non andò bene, dice Galeotti, e la conseguenza fu sei mesi di cassa integrazione. I dipendenti erano quaranta, cinquanta. Praticamente tutti. «Però fu una cosa molto bella, perché l'abbiamo fatta tutti: se si gode, si gode tutti; se si soffre, si soffre tutti quanti.»
È il punto più basso della storia, ed è anche il punto in cui l'azienda decide una cosa che la definirà: smettere di campare sui prodotti degli altri e spingere su quelli con il margine proprio — la schiuma, il dopobarba, la crema verde nata nel 1948.
Quante lire ci volevano per un marco tedesco
gamma97Il dentifricio che stava morendo nei discount
Nel 1996 Galeotti è a New York. Trova, o ritrova, un marchio che conosce: Marvis. Un dentifricio italiano in tubetto metallico colorato, registrato a Firenze nel 1958 dal conte Franco Cella di Rivara, pensato per i fumatori — menta forte, per coprire il tabacco. Aveva avuto il suo momento negli anni Settanta. Poi il declino.
Nel momento in cui Galeotti ci mette gli occhi sopra, Marvis è un marchio in stato terminale. «Lo vendevano nei discount, avevano cambiato la formula, non era strategicamente interessante per loro. Nessuno probabilmente lo voleva; probabilmente stavano aspettando che il prodotto piano piano morisse.» Fatturava cinquecentomila euro. Il proprietario, dice Galeotti, era lo stesso gruppo che nel frattempo aveva rilevato Testanera — cioè l'azienda in cui lui aveva lavorato sette anni, e dove sapeva a chi telefonare.
Lo comprano. Fra acquisto e rilancio, secondo Galeotti, ci mettono quattro-cinque milioni di euro — a un'azienda che due anni prima era in cassa integrazione. Poi fanno una cosa che non è marketing ma archeologia industriale: recuperano le vecchie formule e le riproducono; recuperano i vecchi aromi e ci lavorano sopra fino a ritrovare, dicono, quello giusto; rifanno il packaging senza tradire l'originale, solo più luminoso, più brillante.
E poi lo mettono dove nessun dentifricio andava. Non nel lineare del supermercato: negli alberghi di fascia alta, nei kit di prima e business class degli aerei, sui corner dei department store, e nelle farmacie-icona — a New York, da C.O. Bigelow. Il campioncino come cavallo di Troia. In pochi anni Marvis diventa un oggetto che si regala, non un prodotto che si compra: sette-dieci euro a tubetto sui mercati esteri, e un soprannome che l'azienda non ha mai smentito, «l'Hermès dei dentifrici».
C'è un dettaglio che rende questa storia più onesta della media delle storie di marca. Marvis, il marchio, ammette pubblicamente di non avere fonti storiche attendibili sulle proprie origini. Invece di riempire il buco con una leggenda, sulla pagina "chi siamo" del sito ufficiale ha messo un generatore che ogni volta inventa un'origine diversa. Il patrimonio narrativo del dentifricio più elegante d'Italia è, per dichiarazione del dentifricio stesso, in parte finzione dichiarata.
Su una data, comunque, vale la pena essere precisi: il marchio dice di essere entrato in casa Martelli nel 1997, e il conte lo aveva registrato nel 1958, non nel 1957.
Il mondo si rade di meno, Firenze cresce
Nel luglio 2019 Procter & Gamble annuncia una svalutazione da otto miliardi di dollari sull'avviamento di Gillette, che si traduce in una perdita netta trimestrale di 5,24 miliardi. Le ragioni che il management mette per iscritto sono tre: i cambi, la concorrenza di Dollar Shave Club e Harry's, e — la più semplice — che gli uomini si radono meno. La barba è tornata di moda nei paesi sviluppati. Il mercato americano della rasatura maschile si era ristretto dell'undici per cento in cinque anni, da quasi 2,5 a poco più di 2,2 miliardi di dollari.
Nello stesso periodo un'azienda di Fiesole che vende crema da barba ai barbieri cresce a doppia cifra. Non è un paradosso: è che il mercato che si restringe non è quello di Proraso. In Italia i barber shop sono aumentati del settanta per cento dal 2013, e il settore barbieri-parrucchieri conta oltre 190.000 addetti in circa 90.000 saloni, l'85 per cento dei quali imprese individuali. Il rito che Piero Martelli aveva intercettato nel 1948 non è morto: è tornato, più caro e più consapevole.
E poi c'è la seconda gamba, quella che nel frattempo è diventata la prima. Nel 2017 la società chiude a 61,2 milioni, più sedici per cento, con 116 dipendenti; l'export raddoppia in un anno da 7,8 a 15,6 milioni. Il motore è la Cina, dove metà delle vendite passa dall'online e dove l'azienda porta solo Marvis. «Una parte significativa della crescita è legata alle vendite cinesi», dice Galeotti allora, «dove un prodotto non convenzionale come Marvis, posizionato nel segmento lusso, esercita forte attrazione.»
Oggi i paesi sono una settantina. L'Italia resta il primo mercato con circa il quarantacinque per cento, poi vengono Cina, Stati Uniti, Turchia. Marvis vale quasi il sessanta per cento del fatturato, Proraso circa il venti. Il dentifricio moribondo comprato per pochi soldi è diventato tre volte l'azienda che l'ha salvato.
Chi possiede la fabbrica
Nel giugno 2019 la proprietà della Ludovico Martelli dà mandato a una boutique di fusioni e acquisizioni, GCA Altium, di cercare investitori. Il mandato non è timido: sul tavolo, si legge nelle cronache dell'epoca, ci sono «tutte le opzioni di ingresso di nuovi soci — quote di minoranza qualificata, di controllo o totalitaria». La valutazione indicata è di circa 150 milioni di euro. L'assetto di allora è famiglia Martelli al novanta per cento, Giovanni Galeotti al dieci: il cinque sottoscritto nel 1994 nel frattempo è raddoppiato.
L'operazione si chiude in ottobre. Nuo Capital rileva circa il trenta per cento per cinquanta milioni di euro, immessi in larga parte tramite aumento di capitalesoldi che entrano nelle casse della società emettendo nuove azioni, invece di andare ai soci che vendono le proprie — cioè in azienda, non in tasca ai venditori. Nuo Capital è il veicolo europeo della famiglia Pao Cheng di Hong Kong, guidato da Stephen Cheng, fondato nel 2016, uffici a Milano, Lussemburgo e Hong Kong. La famiglia mantiene il controllo, il management resta, Galeotti resta amministratore delegato con circa il sette per cento.
Il passo successivo, quello che la storia raccontata dall'azienda non nomina quasi mai, arriva il 16 giugno 2021. Exor annuncia la nascita di NUO S.p.A., posseduta per metà da World-Wide Investment Company Limited — la holding della famiglia Cheng — e per metà da Exor, la cassaforte degli Agnelli. Capitale iniziale trecento milioni di euro. Nel portafoglio conferito c'è esplicitamente il trenta per cento di Ludovico Martelli S.p.A., con i marchi Marvis, Sapone del Mugello, Valobra e Proraso. John Elkann, nel comunicato, dice che le medie imprese italiane di qualità hanno «un vero potenziale» per diventare grandi società globali.
Da allora nessun disinvestimento da Ludovico Martelli risulta annunciato. NUO, dal canto suo, rivendica i risultati di quell'investimento: EBITDAil margine operativo lordo, cioè quanto resta dai ricavi prima di ammortamenti, interessi e tasse: la misura più diretta di quanto rende la gestione più che triplicato dal 2019, e mercati esteri passati dal venticinque al cinquantacinque per cento del fatturato.
Il 24 luglio 2022 muore Ludovico Martelli, il nipote del fondatore, l'uomo che aveva detto non lo venderò mai, è il mio tesoro e che poi si era acceso il sigaro. Il presidente di Confindustria Firenze ne ricorda «l'alto profilo di uomo e di industriale». Alla presidenza del consiglio di amministrazione risulta oggi Stefania Martelli, quarta generazione. Il tesoro è ancora in famiglia — per il settanta per cento.
Il tubetto alla prova
C'è un modo per verificare se un oggetto costoso è anche un buon oggetto: metterlo su un banco di prova insieme agli altri e non guardare la scatola.
Il 27 aprile 2026 Altroconsumo pubblica il suo test sui dentifrici. Marvis finisce nella parte bassa della classifica e la valutazione è netta: non è tra i migliori del test. I rilievi sono tre, tutti tecnici. Il fluoro biodisponibilela quota di fluoro effettivamente disponibile per rinforzare lo smalto, che può essere molto inferiore al fluoro totale dichiarato è troppo basso per la prevenzione della carie. C'è biossido di titanio, un colorante valutato male sul piano della sicurezza e comunque non necessario in un prodotto che finisce in bocca. E l'etichetta indica il fluoro in percentuale invece che in parti per milione, il che rende difficile confrontarlo con qualunque altro tubetto sullo scaffale. Conclusione: prezzo medio-alto non giustificato dalle prestazioni. Ai primi posti, per rapporto qualità-prezzo, un Aquafresh e un Mentadent da pochi euro.
Dal lato professionale il giudizio è più mite: i dentisti considerano Marvis sicuro per lo smalto e utile perché invoglia le persone a lavarsi i denti — ma non una soluzione terapeutica, con protezione anticarie inferiore ai dentifrici al fluoro standard.
Anche Proraso ha il suo fronte critico, e viene dai suoi fedelissimi. Intorno al 2020 arriva la riformulazione conosciuta come Super Formula, e sui forum della rasatura tradizionale la comunità si divide: per alcuni la crema è più scivolosa e più densa, per altri la profumazione è peggiorata — la super green non profuma come la vecchia green. Il marchio comunica continuità di formula dal 1948; chi la usa tutti i giorni registra i cambiamenti.
Quanto vale, esattamente
L'ultimo bilancio depositato dice: ricavi 116.539.379 euro, più 26,2 per cento sull'anno prima; EBITDA 33,1 milioni, con un margine del 28,4 per cento; utile netto 18,75 milioni, in crescita di quasi la metà; patrimonio netto 75 milioni; 171 dipendenti. Sede in via Faentina 169/12, Fiesole. Presidente Stefania Martelli.
Nell'intervista Galeotti dà numeri più alti: 136 milioni l'anno scorso, oltre 150 quest'anno. Fra i 136 dichiarati e i 116,5 depositati ci sono venti milioni, e la differenza è del tipo che si spiega con un perimetro diverso — un dato consolidato di gruppo, o un sell-outil venduto dai negozi al consumatore finale, che è sempre più alto di quanto la fabbrica fattura ai distributori invece del fatturato civilistico della capogruppo. Nessuna fonte pubblica lo esplicita, e la traiettoria non cambia: sono numeri diversi della stessa curva, che dal 2019 al 2025 quasi raddoppia.
La produzione è rimasta quasi tutta a Firenze, con una parte a Genova, dove si fa il sapone Valobra rilevato nel dicembre 2018. In Italia Proraso tiene circa il ventotto per cento del mercato della rasatura, davanti a colossi da ottanta miliardi di dollari come Procter & Gamble e Unilever, che nella stessa categoria stanno chiudendo le poste in bilancio.
Galeotti sa perfettamente che quel confronto non si può vincere di petto, e la sua strategia è dichiarata: non saremo mai leader con quote enormi, dobbiamo puntare su nicchie di consumatori fedeli, tenute con la qualità e con un prezzo corretto. Quando un concorrente arriva più economico, la sua regola è non seguirlo al ribasso — «è una lotta al massacro» — ma spendere di più in comunicazione. E alla domanda su quale sia stato l'errore più grande della sua carriera, la risposta è di quelle che un ufficio stampa non scriverebbe: aver lanciato tanti prodotti che il mercato non ha voluto.
C'è un'ultima immagine, ed è quella che spiega meglio la distanza percorsa. Anni fa, racconta Galeotti, un grossista napoletano gli disse che il mestiere del barbiere era percepito come una cosa da poveri. Il prodotto nato per quel mestiere, con l'eucalipto e il mentolo e lo slogan sulla barba dura, oggi si vende in settanta paesi; e il suo fratello minore, un tubetto di dentifricio che qualcuno stava lasciando morire nei discount, viaggia in business class e sta nel trenta per cento di azienda che appartiene, per metà, alla holding degli Agnelli.
I ricavi depositati della Ludovico Martelli S.p.A., 2019-2025
gamma97Riferimenti
- Chapeau — Intervista a Giovanni Galeotti, CEO di Ludovico Martelli: la storia di Proraso e Marvis — https://www.pmi.it/impresa/business-e-project-management/497556/chapeau-intervis
- LUDOVICO MARTELLI S.P.A. — dati di bilancio, esercizio 2025 — https://xrayfinance.it/ludovico-martelli-s-p-a
- LUDOVICO MARTELLI S.P.A. (FI) — bilanci e indici 2023-2025 — https://www.reportaziende.it/ludovico_martelli_spa_fi_04514880485
- Fatturato LUDOVICO MARTELLI SPA dal 2019 al 2024 — https://topaziende.quotidiano.net/toscana/firenze/fatturato-ludovico-martelli-sp
- Nuo Capital Buys Minority Stake in Proraso's Parent Company — https://wwd.com/business-news/mergers-acquisitions/nuo-capital-buys-minority-sta
- Proraso alla ricerca di investitori (mandato a GCA Altium, valutazione ~150 mln) — https://www.mark-up.it/proraso-alla-ricerca-di-investitori/
- Exor — comunicato sulla costituzione di NUO S.p.A., 16 giugno 2021 (Exor N.V., investor relations) —
- Ludovico Martelli Spa — Registro delle imprese storiche — https://www.unioncamere.gov.it/imprese-storiche/ludovico-martelli-spa
- Ludovico Martelli — Wikipedia — https://it.wikipedia.org/wiki/Ludovico_Martelli
- Proraso — Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Proraso
- The History of Proraso — https://www.themanual.com/grooming/proraso-brand-history/
- Proraso, l'azienda che cresce facendo la barba all'italiana — https://www.economyup.it/made-in-italy/proraso-l-azienda-che-cresce-facendo-la-b
- Farsi la barba è italiano: con Proraso, il made in Italy nel mondo — https://www.italiachiamaitalia.it/farsi-la-barba-e-italiano-con-proraso-il-made-
- About Us: Our Story — sito ufficiale Marvis — https://www.marvis.com/en/about/
- The Mystery of Marvis Toothpaste — https://www.highsnobiety.com/p/second-look-marvis-toothpaste/
- «La non storia di Marvis» — newsletter Una fetta di brand, n. 19 —
- S2E2: The Barbershop Empire: The Untold Story of Ludovico Martelli — https://www.mrhansonpodcast.com/s2e2-the-barbershop-empire-the-untold-story-of-l
- Cambio Lira-Marco storico (1965-2001), dati ufficiali UIC/Banca d'Italia — https://www.cambioeuro.it/cambio-lira-marco-storico/
- Uscita dall'euro e svalutazione: quelli che «il marco passò da 1880 lire a 1500 lire» — https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/01/uscita-dalleuro-e-svalutazione-quell
- The Italian Lira: the exchange rate and employment in the ERM — Bruegel — https://www.bruegel.org/blog-post/italian-lira-exchange-rate-and-employment-erm
- Marvis, il dentifricio a 7-10 euro e la crescita in Cina — Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2018 —
- Ludovico Martelli cresce del 22% — Il Sole 24 Ore (fatturato 2023 a 94,2 mln, 13 marchi, produzione Firenze e Genova) —
- Test dentifrici, aprile 2026 — Altroconsumo, 27 aprile 2026 —
- È morto Ludovico Martelli, l'imprenditore di Proraso — La Nazione, 24 luglio 2022 —
- Guaber, chiude lo storico stabilimento bolognese — Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2014 —
- Barber shop e saloni in Italia: dati di settore — iCribis —
- Cosmetica Italia — dati preconsuntivi 2025 sull'industria cosmetica italiana —