Nel gennaio 2015 Gucci fatturava 3,497 miliardi di euro e cresceva meno del suo mercato. Il nuovo amministratore delegato, Marco Bizzarri, buttò via la collezione già pronta, mise in passerella in meno di una settimana i disegni di un impiegato interno che nessuno conosceva — Alessandro Michele — e comprò la prima collezione per cinquanta negozi invece che per cinquecento. Nel 2019 i ricavi erano 9,628 miliardi con un margine operativo del 41%, il più alto del settore. Nello stesso anno Kering firmava con l'Agenzia delle Entrate il più grande accordo fiscale mai visto in Italia, 1,250 miliardi, e Gucci ritirava un maglione accusato di richiamare il blackface. Bizzarri è uscito il 23 settembre 2023, il giorno della prima sfilata del suo successore creativo. Nei due anni successivi Gucci è passata da 9,873 a 5,992 miliardi e il margine dal 33,1% al 16,1%. Questa è la storia di come si costruisce quella cifra, e di che cosa resta quando si sgretola.

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19 gennaio 2015, Milano
La collezione che quel giorno sarebbe dovuta andare in passerella non ci arrivò mai. L'aveva preparata Frida Giannini, che per otto anni era stata la direttrice creativa di Gucci, e la sua uscita era stata annunciata a dicembre, insieme a quella dell'amministratore delegato Patrizio di Marco. In teoria, la Giannini sarebbe rimasta fino a marzo. Invece se n'è andata due settimane prima della sfilata, senza dare spiegazioni. Così, quel diciannove gennaio duemilaquindici, a Milano, quello che camminava sulla passerella era un'altra cosa. Era stata rifatta in meno di una settimana da un uomo che dentro Gucci ci lavorava da dodici anni, ma che fuori dall'azienda non conosceva praticamente nessuno, Alessandro Michele, il direttore degli accessori. Pizzi. Colori sbagliati, e sbagliati apposta. Camicie col fiocco addosso agli uomini. Occhiali enormi. Una sfilata che non somigliava a Gucci, e non somigliava a niente di quello che in quella stagione si vedeva in giro per Milano. In prima fila era seduto il nuovo amministratore delegato, un uomo arrivato da appena tre settimane. Ero in prima fila, ha raccontato poi, le sfilate si guardavano un po così. Ma cos'è? Due giorni dopo, il ventun gennaio, Alessandro Michele veniva nominato direttore creativo di Gucci. E tenetelo a mente, quel momento in prima fila, nessuno, in quella sala, avrebbe scommesso una lira sull'uomo dei pizzi e dei fiocchi. Nessuno sapeva chi fosse. E chi lo aveva scelto lo sapeva bene, perché gliel'avevano detto tutti, in faccia, Chiaramente tutti mi han detto che ero matto.
Il figlio di due operai
Marco Bizzarri, l'uomo che un giorno sarebbe andato a comandare Gucci, e che prima di arrivare lì rischia di passare per tutta la vita il figlio di due operai, è nato a Reggio Emilia il diciannove agosto millenovecentosessantadue. Il padre e la madre lavoravano tutti e due in una fabbrica di ceramica, l'industria che in quegli anni teneva in piedi mezza provincia, fra Reggio, Modena e Sassuolo. Quanto fosse stretta la casa in cui cresce, lo dicono due dettagli che ha raccontato lui stesso, a pranzo, nel panino, il prosciutto non c'era, c'era la mortadella, costava un po meno. E le arti marziali, che costavano cento lire al mese più del calcio, erano fuori discussione, così si giocava a calcio, gratis, il sabato pomeriggio, e si passava la settimana a sperare che non piovesse, perché se pioveva, la partita saltava, e bisognava aspettarne un'altra. Il suo motorino non era un modello truccato, era un Ciao, il più piccolo che ci fosse. Un dettaglio che fa sorridere solo se si sa una cosa, Marco Bizzarri è alto due metri. Fece ragioneria, all'istituto Barozzi di Modena. Il primo giorno di scuola si guardò con il compagno di banco, e lì restò, seduto accanto, per cinque anni. Quel compagno era Massimo Bottura, che sarebbe diventato uno dei cuochi più famosi al mondo. Poi Bizzarri decise, senza saper dire bene perché, di non fare l'università. Sua madre ci rimase male, lei, a Modena, Economia e commercio l'avrebbe frequentata volentieri. Il servizio militare lo fece prima a Salerno, poi a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Le brande erano lunghe un metro e novanta, e lui ci stava con i piedi che sporgevano fuori. Un giorno un maggiore gli chiese perché ogni sera tornasse a dormire a casa. Lui rispose, se mi cambiate il letto, resto. Non gli cambiarono il letto, gli diedero il posto di furiere, quello che firmava le licenze per tutta la truppa. E il ragionamento dei soldati, come lo racconta lo stesso Bizzarri, era semplice, uno capace di negoziare così con un maggiore è uno che può portare avanti le richieste di tutti noi.
La cabina telefonica
Finito il militare, Marco Bizzarri, quello che un giorno sarebbe arrivato a comandare Gucci, voleva una cosa sola, andarsene dal paese della provincia emiliana dove era cresciuto, figlio di due operai della ceramica. Volevo togliermi da questa provincialità. In casa, con i genitori, parlava dialetto emiliano. Sua nonna parlava solo quello. Erano i primi anni Ottanta, e nel mondo delle grandi società di consulenza ce n'erano sette. La migliore, secondo lui, era la Andersen, quella che negli anni sarebbe diventata Accenture. Non lo avevano chiamato. Nessuna lettera, nessuna telefonata. Allora fece una cosa che quasi nessuno faceva, entrò in una cabina telefonica, con i gettoni, e chiamò lui. Dall'altra parte del filo rispose una donna, che gli spiegò con pazienza come funzionava, sono loro che chiamano i candidati, sulla base dei risultati universitari, e chiamano solo i migliori. Lui le rispose che nel suo caso, evidentemente, avevano fatto un errore. E che quindi era proprio il caso che lo chiamassero. Quella si mise a ridere. E lo chiamò. Tre colloqui, tutti nello stesso giorno. Assunto. Anni dopo, quella stessa donna sarebbe diventata la sua segretaria. Era il millenovecentottantasei. Due anni più tardi chiese di andare a imparare l'inglese. La società aveva un centro di formazione a St. Charles, vicino a Chicago. Là, i primi giorni, non capiva una parola. Veramente niente, zero. E gli americani lo trattavano come si tratta uno che non capisce, lo mettevano a fare i giochi, lascia stare, tu occupati così. L'ultimo dei sei giorni, in bagno, si trovò accanto proprio all'istruttore. E gli disse, orgoglioso, che quel giorno aveva capito l'ottanta per cento di quello che aveva detto. L'istruttore lo guardò e gli rispose freddo, peccato che le cose importanti fossero tutte nel restante venti per cento. Tornò in Italia con quella frase addosso. E cominciò a studiare inglese in macchina, con le cassette, tutti i giorni, mentre guidava. Un anno dopo era di nuovo a St. Charles, con lo stesso istruttore davanti. E l'inglese, adesso, lo parlava meglio di quasi tutti quelli che erano lì.
Venti ragazze e una pagina di Vogue
Bizzarri ha poco più di trent'anni ed è già un consulente pagato bene, sette anni di carriera, uno stipendio che per la sua età è quasi un'anomalia. Poi, nel millenovecentonovantatré, lascia tutto. A chiamarlo è l'amministratore delegato di Mandarina Duck, un cliente che lo conosce e lo vuole dentro l'azienda, il marchio bolognese delle borse in gomma fattura cinquanta miliardi di lire, che ai tempi, dirà lui stesso anni dopo, era tanta roba. Il primo incarico fuori dall'Italia è l'acquisizione del distributore di Hong Kong, il secondo mercato del gruppo. Bizzarri ne diventa direttore generale. Poi, a settembre, arriva la crisi finanziaria asiatica e si porta via, di colpo, il valore di quello che aveva appena comprato. Il gruppo non si ferma, acquisisce una piccola pelletteria francese, Lamarthe. Bizzarri segue l'operazione e ne diventa dirigente e amministratore, nei registri societari francesi risulta direttore generale aggiunto e consigliere dal quindici marzo duemiladue. Ma l'azienda perde soldi, e non ha un euro da mettere in pubblicità. Allora Bizzarri assume una direttrice prodotto molto brava. Lei disegna una borsa bellissima. E qui torna il problema di sempre, i negozi multimarca non la vogliono, hanno già fatto gli ordini, hanno il magazzino pieno. Bizzarri fa fotografare la borsa e la mette su una pagina di Vogue Francia. Poi, ed è lui stesso, oggi, a dire che raccontata così la cosa suona sessista, assume venti belle ragazze, dà a ciascuna una copia della rivista, e un sabato pomeriggio, con i negozi pieni di clienti, le manda a chiedere quella borsa proprio nei negozi che si erano rifiutati di comprarla. Ce l'ha questa borsa? No, non ce l'abbiamo. Il giorno dopo i negozi cominciano a chiamare per venire in showroom. Nel duemila il proprietario di Mandarina Duck gli offre la guida di tutto il gruppo.
Il Natale del 2004
Nel duemilaquattro Marco Bizzarri lasciò Mandarina Duck, l'azienda di borse e valigie dove aveva fatto il direttore generale. Lui stesso, oggi, lo chiama un grande errore. E la ragione è una sola, se ne andò senza avere un altro posto. Quando ero lì ed ero di successo mi chiamavano tutti, vieni a fare il CEO di qua, vieni a fare il CEO di là. Poi ho detto, tanto vado via, troverò posto. E invece, spariti tutti. Aveva moglie e figli. Era dicembre. Sua moglie era al supermercato, a comprare i regali di Natale, quando lo chiamò e le sembrò di sentire qualcosa nella voce. Cosa succede? Sono venuto via da Mandarina. Lei rimise i giochi sugli scaffali, uno per uno, e gli disse di aspettare che tornava a casa, che c'era da rifare i conti. Da quel Natale in poi, il suggerimento che Bizzarri ripete a chiunque sia più giovane di lui è sempre quello, mai lasciare un posto di lavoro senza averne un altro. Nei mesi che seguirono lo chiamò l'ex importatore di Mandarina Duck in Australia, un uomo che a Sydney vendeva anche orologi di lusso e cercava un direttore generale. Bizzarri prese un aereo e andò a vedere. Il paese gli sembrò meraviglioso, una natura incredibile, e gente che va a letto alle sei di sera e si sveglia alle quattro. Ma era solo, dall'altra parte del mondo. Una sera era in una pizzeria italiana, a Sydney, quando gli squillò il telefono. Era François Girbaud, il francese dello stone washing, il trattamento che rende denim lavato e consumato, e cercava un direttore generale per il proprio marchio. Bizzarri prese il volo per Parigi. Restò con lui sette, otto mesi. Anche quella era un'azienda piccola, con un fondatore presente ovunque, che tra una decisione e l'altra suonava la chitarra. Bizzarri capì che la sua carriera stava prendendo delle pieghe strane.
Stella McCartney: due anni di tempo
Nel duemilacinque, Bizzarri, l'uomo che dieci anni dopo avrebbe rifatto Gucci, divenne presidente e amministratore delegato di Stella McCartney, il marchio di moda della figlia di Paul McCartney, allora dentro Gucci Group. Era un'azienda piccola e sanguinante, Bizzarri racconta che fatturava dieci milioni di sterline e ne perdeva altrettante. Tanto dentro, quanto fuori. In quel periodo l'amministratore delegato di tutto il gruppo era Robert Polet, un olandese arrivato dal mondo dei gelati Unilever. E Bizzarri ricorda una dichiarazione che Polet aveva dato al Financial Times, una frase che chiudeva ogni discussione, i marchi emergenti che non fossero diventati profittevoli entro due anni sarebbero stati chiusi. Non era una minaccia rivolta a lui in persona. Ma era il muro dentro cui Bizzarri si muoveva ogni giorno, due anni per trasformare dieci milioni di perdita in qualcosa che vive. Il primo utile arrivò nel duemilasette. Arrivò negli anni in cui l'alta moda scopriva che poteva parlare a un pubblico enormemente più largo senza morirne, la prima collaborazione di quel tipo, H e M con Karl Lagerfeld, era del novembre duemilaquattro, e aveva riscritto le regole su che cosa un marchio di lusso potesse permettersi di fare. Stella McCartney nuotava in quell'acqua nuova. Bizzarri lasciò il marchio nel duemilanove. E lo lasciò in utile.
Bottega Veneta e Lehman
Prese la guida di Bottega Veneta nel duemilaotto. Bottega Veneta è il marchio veneto dell'intreccio senza logo, una delle macchine più redditizie del gruppo di François-Henri Pinault, fatturato intorno ai quattrocento milioni, e un risultato operativo, quello che resta dei ricavi dopo tutti i costi della gestione, prima di interessi e tasse, la misura di quanto un marchio guadagna facendo il proprio mestiere, intorno al trenta per cento. Circa sei mesi dopo il suo arrivo, l'azienda perse il dieci per cento del fatturato. La settimana prima era fallita Lehman Brothers, la banca americana che trascinò il mondo nella crisi finanziaria, Bottega Veneta rischiò di essere travolta dalla peggiore crisi economica del dopoguerra proprio mentre Bizzarri ci metteva le mani per la prima volta. E invece. Nel duemilanove Bottega Veneta fece quattrocentodue milioni di ricavi. Nel duemilatredici, l'anno in cui Bizzarri lasciò, aveva superato il miliardo, con un margine che secondo il suo racconto era salito al trentatré per cento. Cinque anni, ricavi più che raddoppiati, redditività cresciuta mentre cresceva la scala, nel lusso è la combinazione che quasi non si vede mai, perché di solito per crescere si vende di più e si vende peggio. Lui aveva fatto il contrario, uscendo dalla tempesta più grande di quel decennio. Fu allora che Pinault, il proprietario del gruppo, se lo vide davanti così, un uomo che prende un marchio in pieno crollo mondiale e in cinque anni lo raddoppia guadagnandoci anche di più. Nel duemiladodici gli propose di guidare l'intera divisione lusso, quel Gucci Group che nel duemilatredici avrebbe cambiato nome in Kering. Il passo dopo era scritto.
Pinault chiama
Due anni dopo quella storia di Bottega Veneta, il telefono squillò di nuovo. E questa volta la voce all'altro capo disse una frase che non ammetteva esitazioni, Marco, devi prendere Gucci, perché non sta andando bene. A chiamare era François-Henri Pinault, il numero uno del gruppo francese Kering, il padrone di Gucci. E il Gucci che gli metteva davanti era unPatient problema strano, un problema che non si vede. Perché Gucci, nel duemilaquattordici, non era un'azienda in perdita. Era un'azienda che cresceva meno del proprio mercato. Fatturava tre miliardi e quattrocentonovantasette milioni di euro, attenzione a questa cifra, perché è il punto di partenza di tutto quello che verrà, con l'uno virgola uno per cento in meno dell'anno prima. Nel quarto trimestre aveva perso l'uno virgola sei per cento. La pelletteria valeva il cinquantotto per cento dei ricavi, le calzature il quindici. E nei due anni precedenti, mentre Prada, Hermès e Louis Vuitton crescevano, Gucci aveva perso quota di mercato. Alcuni negozi, negozi in posizioni strategiche, erano in perdita. Ora provate a raccontare una cosa così a un consiglio di amministrazione. È la situazione più difficile in assoluto, perché non c'è un'emergenza da spegnere, c'è solo un marchio che smette lentamente, giorno dopo giorno, di essere interessante. E c'è un dettaglio che rende tutto più crudele, i margini restavano sopra il quaranta per cento. Vuol dire che ogni mossa, ogni cambiamento, ogni ricostruzione costava carissima. È qui che va messa la frase che Bizzarri usa ancora oggi per descrivere quello che gli chiedevano di fare, Metti un miliardo, due miliardi ogni volta sul tavolo. Tre miliardi e mezzo quando arriva, tenete a mente anche questo. Marco Bizzarri accettò. Diventò presidente e amministratore delegato di Gucci nel gennaio duemilaquindici, a cinquantadue anni.
Cinquanta negozi invece di cinquecento
Le persone dentro l'azienda indicarono a Marco Bizzarri, l'amministratore delegato appena arrivato, un nome, Alessandro Michele, quello che alla Gucci faceva gli accessori. Si erano conosciuti alla fine del duemiladiciotto. no, alla fine del duemilaquattordici, pochi mesi prima della sfilata. Buttarono via la collezione già pronta e la rifecero, in una settimana. E poi Bizzarri fece la cosa che nessun amministratore delegato fa quando ha appena scommesso tutto su un direttore creativo sconosciuto, comprò pochissimo. La prima collezione di Michele venne prodotta per cinquanta negozi, invece dei cinquecento abituali. Cinquanta. Se non avesse funzionato, il danno sarebbe stato contenuto. Se avesse funzionato, e funzionò, i quattrocentocinquanta negozi rimasti fuori avrebbero visto i numeri di quelli che invece ce l'avevano, e la conversione sarebbe avvenuta da sola. È una scelta che protegge il rischio dal lato del magazzino e lo lascia intero dal lato dell'idea, scommetti poco sul prodotto, ma scommetti fino in fondo sulla persona. Contemporaneamente, quei cinquecento negozi diventavano di fatto degli outlet, per smaltire il magazzino della gestione precedente. E Bizzarri passò i primi quattro mesi a parlare. Settemila persone incontrate, negozio per negozio, sede per sede, a raccontare la strategia. Settemila. Un numero che dice chiaramente quale pensava fosse il vero ostacolo, non il prodotto. Le ventimila persone che lavoravano in Gucci, e che dovevano smettere di fare quello che avevano sempre fatto. Dopo un mese, assunse Jacopo Venturini, che veniva da Valentino, come direttore merchandising. Luca Solca, l'analista di Bernstein, considera quella assunzione una delle ragioni mai raccontate del successo, qualcuno che prendeva le idee di Michele e le trasformava in collezioni strutturate, con prezzi e prodotti che stavano in piedi sul mercato. Perché l'idea da sola non basta, qualcuno la deve tradurre in roba che si vende. E i numeri arrivarono. Il duemilasedici. no, il duemilasedici non c'entra, torniamo ai conti. Il duemilaquindici, il primo anno, chiuse a tre miliardi e ottocentonovantotto milioni, quando Bizzarri era arrivato, Gucci valeva tre miliardi e mezzo. Nel duemiladiciassette erano sei miliardi, duecentoundici milioni. Nel duemilaotto. nel duemiladiciotto, otto miliardi, duecentottantacinque milioni. Una crescita che nel lusso non si era mai vista.
Il decennio in cui Gucci fu ovunque
Fra il duemilaquattordici e il duemilanoveciannque Instagram passò da circa cento milioni di utenti a oltre un miliardo. La cosa più intelligente che Gucci fece in quegli anni fu accorgersene prima degli altri e comportarsi di conseguenza, smettere di trattare quello spazio come un problema legale. L'esempio migliore è un artista che si faceva chiamare Gucci Ghost e che dipingeva il logo del marchio, senza autorizzazione, su capi che poi vendeva. La risposta standard, per un'azienda, è una diffida. Gucci lo chiamò, gli fece disegnare una collezione e lo mandò in passerella. Poi arrivò Gucci Gang di Lil Pump, un rapper, una canzone che ripete il nome del marchio decine di volte e che nessuno a Firenze aveva commissionato. E il segno che qualcosa aveva funzionato non fu una campagna pubblicitaria, fu il fatto che per qualche anno, in una canzone, il modo più veloce per dire ce l'ho fatta era dire Gucci. Il sette giugno duemilavedici, davanti agli investitori, Gucci fece una cosa insolita, mise per iscritto l'obiettivo. Portare i ricavi da sei virgola due a dieci miliardi di euro, senza indicare una data, crescendo al doppio del mercato, con un termine di paragone dichiarato, Louis Vuitton. Nello stesso piano c'era la riduzione della vendita ai negozi multimarca e ai grandi magazzini, quella che nel settore chiamano wholesale, che porta volumi ma toglie il controllo su prezzi, sconti e presentazione del prodotto, sotto il dieci per cento del giro d'affari. Il duemiladiciannove, l'ultimo anno pieno di questa storia prima che tutto cambiasse, chiuse a nove miliardi e seicentoventotto milioni. Il margine operativo ricorrente, quanto resta di ogni euro di ricavi dopo i costi ordinari della gestione, e nel lusso è la misura del potere di un marchio, perché dice quanto può far pagare sopra il costo di quello che vende, era del quarantuno per cento. I dipendenti erano passati, nel corso della gestione, da circa diecimila a ventimila. Ricordate quei tre virgola cinque miliardi con cui Bizzarri aveva trovato Gucci? Adesso siamo a quasi dieci. In cinque anni i ricavi erano quasi triplicati. Non era mai successo, a un marchio di quella dimensione.
Un miliardo e 250 milioni
C'è una riga degli anni d'oro di Gucci che non compare mai nei racconti della rinascita, ed è la più grossa di tutte. Il nove maggio millenovecentodiciannove, il gruppo francese Kering, la holding che possiede Gucci, chiuse il contenzioso con l'Agenzia delle Entrate versando un miliardo e duecentocinquanta milioni di euro, ottocentonovantasette milioni di maggiore imposta, il resto sanzioni e interessi. È l'accordo di quel tipo più alto mai firmato in Italia. La contestazione della Guardia di Finanza riguardava Luxury Goods International, la controllata svizzera del gruppo attraverso cui passava la commercializzazione delle merci, secondo gli accertamenti, quelle funzioni si svolgevano di fatto a Milano e non in Svizzera, con ricavi non dichiarati in Italia per circa quattordici miliardi e mezzo di euro su sette anni. Fermatevi un momento su questo punto. L'accordo cade nell'anno del margine record, nel cuore del quinquennio più glorioso. Chi racconta la rinascita di Gucci senza questa riga, il tre virgola cinque che diventa nove virgola sei, i negozi che spuntano ovunque, la cultura pop conquistata, sta raccontando metà del conto economico italiano di quel periodo. L'altra metà è questa. E sullo stesso periodo esiste una seconda storia, di natura diversa. L'otto agosto duemilaventicinque, sulla rivista Panorama, il giornalista Carmine Rotondaro ha ricostruito il pacchetto retributivo di Marco Bizzarri, sì, l'amministratore delegato venuto dalla cabina telefonica, l'uomo che aveva puntato su Alessandro Michele una settimana prima della sfilata. Rotondaro è partito da tre documenti, un'email del diciassette dicembre duemilaquattordici pubblicata dal sito francese Mediapart, un verbale della Guardia di Finanza del gennaio duemiladiciannove, e un'inchiesta del Fatto Quotidiano. Il quadro che ne esce, una retribuzione netta intorno agli otto milioni di euro l'anno a obiettivi raggiunti, articolata su due contratti, uno con una società lussemburghese, uno con Guccio Gucci Spa, con residenza fiscale in Svizzera, benefit per duecentottantamila euro e un piano di incentivi di lungo termine. E poi un bonus straordinario, nel duemiladiciassette, di oltre quarantatré milioni di euro, a titolo, dice la ricostruzione, di compensazione per la regolarizzazione fiscale. Kering non ha mai confermato pubblicamente quei numeri. Ma non è finita. C'è una terza vicenda, ricostruita dal quotidiano Editoriale Domani il venti maggio duemilaventiquattro. Il dieci febbraio duemilaventitré, un ex collaboratore del gruppo inviò all'Agenzia delle Entrate un esposto, una segnalazione ufficiale, sulla ristrutturazione del Gucci Hub di via Mecenate a Milano, la grande sede milanese, lavori chiusi nel settembre duemilasedici, costo intorno ai cento milioni di euro. Il punto contestato è questo, fra i consulenti del progetto compariva una società londinese costituita un mese prima del proprio coinvolgimento. E l'azionista di quella società era la moglie di Jean-François Palus, il numero due del gruppo Kering, il braccio destro di François-Henri Pinault, l'uomo che aveva scelto Bizzarri e che prima o poi ricompare in questa storia. Kering ha risposto che si trattava di servizi reali di auditing e consulenza, fatturati a tariffe di mercato, e ha rifiutato di indicarne l'importo. Sempre secondo Domani, Bizzarri avrebbe espresso disapprovazione per quei rapporti, lui, l'uomo della trasparenza interna, contro il numero due del gruppo. Adesso tenete a mente il nome di Palus. Ricordatelo, perché torna. E quando torna, alla fine di questa storia, capirete perché vi ho chiesto di non perderlo per strada.
Il maglione
Milanovecentodiciannove, febbraio. Gucci, l'azienda guidata da Marco Bizzarri, l'amministratore delegato che quattro anni prima aveva preso in mano un marchio da tre virgola cinque miliardi di fatturato, mette in vendita un maglione nero. Ottocentonovanta dollari. È un passamontagna-lungo, che copre il viso, e l'apertura della bocca è cerchiata di rosso. Indossato, quel capo richiava il blackface, la caricatura razzista del volto nero dipinto, quella dei teatri americani di inizio Novecento. Le accuse arrivano in poche ore. Il prodotto viene ritirato dai negozi. E il dodici febbraio Bizzarri manda un memo interno a tutti i dipendenti. Di quel messaggio restano le parole esatte, Abbiamo fatto un errore. L'errore, scrive, nasceva da ignoranza culturale, ma l'ignoranza non è una scusa. Alessandro Michele, il direttore creativo che aveva rifatto Gucci in una settimana, si assume la piena responsabilità. Di quanto valore si brucia in quei giorni, Bizzarri parla con una sola frase, parli di centinaia e centinaia di milioni. Ma la parte che si ricorda meno è quella che viene dopo. Bizzarri non si ferma al memo. Va ad Harlem, il quartiere nero di New York, scende nel seminterrato del Red Rooster, un ristorante, non una sala riunioni, e si siede a un tavolo con esponenti della comunità afroamericana. Ero l'unico bianco, dice. Da quel tavolo passa l'accelerazione di Changemakers, il programma di inclusione che Gucci aveva avviato l'anno prima. E passa un rapporto nuovo con Dapper Dan, il sarto di Harlem che negli anni Ottanta aveva costruito la propria fama proprio copiando i loghi delle grandi maison, Gucci compresa, e che quelle maison avevano cercato di fermare in tribunale. Adesso quel sarto e quell'azienda lavorano insieme. Non è una redenzione. È un'azienda che, messa con le spalle al muro, decide di andare a sedersi in una stanza dove non ha nessun vantaggio, e dove, se vuole ascoltare, deve stare zitta e ascoltare. Se state seguendo questa storia, tenete a mente questa scena, il seminterrato, l'unico bianco al tavolo. Perché Bizzarri è un uomo che ha costruito tutto sull'abilità di capire prima degli altri dove sta andando il mondo. E nel duemiladiciannove, mentre il maglione brucia centinaia di milioni, qualcos'altro, qualcosa di più grande di un maglione, ha già cominciato a muoversi sotto i piedi di Gucci. E di questo, tra poco, parleremo.
Le crepe
Marco Bizzarri, l'amministratore delegato che aveva portato Gucci da tre virgola cinque miliardi a quasi dieci, sostiene di aver visto il problema già nel duemilanovecento. no, sentite bene, già nel duemila diciannove. Proprio l'anno del record. Mentre tutti brindavano, lui guardava i numeri dei concorrenti, Gucci cresceva del quattro, cinque per cento. Louis Vuitton cresceva del venti. Qualcosa non tornava. E la diagnosi che Bizzarri dà oggi, a cose fatte, non riguarda la qualità del prodotto. Riguarda la sua abbondanza. I pezzi più riconoscibili di Gucci, quelli che chiunque sapeva identificare a colpo d'occhio, erano diventati troppi, e troppo facili da avere. E un marchio di lusso vive esattamente del contrario, vive di ciò che è difficile avere. Bizzarri dice di averlo detto chiaramente ad Alessandro Michele, il direttore creativo che aveva rifondato la casa, dissi ad Alessandro di cambiare qualcosa. E dice anche che Michele, dopo, si sentiva comunque onnipotente. Sette anni di successi ininterrotti producono proprio quello, la sensazione di non poter sbagliare. Da fuori, la stessa cosa la formula Luca Solca, l'analista che segue il settore lusso, con due parole inglesi, brand fatigue. Affaticamento del marchio. Perché per sette anni, dice, era arrivata sempre più della stessa cosa. E nel frattempo il campo di gioco si era spostato. Louis Vuitton, il rivale che cresceva cinque volte più in fretta, aveva messo alla guida della sua linea uomo Virgil Abloh, il designer americano venuto dalla cultura di strada. Con quella mossa si era presa la parte street e la parte giovane del mercato. Che era esattamente il terreno su cui Gucci aveva vinto nel duemilasedici. Il terreno le era stato portato via sotto i piedi. Michele lasciò il gruppo il ventitré novembre duemilaventidue. Nessuna rottura dichiarata, la formula ufficiale parlava di differenti prospettive. Un anno e mezzo dopo, nel marzo duemilaventiquattro, sarebbe diventato direttore creativo di Valentino. Intanto i numeri raccontavano la curva. Il picco di Gucci è il duemilaventidue, dieci miliardi e quattrocentottantasette milioni di incassi, con un margine operativo del trentacinque virgola sei per cento. L'anno dopo, il duemilaventitré, si chiuse a nove miliardi e ottocentosettantatré milioni, meno sei per cento, margine scivolato al trentatré virgola uno. La discesa era cominciata.
19 luglio 2023
L'annuncio arrivò quel giorno, il diciannove luglio duemilaventitré. Ma l'uscita effettiva di Marco Bizzarri da Gucci fu il ventitré settembre duemilaventitré, il giorno della prima sfilata di Sabato De Sarno, il nuovo direttore creativo chiamato a prendere il posto di Alessandro Michele. Se ne andò proprio mentre in passerella entrava il tentativo successivo. François-Henri Pinault, il numero uno del gruppo Kering che possiede Gucci, dichiarò che il gruppo stava costruendo un'organizzazione più solida per cogliere pienamente la crescita del mercato globale del lusso. Francesca Bellettini, l'amministratrice delegata di Saint Laurent, diventò vice-amministratore delegato di Kering con tutti i capi dei marchi alle sue dipendenze. E ad interim, alla guida di Gucci, andò Jean-François Palus, sì, proprio quel Palus, quello di cui è stato chiesto di tenere a mente il nome, la promessa si scioglie qui, il cerchio si chiude. Il titolo Kering, quel giorno, salì fino al sei virgola otto per cento in apertura a Parigi. Il mercato, cioè, applaudì l'uscita dell'uomo che aveva preso Gucci quando valeva tre virgola cinque miliardi e l'aveva lasciata a nove virgola sei.
Che cosa è successo dopo
Dopo l'uscita di Bizzarri e di Marco Bizzarri, l'amministratore delegato che aveva portato Gucci da tre virgola cinque miliardi a nove virgola sei, la casa ha continuato a cambiare persone. E la storia di chi è arrivato dopo serve a capire che cosa è rimasto. Il primo ad andarsene è Sabato De Sarno, il direttore creativo che aveva sostituito Alessandro Michele. De Sarno lascia Gucci il sei febbraio duemilaventacinque, dopo due anni di incarico. La collezione autunno-inverno duemilaventacinque sfilò lo stesso mese, il venticinque febbraio, ma senza il suo nome, la firma era dell'ufficio stile, quel gruppo di designer interni che lavora quando il direttore non c'è più. Il suo successore è Demna, il creatore georgiano che ha fondato il suo nome su Vetements e poi su Balenciaga, la voce più provocatoria del lusso degli ultimi dieci anni. Viene annunciato come direttore artistico di Gucci ed entra in carica il dieci luglio duemilaventacinque. Ma il suo debutto non è una sfilata, è un lookbook, si chiama La Famiglia, fotografato da Catherine Opie, una fotografa americana ritrattista, celebre per i suoi scatti diretti e senza concessioni, e pubblicato a settembre duemila venticinque. La prima sfilata vera arriva solo il ventisette febbraio duemilaventisei, a Milano, e a chiuderla in passerella è Kate Moss, la modella che per trent'anni è stata il volto di un'intera epoca della moda. Mentre questo succedeva, i numeri facevano altro. Facevano il conto di quello che era stato lasciato indietro. Il fatturato duemilaventacinque di Gucci è cinque virgola nove nove due miliardi, ventidue per cento in meno dell'anno prima. Già. Ma ascoltate bene, perché la caduta del fatturato è la parte meno grave. La parte grave è il margine. Ricordate il quarantuno per cento? Era il margine operativo del duemilanove diciannove, ogni cento euro di vendite ne lasciavano quarantuno di risultato. Nel duemila venticinque, di quei cento euro ne restano sedici. In valore assoluto vuol dire nove centosessantasei milioni di risultato operativo, contro i tremilasettecentotrentadue del duemila ventidue. Kering, il gruppo francese di François Pinault che possiede Gucci, ha chiuso il duemilaventacinque a circa quattordici virgola sei otto miliardi, in calo del tredici per cento. E dentro questo gruppo che si restringe, Gucci pesa ancora per il cinquantanove per cento del risultato operativo. Tradotto, il gruppo continua a dipendere dal marchio, proprio mentre il marchio smette di produrre risultato. È il cerchio che si chiude al contrario, la crescita che Bizzarri aveva costruito da tre virgola cinque a nove virgola sei miliardi, adesso scivola indietro quasi allo stesso ritmo, il fatturato da dieci virgola cinque a sei miliardi, il margine dal quarantuno al sedici per cento. E Bizzarri, che questa storia l'ha aperta lui, su quello che è successo dopo la sua uscita ha una posizione netta. Lo dice così, tagliare costi e personale nei negozi è la scelta sbagliata nel lusso, perché il negozio è il prodotto, tanto quanto la borsa.
Non è solo Gucci, ma è soprattutto Gucci
C'è una difesa comoda, a disposizione di chiunque abbia guidato un marchio in questi anni, ed è che è andata male a tutti, che il lusso intero ha piegato la testa. È una difesa vera a metà. E la metà vera conviene dirla subito, prima che la matematica dica il resto. Ascoltate i numeri del settore. Secondo lo studio Bain-Altagamma, nel duemilaventicinque il mercato mondiale dei beni personali di lusso vale circa trecentocinquantotto miliardi di euro. In calo del due per cento, e sostanzialmente fermo se si toglie l'effetto dei cambi. Ma il dato che fa paura non è quello. È che la base dei clienti si è ristretta a trecentotrenta milioni di persone, venti milioni in meno in un solo anno, il quindici per cento in meno rispetto ai quattrocento milioni del duemiladue. Nel duemiladue comprava lusso il sessanta per cento dei consumatori potenziali, nel duemilaventicinque, il quaranta, quarantacinque per cento. Il lusso ha perso decine di milioni di persone che ci entravano una volta ogni tanto, quelli che un pezzo all'anno, o uno ogni due, se lo concedevano. La fascia che rappresenta la porta d'ingresso di un marchio, il suo modo di stare dentro la cultura di tutti. Ed è esattamente la fascia su cui Gucci aveva costruito tutto, a partire dal duemilasedici. Quando il palcoscenico si svuota, svuota prima di tutto il posto dove quel palcoscenico si riempiva. La diagnosi di Marco Bizzarri, l'uomo che ha guidato Gucci per otto anni, quello dei tre virgola cinque miliardi che si è trasformati in nove virgola sei, è netta. Dopo il rimbalzo post-Covid, dice, tutti si sono seduti. Hanno alzato i prezzi senza continuare a innovare, fino al punto in cui il prezzo non corrisponde più né alla qualità né al valore che il cliente percepisce. E i giovani, a quel punto, se ne sono andati. Al Milano Fashion Global Summit del duemilaventicinque, Bizzarri l'ha detto guardando la platea, gli amministratori delegati di oggi non rischiano più, scelgono solo nomi già noti, già sicuri, già visti. E non crede che esista una ricetta unica per uscirne. Però la matematica non assolve lui, e non assolve nessuno. Il mercato è calato di qualche punto. Gucci è calato del quarantatré per cento dal picco. Facciamo il conto ad alta voce, perché è il conto che decide, qualche punto contro quarantatré. La parte del crollo che dipende dal marchio, dalle scelte, dalle persone, dagli anni, è largamente maggioritaria. Il vento contrario esiste. Ma questa non è una storia di vento. Che cosa sia oggi il lavoro di rimetterlo in piedi, lo dice il piano di Luca de Meo, l'amministratore delegato che Kering ha chiamato per rifare il gruppo, presentato al Capital Markets Day di Firenze il sedici aprile duemilaventisei. Più che raddoppiare il margine operativo rispetto al duemilaventicinque. Tagliare circa un miliardo di magazzino in dodici mesi. Chiudere circa duecentocinquanta negozi in quattro anni, di cui almeno cento nel duemilaventisei. È un piano che si chiama turnaround, ma che per come è fatto somiglia piuttosto a una ritirata ordinata con la speranza di un contrattacco. E il primo semestre del duemilaventisei è il primo segnale in controtendenza, Kering chiude a sette virgola ventidue miliardi, più uno per cento a perimetro comparabile, e Gucci, nel secondo trimestre, riduce il suo calo al due per cento, dall'otto per cento del primo. Piccolo. Ma nella direzione giusta. E mentre si discuteva di tutto questo, c'è stato un altro numero. Non miliardi, seicento euro. Nell'agosto duemilaventicinque, i sindacati dei commercio, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, hanno proclamato lo stato di agitazione per circa mille dipendenti dei negozi Gucci in Italia. Non era in ballo un piano industriale, non erano ristrutturazioni, erano seicento euro di welfare, previsti dal contratto integrativo firmato nel luglio duemiladue, e mai pagati. Seicento euro, in un marchio che ha fatturato miliardi sulle spalle di chi sta in piedi nel negozio tutto il giorno. Il ventun ottobre c'è stato lo sciopero di gruppo, con presidio a Scandicci, dove Gucci ha le sue officine. Non è solo Gucci, dice il grafico del settore. Ma è soprattutto Gucci.
Dove sta adesso
Dove sta adesso, Marco Bizzarri, l'uomo che per otto anni ha guidato Gucci, quello che l'ha portata da tre virgola cinque a nove virgola sei miliardi e poi se n'è andato? Si è rimesso al lavoro, ma in un altro modo. Nel marzo duemilaventiquattro ha costituito una holding che si chiama Nessifashion, di cui è amministratore unico, e con cui ha investito in Elisabetta Franchi, la stilista, in Visionnaire, nel design, in Golden Goose, le scarpe, e in Illy, il caffè. Un mese dopo, ad aprile, è entrato in una nuova società, Faro Alternative Investments, nata per sostenere le piccole e medie imprese italiane della moda e del design. Non più un solo marchio da portare da tre virgola cinque miliardi a nove virgola sei, tanti pezzi piccoli d'Italia da far crescere. Il pezzo più interessante è Golden Goose, il marchio delle sneaker volutamente consumate, quelle che escono dalla fabbrica già rovinate, come se fossero state vissute. Bizzarri c'è entrato come consigliere non esecutivo nell'aprile duemilaventiquattro, e nel giugno duemilaventisei ne è diventato presidente non esecutivo, dopo il passaggio della maggioranza a un grande fondo americano di investimenti che compra aziende. I numeri di questa azienda raccontano una storia che a lui, evidentemente, piace più di ogni altra, duecentosessantasei milioni di ricavi nel duemilaventi, settecentotrentaquattro nel duemilaventicinque, e un primo trimestre del duemilaventisei in crescita del dieci per cento. Cresce mentre il resto del lusso perde clienti. Ed è questa, forse, l'unica dimostrazione che a Bizzarri interessa davvero, che si può crescere controcorrente, se la cosa che vendi la vuole davvero qualcuno. Poi c'è il colpo più recente, e il più carico di significato. Il ventinove novembre duemilaventicinque Bizzarri è entrato nel consiglio di amministrazione di Giorgio Armani, come consigliere senza deleghe operative, insieme a Pantaleo Dell'Orco, Giuseppe Marsocci, Silvana Armani, Andrea Camerana, John Hooks, Federico Marchetti e Angelo Moratti. È il board nominato dopo la morte di Giorgio Armani, avvenuta nel settembre duemilaventicinque, e dopo la pubblicazione del testamento, che indica come possibili azionisti di minoranza il colosso francese del lusso guidato dalla famiglia Arnault, L'Oréal, il gruppo francese dei cosmetici, ed EssilorLuxottica, l'azienda italo-francese degli occhiali. La più grande azienda italiana della moda rimasta italiana. Alle prese, oggi, con la stessa domanda che Gucci si è già posta due volte, chi disegna, quando chi ha disegnato non c'è più. Un uomo che quella domanda l'ha vissuta da dentro, adesso siede al tavolo dove altri la stanno affrontando. E di tutte le persone incontrate in una carriera lunghissima, quella che Bizzarri considera più straordinaria non è nessuno dei nomi che sono passati in questa storia. È Domenico De Sole, l'uomo che aveva salvato Gucci una volta prima di lui, negli anni Novanta, insieme a Tom Ford. Il salvatore che ha riconosciuto un altro salvatore. Poi resta un fatto, e una domanda. Il fatto, fra il gennaio duemilacinque e il duemiladiciannove una persona ha buttato via una collezione già pagata, ha comprato la successiva per un decimo dei negozi, ha messo il futuro del marchio nelle mani di un impiegato che nessuno conosceva, e ha portato un'azienda da tre virgola cinque a nove virgola sei miliardi, con il margine più alto di tutto il settore. La domanda è quella che si è posta la borsa il diciannove luglio duemilaventitré, il giorno in cui quella persona se ne andava e il titolo saliva del sei virgola otto per cento. Ai sei anni successivi, quella domanda è già stata data una risposta. Una risposta che non lascia molto spazio.
Diciannove gennaio 2015, Milano
La collezione che avrebbe dovuto sfilare quel giorno non sfilò. Era stata preparata da Frida Giannini, direttrice creativa di Gucci per otto anni, la cui uscita era stata annunciata a dicembre insieme a quella dell'amministratore delegato Patrizio di Marco. Giannini avrebbe dovuto restare fino a marzo. Se ne andò invece due settimane prima della sfilata uomo, senza spiegazioni pubbliche.
Quello che andò in passerella il 19 gennaio, per l'autunno-inverno 2015-16, era stato ridisegnato in meno di una settimana da un uomo che lavorava dentro l'azienda da dodici anni e che fuori non conosceva nessuno: Alessandro Michele, direttore degli accessori. Pizzi, colori sbagliati apposta, camicie con il fiocco addosso agli uomini, occhiali grandi, una sfilata che non somigliava a Gucci e non somigliava a niente di quello che si vedeva a Milano in quella stagione.
In prima fila c'era il nuovo amministratore delegato, arrivato da tre settimane. «Ero in prima fila», ha raccontato, «le sfilate si guardavano un po' così. Ma cos'è?» Due giorni dopo, il 21 gennaio, Michele veniva nominato direttore creativo.
Nessuno, in quella sala, avrebbe scommesso su di lui. Chi lo aveva scelto lo sapeva: «Chiaramente tutti mi han detto che ero matto».
Il figlio dei due operai della ceramica
Marco Bizzarri è nato a Reggio Emilia il 19 agosto 1962. I genitori lavoravano tutti e due in una ceramica — l'industria che in quegli anni teneva in piedi mezza provincia fra Reggio, Modena e Sassuolo. La misura della casa in cui è cresciuto sta in due dettagli che ha raccontato lui: a pranzo, nel panino, non c'era prosciutto, c'era mortadella, «costava un po' meno»; e le arti marziali, che costavano cento lire al mese di troppo, erano fuori discussione, quindi si giocava a calcio, gratis, il sabato pomeriggio, e si passava la settimana a sperare che non piovesse, perché se pioveva la partita saltava e bisognava aspettarne un'altra.
Non un motorino truccato: un Ciao. È un dettaglio comico solo se si sa che Bizzarri è alto due metri.
Fece ragioneria, all'istituto Barozzi di Modena. Il primo giorno di scuola si guardò con il compagno di banco e ci rimase seduto accanto cinque anni: era Massimo Bottura, che sarebbe diventato uno dei cuochi più noti del mondo. Poi, senza saper dire perché, decise di non fare l'università — con dispiacere di sua madre, che a Modena si sarebbe iscritta a Economia.
Il servizio militare lo fece prima a Salerno, poi a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Le brande erano lunghe un metro e novanta e lui ci stava con i piedi fuori. Quando un maggiore gli chiese perché tornasse a dormire a casa tutte le sere, rispose che se gli cambiavano il letto restava. Non gli cambiarono il letto: gli diedero il posto di furiere — quello che firmava le licenze per tutta la truppa. Il ragionamento della truppa, come lo racconta lui, era semplice: uno capace di negoziare così con il maggiore è uno che porta avanti le nostre richieste.
![Titre uniforme : Cimarosa, Domenico (1749-1801). Compositeur. [La vergine del sole] Livret de Ferdinando Moretti. - 1re représentation : probablement Saint Petersbourg, Théâtre de l'Hermitage, 1788 (?](immagini/im01.jpg?v=c2488528)
La cabina telefonica
Alla fine del militare voleva una cosa sola: andarsene dal paese. «Volevo togliermi da questa provincialità.» Con i genitori parlava in dialetto emiliano; sua nonna parlava solo quello.
C'erano sette grandi società di consulenza, e la migliore secondo lui era Andersen — il ramo che negli anni sarebbe diventato Accenture. Non lo avevano chiamato. Allora entrò in una cabina telefonica con i gettoni e chiamò lui. Dall'altra parte una donna gli spiegò che non funzionava così: sono loro che chiamano, sulla base dei risultati, e chiamano solo i migliori. Lui rispose che nel suo caso avevano evidentemente fatto un errore, e che quindi era il caso che lo chiamassero. Quella si mise a ridere. Lo chiamò. Tre colloqui in un giorno, assunto. Anni dopo quella donna sarebbe diventata la sua segretaria. Era il 1986.
Due anni più tardi chiese di andare a imparare l'inglese: la società aveva un centro di formazione a St. Charles, vicino a Chicago. Non capiva una parola. «Veramente niente, zero.» Gli americani lo trattavano come si tratta uno che non capisce: lo mettevano a fare i giochi, lascia stare. L'ultimo dei sei giorni, in bagno, si trovò accanto all'istruttore e gli disse, orgoglioso, che quel giorno aveva capito l'ottanta per cento di quello che aveva detto. L'istruttore lo guardò: peccato che le cose importanti fossero nel restante venti.
Tornò in Italia e cominciò a studiare inglese in macchina, con le cassette, tutti i giorni. Un anno dopo era di nuovo a St. Charles, con lo stesso istruttore, e lo parlava meglio di quasi tutti quelli che erano lì.
Venti ragazze con una pagina di Vogue
Nel 1993, dopo sette anni di consulenza e uno stipendio che per un trentenne era molto alto, se ne andò. Lo chiamò l'amministratore delegato di Mandarina Duck, che era stato suo cliente. Il marchio bolognese delle borse in gomma faceva, dice, cinquanta miliardi di lire, «che ai tempi era tanta roba».
Il suo primo lavoro fuori dall'Italia fu l'acquisizione del distributore di Hong Kong, secondo mercato dell'azienda: ne diventò direttore generale, e a settembre arrivò la crisi finanziaria asiatica, che gli portò via il valore di quello che aveva appena comprato.
Poi il gruppo comprò una piccola pelletteria francese, Lamarthe. Bizzarri seguì l'operazione e ne divenne dirigente e amministratore — nel registro societario francese risulta direttore generale aggiunto e consigliere dal 15 marzo 2002. L'azienda perdeva soldi e non ne aveva da investire in pubblicità.
Assunse una direttrice prodotto molto brava, che disegnò una borsa molto bella. Poi si trovò davanti il problema di sempre: i negozi multimarca non la volevano, avevano già comprato, avevano magazzino. Allora fece fotografare la borsa su una pagina di Vogue Francia. Poi — è lui a dire che detta oggi la cosa suona sessista — assunse venti belle ragazze, diede a ciascuna una copia del giornale, e il sabato pomeriggio, con i negozi pieni di gente, le mandò a chiedere quella borsa nei negozi che non l'avevano voluta comprare. Ce l'ha questa borsa? No, non ce l'abbiamo.
Il giorno dopo cominciarono a chiamare per venire in showroom.
Nel 2000 il proprietario di Mandarina Duck gli offrì la guida dell'intero gruppo.
Il Natale del 2004
Nel 2004 lasciò Mandarina Duck. Lo definisce «un grande errore», e la ragione è una sola: se ne andò senza avere un altro posto. «Quando ero lì ed ero di successo mi chiamavano tutti, vieni a fare il CEO di qua, vieni a fare il CEO di là. Poi ho detto: tanto vado via, troverò posto. E invece: spariti tutti.»
Aveva moglie e figli. Era dicembre. Sua moglie era al supermercato a comprare i regali di Natale quando lo chiamò e gli sentì qualcosa nella voce. Cosa succede? Sono venuto via da Mandarina. Lei rimise i giochi sugli scaffali, uno per uno, e gli disse di aspettare che tornava a casa, che c'era da rifare i conti.
Il suggerimento che da allora ripete a chiunque sia più giovane di lui è quello: mai lasciare un posto di lavoro senza averne un altro.
Nei mesi che seguirono lo chiamò l'ex importatore di Mandarina Duck in Australia, che a Sydney vendeva anche orologi di lusso e cercava un direttore generale. Bizzarri ci andò a vedere. Il paese gli sembrò meraviglioso — natura incredibile, e gente che va a letto alle sei di sera e si sveglia alle quattro. Era solo, dall'altra parte del mondo. In una pizzeria italiana, a Sydney, gli squillò il telefono: era François Girbaud, il francese dello stone washing, che cercava un direttore generale per il proprio marchio. Bizzarri prese il volo per Parigi.
Restò con lui sette o otto mesi. Anche quella era un'azienda piccola, con un fondatore presente ovunque, che suonava la chitarra. Bizzarri capì che la sua carriera stava «prendendo delle pieghe strane».
![Titre uniforme : Cimarosa, Domenico (1749-1801). Compositeur. [La vergine del sole] Livret de Ferdinando Moretti. - 1re représentation : probablement Saint Petersbourg, Théâtre de l'Hermitage, 1788 (?](immagini/im02.jpg?v=4e40144d)
Stella McCartney: due anni per non essere chiusi
Nel 2005 diventò presidente e amministratore delegato di Stella McCartney, allora dentro Gucci Group. Il marchio, racconta, fatturava dieci milioni di sterline e ne perdeva altrettanti.
In quel periodo l'amministratore delegato del gruppo era Robert Polet, e Bizzarri ricorda una sua dichiarazione al Financial Times che chiudeva ogni discussione: i marchi emergenti che non fossero diventati profittevoli sarebbero stati chiusi entro due anni. Non era una minaccia rivolta a lui: era il quadro dentro cui lavorava.
Il primo utile arrivò nel 2007. Erano gli anni in cui l'alta moda scopriva che poteva parlare a un pubblico enormemente più largo senza morirne: la prima collaborazione di quel tipo, H&M con Karl Lagerfeld, era del novembre 2004, e aveva riscritto le regole su che cosa un marchio di lusso potesse permettersi di fare.
Bizzarri lasciò Stella McCartney nel 2009, con il marchio in utile.
Bottega Veneta, una settimana prima di Lehman
Prese la guida di Bottega Veneta nel 2008. Il marchio veneto dell'intreccio senza logo era una delle macchine più redditizie del gruppo: fatturato intorno ai quattrocento milioni, EBITil risultato operativo, cioè quello che resta dei ricavi dopo tutti i costi della gestione ma prima di interessi e tasse — la misura di quanto un marchio guadagna facendo il proprio mestiere intorno al trenta per cento.
Circa sei mesi dopo il suo arrivo, l'azienda perse il dieci per cento del fatturato. La settimana prima era fallita Lehman Brothers.
Nel 2009 Bottega Veneta fece 402 milioni di ricavi. Nel 2013, l'anno in cui Bizzarri lasciò, aveva superato il miliardo — con un margine che secondo il suo racconto era salito al 33%. Cinque anni, ricavi più che raddoppiati, redditività cresciuta mentre cresceva la scala: nel lusso è la combinazione che quasi non si vede mai, perché di solito per crescere si vende di più e peggio.
Nel 2012 François-Henri Pinault, proprietario del gruppo, gli propose di guidare l'intera divisione lusso — quel Gucci Group che nel 2013 avrebbe cambiato nome in Kering.
Pinault chiama
Due anni dopo la telefonata fu diversa. «Marco, devi prendere Gucci, perché non sta andando bene.»
Gucci nel 2014 non era un'azienda in perdita: era un'azienda che cresceva meno del proprio mercato. Fatturava 3,497 miliardi di euro, l'1,1% in meno dell'anno prima. Nel quarto trimestre aveva perso l'1,6%. La pelletteria valeva il 58% dei ricavi, le calzature il 15%. Nei due anni precedenti aveva perso quota di mercato mentre Prada, Hermès e Louis Vuitton crescevano, e alcuni negozi in posizioni strategiche erano in perdita.
È la situazione più difficile da raccontare a un consiglio di amministrazione, perché non c'è un'emergenza: c'è solo un marchio che smette lentamente di essere interessante. E siccome i margini restavano sopra il quaranta per cento, ogni mossa costava carissima. È qui che va messa la frase che Bizzarri usa per descrivere quello che gli chiedevano di fare: «Metti un miliardo, due miliardi ogni volta sul tavolo».
Diventò presidente e amministratore delegato di Gucci nel gennaio 2015, a cinquantadue anni.
![Titre uniforme : Cimarosa, Domenico (1749-1801). Compositeur. [La vergine del sole] Livret de Ferdinando Moretti. - 1re représentation : probablement Saint Petersbourg, Théâtre de l'Hermitage, 1788 (?](immagini/im03.jpg?v=bee83b37)
Cinquanta negozi invece di cinquecento
Le persone dentro l'azienda gli indicarono Alessandro Michele, che faceva gli accessori. Si erano conosciuti alla fine del 2014. Buttarono via la collezione già pronta e la rifecero.
Poi Bizzarri fece la cosa che nessun amministratore delegato fa quando ha appena scommesso su un direttore creativo sconosciuto: comprò pochissimo. La prima collezione di Michele fu prodotta per cinquanta negozi invece dei cinquecento abituali. Se non avesse funzionato, il danno sarebbe stato contenuto; se avesse funzionato, i negozi che non l'avevano avrebbero visto i numeri di quelli che sì, e la conversione sarebbe avvenuta da sola. È una scelta che protegge il rischio dal lato del magazzino e lo lascia intero dal lato dell'idea.
Contemporaneamente trasformò di fatto circa cinquecento negozi in outlet per smaltire il magazzino della gestione precedente. E passò i primi quattro mesi a parlare: settemila persone incontrate, negozio per negozio, sede per sede, a raccontare la strategia. È un numero che dice cosa pensasse fosse il vero ostacolo — non il prodotto, ma ventimila persone che dovevano smettere di fare quello che avevano sempre fatto.
Dopo un mese assunse da Valentino Jacopo Venturini come direttore merchandising. Luca Solca, analista di Bernstein, considera quell'assunzione una delle ragioni non raccontate del successo: qualcuno che prese le idee di Michele e le trasformò in collezioni strutturate, con prezzi e prodotti che stavano in piedi sul mercato.
Il 2015 chiuse a 3,898 miliardi. Nel 2017 erano 6,211. Nel 2018, 8,285.
Il decennio in cui Gucci fu ovunque
Fra il 2014 e il 2019 Instagram passò da circa cento milioni di utenti a oltre un miliardo. La cosa più intelligente che Gucci fece in quegli anni fu accorgersene prima degli altri e comportarsi di conseguenza, cioè smettere di trattare quello spazio come un problema legale.
L'esempio migliore è un artista che si faceva chiamare Gucci Ghost e che dipingeva il logo del marchio, non autorizzato, su capi che poi vendeva. La risposta standard è una diffida. Gucci lo chiamò, gli fece disegnare una collezione e lo mandò in passerella.
Poi arrivò Gucci Gang di Lil Pump, una canzone che ripete il nome del marchio decine di volte e che nessuno a Firenze aveva commissionato. Il segno che qualcosa aveva funzionato non fu una campagna: fu il fatto che per qualche anno il modo più veloce, in una canzone, per dire «ce l'ho fatta» era dire Gucci.
Il 7 giugno 2018, davanti agli investitori, Gucci fece una cosa insolita: mise per iscritto l'obiettivo. Portare i ricavi da 6,2 a 10 miliardi, senza indicare una data, crescendo al doppio del mercato — con un termine di paragone dichiarato, Louis Vuitton. Nello stesso piano c'era la riduzione del wholesalela vendita ai negozi multimarca e ai grandi magazzini, che porta volumi ma toglie il controllo su prezzi, sconti e presentazione del prodotto sotto il dieci per cento del giro d'affari.
Il 2019 chiuse a 9,628 miliardi, con un margine operativo ricorrentequanto resta di ogni euro di ricavi dopo i costi ordinari della gestione; nel lusso è la misura del potere di un marchio, perché dice quanto può far pagare sopra il costo di quello che vende del 41,0%. I dipendenti erano passati, nel corso della gestione, da circa diecimila a ventimila.
In cinque anni i ricavi erano quasi triplicati. Non era mai successo a un marchio di quella dimensione.
Nove maggio 2019: un miliardo e 250 milioni
C'è una riga di quegli anni che non compare nei racconti della rinascita di Gucci, ed è la più grossa.
Il 9 maggio 2019 Kering chiuse il contenzioso con l'Agenzia delle Entrate versando 1,250 miliardi di euro: 897 milioni di maggiore imposta, il resto sanzioni e interessi. È il più alto accordo di quel tipo mai firmato in Italia. La contestazione della Guardia di Finanza riguardava Luxury Goods International, la controllata svizzera del gruppo attraverso cui passava la commercializzazione: secondo gli accertamenti le funzioni si svolgevano di fatto a Milano e non in Svizzera, con ricavi non dichiarati in Italia per circa 14,5 miliardi su sette anni.
L'accordo cade nell'anno del margine record. Chi racconta il quinquennio d'oro senza questa riga sta raccontando metà del conto economico italiano di quel periodo.
Sullo stesso periodo esiste una seconda ricostruzione documentale, di natura diversa. Su Panorama dell'8 agosto 2025, Carmine Rotondaro ha ricostruito il pacchetto retributivo dell'amministratore delegato partendo da un'email del 17 dicembre 2014 pubblicata da Mediapart, da un verbale della Guardia di Finanza del gennaio 2019 e da un'inchiesta del Fatto Quotidiano: una retribuzione netta intorno agli otto milioni di euro l'anno a obiettivi raggiunti, articolata su due contratti — uno con una società lussemburghese, uno con Guccio Gucci Spa — con residenza fiscale in Svizzera, benefit per 280 mila euro e un piano di incentivi di lungo termine; più un bonus straordinario nel 2017 di oltre 43 milioni, a titolo di compensazione per la regolarizzazione fiscale. Kering non ha mai confermato pubblicamente quei numeri.
E c'è una terza vicenda, ricostruita da Editoriale Domani il 20 maggio 2024. Il 10 febbraio 2023 un ex collaboratore del gruppo inviò all'Agenzia delle Entrate un esposto sulla ristrutturazione del Gucci Hub di via Mecenate a Milano — lavori chiusi nel settembre 2016, costo intorno ai cento milioni. Il punto contestato: fra i consulenti del progetto compariva una società londinese costituita un mese prima del proprio coinvolgimento, il cui azionista era la moglie di Jean-François Palus, numero due del gruppo. Kering ha risposto che si trattava di servizi reali di auditing e consulenza, fatturati a tariffe di mercato, rifiutando di indicarne l'importo. Sempre secondo Domani, Bizzarri avrebbe espresso disapprovazione su quei rapporti.
Tenete a mente il nome di Palus. Torna alla fine.

Il maglione
Nel febbraio 2019 Gucci mise in vendita un passamontagna-maglione nero da 890 dollari, con l'apertura della bocca cerchiata di rosso. Le accuse arrivarono in poche ore: quel capo, indossato, richiamava il blackface.
Il prodotto fu ritirato. Il 12 febbraio Bizzarri mandò un memo interno ai dipendenti di cui restano le parole esatte: «Abbiamo fatto un errore». L'errore, scrisse, nasceva da ignoranza culturale, «ma l'ignoranza non è una scusa». Michele si assunse la piena responsabilità.
Della velocità con cui si brucia valore in quei giorni Bizzarri parla con una sola frase: «parli di centinaia e centinaia di milioni».
Quello che fece dopo è la parte che si ricorda meno. Andò a Harlem, nel seminterrato del Red Rooster, a incontrare esponenti della comunità afroamericana. «Ero l'unico bianco», dice. Da lì passò l'accelerazione del programma Changemakers, avviato l'anno prima, e il rapporto con Dapper Dan — il sarto di Harlem che negli anni Ottanta aveva costruito la propria fama proprio copiando i loghi delle maison, Gucci compresa, e che quelle maison avevano combattuto in tribunale.
Non è una redenzione: è un'azienda che, messa in un angolo, decide di andare a sedersi in una stanza dove non ha nessun vantaggio.
Le crepe
Bizzarri sostiene di aver visto il problema già nel 2019, l'anno del record: Gucci cresceva del quattro-cinque per cento mentre Louis Vuitton cresceva del venti.
La diagnosi che dà oggi non riguarda la qualità del prodotto, riguarda la sua abbondanza. I pezzi più riconoscibili erano diventati troppi e troppo facili da avere, e un marchio di lusso vive esattamente del contrario. Dice di averlo detto a Michele — «dissi ad Alessandro di cambiare qualcosa» — e dice anche, dopo, che Michele «si sentiva comunque onnipotente». Luca Solca lo formula dall'esterno con altre parole: brand fatigue, perché per sette anni era arrivata più della stessa cosa.
Nel frattempo il campo si era mosso. Louis Vuitton aveva messo Virgil Abloh alla guida della linea uomo, prendendosi la parte street e la parte giovane del mercato, che era esattamente il terreno su cui Gucci aveva vinto nel 2016.
Michele lasciò il gruppo il 23 novembre 2022, con la formula ufficiale delle «differenti prospettive». Sarebbe diventato direttore creativo di Valentino nel marzo 2024.
Il picco di Gucci è il 2022: 10,487 miliardi, margine 35,6%. Il 2023 chiuse a 9,873 miliardi, in calo del 6%, con il margine al 33,1%.
Diciannove luglio 2023
L'annuncio arrivò quel giorno. L'uscita effettiva fu il 23 settembre 2023 — il giorno della prima sfilata di Sabato De Sarno, il nuovo direttore creativo. Se ne andò mentre in passerella entrava il tentativo successivo.
Pinault dichiarò che il gruppo stava «costruendo un'organizzazione più solida per cogliere pienamente la crescita del mercato globale del lusso». Francesca Bellettini diventò vice-amministratore delegato di Kering con tutti i capi dei marchi alle sue dipendenze. Ad interim, alla guida di Gucci, andò Jean-François Palus. Il titolo Kering, quel giorno, salì fino al 6,8% in apertura a Parigi.
Il mercato, cioè, applaudì l'uscita dell'uomo che aveva quasi triplicato quel marchio in cinque anni.
Che cosa è successo dopo
Sabato De Sarno lasciò Gucci il 6 febbraio 2025, dopo due anni: la collezione autunno-inverno 2025 sfilò il 25 febbraio firmata dall'ufficio stile. Demna fu annunciato direttore artistico ed entrò in carica il 10 luglio 2025; debuttò non con una sfilata ma con un lookbook, La Famiglia, fotografato da Catherine Opie e pubblicato a settembre 2025. La prima sfilata vera è del 27 febbraio 2026, a Milano, chiusa da Kate Moss.
I numeri, nel frattempo, hanno fatto questo:
Il fatturato 2025 di Gucci è 5,992 miliardi, il 22% in meno dell'anno prima. Ma la caduta del fatturato è la parte meno grave. La parte grave è il margine.
Nel 2019 ogni cento euro di vendite ne lasciavano quarantuno di risultato operativo; nel 2025 sedici. In valore assoluto: 966 milioni contro i 3.732 del 2022. Kering ha chiuso il 2025 a circa 14,68 miliardi, in calo del 13%, e Gucci pesa ancora per il 59% del risultato operativo del gruppo — cioè il gruppo continua a dipendere dal marchio proprio mentre il marchio smette di produrre.
Bizzarri, sulla gestione successiva alla sua, ha una posizione netta: tagliare costi e personale nei negozi è la scelta sbagliata nel lusso, perché il negozio è il prodotto quanto la borsa.
I ricavi di Gucci, dall'anno prima di Bizzarri all'anno dopo il crollo (milioni di euro)
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gamma97Non è solo Gucci, ma è soprattutto Gucci
C'è una difesa comoda a disposizione di chiunque abbia guidato un marchio in questi anni, ed è che il settore intero è andato male. È vera a metà, e la metà vera conviene dirla per prima.
Secondo lo studio Bain-Altagamma, nel 2025 il mercato dei beni personali di lusso vale circa 358 miliardi di euro, in calo del 2% a cambi correnti e sostanzialmente piatto a cambi costanti. Il dato serio non è quello: è che la base dei clienti si è ristretta a 330 milioni di persone, venti milioni in meno in un anno e il 15% in meno rispetto ai 400 milioni del 2022. Nel 2022 comprava il 60% dei consumatori potenziali; nel 2025 il 40-45%. Il lusso ha perso decine di milioni di persone che ci entravano una volta ogni tanto — la fascia aspirazionalechi compra lusso occasionalmente, un pezzo all'anno o meno, e che rappresenta la porta d'ingresso di un marchio e la sua presenza nella cultura, che è esattamente la fascia su cui Gucci aveva costruito il 2016.
La diagnosi di Bizzarri sul settore è che dopo il rimbalzo post-Covid tutti si sono «seduti»: hanno alzato i prezzi senza continuare a innovare, fino a un punto in cui il prezzo non corrisponde più né alla qualità né al valore percepito, e i giovani se ne sono andati. Al Milano Fashion Global Summit del 2025 ha attaccato gli amministratori delegati che «non rischiano più» e scelgono solo nomi già noti. Non crede che esista una ricetta unica per uscirne.
Ma la matematica non lo assolve e non assolve nessuno: il mercato è calato di qualche punto, Gucci del 43% dal picco. La componente specifica del marchio è largamente maggioritaria.
Che cosa sia adesso il lavoro lo dice il piano di Luca de Meo, presentato al Capital Markets Day di Firenze il 16 aprile 2026: più che raddoppiare il margine operativo rispetto al 2025, tagliare circa un miliardo di magazzino in dodici mesi, chiudere circa 250 negozi in quattro anni, di cui almeno cento nel 2026. Il primo semestre 2026 è il primo segnale in controtendenza: Kering a 7,22 miliardi, +1% a perimetro comparabile, e Gucci che nel secondo trimestre riduce il calo al 2%, dall'8% del primo.
Nell'agosto 2025, mentre si discuteva di tutto questo, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno proclamato lo stato di agitazione per circa mille dipendenti dei negozi Gucci in Italia: non era in ballo un piano industriale, erano seicento euro di welfare previsti dall'integrativo del luglio 2022 e non pagati. Il 21 ottobre c'è stato lo sciopero di gruppo, con presidio a Scandicci.
Dove sta adesso
Nel marzo 2024 Bizzarri ha costituito una holding, Nessifashion, di cui è amministratore unico, e con cui ha investito in Elisabetta Franchi, Visionnaire, Golden Goose e Illy. Ad aprile è entrato in una newco, Faro Alternative Investments, nata per sostenere le piccole e medie imprese italiane della moda e del design.
In Golden Goose è entrato come consigliere non esecutivo nell'aprile 2024 ed è diventato presidente non esecutivo nel giugno 2026, dopo il passaggio della maggioranza a HSG. È il marchio delle sneaker volutamente consumate: 266 milioni di ricavi nel 2020, 734 nel 2025, primo trimestre 2026 in crescita del 10%. Cresce mentre il resto del lusso perde clienti, il che è l'unica dimostrazione che a Bizzarri interessa davvero.
Il 29 novembre 2025 è entrato nel consiglio di amministrazione di Giorgio Armani come consigliere senza deleghe operative, insieme a Pantaleo Dell'Orco, Giuseppe Marsocci, Silvana Armani, Andrea Camerana, John Hooks, Federico Marchetti e Angelo Moratti: il board nominato dopo la morte di Giorgio Armani nel settembre 2025 e la pubblicazione del testamento, che indica LVMH, L'Oréal ed EssilorLuxottica come possibili azionisti di minoranza. La più grande azienda italiana della moda rimasta italiana, alle prese con la domanda che Gucci si è già posta due volte: chi disegna, quando chi ha disegnato non c'è più.
Di tutte le persone incontrate in carriera, quella che considera più straordinaria non è nessuno dei nomi che compaiono in questa storia. È Domenico De Sole, l'uomo che aveva salvato Gucci una volta prima di lui, negli anni Novanta, con Tom Ford.
Resta un fatto e una domanda. Il fatto: fra il gennaio 2015 e il 2019 una persona ha buttato via una collezione già pagata, ha comprato la successiva per un decimo dei negozi, ha messo il futuro del marchio nelle mani di un impiegato che nessuno conosceva, e ha portato un'azienda da 3,5 a 9,6 miliardi con il margine più alto del settore. La domanda è quella che si è fatta la borsa il 19 luglio 2023, quando il titolo salì del 6,8% alla notizia che quella persona se ne andava — e a cui i sei anni successivi hanno dato una risposta che non lascia molto spazio.
Riferimenti
- Marco Bizzarri — Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Marco_Bizzarri
- Gucci — Wikipedia (tabella dei risultati finanziari, fonte Kering) — https://en.wikipedia.org/wiki/Gucci
- Global revenue of Gucci 2012-2025 — Statista — https://www.statista.com/statistics/1494237/gucci-global-revenue/
- Gucci Financials (dati Kering) — Fashionbi — https://fashionbi.com/brands/gucci/financials
- Kering makes progress in 2014 but star Gucci misses the mark — FashionNetwork — https://ww.fashionnetwork.com/news/Kering-makes-progress-in-2014-but-star-Gucci-
- Bottega Veneta CEO says bigger, not more shops key to growth — FashionNetwork — https://us.fashionnetwork.com/news/Bottega-veneta-ceo-says-bigger-not-more-shops
- Gucci CEO Marco Bizzarri to step down — CNN, 19 luglio 2023 — https://www.cnn.com/2023/07/19/business/gucci-ceo-marco-bizzarri
- Marco Bizzarri — registro societario francese (Lamarthe) — https://www.verif.com/en/leaders/Marco-BIZZARRI-184845/
- Stella McCartney Sales Climb in '05 — WWD — https://wwd.com/business-news/financial/feature/stella-mccartney-sales-climb-in-
- Unpacking How Karl Lagerfeld's 2004 H&M Collaboration Changed Fashion — WWD — https://wwd.com/fashion-news/fashion-features/feature/how-karl-hm-collaboration-
- Frida Giannini lascia Gucci in anticipo; la sfilata uomo autunno-inverno 2015-16 — Il Post, 2 febbraio 2015 —
- Gucci prima di Bizzarri: quote di mercato e negozi in perdita — MilanoFinanza, 13 gennaio 2023 —
- Gucci fissa l'obiettivo dei 10 miliardi di ricavi (investor day) — Reuters / FashionNetwork / Business of Fashion / Fortune, 7 giugno 2018 —
- Kering versa 1,250 miliardi all'Agenzia delle Entrate: il caso Luxury Goods International — Il Sole 24 Ore / Il Post, 9 maggio 2019 —
- Il meccanismo fiscale di Gucci ricostruito su sette anni — Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2022 —
- Il pacchetto retributivo di Marco Bizzarri: ricostruzione documentale di Carmine Rotondaro — Panorama, 8 agosto 2025 —
- L'esposto sul Gucci Hub di via Mecenate e i consulenti del progetto — Editoriale Domani, 20 maggio 2024 —
- Il memo di Bizzarri ai dipendenti dopo il ritiro del maglione: «We made a mistake» — Fashionista / WWD / NPR / CBC, 12 febbraio 2019 —
- Alessandro Michele lascia Gucci — ANSA / Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2022 —
- L'uscita di Bizzarri e la prima sfilata di Sabato De Sarno — Washington Post / Fortune / Sky TG24, 23 settembre 2023 —
- Sabato De Sarno lascia Gucci — Il Post / Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2025 —
- Risultati Kering FY2025: Gucci a 5,992 miliardi, margine 16,1% — Luxury Tribune / nss magazine, 10 febbraio 2026 —
- Kering, primo semestre 2026 e piano «ReconKering» (Capital Markets Day di Firenze, 16 aprile 2026) — 28 luglio 2026 —
- Luxury Goods Worldwide Market Study, edizione 2025 — Bain & Company / Altagamma —
- Marco Bizzarri sul podcast Chapeau Project: le crepe del 2019 e la diagnosi sull'eccesso di prodotti iconici — LaConceria, 3 luglio 2026 / Alanews, 1 luglio 2026 —
- Luca Solca (Bernstein) sulla brand fatigue di Gucci e il ruolo di Jacopo Venturini —
- Stato di agitazione dei dipendenti retail Gucci Italia e sciopero di gruppo Kering — Cgil Toscana, agosto-ottobre 2025 —
- Nessifashion, Faro Alternative Investments e il ruolo in Golden Goose — MilanoFinanza / ANSA, 13 novembre 2024 —
- Il nuovo consiglio di amministrazione di Giorgio Armani — 29 novembre 2025 —