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3 settembre 2026

Neuralink: tredici persone vivono con un impianto nel cranio, diecimila sono in lista d'attesa

Un disco da venticinque millimetri chiude la finestra aperta nell'osso e restituisce un cursore, una voce, un braccio — ma quasi tutto ciò che sappiamo sulla scala di questa operazione lo dichiara l'azienda che la conduce.

Al 28 ottobre 2025 Neuralink dichiara tredici persone impiantate fra Stati Uniti, Canada e Regno Unito: un disco da 25 millimetri annegato nella teca cranica, circa mille elettrodi su fili sottilissimi posati nella corteccia motoria da un robot. Per chi lo porta il cambiamento è documentato e concreto — un partecipante in fase avanzata di SLA, che prima non usciva di casa perché il suo sistema a puntamento oculare non funziona alla luce del sole, esce con la famiglia e i suoi figli hanno sentito la sua voce per la prima volta tramite sintesi vocale. Intorno a queste tredici persone si muovono numeri di natura diversa: la Food and Drug Administration ha respinto la domanda nel 2022 e l'ha approvata il 25 maggio 2023; il registro federale statunitense, consultato il 30 agosto 2026, riporta per lo studio PRIME un arruolamento stimato di quindici persone e lo stato «recruiting»; e nell'ottobre 2025 il co-fondatore e presidente DJ Seo ha rivelato in un report Morgan Stanley una lista d'attesa di diecimila iscritti. Vent'anni di impianti corticali documentati da un altro programma, BrainGate, dicono che il dispositivo regge e che il segnale si consuma — ed è esattamente ciò che è accaduto al primo paziente Neuralink, che nel 2024 ha raccontato al Wall Street Journal di aver perso circa l'85% dei fili.

Neuralink: tredici persone vivono con un impianto nel cranio, diecimila sono in lista d'attesa

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Un padre di tre figli, e il sole

C'è un uomo che può muovere soltanto gli occhi. La sclerosi laterale amiotrofica è arrivata alla fase avanzata e gli ha spento tutto il resto. Per anni il suo unico canale verso il mondo è stato un lettore di sguardo, uno di quegli apparecchi che capiscono dove stai guardando e trasformano lo sguardo in lettere su uno schermo. In casa funzionava. All'aperto no, perché la luce del sole entra nella telecamera e la acceca. Così non usciva. Adesso ha un impianto nel cranio, messo lì da un'azienda che si chiama Neuralink, e la sua giornata ha un fuori. Esce con la famiglia, gioca, e i suoi figli hanno sentito per la prima volta la voce del padre, una voce di sintesi che lui comanda con la corteccia. A raccontarlo è Seo, cofondatore e presidente di Neuralink, dal palco di un incontro di reclutamento alla fine del duemilaventicinque, davanti a una platea di studenti che l'azienda vorrebbe assumere. Nel racconto quell'uomo non commenta la tecnologia. Per lui la posta in gioco era se il sole gli rendesse cieco l'unico modo che aveva di parlare. Non è il solo. Il primo partecipante dello studio ha una lesione al midollo, e il giorno dopo aver ricevuto l'impianto, che l'azienda chiama Telepathy, si è messo a giocare al gioco di strategia Civilization Sei per nove ore di fila. Un altro, dopo circa un'ora di addestramento, muove un braccio robotico e disegna. Quel braccio non gli restituisce niente di quello che tocca, perché il programma per ridare il senso del tatto è ancora nella lista delle cose da fare. Al ventotto ottobre duemilaventicinque le persone che portano il dispositivo sono tredici, sparse fra Stati Uniti, Canada e Regno Unito. Sono tredici perché lo dice l'azienda. Nessun registro sanitario pubblico tiene il conto degli impiantati vivi di uno studio ancora in corso, e quindi il numero è quello che arriva dal palco. Ognuna di quelle tredici vite dipende, per accendere una luce, scrivere un messaggio, chiamare qualcuno, da un oggetto che una sola società al mondo sa mantenere e ricalibrare. L'unico riscontro disponibile su quella società risale al duemilaventidue e parla di circa trecento dipendenti. Trecento in tutto, il personale di un supermercato grande. L'oggetto, invece, sta quasi tutto fuori. È un disco largo venticinque millimetri, quanto una moneta da due euro, e nel cervello non entra. Chiude dall'alto la finestra che il chirurgo ha aperto nell'osso, come un coperchio a filo del cranio. Da lì sotto scendono i fili, un migliaio di canali, fino alla corteccia motoria, la fascia di cervello che comanda il movimento volontario. Mille fili appoggiati sul tessuto che decide se una mano si alza. È da lì che passa tutto.

Chi l'ha deciso, e in quanto tempo

Il primo giorno di lavoro si va da OfficeMax a comprare una sedia. Lo racconta Seo, cofondatore e oggi presidente di Neuralink, che nell'ottobre del duemilasedici era un ragazzo con un dottorato sulla polvere neurale, sensori da mettere nel cervello e talmente piccoli da meritarsi quel nome. Poi Elon Musk lo cercò, e lo volle vedere di persona. Intorno a quella sedia non c'era nient'altro. Siamo partiti davvero dal niente, dice lui, un mucchio di idee. Sulla carta l'azienda nasce il ventuno giugno del duemilasedici. Quell'anno Musk aveva cominciato a parlare in pubblico di neural lace, una rete da distendere sopra il cervello, e girava fra i ricercatori del settore a cercare persone. Ne incontrò più di mille. Mille colloqui per otto nomi, e quegli otto sono i fondatori. I primi quattro anni sono soltanto tecnologia di base. Il lavoro scientifico del duemiladiciannove che descrive la piattaforma da migliaia di canali racconta un sistema attaccato a un cavo, e il cavo era una scelta, non un ripiego, perché serviva a far passare tutto il segnale grezzo. Il senza fili sarebbe arrivato dopo, e avrebbe comprato la comodità pagandola col dato pieno. Il primo robot che infila i fili nella corteccia lo montarono con pezzi presi su eBay, esemplare unico, mai replicato. In quegli anni la ricerca passa dagli animali. Circa millecinquecento fra scimmie, maiali e pecore vengono usati e uccisi fra il duemiladiciotto e il duemilaventidue. Dal palco quella stagione occupa una riga sola, tre anni intensi di test e costruzione e test di nuovo, e invece è il costo biologico di tutta la fase. Il nove aprile del duemilaventuno arriva la dimostrazione pubblica. Pager, un macaco di nove anni, gioca a Pong con un dispositivo interamente sepolto nella testa, milleventiquattro elettrodi e nessun filo che esce dalla pelle. L'anno dopo arriva un no. Lo firma la Food and Drug Administration, l'agenzia americana che decide se un dispositivo può essere provato sulle persone, e colpisce la domanda di sperimentazione umana. Vale la pena rallentare, qui. È l'unica volta, in tutta questa vicenda, in cui un regolatore ha detto no. Ed è anche l'unico passaggio che dal palco non viene raccontato, perché nella versione che si sente lì l'autorizzazione arriva nel duemilaventiquattro. Il sì vero è del venticinque maggio duemilaventitré, e lo annuncia la società stessa. Fra il rifiuto e il permesso passa circa un anno. Nel gennaio del duemilaventiquattro lo studio con cui Neuralink prova l'impianto sull'uomo si apre nel registro federale americano. Si chiama Prime. Venti giorni dopo, su un tavolo operatorio, il primo essere umano riceve il dispositivo nel cranio. E da quel momento la sedia comprata in cartoleria non conta più niente. Conta che cosa succede a quel disco il giorno dopo, e il mese dopo, dentro una testa che deve continuare a vivere.

L'intervento, e i chirurghi che lo perdono

Il cranio lo apre una mano umana, e poi quella mano si ritira. Da lì in avanti lavora il robot, che posa i fili uno per uno. Nell'unico resoconto dettagliato del primo impianto, aprire l'osso e sistemare il dispositivo ha richiesto circa due ore, e l'inserzione dei fili è finita in meno di un'ora. La difficoltà non è la precisione della macchina. È il materiale. Un cervello, a toccarlo, sembra tofu, o gelatina, e a descriverlo così è DJ Seo, cofondatore e presidente di Neuralink, l'azienda che fabbrica il dispositivo. Il cervello pulsa col battito e col respiro, e il bersaglio si sposta mentre il filo entra. La parte umana dell'intervento, dichiara Seo, è in via di rimozione. Mandano un mucchio di ingegneri ad assistere all'operazione, a guardare ogni singola mossa che il robot fa, e non lo vogliono. Vogliono una chirurgia a un clic, super affidabile e noiosa, perché a loro gli interventi noiosi piacciono. E l'idea dichiarata per il futuro è che diventi qualcosa come l'operazione agli occhi per togliersi gli occhiali, magari in pausa pranzo, magari da svegli. Detto in modo meno ammiccante, il chirurgo che apre e gli ingegneri che sorvegliano sono oggi l'argine che decide quante persone si possono impiantare in un mese. Ed è per questo che sono i primi da togliere. Il piano non nasconde chi ci rimette, perché sono esattamente le due categorie di persone che oggi rendono l'operazione possibile. Sul robot di nuova generazione l'azienda non ha pubblicato niente, e quello che si sa arriva da racconti di seconda mano. Un resoconto di dicembre dell'anno scorso dice che il tempo per infilare un singolo filo scenderebbe da diciassette secondi a uno e mezzo. Un altro, riferito a quest'anno, descrive una macchina che automatizza l'impianto da sola e attraversa la dura madre, la membrana fibrosa e resistente che avvolge il cervello appena sotto l'osso, invece di rimuoverla, con l'obiettivo dichiarato di accorciare l'intervento e abbassare il rischio di infezione. Nessuno di questi numeri l'azienda lo conferma. E a fare il conto sull'operazione intera il guadagno è modesto, perché su sessantaquattro fili quel risparmio vale un quarto d'ora su un intervento che dura ore. Poi c'è una conseguenza che tocca le tredici persone che il dispositivo lo hanno già dentro. Lo hanno ricevuto tutte dal robot della generazione precedente, quella che adesso viene data per superata. In meno di dieci anni si è passati da un robot comprato su eBay a quello di oggi, e questo dice quanto dura, qui, un macchinario chirurgico. Chi è stato impiantato porta nel cranio l'esito di una macchina che nel frattempo è stata messa da parte. Una rassegna clinica uscita quest'anno, scritta per i medici, mette in fila i rischi della procedura per questa classe di dispositivi, e sono rischi documentati. Infezioni, emorragie, tessuto danneggiato. Sul lungo periodo, invece, che cosa facciano gli elettrodi restando lì dentro la stessa rassegna ammette di non saperlo.

Quello che si consuma

Su uno schermo una griglia di quadratini si accende a caso, e un cursore li rincorre a cronometro. A muoverlo è il pensiero di Noland Arbaugh, il primo essere umano ad avere ricevuto l'impianto, il ventinove gennaio del duemilaventiquattro. Nel maggio successivo Neuralink annuncia sul proprio profilo social che quel cursore ha raggiunto otto bit al secondo. È il numero buono, quello che si pubblica. Poi, nello stesso anno, Arbaugh racconta al Wall Street Journal, il quotidiano finanziario americano, che circa l'ottantacinque per cento dei suoi fili si è staccato dalla corteccia motoria. L'impianto non viene tolto. L'azienda riscrive il decodificatore perché lavori con quello che resta, un centinaio e mezzo di elettrodi su milleventiquattro, più o meno uno su sette. Ed è l'unica persona, in tutta questa storia, che abbia raccontato pubblicamente un guasto, e l'ha fatto a un giornale e non in un comunicato. Qui bisogna andare piano, perché quel guasto non è una stranezza. C'è un programma di ricerca americano che si chiama BrainGate e che dal decennio scorso impianta nelle persone le griglie di elettrodi corticali sviluppate nello Utah, e nel duemilaventicinque ha pubblicato i suoi dati. Venti griglie in quattordici partecipanti, seguiti in media per quasi tre anni e qualcuno fino a sette e mezzo. La quota di elettrodi che continua a registrare un segnale utilizzabile, a mesi o anni di distanza, si ferma a poco più di un terzo, e nel periodo osservato scende ancora di sette punti. Vent'anni di dati dicono sempre la stessa cosa. L'impianto tiene, il segnale si consuma. I fili staccati di Arbaugh sono quella regola, non un incidente di Neuralink. Due anni prima BrainGate aveva pubblicato anche il proprio conto della sicurezza. Sessantotto eventi avversi legati al dispositivo in dodicimiladuecento giorni di utilizzo sulle stesse quattordici persone, e vuol dire uno ogni sei mesi circa di vita con l'impianto addosso, senza nessuna infezione dentro il cranio, senza morti e senza che a nessuno il dispositivo sia stato rimosso per ragioni di sicurezza. È il metro con cui Neuralink andrà misurata quando avrà accumulato lo stesso monte di giorni. Per ora non lo ha. A settembre del duemilaventicinque l'azienda dichiara duemila giorni di dispositivo addosso alle persone e oltre quindicimila ore d'uso su dodici pazienti. Blackrock Neurotech, che quelle griglie dello Utah le produce, ne documenta più di trentamila, quindici volte tanto, con singoli pazienti che vanno oltre gli otto anni. E su un punto lo scarto non è di quantità, è di natura. Di quanti elettrodi tengano ancora nei tredici impiantati non esiste alcun dato pubblico messo insieme. Esiste il racconto di uno solo di loro, dentro un'intervista. C'è poi una fatica che chi porta il dispositivo affronta ogni mattina e che nei comunicati non compare. Il segnale non sta fermo. Le riviste scientifiche che se ne occupano, Communications Biology nel duemilaventiquattro e Nature Biomedical Engineering l'anno dopo, documentano che i neuroni registrati cambiano nel tempo e che il decodificatore va ricalibrato spesso ogni giorno, con tempi che ballano da meno di cinque minuti a tre quarti d'ora. Il costo dell'apprendimento non si paga una volta sola. E c'è la ricarica, che un paziente descrive così, un'ora attaccato per induzione e poi la carica dura la giornata. Nessuna specifica ufficiale pubblica quel numero. Anche il dato che esce dal cranio, del resto, è già una scelta fatta da qualcun altro. L'impianto sente qualcosa come duecento megabit al secondo di segnale grezzo e ne trasmette circa uno, una parte su duecento, mentre tutto il resto viene compresso e scartato lì dentro, a bordo, e non lascia mai la testa. La qualità del prodotto sta in gran parte nel software che decide che cosa buttare. E quello che è stato buttato non lo potrà rileggere nessuno, mai.

Diecimila e quindici

Ottobre duemilaventicinque. Dentro un rapporto che Morgan Stanley prepara per i suoi investitori, Seo, cofondatore e presidente di Neuralink, lascia una cifra sola. Diecimila. Sono le persone iscritte alla lista d'attesa per Telepathy, il dispositivo che l'azienda mette nel cranio, e quando Seo la ripete davanti a una platea non la dice come si dice un dato finanziario. Quel numero lo guarda ogni giorno, racconta. Dodici o tredici impiantati è davvero bello, ammette, ma è enormemente meno di diecimila. Nello stesso mese arriva l'annuncio che altre tredici persone riceveranno l'impianto entro la fine dell'anno. Se il conto sia poi arrivato a venticinque non lo sa nessuno fuori dall'azienda, perché l'unico posto in cui quella somma comparirebbe è un comunicato aziendale, e il registro federale degli studi clinici non pubblica quante persone portano il dispositivo. Il registro pubblica un'altra cosa. Il perimetro autorizzato. Alla fine dell'agosto duemilaventisei, due anni e mezzo dopo la partenza, la scheda dello studio chiamato Prime risulta ancora in reclutamento, con un arruolamento stimato di quindici partecipanti. Quindici. Fra la domanda che viene comunicata e il perimetro che è stato registrato ci sono due ordini di grandezza. E in mezzo sta il passo vero, quello osservato, dal primo impianto del gennaio duemilaventiquattro ai dodici dichiarati nel settembre dell'anno dopo passano venti mesi, cioè meno di un impianto al mese. A quel passo la lista non è una coda con un tempo d'attesa. È una popolazione a cui è stata aperta un'iscrizione senza che esista la capacità chirurgica di servirla, e fa circa settecentosessantanove iscritti per ognuna delle tredici persone che il disco lo hanno già. Chi firma oggi, quindi, non ottiene una data. Mettere il nome nel registro pazienti non è essere arruolati, perché i criteri che contano sono quelli del protocollo, e chiedono una tetraplegia con funzione limitata in tutti e quattro gli arti, da lesione del midollo oppure da sclerosi laterale amiotrofica. Poi a scegliere sono i centri che conducono lo studio, fra cui il Barrow Neurological Institute. Chi ha compilato il modulo non sta aspettando il suo turno. Sta aspettando di essere scelto, e nessuno gli ha detto quanti posti restano.

Le altre strade, non confrontabili

Il cranio aperto è una scelta, non l'unica strada possibile. Il 30 settembre 2024 Synchron ha pubblicato i risultati dello studio COMMAND, sei pazienti con un impianto endovascolare, cioè che raggiunge il bersaglio viaggiando dentro i vasi sanguigni, senza aprire la scatola cranica, nessun evento avverso serio correlato al dispositivo nei dodici mesi successivi all'impianto, digitazione mediana di 14,1 parole al minuto a sei mesi. Meno banda passante, meno rischio chirurgico, e dati clinici pubblicati. BrainGate e Blackrock Neurotech hanno l'opposto della velocità, vent'anni di letteratura. Quattordici partecipanti seguiti fino a 7,6 anni, oltre 30.000 giorni-paziente, il profilo di eventi avversi pubblicato in una forma che permette a un medico di confrontarlo con qualcos'altro. Il loro vantaggio competitivo non è l'innovazione, è che i loro guasti sono pubblici. Paradromics rivendica per il proprio dispositivo Connexus oltre 200 bit al secondo con 56 millisecondi di latenza, e dichiara di stare 10-20 volte sopra Neuralink e 100-200 volte sopra Synchron. Il confronto, però, mette a fianco misure dirette sul proprio dispositivo e dati pubblicati dai concorrenti, è un riferimento costruito sulla letteratura altrui, non un test comparativo. È un buon esempio di come nascono le classifiche in questo settore, le scrivono i concorrenti. Il risultato è che chi dovrebbe scegliere non ha come confrontare. Otto bit al secondo su una griglia, duecento bit al secondo con latenza dichiarata, 14,1 parole al minuto, tre metriche diverse per la stessa funzione, cioè spostare un cursore e scrivere. Non esiste un'unità di misura condivisa, e finché non esiste il confronto fra dispositivi resta un esercizio retorico. La persona con tetraplegia che sta valutando che cosa farsi mettere in testa ha davanti tre numeri che non stanno sulla stessa riga.

A chi arriva

Chi parla dal palco, davanti a quella platea di studenti, non sta presentando un rendiconto. Seo, il cofondatore e presidente di Neuralink, sta cercando gente da assumere, e lo dice come si dice una cosa semplice. Siamo un'azienda molto piccola, poco più di trecento persone, e da stagista o da dipendente qui ti tocca un pezzo di lavoro enorme. Poi aggiunge che si può anche andare a chiedere a quei ragazzi là in fondo se sta mentendo. E allora ogni ostacolo nominato dal palco, la sala operatoria, il numero dei canali, la banda della radio, si legge in un altro modo. È un annuncio di lavoro. Servono l'ottica, la micromeccanica, i circuiti che consumano quasi niente, il programma che gira dentro il dispositivo, la compressione dei dati, la decodifica automatica, i robot che operano. I problemi vengono presentati grandi e risolvibili, e a risolverli è chi sta in sala ad ascoltare. Da lì il numero della lista d'attesa comincia a camminare. Diecimila iscritti sono la misura di un desiderio, non di un impianto fatto, e per ognuna delle tredici persone che portano oggi il dispositivo in testa ce ne sono in lista quasi ottocento. Nell'ottobre duemilaventicinque quel numero entra in un report della banca d'affari Morgan Stanley scritto per gli investitori, e da lì diventa un pezzo del valore attribuito a una società privata. Nessun registro sanitario può confermarlo o smentirlo, perché censire le liste d'attesa commerciali di un'azienda non è il lavoro di un registro sanitario. E chi ha un fondo pensione, o una gestione, o un fondo quotato in borsa che tocca il settore dei dispositivi medici, sta finanziando in qualche misura valutazioni costruite su numeri di questa natura. Non è un dettaglio tecnico. È la differenza fra un mercato che mette un prezzo sui dati e uno che lo mette sulla comunicazione. Poi c'è una frase che arriva molto più lontano della neurochirurgia. Mandiamo un mucchio di nostri ingegneri ad assistere all'intervento, dice Seo, e stanno lì a guardare ogni singola mossa che fa il robot. E la chiude in tre parole. Non lo vogliamo. Il presidio umano è quello che oggi rende l'operazione sicura, ed è anche quello che le impedisce di crescere, e per questo è programmato per sparire. Vale per i neurochirurghi che aprono il cranio. Vale per gli ingegneri mandati a sorvegliare. E vale, con parole quasi identiche, in molti mestieri dove qualcuno sta lì a guardare che la macchina non sbagli. Resta l'uomo che può muovere soltanto gli occhi, e che adesso esce di casa con i figli. Per lui la domanda non è se questo settore abbia un'unità di misura condivisa, e non è quanto valga l'azienda. È se fra cinque anni il disco che porta sull'osso funzionerà ancora, e se ci sarà qualcuno a ricalibrarlo, e chi sarà tenuto a farlo se la società cambia strategia o generazione di dispositivo. Nessun obbligo pubblico di continuità del servizio risulta da nessuna parte. E i vent'anni di BrainGate, la ricerca accademica che su questi impianti ha la storia più lunga e resta l'unico paragone possibile, dicono che quel momento arriva presto. Qualche anno, mentre gli elettrodi si consumano.

Un padre di tre figli, e il sole

C'è un uomo che può muovere soltanto gli occhi. La SLA è in fase avanzata. Fino a poco tempo fa il suo unico canale verso il mondo era un sistema a puntamento oculare, di quelli che leggono dove guardi e trasformano lo sguardo in lettere: funzionava, ma non all'aperto, perché la luce del sole acceca la telecamera. Quindi non usciva.

Adesso ha un impianto Neuralink. Esce con la famiglia, gioca, e i suoi figli hanno sentito la voce del padre — una voce di sintesi, comandata dalla corteccia — per la prima volta. Nel racconto che il co-fondatore ne fa in un intervento pubblico di reclutamento tenuto alla fine del 2025, non è la persona che commenta la tecnologia: è la persona per cui la variabile in gioco era se il sole rendesse cieco il suo unico modo di parlare.

Non è solo. Un altro partecipante, il primo dello studio, ha una lesione midollare: il giorno dopo aver ricevuto l'impianto — che l'azienda chiama Telepathy — ha giocato a Civilization VI per nove ore consecutive. Un terzo, dopo circa un'ora di addestramento, controlla un braccio robotico e disegna; non sente nulla di quello che il braccio tocca, perché il programma per restituire il tatto è dichiarato come da fare, non come fatto.

Al 28 ottobre 2025 le persone che portano il dispositivo sono tredici, distribuite fra Stati Uniti, Canada e Regno Unito. È un conteggio auto-dichiarato: nessun registro sanitario pubblico pubblica il numero di impiantati vivi di uno studio in corso. Ognuna di quelle tredici persone dipende, per la propria autonomia quotidiana — accendere la luce, scrivere, chiamare qualcuno — da un oggetto la cui manutenzione, ricalibrazione e assistenza è fornita da una sola società, che nell'unico riscontro disponibile, riferito al 2022, contava circa trecento dipendenti.

L'oggetto è un disco di venticinque millimetri di diametro. Non sta nel cervello: chiude dall'alto la finestra che il chirurgo ha aperto nell'osso, e da lì scendono i fili — circa un migliaio di canali di registrazione — fino alla corteccia motoria, la fascia di cervello che comanda il movimento volontario.

Chi l'ha deciso, e in quanto tempo

Neuralink risulta costituita il 21 giugno 2016 secondo le schede pubbliche; Contrary Research colloca la formalizzazione a luglio dello stesso anno. Elon Musk aveva cominciato quell'anno a parlare pubblicamente di «neural lace» e a incontrare ricercatori del settore: da oltre mille persone incontrate, secondo la ricostruzione di Contrary Research, uscirono otto fondatori. Il co-fondatore che tiene il discorso racconta di essere entrato dopo un incontro personale nell'ottobre 2016, mentre faceva un dottorato sul «neural dust», e ricorda che il suo primo giorno di lavoro consistette nell'andare da OfficeMax a comprare una sedia. «Siamo davvero partiti dal niente, un mucchio di idee.»

I primi quattro anni furono soltanto tecnologia fondativa. Il paper del 2019 che descrive la piattaforma a migliaia di canali documenta un sistema esclusivamente via cavo USB-C, scelto — sono parole del paper — per massimizzare la banda del flusso di dati grezzi: il senza fili sarebbe arrivato dopo, comprando compressione al prezzo del dato grezzo. Il primo robot d'inserzione, racconta il co-fondatore, fu assemblato con pezzi comprati su eBay e restò esemplare unico.

In quegli anni la ricerca passò dagli animali: circa 1.500 fra scimmie, maiali e pecore usati e uccisi fra il 2018 e il 2022, secondo il conteggio riportato da New Atlas. È il costo biologico della fase che nel racconto dal palco occupa una riga — «tre anni intensi di test, costruzione, test di nuovo».

Il 9 aprile 2021 arriva la dimostrazione pubblica: Pager, un macaco di nove anni, gioca a Pong con un dispositivo interamente impiantato da 1.024 elettrodi. Nel 2022 la Food and Drug Administration respinge la domanda di sperimentazione umana. È l'unico momento, in questa storia, in cui un regolatore ha detto no — ed è anche l'unico episodio che non compare nella versione raccontata dal palco, dove l'autorizzazione viene collocata nel 2024. La data documentata dell'approvazione è il 25 maggio 2023, annunciata dalla società stessa. Fra il no e il sì è passato circa un anno.

Il 9 gennaio 2024 è la data d'avvio ufficiale dello studio PRIME nel registro federale. Il 29 gennaio 2024 avviene il primo impianto su un essere umano.

L'intervento, e i chirurghi che lo stanno perdendo

Oggi l'operazione è mista. Un neurochirurgo umano apre il cranio ed espone il cervello; il robot fa il resto, cioè posa i fili uno per uno. Nell'unico resoconto documentato del primo impianto, riportato da New Atlas nel 2024, l'apertura cranica e il posizionamento del dispositivo hanno richiesto circa due ore, con l'inserzione dei fili completata in meno di un'ora.

La difficoltà non è la precisione meccanica: è il materiale. «Se tocchi un cervello sembra tofu, o gelatina», dice il co-fondatore descrivendo il problema. Il cervello pulsa col battito e col respiro, e il bersaglio si sposta mentre lo si infila.

La parte umana dell'intervento è dichiaratamente in via di rimozione. «Mandiamo un mucchio di nostri ingegneri ad assistere all'intervento e a guardare ogni singola mossa che fa», dice il co-fondatore parlando del robot. «Non lo vogliamo. Vogliamo che diventi una specie di chirurgia a un clic. Super affidabile, noiosa — a noi piacciono gli interventi noiosi.» La visione dichiarata a lungo termine è che l'operazione diventi «una specie di intervento LASIK, magari te lo fai in pausa pranzo, magari da sveglio».

Detto in modo meno ammiccante: il presidio umano — il chirurgo che apre, gli ingegneri che sorvegliano — è oggi il fattore che limita quante persone si possono impiantare in un mese, ed è per questo che è il primo candidato all'eliminazione. La roadmap non nasconde chi ci rimette: sono le due categorie di persone che oggi rendono l'operazione possibile.

Sul robot di nuova generazione le informazioni disponibili vengono da fonti secondarie e non da comunicati aziendali. Un resoconto del 4 dicembre 2025 riporta che il tempo di inserzione del singolo filo scenderebbe da 17 a 1,5 secondi e che la profondità raggiungibile supererebbe i 50 millimetri; un altro, riferito al 2026, descrive una macchina capace di automatizzare l'intero impianto e di attraversare la invece di rimuoverla, con l'obiettivo dichiarato di ridurre durata e rischio infettivo. Nessuna fonte primaria conferma questi numeri. E se il conto si fa sull'intervento intero, il guadagno è modesto: su 64 fili, passare da 17 secondi a 1,5 significa risparmiare una quindicina di minuti su un'operazione che ne dura alcune ore.

Vale la pena registrare una conseguenza che riguarda le tredici persone già impiantate: tutte hanno ricevuto il dispositivo dal robot della generazione precedente, quella che le fonti danno per già superata. Il precedente interno dell'azienda — dal robot di eBay a quello di oggi in meno di dieci anni — dice che qui l'hardware chirurgico ha un ciclo di vita di pochi anni. Chi è stato impiantato porta dentro il cranio l'esito di una macchina che nel frattempo è stata dismessa.

Una rassegna clinica pubblicata nel 2026 su Frontiers in Human Neuroscience per un pubblico di medici segnala che i rischi procedurali di questa classe di dispositivi — infezioni, emorragie, danno tissutale — sono documentati, e che gli effetti a lungo termine degli elettrodi impiantati restano poco compresi.

Quello che si consuma

Noland Arbaugh è la prima persona ad aver ricevuto l'impianto, il 29 gennaio 2024. Nel maggio 2024 Neuralink comunica su X che ha raggiunto 8 bit al secondo nel controllo del cursore misurato su .

Nel corso dello stesso anno Arbaugh riferisce al Wall Street Journal che circa l'85% dei fili si è staccato dalla corteccia motoria. L'impianto non viene rimosso: l'azienda riscrive il decodificatore perché lavori con quello che resta — nell'ordine di un centinaio e mezzo di elettrodi su 1.024. È l'unica persona, in questa storia, che ha raccontato pubblicamente un guasto, e l'ha fatto a un giornale, non in un comunicato.

Il punto importante è che quel guasto non è una stranezza. Il programma BrainGate, che dal decennio scorso impianta negli Stati Uniti gli array di elettrodi corticali sviluppati allo Utah, ha pubblicato nel 2025 i dati di 20 array in 14 partecipanti, con follow-up fino a 7,6 anni e media di 2,8 anni: la media è del 35,6%, con un calo del 7% nel periodo osservato. Vent'anni di dati dicono la stessa cosa: l'impianto regge, il segnale si consuma. Il distacco dei fili di Arbaugh è quel pattern, non un incidente Neuralink.

BrainGate ha pubblicato nel 2023 anche il proprio profilo di sicurezza: 68 eventi avversi correlati al dispositivo su 12.203 giorni di uso nei 14 partecipanti — circa uno ogni 180 giorni-paziente — senza infezioni intracraniche, senza decessi, senza alcun espianto per motivi di sicurezza. È il metro con cui andrà misurata Neuralink quando avrà accumulato lo stesso monte-giorni.

Per ora non lo ha. A settembre 2025 l'azienda dichiara su X 2.000 giorni-dispositivo cumulati e oltre 15.000 ore d'uso su dodici persone; Blackrock Neurotech riferisce per lo Utah Array oltre 30.000 giorni-paziente documentati, con singoli pazienti oltre gli otto anni. E su un punto lo scarto non è di quantità ma di natura: della resa elettrodica dei tredici impiantati Neuralink non esiste alcun dato aggregato pubblico. Esiste il racconto di uno solo di loro, in un'intervista.

C'è poi una cosa che chi porta il dispositivo affronta ogni giorno e che nei comunicati non compare: il segnale non è stabile. La letteratura recente — Communications Biology nel 2024, Nature Biomedical Engineering nel 2025 — documenta che i neuroni registrati cambiano nel tempo e che il decodificatore va ricalibrato spesso quotidianamente, con tempi molto dispersi, da meno di cinque minuti a tre quarti d'ora. Il costo di apprendimento non si paga una volta sola. A questo si aggiunge la ricarica: un paziente riferisce che l'impianto si carica per induzione in 45-60 minuti e che una carica dura tutto il giorno. Nessuna specifica ufficiale pubblica il numero.

E il dato che esce dal cranio è già una selezione. L'impianto genera nell'ordine di 200 megabit al secondo di segnale grezzo e ne trasmette circa uno: il grosso di ciò che sente non lascia mai la testa, perché viene compresso e scartato a bordo. La qualità del prodotto sta in gran parte nel software che decide che cosa buttare — e ciò che è stato buttato non lo può rileggere nessuno, dopo.

Diecimila e quindici

Nell'ottobre 2025 DJ Seo, co-fondatore e presidente di Neuralink, rivela in un report Morgan Stanley destinato agli investitori che la lista d'attesa per Telepathy conta diecimila iscritti. Dal palco lo stesso numero torna con una nota personale: «Questo numero, 10.000, lo guardo ogni giorno. È quanta gente abbiamo in lista d'attesa per Telepathy. 12 o 13 è davvero bello, ma è enormemente meno di 10.000.»

Nello stesso mese si annuncia che altre tredici persone riceveranno l'impianto entro fine anno. Non risulta pubblicamente se il conteggio sia poi arrivato a venticinque: la sede in cui quel dato comparirebbe è un comunicato aziendale, e il registro federale non pubblica conteggi di impiantati.

Quello che il registro pubblica è il perimetro autorizzato. Alla consultazione del 30 agosto 2026 — due anni e mezzo dopo la data d'avvio — il record NCT06429735 dello studio PRIME risulta ancora in stato «recruiting», con arruolamento stimato di quindici partecipanti.

Due ordini di grandezza separano la domanda comunicata dal perimetro registrato. E fra le due cose sta il ritmo osservato: dal primo impianto del gennaio 2024 ai dodici dichiarati a settembre 2025 corrono venti mesi, cioè meno di un impianto al mese. A quel ritmo, la lista non è una coda con un tempo d'attesa: è una popolazione a cui è stata aperta un'iscrizione senza che esista la capacità chirurgica di servirla. Sono circa 769 iscritti per ciascuna delle tredici persone impiantate.

Chi si iscrive oggi, quindi, non ottiene una data. L'iscrizione al registro pazienti non è arruolamento: i criteri che contano sono quelli del protocollo — tetraplegia con funzione limitata in tutti e quattro gli arti, da lesione midollare o da SLA — e la selezione avviene nei centri che conducono lo studio, fra cui il Barrow Neurological Institute.

Le altre strade, e il fatto che non si possono confrontare

Il cranio aperto è una scelta, non l'unica strada possibile.

Il 30 settembre 2024 Synchron ha pubblicato i risultati dello studio COMMAND: sei pazienti con un impianto , nessun evento avverso serio correlato al dispositivo nei dodici mesi successivi all'impianto, digitazione mediana di 14,1 parole al minuto a sei mesi. Meno banda passante, meno rischio chirurgico, e dati clinici pubblicati.

BrainGate e Blackrock Neurotech hanno l'opposto della velocità: vent'anni di letteratura. Quattordici partecipanti seguiti fino a 7,6 anni, oltre 30.000 giorni-paziente, il profilo di eventi avversi pubblicato in una forma che permette a un medico di confrontarlo con qualcos'altro. Il loro vantaggio competitivo non è l'innovazione: è che i loro guasti sono pubblici.

Paradromics rivendica per il proprio dispositivo Connexus oltre 200 bit al secondo con 56 millisecondi di latenza, e dichiara di stare «10-20 volte» sopra Neuralink e «100-200 volte» sopra Synchron. Il confronto, però, mette a fianco misure dirette sul proprio dispositivo e dati pubblicati dai concorrenti: è un benchmark costruito sulla letteratura altrui, non un test comparativo. È un buon esempio di come nascono le classifiche in questo settore — le scrivono i concorrenti.

Il risultato è che chi dovrebbe scegliere non ha come confrontare. Otto bit al secondo su una griglia, duecento bit al secondo con latenza dichiarata, 14,1 parole al minuto: tre metriche diverse per la stessa funzione, cioè spostare un cursore e scrivere. Non esiste un'unità di misura condivisa, e finché non esiste il confronto fra dispositivi resta un esercizio retorico. La persona con tetraplegia che sta valutando che cosa farsi mettere in testa ha davanti tre numeri che non stanno sulla stessa riga.

A chi arriva

L'intervento da cui parte questo numero non è un rendiconto: è un atto di reclutamento, rivolto a un pubblico di potenziali stagisti e assunti. «Siamo un'azienda molto piccola, poco più di 300 persone. Come stagista e come dipendente ottieni uno scope enorme — e puoi anche chiedere a quei ragazzi lì se sto mentendo.» Ogni collo di bottiglia dichiarato dal palco — la sala operatoria, il numero di canali, la banda radio — è anche una descrizione di quali competenze l'azienda sta cercando: ottica, MEMS, circuiti analogici a basso consumo, firmware, compressione, decodifica automatica, robotica chirurgica. I problemi vengono presentati grandi ma risolvibili, e a risolverli è chi ascolta.

Da lì il numero della lista d'attesa fa un percorso preciso. Diecimila iscritti sono la misura di una domanda potenziale; entrano in un report Morgan Stanley destinato a investitori nell'ottobre 2025; e da lì diventano un elemento della valutazione di una società privata. Nessun registro sanitario può confermarli o smentirli, perché non è compito di un registro sanitario censire le liste d'attesa commerciali di un'azienda. Chiunque abbia un fondo pensione, una gestione o un ETF che tocca il settore dei dispositivi medici finanzia, in qualche misura, valutazioni costruite su numeri di questa natura. La solidità di quei numeri non è un dettaglio tecnico: è la differenza fra un mercato che prezza dati e uno che prezza comunicazione.

E c'è la seconda cosa, che arriva molto più in là della neurochirurgia. La frase che descrive meglio la logica di questa impresa non riguarda il cervello: «Mandiamo un mucchio di nostri ingegneri ad assistere all'intervento e a guardare ogni singola mossa che fa. Non lo vogliamo.» Il presidio umano è ciò che rende l'operazione sicura oggi, è ciò che le impedisce di scalare, ed è per questo che è programmato per sparire. Vale per i neurochirurghi che aprono il cranio, vale per gli ingegneri mandati a sorvegliare, e vale, con parole quasi identiche, in molti mestieri dove qualcuno oggi sta a guardare che la macchina non sbagli.

Resta l'uomo che può muovere soltanto gli occhi, e che adesso esce di casa. Per lui la domanda non è se il settore abbia un'unità di misura condivisa, né quanto valga l'azienda. È se fra cinque anni il disco continuerà a funzionare, se qualcuno lo ricalibrerà, e chi sarà tenuto a farlo se la società cambierà strategia o generazione di dispositivo. Su questo non risulta alcun obbligo pubblico documentato di continuità del servizio, e i vent'anni di BrainGate — l'unico corpo di esperienza confrontabile — dicono che il tempo in cui la domanda diventa concreta è esattamente quello: qualche anno, mentre gli elettrodi si consumano.

Riferimenti

  1. Intervento di un co-fondatore di Neuralink su storia, tecnologia e sfide dell'interfaccia cervello-computer (trascrizione; il relatore non è nominato nel materiale) — https://www.youtube.com/watch?v=neuralink-cofounder-talk
  2. PRIME Study, record NCT06429735, ClinicalTrials.gov — stato «recruiting», arruolamento stimato 15, consultato il 30 agosto 2026 — https://clinicaltrials.gov/study/NCT06429735
  3. Neuralink su X: 12 persone impiantate, 2.000 giorni-dispositivo, oltre 15.000 ore d'uso, settembre 2025 — https://x.com/neuralink/status/1965528520777716119
  4. Neuralink su X: 8 bit al secondo nel controllo del cursore su Webgrid, maggio 2024 — https://x.com/neuralink/status/1790454869381231020
  5. «An Integrated Brain-Machine Interface Platform With Thousands of Channels», 2019 — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6914248/
  6. BrainGate, resa elettrodica su 20 array in 14 partecipanti con follow-up fino a 7,6 anni, 2025 — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12236888/
  7. BrainGate, profilo di sicurezza: 68 eventi avversi device-related su 12.203 giorni, 2023 — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10074470/
  8. Blackrock Neurotech, uso cronico documentato dell'Utah Array (oltre 30.000 giorni-paziente) — https://blackrockneurotech.com
  9. MassDevice, risultati dello studio COMMAND di Synchron: 6 pazienti, nessun evento avverso serio a 12 mesi, 14,1 parole/minuto, 30 settembre 2024 — https://www.massdevice.com
  10. Paradromics, benchmarking delle interfacce cervello-computer — https://www.paradromics.com/blog/bci-benchmarking
  11. Popular Science, l'85% dei fili staccati riferito da Noland Arbaugh al Wall Street Journal, 2024 — https://www.popsci.com
  12. New Atlas, durata del primo impianto umano (2024) e conteggio degli animali usati nella ricerca 2018-2022 — https://newatlas.com
  13. CNBC, il rigetto FDA del 2022 e l'approvazione del 25 maggio 2023; la demo di Pager del 9 aprile 2021 — https://www.cnbc.com
  14. Yahoo Finance UK, la lista d'attesa di 10.000 rivelata da DJ Seo in un report Morgan Stanley, ottobre 2025 — https://uk.finance.yahoo.com
  15. neurapod, conteggio a 13 persone impiantate al 28 ottobre 2025 — https://neurapod.com
  16. GearMusk, nuovo robot d'inserzione: da 17 a 1,5 secondi per filo, oltre 50 mm di profondità, 4 dicembre 2025 (fonte secondaria, nessun riscontro primario) — https://gearmusk.com
  17. Interesting Engineering, robot 2026 che attraversa la dura madre invece di rimuoverla (fonte secondaria) — https://interestingengineering.com
  18. Frontiers in Human Neuroscience, rassegna clinica 2026 sui rischi procedurali e sugli effetti a lungo termine degli elettrodi impiantati — https://www.frontiersin.org
  19. Communications Biology (2024) e Nature Biomedical Engineering (2025), non-stazionarietà del segnale corticale e necessità di ricalibrazione — https://www.nature.com
  20. ElonX.net, banda effettivamente trasmessa dall'impianto e compressione a bordo, 2024 — https://www.elonx.net
  21. OfficeChai, ricarica induttiva in 45-60 minuti riferita da un paziente, 2024 — https://officechai.com
  22. Contrary Research, formazione del team fondatore (8 selezionati su oltre 1.000 incontrati) e costituzione della società — https://research.contrary.com
  23. Wait But Why, «Neuralink and the Brain's Magical Future», aprile 2017 — https://waitbutwhy.com/2017/04/neuralink.html
  24. Neuralink, voce enciclopedica: costituzione al 21 giugno 2016, circa 300 dipendenti al 2022 — https://en.wikipedia.org/wiki/Neuralink
  25. Barrow Neurological Institute, centro partecipante allo studio PRIME — https://www.barrowneuro.org