Nell'estate del 1665 la peste chiude Cambridge e uno studente di ventidue anni torna nella casa di pietra dove è nato. Lì, seduto a bere il tè, guarda cadere una mela e comincia a chiedersi perché tutti i corpi siano tirati verso il centro della Terra. Quello che pensa in quei mesi — il moto, il calcolo, la luce — esce a stampa nel 1687, ventun anni dopo. Nel frattempo scrive centinaia di migliaia di parole che non pubblica: alchimia, teologia, il calcolo della data oltre la quale il mondo non poteva finire. Questo numero racconta l'intervallo: chi fu il bambino che la madre non credeva sarebbe sopravvissuto una settimana, che cosa succedeva in Inghilterra mentre lui stava a Woolsthorpe, e che cosa c'era davvero nel cassetto.

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.
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Un pomeriggio, il tè, una mela
C'è un pomeriggio in cui non succede niente. Un ragazzo di ventidue anni è seduto fuori dalla casa di pietra dove è nato, nel Lincolnshire, in Inghilterra, e beve il tè. L'università dove studia è chiusa. Non ha un impiego, non ha un titolo di studio finito, non ha pubblicato una riga in tutta la sua vita. Da qualche parte davanti a lui, una mela si stacca dal ramo e cade. Conoscete tutti questa scena. È arrivata fino a noi consumata come una moneta passata di mano troppe volte. E proprio perché la conosciamo, ci siamo dimenticati che cosa c'è davvero dentro. Dentro non c'è un'illuminazione, non c'è il genio che di colpo capisce tutto. Dentro c'è una domanda. Una domanda fatta male, all'inizio, e poi fatta meglio. Perché quella mela va giù? E se va giù, vuol dire che qualcosa la tira. Ma allora, che cosa la tira? E soprattutto, fin dove arriva, quella cosa che tira? Fermatevi un attimo su quest'ultima. Perché è quella che cambia tutto. Non chiede solo perché cade la mela. Chiede se quella stessa forza che tiene la mela attaccata alla terra arrivi fino alla luna. Da quel pomeriggio a un libro stampato passano ventun anni. Provate a sentirli, ventun anni. È il tempo in cui un neonato diventa un adulto fatto e finito. È l'intervallo fra un ragazzo che pulisce i pavimenti di un collegio universitario per pagarsi il posto e un uomo che quel collegio lo rappresenta davanti alla corte del re. E in mezzo, in questi ventun anni, ci stanno due epidemie, un incendio che cancella un'intera città, la caduta di un sovrano dal trono. E poi, ed è questa la parte che interessa davvero, ci sta un cassetto. Un cassetto che si riempie, piano piano, di carte che nessuno leggerà per secoli. La storia che di solito vi hanno raccontato è quella della mela. La storia vera è quella del cassetto.
Il bambino che si aspettavano di seppellire
Natale millenovecentoquarantadue. In una casa di campagna nel Lincolnshire, in Inghilterra, nasce un bambino che si chiama Isaac Newton. Nell'Europa continentale, quel giorno, è il quattro gennaio del millenovecentoquarantatré, l'Inghilterra è rimasta indietro di dieci giorni sul calendario, e questo bambino è uno di quegli uomini che nascono in due date. Il padre, che si chiamava Isaac Newton anche lui, è morto tre mesi prima. Un possidente terriero che non sapeva scrivere il proprio nome. Il neonato non viene battezzato entro le quarantotto ore, come si usava. Il battesimo si rimanda di una settimana. E il motivo è semplice, ed è tremendo, la madre non credeva che il bambino sarebbe arrivato vivo al fonte battesimale. In quella casa, per sette giorni, non si è aspettato un battesimo. Si è aspettato un funerale. Poi il bambino non muore. E comincia la parte difficile. Nel gennaio del millenovecentoquarantacinque, la madre, si chiama Hannah Ayscough, si risposa. L'uomo è un reverendo, Barnabas Smith, rettore di North Witham. Hannah va a vivere da lui e lascia il figlio di due anni ai nonni, a Woolsthorpe. North Witham dista circa tre chilometri, un'ora a piedi di bambino. Non è una madre partita per un altro paese. È una madre che vive alla distanza esatta in cui puoi immaginare di arrivare, e non arrivi. Sul reverendo Smith gira una cifra, cinquecento sterline l'anno. È un numero che compare regolarmente nelle biografie, ma non si riesce a verificarlo, la pagina indicata come fonte non esiste più, e altre ricerche parlano per quella famiglia di oltre settecento sterline. E quel buco è, a suo modo, un fatto, dell'uomo che ha determinato l'infanzia di Newton sappiamo il mestiere, la parrocchia, la data del matrimonio, e non sappiamo quanto valesse. Sappiamo, però, una cosa con certezza, il figliastro arrivò a detestarlo. La casa dei nonni non compensa. Quando Isaac ha dieci anni, il nonno materno, James Ayscough, fa testamento, provvede agli altri nipoti, e a lui non lascia nulla. In decenni di lettere, tutte setacciate dagli storici, Newton non lo nomina mai. Nemmeno una volta. Anche la nonna, nelle rare volte che compare nella sua corrispondenza, compare senza calore. Poi, nel millenovecentocinquantatré, Barnabas Smith muore, e Hannah torna a Woolsthorpe. Torna con tre figli nuovi. Due anni dopo, venticinque marzo millenovecentocinquantacinque, succedono due cose, lo stesso giorno, in due paesi. In Olanda, un astronomo, Christiaan Huygens, punta un telescopio su Saturno e scopre una luna, Titano. In Inghilterra, un ragazzino di dodici anni entra alla grammar school di Grantham. Le due cose non c'entrano niente l'una con l'altra, ed è proprio per questo che vale la pena tenerle vicine, in quella notte, Titano si scopre in una notte, e il ragazzo che un giorno riscriverà il moto dei corpi celesti sta imparando il latino. A Grantham, il ragazzo alloggia in casa di un farmacista, il signor Clark. In quella casa c'è la figliastra di Clark, e con lei Isaac vive quello che le fonti chiamano un amore adolescenziale. È l'unico legame sentimentale che gli venga mai attribuito. Morirà non sposato a settantaquattro anni di distanza da quella casa, senza che nel mezzo compaia nessun altro. Poi, nel millenovecentocinquantanove, il ragazzo di sedici anni viene richiamato a casa. La madre lo vuole in fattoria, è il primogenito, la terra è sua, e i libri non arano. Isaac detesta il lavoro dei campi. E qui succede una piccola congiura fra due adulti. Il maestro di Grantham, Stokes, che, come hanno mostrato ricerche recenti, aveva una buona preparazione matematica e aveva coltivato il talento del ragazzo fin dai dodici o tredici anni, si mette d'accordo con un cugino della famiglia, il cugino Ayscough, perché il ragazzo torni a scuola. Si accordano anche su chi paga la fine degli studi. Non è la madre. Ci vorrà una vita intera perché quel ragazzo diventi Sir Isaac Newton. Ma ci vollero due uomini di provincia, un maestro e un cugino, perché non restasse un contadino.
Il ragazzo che puliva il collegio
Nel milleseicentosessantuno, Newton entra a Cambridge. Il ragazzo della mela e del telaio in cantina ha ormai diciotto anni, e l'università lo accoglie in un modo che dice molto del mondo in cui sta per farsi largo, ci entra come sub-sizar, che vuol dire studente ammesso a tariffa ridotta, che in cambio pulisce, serve, fa i lavori materiali per il collegio e per gli studenti che pagano. Pulire. E non sedersi a tavola con i figli delle famiglie benestanti. È questo il suo posto, un corpo che, negli stessi anni in cui la mente comincia a fare la cosa per cui lo ricorderemo, lavora in un posto e mangia in un altro. Sua madre, in quel momento, amministra le eredità di due mariti. Il tutor che gli assegnano si chiama Benjamin Pulleyn, e gli dà Aristotele a piene mani, come si faceva allora. Per circa due anni e mezzo Newton lo legge. Poi, semplicemente, smette. I quaderni raccontano il passaggio meglio di qualunque aneddoto. Platone e Aristotele finiscono, e cominciano Galileo, Boyle, il Leviatano di Hobbes, il libro uscito nel milleseicentocinquantuno. Non c'è una rottura dichiarata, non c'è una lite col tutor, c'è un uomo, Benjamin Pulleyn, che si ritrova in mano uno studente che ha abbandonato il programma senza dirglielo, e che continua a presentarsi alle lezioni. È già tutto lì, in quel gesto. L'abitudine di lavorare in silenzio su una cosa diversa da quella che gli altri credono tu stia facendo. Newton la terrà per sessant'anni. E un giorno, quel silenzio, avrà un cassetto.
La cometa, la peste, il fuoco
Alla fine del milleseicentosessantaquattro il cielo sopra il sud dell'Inghilterra si apre e passa una cometa. La guardano tutti. Non è un uomo solo con un cannocchiale, è un intero paese che alza la testa, per settimane. E la legge nell'unico modo in cui allora si leggeva una cometa, come un presagio di sventura. Pochi mesi dopo, la peste arriva davvero. È il milleseicentosessantacinque, e la gente che può permetterselo se ne va. Da Londra, da Bristol, da Cambridge, da Oxford, verso le case di campagna, e ci resta mesi. Non una fuga isolata, una carovana. E dentro quella carovana c'è anche lui, il ragazzo che stava a Cambridge con i suoi libri proibiti. L'università chiude, e Newton torna a Woolsthorpe, la casa della madre, dove resterà, con un intervallo, quasi due anni. Intanto a Londra si contano i morti. Ufficialmente la Grande peste ne uccise sessantottomilacinquecentonovantacinque in quell'anno, dicono i Royal Museums Greenwich, i musei nazionali inglesi del mare. Ma la cifra vera è probabilmente più vicina a centomila. Un quinto della città. Un quinto. Non il quindici per cento che si legge in giro, un quinto. E poi, nel settembre del milleseicentosessantasei, brucia il resto. Oltre tredicimila case di legno strette una contro l'altra, è l'istituzione che ne custodisce la memoria a darle questo numero, vanno a fuoco, e l'ottantacinque per cento dei londinesi resta senza tetto. Eccolo, il paradosso. In quei ventiquattro mesi, in una casa di pietra a duecento chilometri da Londra, il ragazzo di ventidue anni, quello che di nascosto aveva smesso di leggere Aristotele, fa il lavoro che gli storici della scienza chiameranno gli anni miracolosi. Il calcolo. La scomposizione della luce. L'idea che la forza che tira giù una mela sia la stessa che tiene su la Luna. La cosa non è edificante, ed è inutile fingerlo. Il biennio più fertile nella storia della fisica esiste perché una città stava morendo e le università avevano chiuso i battenti. La catastrofe di centomila persone è stata, per un uomo, la condizione di lavoro. E non era nemmeno la prima volta, in Inghilterra, che un uomo chiuso da qualche parte si metteva a fare esperimenti. Una generazione prima, c'era stato Sir Walter Raleigh, esploratore e cortigiano, finito prigioniero politico. Tredici anni nella Torre di Londra, dal milleseicentotré al milleseicentosedici, e in prigione si era costruito un laboratorio, distillava acqua dolce dall'acqua di mare, mescolava medicine di erbe, provava alchimia. Le due storie non si toccano, Newton nasce ventisei anni dopo che Raleigh esce dalla Torre, ma disegnano la stessa forma. Un uomo, un posto da cui non si può uscire, e un tavolo. Quanto all'alchimia, tenetela a mente. Tornerà.
Ventidue piedi
Nella primavera del milleseicentosessantasei, a Woolsthorpe, la casa di campagna dove Newton si è rifugiato per la peste, un giovane di ventitré anni chiude le imposte. Fa un foro nel legno. Ci mette dietro un prisma, quel triangolo di vetro che si comprava alle fiere e con cui chiunque giocava a fare l'arcobaleno. E poi misura. Perché è qui che lui si stacca da tutti gli altri, i colori li avevano visti in tanti, ma nessuno aveva tirato fuori la riga. Misura la distanza, misura la forma della macchia di luce che si allunga sul muro. Anni dopo, quando racconta l'esperimento per lettera a Henry Oldenburg, il segretario della Royal Society, la società scientifica di Londra, mette giù i numeri nero su bianco, la distanza dell'immagine dal foro era di ventidue piedi. E la macchia di colori non era rotonda, com'era ragionevole aspettarsi. Era lunga cinque volte la sua larghezza, più o meno, a seconda della quantità della rifrazione. Quel più o meno, gettato lì dentro la dimostrazione, è forse la frase più newtoniana di tutte. Un uomo che sta per dimostrare che la luce bianca è fatta di colori mescolati, e che sta scrivendo la prova, ammette in corsivo di quanto il suo numero non torni esattamente. Chi oggi ripete quella citazione, quasi sempre taglia l'inciso. Lui no, se lo tiene, il più o meno, perché è fatto così. Poi viene l'esperimento decisivo, quello che chiude la partita. Newton prende un solo colore uscito dal primo prisma, solo il rosso, per dire, e lo fa passare attraverso un secondo prisma. E quel colore non si scompone più, non cambia. Non è il vetro che sporca la luce aggiungendole qualcosa, come tutti credevano. Il prisma separa qualcosa che era già lì. La luce bianca è un miscuglio, e i colori sono i suoi ingredienti. Ma resta una cosa che non torna. Ventidue piedi sono quasi sette metri. Una stanza lunga sette metri, in una casa di campagna del Lincolnshire nel Seicento, è una stanza enorme. Se le camere di Woolsthorpe sette metri non ne avevano, allora quella misura viene da un'altra stanza, da un altro anno, o dalla memoria di un uomo che ricorda a distanza, e questa discrepanza, di per sé, sarebbe un'altra storia, quella di come si costruisce dopo il fatto il resoconto di un esperimento. L'undici gennaio del milleseicentosettantadue, sei anni dopo aver chiuso quelle imposte, Newton viene eletto membro della Royal Society, la società fondata nel milleseicentosessanta al Gresham College di Londra. La lettera sulla luce arriva nello stesso giro di mesi. È la prima volta che il mondo, fuori da quella casa e da quella stanza buia, sente parlare di lui.
Il cassetto
Il ventinove ottobre del milleseicentosessantanove, Newton ottiene la cattedra lucasiana, la cattedra di matematica di Cambridge, istituita con il lascito di un uomo che si chiamava Henry Lucas, quella che oggi è la più celebre del mondo. Le sterline che porta in casa sono cento l'anno, e vale la pena guardare come funzionava la faccenda. Henry Lucas non aveva lasciato denaro, aveva lasciato terreni, e la rendita di quei terreni doveva produrre le cento sterline. La cattedra più famosa della storia della scienza è, all'origine, un affitto agricolo. E otto anni prima, nella stessa università, quel professore puliva i pavimenti del collegio. E qui comincia la parte che nessuno racconta, perché non ha scene, quello che Newton scrive e non pubblica. Prendete il De Analysi. È del milleseicentosessantanove. Non esce a stampa, circola manoscritto fra due uomini che hanno un nome, John Collins e Isaac Barrow, un matematico che teneva i rapporti con i colleghi europei e il professore che gli aveva ceduto la cattedra, e lì si ferma. Verrà stampato solo nel millesettecentoundici, da un editore che si chiamava William Jones, quarantadue anni dopo essere stato scritto. Un editore postumo di un autore ancora vivo. E le flussioni, cioè quello che oggi chiamiamo il calcolo, sono del milleseicentosessantacinque, sessantasei. Vedono la luce a stampa nel milleseicentoottantasette, dentro i Principia. Nel frattempo, in Germania, un filosofo e matematico di nome Gottfried Wilhelm Leibniz, nato il primo luglio del milleseicentoquarantasei a Lipsia, arriva alle stesse cose per un'altra strada. I suoi appunti sono del milleseicentosettantacinque. Pubblica nel milleseicentoottantaquattro. Tre anni prima dei Principia. Chi era arrivato secondo aveva stampato per primo. E da lì nasce tutto il resto, l'accusa che Leibniz avesse visto qualcosa attraverso quella circolazione privata di manoscritti, i decenni di guerra fra i due, e infine, dal millenovecento in avanti, l'assoluzione della storiografia. Ma tenete a mente il quadro, il cassetto dove Newton chiudeva tutto questo si stava riempiendo, e il calcolo era solo una parte di quello che ci teneva dentro. Il Newton Project, il progetto che da anni cataloga le carte di Newton, ha censito circa settanta manoscritti di alchimia. Uno solo, l'Index Chemicus, conta circa trentaquattromila parole. Un altro quaderno ne conta circa sessantacinquemila, e fu compilato fra il milleseicentosessantaquattro e il milleseicentonovantasei, trentadue anni sullo stesso quaderno, cominciato a ventun anni e ancora aperto a cinquantatré. Nessuno ha mai dichiarato un totale complessivo. Mettete insieme i due numeri, e il famoso ritegno di Newton cambia forma. Non era un uomo che scriveva poco e pubblicava poco. Era un uomo che scriveva enormemente e pubblicava quasi niente. La sproporzione si misura in parole, non solo in anni. E poi c'è la parte che imbarazza chi vuole un Newton di marmo. Lo stesso uomo aveva fatto i conti su quando il mondo sarebbe finito, e la risposta che gli usciva era il duemilasessanta. Non nel senso della profezia, nel senso opposto, di un limite oltre il quale non si poteva andare a spostare la data. Lo scrive con la cautela di sempre, in inglese, It may end later, but I see no reason for its ending sooner, può finire dopo, ma non vedo ragione perché finisca prima. Quei fogli oggi stanno alla Jewish National and University Library, la biblioteca nazionale e universitaria di Gerusalemme. Le altre carte stanno in Inghilterra. La Portsmouth Collection, una raccolta che porta il nome della famiglia che la conservò, con scaffali numerati dal manoscritto aggiunto tremilanovecentocinquantotto al manoscritto aggiunto quattromilasette, è alla biblioteca dell'università di Cambridge, arrivata fra il milleottosettantadue e il milleottantotto, la Macclesfield Collection è stata acquistata nel duemila, altro materiale è al King's College, a Trinity, al Fitzwilliam Museum, e alla Royal Society, l'accademia scientifica inglese di cui Newton era stato presidente. Nel duemiladiciassette le carte di Cambridge sono entrate nel registro della Memoria del Mondo, la lista dei documenti fondamentali dell'umanità tenuta dall'organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura. Due archivi, due continenti, un uomo solo. A Cambridge, sotto quella tutela internazionale, c'è il Newton che si insegna. A Gerusalemme c'è quello che calcolava la fine del mondo. Erano la stessa persona, seduta allo stesso tavolo, con la stessa penna.
1687
Siamo nel milleseicentottantasette, e in quest'anno Newton vive due vite contemporaneamente. Prima bisogna capire da dove nasce la situazione. Due anni prima, il sei febbraio del milleseicentottantacinque, muore Carlo secondo, re d'Inghilterra. Non lascia figli legittimi sopravvissuti, anche se ne aveva riconosciuti circa dodici illegittimi. Il trono passa al fratello, che diventa Giacomo secondo, un cattolico. Due anni dopo, Giacomo prova a piegare Cambridge. Il caso riguarda un uomo in carne e ossa, si chiama Alban Francis, è un monaco benedettino, e il re vuole laurearlo per decreto, senza i giuramenti previsti. L'università dice di no. Quel no finisce davanti alla commissione ecclesiastica del Lord Cancelliere Jeffreys, il magistrato più temuto d'Inghilterra. Le date sono precise, la delegazione di Cambridge viene nominata l'undici aprile del milleseicentottantasette, l'udienza è il ventun aprile, la sentenza il sette maggio. E fra gli uomini mandati a Londra a dire di no al re, c'è anche il professore lucasiano. C'è Newton. Fermiamoci un momento, perché è una cosa che non entra nel ritratto abituale. Il Newton dei manuali è un solitario che non parla con nessuno e lavora di notte. Il Newton dell'aprile del milleseicentottantasette è un uomo di quarantaquattro anni seduto in una stanza, davanti a un tribunale del sovrano, in rappresentanza della propria università, dentro una faccenda che poteva costargli il posto. E peggio. E mentre questo succede, mentre Newton siede davanti ai giudici del re, nello stesso anno esce il libro. I Principia. Su cosa siano i Principia si è detto tutto, e un po di più. C'è una frase che circola, attribuita a Stephen Hawking, il fisico che tre secoli dopo avrebbe occupato proprio quella cattedra lucasiana, sarebbe, questa frase, il libro più importante mai scritto. Ma se si va a vedere che cosa Hawking aveva davvero scritto, in un volume del millenovecentoottantasette intitolato Three Hundred Years of Gravitation, si trova una cosa molto più asciutta, the Principia is his greatest achievement. I Principia sono il suo risultato più grande. È un caso perfettamente piccolo e perfettamente istruttivo. Una frase misurata, detta da uno scienziato su un altro scienziato, entra nella circolazione pubblica e ne esce gonfiata di due taglie. Nessuno ha mentito, la citazione si è solo allargata da sola, mentre veniva ripetuta, come si allargano tutte. E il libro che quella frase celebra, il libro che esce nell'anno in cui il suo autore rischia il posto davanti a un tribunale, contiene idee di ventun anni prima. Idee nate quando Newton era solo un giovane con un quaderno, e nessuno al mondo sapeva che cosa ci stesse scrivendo dentro.
L'uomo pubblico
La seconda metà della vita di Newton è quella di un funzionario. E quasi nessuno la racconta. Il quindici gennaio del millaseicentottantanove viene eletto in Parlamento. Di quel mandato sopravvive un aneddoto, che avrebbe preso la parola una volta sola, per chiedere di chiudere una finestra. Va detto per quello che è, una storia che circola senza un documento sotto. Ma resta il fatto che l'uomo dei numeri, in aula, non lasciò numeri. Poi arriva la Zecca, e lì lascia tutto. La Grande ricoinatura, l'operazione con cui fra il milleseicentonovantasei e il millesettecento l'Inghilterra ritirò e ribatté la propria moneta d'argento, tosata e falsificata fino a non valere più il suo peso, è il lavoro amministrativo più grande a cui Newton abbia messo mano. Le cifre non concordano fra loro, una fonte dà poco più di cinque milioni di sterline coniate, un'altra quasi sette. Ma c'è un dato su cui non si discute, ed è quello che smonta il modo in cui la storia viene di solito raccontata. Si dice che in quattro anni si coniò quanto nei trent'anni precedenti, nei trentacinque anni precedenti si erano coniate tre milioni e trecentomila sterline. Il paragone che circola è più modesto della realtà, non più grande. E la ricoinatura non fu un'impresa di Londra. Un quarto del totale uscì dalle zecche di provincia, Bristol, York, Chester, Exeter, Norwich, aperte apposta. La cosa notevole non è quanta argento si batté. È che un uomo abituato a lavorare da solo in una stanza abbia progettato, e fatto funzionare, una rete. Nel millesettecentodiciassette tocca all'oro. Il ventun settembre Newton mette per iscritto, in una minuta, che la ghinea, la moneta d'oro inglese, il cui cambio in scellini d'argento era fissato per decreto, è sopravvalutata a ventun scellini e sei pence. Il proclama del venti dicembre la fissa a ventun scellini. Sei pence. È tutto lì lo scarto. Ed è quello scarto che, tenendo l'oro leggermente più conveniente dell'argento, comincia a spostare un impero verso lo standard aureo, dove sarebbe rimasto per due secoli. Intanto, dal novembre del millesettecentotré, Newton è presidente della Royal Society. Ci resterà circa ventiquattro anni, fino alla morte. La società, quando lui arriva, è messa male, si parla di orlo della bancarotta, anche se nessuna fonte mette un numero sotto quel debito, il che rende il racconto della rinascita documentato solo da un lato. Il lato documentato è questo. Nel settembre del millesettecentodieci, al Consiglio viene proposto l'acquisto di due proprietà a Crane Court per millequattrocentocinquanta sterline. L'otto novembre del millesettecentodieci la Royal Society si riunisce lì per la prima volta. In casa propria. Millequattrocentocinquanta sterline. La cattedra lucasiana, quella di Cambridge, ne rendeva cento l'anno. La società che sette anni prima non sapeva come pagarsi le spese aveva appena comprato quattordici anni e mezzo dello stipendio di un professore, in mattoni. Sui ventiquattro anni di presidenza c'è un dettaglio che ridimensiona, gentilmente, il record non è suo. Joseph Banks, il naturalista che guidò le spedizioni di Cook, presiedette la Royal Society dal millesettecentosettantotto al milleottocentoventi. Oltre quarantun anni. E il blog ufficiale della società, nel giugno duemilaventitré, ha messo la cosa nella giusta proporzione, i mandati presidenziali lunghi come quelli di Newton e Banks, scrivono, sono chiaramente una minoranza. Il sedici aprile del millesettecentocinque, al Trinity College di Cambridge, la regina Anna tocca con la spada un uomo di sessantadue anni. Nella versione che si tramanda, è la scienza che viene finalmente consacrata dalla corona. In una lettura diversa è una cortesia politica, legata alla candidatura di Newton al Parlamento in quella tornata. Candidatura che, aggiunge la fonte, andò perduta. L'onorificenza e la sconfitta, nello stesso anno. Nella stessa città. Poi c'è la volta in cui ebbe torto. Nel millesettecentoquattordici Newton siede in un comitato parlamentare sulla longitudine, il problema di sapere dove sei, esattamente, in mezzo all'oceano. Accanto a lui c'è Edmond Halley, l'astronomo che di comete se ne intendeva. Per sapere dove sei in mare ti serve sapere che ora è a casa, e quindi ti serve un orologio che regga il viaggio. Newton elenca, una per una, le ragioni per cui non si può fare. Il moto della nave. Il caldo e il freddo. L'umidità. La variazione della gravità con la latitudine. È un elenco di nemici fisici, ed è corretto in ogni voce. Ma John Harrison, un orologiaio, li batté uno per uno, costruendo l'orologio che Newton aveva dichiarato impraticabile. L'uomo che aveva capito la forza che tiene insieme il sistema solare sbagliò sulla fattibilità di un oggetto che stava in una scatola. Halley, invece, azzeccò la sua. Nel millesettecentocinque, usando la gravitazione di Newton, calcolò che la cometa vista nel millecinquecentotrentuno, nel milleseicentosette e nel milleseicentottantadue era la stessa, con un periodo di circa settantasei anni. E annunciò che sarebbe tornata. Tornò nel dicembre del milleottocentocinquantotto. Halley era morto da sedici anni, e Newton da trentuno. Una previsione verificata da due uomini che non c'erano più. È la cosa più vicina a una prova che una teoria fisica possa dare.
Quello che resta
Isaac Newton muore il venti marzo milllesettecentoventisette, a Kensington, a ottantaquattro anni. Non si era mai sposato. Sul continente, che quel calendario l'aveva già cambiato, la stessa data è il trentuno marzo. Otto giorni dopo, il ventotto marzo, viene sepolto a Westminster Abbey, l'abbazia di Londra dove riposano i re d'Inghilterra. Nessuno scienziato, prima di lui, era mai stato sepolto lì. Fra quella tomba e la casa di Woolsthorpe dove era nato ci sono ottantaquattro anni e due generazioni. Suo padre era un possidente che non sapeva firmare il proprio nome. Suo nonno apparteneva a una famiglia che era salita dalla terra alla piccola proprietà nel corso di più vite. Il patrimonio lasciato dal padre, nell'inventario del milleseicentoquarantadue, vale quattrocentocinquantanove sterline, dodici scellini e sei pence, e le biografie ci hanno costruito sopra un ragionamento, aggiungendo quarantotto bovini e duecentotrentacinque pecore che nessuna evidenza indipendente conferma. Il ragazzo per cui due uomini di provincia dovettero mettersi d'accordo, nel milleseicentocinquantanove, perché non restasse in fattoria, è finito sepolto nella chiesa dei re d'Inghilterra. Ma la cosa da portarsi via, adesso, non è la tomba. È quel cassetto di cui ci siamo già detti, quello che si è riempito per decenni mentre fuori succedevano altre cose. Perché quando ti fermi a contare che cosa c'era dentro, il De Analysi, scritto nel milleseicentosessantanove e stampato solo nel millesettecentoundici, il calcolo, pensato nel milleseicentosessantasei e uscito nel milleseicentoottantasette, settanta manoscritti di alchimia, un quaderno da sessantacinquemila parole tenuto aperto per trentadue anni, tre libri che verranno fuori solo dopo la sua morte, nel millesettecentoventotto, nel millesettecentotrentatré e nel millesettecentocinquantaquattro, una cassa di carte teologiche finita dall'altra parte del Mediterraneo, quello che si vede non è un uomo timido. È un uomo per cui la pubblicazione non era il punto. Il punto era capire. Il resto, la stampa, la priorità, la disputa con Leibniz, il filosofo tedesco che del calcolo aveva dato la sua versione, la firma sul frontespizio, arrivava dopo, e a volte non arrivava affatto. Non è un modello, e non lo consigliamo a nessuno, se Leibniz non avesse pubblicato nel milleseicentoottantaquattro, l'Europa avrebbe aspettato il calcolo altri anni. Ma spiega quel pomeriggio del milleseicentosessantacinque, il tè, la mela, la domanda. Quel ragazzo non stava cercando di diventare Newton. Stava solo cercando di sapere perché la mela andasse giù, e aveva tutto il tempo del mondo.
Un pomeriggio, il tè, una mela
C'è un pomeriggio in cui non succede niente.
Un ragazzo di ventidue anni è seduto fuori dalla casa di pietra dove è nato, nel Lincolnshire, e beve il tè. L'università dove studia è chiusa. Non ha un impiego, non ha un titolo, non ha pubblicato una riga. Da qualche parte davanti a lui una mela si stacca e cade.
La scena è arrivata fino a noi consumata come una moneta passata di mano troppe volte, e per questo è facile dimenticare che cosa contiene davvero. Non contiene un'illuminazione. Contiene una domanda mal posta e poi posta meglio: perché quella mela va giù? E se va giù perché qualcosa la tira, che cosa la tira — e fin dove arriva quella cosa che tira?
Da quel pomeriggio a un libro stampato passano ventun anni.
Ventun anni sono il tempo in cui un neonato diventa un adulto. Sono l'intervallo fra un ragazzo che pulisce i pavimenti di un collegio per pagarsi il posto e un uomo che quel collegio lo rappresenta davanti alla corte del re. In mezzo ci stanno due epidemie, un incendio che azzera una città, la caduta di un sovrano, e — questa è la parte che interessa — un cassetto che si riempie di carte che nessuno leggerà per secoli.
La storia che di solito si racconta è quella della mela. La storia vera è quella del cassetto.
Il bambino che si aspettavano di seppellire
Isaac Newton nasce il giorno di Natale del 1642. Per il calendario che avrebbe usato l'Europa continentale è il 4 gennaio 1643: l'Inghilterra era rimasta indietro di dieci giorni, e Newton è uno di quegli uomini che nascono in due date.
Suo padre — che si chiamava Isaac Newton anche lui — era morto tre mesi prima. Era un possidente terriero e non sapeva scrivere il proprio nome.
Il neonato non viene battezzato nelle solite quarantotto ore. Il battesimo viene rimandato di una settimana, e il motivo è che la madre non pensava che il bambino sarebbe arrivato al fonte battesimale. Il gesto che non si compie dice quello che nessun documento dice: in quella casa, per sette giorni, si è aspettato un funerale.
Poi il bambino non muore, e comincia la parte difficile.
Nel gennaio 1645 Hannah Ayscough si risposa. L'uomo è il reverendo Barnabas Smith, rettore di North Witham. Hannah va a vivere da lui e lascia il figlio di due anni ai propri genitori, a Woolsthorpe. North Witham dista circa tre chilometri: un'ora a piedi di bambino. Non è una madre partita per un altro paese. È una madre che vive alla distanza esatta in cui puoi immaginare di arrivare, e non arrivi.
Sull'uomo che se l'era presa gira una cifra: cinquecento sterline l'anno. È un numero che compare regolarmente nelle biografie e che non si riesce a verificare — la pagina indicata come fonte non è più raggiungibile, e altre ricerche danno per quella famiglia un ordine di grandezza diverso, oltre settecento sterline. Il buco è esso stesso un fatto: della persona che ha determinato l'infanzia di Newton sappiamo con precisione il mestiere, la parrocchia e la data del matrimonio, e non sappiamo quanto valesse.
Sappiamo invece che il figliastro arrivò a detestarlo.
La casa dei nonni non compensa. Quando Newton ha dieci anni il nonno materno, James Ayscough, fa testamento: provvede agli altri, e al nipote non lascia nulla. In decenni di corrispondenza, tutta setacciata dagli storici, Newton non lo nomina mai — nemmeno una volta. Anche la nonna, nelle rare volte in cui compare, compare senza calore.
Nel 1653 Barnabas Smith muore e Hannah torna a Woolsthorpe. Torna con tre figli nuovi.
Due anni dopo, il 25 marzo 1655, mentre in Olanda Christiaan Huygens punta un telescopio su Saturno e trova una luna, in Inghilterra un ragazzino di dodici anni entra alla grammar school di Grantham. Le due cose non hanno niente a che fare l'una con l'altra, ed è precisamente per questo che vale la pena tenerle vicine: nel 1655 Titano si scopre in una notte, e il ragazzo che riscriverà il moto dei corpi celesti sta imparando il latino.
A Grantham alloggia in casa di un farmacista, il signor Clark. In quella casa c'è la figliastra di Clark, e con lei Newton ha quello che le fonti chiamano un amore adolescenziale. È l'unico legame sentimentale che gli venga attribuito. Morirà non sposato a settantaquattro anni di distanza da quella casa, senza che nel mezzo compaia nessun altro.
Poi, nel 1659, il ragazzo di sedici anni viene richiamato a casa. La madre lo vuole in fattoria: è il primogenito, la terra è sua, e i libri non arano.
Newton detesta il lavoro dei campi.
Quello che succede a questo punto è una piccola congiura fra due adulti. Il maestro Stokes — che, mostrano ricerche recenti, aveva una buona preparazione matematica e aveva coltivato il talento del ragazzo fin dai dodici o tredici anni — si mette d'accordo con il cugino Ayscough perché il ragazzo torni a scuola. Si accordano anche su chi paga la fine degli studi elementari. Non è la madre.
Ci vorrà una vita perché quel ragazzo diventi Sir Isaac Newton. Ci vollero due uomini di provincia perché non restasse un contadino.

Il ragazzo che puliva il collegio
Nel 1661 entra a Cambridge. Ci entra come sub-sizarstudente ammesso a tariffa ridotta che in cambio svolgeva servizi materiali per il collegio e per gli studenti paganti.
Vuol dire questo: pulisce. Vuol dire che non ha il permesso di sedersi a tavola con gli studenti benestanti. Vuol dire un corpo che, negli stessi anni in cui la mente comincia a fare la cosa per cui lo ricordiamo, lavora in un posto e mangia in un altro.
Sua madre, in quel momento, controlla le eredità di due mariti.
Il tutor che gli assegnano si chiama Benjamin Pulleyn e gli dà Aristotele a piene mani, come si faceva. Per circa due anni e mezzo Newton lo legge. Poi, semplicemente, smette.
I quaderni registrano il passaggio meglio di qualunque aneddoto. Platone e Aristotele finiscono, e cominciano Galileo, Boyle, il Leviatano di Hobbes uscito nel 1651. Non c'è una rottura dichiarata, non c'è una lite col tutor: c'è un uomo che si trova in mano uno studente che ha abbandonato il programma senza dirglielo, e che continua a comparire alle lezioni.
È già tutto lì, in quel gesto: l'abitudine di lavorare in silenzio su una cosa diversa da quella che gli altri credono tu stia facendo. Newton la terrà per sessant'anni.
La cometa, la peste, il fuoco
Alla fine del 1664 il cielo sopra il sud dell'Inghilterra si apre e passa una cometa.
La guardano tutti. Non è una scena privata di un uomo con un cannocchiale: è una scena collettiva, un intero paese che alza la testa per settimane. E la legge nell'unico modo in cui allora si leggeva una cometa, cioè come presagio di sventura.
Pochi mesi dopo arriva la peste.
Nel 1665 la gente che può permetterselo se ne va. Da Londra, da Bristol, da Cambridge, da Oxford, verso le case di campagna, e ci resta mesi. Non è una fuga isolata: è una carovana. Newton è dentro quella carovana, non fuori. L'università chiude e lui torna a Woolsthorpe, dove resterà — con un intervallo — per circa due anni.
I numeri di Londra sono questi. «Officially the Great Plague killed 68,595 people in London that year… The true figure is probably nearer 100,000 or one-fifth of the city's population»: ufficialmente la Grande peste uccise 68.595 persone a Londra in quell'anno, dicono i Royal Museums Greenwich, ma la cifra vera è probabilmente più vicina a centomila, cioè un quinto della città.
Un quinto. Non il quindici per cento che si legge in giro: un quinto.
Poi, nel settembre 1666, brucia il resto. Oltre tredicimila case di legno strette una all'altra — «over 13,000 tightly packed wooden houses», nelle parole dell'istituzione che ne custodisce la memoria — vanno a fuoco, e l'ottantacinque per cento dei londinesi resta senza tetto.
In quei ventiquattro mesi, in una casa di pietra a duecento chilometri da lì, un ragazzo che non ha ancora ventiquattro anni fa il lavoro che gli storici della scienza chiameranno anni miracolosi: il calcolo, la scomposizione della luce, l'idea che la forza che tira giù una mela sia la stessa che tiene su la Luna.
La cosa non è edificante ed è inutile fingerlo. Il biennio più fertile nella storia della fisica esiste perché una città stava morendo e le università avevano chiuso i battenti. La catastrofe di centomila persone è stata, per un uomo, la condizione di lavoro.
Non era nemmeno la prima volta che in Inghilterra un uomo chiuso da qualche parte si metteva a fare esperimenti. Una generazione prima, Sir Walter Raleigh aveva passato tredici anni nella Torre di Londra, dal 1603 al 1616, e in prigione si era costruito un laboratorio: distillava acqua dolce dall'acqua di mare, mescolava medicine di erbe, provava alchimia. Le due storie non si toccano — Newton nasce ventisei anni dopo che Raleigh esce dalla Torre — ma disegnano la stessa forma. Un uomo, un posto da cui non si può uscire, e un tavolo.
Anche l'alchimia tornerà.
Ventidue piedi
Nella primavera del 1666, a Woolsthorpe, Newton chiude le imposte.
Fa un foro. Ci mette un prisma. E poi misura — perché è questa la parte che distingue quello che fa lui da quello che avevano fatto in molti, dato che i prismi si compravano alle fiere e giocare con i colori era un passatempo.
Lui misura la distanza e misura la forma. Anni dopo, scrivendone a Henry Oldenburg, mette i numeri per iscritto: «the distance of the Image from the hole or prism was 22 foot», la distanza dell'immagine dal foro o dal prisma era di ventidue piedi. E la macchia di colori non era rotonda come sarebbe dovuta essere: «the length five times the breadth (more or less according to the quantity of the refraction)» — la lunghezza cinque volte la larghezza, più o meno a seconda della quantità di rifrazione.
Quell'inciso tra parentesi è la cosa più newtoniana della frase, ed è la prima a cadere ogni volta che la citazione viene ripetuta. More or less. Un uomo che sta dimostrando che la luce bianca è composta scrive, dentro la dimostrazione, di quanto il suo numero non sia esatto.
Poi viene l'experimentum crucisl'esperimento decisivo, quello costruito in modo che il suo esito escluda una delle due spiegazioni in campo: prendere un solo colore uscito dal primo prisma, farlo passare attraverso un secondo, e vedere che non si scompone più e non cambia. Il prisma non sporca la luce aggiungendole colore. La separa.
Resta una cosa che non torna, ed è fisica, non filologica. Ventidue piedi sono quasi sette metri. Una stanza da sette metri, in una casa di campagna del Lincolnshire del Seicento, è una stanza grande. Se la camera di Woolsthorpe quei sette metri non li conteneva, allora la misura viene da un'altra stanza, da un altro anno, o da un'altra memoria — e la discrepanza sarebbe di per sé una storia, perché racconterebbe come si costruisce a posteriori il resoconto di un esperimento.
L'11 gennaio 1672, sei anni dopo aver chiuso quelle imposte, Newton viene eletto fellow della Royal Society, la società fondata il 28 novembre 1660 al Gresham College. La lettera sulla luce arriva nello stesso giro di mesi. È la prima volta che il mondo lo sente.

Il cassetto
Il 29 ottobre 1669 Newton ottiene la cattedra lucasianala cattedra di matematica di Cambridge istituita col lascito di Henry Lucas, oggi la più celebre del mondo dopo Isaac Barrow. Rende cento sterline l'anno.
Vale la pena guardare come funzionava. Henry Lucas non aveva lasciato denaro: aveva lasciato terreni, e la rendita di quei terreni doveva produrre le cento sterline. La cattedra più famosa della storia della scienza è, all'origine, un affitto agricolo.
Otto anni prima, nella stessa università, quel professore puliva i pavimenti.
E qui comincia la parte che nessuno racconta, perché non ha scene: quello che Newton scrive e non pubblica.
Il De Analysi è del 1669. Circola manoscritto fra due uomini che hanno un nome — John Collins e Isaac Barrow — e resta lì. Viene stampato nel 1711 da William Jones: quarantadue anni dopo essere stato scritto. Un editore postumo di un autore vivo.
Le flussioni — cioè il calcolo — sono del 1665-66. Vedono la luce a stampa nel 1687, dentro i Principia.
Nel frattempo, in Germania, Gottfried Wilhelm Leibniz, nato il 1° luglio 1646 a Lipsia, arriva alle stesse cose per un'altra strada. I suoi appunti sono del 1675. Pubblica nel 1684. Tre anni prima dei Principia.
Chi era arrivato secondo aveva stampato per primo. Da lì nasce tutto il resto: l'accusa che Leibniz avesse visto qualcosa attraverso quella circolazione privata di manoscritti, i decenni di guerra, e infine, dal 1900 in avanti, l'assoluzione storiografica.
E il calcolo era solo una parte di quello che teneva chiuso.
Il Newton Project ha censito circa settanta manoscritti di alchimia. Uno solo, l'Index Chemicus, conta circa trentaquattromila parole. Un altro quaderno ne conta circa sessantacinquemila, e fu compilato fra il 1664 e il 1696: trentadue anni sullo stesso quaderno, cominciato a ventuno anni e ancora aperto a cinquantatré. Nessuno ha mai dichiarato un totale complessivo.
Metti insieme i due numeri e il famoso ritegno di Newton cambia forma. Non era un uomo che scriveva poco e pubblicava poco. Era un uomo che scriveva enormemente e pubblicava quasi niente. La sproporzione è misurabile in parole, non solo in anni.
Poi c'è la parte che imbarazza chi vuole un Newton di marmo. Lo stesso uomo aveva fatto i conti su quando il mondo sarebbe finito, e la risposta gli veniva 2060. Non nel senso della profezia: nel senso opposto, di un limite oltre il quale non si poteva andare a spostare la data. Lo scrive con la cautela di sempre: «It may end later, but I see no reason for its ending sooner» — può finire dopo, ma non vedo ragione perché finisca prima.
Quelle carte oggi stanno alla Jewish National and University Library di Gerusalemme.
Le altre stanno in Inghilterra. La Portsmouth Collection — segnature MS Add. 3958-4007 — è alla Cambridge University Library, arrivata fra il 1872 e il 1888; la Macclesfield Collection è stata acquisita nel 2000; altro è a King's College, a Trinity, al Fitzwilliam Museum, alla Royal Society. Nel 2017 le carte di Cambridge sono entrate nel registro UNESCO Memory of the World.
Due archivi, due continenti, un uomo solo. A Cambridge sotto tutela dell'UNESCO c'è il Newton che si insegna. A Gerusalemme c'è quello che calcolava la fine del mondo. Erano la stessa persona, seduta allo stesso tavolo, con la stessa penna.
Gli anni fra la scrittura e la stampa
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Il 6 febbraio 1685 muore Carlo II. Non lascia figli legittimi sopravvissuti, pur avendone riconosciuti circa dodici illegittimi. Il trono passa al fratello, Giacomo II, cattolico.
Due anni dopo, Giacomo prova a piegare Cambridge. Il caso è un uomo in carne e ossa: Alban Francis, monaco benedettino, che il re vuole laureare per decreto senza i giuramenti previsti. L'università dice di no.
Il no finisce davanti alla commissione ecclesiastica del Lord Cancelliere Jeffreys, che era il magistrato più temuto d'Inghilterra. Le date sono precise: la delegazione di Cambridge viene nominata l'11 aprile 1687, l'udienza è il 21 aprile, la sentenza il 7 maggio.
Fra gli uomini mandati a Londra a dire di no al re c'è il professore lucasiano.
È una cosa che non entra nel ritratto abituale. Il Newton dei manuali è un solitario che non parla con nessuno e lavora di notte. Il Newton dell'aprile 1687 è un uomo di quarantaquattro anni seduto in una stanza davanti a un tribunale del sovrano, in rappresentanza della propria università, in una faccenda che poteva costargli il posto e peggio.
Nello stesso anno esce il libro.
Su cosa siano i Principia si è detto tutto e un po' di più. Circola, attribuita a Stephen Hawking, la frase che sarebbe «il libro più importante mai scritto». Hawking, in 300 Years of Gravitation del 1987, aveva scritto una cosa più asciutta: «the Principia is his greatest achievement», i Principia sono il suo risultato più grande.
È un caso perfettamente piccolo e perfettamente istruttivo. Una frase misurata, detta da uno scienziato su un altro scienziato, entra nella circolazione pubblica e ne esce gonfiata di due taglie. Nessuno ha mentito: la citazione si è solo allargata da sola, come si allargano tutte, mentre veniva ripetuta.
Il libro che quella frase celebra contiene idee di ventun anni prima.

L'uomo pubblico
La seconda metà della vita di Newton è quella di un funzionario, e quasi nessuno la racconta.
Il 15 gennaio 1689 viene eletto in Parlamento. Di quel mandato sopravvive un aneddoto — che avrebbe preso la parola una volta sola, per chiedere di chiudere una finestra — e va detto per quello che è: una storia che circola senza un documento sotto. Resta il fatto che l'uomo dei numeri, in aula, non lasciò numeri.
Poi arriva la Zecca, e lì lascia tutto.
La Grande ricoinatural'operazione con cui fra il 1696 e il 1700 l'Inghilterra ritirò e ribatté la propria moneta d'argento, tosata e falsificata fino a non valere più il suo peso è il lavoro amministrativo più grande a cui Newton abbia messo mano. Le cifre non concordano fra loro: una fonte dà 5.106.019 sterline coniate, un'altra 6,8 milioni. Ma c'è un dato su cui non c'è discussione, ed è quello che smonta il modo in cui la storia viene di solito raccontata. Si dice che in quattro anni si coniò quanto nei trent'anni precedenti: nei trentacinque anni precedenti si erano coniate 3.302.193 sterline. Il paragone che circola è più modesto della realtà, non più grande.
E la ricoinatura non fu un'impresa di Londra. Un quarto del totale uscì dalle zecche di provincia — Bristol, York, Chester, Exeter, Norwich — aperte apposta. La cosa notevole non è quanto argento si batté: è che un uomo abituato a lavorare da solo in una stanza abbia progettato e fatto funzionare una rete.
Nel 1717 tocca all'oro. Il 21 settembre Newton mette per iscritto, in una minuta, che la ghineala moneta d'oro inglese, che valeva in scellini d'argento un cambio fissato per decreto è sopravvalutata a ventun scellini e sei pence. Il proclama del 20 dicembre la fissa a ventun scellini.
Sei pence. È tutto lì lo scarto — ed è lo scarto che, tenendo l'oro leggermente più conveniente dell'argento, comincia a spostare un impero verso lo standard aureo dove sarebbe rimasto per due secoli.
Intanto, dal novembre 1703, Newton è presidente della Royal Society. Ci resterà circa ventiquattro anni, fino alla morte. La società quando lui arriva è messa male: si parla di orlo della bancarotta, anche se nessuna delle fonti raccolte mette un numero sotto quel debito, il che rende il racconto della rinascita documentato solo da un lato.
Il lato documentato è questo. Nel settembre 1710 al Consiglio viene proposto l'acquisto di due proprietà a Crane Court per 1.450 sterline. L'8 novembre 1710 la Royal Society si riunisce lì per la prima volta, in casa propria.
Millequattrocentocinquanta sterline. La cattedra lucasiana ne rendeva cento l'anno. La società che sette anni prima non sapeva come pagarsi le spese aveva appena comprato quattordici anni e mezzo di stipendio di un professore di Cambridge, in mattoni.
Sui ventiquattro anni di presidenza c'è un dettaglio che ridimensiona gentilmente: il record non è suo. Joseph Banks presiedette la Royal Society dal 1778 al 1820, oltre quarantun anni. E il blog ufficiale della società, nel giugno 2023, ha messo la cosa nella giusta proporzione: «lengthy Presidential terms such as those of Newton and Banks are clearly in the minority» — i mandati presidenziali lunghi come quelli di Newton e Banks sono chiaramente una minoranza.
Il 16 aprile 1705, al Trinity College di Cambridge, la regina Anna tocca con la spada un uomo di sessantadue anni.
Nella versione che si tramanda è la scienza che viene finalmente consacrata dalla corona. In una lettura diversa è una cortesia politica, legata alla candidatura di Newton al Parlamento in quella tornata. Candidatura che, aggiunge la fonte di partenza, andò perduta.
Onorificenza e sconfitta nello stesso anno, e nella stessa città.
Poi c'è la volta in cui ebbe torto. Nel 1714 Newton siede in un comitato parlamentare sulla longitudine, e accanto a lui c'è Edmond Halley. Il problema è noto: per sapere dove sei in mezzo all'oceano ti serve sapere che ora è a casa, e quindi ti serve un orologio che regga il viaggio. Newton elenca perché non si può fare. Il moto della nave. Il caldo e il freddo. L'umidità. La variazione della gravità con la latitudine.
È un elenco di nemici fisici, ed è corretto in ogni voce. John Harrison li batté uno per uno, costruendo l'orologio che Newton aveva dichiarato impraticabile.
L'uomo che aveva capito la forza che tiene insieme il sistema solare sbagliò sulla fattibilità di un oggetto che stava in una scatola.
Halley, invece, azzeccò la sua. Nel 1705, usando la gravitazione di Newton, calcolò che la cometa vista nel 1531, nel 1607 e nel 1682 fosse la stessa, con un periodo di circa settantasei anni, e annunciò che sarebbe tornata. Tornò nel dicembre 1758. Halley era morto da sedici anni e Newton da trentuno.
Una previsione verificata da due uomini che non c'erano più. È la cosa più vicina a una prova che una teoria fisica possa dare.
Quello che resta
Isaac Newton muore il 20 marzo 1727 a Kensington, a ottantaquattro anni. Non era sposato. Sul continente, che quel calendario l'aveva già cambiato, la data è il 31 marzo.
Il 28 marzo viene sepolto a Westminster Abbey. È il primo scienziato a essere sepolto lì.
Fra quella tomba e la casa di Woolsthorpe ci sono ottantaquattro anni e due generazioni. Suo padre era un possidente che non sapeva firmare il proprio nome; suo nonno faceva parte di una famiglia che era salita dalla terra alla piccola proprietà nel corso di più vite. Il patrimonio lasciato dal padre nell'inventario del 1642 vale 459 sterline, 12 scellini e 6 pence, e le biografie ci hanno costruito sopra un ragionamento aggiungendo quarantotto bovini e 235 pecore che nessuna evidenza indipendente conferma.
Il ragazzo per cui due uomini di provincia dovettero mettersi d'accordo, nel 1659, perché non restasse in fattoria, è sepolto nella chiesa dei re d'Inghilterra.
Ma la cosa da portarsi via non è la tomba. È il cassetto.
Perché quando ti fermi a contare — il De Analysi scritto nel 1669 e stampato nel 1711, il calcolo pensato nel 1666 e uscito nel 1687, settanta manoscritti di alchimia, un quaderno da sessantacinquemila parole tenuto aperto per trentadue anni, tre libri che usciranno solo dopo la sua morte, nel 1728, nel 1733 e nel 1754, una cassa di carte teologiche finita dall'altra parte del Mediterraneo — quello che si vede non è un uomo timido.
È un uomo per cui la pubblicazione non era il punto. Il punto era capire. Il resto — la stampa, la priorità, la disputa con Leibniz, la firma sul frontespizio — arrivava dopo, e a volte non arrivava affatto.
Non è un modello, e non lo consigliamo a nessuno: se Leibniz non avesse pubblicato nel 1684, l'Europa avrebbe aspettato il calcolo altri anni. Ma spiega quel pomeriggio del 1665, il tè, la mela e la domanda.
Quel ragazzo non stava cercando di diventare Newton. Stava solo cercando di sapere perché la mela andasse giù, e aveva tutto il tempo del mondo.

Riferimenti
- Isaac Newton (1643 - 1727) - Biography, MacTutor History of Mathematics — https://mathshistory.st-andrews.ac.uk/Biographies/Newton/
- Longitude and the Académie Royale, MacTutor History of Mathematics — https://mathshistory.st-andrews.ac.uk/HistTopics/Longitude2/
- The Newton Project, lettera a Henry Oldenburg 1672, doc. NATP00321 (testo normalizzato) — https://www.newtonproject.ox.ac.uk
- The Newton Project, documenti sul caso Alban Francis, doc. THEM00015 — https://www.newtonproject.ox.ac.uk
- The Newton Project, Introducing Newton's Alchemical Papers — https://www.newtonproject.ox.ac.uk
- Isaac Newton, the Apocalypse and 2060 AD (manoscritti alla Jewish National and University Library, Gerusalemme) — https://www.isaac-newton.org
- Newton Papers, Cambridge University Library (Portsmouth Collection MS Add. 3958-4007; Macclesfield Collection) — https://www.lib.cam.ac.uk
- Newton papers added to UNESCO Memory of the World Register, University of Cambridge — https://www.cam.ac.uk
- The Great Plague of 1665, Royal Museums Greenwich — https://www.rmg.co.uk/stories/royal-history/great-plague
- Great Fire of London FAQs, The Monument — https://www.themonument.org.uk/great-fire-london-faqs
- Moving house, Royal Society blog, novembre 2022 — https://royalsociety.org/blog/
- Succession, Royal Society blog, giugno 2023 — https://royalsociety.org/blog/2023/06/succession/
- Newton and the Mint, University of Oxford — https://newtonandthemint.history.ox.ac.uk
- Walter Raleigh, World History Encyclopedia — https://worldhistory.org/Walter_Raleigh
- Halley's Comet and the 1758 return, History Today — https://www.historytoday.com
- De Analysi and its publication by William Jones, HistoryofInformation.com — https://www.historyofinformation.com
- The Lucasian Chair and the Lucas bequest, mayhematics.com — https://www.mayhematics.com
- Il cavalierato del 1705 come favore politico, The Renaissance Mathematicus — https://thonyc.wordpress.com
- Stephen Hawking, 300 Years of Gravitation (1987), citazione verificata su Wikiquote — https://en.wikiquote.org/wiki/Stephen_Hawking
- Hannah Ayscough, Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Hannah_Ayscough
- Alban Francis, Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Alban_Francis
- Charles II of England, Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Charles_II_of_England
- Titan (moon), Wikipedia — ) — https://en.wikipedia.org/wiki/Titan_(moon
- Isaac Newton, sezione Royal Mint, Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Isaac_Newton
- Isaac Newton, Encyclopædia Britannica — https://www.britannica.com/biography/Isaac-Newton
- Isaac Newton, Westminster Abbey — https://www.westminster-abbey.org/abbey-commemorations/commemorations/sir-isaac-
- Woolsthorpe Manor, National Trust — https://www.nationaltrust.org.uk/visit/lincolnshire/woolsthorpe-manor