Podcast

3 settembre 2026

Cina 37 cantieri nucleari, Stati Uniti zero — e il conto dei reattori non torna

Al registro dell'agosto 2026 la Cina ha 37 reattori in costruzione e gli Stati Uniti nessuno. Quasi tutte le cifre che circolano su questa corsa sono sbagliate — e sbagliate nel verso che non ci si aspetta.

Il 29 luglio 2026 il registro della World Nuclear Association ha fotografato gli Stati Uniti con 94 reattori operabili e zero cantieri aperti; il 17 agosto ha fotografato la Cina con 64 reattori operabili e 37 in costruzione, oltre il 49% di tutte le costruzioni nucleari del mondo secondo l'EIA. Lo zero americano ha dei nomi: Vogtle, costato circa 36 miliardi contro i 14 preventivati e pagato in bolletta dagli utenti della Georgia con circa il 25% in più; V.C. Summer, abbandonato nel 2017 senza produrre un kilowattora dopo che gli utenti della South Carolina l'avevano già pagato; Westinghouse, fallita mentre il conto saliva. Ma il conteggio che circola su questa corsa non regge: le cifre più ripetute sono fotografie scadute, e sbagliano quasi sempre sottostimando la Cina. Sul rendimento il verso è addirittura opposto, e il vero collo di bottiglia americano non è l'autorizzazione: è il combustibile, che oggi sanno produrre su scala solo la Russia e la Cina.

Cina 37 cantieri nucleari, Stati Uniti zero — e il conto dei reattori non torna

🎧 Il podcast

Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

Velocità

Tocca per ascoltare

Il testo del podcast, per chi preferisce leggere

Zero

Cina 37 cantieri nucleari, Stati Uniti zero, e il conto dei reattori non torna

Il ventinove luglio duemilaventisei la World Nuclear Association, l'associazione mondiale dell'industria nucleare, quella che tiene il registro paese per paese, ha aggiornato la scheda degli Stati Uniti. Novantaquattro reattori accesi, quasi novantasettemila megawatt elettrici, e alla riga dei cantieri un numero solo. Zero. Diciannove giorni dopo la stessa associazione ha aggiornato la scheda della Cina, e lì i reattori accesi erano sessantaquattro, per poco più di sessantaquattromila megawatt, con trentasette cantieri aperti. Trentasette contro zero. Quello che la Cina sta costruendo vale tre quinti di tutto quello che la Cina già possiede, e a maggio di quest'anno l'agenzia statistica del dipartimento dell'Energia americano contava nei cantieri cinesi quasi la metà di tutto il cemento nucleare che si versa nel mondo. Un paese solo, su quasi duecento, apre metà dei cantieri del pianeta, e dal duemilasedici a oggi ha quasi raddoppiato la propria potenza. Ma quello zero americano non è pigrizia. È un residuo, e ha un indirizzo. In South Carolina chi accende la luce ha già pagato due reattori che non esistono. Il cantiere si chiama Vi Ci Summer, il trentuno luglio duemiladiciassette è stato abbandonato senza aver mai prodotto un kilowattora, e la quota che quegli utenti versavano in anticipo dentro la bolletta, mese dopo mese, mentre l'impianto si costruiva, è rimasta dov'era. In Georgia è andata diversamente, nel senso che i reattori ci sono. Si chiamano Vogtle tre e quattro, erano preventivati intorno ai quattordici miliardi di dollari e ne sono costati circa trentasei, e nel duemilaventiquattro chi segue il settore misurava per i clienti di Georgia Power un aumento in bolletta di circa il venticinque per cento per pagarli. Nessuno di quei clienti aveva scelto il progetto. Nessuno aveva firmato lo sforamento. Il parco già acceso, intanto, racconta il contrario della corsa. I novantaquattro reattori americani fanno quasi novantasettemila megawatt, i sessantaquattro cinesi ne fanno sessantaquattromila, il che vuol dire che la macchina americana media è un po più grossa di quella cinese, circa milletrenta megawatt contro circa mille. E poi c'è un terzo soggetto che nel racconto a due non entra mai. Alla fine di agosto l'Unione Europea aveva novantotto reattori accesi in dodici stati membri, più unità della Cina e quasi la stessa potenza degli Stati Uniti. I cantieri europei aperti sono due, uno in Slovacchia, Mochovce quattro, dove il combustibile è stato caricato a luglio, e uno in Ungheria, Paks due, dove il primo cemento è stato colato a febbraio. Più diciassette impianti pianificati e quarantaquattro soltanto proposti. La domanda che tiene insieme tutto il resto non è chi abbia più reattori. È quanto costa tenerne aperto uno, e chi lo paga.

Chi è fallito mentre il conto saliva

Il ventinove marzo duemiladiciassette Westinghouse si è presentata davanti a un giudice e ha chiesto il Chapter Eleven, la procedura americana che congela i pagamenti ai creditori mentre l'azienda prova a rimettersi in piedi al riparo del tribunale. Westinghouse aveva disegnato l'unico reattore americano di nuova generazione arrivato fino in fondo. Toshiba, il gruppo giapponese che la controllava, ha messo a bilancio nove miliardi di dollari di perdite sui due cantieri americani. Il progetto che doveva consacrare quel reattore ha portato in tribunale chi lo aveva disegnato. Quattro mesi dopo, il trentuno luglio, Santee Cooper e la società elettrica privata che con lei divideva la spesa hanno lasciato per sempre il cantiere di V.C. Summer, in South Carolina. L'anno dopo è arrivato il colpo che si vede meno. Moody's, una delle grandi agenzie che danno il voto al debito delle imprese, ha declassato quella società privata sotto la soglia che gli investitori considerano sicura, e da quel giorno tutto ciò che avrebbe costruito le costava di più da finanziare, comprese le cose che con il nucleare non c'entrano niente. Un traliccio. Una cabina. Un pezzo di rete. E non è una stranezza di quella vicenda. Fino a un quarto del giudizio su un'azienda elettrica quotata, in certi casi quasi un terzo, non dipende da come si costruisce ma da come si comporta il regolatore che fissa le tariffe. Aprire un cantiere nucleare non mette in gioco il conto di un progetto, mette in gioco il credito dell'impresa intera. Per questo un consiglio di amministrazione può avere tutte le ragioni tecniche del mondo per costruire e nessuna ragione finanziaria per mettere la firma. C'è poi una data che rimette le cose in fila al contrario di come si raccontano. Non è stato il conto di Vogtle a far fallire il costruttore. Il grosso di quel conto è maturato dopo il ventinove marzo duemiladiciassette, quando Westinghouse era già sotto la protezione del tribunale. I trentasei miliardi finali sono il prezzo di un cantiere rimasto senza chi lo aveva progettato, e qualcuno intanto continuava a pagarlo ogni mese.

Quarantatré anni

Spring City, Tennessee, millenovecentosettantatré. Le ruspe della Tennessee Valley Authority, l'azienda elettrica pubblica di quella valle, aprono il cantiere del secondo reattore di Watts Bar. Nessuno degli operai che versa quel primo cemento vedrà l'impianto acceso. Nel millenovecentottantacinque i lavori si fermano. L'unità è costruita per il sessanta per cento, e ha già ingoiato un miliardo e settecento milioni di dollari. La sospensione dura ventidue anni, più di quanto duri una carriera intera, e in tutti quegli anni il reattore resta lì a metà, senza produrre un solo kilowattora e senza smettere di costare. Si torna a lavorare il quindici ottobre duemilasette, tre anni e mezzo prima di Fukushima, quindi per ragioni che con Fukushima non c'entrano niente. L'accensione arriva nell'ottobre del duemilasedici. Quarantatré anni dopo la prima ruspa. Il conto finale è di quattro miliardi e settecento milioni per quella sola unità, e supera i dodici miliardi se si mettono insieme le due di Watts Bar. Da un miliardo e settecento a quattro miliardi e settecento, senza aggiungere un reattore. Un progetto fermo non si conserva. Si paga due volte. E non è un aneddoto del Tennessee, è una regola che qualcuno ha misurato. Uno studio del duemilaventuno sulla divergenza dei costi nucleari nel mondo mette un numero sull'attesa, e il numero è quasi uno a uno. Ogni dieci per cento di ritardo vale circa l'undici per cento di costo in più. Gli scarti storici sui tempi poi si aprono a ventaglio. C'è chi ha chiuso con un quindici per cento di tempo in meno del previsto, e c'è chi ha sforato del duemiladuecento per cento, un ritardo lungo ventidue volte quello che si era messo in conto. Il tempo non è un fastidio del cantiere nucleare. È il suo costo. Il diciannove maggio duemilaventicinque l'istituto per la sostenibilità globale della Boston University ha pubblicato l'analisi di circa sedicimila progetti energetici in centotrentasei paesi, e fra tutti i modi di costruire energia il nucleare è quello che sfora di più. Centoventi per cento sopra il preventivo, in media. Il rischio d'investimento più alto in assoluto. Una rilevazione precedente, del duemilasedici, aveva guardato trecentoquarantanove reattori in sette paesi, dagli Stati Uniti alla Francia, dal Giappone alla Corea del Sud, e per gli impianti avviati dopo il millenovecentosettanta dava un numero ancora peggiore, duecentoquarantuno per cento di sforamento medio. Dentro quella rilevazione c'è l'indizio che conta davvero. L'esplosione dei costi si vede negli Stati Uniti. Altrove è mite, e in certe epoche il costo è perfino sceso. Sul costo americano le stime disponibili non sono un punto, sono una scala che sale. Il politecnico del Massachusetts nel duemilatré stimava duemila dollari per kilowatt. Sei anni dopo, aggiornando i propri conti, era arrivato a quattromila. Oggi le società elettriche parlano di cinquemila o seimila dollari, gli analisti indipendenti arrivano a diecimila, e i due reattori di Vogtle in Georgia si collocano intorno agli ottomila contando solo la costruzione, senza gli interessi maturati durante i lavori, come se l'impianto sorgesse tutto in una notte. In sei anni di documenti la stima è raddoppiata, in vent'anni si è quintuplicata, e la tecnologia in mezzo è rimasta la stessa.

Otto millirem

Nel millenovecentosettantatré diversi paesi arabi hanno bloccato l'export di petrolio verso chi sosteneva Israele, Stati Uniti compresi, e in pochi mesi il prezzo del greggio si è moltiplicato per quattro. Sei anni dopo è arrivata la seconda crisi petrolifera. In quel clima il nucleare era la risposta ovvia, e la finestra si è chiusa quasi subito. Il ventotto marzo del millenovecentosettantanove, in Pennsylvania, dentro un reattore dell'impianto di Three Mile Island, il nocciolo è andato in fusione parziale. La Nuclear Regulatory Commission, l'autorità federale che sorveglia gli impianti americani, ha poi misurato la dose media ricevuta da chi viveva entro dieci miglia. Otto millirem, quanto una radiografia al torace, contro i trecento millirem circa che chiunque si prende ogni anno dalla radioattività naturale del posto in cui abita. Nessun effetto sanitario rilevabile. Due anni dopo il Dipartimento della Salute della Pennsylvania ha pubblicato l'esito degli accertamenti fatti sul posto, e in quel conto non c'era nessun decesso neonatale o fetale collegabile all'incidente. Quello che le persone hanno ricevuto, però, non era la dose. Un servizio televisivo americano dell'epoca la chiamava il primo passo di un incubo nucleare, e una troupe davanti all'impianto ha ripreso un cartello dove c'era scritto che la morte è vicina quanto il reattore nucleare più vicino. Chi abitava lì ha subito la paura, non la radiazione. E la paura ha cambiato il paese molto più della radiazione. Sette anni dopo, il ventisei aprile del millenovecentottantasei, il quarto reattore di Chernobyl è esploso in quella che allora era la repubblica sovietica dell'Ucraina, con un rilascio radioattivo senza precedenti che ha contaminato gran parte dell'Europa continentale. La televisione americana lo chiamava il peggior incidente nella breve storia dell'industria nucleare mondiale. Quanto sia costato arrivare a un numero su cui tutti fossero d'accordo lo dice la data del rimedio. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'Organizzazione mondiale della sanità e i governi coinvolti si sono seduti allo stesso tavolo solo all'inizio degli anni Duemila, e la valutazione congiunta su radiazioni e salute è uscita nel duemilacinque. Diciannove anni dopo l'esplosione. Le regole nate dopo Three Mile Island hanno reso la costruzione americana lentissima e carissima. Da allora, negli Stati Uniti, un incidente paragonabile non si è più ripetuto. Nessuno ha mai separato le due cose, e nessuno sa quale delle due stesse funzionando. È questo il precedente che pesa sull'ordine esecutivo del ventitré maggio del duemilaventicinque, che dà all'autorità diciotto mesi di tempo per decidere su ogni licenza, di nuova costruzione e di nuovo esercizio. L'ente che dopo la Pennsylvania ha scritto le regole fatte apposta per rallentare adesso ha un cronometro sul tavolo. Da una parte ci mette la propria indipendenza tecnica, dall'altra la propria reputazione il giorno in cui un progetto autorizzato in fretta dovesse andare male.

Sei anni e nove mesi

Sulla costa dello Zhejiang, in Cina, la primavera del millenovecentottantacinque. Il venti marzo le ruspe dell'azienda di stato del nucleare cinese aprono il cantiere di Qinshan, e quello che deve nascere lì è il primo reattore ad acqua pressurizzata disegnato per intero in Cina, da trecento megawatt, piccolo per come si costruisce oggi. Sei anni e nove mesi dopo, il quindici dicembre del millenovecentonovantuno, Qinshan uno entra in rete. Quel cantiere sta tutto dentro il silenzio americano. Watts Bar due, il reattore del Tennessee lasciato a metà, in quel dicembre era ferma da sei anni, e ne aveva davanti altri sedici prima che qualcuno tornasse a lavorarci. Il vantaggio cinese, oggi, si misura in una curva che scende, ed è l'unica curva che scende di tutta questa storia. Il reattore di serie che la Cina replica adesso, l'Hualong One, si costruisce fra i duemilaseicento e i tremila dollari per ogni kilowatt di potenza installata. Il suo successore, l'Hualong Two, è atteso intorno ai duemila. Un quarto in meno. Se quel numero arriva davvero, il costo cinese di domani sarà la stessa cifra che in America si metteva sulla carta nel duemilatre. Ma è un'attesa, non una misura. Si saprà con la prima unità finita, e su quel numero lì si regge tutto il vantaggio economico della Cina. Gli ingredienti, però, sono noti, e non sono ideologici. Un centro studi americano che si occupa di politica industriale, l'Institute for Progress, fa notare che Cina e Corea del Sud hanno tirato su parecchi reattori recenti in meno di sei anni senza sforamenti seri. E la Corea del Sud è una democrazia. Quello che i due paesi hanno in comune non è il sistema di governo, ma un progetto che non cambia da un'unità all'altra, una regolazione che non sorprende nessuno e una filiera che non si ferma mai. La stessa cosa che regge il vantaggio lo rende fragile, perché tutto dipende dalla cadenza degli ordini, e se la serie si interrompe la curva dell'apprendimento si azzera. È quello che è successo in America. Quando dopo il millenovecentosettantanove i progetti vennero cancellati uno dopo l'altro, chiusero decine di miniere e di impianti dove l'uranio si raffinava. La filiera che oggi manca a Washington è quella smontata allora.

Cinquantotto, sessanta, sessantaquattro

Cinquantotto. È il numero che si sente ripetere ogni volta che qualcuno racconta il nucleare cinese, e viene detto con la sicurezza di chi legge un'etichetta. L'agenzia americana per l'informazione sull'energia, che tiene i conti dell'energia per il governo di Washington, a maggio duemilaventisei ne contava sessanta accesi. La World Nuclear Association, tre mesi dopo, ne contava sessantaquattro. Nessuna delle tre cifre mente. Guardano l'orologio in momenti diversi e contano con definizioni diverse, perché un reattore che può funzionare e un reattore che sta funzionando non sono la stessa cosa, e il giorno in cui la corrente entra davvero nella rete è una terza soglia ancora. Cinquantotto non è un errore di calcolo. È una fotografia vecchia appesa al muro come se fosse di stamattina. E il verso dell'errore pesa più dell'errore. Chi ripete cinquantotto toglie sei reattori proprio al paese di cui vuole dimostrare la corsa. Succede anche coi cantieri, dati per trentatré quando ad agosto ne risultano trentasette, e con le approvazioni, date per quarantatré quando dal duemilaventidue sono quarantanove. Le cifre scadute indeboliscono la tesi di chi le usa. Sopra i cantieri c'è una scala, e ogni gradino regge un peso diverso. In basso il cemento già colato, trentasette volte. Un gradino più su le approvazioni, quarantanove in quattro anni, e otto di quelle sono arrivate in cinque giorni fra la fine di luglio e i primi di agosto, quattro progetti in quattro province, fra reattori Hualong One e Guohe One. In cima ci sono le proposte, centoquarantasette, e per adesso sono carta. Da lì nasce la frase che la Cina costruirà centocinquanta reattori in dieci anni, perché quarantanove più centoquarantasette fa centonovantasei e l'ordine di grandezza torna. Solo che quella somma mescola gradini di solidità diversa e poi appiccica al totale la scadenza del gradino più solido. Un progetto proposto non è un cantiere programmato. Quanti di quei centoquarantasette diventeranno cemento, e con quanti mesi fra la firma e la prima colata, è il tasso di conversione che nessuno pubblica e che si legge solo dopo, aggiornamento dopo aggiornamento. La stessa trappola scatta in Europa. Si ripete che nell'Unione ci sia un solo cantiere nucleare aperto, in Slovacchia, ed era vero fino a febbraio, quando in Ungheria hanno colato il primo cemento di Paks due. Da allora sono due. Non è un dato falso, è un dato scaduto, e la differenza sta tutta nella data di aggiornamento del registro, che in questo settore va cercata prima del numero. Poi c'è la misura che rovescia il discorso intero. Si chiama fattore di capacità, e dice quanta elettricità un reattore produce davvero in un anno rispetto a quanta ne produrrebbe girando sempre alla massima potenza. Nel duemilaventiquattro la media mondiale è stata dell'ottantatré per cento, in salita di un punto sull'anno prima. Il Nord America ha chiuso al novanta, il più alto del pianeta. Sette punti sembrano una finezza da tecnici, ma applicati a quasi novantasettemila megawatt valgono molto più di quanto lascino immaginare. I novantaquattro reattori americani rendono più di quanto il conteggio delle unità suggerisca, e chi misura questa corsa contando le teste sta misurando proprio la cosa in cui gli Stati Uniti stanno peggio. Resta però una domanda onesta, e riguarda i numeri che arrivano dall'altra parte del mondo.

Cinque barre, o settanta

Nell'estate del duemilaventuno, dentro il primo reattore di Taishan, in Cina, il rivestimento di alcune barre di combustibile ha cominciato a cedere. L'autorità di sicurezza nucleare cinese le ha contate e ne ha trovate cinque, su più di sessantamila, venticinque volte sotto la soglia che il progetto stesso considera tollerabile. Un numero piccolo, e rassicurante. Poi è arrivato dicembre, e con dicembre un'altra cifra. Qualcuno che stava dentro ha fatto sapere che le barre danneggiate erano più di settanta. Quattordici volte il conto ufficiale. Fra le due versioni non è entrato nessun arbitro. Nessun ispettore esterno è andato a guardare, e non è una faccenda di procedura. Uno studio scientifico passato al vaglio dei pari descrive la sorveglianza nucleare cinese come divisa fra troppe istituzioni, poco trasparente, ancora povera di cultura della sicurezza. Quel fattore quattordici è la stessa fragilità che prende la forma di un numero. Le uniche persone che sanno quale delle due cifre sia quella vera lavorano dentro l'impianto, e non sono nella posizione di dirlo. Quello che la Cina rischia è grande quanto quello che sta costruendo. Un parco che supererà i cento reattori, tirati su in fretta e uno dietro l'altro. Un incidente serio là dentro le costerebbe quello che la fusione parziale di Three Mile Island e il disastro di Chernobyl sono costati all'Occidente, e non è un impianto. Sono trent'anni. Sull'altro piatto della bilancia c'è un primato che nessuno le contesta. Nel dicembre duemilaventitré, a Shidaowan, sulla costa orientale cinese, è entrato in esercizio commerciale il primo reattore di quarta generazione al mondo, e gli Stati Uniti non ne hanno uno. Da lì nasce la frase che si sente ripetere, che su quella tecnologia la Cina avrebbe dieci o quindici anni di vantaggio. Il reattore acceso ha una data. Il vantaggio non ha un documento sotto.

Il combustibile prima del reattore

Alla base del piano americano c'è una frase che si ripete da mesi. Gli Stati Uniti, si dice, devono espandere la produzione di elettricità del cinquanta per cento entro il duemilaquaranta, e sono in rotta per appena il venti. Nessuno indica da dove vengano quelle due percentuali, e nessuna delle due corrisponde a una serie dell'agenzia federale americana che quelle statistiche le tiene davvero. Quello che l'agenzia misura è più piccolo e più solido. Dopo dieci anni di consumi quasi fermi, dal duemilaventi in poi l'elettricità consumata in America è tornata a crescere dell'uno e sette per cento l'anno, tirata dal commerciale, centri di calcolo compresi, e dall'industria. La ripresa della domanda è vera ed è documentata. La carenza da mezzo paese, invece, non ha un documento sotto. Le promesse, quelle, hanno tutte una data. Il due dicembre duemilaventitré, alla conferenza mondiale sul clima, più di venti paesi hanno firmato l'impegno a triplicare la capacità nucleare del mondo entro il duemilacinquanta, e fra i firmatari ci sono gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone e il Canada. L'anno dopo il Dipartimento dell'Energia americano ha tradotto quell'impegno in una cifra propria, duecento gigawatt in più entro la stessa scadenza. Poi, il ventitré maggio duemilaventicinque, quattro ordini esecutivi hanno alzato l'asticella. Da circa cento gigawatt di oggi a quattrocento entro metà secolo, dieci nuovi grandi reattori in cantiere entro il duemilatrenta, e un tetto di diciotto mesi alle decisioni della commissione federale che rilascia le licenze. Sono due traguardi diversi, messi nero su bianco nel giro di un anno. Trecento gigawatt e poi quattrocento, dalla stessa base di partenza e dallo stesso numero di cantieri aperti, che è zero. Al ventinove luglio di quest'anno erano ancora zero. Restano poco più di tre anni per arrivare a dieci grandi reattori in costruzione, e siccome nessun reattore si mette in cantiere in un trimestre, ogni mese che passa senza una prima colata di cemento rende quella tappa aritmeticamente più difficile. Ma il collo di bottiglia documentato non sta nelle autorizzazioni. I reattori modulari, su cui si regge quasi tutta la parte nuova del piano, vanno a un combustibile speciale, uranio arricchito ad alto dosaggio. Nel duemilaventiquattro gli Stati Uniti hanno vietato l'importazione di uranio arricchito russo, e fino a quel giorno la russa Rosatom era l'unica al mondo a venderlo. Nell'aprile di quest'anno l'ufficio di controllo del Congresso americano ha messo per iscritto quanto ne sarà disponibile entro il duemilaventotto. Ventuno tonnellate. Il fabbisogno stimato per metà secolo supera le settemila. E lo stesso ufficio ha scritto che soltanto la Russia e la Cina hanno l'infrastruttura per produrne su scala. Vietare l'importazione non ha creato la filiera. La leva russa non è sparita, è stata sospesa per decisione politica. Si può accelerare la commissione fino a diciotto mesi e restare comunque senza combustibile. Ed è qui che la faccenda smette di riguardare i registri. Google, Amazon, OpenAI e le startup dei reattori modulari hanno investito miliardi per alimentare i loro centri di calcolo, e il rischio che corrono non è tecnologico ma di approvvigionamento. La data da guardare non è quella della licenza. È il duemilaventotto del combustibile. La densità di energia che rende attraente tutto questo è reale, e il Dipartimento dell'Energia la spiega con una pastiglia di uranio grande come la punta di un dito, che vale una tonnellata di carbone. Un reattore occupa cinquanta volte meno terreno di una centrale a carbone, e una ventina di volte meno di un campo di pannelli solari. Ed è proprio la densità a rendere pesante la scarsità. Quando una cosa così piccola vale così tanto, non averla costa in proporzione. Chi vive in Georgia paga in bolletta lo sforamento di Vogtle. Chi vive in South Carolina ha pagato un impianto che non è mai esistito. Chi ha comprato azioni di una società elettrica con un cantiere nucleare aperto ha comprato anche il giudizio che un'agenzia di rating darà sul comportamento del regolatore. Chi vive in Italia o in Germania non opera reattori e compra corrente su un mercato dove i novantotto reattori europei continuano a produrre, e non averne non significa non usarne. E chiunque, dovunque, accenda ogni giorno qualcosa che gira dentro un centro di calcolo sta aspettando una corrente che, prima di un reattore, ha bisogno di un combustibile che oggi sanno fabbricare su scala due paesi soli. Uno dei due è quello con trentasette cantieri aperti.

Zero

In South Carolina gli utenti della luce hanno pagato due reattori che non esistono. Il cantiere di V.C. Summer, due unità AP1000, è stato abbandonato il 31 luglio 2017 senza aver mai prodotto un kilowattora, e la quota versata in anticipo in tariffa mentre l'impianto si costruiva è rimasta dov'era. In Georgia è finita diversamente, nel senso che i reattori ci sono: Vogtle 3 e 4 erano preventivati intorno ai 14 miliardi di dollari e ne sono costati circa 36, e nel 2024 la stampa di settore misurava per i clienti di Georgia Power un aumento tariffario di circa il 25% per pagarli. Nessuno di quei clienti ha scelto il progetto, e nessuno ha firmato lo sforamento.

È il residuo di quei due cantieri che si legge nella riga più citata del nucleare mondiale. Il 29 luglio 2026 la World Nuclear Association — l'associazione dell'industria nucleare, che tiene il registro paese per paese — ha fotografato gli Stati Uniti: 94 reattori operabili per 96.952 megawatt elettrici, e alla voce «in costruzione», zero. Diciannove giorni dopo, il 17 agosto, ha fotografato la Cina: 64 reattori operabili per 63.985 MWe, e 37 cantieri aperti per altri 38.578 MWe. In costruzione, cioè, c'è un parco pari a tre quinti di quello che la Cina già possiede. L'EIA, l'agenzia statistica del Dipartimento dell'Energia americano, a maggio 2026 misurava i cantieri cinesi a oltre il 49% di tutte le costruzioni nucleari del mondo: un paese solo, su circa duecento, apre metà dei cantieri nucleari del pianeta, e ha quasi raddoppiato la propria capacità dal 2016.

Il parco già acceso però racconta il contrario. I 94 reattori americani fanno 96.952 MWe, i 64 cinesi 63.985: circa 1.031 megawatt di media a unità contro circa 1.000. E c'è un terzo soggetto che nel racconto a due non compare mai. Al 28 agosto 2026 l'Unione Europea aveva 98 reattori operabili in dodici stati membri per circa 96 GWe — più unità della Cina, quasi la stessa capacità degli Stati Uniti — con due cantieri aperti: Mochovce 4 in Slovacchia, dove il combustibile è stato caricato a luglio 2026, e Paks II in Ungheria, dove il primo cemento è stato colato a febbraio dello stesso anno. Più 17 impianti pianificati e 44 proposti.

La domanda che tiene insieme tutto il resto non è chi abbia più reattori. È quanto costa, e a chi, tenerne aperto uno.

Chi ha reattori accesi e chi ha cantieri aperti, alle date in cui i registri li hanno contati

gamma97
dati: World Nuclear Association, profili paese USA (29/07/2026), Cina (17/08/2026), Unione Europea (28/08/2026) · elaborazione: gamma97
The working cooling towers of Exelon Generation Unit 1 in the foreground are emitting water vapor. The dormant cooling towers are from Unit 2, which was permanently damaged in the 1979 accident.
The working cooling towers of Exelon Generation Unit 1 in the foreground are emitting water vapor. The dormant cooling towers are from Unit 2, which was permanently damaged in the 1979 accident. — foto: Constellation Energy · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Chi è fallito mentre il conto saliva

Il 29 marzo 2017 Westinghouse ha depositato istanza di . Toshiba, che la controllava, ha dichiarato nove miliardi di dollari di perdite sui due progetti AP1000 americani. Westinghouse è l'azienda che ha progettato l'unica tecnologia americana di nuova generazione arrivata in fondo — e il progetto che ce l'ha portata l'ha portata in tribunale.

Quattro mesi dopo, il 31 luglio 2017, Santee Cooper e SCANA hanno abbandonato definitivamente V.C. Summer. Nel 2018 Moody's ha declassato SCANA Corp. sotto investment grade. Il declassamento non è una nota a margine: da quel momento tutto ciò che l'azienda costruirà costa di più da finanziare, comprese le cose che con il nucleare non c'entrano.

Il meccanismo è documentato e vale ben oltre quel caso. Secondo World Nuclear News, fino al 25-30% del rating finale di una utility quotata può derivare dal giudizio dell'agenzia sul sostegno regolatorio che l'azienda riceve. Fino a un terzo del merito di credito, cioè, non dipende da come si costruisce ma da come si comporta il regolatore. Aprire un cantiere nucleare mette in gioco il rating dell'intera impresa, non il conto economico di un progetto: è la ragione per cui un consiglio di amministrazione può avere tutte le ragioni tecniche per costruire e nessuna ragione finanziaria per firmare.

C'è un dettaglio di calendario che rovescia il modo abituale di raccontare Vogtle. L'escalation dei costi non ha causato il fallimento del costruttore: il grosso di quella escalation è maturato dopo il 29 marzo 2017, cioè quando Westinghouse era già in Chapter 11. La cifra dei 36 miliardi è il conto di un progetto rimasto senza il suo progettista.

Quarantatré anni

Nel 1973 la Tennessee Valley Authority ha aperto il cantiere di Watts Bar 2, a Spring City, Tennessee. Nel 1985, con l'unità completa al 60% e 1,7 miliardi di dollari già spesi, i lavori sono stati sospesi. La sospensione è durata ventidue anni. I lavori sono ripresi il 15 ottobre 2007 — tre anni e mezzo prima di Fukushima, quindi per ragioni che con Fukushima non c'entrano — e l'unità è entrata in esercizio commerciale il 19 ottobre 2016, quarantatré anni dopo la prima ruspa, a un costo finale di 4,7 miliardi per la sola unità 2 e oltre 12 miliardi per le unità 1 e 2 insieme.

Chi ha versato il primo cemento non era in servizio il giorno dell'accensione: quarantatré anni sono più di una carriera intera. E il conto dice una cosa che vale per ogni cantiere sospeso del mondo: un progetto fermo non si conserva, si paga due volte. Da 1,7 a 4,7 miliardi senza aggiungere un reattore.

Non è un aneddoto, è la regola misurata. Uno studio del 2021 sulla divergenza globale dei costi nucleari stima un'elasticità netta fra tempo e denaro: ogni 10% di ritardo si traduce in circa l'11% di costo in più. Gli scarti storici sui tempi vanno da −15% a +2200%, con il 90% centrale dei casi fra 0% e 163%. Il tempo non è un fastidio del cantiere nucleare: è il suo costo.

Il 19 maggio 2025 l'Institute for Global Sustainability della Boston University ha pubblicato l'analisi di circa 16.000 progetti in 136 paesi. Il nucleare risulta la costruzione energetica con il rischio d'investimento più alto in assoluto: 120% di sforamento medio sul preventivo.

Una rilevazione precedente, del 2016, su 349 reattori in sette paesi — Stati Uniti, Francia, Canada, Germania Ovest, Giappone, India, Corea del Sud — dava un numero peggiore per gli impianti avviati dopo il 1970: 241% di sforamento medio. Ed è la stessa rilevazione a contenere l'indizio che conta: l'escalation forte si osserva negli Stati Uniti, mentre altrove è mite e in alcune ere è addirittura negativa in valore assoluto.

Sul costo di costruzione americano le stime disponibili raccontano una scala, non un punto. Il MIT nel 2003 stimava 2.000 dollari per kilowatt; nel 2009 il proprio aggiornamento portava la stima a 4.000. Oggi le utility indicano 5.000-6.000 $/kW, gli analisti indipendenti 8.000-10.000, e Vogtle 3 e 4 si collocano intorno agli 8.000 $/kWe di . In sei anni di documenti la stima è raddoppiata, in vent'anni si è quintuplicata, e la tecnologia in mezzo non è cambiata.

Otto millirem

Nel 1973 diversi paesi arabi hanno bloccato l'export di petrolio verso i paesi che sostenevano Israele, Stati Uniti compresi, e il prezzo del greggio è quadruplicato in pochi mesi. Nel 1979 è arrivata la seconda crisi petrolifera. In quel clima il nucleare era la risposta ovvia — e la finestra si è chiusa quasi subito.

Il 28 marzo 1979, a Three Mile Island, in Pennsylvania, il nocciolo di un reattore è andato in fusione parziale. Secondo la Nuclear Regulatory Commission la dose media di radiazione ricevuta da chi viveva entro dieci miglia è stata di 8 millirem, senza effetti sanitari rilevabili: all'incirca una radiografia al torace, contro i circa 300 millirem l'anno che chiunque riceve dalla radioattività naturale di fondo. Nel 1981 il Dipartimento della Salute della Pennsylvania ha pubblicato l'esito degli accertamenti locali: nessun decesso neonatale o fetale collegabile all'incidente.

Quello che le persone hanno ricevuto, però, non era la dose. Un servizio televisivo americano dell'epoca la chiamava «il primo passo di un incubo nucleare»; un cartello ripreso da una troupe davanti all'impianto diceva che «la morte è vicina quanto il reattore nucleare più vicino». Chi abitava lì ha subito la paura, non la radiazione — e la paura ha cambiato il paese molto più della radiazione.

Sette anni dopo, il 26 aprile 1986, l'esplosione del reattore 4 di Chernobyl, nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, ha prodotto un rilascio radioattivo senza precedenti e contaminato da radionuclidi gran parte dell'Europa continentale. Un servizio televisivo americano parlava del «peggior incidente nella breve storia dell'industria nucleare mondiale». Quanto ci sia voluto per ricostruire un numero condiviso lo dice la data del rimedio: fra il 2003 e il 2005 l'IAEA, l'Organizzazione Mondiale della Sanità e i governi coinvolti hanno lavorato insieme nel Chernobyl Forum a una valutazione radiologica e sanitaria congiunta, pubblicata nel 2005 con il titolo «The True Scale of the Accident». Diciannove anni dopo l'evento.

La regolazione nata dopo Three Mile Island ha reso la costruzione americana lentissima e carissima, e da allora negli Stati Uniti nessun incidente paragonabile si è ripetuto. Nessuno ha mai separato le due cose: non si sa quale delle due stesse funzionando. È il precedente che pesa sull'ordine esecutivo del 23 maggio 2025, che impone alla NRC di decidere sulle licenze di nuova costruzione e di nuovo esercizio entro diciotto mesi. L'ente che dopo Three Mile Island ha scritto le regole fatte apposta per rallentare adesso ha un cronometro. Ci mette in gioco la propria indipendenza tecnica da un lato e, dall'altro, la propria reputazione il giorno in cui un progetto autorizzato in fretta dovesse andare male.

Color photograph of the Three Mile Island nuclear generating station, which suffered a partial meltdown in 1979. The reactors are in the smaller domes with rounded tops (the large smokestacks are just
Color photograph of the Three Mile Island nuclear generating station, which suffered a partial meltdown in 1979. The reactors are in the smaller domes with rounded tops (the large smokestacks are just — foto: United States Department of Energy · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Sei anni e nove mesi

Il 20 marzo 1985, secondo la China National Nuclear Corporation, è cominciata a Qinshan, nello Zhejiang, la costruzione del primo reattore ad acqua pressurizzata da 300 MWe interamente di progettazione cinese. Il 15 dicembre 1991 Qinshan 1 è stato connesso alla rete: sei anni e nove mesi dalla prima ruspa.

Quel cantiere sta interamente dentro la pausa americana. Quando la Cina ha acceso il suo primo reattore, Watts Bar 2 era ferma da sei anni e ne aveva davanti altri sedici prima che qualcuno tornasse a lavorarci.

Oggi il vantaggio cinese si misura in una curva che scende, l'unica di tutto questo racconto. Il reattore di serie Hualong One viene costruito a circa 17.000 yuan per kilowatt elettrico, cioè intorno ai 2.650-3.000 dollari; il successore Hualong Two è atteso a circa 13.000 yuan, intorno ai 2.000 dollari per kilowatt: un quarto in meno. Se quel numero si realizzerà, il costo cinese di domani sarà la stima americana del 2003. Ma è un'attesa, non una misura: la verifica arriva con la prima unità Hualong Two completata, e su quell'attesa si regge l'intero vantaggio economico.

Il punto è che gli ingredienti sono noti e non sono ideologici. L'Institute for Progress osserva che «Cina e Corea del Sud sono riuscite a costruire diversi reattori recenti in meno di sei anni senza sforamenti maggiori». La Corea del Sud è una democrazia. Ciò che i due paesi hanno in comune non è il sistema di governo ma tre cose replicabili: un progetto stabile che non cambia da un'unità all'altra, una regolazione prevedibile, una filiera che non si ferma mai. Lo studio del 2021 sulla divergenza globale lega gli scarti di costo alla decentralizzazione politica, non alla forma di governo.

La stessa cosa che regge il vantaggio lo rende fragile: si regge sulla cadenza degli ordini. Interrompere la serie annulla la curva di apprendimento — che è esattamente quello che è successo agli Stati Uniti. Quando i progetti americani furono cancellati dopo il 1979, chiusero decine di miniere e impianti di raffinazione dell'uranio. La filiera che oggi manca a Washington è quella smontata allora.

Il primo reattore cinese, dall'inizio alla rete, dentro la sospensione del cantiere americano

gamma97
dati: EIA Today in Energy 2016 e voce Wikipedia Watts Bar Nuclear Plant per Watts Bar 2; CNNC 2019 per Qinshan 1 · elaborazione: gamma97

Cinquantotto, sessanta, sessantaquattro

La cifra che circola più spesso è che la Cina operi 58 reattori. L'EIA, a maggio 2026, ne contava 60 operativi per 58,7 GW. La World Nuclear Association, il 17 agosto 2026, ne contava 64 per 63.985 MWe. Le tre cifre non si contraddicono: guardano l'orologio in momenti diversi e contano con definizioni diverse — «operabile» per la WNA, «operational» per l'EIA, e la connessione alla rete è ancora un'altra soglia. Il 58 non è un errore di calcolo: è una fotografia vecchia riproposta al presente.

Il verso dell'errore vale più dell'errore. Chi ripete 58 sottostima di sei unità il paese di cui vuole dimostrare la corsa. Lo stesso vale per «33 in costruzione» — sono 37 secondo la WNA ad agosto 2026, 36 secondo l'EIA a maggio — e per «43 approvati», che sono 49 dal 2022. Le cifre sbagliate che circolano indeboliscono la tesi di chi le usa.

Sopra i cantieri c'è una cascata di gradini con certezze molto diverse. In costruzione: 37. Approvati dal 2022: 49, di cui otto arrivati fra il 31 luglio e il 4 agosto 2026, quattro progetti in quattro province, fra reattori Hualong One e Guohe One. Proposti: 147. Da qui viene l'affermazione che «la Cina costruirà 150 reattori nei prossimi dieci anni»: 49 più 147 fa 196, lo stesso ordine di grandezza. Il numero nasce sommando gradini di solidità diversa e attribuendo alla somma la scadenza del gradino più solido. Un progetto proposto non è un cantiere programmato, e quanti dei 147 diventeranno cemento — e con quanti mesi fra approvazione e prima colata — è il tasso di conversione che nessuno pubblica: lo si può osservare solo a posteriori, aggiornamento dopo aggiornamento.

Vale anche in Europa, dove l'affermazione più ripetuta è che nell'Unione ci sia un solo reattore in costruzione, in Slovacchia. Era vera fino al febbraio 2026, quando è stato colato il primo cemento di Paks II. Da allora sono due. È un dato scaduto, non un dato falso — la differenza fra le due cose è tutta nella data di aggiornamento del registro, che in questo settore va cercata prima del numero.

E poi c'è la misura in cui il verso si rovescia del tutto. Il medio mondiale nel 2024 è stato dell'83%, in salita dall'82% del 2023. Il Nord America ha registrato il 90%: il più alto al mondo. Sette punti di fattore di capacità su 96.952 MWe valgono molto più di quanto sembrino. I 94 reattori americani rendono più di quanto il conteggio delle unità suggerisca, e chi misura questa corsa contando le teste sta misurando la cosa in cui gli Stati Uniti sono messi peggio.

Via Unione Sovietica, Rom, Foto 2012
Via Unione Sovietica, Rom, Foto 2012 — foto: Gunnar Klack · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Cinque barre, o settanta

Fra giugno e dicembre 2021 a Taishan 1, in Cina, si è verificato un danneggiamento del rivestimento di alcune barre di combustibile. Secondo l'autorità di sicurezza nucleare cinese le barre interessate erano circa cinque su oltre 60.000: meno dello 0,01%, contro una soglia di progetto dello 0,25%, venticinque volte sotto il limite. A dicembre un whistleblower ha riferito che le barre danneggiate fossero più di settanta: quattordici volte la cifra ufficiale.

Nessun soggetto esterno ha potuto arbitrare fra le due versioni, e non è un dettaglio procedurale: uno studio peer-reviewed indica nella governance nucleare cinese frammentazione istituzionale, trasparenza inadeguata e carenza di cultura della sicurezza. Il fattore quattordici è la forma che quel problema prende quando arriva a un numero. Chi lavora dentro l'impianto è l'unico a sapere quale delle due cifre sia vera, e non è nella posizione di dirlo.

Quello che la Cina rischia su questo fronte è proporzionato a quello che sta costruendo. Un incidente serio in un parco che supererà i cento reattori, tirati su in fretta e in serie, le costerebbe ciò che Three Mile Island e Chernobyl sono costati all'Occidente: non un impianto, trent'anni.

Sull'altro piatto c'è un primato che nessuno contesta. Nel dicembre 2023 l'HTR-PM di Shidaowan, sulla costa orientale cinese, è entrato in esercizio commerciale: primo reattore di quarta generazione al mondo. Gli Stati Uniti non ne hanno uno commerciale. Da qui nasce l'affermazione che il vantaggio tecnologico cinese sui reattori di quarta generazione sia «di dieci-quindici anni»: il rapporto da cui verrebbe non viene mai indicato per esteso e non è stato possibile rintracciarlo. Il fatto sotto è documentato e datato; il numero sopra no.

Il combustibile prima del reattore

La premessa di tutto il piano americano è che il paese abbia una carenza energetica: si dice che gli Stati Uniti debbano espandere la generazione del 50% entro il 2040 e siano in traiettoria per il solo 20%. Nessuna delle due percentuali ha una fonte indicata, e nessuna corrisponde a una serie dell'EIA. Ciò che l'agenzia misura è che fra il 2020 e il 2026, dopo un decennio sostanzialmente piatto, il consumo elettrico americano è cresciuto in media dell'1,7% l'anno, trainato dal commerciale (+2,6%, data center inclusi) e dall'industriale (+2,1%). La ripresa della domanda è reale ed è documentata. Le due cifre che reggono il racconto della carenza sono di un altro ordine di grandezza, e non hanno un documento sotto.

Le promesse, invece, hanno tutte una data. Il 2 dicembre 2023, alla COP28, oltre venti paesi — Stati Uniti, Francia, Giappone, Canada fra questi — hanno firmato la dichiarazione per triplicare la capacità nucleare mondiale rispetto ai livelli del 2020 entro il 2050. Nel 2024 il Dipartimento dell'Energia americano ha tradotto l'impegno in numeri propri: 200 GW addizionali entro il 2050, con tappe di 35 GW entro il 2035 e 15 GW l'anno dal 2040. Il 23 maggio 2025 quattro ordini esecutivi hanno alzato l'obiettivo da circa 100 GW attuali a 400 GW entro il 2050, con 5 GW di potenziamenti sugli impianti esistenti, dieci nuovi grandi reattori in cantiere entro il 2030 e il tetto di diciotto mesi alle decisioni della NRC.

Sono due obiettivi diversi messi per iscritto nel giro di un anno — 300 e poi 400 GW — partendo dalla stessa base e dallo stesso numero di cantieri aperti: zero. Al 29 luglio 2026 erano ancora zero. Restano poco più di tre anni per arrivare a dieci grandi reattori in costruzione, e ogni mese senza una prima colata di cemento rende quella tappa aritmeticamente più difficile, perché nessun reattore si mette in cantiere in un trimestre.

Ma il collo di bottiglia documentato non è l'autorizzazione. I reattori modulari su cui si regge quasi tutta la parte nuova del piano girano a . Nel 2024 gli Stati Uniti hanno vietato l'importazione di uranio arricchito russo; fino a quel momento Rosatom, attraverso TENEX, era l'unico fornitore commerciale di HALEU al mondo. Nell'aprile 2026 il GAO — l'ufficio di controllo del Congresso americano — ha proiettato appena 21,2 tonnellate metriche di uranio disponibili entro il 2028, a fronte di un fabbisogno stimato che sale dalle 125 tonnellate del 2025 fino a 7.175 al 2050: un fattore 338. E ha scritto che «solo Russia e Cina hanno l'infrastruttura per produrre HALEU su scala». Vietare l'importazione non ha creato la filiera: la leva russa non è sparita, è stata sospesa politicamente. Si può accelerare la NRC a diciotto mesi e restare senza combustibile.

Questo è il punto in cui la faccenda smette di riguardare i registri. Google, Amazon, OpenAI e le startup dei reattori modulari hanno investito miliardi per alimentare i data center, e il rischio che corrono non è tecnologico ma di approvvigionamento: la scadenza da guardare non è quella della licenza, è il 2028 del combustibile. La densità energetica che rende attraente tutto questo è reale — secondo il Dipartimento dell'Energia americano (2020) un pellet di uranio grande come la punta di un dito vale una tonnellata di carbone o 17.000 piedi cubi di gas naturale, e secondo Our World in Data il nucleare occupa cinquanta volte meno suolo del carbone e da diciotto a ventisette volte meno del solare a terra — ed è proprio la densità a rendere pesante la scarsità: quando una cosa così piccola vale così tanto, non averla costa in proporzione.

Chi vive in Georgia paga in bolletta lo sforamento di Vogtle; chi vive in South Carolina ha pagato un impianto che non è mai esistito; chi ha comprato azioni di una utility con un cantiere nucleare aperto ha comprato anche il giudizio che un'agenzia di rating darà sul comportamento del regolatore. Chi vive in Italia o in Germania ha smesso di operare reattori e compra elettricità in un mercato dove i 98 reattori dell'Unione continuano a produrre: non averne non significa non usarne. E chiunque, ovunque, usi ogni giorno qualcosa che gira dentro un data center sta aspettando una corrente che, prima di un reattore, ha bisogno di un combustibile che oggi sanno fare su scala due paesi soli — uno dei quali è quello con trentasette cantieri aperti.

Caserma Morelli di Popolo seen from Corso Unione Sovietica, Turin, Italy
Caserma Morelli di Popolo seen from Corso Unione Sovietica, Turin, Italy — foto: SetteTreSette · CC BY 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Riferimenti

  1. World Nuclear Association, profilo paese «China Nuclear Power», aggiornato al 17 agosto 2026 — è la fonte da cui parte questo numero e il registro dei 64 operabili e dei 37 in costruzione — https://world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-a-f/chi
  2. World Nuclear Association, profilo paese Stati Uniti, aggiornato al 29 luglio 2026: 94 reattori operabili, 96.952 MWe, zero in costruzione. La fotografia americana è di diciannove giorni più vecchia di quella cinese, ed è la prima ragione per cui i due conteggi non sono perfettamente allineati — world-nuclear.org —
  3. World Nuclear Association, profilo Unione Europea, aggiornato al 28 agosto 2026: 98 operabili in dodici stati membri, 96 GWe, due in costruzione, 17 pianificati, 44 proposti; Mochovce 4 e Paks II — world-nuclear.org —
  4. U.S. Energy Information Administration, rilevazione di maggio 2026: Cina a 60 reattori operativi per 58,7 GW e 36 in costruzione, oltre il 49% del totale mondiale — eia.gov —
  5. U.S. Energy Information Administration, dati 2025 sul consumo elettrico statunitense: +1,7% medio annuo 2020-2026, commerciale +2,6%, industriale +2,1%. È l'unica serie di domanda reperita; le percentuali del «+50% entro il 2040» e del «+20% in traiettoria», che circolano largamente, non sono state ricondotte ad alcuna fonte — eia.gov —
  6. U.S. Energy Information Administration, «Today in Energy», 2016, su Watts Bar 2: apertura del cantiere, sospensione del 1985, costo finale. Una fonte secondaria colloca l'apertura nel 1972 anziché nel 1973 — eia.gov —
  7. Voce Wikipedia «Watts Bar Nuclear Plant» per la ripresa dei lavori del 15 ottobre 2007 e il costo delle unità 1 e 2 combinate — en.wikipedia.org —
  8. Nuclear Regulatory Commission, Backgrounder su Three Mile Island: 8 millirem di dose media entro dieci miglia, nessun effetto sanitario rilevabile — nrc.gov —
  9. Voce Wikipedia «Three Mile Island accident health effects» per l'esito pubblicato dal Dipartimento della Salute della Pennsylvania nel 1981 — en.wikipedia.org —
  10. IAEA, documentazione su Chernobyl e Chernobyl Forum 2003-2005, «The True Scale of the Accident» (2005) — iaea.org —
  11. CNNC, ricostruzione del 2019 su Qinshan 1: prima colata il 20 marzo 1985, connessione alla rete il 15 dicembre 1991. La fonte di partenza colloca l'inizio nel 1984; qui è stata seguita la datazione del costruttore — cnnc.com.cn —
  12. MIT Energy Initiative, studio 2003 e aggiornamento 2009 sui costi di costruzione nucleari: da 2.000 a 4.000 $/kW — energy.mit.edu —
  13. ScienceDirect, rilevazione 2016 su 349 reattori in sette paesi: 241% di sforamento medio post-1970, escalation forte solo negli Stati Uniti. Lo stesso archivio ospita lo studio peer-reviewed sulla governance della sicurezza nucleare cinese citato nel capitolo su Taishan — sciencedirect.com —
  14. Boston University, Institute for Global Sustainability, 19 maggio 2025: circa 16.000 progetti in 136 paesi, 120% di sforamento medio per il nucleare — bu.edu/igs —
  15. «Global divergence», studio 2021 sull'elasticità fra ritardi e costi e sul ruolo della decentralizzazione politica —
  16. Institute for Progress, analisi sui tempi di costruzione di Cina e Corea del Sud, «in meno di sei anni senza sforamenti maggiori» — ifp.org —
  17. CNBC, 29 marzo 2017, sul Chapter 11 di Westinghouse e sui nove miliardi di perdite dichiarate da Toshiba — cnbc.com —
  18. World Nuclear Industry Status Report sull'abbandono di V.C. Summer del 31 luglio 2017 — worldnuclearreport.org —
  19. The Post and Courier, 2018, sul declassamento di SCANA Corp. sotto investment grade da parte di Moody's — postandcourier.com —
  20. Utility Dive, 2024, sull'aumento tariffario di circa il 25% per i clienti di Georgia Power e sui costi finali di Vogtle 3 e 4 — utilitydive.com —
  21. World Nuclear News, «Managing financing risks for new nuclear», per il 25-30% del rating di una utility quotata legato al giudizio sul sostegno regolatorio; e la copertura del maggio 2025 sui quattro ordini esecutivi e sul tetto di diciotto mesi alla NRC — world-nuclear-news.org —
  22. Department of Energy, comunicati del 2 dicembre 2023 (COP28), del 2024 (200 GW addizionali) e del 23 maggio 2025 (400 GW, dieci reattori entro il 2030); e la scheda del 2020 sulla densità energetica del pellet di uranio — energy.gov —
  23. Third Way, 2024, sul divieto di importazione dell'uranio arricchito russo e sul monopolio commerciale di Rosatom/TENEX sull'HALEU — thirdway.org —
  24. GAO, rapporto GAO-26-107385, aprile 2026: 21,2 MTU di HALEU proiettati entro il 2028 contro un fabbisogno stimato fino a 7.175 MTU al 2050; «solo Russia e Cina hanno l'infrastruttura per produrne su scala» — gao.gov —
  25. World Nuclear News e The Diplomat, dicembre 2021, sulle due versioni del danno alle barre di Taishan 1: circa cinque secondo l'autorità cinese, oltre settanta secondo un whistleblower — world-nuclear-news.org, thediplomat.com —
  26. South China Morning Post, dicembre 2023, sull'entrata in esercizio commerciale dell'HTR-PM di Shidaowan — scmp.com —
  27. World Nuclear Association, «Global Nuclear Industry Performance» 2025, per il fattore di capacità 2024: 83% mondiale, 90% nordamericano — world-nuclear.org —
  28. Our World in Data, uso di suolo per unità di elettricità prodotta — ourworldindata.org —
  29. Sulle citazioni televisive americane del 1979 e del 1986 e sui cartelli dei manifestanti: sono riprese dai servizi d'epoca montati nella fonte di partenza, che non ne identifica le emittenti. Sull'incidente di Fukushima Daiichi del marzo 2011 non è stata reperita alcuna fonte dedicata, e per questo il numero non gli attribuisce conseguenze. Sull'affermazione di un vantaggio cinese «di dieci-quindici anni» nei reattori di quarta generazione, il rapporto citato non è stato rintracciato. —