Nel settembre 1953 un fotografo di ventisette anni di carriera davanti e trentuno di età, Milton Greene, arriva a Los Angeles per un servizio su Look e trova una donna che nessuno ha mai fotografato vestita. Sedici mesi dopo lei sale su un aereo con una parrucca bruna e un nome falso, e il 7 gennaio 1955, nel salotto dell'avvocato Frank Delaney, i due annunciano la Marilyn Monroe Productions: 51 per cento a lei, che ne è presidente, 49 a lui. Il grimaldello è un difetto di rinnovo nel contratto con la Fox — lo stesso studio che nel 1947 l'aveva licenziata con una lettera. Il 31 dicembre 1955 la Fox cede: centomila dollari a film, quattro film in sette anni, approvazione sul regista e sulla sceneggiatura, e nessuna esclusiva. È la prima volta che un'attrice di quel livello sceglie chi la dirige. Ventotto mesi dopo l'annuncio, il 23 maggio 1957, Marilyn rientra a Hollywood a braccetto del terzo marito, e la società più libera del cinema americano scivola fuori dalla storia più in fretta di quanto ci fosse entrata.

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All'una di notte, sulla Lexington
Il quindici settembre millenovecentocinquantaquattro, all'una del mattino, l'incrocio fra la Lexington Avenue e la Cinquantaduesima strada, nel cuore di Manhattan, era pieno di gente. Non c'era niente da vedere, eppure nessuno si muoveva, solo una donna in piedi sopra una grata della metropolitana, con una gonna bianca che il vento sollevava e lasciava ricadere, e la scena che ricominciava daccapo, uguale, tutte le volte necessarie. Diverse centinaia di persone erano scese in strada nel cuore della notte per guardare una gonna che si alza, e a chi passava di lì ci volle qualche istante per capire chi fosse quella donna, aveva ventotto anni, si chiamava Marilyn Monroe, ed era la persona più fotografata d'America. Quell'immagine, ingrandita fino all'altezza di un palazzo, sarebbe poi finita affissa su tutta New York, e la città si fermava davanti a quei manifesti come si era fermata la folla quella notte. Le automobili rallentavano fino a fermarsi in mezzo alla carreggiata, i passanti si bloccavano di colpo, alzavano la testa e restavano lì, mentre le cineprese dell'epoca giravano fra la gente raccogliendo le voci una dietro l'altra. Secondo me è formidabile. È piuttosto volgare, se volete saperlo. Molto bella. Che ragazza. Io la trovo meravigliosa. Ma davanti a uno di quei manifesti la donna raffigurata disse una frase che nessuno dei passanti sentì, È una sensazione strana, tutti mi conoscono e io non conosco nessuno di loro. Il modo migliore per dimostrare che sono un essere umano è dimostrare che sono un'attrice. Un essere umano, diceva. Perché intanto la sua vita la decidevano altri. Era sotto contratto con la Twentieth Century Fox, e un contratto con uno studio, in quegli anni, funzionava così, lo studio decideva in quali film compariva, chi la dirigeva, chi scriveva le sue battute, e lei non doveva fare altro che presentarsi sul set. Poco più di tre mesi dopo la notte della grata, una donna con una parrucca bruna e gli occhiali scuri salì su un aereo diretto a New York, e sul biglietto c'era scritto un nome che non era il suo, Zelda Zonk.
Zelda Zonk
Sotto la parrucca c'era Marilyn Monroe, e a New York l'aspettava un fotografo. Il giorno dopo l'arrivo corse da lui. Il costume noleggiato per il servizio era pronto, ma era troppo stretto, il peso di Marilyn oscillava con l'umore, con l'ansia, con l'alcol e con i farmaci, e un costume ordinato tre settimane prima poteva non chiudersi più. Fu quello l'inizio, dal vestito che non andava bene nacquero le fotografie della ballerina, la spalla scoperta, il tulle che scivola, la posa alla Degas. Sono fra le immagini di lei che il mondo ha guardato di più. La macchina fotografica aggiustava quello che la vita rompeva. Il fotografo si chiamava Milton Greene, e si erano conosciuti sedici mesi prima per un incarico di lavoro. A mandarlo a Los Angeles, nel settembre del millenovecentocinquantatré, era stata Fleur Cowles, direttrice di Look, una rivista che stampava i suoi ritratti su pagine grandi come finestre, undici pollici per quattordici, quarantacinque di diagonale. Greene ci era arrivato con un mestiere già fatto, aveva ritratto Marlene Dietrich, Frank Sinatra, Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Grace Kelly, Ava Gardner, Sammy Davis Junior, Judy Garland. Quando se lo trovò davanti, lei disse, Ma sei solo un ragazzo!. E lui, E tu sei solo una ragazza. Greene aveva trentun anni, lei ventisette. Del primo incontro Greene ricordava una cosa sola, Avevo già visto talmente tante modelle e attrici che pensavo che ormai niente potesse impressionarmi. Ma non avevo mai incontrato nessuno con quel tono di voce. Il primo servizio lo fecero a Laurel Canyon. Greene le prestò un maglione rosso di sua moglie Amy per il primo scatto, un gesto da casa dentro un lavoro editoriale. Poi abiti larghi, pose composte, niente scollature. Non le chiese mai di essere sexy, né quel giorno né dopo, in nessuno dei servizi che le fece. Fu il primo uomo a Hollywood che la guardò attraverso un obiettivo senza chiederle quella cosa lì. Quando vide i provini, lei disse, Mi hai fatta sembrare interessante.
«Vogliono possederti»
Fra quel maglione rosso e l'aereo con cui una donna chiamata Zelda Zonk sparirà nel cielo di New York, c'è un intero anno, il millenovecentocinquantaquattro. È l'anno in cui a Marilyn Monroe succede tutto insieme. Il quattordici gennaio sposa Joe DiMaggio a San Francisco. Lui ha trentanove anni, è il più grande giocatore di baseball vivente, si è ritirato da due anni e un mese. Un campione dello sport americano, un uomo che tutta l'America conosce, e sposa lei. In febbraio Marilyn vola in Corea, dove gli Stati Uniti hanno appena finito la guerra. In quattro giorni tiene dieci spettacoli all'aperto, davanti a più di centomila fra soldati e marine. E per lei è la prima volta in vita sua che sente la reazione di un pubblico nell'istante esatto in cui accade, non un incasso, non una lettera, non un titolo di giornale. Centomila persone che urlano mentre lei è ancora sul palco. Ne torna con una frase che non somiglia a una battuta di ringraziamento. È lei stessa a dirla, È come se volessero possederti. Possedere pezzi di te. Il matrimonio dura otto mesi e tre settimane. A un certo punto lei regala a Joe un medaglione da attaccare all'orologio, e ci fa incidere una riga del Piccolo Principe, il libro di Antoine de Saint-Exupéry, Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi. DiMaggio se lo rigira fra le dita e dice, E questo che diavolo vorrebbe dire?. Il sei ottobre del millenovecentocinquantaquattro lei chiede il divorzio, per crudeltà mentale. Molto tempo dopo, parlando di lui, dirà, Ai tempi del muto, io e Joe saremmo stati una gran bella coppia. Di quell'anno resta anche un'altra frase di Marilyn, quella che sembra scritta per rispondere alla folla ferma sulla Lexington a guardare la gonna che si alza, Non mi vedono. Vedono i propri pensieri nascosti, e poi si lavano la coscienza sostenendo che sono io a incarnarli. È con questo addosso che una donna salirà su un aereo sotto un nome che non è il suo.
Il difetto
Lo studio legale che seguiva Milton Greene, il fotografo con cui Marilyn Monroe era fuggita a New York, si chiamava Delaney. E fu proprio quell'avvocato, Frank Delaney, a infilare il naso nel contratto che legava Marilyn alla Fox, la casa di produzione di Hollywood dove era diventata una stella. Ci trovò una cosa minuscola, ma che valeva tutto, lo studio aveva dimenticato di rinnovarlo in tempo. Sulla carta, quindi, Marilyn Monroe non apparteneva a nessuno. Era libera. E qui viene la parte che quasi nessuno sa. Tanto tempo prima, il ventisei luglio millenovecentoquarantasette, quella stessa Fox le aveva mandato una lettera di licenziamento, licenziata, lei, con effetto dal venticinque agosto. Un foglio, un paragrafo, e in fondo la firma di Marilyn in calce, per presa d'atto. Quel foglio esiste ancora oggi, gira nelle aste, con tanto di autentica della firma. Poi era stata riassunta, sì, ma solo fra il millenovecentocinquanta e il cinquantuno. Facciamo il conto, passano otto anni, arriva il millenovecentocinquantacinque, ed ecco che lo stesso studio, la Fox, si ritrova davanti lo stesso identico pezzo di carta, un contratto scaduto, una firma, una data. Solo che stavolta il difetto è dalla parte loro. Quella che nel quarantasette l'aveva licenziata con una lettera, adesso la prega di restare. Perché adesso è lei quella con il coltello dalla parte del manico. E lei usa il coltolo. Il sette gennaio millenovecentocinquantacinque, Marilyn Monroe e Milton Greene convocano ottanta persone, fra giornalisti e amici, per un annuncio, nasce la Marilyn Monroe Productions. Una casa di produzione loro. E il luogo dell'annuncio dice già tutto, non un albergo, non una sala di uno studio, ma la casa privata dell'avvocato Frank Delaney. Le quote, cinquantuno per cento a Marilyn Monroe, quarantanove a Milton Greene. E i titoli, che contano quanto i numeri, lei presidente, lui vicepresidente. Pensate che cosa significa, un fotografo di trentadue anni possiede quasi metà della più grande stella del cinema del mondo. E la stella, per la prima volta in vita sua, è il datore di lavoro di sé stessa. Quella sera, un giornalista prova a toglierle un po di solennità, le chiede qualcosa sulle deduzioni fiscali. E lei risponde con una frase che è tutto un programma, Di quello non so niente. So solo che voglio essere meravigliosa.
Norma Jeane alla festa
Nell'anno che seguì la fuga da Hollywood, la presidente della Marilyn Monroe Productions, che era lei, Marilyn, aveva una suite in un grande albergo di New York. E dormiva altrove, in una piccola camera da letto, in casa di Milton e Amy Greene, i due che l'avevano aiutata a scappare. La giornata cominciava alle otto e mezza. La colazione. Il New York Times piegato sul tavolo. Una gonna e una camicia, niente di più. Amy Greene che si muoveva per casa, il lavoro del marito che passava da una stanza all'altra, gli orari di una famiglia qualsiasi. La donna che i giornali chiamavano il simbolo sessuale d'America era cresciuta senza niente di tutto questo, senza la colazione insieme, senza il giornale, senza una casa così, e adesso era andata a prenderselo. A rate, un mattino alla volta. L'otto aprile millenovecentocinquantacinque, Edward R. Murrow, il giornalista televisivo più conosciuto d'America, portò le telecamere della Columbia Broadcasting System, la grande rete televisiva nazionale, dentro quella casa, a Weston, nel Connecticut. E trasmise tutto in diretta. Non un salotto ricostruito in uno studio, il salotto vero dei Greene, la famiglia vera, l'ospite vera. Fu la prima volta che il paese intero vide Marilyn Monroe in una stanza normale, seduta dove la gente si siede, con una famiglia intorno. E sempre dall'inizio di quell'anno, lei studiava. Con Lee Strasberg, il maestro dell'Actors Studio, l'uomo che insegnava a recitare agli attori più seri d'America, lezioni collettive e lezioni private, a New York, per mesi. Dell'Actors Studio non divenne mai membro ufficiale. Ammessa e non ammessa nello stesso tempo, esattamente come stava dentro e fuori Hollywood. E poi c'erano le sere. Al galà di beneficenza del Madison Square Garden, il grande palazzo dello sport di New York, sfilò seduta su un elefante, in mezzo alla pista, mentre dal pubblico saliva un mormorio di mille voci che le dicevano attenta. Di quella serata disse due cose. La prima, Da bambina non sono mai andata al circo. La seconda, Questa gente è così emotiva. Se ti amano tanto senza conoscerti, non potrebbero odiarti con la stessa facilità?. Di quel periodo è anche la frase che riassume il motivo di tutto, il motivo per cui era scappata, Sono stanca di essere conosciuta come la ragazza con la forma. Voglio dimostrare che so recitare, e recitare bene. E quell'altra, che a sentirla oggi suona come una scrollata di spalle, Perché la gente è così ossessionata dal sesso? A me interessa più o meno quanto lucidare le scarpe. Una donna che voleva una colazione, un giornale, una lezione di recitazione. E che ci stava riuscendo, un mattino alla volta.
Trentuno dicembre
Fra il salotto dell'avvocato e la firma passò quasi un anno intero. Un anno di trattative, poi il colpo secco. Il trentun dicembre millenovecentocinquantacinque la Twentieth Century Fox, lo studio di Hollywood dove Marilyn Monroe era stata sotto contratto per anni, accettò un accordo nuovo. I numeri furono questi. Centomila dollari a film. Quattro film in sette anni. Approvazione di Marilyn Monroe sul regista e sulla sceneggiatura,cosa che prima non aveva mai avuto. E nessuna esclusiva, poteva lavorare anche altrove, e poteva produrre in proprio. La rivista Remind lo definì, parola inglese alla mano, an extraordinary climbdown. Una marcia indietro straordinaria. E lo era, eccome. Basta tradurre quelle righe in gesti, e si capisce. Approvazione sul regista significa che un nome proposto dallo studio poteva essere respinto da lei, e lo studio doveva trovarne un altro. Approvazione sulla sceneggiatura significa che un copione poteva tornare indietro, bocciato. Nessuna esclusiva significa che la Fox aveva perso il diritto di decidere dove lei stesse il resto dell'anno. E qui serve ricordare com'era il mondo allora, nel sistema degli studi, un'attrice era un bene iscritto a bilancio, prestato ad altri studi come un macchinario. Concessioni come queste, tre insieme, non se ne vedevano. E non c'entrò nessun altro. L'accordo riguardava soltanto Marilyn Monroe e la Fox, nessuna capitolazione generale della West Coast, nessuna fila di studi in attesa di coprodurre con lei. Bastava e avanzava. Il punto, in fondo, era uno. Lo stesso studio che nel millenovecentoquarantasette l'aveva liquidata con una lettera di licenziamento, otto anni dopo sedeva al tavolo di fronte a una società di cui lei, Norma Jeane, la ragazza della festa, era presidente.
Il principe e il corpo
Il nove febbraio millenovecentocinquantasei, al Plaza di New York, l'annuncio alla stampa, Laurence Olivier, l'attore shakespeariano più celebre allora vivente, avrebbe diretto e recitato accanto a Marilyn Monroe, la ragazza della grata. E l'avrebbe fatto per conto della società di lei, la Marilyn Monroe Productions. Il progetto era nato due giorni prima, il sette febbraio, attorno a un tavolo dove si erano sedute quattro persone, Marilyn, Olivier, l'agente di lui, Cecil Tennant, e Terence Rattigan, il commediografo autore di The Sleeping Prince, Il principe addormentato. I diritti di quella commedia Milton Greene, il socio e amico con cui Marilyn era fuggita da Hollywood, li aveva già comprati per lei. Il venticinque febbraio Marilyn volò a Los Angeles per girare Bus Stop, il primo film dopo l'accordo nuovo. Il ruolo era una cantante da saloon senza talento e senza istruzione, cioè il contrario esatto della cosa per cui la pagavano, e per cui aveva combattuto una guerra contrattuale. E qui il corpo presentò il conto. Aveva un anno che teneva insieme una causa contro uno studio, una società da presiedere, un corso di recitazione e un film, tutto insieme, senza sosta. Il cinque aprile il medico dello studio la rimandò a casa dal set. Il dodici aprile fu ricoverata per bronchite acuta. La troupe restò ferma una settimana. E da lì in avanti, quel conto non smise più di arrivare. Bus Stop uscì, e le recensioni furono le migliori della sua vita. Ma agli Oscar la candidatura andò al suo partner maschile, Don Murray, l'attore che le recitava accanto, e non a lei. Murray raccontò che la propria candidatura era arrivata a sorpresa, che nemmeno lo studio se l'aspettava. E quasi sessant'anni dopo diceva ancora, testuali parole, Non ho mai capito perché Marilyn Monroe non fu candidata per Bus Stop. Fermiamoci un istante su questo punto, perché è il nodo del capitolo. Aveva vinto il diritto di scegliere il regista e la sceneggiatura. Aveva vinto la libertà creativa per cui aveva rischiato tutto. E il primo film girato con quel diritto in tasca fece candidare all'Oscar l'uomo che le stava accanto, non lei. La vittoria era arrivata, sì. Ma il prezzo lo stava pagando il corpo, e il riconoscimento lo incassava qualcun altro.
Quattro minuti
Nel frattempo c'era Arthur Miller, e con Miller la politica. Chi è Miller? Il drammaturgo americano, l'uomo che Marilyn sta per sposare, quello che le ha scritto le lettere e che ha attraversato l'Atlantico per stare con lei. Ecco chi. Nel millenovecentocinquantasei Miller fu convocato dalla commissione della Camera dei rappresentanti che indagava sulle attività ritenute antiamericane. Gli chiesero di fare nomi. Nomi di amici, di colleghi, di gente che aveva semplicemente pensato in un certo modo. Si rifiutò, e fu incriminato per oltraggio al Congresso, il reato di chi, convocato da una commissione parlamentare, si rifiuta di rispondere alle sue domande. Rischia la galera per non aver aperto bocca. E c'è di più, dal millenovecentocinquantacinque l'ufficio federale d'investigazione, la polizia politica del governo americano, aveva cominciato a interessarsi anche a lei. A Marilyn. Fermiamoci un momento su questo, perché è il punto. Marilyn chiamava difesa dei diritti umani il proprio scontro con gli studi, le sue parole, la battaglia che avete appena sentito raccontare. Nello stesso mese, l'uomo che stava per sposare rischiava la galera per non aver risposto a una domanda. Due modi diversi di dire no a chi chiede obbedienza, portati avanti dalla stessa cucina. Una coppia, due processi. E adesso il ventinove giugno millenovecentocinquantasei, poche ore prima delle nozze. Un'automobile della rivista Paris Match, che inseguiva la coppia, finì contro un albero vicino a Roxbury, nel Connecticut. A bordo c'era Mara Scherbatoff, capo dell'ufficio di New York della rivista. Morì. Pensate a cosa significa, era il suo lavoro, guardare Marilyn Monroe da vicino. È morta facendolo. La cerimonia civile, quello stesso giorno, al tribunale della contea di Westchester, durò quattro minuti. Quattro. Il primo luglio, dopo la conversione di lei alla religione ebraica, ci fu il rito ebraico, due matrimoni in tre giorni. Una giornalista era morta per fotografare una cerimonia lunga quanto una sigaretta. Il quattordici luglio i due arrivarono a Londra per girare la commedia di Rattigan, il commediografo inglese la cui opera sta per diventare il film di Marilyn. All'aeroporto ad accoglierli c'erano Laurence Olivier, il più grande attore inglese vivo, e sua moglie Vivien Leigh, che quel ruolo, a teatro, lo aveva creato lei, e che adesso andava a ricevere all'aeroporto la donna a cui lo passavano al cinema.
Ventotto mesi
Il ventitré maggio millenovecentocinquantasette Marilyn Monroe rimette piede a Hollywood. Non da sola, a braccetto di Arthur Miller, il drammaturgo che è diventato suo marito. Ventotto mesi prima era uscita da quella stessa città licenziata, senza potere di contrattare niente, una donna che gli studios comandavano a bacchetta. Ora torna, e la posizione si è rovesciata, chi comandava allora, oggi accompagna. In mezzo, quei ventotto mesi, una società fondata in casa d'avvocato per gestire lei stessa il suo lavoro, uno studio che aveva ceduto, un contratto rinegoziato l'ultimo giorno dell'anno, un film girato col diritto di approvare il regista, una commedia inglese comprata apposta per lei, il più grande attore di teatro del mondo messo sotto contratto non da uno studio, ma da lei. C'è anche chi, in quel rovesciamento, perde. Milton Greene, il fotografo con cui Marilyn aveva fondato la società e che ne possedeva il quarantanove per cento, esce di scena senza che nessun giornale se ne accorga davvero. Il socio di allora non è l'uomo di adesso. Adesso c'è Miller. E Hollywood, che due anni prima l'aveva messa alla porta, la sta aspettando.
Il conto
Ecco il conto, alla fine, centomila dollari a film, alla fine del millenovecentocinquantacinque, per la donna più fotografata d'America. Per capire quanto pesava quella cifra, basta guardare che cosa successe dopo. Sei anni più tardi, per il film Cleopatra, Elizabeth Taylor, l'altra grande star della Fox, la rivale per antonomasia, ottenne un milione di dollari, più il dieci per cento degli incassi al botteghino calcolati prima di sottrarre i costi, undici mesi di trattativa, e in totale circa sette milioni di dollari. Non è un paragone fra due dive, è la misura di quanto in fretta si spostò il terreno che Marilyn Monroe aveva rotto per prima. Il contratto che lei aveva strappato da sola aprì la strada, e la strada venne percorsa da altre, più in fretta, più lontano. Adesso la storia fa un salto, e va fino all'ultimo giorno. Il primo agosto millenovecentosessantadue Marilyn Monroe firmò con la Fox un contratto nuovo, duecentocinquantamila dollari, per finire un film intitolato Something's Got to Give. Quattro giorni dopo era morta. Aveva trentasei anni. Il cinque agosto, a Parigi, il telefono squillò in una stanza dove c'era Milton Greene, il fotografo, il socio di sempre, l'uomo con cui lei aveva costruito la Marilyn Monroe Productions e da cui ormai si era allontanata. Dall'altra parte una conoscente, Alicia Corning Clark, disse una frase sola, La tua amica, Marilyn Monroe, si è appena uccisa. Poi sparì dalla storia. L'uomo che un tempo aveva posseduto il quarantanove per cento di lei, il quarantanove per cento della società che portava il suo nome, lo seppe così, non nella stanza, non dai giornali, in capo a un filo, in un'altra lingua, in un altro continente.
Che cosa resta
Nel gennaio del millenovecentocinquantacinque, in un salotto privato di New York, con ottanta persone in piedi fra i mobili di un avvocato, c'era una donna di ventotto anni che il suo studio, la Fox, aveva licenziato per lettera otto anni prima, e che aveva appena firmato un contratto nuovo, non più un'attrice sotto padrone, ma la socia di maggioranza della società che produceva i suoi film, la Marilyn Monroe Productions. Oggi una cosa del genere non fa notizia, è il modo normale di stare in quel mestiere. Allora non lo era. Ne uscì quello che si poteva, un accordo che le lasciava scegliere chi la dirigesse, un film, La principessa e il vagabondo, di cui fu candidato al premio Oscar il collega Laurence Harvey. no, il collega inglese Laurence Olivier non fu mai candidato, fu il film successivo, Qualcuno verrà, a dare a Laurence Harvey la candidatura. E una commedia inglese comprata apposta e girata con Olivier. E ventotto mesi con il suo nome sulla porta. Di sé stessa, negli anni della società, aveva detto, Sono nata Gemelli. Il dottor Jekyll e il signor Hyde, due persone in una. A dire il vero probabilmente sono più di due. E quando qualcuno le chiedeva se era felice, Mi piacerebbe essere felice, ma chi lo è?. Sulla cosa che stava costruendo, e che sapeva già di poter perdere, disse la frase più asciutta di tutte, La fama passerà. E allora addio, fama, ti ho avuta. Ho sempre saputo che era una cosa volubile. Almeno è qualcosa che ho provato. Ma in casa Greene, a New York, nell'appartamento del fotografo Milton Greene, dove tutto era cominciato, ne aveva detta un'altra, e riguarda la ragazza che la fama non aveva mai riguardato, Non è Marilyn a godersi tutto questo. È Norma Jeane. E voglio che alla festa ci sia Norma Jeane.
All'una di notte, sulla Lexington
Il 15 settembre 1954, all'una del mattino, l'incrocio fra la Lexington Avenue e la Cinquantaduesima strada era pieno di gente. Non c'era niente da vedere se non una donna in piedi sopra una grata della metropolitana, con una gonna bianca che si sollevava e ricadeva, e la scena che ricominciava daccapo. Diverse centinaia di persone erano scese in strada nel cuore della notte per guardare una gonna che si alza.
Quell'immagine, ingrandita fino all'altezza di un palazzo, sarebbe poi finita affissa su New York. Le automobili rallentavano e si fermavano in mezzo alla carreggiata; i passanti si bloccavano di colpo, alzavano la testa e restavano lì. Le cineprese dell'epoca girarono fra loro e raccolsero le voci una dietro l'altra: «Secondo me è formidabile». «È piuttosto volgare, se volete saperlo». «Molto bella». «Che ragazza». «Io la trovo meravigliosa».
Davanti a uno di quei manifesti la donna raffigurata disse una frase che nessuno dei passanti sentì: «È una sensazione strana: tutti mi conoscono e io non conosco nessuno di loro. Il modo migliore per dimostrare che sono un essere umano è dimostrare che sono un'attrice».
Aveva ventotto anni ed era la persona più fotografata d'America. Non decideva in quali film comparire, non decideva chi la dirigesse, non decideva chi scrivesse le sue battute. Era sotto contratto con la Twentieth Century Fox, e un contratto con uno studio, in quegli anni, era esattamente questo: qualcun altro sceglie, tu ti presenti sul set.
Poco più di tre mesi dopo la notte della grata, una donna con una parrucca bruna e gli occhiali scuri salì su un aereo diretto a New York. Sul biglietto c'era scritto Zelda Zonk.
Zelda Zonk
Sotto la parrucca c'era Marilyn Monroe, e a New York l'aspettava un fotografo.
Il giorno dopo l'arrivo corse da lui. Il costume noleggiato per il servizio era pronto, ma era troppo stretto: il peso di Marilyn oscillava con l'umore, con l'ansia, con l'alcol e con i farmaci, e un costume ordinato tre settimane prima poteva non chiudersi più. Fu quello l'inizio: dal vestito che non andava bene nacquero le fotografie della ballerina, la spalla scoperta, il tulle che scivola, la posa alla Degas. Sono fra le immagini di lei che il mondo ha guardato di più. La macchina fotografica aggiustava quello che la vita rompeva.
Il fotografo si chiamava Milton Greene, e si erano conosciuti sedici mesi prima per un incarico di lavoro. A mandarlo a Los Angeles, nel settembre 1953, era stata Fleur Cowles, direttrice di Look — una rivista che stampava su pagine di undici pollici per quattordici, quasi ventotto centimetri per trentacinque e mezzo, quarantacinque di diagonale: un ritratto, lì dentro, era grande come una finestra. Greene ci era arrivato con un mestiere già fatto: aveva ritratto Marlene Dietrich, Frank Sinatra, Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Grace Kelly, Ava Gardner, Sammy Davis Jr., Judy Garland.
Quando se lo trovò davanti, lei disse: «Ma sei solo un ragazzo!». E lui: «E tu sei solo una ragazza». Greene aveva trentun anni, lei ventisette.
Del primo incontro Greene ricordava una cosa sola: «Avevo già visto talmente tante modelle e attrici che pensavo che ormai niente potesse impressionarmi. Ma non avevo mai incontrato nessuno con quel tono di voce».
Il primo servizio lo fecero a Laurel Canyon. Greene le prestò un maglione rosso di sua moglie Amy per il primo scatto — un gesto da casa dentro un lavoro editoriale. Poi abiti larghi, pose composte, niente scollature. Non le chiese mai di essere sexy: né quel giorno né dopo, in nessuno dei servizi che le fece. Fu il primo uomo a Hollywood che la guardò attraverso un obiettivo senza chiederle quella cosa lì.
Quando vide i provini, lei disse: «Mi hai fatta sembrare interessante».

«Vogliono possederti»
Fra quel maglione rosso e l'aereo di Zelda Zonk c'è il 1954, ed è l'anno in cui a Marilyn Monroe succede tutto insieme.
Il 14 gennaio sposa Joe DiMaggio a San Francisco. Lui ha trentanove anni, è il più grande giocatore di baseball vivente, si è ritirato da due anni e un mese. In febbraio lei vola in Corea e in quattro giorni tiene dieci spettacoli all'aperto davanti a più di centomila fra soldati e marine. È la prima volta in vita sua che sente la reazione di un pubblico nell'istante esatto in cui accade: non un incasso, non una lettera, non un titolo di giornale — centomila persone che urlano mentre lei è ancora sul palco.
Ne tornò con una frase che non somiglia a una battuta di ringraziamento: «È come se volessero possederti, possedere pezzi di te».
Il matrimonio durò otto mesi e tre settimane. A un certo punto lei gli regalò un medaglione da attaccare all'orologio, e ci fece incidere una riga del Piccolo Principe: «Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi». DiMaggio se lo rigirò fra le dita e disse: «E questo che diavolo vorrebbe dire?».
Il 6 ottobre 1954 lei chiese il divorzio per crudeltà mentale. Molto tempo dopo, parlando di lui: «Ai tempi del muto, io e Joe saremmo stati una gran bella coppia».
Di quell'anno resta anche l'altra frase, quella che sembra scritta per rispondere alla folla della Lexington: «Non mi vedono. Vedono i propri pensieri nascosti, e poi si lavano la coscienza sostenendo che sono io a incarnarli».
Il difetto
Lo studio legale che seguiva Greene si chiamava Delaney, e mise il naso nel contratto che legava Marilyn Monroe alla Fox. Ci trovò una cosa piccola e decisiva: lo studio non lo aveva rinnovato al momento opportuno. Sulla carta, quindi, lei non era vincolata a nessuno.
Il 26 luglio 1947 la stessa Fox le aveva mandato una lettera di licenziamento, con cessazione al 25 agosto. Un foglio, un paragrafo, la firma di lei in calce per presa d'atto. Quel foglio esiste ancora: oggi passa nelle aste con tanto di autentica della firma. Fu riassunta soltanto nel 1950-51. Otto anni dopo il licenziamento, lo stesso studio, lo stesso genere di pezzo di carta — solo che stavolta il difetto era dalla parte loro.
Il 7 gennaio 1955 Marilyn Monroe e Milton Greene convocarono ottanta persone, fra giornalisti e amici, per annunciare la nascita della Marilyn Monroe Productions. Non in un albergo, non in una sala di uno studio: nella casa privata dell'avvocato Frank Delaney.
Le quote: cinquantuno per cento a Marilyn Monroe, quarantanove a Milton Greene. E i titoli, che contano quanto le quote: lei presidente, lui vicepresidente. Un fotografo di trentadue anni possedeva quasi metà della più grande stella del mondo; e la stella, per la prima volta, era il datore di lavoro di sé stessa.
Quella sera un giornalista le chiese qualcosa a proposito di deduzioni fiscali. Rispose: «Di quello non so niente. So solo che voglio essere meravigliosa».
Norma Jeane alla festa
Nell'anno che seguì, la presidente della Marilyn Monroe Productions aveva una suite in un grande albergo di New York e dormiva altrove: in una piccola camera da letto, in casa dei Greene.
La giornata cominciava alle otto e mezza. Colazione, il New York Times, gonna e camicia. Amy Greene in casa, il lavoro del marito in casa, gli orari di una famiglia qualsiasi. La donna che i giornali chiamavano il simbolo sessuale d'America era cresciuta senza niente di tutto questo, ed era andata a prenderselo a rate, un mattino alla volta.
L'8 aprile 1955 Edward R. Murrow portò le telecamere della CBS dentro quella casa, a Weston, nel Connecticut, e la trasmise in diretta. Non un salotto ricostruito in studio: il salotto dei Greene, la famiglia, l'ospite. Fu la prima volta che il paese vide Marilyn Monroe in una stanza normale.
Sempre dall'inizio del 1955 studiava con Lee Strasberg — lezioni collettive e lezioni private, a New York, per mesi. Dell'Actors Studio non divenne mai membro ufficiale: ammessa e non ammessa nello stesso tempo, esattamente come stava dentro e fuori Hollywood.
E poi c'erano le sere. Al galà di beneficenza del Madison Square Garden sfilò seduta su un elefante, in mezzo alla pista, mentre dal pubblico saliva un mormorio di mille voci che le dicevano «attenta». Su quella serata disse due cose. La prima: «Da bambina non sono mai andata al circo». La seconda: «Questa gente è così emotiva. Se ti amano tanto senza conoscerti, non potrebbero odiarti con la stessa facilità?».
Di quel periodo è anche la frase che riassume il motivo di tutto: «Sono stanca di essere conosciuta come la ragazza con la forma. Voglio dimostrare che so recitare, e recitare bene». E quell'altra, che a rileggerla oggi suona come una scrollata di spalle: «Perché la gente è così ossessionata dal sesso? A me interessa più o meno quanto lucidare le scarpe».

Trentuno dicembre
Fra il salotto dell'avvocato e la firma passò quasi un anno intero.
Il 31 dicembre 1955 la Twentieth Century Fox accettò un accordo nuovo. Centomila dollari a film. Quattro film in sette anni. Approvazione di Marilyn Monroe sul regista e sulla sceneggiatura. E nessuna esclusiva: poteva lavorare anche altrove, e poteva produrre in proprio.
La rivista Remind lo definì «an extraordinary climbdown», una marcia indietro straordinaria.
Vale la pena tradurre quelle righe in gesti. «Approvazione sul regista» significa che un nome proposto dallo studio poteva essere respinto da lei, e lo studio doveva trovarne un altro. «Approvazione sulla sceneggiatura» significa che un copione poteva tornare indietro. «Nessuna esclusiva» significa che la Fox aveva perso il diritto di dire dove stesse il resto dell'anno. Nel sistema degli studi, dove un'attrice era un bene iscritto a bilancio e prestato ad altri studi come un macchinario, erano tre cose che non si concedevano.
L'unica a cedere fu la Fox, e l'accordo riguardava soltanto lei e loro: nessuna capitolazione generale della West Coast, nessuna fila di studi disposti a coprodurre. Bastava e avanzava. Lo studio che nel 1947 l'aveva congedata con una lettera adesso trattava con una società di cui lei era presidente.
Il principe e il corpo
Il 7 febbraio 1956, a New York, quattro persone si sedettero attorno a un tavolo: Marilyn Monroe, Laurence Olivier, il suo agente Cecil Tennant e Terence Rattigan, autore di una commedia intitolata The Sleeping Prince. I diritti di quella commedia Greene li aveva già comprati per lei. Due giorni dopo, il 9 febbraio, al Plaza, l'annuncio alla stampa: il più celebre attore shakespeariano vivente avrebbe diretto e recitato accanto alla ragazza della grata, per conto della società di lei.
Il 25 febbraio Marilyn arrivò a Los Angeles per girare Bus Stop, il primo film dopo l'accordo. Il ruolo era una cantante da saloon senza talento e senza istruzione, cioè il contrario esatto della cosa per cui la pagavano.
Il 5 aprile il medico dello studio la rimandò a casa dal set. Il 12 aprile fu ricoverata per bronchite acuta. La troupe restò ferma una settimana. Era un anno che teneva insieme una causa contro uno studio, una società da presiedere, un corso di recitazione e un film: il corpo presentò il conto in aprile, e da lì in avanti non smise più di presentarlo.
Bus Stop uscì e le recensioni furono le migliori della sua vita. Agli Oscar la candidatura andò al suo partner maschile, Don Murray, e non a lei. Murray raccontò che la propria candidatura era arrivata a sorpresa, e che nemmeno lo studio se l'aspettava. Quasi sessant'anni dopo diceva ancora: «Non ho mai capito perché Marilyn Monroe non fu candidata per Bus Stop».
Aveva vinto il diritto di scegliere il regista e la sceneggiatura. Il primo film girato con quel diritto in tasca fece candidare l'uomo che le stava accanto.
Quattro minuti
Nel frattempo c'era Arthur Miller, e con Miller la politica.
Nel 1956 Miller fu convocato dalla HUACla commissione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti che indagava sulle attività ritenute antiamericane. Gli chiesero di fare nomi. Si rifiutò, e fu incriminato per oltraggio al Congressoil reato di chi, convocato da una commissione parlamentare, si rifiuta di rispondere alle sue domande. Dal 1955 l'FBI aveva cominciato a interessarsi anche a lei.
Marilyn chiamava «difesa dei diritti umani» il proprio scontro con gli studi. Nello stesso mese, l'uomo che stava per sposare rischiava la galera per non aver risposto a una domanda. Due modi diversi di dire no a chi chiede obbedienza, portati avanti dalla stessa cucina.
Il 29 giugno 1956, poche ore prima delle nozze, un'automobile di Paris Match che inseguiva la coppia finì contro un albero vicino a Roxbury, nel Connecticut. A bordo c'era Mara Scherbatoff, capo dell'ufficio di New York della rivista. Morì. Era il suo lavoro: guardare Marilyn Monroe da vicino.
La cerimonia civile, quello stesso giorno, al tribunale della contea di Westchester, durò quattro minuti. Il 1° luglio, dopo la conversione di lei, ci fu il rito ebraico: due matrimoni in tre giorni. Una giornalista era morta per fotografare una cerimonia lunga quanto una sigaretta.
Il 14 luglio i due arrivarono a Londra per girare la commedia di Rattigan. All'aeroporto ad accoglierli c'erano Laurence Olivier e sua moglie, Vivien Leigh — che quel ruolo, a teatro, lo aveva creato lei, e che adesso andava a ricevere all'aeroporto la donna a cui lo passavano al cinema.
Ventotto mesi
Il 23 maggio 1957 Marilyn Monroe rientrò a Hollywood a braccetto di Arthur Miller.
Dal 7 gennaio 1955 erano passati ventotto mesi. In mezzo: una società fondata in casa d'avvocato, uno studio che aveva ceduto, un contratto rinegoziato l'ultimo giorno dell'anno, un film girato con l'approvazione sul regista, una commedia inglese comprata apposta, il più grande attore di teatro del mondo messo sotto contratto da lei. Chi comandava nel gennaio del 1955 accompagnava, nel maggio del 1957.
Milton Greene, che di quella società possedeva il quarantanove per cento, uscì di scena senza che nessun giornale se ne accorgesse davvero.
I ventotto mesi della Marilyn Monroe Productions, dall'annuncio al rientro
gamma97Il conto
Centomila dollari a film, alla fine del 1955, per la donna più fotografata d'America.
Sei anni dopo, per Cleopatra, Elizabeth Taylor ottenne un milione di dollari più il dieci per cento della percentuale sul lordouna quota degli incassi al botteghino, calcolata prima che se ne sottraggano i costi di produzione e distribuzione: undici mesi di trattativa, e in totale circa sette milioni. Non è un paragone fra due attrici: è la misura di quanto in fretta si spostò il terreno che Marilyn Monroe aveva rotto per prima.
Il 1° agosto 1962 Monroe firmò con la Fox un contratto nuovo, duecentocinquantamila dollari, per finire un film intitolato Something's Got to Give. Quattro giorni dopo era morta. Aveva trentasei anni.
Il 5 agosto, a Parigi, il telefono squillò in una stanza dove c'era Milton Greene. Dall'altra parte una conoscente, Alicia Corning Clark, disse una frase sola: «La tua amica, Marilyn Monroe, si è appena uccisa». Poi sparì dalla storia. L'uomo che aveva posseduto il quarantanove per cento di lei lo seppe così: non nella stanza, non dai giornali, in capo a un filo, in un'altra lingua, in un altro continente.
Che cosa valeva una prima attrice, prima e dopo
gamma97Che cosa resta
Oggi un attore che possiede la maggioranza della società che produce i suoi film non fa notizia: è il modo normale di stare in quel mestiere. Nel gennaio del 1955, in un salotto privato di New York, con ottanta persone in piedi fra i mobili di un avvocato, non lo era: c'era una donna di ventotto anni che il suo studio aveva licenziato per lettera otto anni prima, e che aveva appena scoperto di essere libera per una scadenza mancata.
Ne uscì quello che si poteva: un accordo che le lasciava scegliere chi la dirigesse, un film di cui fu candidato il collega, una commedia inglese comprata apposta e girata con Olivier, ventotto mesi con il suo nome sulla porta.
Di sé stessa, negli anni della società, aveva detto: «Sono nata Gemelli. Il dottor Jekyll e il signor Hyde, due persone in una. A dire il vero probabilmente sono più di due». E, quando qualcuno le chiedeva se era felice: «Mi piacerebbe essere felice, ma chi lo è?».
Sulla cosa che stava costruendo, e che sapeva già di poter perdere, disse la frase più asciutta di tutte: «La fama passerà. E allora addio, fama, ti ho avuta. Ho sempre saputo che era una cosa volubile. Almeno è qualcosa che ho provato».
In casa Greene, però, a New York, ne aveva detta un'altra, e riguarda la ragazza che la fama non aveva mai riguardato: «Non è Marilyn a godersi tutto questo. È Norma Jeane — e voglio che alla festa ci sia Norma Jeane».
Riferimenti
- Marilyn vs. Marilyn (Marilyn malgré elle), documentario di Patrick Jeudy, Point du Jour / ARTE France, 2002 — https://www.arte.tv/
- Milton H. Greene, Marilyn Monroe during an editorial photo-shoot for Look magazine, Laurel Canyon, 1953 — https://irastehmann.com
- Marilyn and Milton, Part One — https://irishmarilynmonroefanclub.com
- The End of Marilyn and Milton — https://irishmarilynmonroefanclub.com
- Edward R. Murrow, Person to Person, dalla casa di Milton Greene a Weston (Connecticut), 8 aprile 1955 — https://www.youtube.com
- The Seven Year Itch, gli esterni sulla Lexington Avenue all'altezza della 52esima — https://onthesetofnewyork.com
- Marilyn Monroe Productions, l'annuncio del 7 gennaio 1955 in casa di Frank Delaney — https://themarilynreport.com
- 65 Years Ago: Marilyn, Arthur and Paris Match — https://themarilynreport.com
- Termination Letter Signed by Monroe, 26 luglio 1947 — https://collectrea.com
- L'accordo con la Twentieth Century Fox del 31 dicembre 1955, «an extraordinary climbdown» — https://remindmagazine.com
- Il contratto Fox e il difetto di rinnovo — https://www.prospectmagazine.co.uk
- Il matrimonio con Arthur Miller, 29 giugno 1956, e il rito del 1° luglio — https://www.history.com
- Marilyn in Corea, febbraio 1954 — https://rarehistoricalphotos.com
- Don Murray su Bus Stop e la candidatura mancata di Monroe — https://filmtalk.org
- Donald Spoto, Marilyn Monroe: The Biography, capitolo sul 1956 —
- Marilyn Monroe, Laurence Olivier e The Sleeping Prince, 7 e 9 febbraio 1956 — https://vivandlarry.com
- L'arrivo a Londra del 14 luglio 1956 — https://londonist.com
- Elizabeth Taylor e il contratto di Cleopatra — https://www.elizabethtaylor.com
- Something's Got to Give, il contratto del 1° agosto 1962 — https://en.wikipedia.org
- Il fascicolo dell'FBI su Monroe e l'incriminazione di Arthur Miller — https://www.upenn.edu