Casey Stoner nasce a Southport, Queensland, il 16 ottobre 1985, e corre la sua prima gara a giugno del 1990, a quattro anni, sulla pista di terra battuta di Hatcher's. A quattordici anni una regola australiana gli vieta l'asfalto e la famiglia intera emigra: i genitori imbiancano case per pagare il viaggio, e per due stagioni vivono accampati in un motorhome vicino a Barcellona mentre il figlio corre in due campionati nazionali di due paesi diversi. Nel 2007 vince il mondiale MotoGP con la Ducati — dieci vittorie, mentre il suo compagno di box con la stessa moto non ne vince nessuna. Nel 2009 il corpo cede: gastrite, anemia, tre gare saltate, un quasi svenimento in parco chiuso a Barcellona. Nel 2011 vince il secondo titolo con la Honda. A maggio 2012, a ventisei anni, annuncia il ritiro. Otto anni dopo racconta di non riuscire ad alzarsi dal letto per arrivare al divano.

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Quattro anni, terra battuta
Per capire chi è davvero quel ragazzo che a Brno sta rimontando dal ventesimo posto, bisogna tornare indietro di dodici anni, fino al giugno del millenovecentonovanta, in Australia. C'è una pista ovale di terra battuta, nel Queensland, che si chiama Hatcher's. E lì, in griglia, c'è un bambino di quattro anni, allineato al via della sua prima gara in vita sua. Si chiama Casey Stoner. È nato a Southport, sulla costa del Queensland, il sedici ottobre millenovecentottantacinque, e la moto che ha sotto non è quasi una moto, è una minibike, piccola quanto lui. Di quel giorno si sa pochissimo, e conviene essere chiari su quello che si sa e su quello che non si sa. Si sa la data, il luogo, l'età. Non si sa chi lo teneva in piedi prima del via, chi lo aveva iscritto, quanti altri bambini c'erano in griglia con lui. Il sito ufficiale di Stoner registra quell'esordio in una riga sola, debutto a giugno millenovecentonovanta, a Hatcher's, dirt track. La scheda con cui gli è stato conferito il titolo di Australian of the Year, l'australiano dell'anno, conferma la data. Tutto il resto della scena, le mani che lo reggevano, il rumore, la polvere, non esiste in nessun documento. E se non è scritto da nessuna parte, per quanto ci riguarda non è successo. Quello che invece si conosce bene è ciò che c'era attorno a quel bambino, la famiglia. Il padre, Colin Stoner. La madre, Bronwyn Stoner. E la sorella maggiore, Kelly. Quattro persone, una casa che nei dieci anni successivi si sposterà di fattoria in fattoria, lungo il Queensland e oltre, seguendo le gare di terra del figlio più piccolo. Un'intera famiglia in movimento per un bambino e una minibike. E conviene tenere a mente questo dettaglio, perché sarà proprio il paese dove sono nati, l'Australia intera, con le sue regole, a diventare, più avanti, l'ostacolo che manderà all'aria tutto. Ma non corriamo, prima quel bambino deve crescere, e crescere veloce.
La regola che li fece partire
A cavallo del duemila, in Australia, un ragazzo di quattordici anni non aveva il permesso di correre su asfalto. Era una regola fatta apposta per proteggere i minori, sotto una certa età non ti lasciano andare forte su una superficie che non perdona. Il ragionamento fila. L'effetto, meno. Perché c'era un quattordicenne, in Australia, che correva già da dieci anni. Si chiamava Casey Stoner, e per lui la regola non era una protezione, era una porta chiusa. Se restava in Australia, non correva. Punto. Così, nel gennaio del duemila, la famiglia Stoner non manda avanti il ragazzo. Se ne va. Tutta. Colin e Bronwyn, i genitori, la sorella Kelly, e Casey, quattro persone, quattro valigie, un continente lasciato alle spalle. In Europa un quattordicenne su una moto da gara ci può salire. In Australia no. Tutto qui. Una norma scritta per tutelare un minore costringe un'intera famiglia a espatriare. E qui la storia cambia tono, perché bisognava pagarla, questa partenza. Come, lo sappiamo da una riga sola. Una riga che contiene un mestiere, Colin e Bronwyn Stoner hanno imbiancato case. Pennello, rullo, stanze di altri, pareti di sconosciuti, per mettere insieme i soldi del trasferimento. È una fonte televisiva australiana, Hope Channel Australia, a dirlo, e lo dice in inglese, in cinque parole, i genitori Colin e Bronwyn hanno dipinto case per finanziare il trasferimento. E lì si ferma. Non dice quante case. Non dice per quanto tempo. Non dice quanto costava, nel duemila, una stagione europea nella classe centoventicinque. Nessuno ha mai fatto il conto, quante pareti, quante stanze, per quanto campionato. Quel rapporto fra il numero di stanze imbiancate e il costo di una stagione di corse è la misura esatta di questo sacrificio. Ed è un conto che nessuno ha mai fatto. Poi c'è il motorhome. Per un periodo che nessuna fonte riesce a delimitare, mesi, forse di più, i quattro Stoner hanno vissuto accampati in un motorhome vicino a Barcellona. Mentre Casey, quindicenne, correva in due campionati nazionali di due paesi diversi, quello britannico e quello spagnolo. Pensateci un attimo, un veicolo come indirizzo fisso. La Spagna come base. L'Inghilterra come trasferta. Una famiglia intera che vive in una casa su ruote perché il figlio quindicenne possa correre la domenica. Anche qui, la fonte dice una frase e si ferma, la famiglia visse accampata in un motorhome vicino a Barcellona. Non dice dove si dormiva, chi stava dove, come si arrivava alle piste, quanto durò. Ed è la scena più forte di tutta questa storia, quattro persone, una casa su ruote, un ragazzino che diventerà campione del mondo, e nessuno, mai, l'ha raccontata dall'interno. Non esiste un'intervista a Bronwyn Stoner su quei mesi. Non ne esiste una a Kelly, la sorella. E Kelly merita una parola sola per lei. Perché è l'unica persona di questa storia che ha attraversato tutto, la partenza, l'espatrio, le stanze imbiancate, il motorhome, senza avere in cambio una carriera. Casey correva. Kelly c'era. Nel sito ufficiale compare come sister Kelly, la sorella Kelly. E poi non compare più. Tenetevi quel motorome vicino a Barcellona. Tenetevi i genitori col pennello in mano. Perché da qui, fra qualche anno, si misura tutta la distanza che questo ragazzo sta per fare.
Brno 2002: ventesimo in griglia
Casey Stoner debutta nel motomondiale a luglio del duemiluno, in Inghilterra, sul circuito di Donington. Ha quindici anni, ed entra in gara come wild card, cioè come pilota invitato, un posto in più dato a chi non è iscritto al campionato. Prende punti al Gran Premio d'Australia, in casa sua, nella stessa stagione. Due gare in tutto, Donington e Phillip Island, assaggi, ancora niente di più. L'anno dopo, nel duemiladue, diventa un titolare. Corre il campionato della classe due e cinquanta, le due e mezzo di cilindrata, la categoria sotto la cinquecento, con la squadra di Lucio Cecchinello, un ex pilota italiano che adesso fa il team manager. Il suo compagno di box è David Checa, spagnolo. Stoner ha sedici anni. Chiude il campionato dodicesimo, con sessantotto punti. Ma se c'è un giorno da guardare, di quel anno, è la gara di Brno, nella Repubblica Ceca. Stoner parte ventesimo in griglia, settima fila, davanti a lui praticamente tutto il campionato, i nomi che contano. Venti giri dopo taglia il traguardo quinto, a undici secondi e trecentoventidue millesimi dal vincitore, con undici punti in tasca. Undici secondi e tre decimi, in una gara della classe due e cinquanta, sono una distanza enorme. E però il punto non è che è arrivato vicino al vincitore. Il punto è un altro, è partito ventesimo e ha finito quinto. A sedici anni. In un campionato mondiale. Tenete a mente quel nome, Lucio Cecchinello, il team manager che ha deciso di mettere quel sedicenne su una moto. Tornerà in questa storia, quattro anni dopo. Ed è, insieme a David Checa, uno dei pochi che hanno visto tutto da vicino, eppure di loro non esiste una dichiarazione raccolta nel materiale disponibile. La storia di Casey Stoner, per come è documentata oggi, la raccontano quasi soltanto due voci, lui stesso, e le classifiche.
2006: il podio dalla parte sbagliata
Il duemila sei è l'anno in cui Casey Stoner sale per la prima volta in MotoGP, la classe regina del motociclismo. Stoner viene da due stagioni di crescita nelle categorie minori, la prima vittoria mondiale era arrivata a Valencia, nel novembre duemilatre, in classe centoventicinque, e poi cinque vittorie e il secondo posto finale in duecentocinquanta nel duemilacinque. La moto che guida adesso è una Honda della squadra di Lucio Cecchinello, un ex pilota diventato team manager, lo stesso che l'aveva già avuto con sé nelle categorie inferiori. Nelle classifiche, quel primo anno nella classe più grande sembra un fallimento, ottavo alla fine, centodiciannove punti, sei ritiri, più un gran premio in Germania in cui la gara non parte nemmeno, e che quindi non entra nemmeno nelle statistiche. Ma dentro quei centodiciannove punti c'è un pomeriggio in Turchia, il trenta aprile. Stoner è in testa. Un esordiente, alla sua prima stagione nella classe regina, davanti a tutti all'ultimo giro. Ci arriva, all'ultima curva, con la vittoria a portata di mano. E all'ultima curva arriva anche Marco Melandri, italiano, più esperto di lui, un uomo che proprio quell'anno lotterà per il titolo. Melandri lo passa. Secondo posto. Il primo podio della carriera, preso nella stessa frazione di secondo in cui la prima vittoria della carriera se ne andava. Melandri, in questa storia, è poco più di un nome dentro una frase, ma è l'uomo che ha deciso quale delle due cose sarebbe stata. Il resto dell'anno è fatto di tre quarti posti, Francia, Olanda, Gran Bretagna, e di una sensazione che nel paddock, si dice, aveva un soprannome, Rolling Stoner. Come i Rolling Stones, ma con la caduta dentro. Il ragazzo che rotolava. Tre sillabe che racchiudono un'annata intera, la velocità c'era, il risultato no. Su quel soprannome, però, bisogna essere onesti. Non compare in nessuna fonte scritta del duemila sei fra quelle che sono state cercate. Esiste nel racconto orale di chi c'era, ha la forma perfetta della cosa vera, e proprio per questo bisogna diffidarne un poco. Finché non salta fuori su una rivista o un sito dell'epoca, resta una voce. E una voce va presentata come tale. C'è poi un altro punto oscuro, ancora più grande. Come Stoner sia arrivato, quell'inverno, su quella Honda è raccontato solo a parole, un accordo con la Yamaha che salta all'ultimo momento, Sito Pons, un ex pilota diventato team manager come Cecchinello, che offre una Honda, i soldi che non bastano, qualcuno che mette mano al portafoglio per far quadrare i conti. Di tutto questo non c'è un documento, non c'è una riga scritta che lo confermi. È un buco in mezzo alla storia, e resta aperto. Perché il punto, in quel duemila sei, non è il conteggio dei punti. È che su quella moto, in quella stagione, un ragazzo che poteva vincere ha imparato quanto contano le cose intorno al pilota, la moto, la squadra, le decisioni degli altri. Una domanda che di lì a un anno tornerà, con una risposta che nessuno si aspettava.
2007: dieci vittorie contro zero
Casey Stoner, il ragazzo che era arrivato dall'Australia con la famiglia, nel duemilasette cambia casacca, passa alla Ducati, la casa italiana delle moto da corsa. E quella stessa stagione vince il mondiale della classe regina, quella delle moto prototipo, la più importante che ci sia. Ha ventun anni. Dieci vittorie, trecentosessantasette punti, centoventicinque di vantaggio su Dani Pedrosa, il pilota spagnolo della Honda, quello che arriva secondo. È la stagione di cui si discute ancora oggi. E la discussione ha un nome preciso, un nome tecnico, Bridgestone. Sono le gomme giapponesi montate sulla Ducati, e quell'anno le Bridgestone vincono dodici gare su diciotto. Da qui viene la lettura più diffusa, quella che si sente ancora adesso, che il titolo, più che Stoner, l'abbiano vinto le gomme. Solo che c'è un fatto che sta esattamente dall'altra parte, e sta dentro lo stesso box. Si chiama Loris Capirossi, il compagno di squadra di Stoner, pilota italiano, veterano, alla guida della stessa identica Ducati, la Desmosedici, il modello del duemilasette, con le stesse Bridgestone, negli stessi colori, nello stesso garage. Nel duemilasette Capirossi vince. zero gare. La stessa moto. La stessa gomma. Lo stesso garage. E in mezzo, la differenza, dieci vittorie da una parte, nessuna dall'altra. E poi c'è l'anno dopo, che rende la cosa ancora più strana. Nel duemilaotto Stoner non vince il titolo, chiude secondo, con duecentottanta punti e sei vittorie. Ma quei duecentottanta punti erano, fino a quel momento, il punteggio più alto mai fatto da un pilota che il campionato l'ha perso. La miglior stagione di un perdente, nella storia della classe regina. Allora la domanda torna, ed è la stessa di prima, quanto conta la moto, quanto conta la gomma, quanto conta l'uomo che ci sale sopra. Il box della Ducati, quell'anno, è l'unico posto al mondo dove la domanda ha una risposta misurabile.
Barcellona 2009: il corpo cede
Nel duemilanove, a Casey Stoner, il campione del mondo in carica fino all'anno prima, quello partito dal motorhome vicino a Barcellona e arrivato in cima con la Ducati, succede una cosa che nessuna scheda tecnica spiega. È il termine del Gran Premio di Barcellona. Stoner scende dalla moto ed entra in parco chiuso, il recinto dove le moto vengono portate a fine gara, pieno di gente, di telecamere, di meccanici. E lì, in mezzo a tutti, quasi sviene. Da lì la stagione si rompe. Salta tre gare, Brno, Indianapolis, Misano. Sulla sua Ducati salgono due sostituti, Mikko Kallio e Michel Fabrizio, i due uomini che entrano quando il corpo di un campione si ferma. Stoner rientra a Estoril. Che cosa era successo? I medici, all'epoca, lo dicono così, Doctors have now revealed that the former champion has been suffering from slight gastritis and mild anaemia, which will require further treatment in the coming weeks. Gastrite lieve e anemia moderata, da trattare nelle settimane seguenti. Stoner, sempre nel duemilanove, dà la sua versione, The doctors believe that during the Barcelona race I was suffering from a virus, and, that I subsequently pushed my body too hard, leading to problems that have caused my fatigue since then. Tradotto, un virus a Barcellona, il corpo spinto troppo oltre, e da lì la stanchezza che non passa. Poi, nel racconto che circola da allora, compare una terza spiegazione, l'intolleranza al lattosio. Ma attenzione, questa, nelle fonti, non c'è. Un corpo che cede in parco chiuso, due diagnosi ufficiali, e una terza voce che galleggia senza fondamento documentato. Il corpo, comunque, si riprende. Nel duemilaundici Stoner vince il suo secondo titolo mondiale, questa volta con la Repsol Honda, dieci vittorie, trecentocinquanta punti. E la stagione, gara per gara, fa così, primo, ritirato, terzo, poi primo, primo, primo, secondo, terzo, terzo, primo, primo, primo, terzo, primo, terzo, primo, poi una gara cancellata, e ancora primo. Diciotto appuntamenti in calendario, e solo due volte fuori dal podio.
Sepang, ore 16:56
La stagione duemiladiciassotto di Casey Stoner, il campione australiano della MotoGP, la stava chiudendo in modo dominante, quell'anno vinceva quasi ogni gara, e anche il Gran Premio di Malesia, quel ventitré ottobre duemilalundici, sembrava destinato a finire nelle sue mani. Ma quel giorno a Sepang, il circuito alla periferia di Kuala Lumpur, la gara non arriva alla fine. Al secondo giro viene fermata. La bandiera rossa, le moto che rientrano ai box, lo schermo che trasmette immagini senza commento. E poi l'attesa, un intervallo che nessuna cronaca riesce a riempire del tutto, la corsa sospesa, i minuti che passano, il silenzio crescente attorno alla pista. Alle sedici e cinquantasei, ora locale, arriva l'annuncio ufficiale. Marco Simoncelli, il pilota italiano, ventiquattro anni, campione della classe duecentocinquanta appena pochi anni prima, uno che correva spettinato e generoso, con quel modo tutto suo di buttare la moto dentro alle curve, viene dichiarato morto. Era partito anche lui, quel pomeriggio. Come Stoner, come tutti. Un incidente in mezzo al gruppo, e la gara che si ferma al secondo giro, e poi più niente, il Gran Premio viene cancellato. Non ha un vincitore. Nessuno sale sul podio, nessuno sente l'inno. Stoner, che era amico di Simoncelli, proverà a dirlo con parole sue, parole che restano in inglese, It just couldn't be avoided. He was just trying to stay in the race and these accidents can happen. Non si poteva evitare. Stava solo cercando di restare in gara, e questi incidenti possono succedere. Non c'è colpa da distribuire, in quella frase. C'è un pilota che cerca di spiegare l'inspiegabile a se stesso, il giorno in cui il campionato che stava dominando ha smesso di contare.
Il ritiro a ventisei anni
Il diciassette maggio duemiladodici Casey Stoner, l'australiano che avete visto dominare prima con la Ducati e poi con la Honda, due volte campione del mondo, annuncia il ritiro. Ventisei anni, campione del mondo in carica, cioè l'uomo che in quel momento detiene il titolo, e nella storia della MotoGP soltanto tre piloti hanno vinto più gare di lui, e non tre piloti qualsiasi, Valentino Rossi, Giacomo Agostini, Mick Doohan. Tre leggende, con un ragazzo di ventisei anni appena dietro. Le ragioni che dà sono due, e le dice apertamente, la famiglia, e una passione che non c'è più, parole sue, il fuoco che si è spento. Poi c'è una terza frase, quella che fa capire quanto ci abbia pensato, e riguarda il campionato stesso. Quell'anno, per la prima volta, la regola permette a delle moto semplificate, costruite con pezzi di serie e budget ridotti, di correre accanto ai prototipi, le vere moto da gara. Stoner la mette così, in inglese, This isn't a two standard series. This is a MotoGP championship. This is a prototype championship. Non è un campionato a due livelli. Questo è il campionato del mondo. Questo è un campionato di prototipi. Capite che cosa sta dicendo? Non sta chiudendo una carriera per stanchezza, sta dicendo che quel campionato non è più il suo. E poi i numeri, quelli con cui chiude, e che presi tutti insieme raccontano un dominio. Trentotto vittorie in centoquindici gare, il trentatré per cento delle volte che è partito, con sessantanove podi, il sessanta per cento, trentanove pole position, ventinove giri veloci in gara, milleottordiciquindici punti, due titoli mondiali. Vale la pena fermarsi un attimo su questa somma, perché è l'ultima cosa che rimane di lui in pista, un pilota che saliva sul podio in sei gare su dieci, e che vinceva una gara su tre nella categoria più difficile del mondo, smette a ventisei anni. Non per un infortunio che lo costringe. Lo decide lui, da campione in carica, mentre è ancora il più forte.
Dal letto al divano
Il sedici ottobre duemila Diciotto, Casey Stoner, il campione che avevamo lasciato a ventisei anni, il giorno del ritiro, comincia a non sentirsi più lui. Due anni dopo, il ventuno ottobre duemilaventi, decide di dirlo in pubblico, e lo dice in inglese, con queste parole, I very quickly went downhill and started to get some extreme symptoms and struggled to get out of bed and get to the couch. Ascoltate bene quella frase, perché è la più semplice e la più terribile di tutte, faticava ad alzarsi dal letto per arrivare al divano. Dal letto al divano. Questo era diventato, per un uomo che fino a pochi anni prima piegava le moto più veloci del mondo. La diagnosi che Stoner dà di sé è una sola, sindrome da stanchezza cronica, legata al virus di Epstein-Barr. Ci torna sopra il ventisette maggio duemilaventuno, in un'intervista al sito Roadracingworld, e poi più nulla. Ma prima di fermarci a quella diagnosi, guardiamo da dove è passata, perché in undici anni ha cambiato faccia tante volte. Nel duemilanove, l'anno del malore di Barcellona, i medici parlavano di gastrite lieve e di anemia. Poi, nel racconto che circola negli anni, compare il lattosio, l'intolleranza come spiegazione. E nel duemilaventi, a undici anni di distanza dai fatti, è il paziente stesso a dire Epstein-Barr e sindrome da stanchezza cronica. Chi ha ragione? Non lo si può accertare con le fonti disponibili. E c'è un punto onesto da dire a voce alta, sulla ricostruzione finale esiste una sola fonte, il paziente, che parla di sé e di una diagnosi riferita a un decennio prima. Questo non significa che sbagli. Significa che siamo di fronte a una sola voce. E poi c'è la tentazione più forte di tutte, quella che prende chiunque riveda tutta la storia in fila. Lui smette di correre a ventisei anni dicendo che la passione è finita. E sei anni dopo non riesce ad arrivare dal letto al divano. Il male era già lì? Era già dentro quando decideva di fermarsi? Viene voglia di unire i puntini, di fare del ritiro del duemiladodici un presagio, la prima avvisaglia del crollo. Ma nessun documento stabilisce un nesso fra il ritiro e i sintomi. Il contrasto è lì, nel materiale, davanti agli occhi, due uomini che sembrano la stessa persona spezzata in due tempi. La spiegazione, però, non c'è. E finché non c'è, la distanza tra quella frase, la passione è finita, e questa, dal letto al divano, resta un vuoto. Non va riempito, va lasciato com'è, aperto, come lo è davvero. Che cosa faccia oggi Casey Stoner, come stia dopo quella intervista, non è dato sapere, l'ultima cosa certa che abbiamo è il ventisette maggio duemilaventuno. Da lì, il silenzio.
Il complotto e il fatto reale
Da vent'anni, attorno a quelle due stagioni, girano due storie che meritano di stare una accanto all'altra, hanno la stessa forma, e il segno opposto. La prima è una voce, mai provata da nessun documento. Racconta che a Valencia, nell'ultima gara del duemilasei, a Valentino Rossi, il pilota italiano che quell'anno si giocava il titolo mondiale, sarebbe stato dato di proposito un treno di gomme difettoso, per far vincere il campionato all'americano Nicky Hayden. Quel giorno Rossi corre molto più lento del solito, cade in curva e chiude tredicesimo. Il mondiale va a Hayden per la differenza di cinque punti, duecentocinquantadue a duecentoquarantasette. Rossi stesso, ricordando quella gara anni dopo, ha detto che qualcosa si era rotto, che andava stranamente piano, che era successo qualcosa di strano. Ma nelle fonti non c'è nulla che sostenga il sabotaggio. La seconda storia, quella vera, è il rovescio esatto della prima. Nello stesso duemilasei, a Estoril, in Portogallo, la Michelin, il fornitore di gomme di gran parte della griglia, diede al pilota spagnolo Toni Elias una gomma di primo livello, quella riservata ai migliori. Elias batté Rossi per due millesimi di secondo, in una stagione decisa da cinque punti. Anni dopo dirà che Rossi, quello sgarro, non gliel'ha ancora perdonato. Non un complotto contro uno, un favore fatto a un altro. Stessa forma, segno opposto. C'è un terzo tassello che completa il quadro. L'australiano Casey Stoner accusò la Michelin di usarlo come cavia, dandogli gomme sperimentali, un'accusa che le fonti non hanno mai confermato. Ma nello stesso duemilasei la casa francese si scusò pubblicamente, questa volta con Rossi e con la sua squadra, la Yamaha, per una gomma sbagliata portata in Cina. Lo stesso fornitore che nega tutto a uno, con un altro ammette l'errore. Il regolamento cambiò l'anno dopo. Dal duemilasette il limite diventò di trentuno gomme per weekend di gara, per impedire che se ne fabbricassero di su misura durante la notte, sui dati raccolti nelle prove. E quella restrizione non valeva per tutti, si applicava solo alle case che dal duemilacinque in poi avevano vinto almeno due gare all'asciutto, cioè Michelin e Bridgestone.
Due libri, due padri
Ci sono due padri, in questa storia, e non possono essere entrambi veri. Il primo si chiama Colin Stoner, ed è il padre di Casey, il campione che stiamo seguendo. In questa versione è un allenatore, un uomo che prende un figlio e lo costruisce pezzo per pezzo, come si costruisce una macchina da corsa. Il paragone, in questo racconto, è con il padre di André Agassi, il tennista, quel genere di padre che trasforma l'infanzia di un bambino in un progetto. Il secondo padre è sempre Colin Stoner, ed è l'opposto. Un padre normale, con una passione per le corse, che si è limitato a star dietro a un bambino che already correva da solo. Che non ha mai forzato niente. Due ritratti incompatibili. E vengono, si dice, da due libri diversi. Uno sarebbe Pushing the Limits, l'autobiografia che Casey Stoner ha pubblicato nel duemilatredici. L'altro non ha nemmeno un nome, nessuno sa dire quale sia. E qui bisogna essere onesti, con chi sta ascoltando. Quei due libri non sono stati aperti. Nemmeno uno dei due. E badate, Pushing the Limits è il libro da cui viene gran parte di tutto ciò che avete sentito finora, il bambino di sette anni e quel freno anteriore, la vita nel motorhome vicino a Barcellona, il rapporto col padre. Proprio il libro che regge questa storia non è stato letto. Allora va detto per quello che è, la contraddizione fra i due padri esiste nel racconto che circola a voce, non sulla pagina. Finché quei volumi non vengono aperti e messi uno accanto all'altro, resta un'ipotesi. Ed è il buco più grande di tutto il materiale. Il padre con il pennello in mano, davanti al motorhome, era un allenatore spietato o un uomo che dipingeva case per far correre il figlio? Chi vi parla non lo sa. E adesso lo sapete anche voi.
La stessa moto, letta due volte
Resta la domanda da cui non si esce, quanto contava la moto. Nel duemilasette la Ducati porta Casey Stoner a dieci vittorie e a un titolo mondiale. Nell'undici e nel duemiladodici la stessa casa mette in sella Valentino Rossi, il più vincente della sua generazione, arrivato con settantanove vittorie in undici stagioni alle spalle, e Nicky Hayden, campione del mondo del duemilasei. Vittorie in due anni, zero per entrambi. E il confronto fra quei due, dentro la stessa squadra, finisce in parità, Rossi chiuse davanti in gara diciassette volte contro nove, ma Hayden lo precedette in qualifica diciassette volte contro tredici. Due modi diversi di non vincere. C'è poi il dettaglio che chiude il cerchio dentro la stagione del titolo, nel duemilasette, la stessa moto correva anche nell'altro box Ducati, quello di Loris Capirossi. Non aveva vinto mai. Non una gara. Allora la moto, da sola, non spiega niente. Quando è nelle mani giuste vince dieci gare in una stagione, quando è nelle mani di due campioni del mondo, quattro anni dopo, non ne vince nessuna. C'è un'ultima cosa, e riguarda il tempo. Per quindici anni si è ripetuta una frase, Casey Stoner è l'unico ad aver fatto vincere il mondiale alla Ducati. Era vera fino al duemilaventidue, quando Francesco Bagnaia ha vinto il titolo. Poi l'ha vinto di nuovo nel duemilaventitré, e nel duemilaventiquattro ci è riuscito Jorge Martín. Quattro titoli, tre piloti. Oggi in griglia ci sono otto Ducati. Nel duemilasette ce n'era una che vinceva, e la guidava un ragazzo di ventun anni che quattro anni prima viveva in un motorhome vicino a Barcellona, con i genitori che imbiancavano case per pagargli la strada.
Quattro anni, terra battuta, Queensland
A giugno del 1990, su una pista ovale di terra battuta chiamata Hatcher's, nel Queensland, un bambino di quattro anni si allinea al via della sua prima gara. Si chiama Casey Stoner, è nato a Southport il 16 ottobre 1985, e la moto sotto di lui è una minibike.
Questo è quanto le fonti dicono: la data, il luogo, l'età. Non dicono chi lo teneva in piedi prima del via, chi lo aveva iscritto, quanti erano gli altri bambini in griglia. Il sito ufficiale registra l'esordio in una riga — «debut June 1990 at Hatcher's dirt track» — e la scheda dell'Australian of the Year la conferma. Il resto della scena non esiste in nessun documento, e quindi non esiste.
Quello che si sa è la famiglia attorno: Colin e Bronwyn Stoner, i genitori, e Kelly, la sorella maggiore. Quattro persone che nei dieci anni successivi si sposteranno di fattoria in fattoria seguendo le gare dirt track del figlio più piccolo, fino a un punto in cui il paese stesso diventerà l'ostacolo.
Una regola scritta per proteggere i minori
In Australia, a cavallo del 2000, un quattordicenne non poteva correre su asfalto. La regola esisteva per proteggere i minori: c'è un'età sotto la quale non ti lasciano andare forte su una superficie che non perdona.
Casey Stoner aveva quattordici anni e correva già da dieci.
Nel gennaio del 2000 la famiglia Stoner lascia l'Australia. Non il ragazzo: la famiglia. Colin, Bronwyn, Kelly e Casey si trasferiscono in Europa perché in Europa un quattordicenne può correre su asfalto e in Australia no. Una norma di tutela produce l'espatrio di quattro persone.
Come lo pagarono è documentato in una riga sola, e la riga contiene un mestiere: Colin e Bronwyn imbiancarono case. Pennello, rullo, stanze di altri, per mettere insieme i soldi del trasferimento. Hope Channel Australia lo dice così — «parents Colin and Bronwyn painted houses to fund the move» — e non aggiunge altro: non quante case, non per quanto tempo, non quanto costava una stagione europea nel 2000. Il rapporto fra il numero di stanze imbiancate e il costo di una stagione in 125 è esattamente la misura di quel sacrificio, e non è mai stata calcolata da nessuno.
Poi c'è il motorhome. Per un periodo che le fonti non delimitano, i quattro Stoner vissero accampati in un motorhome vicino a Barcellona mentre Casey, quindicenne, correva in due campionati nazionali — quello britannico e quello spagnolo — di due paesi diversi. Un veicolo come indirizzo fisso, la Spagna come base, l'Inghilterra come trasferta.
Anche qui la fonte dice una frase e si ferma: «family lived camped in a motorhome near Barcelona». Non dice dove si dormiva, come si arrivava alle gare, quanto durò. È la scena più forte di tutta questa storia e nessuno l'ha mai raccontata dall'interno. Non esiste un'intervista a Bronwyn Stoner su quei mesi, non ne esiste una a Kelly.
Kelly, in particolare, è l'unica persona di questo racconto che ha attraversato tutto — le fattorie, l'espatrio, il motorhome — senza avere in cambio una carriera. Compare nel sito ufficiale come «sister Kelly» e poi non compare più.

Brno 2002: ventesimo in griglia, sedici anni
Il debutto nel motomondiale arriva a luglio del 2001, a Donington, come wild card: quindici anni. Prende punti al Gran Premio d'Australia della stessa stagione. Due wild card in tutto, Donington e Phillip Island.
Nel 2002 corre il campionato 250 con il team LCR di Lucio Cecchinello, in coppia con David Checa. Ha sedici anni. Chiude dodicesimo con 68 punti.
Il giorno che vale la pena guardare è Brno. Stoner si qualifica ventesimo — settima fila, il gruppo davanti a lui è tutto il campionato. Venti giri dopo taglia il traguardo quinto, a 11,322 secondi dal vincitore, con undici punti in tasca.
Undici secondi e tre decimi sono una distanza enorme in una gara di 250. Il punto non è che è arrivato vicino: è che è partito ventesimo e ha finito quinto, a sedici anni, in un campionato mondiale.
Lucio Cecchinello, il team manager che aveva deciso di mettere quel sedicenne su una moto, tornerà in questa storia quattro anni dopo — ed è, insieme a Checa, una delle persone che hanno visto tutto e di cui non esiste una dichiarazione raccolta nel materiale disponibile. La storia di Casey Stoner, per come è documentata oggi, la raccontano quasi soltanto lui stesso e le classifiche.
2006: il primo podio arriva all'ultima curva, dalla parte sbagliata
Nel novembre 2003 vince la prima gara del mondiale, a Valencia, in 125. Nel 2005 ne vince cinque in 250 e chiude secondo. Nel 2006 sale in MotoGP con la Honda del team LCR — Cecchinello di nuovo.
Il 2006 è l'anno che nelle classifiche sembra un fallimento: ottavo, 119 punti, sei ritiri, più un mancato via in Germania che non fa nemmeno statistica.
Ma dentro quei 119 punti c'è la Turchia, il 30 aprile. Stoner è in testa. Un esordiente in MotoGP, davanti a tutti, all'ultimo giro. All'ultima curva Marco Melandri lo passa.
Secondo posto. Il primo podio della carriera, ottenuto perdendo la prima vittoria della carriera nella curva finale. Melandri, che in questa storia è poco più di un nome dentro una frase, è l'uomo che ha deciso quale delle due cose sarebbe stata.
Tre quarti posti — Francia, Olanda, Gran Bretagna — completano un anno in cui la velocità c'era e il risultato no. Il paddock, secondo il racconto orale da cui parte questo numero, gli affibbiò un soprannome: «Rolling Stoner», il ragazzo che rotolava. Tre sillabe che spiegano un'annata intera.
Va detto con precisione: quel soprannome non è confermato da nessuna fonte scritta del 2006 fra quelle consultate. Circola nella narrazione orale, ha la forma perfetta della cosa vera, e finché non lo si trova su una pagina di Crash.net o di MCN dell'epoca resta una voce. Lo riportiamo come voce.
Anche il modo in cui Stoner arrivò a quel sedile è raccontato solo oralmente: un accordo con Yamaha che salta all'ultimo, Sito Pons che offre una Honda, i soldi che mancano, qualcuno che mette mano al portafoglio. Nessuna evidenza documentale tocca questo passaggio. È un buco grande in mezzo alla storia, e resta aperto.
2007: dieci vittorie da una parte del box, zero dall'altra
Nel 2007 Casey Stoner passa in Ducati e vince il mondiale MotoGP. Ventuno anni. Dieci vittorie, 367 punti, 125 di margine su Dani Pedrosa.
Questa è la stagione su cui si discute ancora oggi, e la discussione ha un nome tecnico: Bridgestone. Quell'anno le gomme giapponesi vincono dodici gare su diciotto. La lettura più diffusa è che il titolo lo abbiano vinto le gomme.
C'è un fatto che sta esattamente dall'altra parte, ed è dentro lo stesso box. Loris Capirossi guidava la stessa Ducati GP7, con le stesse Bridgestone, nella stessa squadra. Vittorie nel 2007: zero.
La stessa moto, la stessa gomma, lo stesso garage, e una differenza di dieci vittorie.
Il 2008 rende la cosa ancora più strana. Stoner chiude secondo con 280 punti e sei vittorie. Duecentottanta punti erano, fino a quel momento, il punteggio più alto mai realizzato da qualcuno che il titolo non l'ha vinto. La stagione migliore di un perdente.
GP7la Ducati Desmosedici GP7, la moto con cui Stoner vinse il titolo 2007

Barcellona 2009: un corpo che cede in parco chiuso
Nel 2009 succede una cosa che nessuna scheda tecnica spiega.
Al termine del Gran Premio di Barcellona, in parco chiuso — il recinto dove le moto vengono portate a fine gara, pieno di persone, di telecamere, di meccanici — Casey Stoner quasi sviene.
Da lì la stagione si rompe. Salta Brno, Indianapolis e Misano: tre gare. Sulla sua Ducati salgono due sostituti, Mikko Kallio e Michel Fabrizio — i due uomini che entrano quando il corpo di un campione del mondo si ferma, e di cui nel materiale disponibile resta solo il titolo dell'articolo che li annunciava. Stoner rientra a Estoril.
I medici, all'epoca, dicono questo: «Doctors have now revealed that the former champion has been suffering from slight gastritis and mild anaemia, which will require further treatment in the coming weeks». Gastrite lieve e anemia moderata.
Stoner, sempre nel 2009, dà la sua versione: «The doctors believe that during the Barcelona race I was suffering from a virus, and, that I subsequently pushed my body too hard, leading to problems that have caused my fatigue since then». Un virus a Barcellona, il corpo spinto troppo, e da lì la stanchezza.
Nel racconto che circola da allora compare una terza spiegazione — l'intolleranza al lattosio — che nelle fonti consultate non c'è.
Nel 2011 vince il secondo mondiale, con la Repsol Honda: dieci vittorie, 350 punti. La sequenza gara per gara di quella stagione è questa: 1, Ret, 3, 1, 1, 1, 2, 3, 3, 1, 1, 1, 3, 1, 3, 1, C, 1. Diciotto gare, due volte fuori dal podio.
Sepang, 23 ottobre 2011, ore 16:56
Il 23 ottobre 2011 il Gran Premio di Malesia si corre a Sepang. Al secondo giro la gara viene fermata.
Alle 16:56 ora locale Marco Simoncelli viene dichiarato morto.
Fra il secondo giro e quell'ora c'è un intervallo che le fonti non riempiono: la corsa sospesa, l'attesa, l'annuncio. Il Gran Premio viene poi cancellato. Non ha un vincitore.
Stoner, che quella stagione la stava dominando, dirà: «It just couldn't be avoided. He was just trying to stay in the race and these accidents can happen».
17 maggio 2012: ventisei anni
Il 17 maggio 2012 Casey Stoner annuncia il ritiro. Ha ventisei anni, è campione del mondo in carica, e in quel momento soltanto tre uomini nella storia hanno più vittorie di lui: Valentino Rossi, Giacomo Agostini, Mick Doohan.
Le ragioni che dà sono due: la famiglia, e una passione che non c'è più. Poi c'è la frase sul campionato, che riguarda l'ingresso delle moto CRT accanto ai prototipi: «This isn't a two standard series. This is a MotoGP championship. This is a prototype championship».
Chiude con 38 vittorie in 115 gare — il 33% —, 69 podi (il 60%), 39 pole position, 29 giri veloci, 1815 punti, due titoli mondiali.
Un pilota che sale sul podio in sei gare su dieci e vince in una su tre smette a ventisei anni.

Dal letto al divano
I sintomi cominciano nel 2018. Il 21 ottobre 2020 Stoner racconta pubblicamente che cosa gli succede: «I very quickly went downhill and started to get some extreme symptoms and struggled to get out of bed and get to the couch».
Faticava ad alzarsi dal letto per arrivare al divano.
La diagnosi che dà è sindrome da stanchezza cronica, legata al virus di Epstein-Barr. Torna a parlarne il 27 maggio 2021, in un'intervista a Roadracingworld.
Vale la pena guardare come si è mossa questa diagnosi in undici anni. Nel 2009 i medici dicono gastrite lieve e anemia. Nel racconto che circola nel frattempo compare il lattosio. Nel 2020 il paziente dice Epstein-Barr e sindrome da stanchezza cronica, a undici anni di distanza dai fatti.
Chi ha ragione non è accertabile con le fonti disponibili, e c'è un punto che va detto: sulla ricostruzione finale l'unica fonte esistente è il paziente stesso, che parla di sé e di una diagnosi di un decennio prima.
E poi c'è la tentazione più forte di tutte, quella di collegare le due cose: smette a ventisei anni dicendo che la passione è finita, e sei anni dopo non riesce ad arrivare dal letto al divano. Nessun documento stabilisce un nesso fra il ritiro del 2012 e i sintomi del 2018. Il contrasto è nel materiale, la spiegazione no.
Che cosa faccia oggi Casey Stoner, e come stia dopo il 2021, nel materiale non c'è: l'ultima evidenza è del 27 maggio 2021.
Il complotto immaginato e il fatto reale
Attorno al 2006 e al 2007 girano da vent'anni due storie che vale la pena mettere una accanto all'altra, perché hanno la stessa forma e segno opposto.
La prima è una voce. Dice che a Valencia 2006, ultima gara della stagione, a Valentino Rossi sarebbe stato dato un treno di gomme difettose per far vincere il titolo all'americano Nicky Hayden. Quel giorno Rossi gira ben al di sotto delle sue possibilità, cade in curva e chiude tredicesimo. Il mondiale va a Hayden 252-247: cinque punti.
Rossi, ricordando quella gara, ha detto: «Something broken - something was wrong, because I was very slow. Is strange. Something strange happened I think». Qualcosa di rotto, una lentezza inspiegabile. Non c'è nulla, nelle fonti, che sostenga la sabotatura.
La seconda storia è documentata, ed è il rovescio esatto della prima. A Estoril, nello stesso 2006, Michelin diede a Toni Elias una gomma di primo livello, riservata ai migliori. Elias batté Rossi per 0,002 secondi. Due millesimi, in una stagione decisa da cinque punti. Anni dopo Elias dirà che Rossi non gliel'ha ancora perdonata.
Non un complotto contro Rossi: un favore a un altro. Stessa forma, segno opposto.
C'è un terzo elemento che chiude il quadro. Stoner accusò Michelin di usarlo come cavia con gomme sperimentali: accusa mai riscontrata nelle fonti. Nello stesso 2006, però, Michelin si scusò pubblicamente — con Rossi e con Yamaha, per una gomma sbagliata in Cina. Il fornitore nega a uno ciò che ammette verso un altro.
Il regolamento cambiò l'anno dopo: dal 2007 il limite è di 31 gomme per weekend, introdotto per impedire di fabbricare gomme su misura durante la notte sui dati delle prove. La restrizione si applicava soltanto ai marchi con almeno due vittorie su asciutto dal 2005 in poi — cioè Michelin e Bridgestone.
Due libri, due padri
Nella narrazione su Casey Stoner esistono due versioni opposte di suo padre, e secondo la fonte orale da cui parte questo numero verrebbero da due libri diversi.
Nella prima, Colin Stoner è l'allenatore che costruisce una macchina da corsa umana — il paragone che viene fatto è con il padre di André Agassi. Nella seconda, è un padre normale con una passione, che non ha mai forzato niente.
Una delle due fonti sarebbe l'autobiografia «Pushing the Limits», del 2013. L'altra non è identificata. Non abbiamo consultato né l'una né l'altra: «Pushing the Limits» è la fonte diretta di gran parte di questa storia — l'aneddoto del freno anteriore a sette anni, il rapporto col padre, la vita nel motorhome — e non è stata letta.
Va quindi detto così: la contraddizione sul padre esiste nel racconto orale, non è verificata nei testi, e finché i due libri non vengono aperti e confrontati resta un'ipotesi. È il buco più grande di tutto il materiale.

La stessa moto, letta due volte
Resta la domanda da cui non si esce: quanto contava la moto.
Nel 2007 la Ducati porta Stoner a dieci vittorie e a un titolo mondiale. Nel 2011 e nel 2012 la stessa casa mette in sella Valentino Rossi — arrivato con 79 vittorie in undici stagioni alle spalle — e Nicky Hayden, campione del mondo 2006. Vittorie in due anni: zero per entrambi.
Fra loro due, nel confronto diretto, Rossi chiuse davanti in gara 17 volte contro 9, ma Hayden lo precedette in qualifica 17 volte contro 13. Due modi diversi di non vincere.
E dentro il 2007, la stessa moto in un altro box — quello di Capirossi — non aveva vinto mai.
La moto, da sola, non spiega niente. Quando è nelle mani giuste vince dieci gare in una stagione; quando è nelle mani di due campioni del mondo, quattro anni dopo, non ne vince nessuna.
C'è un'ultima cosa, e riguarda il tempo. Per quindici anni si è ripetuta una frase: Casey Stoner è l'unico ad aver fatto vincere il mondiale alla Ducati. Era vera fino al 2022, quando Francesco Bagnaia ha vinto il titolo; poi di nuovo nel 2023, e nel 2024 con Jorge Martín. Quattro titoli, tre piloti.
Oggi in griglia ci sono otto Ducati. Nel 2007 ce n'era una che vinceva, e la guidava un ragazzo di ventuno anni che quattro anni prima viveva in un motorhome vicino a Barcellona con i genitori che imbiancavano case.
Riferimenti
- Casey Stoner — sito ufficiale, biografia — https://caseystoner.com/bio
- Casey Stoner — Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Casey_Stoner
- Hope Channel Australia — la famiglia Stoner, il trasferimento in Europa e il motorhome vicino a Barcellona — https://www.hopechannel.com/au
- Australian of the Year — scheda Casey Stoner — https://www.australianoftheyear.org.au/
- Gran Premio motociclistico della Repubblica Ceca 2002 — Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/2002_Czech_Republic_motorcycle_Grand_Prix
- ABC News, 30 aprile 2006 — Melandri supera Stoner all'ultima curva in Turchia — https://www.abc.net.au/news
- Crash.net — «Casey Stoner sidelined - Kallio, Fabrizio in», agosto 2009 — https://www.crash.net/motogp
- Crash.net — «Stoner diagnosed with slight gastritis, anaemia», 2009 — https://www.crash.net/motogp
- Crash.net — dichiarazione di Stoner sul ritiro, maggio 2012 — https://www.crash.net/motogp
- Crash.net e CNN, 23 ottobre 2011 — la morte di Marco Simoncelli a Sepang alle 16:56 — https://edition.cnn.com/2011/10/23/sport/motorsport-simoncelli-death
- Autosport, 2011 — Stoner su Simoncelli — https://www.autosport.com
- MCN, 17 maggio 2012 — l'annuncio del ritiro — https://www.motorcyclenews.com
- Yahoo Sports Australia, 21 ottobre 2020 — Stoner sulla sindrome da stanchezza cronica — https://au.sports.yahoo.com
- Roadracingworld, 27 maggio 2021 — intervista a Casey Stoner — https://www.roadracingworld.com
- Gran Premio della Comunità Valenciana 2006 — Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/2006_Valencian_Community_motorcycle_Grand_Prix
- Crash.net — «Rossi recalls strange 2006 MotoGP title defeat» — https://www.crash.net/motogp
- Motorsport.com — «Elias: Rossi still hasn't forgiven me for Estoril 06» — https://www.motorsport.com
- Crash.net — «Michelin apologises to Rossi, Yamaha», Cina, maggio 2006 — https://www.crash.net/motogp
- motomatters.com, 28 settembre 2006 — le restrizioni sulle gomme per il 2007 — https://www.motomatters.com
- Crash.net — «MotoGP introduces tyre restrictions for 2007» — https://www.crash.net/motogp
- motogpnews.com, 5 luglio 2025 — Bridgestone nel 2007 e Rossi in Ducati — https://www.motogpnews.com
- amcn.com.au — Capirossi e la Ducati GP7 — https://www.amcn.com.au
- motorcycledaily.com, luglio 2013 — il confronto Rossi-Hayden in Ducati — https://www.motorcycledaily.com
- Ducati.com, 2022 — il titolo MotoGP di Francesco Bagnaia — https://www.ducati.com
- FIM, 2023 e 2024 — i titoli MotoGP di Bagnaia e Martín — https://www.fim-moto.com