Sabato 29 agosto 2026 gli islandesi hanno risposto a una domanda sola — se l'Islanda debba riaprire i negoziati di adesione all'Unione europea — e hanno risposto No: 99.037 voti contro 89.459, 52,54% contro 47,46%, 9.578 schede di differenza su 188.496 valide, con un'affluenza del 69,56% su 272.690 aventi diritto. Il voto è consultivo: il governo di Kristrún Frostadóttir si era impegnato a rispettarlo, non è giuridicamente obbligato a farlo, e la prima ministra aveva già dichiarato in campagna che un No terrebbe la questione europea fuori dall'agenda almeno fino al 2028. Sul tavolo non c'era l'adesione ma la riapertura di un negoziato congelato nel dicembre 2013 quando ventisette capitoli su trentatré erano già aperti e undici chiusi in via provvisoria. In gioco c'erano due cose molto concrete e di segno opposto: le acque, che l'adesione avrebbe portato dentro la Politica comune della pesca e che oggi sono sfruttate con quote controllate per tre quarti da venticinque aziende, e i tassi, con il costo del denaro all'8%, l'inflazione al 5,3% e mutui che secondo RTÉ arrivano al 12%. Ha vinto chi difendeva le prime, ha perso chi sperava nell'euro come àncora per i secondi.

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Novantanovemila islandesi fuori da Bruxelles
Quando si è chiuso lo spoglio, la cosa che davvero aveva cambiato stato in Islanda erano le acque. Non in un giorno, non di colpo. Ma il voto ha chiuso la sola strada che avrebbe potuto portare le zone di pesca islandesi dentro la politica comune della pesca europea, e insieme l'unico scenario in cui le quote di pescato sarebbero finite sul tavolo di qualcun altro. Oggi quelle quote sono controllate per tre quarti da venticinque aziende soltanto, secondo uno studio dell'Università d'Islanda. Venticinque aziende. Su tutto il pesce che quel paese vende al mondo. Il No ha raccolto novantanovemilatrentasette voti, il cinquantadue virgola cinquantaquattro per cento. Il Sì si è fermato a ottantanovemilaquattrocentocinquantanove. La differenza fa poco meno di diecimila schede, e per ribaltare l'esito ne sarebbe bastata la metà, cinquemila elettori che cambiassero fronte. Cinquemila. Poco più di un pescatore per barca, in un paese che di barche ne ha migliaia. L'affluenza si è fermata al sessantanove e mezzo per cento. Vuol dire che circa ottantatremila islandesi non si sono presentati alle urne. Sedici volte lo scarto che sarebbe bastato a rovesciare il verdetto. E qui serve la parola esatta, perché la parola cambia la sostanza. Il referendum era consultivo. Vuol dire che l'esito esprime l'indirizzo del corpo elettorale, ma non vincola giuridicamente il governo né il parlamento. Le emittenti hanno titolato che gli islandesi hanno votato per restare fuori dall'Unione europea, e quel titolo dice una cosa più larga del fatto. Il documento sotto il titolo parla di riaprire un negoziato, non di entrare. Il governo si era impegnato politicamente a rispettare il risultato, e la prima ministra Kristrún Frostadóttir, che il referendum l'ha voluto e l'ha perso, lo aveva anticipato in campagna, un No avrebbe tenuto la questione fuori dall'agenda almeno fino al duemilaventotto. È un impegno dichiarato, non un obbligo. E la differenza, in politica, a volte è tutto.
La domanda sulla scheda non era «entriamo?»
Sulla scheda, il ventinove agosto, la domanda non era entrare o non entrare. Era un'altra, e chi la leggeva doveva passare da una lingua all'altra per capirne il peso. In islandese, nella formulazione ufficiale dell'autorità elettorale, chiedeva se l'Islanda doveva riaprire i negoziati di adesione con l'Unione europea. Non l'adesione. La ripresa della trattativa. Sono due cose diverse, e la distanza fra loro era enorme. Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, la ministra degli Esteri, l'aveva descritta passo per passo prima del voto. Se fosse passato il Sì, avrebbe convocato la commissione Esteri dell'Alþingi, il parlamento islandese, che esiste dal novecentotrenta ed è la più antica assemblea legislativa ancora attiva al mondo. Poi avrebbe notificato l'Unione e messo insieme una squadra negoziale, con dentro sindacati, imprese, pesca e agricoltura. Il negoziato, da solo, sarebbe durato un anno e mezzo, forse due. E solo alla fine di quel percorso sarebbe arrivato un trattato. Il trattato avrebbe chiesto un secondo referendum, poi l'approvazione del parlamento, e infine una modifica alla costituzione. In Islanda la costituzione si cambia in un modo solo, due legislature consecutive devono approvarla, con le elezioni in mezzo. Chi ha votato Sì, quel sabato, chiedeva di aprire una porta che ne aveva altre quattro dietro. Chi ha votato No l'ha chiusa alla prima.
Il tavolo del 2013, apparecchiato a metà
Tutto comincia con un crollo. Nel duemilaotto le tre grandi banche islandesi falliscono, e il Paese intero capisce di non farcela da solo. Un anno dopo, il diciassette luglio duemilanove, l'Islanda bussa alla porta dell'Europa e presenta la domanda di adesione. I negoziati si aprono a Bruxelles nell'estate successiva, e in circa diciotto mesi di trattativa succede una cosa che pochi ricordano oggi, si lavora, e si lavora tanto. Ventisette capitoli su trentatré vengono aperti, undici chiusi in via provvisoria. Istruzione, scienza, tutela dei consumatori. L'Islanda deposita la propria posizione su ventinove. Poi, nel dicembre del duemilatredici, Reykjavík chiede di fermare tutto, e tutto si ferma. Ma il vero nodo arriva dopo, con un gesto che sembra piccolo. Il dodici marzo duemilacinque il ministro degli Esteri di allora, Gunnar Bragi Sveinsson, manda alla presidenza del Consiglio dell'Unione una lettera. Dentro c'è scritto che il governo non ha intenzione di riprendere i colloqui. Niente voto del parlamento, niente referendum. Una lettera, pubblicata sul sito del governo. Da lì nasce un'ambiguità che dura da undici anni, perché nessuno sa dire con certezza se la domanda del duemilanove sia ancora formalmente viva, o se un ministro abbia potuto ritirarla da solo. E qui l'incertezza non è un giro di parole del racconto. È un punto vero, e ha un posto preciso dove andare a finire, la commissione Esteri dell'Alþingi, il parlamento islandese. Dopo il No di agosto toccherà a lei decidere se strappare quella domanda del duemilanove, o lasciarla dov'è. Se la ritira, chi volesse ripartire fra dieci anni ripartirebbe da zero, perché i ventisette capitoli già aperti varrebbero come mai scritti. Se non lo fa, quei capitoli restano lì, tecnicamente disponibili, come un cantiere sospeso con i macchinari fermi e le impalcature in piedi. Per qualcuno la differenza è tutto. Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, oggi ministra degli Esteri, guida Viðreisn, il partito nato proprio sulla questione europea. Per loro scegliere uno dei due scenari significa scegliere fra una battuta d'arresto e una demolizione. Nel primo caso il lavoro di quei diciotto mesi di negoziato sopravvive alla sconfitta, e resta da qualche parte, ad aspettare. Nel secondo no. Non resta niente.
Venticinque aziende, tre quarti delle quote, un giornale
Adesso guardiamo chi ci aveva qualcosa da perdere. Il pesce, in Islanda, vale circa il quaranta per cento di tutto quello che il paese esporta, e circa l'otto per cento della sua economia. Nel duemilaventicinque sono stati un miliardo e quattrocento milioni di euro di pesce venduto proprio all'Unione europea. Ma questo peso non è distribuito. Secondo lo studio dell'Università d'Islanda, venticinque aziende controllano i tre quarti delle quote di pesca. Le venti maggiori, nel duemilaventiquattro, hanno investito un miliardo e duecento milioni di euro nella pesca, e altri quattrocento in aziende che di pesca non si occupano. La rendita del pesce paga una parte consistente del resto del paese. E il novanta per cento delle imprese del settore, prima del voto, era contrario all'adesione. Quel fronte arrivava al referendum con un conto aperto con il governo. Un anno prima, nel luglio del duemilaventicinque, il parlamento di Reykjavík aveva approvato la riforma dei canoni di pesca, i soldi che le imprese pagano allo Stato per il diritto di pescare le quote assegnate. Il prelievo sui trenta maggiori operatori era più che raddoppiato, a centoventitré milioni di euro. Era passata dopo centosessanta ore di dibattito, trentaquattro voti a favore e ventitré contro, nessun voto dell'opposizione, e il presidente del parlamento costretto a invocare il regolamento per chiudere l'ostruzionismo. Un anno dopo, lo stesso settore ha battuto lo stesso governo su un altro terreno. E sulla campagna c'è un dato che riguarda l'informazione. Árvakur, l'editore del Morgunblaðið, il quotidiano più antico del paese, è controllato da aziende ittiche dal duemilanove. Dopo l'annuncio del referendum ha ricevuto quattro milioni di euro di fondi aggiuntivi, secondo la ricostruzione di Follow the Money. Per dare una misura, fra il duemilaquattordici e il duemiladiciassette le aziende islandesi avevano donato ai think tank della Brexit meno di cinquantamila euro. Quattro milioni su un solo giornale sono due ordini di grandezza sopra quelle cifre. Thorvaldur Gylfason, professore emerito di economia all'Università d'Islanda, lo ha detto a EUobserver con una frase che tiene insieme il duemilaotto e oggi. Gli oligarchi islandesi non sono più nelle banche come prima del collasso di diciotto anni fa, ma sono ora concentrati nella pesca, e temono che l'adesione riduca i loro privilegi. È una lettura, non un fatto misurato. Ma è la lettura di chi conosce entrambe le concentrazioni. Il governo aveva provato a togliere di mezzo l'argomento. La ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir aveva dichiarato che l'Islanda avrebbe chiesto una deroga alla politica comune della pesca europea. E la commissaria all'Allargamento Marta Kos aveva lasciato la porta socchiusa, dicendo che i negoziati riflettono sempre le realtà specifiche di ciascun candidato. Ma l'Irlanda aveva già fatto sapere che, se la deroga fosse stata concessa, avrebbe preteso parità di trattamento. E una deroga replicabile riaprirebbe la politica della pesca per tutti. L'offerta con cui il Sì è andato al voto era meno solida di come è stata presentata.
A decidere è stata la cintura di Reykjavík
La geografia del voto smentisce la mappa più comoda. Le tre circoscrizioni costiere, quelle dove la pesca è il lavoro di casa, hanno detto No con margini larghi. Nel Nordovest il No è arrivato al sessantadue e nove. Nel Nordest al sessantuno e due. Nel Sud al sessanta e cinque. Reykjavík, invece, ha votato Sì in tutte e due le sue circoscrizioni, con il cinquantasette e mezzo nella parte Nord e qualcosa più del cinquantaquattro in quella Sud. Eppure il referendum l'ha deciso un'altra zona. Il Sud-Ovest, la circoscrizione metropolitana allargata attorno alla capitale, la più popolosa dopo quella della città stessa. Lì il No ha preso il cinquantuno e mezzo contro il quarantotto e mezzo. Tre punti, non venti. Non è campagna, non vive di pesca, e ha fatto pendere il Paese intero. È anche l'ultima ad aver chiuso lo spoglio, e questo spiega perché per ore, sui dati parziali, il Sì è sembrato vincente. Le prime proiezioni davano il Sì avanti di quasi tre punti, poi è arrivato il sorpasso, cinquantuno contro quarantanove e nove, su circa centocinquantaduemila schede contate su duecentosettantamila. Anche la composizione politica del No taglia di traverso. Dentro c'era il Partito dell'Indipendenza, all'opposizione, guidato da Guðrún Hafsteinsdóttir, la prima donna alla presidenza del partito in quasi cent'anni, eletta nel marzo duemilaventicinque. Lei ha condotto la campagna dicendo che il suo partito si fida del popolo ma non di questo governo, e accusando l'esecutivo di non aver presentato né obiettivi, né analisi degli interessi, né linee rosse. Poi il quotidiano Dagblaðið Vísir, nell'agosto di quest'anno, ha ripescato una cosa. Nel duemilaquattordici la stessa Hafsteinsdóttir sosteneva l'esatto contrario, cioè che i negoziati andassero conclusi. Ma nel No c'erano anche il Movimento Verde di Sinistra e il Partito Socialista. E soprattutto c'era il Partito del Popolo, che siede al governo insieme all'Alleanza socialdemocratica di Kristrún Frostadóttir e a Viðreisn. Ha fatto campagna contro i suoi due alleati. E ha vinto. Da lunedì la coalizione porta dentro di sé un partito che ha appena battuto gli altri due su una questione di indirizzo strategico, con tutto il consenso che quella vittoria porta con sé.
Chi paga un mutuo al 12% ha perso l'àncora
L'argomento più concreto del fronte del Sì non era la geopolitica. Era il costo del denaro. La banca centrale islandese, la Sedlabanki, nel duemilaventisei ha alzato il tasso di riferimento tre volte di fila. Sette e mezzo a marzo, poi ancora a maggio, fino all'otto per cento ad agosto. Intanto l'inflazione correva al cinque virgola tre per cento, più del doppio dell'obiettivo. E i mutui, come ha raccontato la televisione irlandese, arrivano al dodici per cento. Per chi sosteneva il Sì, l'euro era l'àncora esterna. Una moneta piccola, da sola, quell'àncora non può darsela. Quel ragionamento ha perso. E chi ha un debito in Islanda adesso sa di che cosa è fatto il risultato. Continua a pagarlo in corone, alle condizioni decise a Reykjavík, senza nessuna prospettiva di ancoraggio esterno dentro l'orizzonte politico dichiarato. Cioè, almeno fino al duemilaventotto. Sul resto, il voto cambia quasi niente. E va detto, perché è la parte che i titoli non contengono. L'Islanda sta nello Spazio economico europeo dal millenovecentonovantaquattro e in Schengen dal duemilauno. Si viaggia senza passaporto, le merci circolano, e i quasi novemila atti europei già recepiti restano in vigore. Circa tre quarti delle regole europee si applicano già là, oggi. Ed è proprio quel numero che i due fronti hanno usato per dire due cose opposte. Haraldur Olafsson, che guida la piattaforma euroscettica Heimssýn, lo ha portato in televisione per dire che se applichi già tre quarti delle regole, delle altre non ce n'è bisogno. Magnús Árni Skjöld Magnússon, che presiede il Movimento europeo islandese, lo stesso numero lo ha girato al contrario. L'Islanda, dice, subisce regole che non vota. Stessa cifra, due Paesi diversi.
Nessun sondaggio ha visto cinque punti
Nell'ultima settimana di campagna, tutti gli istituti vedevano una corsa di testa. Brussels Signal, il ventiquattro agosto, dava quarantasei contro quarantasei. Il giorno dopo la televisione pubblica islandese titolava che una maggioranza risicata intendeva dire sì. E l'ultima rilevazione prima del voto, quella della Maskína, metteva il Sì appena sopra il cinquanta per cento, con il No a mezzo punto di distanza. Solo Gallup vedeva il No avanti, di tre punti. Poi si è votato. E lo scarto vero è stato di cinque punti e otto decimi, tre o quattro volte quello che chiunque avesse misurato, e tutti nella stessa direzione. Nessun ribaltamento nella notte dello spoglio, quindi. Un errore sistematico, come quando la bilancia segna sempre un po meno del peso reale. Se siano stati islandesi che dicevano Sì ai sondaggisti e poi in cabina votavano No, o se sia pesata la differente affluenza da una circoscrizione all'altra, lo diranno le analisi che ora gli istituti devono fare. Ma c'è un numero che nessuno ha provato a misurare. Gli astenuti sono stati circa ottantatremila. Fermiamoci un momento. Il referendum è stato deciso da meno di diecimila schede di scarto. Il gruppo più numeroso di tutto il voto è quello che non ha risposto alla domanda. Ottantatremila persone, contro le novantanovemila che hanno detto No. Non hanno scelto una porta. Sono rimaste davanti alla scheda, con la matita in mano, e il silenzio è stato il partito più grande dell'isola. Nessun istituto, finora, ha chiesto loro perché.
Perché si è votato nel 2026
Il referendum, per come era stato promesso, sarebbe dovuto arrivare entro il duemilaventisette. Lo avevano scritto nel programma i tre partiti che hanno vinto le elezioni del duemilaventiquattro, la Alleanza socialdemocratica, Viðreisn, il Partito del Popolo. Poi è stato anticipato di un anno. E la ragione, con l'Unione europea, c'entra solo di riflesso. A gennaio duemilaventisei la NATO va in crisi. Donald Trump preme su Groenlandia e sull'Artico, e il primo febbraio arriva la minaccia, dazi al dieci per cento contro i Paesi dell'alleanza che mandano truppe in Groenlandia. A giugno quei dazi salgono al venticinque per cento e toccano Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. Vengono revocati quando Trump annuncia un accordo quadro sull'Artico. Ma il danno, per alcuni, è già fatto. Per l'Islanda quella non è una notizia estera. Il Paese non ha un esercito. La sua difesa poggia su due cose, la NATO e un accordo con gli Stati Uniti firmato nel millenovecentocinquantuno. Quindi, nell'anno in cui Washington minaccia dazi ai propri alleati, il governo porta agli elettori una domanda precisa. Vuoi aggiungere a questo ancoraggio americano anche un ancoraggio europeo? Gli elettori hanno detto no. E hanno lasciato l'Islanda appesa a un solo filo, lo stesso che quest'anno ha oscillato. A Bruxelles la perdita è di un altro tipo, più politica. Prima del voto, un alto diplomatico europeo aveva spiegato a Reuters perché l'Islanda serviva. Riaprire il negoziato con un Paese ricco e facile da integrare, aveva detto, avrebbe reso più semplice digerire l'adesione del Montenegro. Un precedente comodo, per un allargamento che altrove costa fatica. Quel precedente, adesso, non c'è più.
Quello che resta in mano a chi ha votato
Il lunedì dopo il voto, un pescatore del Nordovest carica il suo pesce diretto in Europa esattamente alle condizioni della settimana prima. Sono quelle dello Spazio economico europeo, e non cambieranno per effetto del referendum. Non ha ottenuto un accesso migliore ai mercati. Ha impedito che le quote su cui si regge il suo settore finissero su un tavolo di trattativa, e su quel tavolo non ci sarebbero andate le sue quote soltanto, ma soprattutto quelle delle venticinque aziende che ne controllano i tre quarti. Un impiegato del Sud-Ovest, con un mutuo sulle spalle, continua a pagarlo in corone a un tasso che può arrivare al dodici per cento, in un Paese dove l'inflazione viaggia a più del doppio dell'obiettivo della banca centrale. Ha votato No di misura, per tre punti, nella circoscrizione che ha deciso il referendum. E la prima ministra Kristrún Frostadóttir? Ha portato al voto una promessa elettorale, l'ha anticipata di un anno per ragioni di sicurezza e l'ha persa. Le resta un governo in cui uno dei tre partiti ha vinto contro gli altri due. E le resta il vantaggio, non piccolo, di non dover più difendere quel dossier dentro la propria maggioranza. La ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir e il suo partito Viðreisn hanno perso la ragione per cui quel partito esiste, almeno per una legislatura. Guðrún Hafsteinsdóttir, che guida l'opposizione, esce dalla partita con una vittoria nazionale in tasca. Così la questione europea islandese torna dove stava dall marzo duemilaquindici, dentro una cartella, con una domanda del duemilanove di cui non è chiaro se sia ancora viva, e una commissione parlamentare che dovrà decidere se strapparla. È la terza volta in sedici anni, dopo i due referendum su Icesave del duemiladieci e del duemilaundici, entrambi vinti dal No contro la posizione del governo e contro la pressione internazionale, che gli islandesi respingono per via popolare un impegno verso l'estero raccomandato da chi li governa. Su nove referendum in tutta la storia del Paese, e quattro soli dalla fondazione della repubblica nel millenovecentoquarantaquattro, tre stanno negli ultimi sedici anni. Da quando le banche sono cadute, in Islanda le cose importanti le decide il voto diretto. E finora ha sempre detto no.
Novantanovemila islandesi hanno tenuto le loro acque fuori da Bruxelles
Quando si è chiuso lo spoglio, la cosa che aveva cambiato stato in Islanda erano le acque. Non subito, non in un giorno: ma la sola strada che avrebbe potuto portare le zone di pesca islandesi dentro la Politica comune della pesca europea è stata chiusa dal voto, e con essa l'unico scenario in cui le quote di pescato — oggi controllate per il 75% da venticinque aziende, secondo uno studio dell'Università d'Islanda su dati 2024 — sarebbero state rimesse in discussione da un tavolo esterno.
Il No ha raccolto 99.037 voti, il 52,54%. Il Sì 89.459, il 47,46%. La differenza fra i due totali è di 9.578 schede; il numero di elettori che sarebbero dovuti passare da un fronte all'altro per ribaltare l'esito è la metà, poco meno di cinquemila. Le schede valide sono state 188.496, le bianche o nulle 1.200, lo 0,63%: un quarto di quanto sarebbe servito a cambiare il risultato. L'affluenza si è fermata al 69,56% su 272.690 aventi diritto, il che significa che circa 83.000 islandesi non si sono presentati — sedici volte lo scarto necessario a rovesciare il verdetto.
Va detto con la parola esatta, perché la parola qui cambia la sostanza: il referendum era ráðgefandiconsultivo: l'esito esprime l'indirizzo del corpo elettorale, ma non vincola giuridicamente il governo né il parlamento. Le emittenti hanno titolato che «gli islandesi hanno votato per rimanere fuori dall'Unione europea»; il documento sotto quel titolo dice qualcosa di più stretto. Il governo si era impegnato politicamente a rispettare il risultato, e la prima ministra Kristrún Frostadóttir aveva anticipato in campagna che un No avrebbe tenuto la questione fuori dall'agenda almeno fino al 2028. È un impegno dichiarato, non un obbligo.
La domanda sulla scheda era una sola, e non era «entriamo?»
Il quesito, nella formulazione ufficiale dell'autorità elettorale, era: «Á Ísland að hefja á ný aðildarviðræður við Evrópusambandið?» — l'Islanda deve riaprire i negoziati di adesione con l'Unione europea? Non l'adesione: la ripresa della trattativa.
La distanza fra le due cose era enorme, e la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir l'aveva descritta passo per passo prima del voto. In caso di Sì avrebbe convocato la commissione Esteri dell'Alþingiil parlamento islandese, in funzione dal 930: è la più antica assemblea legislativa ancora attiva al mondo, notificato l'Unione, e messo insieme una squadra negoziale con sindacati, imprese, pesca e agricoltura, per un negoziato stimato in un anno e mezzo-due anni. Solo alla fine di quel percorso sarebbe arrivato un trattato, e il trattato avrebbe richiesto un secondo referendum, l'approvazione parlamentare e una modifica costituzionale — che in Islanda deve essere approvata da due legislature consecutive, con elezioni in mezzo.
Chi ha votato Sì il 29 agosto stava dunque chiedendo di aprire una porta che ne aveva altre quattro dietro. Chi ha votato No l'ha chiusa alla prima.

Il tavolo del 2013 non era vuoto: era apparecchiato a metà
Il dossier europeo islandese nasce da un disastro. Nel 2008 crollano le tre grandi banche del Paese; il 17 luglio 2009 l'Islanda presenta domanda formale di adesione; il 27 luglio 2010 i negoziati si aprono a Bruxelles. In circa diciotto mesi di trattativa vengono aperti 27 capitoli su 33, di cui 11 chiusi in via provvisoria — istruzione, scienza, tutela dei consumatori — e l'Islanda deposita la propria posizione negoziale su 29. Nel dicembre 2013, su richiesta islandese, tutto si ferma.
Poi arriva l'atto che ancora oggi tiene aperta una questione giuridica. Il 12 marzo 2015 il ministro degli Esteri Gunnar Bragi Sveinsson invia alla presidenza del Consiglio dell'Unione una lettera in cui dichiara che il governo non intende riprendere i colloqui. Non c'è un voto dell'Alþingi, non c'è un referendum: c'è una lettera, pubblicata sul sito del governo. Da lì nasce l'ambiguità che dura da undici anni — se la domanda del 2009 sia ancora formalmente viva, o se sia stata ritirata da un atto dell'esecutivo.
È il punto in cui l'incertezza è del mondo e non del racconto, e ha un nome sopra: la commissione Esteri dell'Alþingi, che dopo il No dovrà decidere se ritirare formalmente la candidatura del 2009. Se lo fa, chiunque volesse ripartire fra dieci anni ripartirebbe da zero, non dai ventisette capitoli già aperti. Se non lo fa, quei ventisette capitoli restano lì, tecnicamente disponibili, come un cantiere sospeso. Per Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir e per Viðreisn — il partito nato proprio sulla questione europea — la differenza fra i due scenari è la differenza fra una battuta d'arresto e una demolizione: nel primo caso il patrimonio negoziale accumulato in diciotto mesi sopravvive alla sconfitta, nel secondo no.
Venticinque aziende, tre quarti delle quote, un giornale
Il pesce pesa in Islanda circa il 40% dell'export e circa l'8% del PIL, con 1,4 miliardi di euro di esportazioni ittiche dirette proprio verso l'Unione europea nel 2025. Ma quel peso non è distribuito: secondo lo studio dell'Università d'Islanda, venticinque aziende controllano il 75% delle quote, e le venti maggiori hanno investito nel 2024 1,2 miliardi di euro nella pesca, 400 milioni in aziende non ittiche e 344 milioni all'estero. La rendita ittica finanzia una parte consistente del resto dell'economia islandese. Il 90% delle imprese del settore era contraria all'adesione.
Quel fronte arrivava al referendum con un conto aperto. Nel luglio 2025 l'Alþingi aveva approvato la riforma dei veiðigjöldi canoni che le imprese pagano allo Stato per il diritto di pescare le quote assegnate, portando il prelievo sui trenta maggiori operatori a 17,30 miliardi di corone — 123,23 milioni di euro, di fatto un raddoppio. Era passata dopo 160 ore di dibattito, con 34 voti a favore e 23 contrari, nessun voto dell'opposizione, e il presidente dell'Alþingi costretto a invocare l'articolo 71 del regolamento per chiudere l'ostruzionismo. Un anno dopo, lo stesso settore ha battuto lo stesso governo su un altro terreno.
Sulla campagna c'è un dato che riguarda l'informazione. Árvakur, editore del Morgunblaðið, è controllato da aziende ittiche dal 2009 e ha ricevuto 4 milioni di euro di fondi aggiuntivi dopo l'annuncio del referendum, secondo la ricostruzione di Follow the Money. Per misura: fra il 2014 e il 2017 aziende islandesi avevano donato 49.700 euro a think tank legati alla Brexit e 17.000 euro ad ACRE e New Direction, e nel 2017 l'ex organizzatore di Vote Leave Lee Rotherham aveva coordinato un evento con l'ex ministro britannico David Jones. Quattro milioni su un solo giornale sono due ordini di grandezza sopra quelle cifre.
Thorvaldur Gylfason, professore emerito di economia all'Università d'Islanda, lo ha detto a EUobserver in una frase che tiene insieme il 2008 e il 2026: gli oligarchi islandesi «non sono più nelle banche come prima del collasso di 18 anni fa, ma sono ora concentrati nella pesca», e temono che l'adesione riduca i loro privilegi. È una lettura, non un fatto misurato; ma è la lettura di chi conosce entrambe le concentrazioni.
Il governo aveva provato a togliere di mezzo l'argomento. La ministra degli Esteri aveva dichiarato che l'Islanda avrebbe chiesto una deroga alla Politica comune della pesca, e la commissaria all'Allargamento Marta Kos aveva lasciato la porta socchiusa: «i negoziati di adesione riflettono sempre le realtà specifiche di ciascun candidato». Ma l'Irlanda aveva già fatto sapere che, se la deroga fosse stata concessa, avrebbe preteso parità di trattamento — e una deroga replicabile riaprirebbe la Politica comune della pesca per tutti. L'offerta con cui il Sì è andato al voto era meno solida di come è stata presentata.
A decidere non è stata la campagna, è stata la cintura di Reykjavík
La geografia del voto smentisce la mappa più comoda. Le tre circoscrizioni costiere hanno votato No con margini larghissimi — Nordovest 62,9%, Nordest 61,2%, Sud 60,5% — e sono le stesse in cui la pesca è il lavoro. Reykjavík ha votato Sì da entrambe le circoscrizioni cittadine, il 57,5% a Nord e oltre il 54% a Sud.
Ma il referendum l'ha deciso il Sud-Ovest, la circoscrizione metropolitana allargata attorno alla capitale, la più popolosa dopo Reykjavík: No 51,5%, Sì 48,5%. Tre punti, non venti. Non è campagna, non vive di pesca, e ha fatto pendere il Paese. È anche l'ultima ad aver chiuso lo scrutinio, il che spiega perché per ore, sui dati parziali, il Sì è sembrato vincente: le prime proiezioni davano il Sì avanti 51,2% a 48,8%, poi il sorpasso a 50,1-49,9 su circa 152.000 schede su 270.000.
Anche la composizione politica del No taglia di traverso. Dentro c'era il Partito dell'Indipendenza, all'opposizione, guidato da Guðrún Hafsteinsdóttir — eletta il 2 marzo 2025 prima donna alla presidenza del partito in quasi cent'anni — che ha condotto la campagna sostenendo che il partito «si fida del popolo ma non di questo governo», accusando l'esecutivo di non aver presentato né obiettivi, né analisi degli interessi, né linee rosse. Nel 2014, secondo quanto ricostruito dal quotidiano DV in due articoli del 13 e del 26 agosto 2026, la stessa Hafsteinsdóttir sosteneva invece che i negoziati andassero conclusi.
Ma nel No c'erano anche il Movimento Verde di Sinistra e il Partito Socialista. E soprattutto c'era il Partito del Popolo, che siede al governo insieme all'Alleanza socialdemocratica di Frostadóttir e a Viðreisn: ha fatto campagna contro i suoi due alleati e ha vinto. Da lunedì la coalizione ha dentro di sé un partito che ha appena battuto gli altri due su una questione di indirizzo strategico, con il consenso che quella vittoria porta con sé.

Chi paga un mutuo al 12% ha perso la sua unica àncora
L'argomento più materiale del fronte del Sì non era la geopolitica: era il costo del denaro. La Seðlabanki, la banca centrale islandese, ha alzato il tasso di riferimento tre volte di fila nel 2026 — 7,50% a marzo, 7,75% a maggio, 8% ad agosto — con l'inflazione al 5,3% a luglio contro un obiettivo del 2,5% fissato nella dichiarazione congiunta con il governo del 27 marzo 2001. RTÉ riferisce mutui fino al 12%. L'euro, per chi sosteneva il Sì, era l'àncora esterna che una moneta piccola non può darsi da sola.
Quell'argomento ha perso, e la conseguenza per chi ha un debito in Islanda è di una semplicità brutale: continua a pagarlo in corone, alle condizioni decise a Reykjavík, senza alcuna prospettiva di ancoraggio esterno nell'orizzonte politico dichiarato — cioè almeno fino al 2028.
Sul resto, il voto non cambia quasi nulla, ed è importante dirlo perché è la parte che i titoli non contengono. L'Islanda resta nello Spazio economico europeo dal 1994 e in Schengen dal 2001: si continua a viaggiare senza passaporto, le merci continuano a circolare, i quasi 9.000 atti europei recepiti nel database EEA-Lex restano in vigore. Circa il 75% dell'acquisl'insieme delle norme, degli obblighi e degli standard comuni che ogni Stato membro dell'Unione deve applicare è già applicato in Islanda.
Quel 75% è stato l'unico numero su cui i due fronti hanno costruito conclusioni opposte. Haraldur Ólafsson, presidente della piattaforma euroscettica Heimssýn, fondata nel giugno 2002, lo ha usato a Euronews per dire che applicando già tre quarti delle regole «non ce n'è bisogno di altre». Magnús Árni Skjöld Magnússon, presidente del Movimento europeo islandese, lo ha usato per dire l'esatto contrario: che l'Islanda subisce regole che non vota. Stessa cifra, due Paesi diversi.
Nessun sondaggio ha visto arrivare cinque punti
Nell'ultima settimana di campagna il quadro misurato era di sostanziale parità. Brussels Signal dava 46 a 46 il 24 agosto. RÚV titolava il 25 agosto «Naumur meirihluti ætlar að segja já» — una maggioranza risicata intende dire sì. Maskína, il 28 agosto, chiudeva con il Sì al 50,4% e il No al 49,6%. Gallup dava il No al 51,6% contro il 48,4%.
Il risultato è stato uno scarto di 5,08 punti: tre o quattro volte l'ampiezza indicata da qualunque rilevazione, e nella stessa direzione per tutte. Non è un ribaltamento avvenuto nella notte dello spoglio — è un errore sistematico della misurazione, che non si è ancora spiegato: se sia stato voto non dichiarato per il No, o affluenza differenziale fra circoscrizioni, lo diranno le analisi degli istituti.
Il dato che nessuno ha misurato affatto è quello dei circa 83.000 astenuti. In un voto deciso da meno di diecimila schede, il gruppo più numeroso del referendum resta quello che non ha risposto alla domanda.
Quanto hanno sbagliato i sondaggi — scarto No meno Sì, in punti
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Perché si è votato nel 2026 e non nel 2027
Il referendum era stato promesso entro il 2027 dalla coalizione uscita dalle elezioni del 2024 — Alleanza socialdemocratica, Viðreisn, Partito del Popolo. È stato anticipato di un anno per una ragione che con l'Unione europea c'entra solo di riflesso: la crisi apertasi nella NATO nel gennaio 2026 sotto la pressione di Donald Trump su Groenlandia e Artico. Il 1° febbraio 2026 arriva la minaccia di dazi al 10% sui Paesi NATO che avessero inviato contingenti in Groenlandia; il 1° giugno i dazi salgono al 25% per Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, per essere poi revocati dopo l'annuncio di un «framework» artico.
Per l'Islanda quella sequenza non è una notizia estera. Il Paese non ha un esercito: la sua difesa poggia sulla NATO e sull'accordo bilaterale con gli Stati Uniti del 1951. Nell'anno in cui Washington ha minacciato dazi ai propri alleati, il governo ha portato agli elettori la domanda se aggiungere a quell'ancoraggio un ancoraggio europeo. Gli elettori hanno risposto di no, e hanno lasciato l'Islanda appesa a un solo filo — lo stesso che quest'anno ha oscillato.
A Bruxelles la perdita è di natura diversa e più politica. Un alto diplomatico europeo aveva spiegato a Reuters, prima del voto, che riaprire il negoziato con un Paese ricco e facile da integrare avrebbe reso più facile «digerire l'adesione del Montenegro»: l'Islanda serviva come precedente comodo per un allargamento che altrove costa fatica. Quel precedente non c'è più.
Quello che resta in mano a chi ha votato
Il lunedì dopo il voto un pescatore del Nordovest esporta il suo pesce verso l'Unione europea esattamente alle stesse condizioni della settimana prima: quelle dello Spazio economico europeo, che non sono cambiate e non cambieranno per effetto del referendum. Non ha ottenuto un accesso migliore. Ha impedito che le quote su cui si regge il suo settore finissero su un tavolo di trattativa, e su quel tavolo non ci sarebbero andate le sue quote soltanto, ma soprattutto quelle delle venticinque aziende che ne detengono tre quarti.
Un impiegato del Sud-Ovest con un mutuo continua a pagarlo all'8% di riferimento e fino al 12% di tasso applicato, in un Paese dove l'inflazione viaggia a più del doppio dell'obiettivo dichiarato dalla banca centrale. Ha votato No di misura, per tre punti, nella circoscrizione che ha deciso il referendum.
Kristrún Frostadóttir ha portato al voto una promessa elettorale, l'ha anticipata di un anno per ragioni di sicurezza e l'ha persa: le resta un governo in cui uno dei tre partiti ha vinto contro gli altri due, e le resta il vantaggio, non piccolo, di non dover più difendere quel dossier dentro la propria maggioranza. Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir e Viðreisn hanno perso la ragione per cui il partito esiste, per almeno una legislatura. Guðrún Hafsteinsdóttir esce dall'opposizione con una vittoria nazionale in tasca.
E la questione europea islandese torna dove stava dal marzo 2015: dentro una cartella, con dentro una domanda del 2009 di cui non è chiaro se sia ancora viva, e una commissione parlamentare che dovrà decidere se strapparla. È la terza volta in sedici anni — dopo i due referendum su Icesave del 2010 e del 2011, entrambi vinti dal No contro la posizione del governo e contro la pressione internazionale — che gli islandesi respingono per via popolare un impegno verso l'estero raccomandato da chi li governa. Su nove referendum in tutta la storia del Paese, e quattro soli dalla fondazione della repubblica nel 1944, tre stanno negli ultimi sedici anni. Da quando le banche sono cadute, in Islanda le cose importanti le decide il voto diretto — e finora ha sempre detto no.

Riferimenti
- Icelanders reject EU-accession talks, broadcaster RUV reports (fonte di partenza) — https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/08/30/iceland-votes-on
- Landskjörstjórn — autorità elettorale islandese, quesito ufficiale e risultati del referendum — https://www.thjodaratkvaedi.is
- RÚV — emittente pubblica islandese, esito dello scrutinio e sondaggi di campagna — https://www.ruv.is
- RTÉ — copertura del voto, dati su mutui e peso della pesca, posizione irlandese sulla deroga — https://www.rte.ie
- Euronews — campagna referendaria, concentrazione delle quote di pesca, dichiarazioni di Heimssýn — https://www.euronews.com
- Follow the Money — finanziamenti al fronte del No, Árvakur/Morgunblaðið, reti pro-Brexit — https://www.ftm.eu
- EUobserver — intervista a Thorvaldur Gylfason — https://euobserver.com
- Iceland Review — la domanda di adesione del 2009 e la commissione Esteri dell'Alþingi — https://www.icelandreview.com
- DV — la posizione di Guðrún Hafsteinsdóttir nel 2014 (13 e 26 agosto 2026) — https://www.dv.is
- Brussels Signal — sondaggio del 24 agosto 2026 — https://brusselssignal.eu
- Stjórnarráð Íslands (government.is) — lettera del ministro degli Esteri del 12 marzo 2015 — https://www.government.is
- Seðlabanki Íslands — tasso di riferimento, inflazione e obiettivo del 2,5% — https://www.sedlabanki.is
- Reuters — dichiarazioni di Marta Kos e del diplomatico europeo sull'allargamento — https://www.reuters.com
- Università d'Islanda — studio sulla concentrazione delle quote di pesca (dati 2024) — https://www.hi.is