Podcast

5 settembre 2026

A Faido quaranta processi per stregoneria fra il 1431 e il 1459, a Brissago nessuna carta

Che cosa si può davvero dedurre da un archivio in cui non si trova niente, e che cosa no.

In una valle alpina fra il 1431 e il 1459 si celebrano una quarantina di processi per stregoneria, e li conosciamo perché qualcuno ha scritto, qualcuno ha conservato, qualcuno ha ordinato e infine qualcuno ha letto. A Brissago, per lo stesso reato e per gli stessi secoli, non risulta niente. Questo numero prende quel «niente» e lo smonta pezzo per pezzo, perché non è un dato sul Quattrocento: è il prodotto di sette o otto filtri messi in fila, e basta che uno solo di essi sia vicino a zero perché in fondo esca zero. Nel caso di Locarno sappiamo quale filtro è chiuso, e lo dice l'archivio stesso: 280 pergamene e 3.612 documenti senza inventario. Per capire quanto pesa quel filtro ci sono cifre precise — dodici anni-persona di lavoro per 360 processi documentati a Friburgo, 23 chilometri di scaffali all'Archivio di Stato ticinese, 226 persone su 807 di cui a Como non si conosce l'esito — e c'è una regola generale, valida ben oltre le streghe: un'assenza dice qualcosa solo nella misura in cui, se la cosa ci fosse stata, l'avremmo vista.

A Faido quaranta processi per stregoneria fra il 1431 e il 1459, a Brissago nessuna carta

🎧 Il podcast

Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

Velocità

Tocca per ascoltare

Il testo del podcast, per chi preferisce leggere

Alberi che seccano, pani come sterco di vacca

Hai mai cercato il passaporto in casa? Lo metti sempre nello stesso cassetto, apri il cassetto, e il cassetto è vuoto. Svuoti l'armadio, guardi perfino nel garage dove non sei mai entrato in vita tua. E a un certo punto ti fermi, e ti dici una cosa che è quasi una scoperta, se lo cercavo bene, e non c'era, ho imparato qualcosa. Se non ho cercato per niente, non ho imparato niente. Tenetevi questa sensazione, perché è il cuore di tutta la storia che state per sentire. Un'assenza dice qualcosa solo se, nel caso la cosa ci fosse stata, l'avremmo vista. È il trucco del passaporto nel cassetto. E adesso vediamolo funzionare con un silenzio che dura da cinquecento anni. Faido, valle di Leventina, Svizzera italiana. Fra il millequattrocentotrentuno e il millequattrocentocinquantanove, in questo villaggio e nei dintorni, si celebrano circa quaranta processi per stregoneria. Fate il conto, ventotto anni, poco più di un processo all'anno, in una valle di poche migliaia di anime. Sono fra i più antichi dell'intero arco alpino meridionale. E sappiamo esattamente di che cosa si accusava quella gente, perché i verbali lo scrivono nero su bianco, un albero che secca in un campo. Un pane che esce dal forno piatto e bruciato come sterco di vacca. La disgrazia più piccola e più quotidiana che ci sia. Quando lo storico svizzero Niklaus Schatzmann ha pubblicato la sua grande ricerca su quei processi, nel duemilatré, per il titolo non ha scelto una formula accademica. Ha preso le parole delle accuse stesse, alberi che appassiscono, pagnotte come sterco di vacca. Quaranta processi, e noi oggi possiamo leggerli uno per uno. Ma dentro quella sequenza succede qualcosa, nel millequattrocentocinquantasette, che quasi nessuno nota e che invece cambierà tutto per chi viene dopo di noi. La giurisdizione in Leventina passa da ecclesiastica a laica, cambiano i giudici. E siccome chi ti giudica è anche chi scrive il tuo fascicolo e lo mette nel proprio armadio, cambiare tribunale vuol dire che cinque secoli dopo lo storico dovrà cambiare archivio, cambiare città, a volte cambiare Stato. Le carte non stanno dove sono successi i fatti. Stanno dove stava l'ufficio. Ed eccoci a Brissago, paese sul lago Maggiore, all'estremo sud del cantone Ticino. Un posto che esiste sulla carta dal milleduecentottantanove, con quel nome antico, Brixago, e dallo stesso anno ha statuti propri, leggi sue. Dal milletrecentoquarantadue al milllesettecentonovantotto ha i suoi podestà, la famiglia Orelli, con una giurisdizione separata dentro il baliaggio di Locarno, cioè un territorio governato dai cantoni svizzeri tramite un funzionario mandato da fuori, il balivo. Nel millecinquecentoventuno il paese giura fedeltà ai dodici cantoni. E nel millecinquecentosettantotto conta milleseicentosettantacinque abitanti. Fermatevi su questo numero, non un alpeggio, non quattro casette. Un paese vero, con tribunali, funzionari, registri e atti per tutta l'epoca che ci interessa. Di processi per stregoneria a Brissago, non risulta niente. E non risulta niente, ascoltate bene, per l'intero baliaggio di Locarno. Mentre le valli vicine, Blenio, le Tre Valli, la Leventina stessa, il Mendrisiotto, hanno ciascuna il suo studio pubblicato, i suoi processi contati e raccontati, per Locarno non c'è niente di niente. Allora la domanda è una sola, ed è più interessante della stregoneria stessa. Non, quante streghe c'erano. Ma, che cosa vuol dire, esattamente, quel niente? È il cassetto che abbiamo davvero svuotato, col garage perquisito palmo a palmo, o è il cassetto che non abbiamo mai aperto? Se lo cercavamo bene, e non c'era, abbiamo imparato qualcosa. Se non abbiamo mai cercato, non abbiamo imparato niente. Da qui in avanti si tratta di capire, passo per passo, quale dei due è il silenzio di Brissago.

Lo zero in fondo alla catena

Fra qualcosa che è successo davvero nel millequattrocentocinquanta e la riga che oggi troviamo stampata in un libro, ci sono sette passaggi. E ogni passaggio fa cadere qualcosa per strada. Ascoltateli uno per uno. Primo passaggio, il fatto deve arrivare in tribunale. Non tutti i sospetti di un vicinato diventano una denuncia al podestà. Molti restano mormorii, e i mormorii non lasciano carte. Secondo, il tribunale deve scrivere. Da qualche parte scrive, in altre no, e a Faido, lo abbiamo visto, scriveva. Terzo, la carta scritta deve sopravvivere. Agli incendi, ai traslochi, all'umidità, ai topi, e alla noia di chi, un giorno, avrebbe dovuto riordinarla. Quarto, il fondo sopravvissuto deve essere inventariato. Cioè qualcuno deve aprire quei fascicoli uno per uno e scrivere che cosa contengono. Quinto, inventariato non basta, qualcuno deve leggerlo davvero, riga per riga. Sesto, chi lo ha letto deve pubblicare quello che ha trovato. Settimo, la pubblicazione deve finire dentro una sintesi che gli altri possano citare. Sette filtri, uno in fila all'altro. E il numero che leggiamo alla fine è il risultato di sette moltiplicazioni fra loro. Basta che una sola di quelle sette frazioni valga zero, e il risultato è zero. E qui sta il trucco crudele, da fuori, tutti gli zeri si scrivono allo stesso modo. Uno zero nato da un incendio del Seicento e uno zero nato da un inventario che nessuno ha mai fatto sono, sulla pagina, la stessa identica cosa. Adesso veniamo a Locarno, perché lì sappiamo esattamente quale filtro è chiuso. Ce lo dice l'archivio stesso, con le parole sue. L'archivio della Corporazione Borghese di Locarno conserva duecentottanta pergamene e tremilaseicentododici documenti cartacei, che vanno dal quattordicesimo al diciottesimo secolo. E si descrive così, uno dei più importanti fondi ticinesi per il medioevo e per i baliaggi, ma ancora largamente disorganizzato e privo di inventario dettagliato, difficile da consultare. Tradotto nella nostra catena, il quarto anello è aperto. E siccome il quarto anello è aperto, allora lo zero che si legge in fondo era già spiegato prima ancora di cominciare, prima ancora di arrivare al primo anello. E qui c'è il punto che vale per tutto il resto, e non riguarda le streghe. Riguarda come si giudica un qualsiasi silenzio. Un'assenza ci dice qualcosa solo se, nel caso in cui la cosa ci fosse stata, l'avremmo vista. Pensate al passaporto. Se lo cercate in un cassetto che avete svuotato completamente sul tavolo, e non c'è, avete imparato quasi tutto, era quasi certo che l'avreste visto, se c'era, e non averlo visto è quindi una notizia forte. Se invece lo cercate in un garage in cui non siete mai entrati e non lo trovate, non avete imparato niente sul passaporto. Avete imparato solo che non siete entrati nel garage. E le due situazioni producono la stessa frase, non l'ho trovato, con un valore esattamente opposto. Tutta la differenza sta in una quantità che quasi nessuno calcola, quanto era probabile vederlo. E l'esempio più netto di questa ambiguità sta proprio nella valle che conosciamo meglio di tutte, la Leventina. Lì i processi per stregoneria documentati formano due gruppi. Da un lato quelli di Faido, fra il millequattrocentotrentuno e il millequattrocentocinquantanove. Dall'altro una seconda ondata, fra il milleseicentodieci e il milleseicentottantasette, ricostruita in una tesi milanese di una trentina d'anni fa. In mezzo, fra i due gruppi, ci sono più di centocinquant'anni di silenzio. Niente processi, niente carte, niente. E quel silenzio può voler dire tre cose opposte. Può voler dire che in quei centocinquant'anni non si processava più nessuno. Può voler dire che si processava, e le carte sono andate perdute. Può voler dire che le carte ci sono ancora, chiuse da qualche parte, e nessuno le ha mai aperte. Il buco, da solo, non ve lo dice. È il cassetto svuotato o è il garage? Dipende da una cosa sola, quanta probabilità avevamo di vedere, se c'era.

Sette giornate di lavoro per un processo

Il filtro della lettura ha un prezzo. E per una volta, invece di dirlo a parole, lo si può pesare in numeri. A Friburgo due ricercatori, Lionel Dorthe e Rita Binz-Wohlhauser, hanno passato sei anni dentro gli archivi cantonali. Sei anni a leggere carte, tornello dopo tornello, fascicolo dopo fascicolo. Il risultato, trecentosessanta processi documentati nella sola città, fra il millequattrocentonovantatré e il millesettecentoquarantuno, e ottanta esecuzioni. E la loro stima per l'intero cantone, su duecentocinquant'anni, è di circa mille processi. Fermatevi un momento a fare il conto, perché è un conto che dice tutto. Due persone per sei anni fanno dodici anni di lavoro di una persona sola. In giornate, qualcosa come duemilaseicento giornate lavorative. Divise per i trecentosessanta processi documentati, fanno poco più di sette giornate ciascuno. È un tetto, non un listino, quei sei anni non sono andati soltanto a contare processi. Ma l'ordine di grandezza è quello giusto. Una settimana di lavoro di uno studioso per ogni processo che oggi possiamo nominare con una data e un nome. Non un pomeriggio. Non un'interrogazione a un motore di ricerca. E c'è un secondo numero, ancora più istruttivo, trecentosessanta documentati contro circa mille stimati. Attenzione ai due perimetri, perché non sono lo stesso, trecentosessanta è la città, mille è il cantone. Ma anche così il conto parla. Dopo dodici anni di lavoro di una persona sola, in uno dei cantoni meglio scavati d'Europa, la parte accertata sta a quella ipotizzata come uno a tre. Ecco il valore realistico del filtro che qui chiamiamo della lettura. Non un'eccezione sfortunata, un risultato buono. Ora, contro questo prezzo, guardate quanta roba c'è da leggere. L'Archivio di Stato del Cantone Ticino dichiara sulla propria pagina oltre seicentocinquanta complessi documentari e ventitremila metri lineari, i metri di scaffale che i documenti occupano messi in fila, l'unità con cui gli archivi misurano se stessi. Wikipedia, sulla stessa cosa, dà ottocento complessi e ventottomila metri. Ventitré chilometri di scaffale, e le due fonti non vanno d'accordo per cinquemila metri, lo scarto fra le stime di quanto un archivio possieda è, da solo, cinque chilometri di carte. Il paragone con la distanza va preso per quello che è, la stragrande maggioranza di quei metri è amministrazione moderna, non materiale processuale del Quattrocento, e quindi la cifra gonfia il compito. Ma non lo gonfia di molto, e soprattutto non ne cambia la natura. Ed è da qui che nasce il fenomeno che spiega la mappa degli studi. Si cerca dove si vede. Gli storici vanno negli archivi che hanno un inventario, non perché lì ci sia più storia, ma perché altrove non si riesce a lavorare. È il vecchio scherzo dell'ubriaco che cerca le chiavi sotto il lampione, non perché le abbia perse lì, ma perché lì c'è luce. Solo che qui c'è una differenza, ed è la crepa dell'immagine, nella barzelletta si sa che le chiavi sono cadute altrove. Qui non lo sappiamo. Non esiste alcuna prova che l'archivio locarnese contenga processi per stregoneria. Quel buio potrebbe essere buio e vuoto insieme. E poi c'è un ottavo filtro, che nella catena non avevo contato, la ricerca fatta e mai stampata. Sul Blenio e dintorni esistono almeno tre tesi universitarie mai pubblicate. Devincenti, all'università di Friburgo, nell'anno accademico millenovecentonovantuno-novantadue, sulla lingua dei verbali. Pinchetti, a Zurigo, nel duemila-duemilatré. Tami, a Losanna, nel duemilaquattro-duemilacinque. Più quella di Scanni sulla Leventina. Sono lavori esistenti e invisibili, qualcuno ha letto, ha faticato, e il risultato non è mai arrivato da nessuna parte. E infine il caso più beffardo di tutti. Simona Canevascini, una studiosa che ha lavorato sui fondi giudiziari, ha spogliato oltre quattromila processi del baliaggio di Locarno, l'area di Locarno, Onsernone, Verzasca e Gambarogno. Quattromila. Sembrerebbe la risposta alla nostra domanda. Solo che quei processi sono di fine Settecento, quando la caccia alle streghe era finita da un pezzo. Non è l'archivio sbagliato, è l'archivio giusto, aperto dalla porta sbagliata rispetto alla nostra domanda. E questo, incidentalmente, insegna una cosa vera e trascurata. Le carte giudiziarie di quel baliaggio, almeno per il periodo in cui qualcuno le ha guardate, esistono in quantità e si lasciano leggere, schedare, estrarre, è questo che si chiama spoglio, la lettura sistematica di un fondo per tirarne fuori ciò che interessa. Il filtro della sopravvivenza, lì, non è chiuso. Le carte ci sono. Nessuno le ha ancora cercate nel punto giusto.

Il conto ingenuo, e perché non regge

Proviamo a fare la cosa che verrebbe naturale, stimare. Prendere i numeri che si conoscono e tirar giù un conto. Abbiamo tre luoghi in cui il conteggio è stato fatto sul serio. Faido, circa quaranta processi in ventotto anni, cioè uno virgola quattro all'anno. La città di Friburgo, trecentosessanta processi in duecentoquarantotto anni, cioè uno virgola quarantacinque all'anno. E l'antica diocesi di Como, ottocentosette processati distribuiti su quattro secoli, cioè circa due all'anno. Tre corpora indipendenti, tre perimetri di taglia diversissima, una valle, una città, una diocesi, e tre tassi che stanno tutti fra uno e due processi l'anno. Non è una legge, ed è in parte una coincidenza di scale. Ma è quello che si osserva ogni volta che qualcuno conta. Il baliaggio di Locarno aveva un tribunale, e sappiamo com'era fatto. Si chiamava tribunale del malefizio, la corte penale del baliaggio, competente per i reati che potevano finire con la morte. Decideranno con sette voti al balivo mandato dai cantoni sovrani e sette ai congiudici del posto, un equilibrio in cui nessuno dei due lati poteva vincere da solo. Aveva la corte, e aveva i secoli. Applicategli uno o due processi l'anno per i circa duecentosessant'anni in cui in Ticino i processi sono documentati, e vi vengono fuori diverse centinaia. Che è, per inciso, esattamente quello che la sintesi degli storici ticinesi dice del cantone nel suo complesso, centinaia di processi. E adesso la parte importante, quel conto non va creduto. Non perché sia fatto male, ma per una ragione che è la scoperta più bella di tutta questa vicenda. C'è una studiosa, Schatzmann, che ha notato una cosa che non tornava. I processi di Faido assomigliano più a quelli della Svizzera francese che a quelli lombardi che stanno appena oltre la montagna, benché la Leventina sia geograficamente e linguisticamente italiana. La sua ipotesi, sulla scia di un altro studioso, Danilo Baratti, è che la caccia alle streghe non si diffonda per contiguità geografica, ma lungo le vie delle istituzioni. Il modello arriva insieme ai giudici, alle procedure, ai testi che dicono come si conduce un interrogatorio. A Faido il modello è arrivato dal Vallese, non da Milano. E se è così, sapere che cosa è successo in una valle vicina vi dice molto meno di quanto pensiate. Non conta chi vi sta accanto sulla carta, conta a quale rete giudiziaria eravate attaccati. Anche guardare vicino smette di essere una strategia. E qui Brissago diventa un caso speciale, perché era attaccato a due reti contemporaneamente. Per il tribunale stava nel mondo svizzero, baliaggio di Locarno, dodici cantoni, podestà Orelli. Per la chiesa stava nel mondo milanese, parrocchia dal milletrecentotrentacinque, dipendenza dalla pieve di Cannobio, la pieve era un'antica circoscrizione ecclesiastica, con una chiesa madre da cui dipendevano le chiese minori del territorio, rito ambrosiano, arcidiocesi di Milano fino al milleottocentottantaquattro. Sono due catene di custodia che partono dallo stesso paese e finiscono in due Stati diversi. E va detto subito che catena di custodia è un'immagine generosa, nessuno ha registrato i passaggi, non esiste un elenco di che cosa sia andato di qua e di là. È una biforcazione, non un tracciamento. Ma indica due indirizzi precisi, e sono indirizzi diversi. Quanto fossero minuti quei confini si può ancora vedere con gli occhi, oggi. Nel lago, a poche centinaia di metri l'una dall'altra, ci sono due isole, Sant'Apollinare di rito ambrosiano, San Pancrazio di rito romano. Un confine che passa in mezzo all'acqua. Il rito non coincide con la competenza penale, quindi quella riga non dice in quale archivio sarebbe finito un processo. Dice però, in un modo che non si dimentica, di che spessore erano le righe. Sul versante ecclesiastico, poi, la macchina che produceva processi ha un nome, ed è documentata. Il ventisette novembre del millecinquecentoottantadue, papa Gregorio tredicesimo firma a Roma un motu proprio, un atto che il papa emana di propria iniziativa, senza che nessuno gliel'abbia chiesto, che autorizza la visita di Carlo Borromeo, l'arcivescovo di Milano. Una visita pastorale nasce come ispezione amministrativa alle parrocchie, quell'atto la trasforma in una procedura penale itinerante. Nel millecinquecentoottantatré, in Val Mesolcina, la visita si chiude con circa centocinquanta processati, oltre centocinquanta abiure pubbliche, e almeno undici donne al rogo, di cui alcune in una sola giornata, il quattro dicembre. Un papa firma a novembre, e tredici mesi dopo in una valle alpina si accendono i roghi. Nove anni prima, nel millecinquecentosettantaquattro, lo stesso Carlo Borromeo era salito a piedi alla pieve di Cannobio, cioè fino alla soglia da cui Brissago dipendeva. Quel percorso oggi è un cammino turistico, lo chiamano la Via Borromea. È un santo, e questo è nel suo curriculum. Un'ultima cosa, sul valore delle carte che restano, perché è un filtro di cui non si parla mai. Il documento sopravvissuto non è un verbale neutro del mondo. Federico Borromeo, cugino e successore di Carlo, anche lui arcivescovo, visita le Tre Valli ambrosiane nel milleseicentotto e nel milleseicentotredici. Quarant'anni dopo, il canonico Francesco Rivola, nella biografia che gli dedica nel milleseicentocinquantasei, trasforma quelle visite in un racconto di trionfo sul diavolo e sulle streghe. Stessa vicenda, altro genere letterario, altro scopo. E allora chi legge un archivio deve chiedersi sempre non solo se un foglio è autentico, ma per che cosa era stato scritto.

«Jo non posso dire quello che non ho fatto»

Fino a qui abbiamo contato processi, roghi, assenze. Adesso c'è una persona, e si chiama Barbara Fontana. Barbara Fontana viene arrestata nel Mendrisiotto, nel sud del Ticino, nel dicembre del milleseicentocinque. Il processo si apre il ventotto dicembre. La tortura arriva all'inizio del milleseicentosedici. Le accuse sono quelle di tutti i giorni, le stesse che tornano nei verbali di due secoli e di mezza Europa, un bue di un allevatore luganese che si imbizzarrisce, cerbigato, dice la carta, con la parola di allora, e la donna del vicinato indicata come la causa, aborti attribuiti a tocchi sospetti, bestiame che si ammala dopo una lite di vicinato, giovani che diventano ciechi. Nessun complotto cosmico, dunque, un litigio per un confine, e poi una disgrazia che arriva. Sotto l'eculeo, uno degli strumenti di tortura che si usavano negli interrogatori giudiziari dell'epoca, succede una cosa che chi torturava non si aspettava. Barbara Fontana ammette le visioni diaboliche e nega i malefici concreti. Chi tortura conta sul fatto che tutto crolli insieme, qui crolla soltanto una metà. E lei spiega perché, in una frase che è arrivata fino a noi, con le sue parole, Nella fantasia loro haveranno detto la verità, ma jo non posso dire quello che non ho fatto. Vale la pena fermarsi un momento su che cosa ha appena fatto quella donna. Non ha detto che i suoi accusatori mentono. Ha detto che nella loro testa hanno detto il vero, cioè ha concesso loro la buona fede, e che il fatto, comunque, non c'è stato. Ha separato due cose che quasi nessuno separa, quello che le persone riferiscono sinceramente e quello che è successo. È la stessa distinzione su cui gira questo intero numero. E a formularla è un'imputata, sotto tortura, in un secolo in cui la parola per dirla non esisteva ancora. Il suo fascicolo è di cinquantotto pagine manoscritte, fondo Torriani numero quindici, all'Archivio di Stato di Bellinzona. E si interrompe. Non c'è una sentenza in fondo, e nessuno sa oggi se Barbara Fontana sia stata liberata, esiliata o uccisa. Finisce come una telefonata che cade a metà. Con una differenza, però, che va detta subito, prima di affezionarsi all'immagine, una telefonata caduta si può richiamare, e comunque si sa che dall'altra parte qualcuno c'è ancora. Qui il silenzio è definitivo. E può anche significare una cosa più banale e altrettanto irrecuperabile, che il processo si sia semplicemente sgonfiato, senza che nessuno si prendesse la briga di scrivere la fine. E non è un caso isolato, è qui che il conteggio torna a mordere. Nell'antica diocesi di Como, fra il quindicesimo e il diciottesimo secolo, i processati accertati sono ottocentosette, quattrocentoventidue giustiziati, quarantasei banditi, cinquantasei condannati a pene pubbliche, cinquantasette liberati, duecentoventisei di esito ignoto. Le cinque voci sommano esattamente a ottocentosette, e questo vuol dire che è una contabilità chiusa, fatta bene, di quelle di cui ci si può fidare. E dentro una contabilità fatta bene, più di una persona su quattro non ha una fine.

Diecimila, tremilacinquecento, tremila, duemila

Quando si cerca quante furono le vittime svizzere della caccia alle streghe, ci si trova davanti quattro cifre, e sembrano contraddirsi. Il Dizionario storico della Svizzera parla di diecimila processi. Swissinfo, il portale d'informazione della radiotelevisione pubblica, scrive che l'area francofona della Svizzera giustiziò circa tremilacinquecento persone, più di qualunque altro luogo d'Europa in rapporto alla popolazione. Un quotidiano gratuito dà tremila incolpati. E il progetto Wikiwitches, un censimento collaborativo costruito su Wikidata, arriva a circa duemila nomi accertati. Diecimila, tremilacinquecento, tremila, duemila. Quattro numeri per un solo paese. Ma non si contraddicono affatto, contano oggetti diversi, su territori diversi. I processi aperti non sono le esecuzioni. Le esecuzioni non sono gli incolpati. E gli incolpati non sono i nomi che qualcuno ha effettivamente letto in un registro e trascritto. È come se tre squadre contassero gli spettatori della stessa partita, una conta i biglietti staccati, un'altra le persone rimaste sugli spalti al fischio finale, una terza solo quelle della curva sud. Nessuna sbaglia. Nessuna sta contando la stessa cosa. L'immagine, però, qui si rompe in un punto, e conviene vederlo subito. Gli spettatori di una partita li puoi ricontare quando vuoi, torni allo stadio, rifai il conto, il numero si aggiusta. Questi conteggi no. Sono definitivi al ribasso, agli oggetti mancanti nessuno potrà mai più risalire. E le squadre, poi, non hanno tutte lo stesso interesse a contare. C'è un punto che si perde quasi sempre, ed è il perimetro. Quelle tremilacinquecento esecuzioni non sono svizzere, sono della sola Svizzera romanda, un quarto scarso del paese. La cifra viaggia da un articolo all'altro, e lungo la strada perde il proprio confine, finché qualcuno non la legge riferita all'intera Confederazione. Un numero senza il suo perimetro non è un numero. È una decorazione. Sull'ultima cifra, i duemila nomi di Wikiwitches, c'è da aggiungere una cosa che vale come un piccolo esercizio mentale. Quel numero cresce di continuo, per contributo volontario, chiunque può aggiungere una persona a una voce e vederla comparire sulla mappa. E quando il numero sale, non è che siano morte più persone. È che qualcuno ha letto un altro registro. È lo stesso identico meccanismo per cui il catalogo dei pianeti fuori dal sistema solare si allunga ogni anno, i pianeti non nascono adesso, è che si punta uno strumento. Ma qui l'analogia si spezza, in modo crudele, ed è la ragione per cui la caccia alle streghe non si conterà mai davvero. Le stelle restano tutte lì, e prima o poi si guardano. Le carte invece possono essere bruciate, disperse, oppure non essere mai state scritte. Il fondo, a differenza del cielo, non è stabile, e non è nemmeno finito. Anche le proporzioni si comportano così. La quota di donne fra gli accusati è data al settanta-ottanta per cento da Swissinfo, e fra il sessantacinque e il novantacinque per cento dal Dizionario storico. La seconda forbice è quasi cinque volte più larga della prima. E questo vuol dire che la quota di uomini sta fra il cinque e il trentacinque per cento, un intervallo così largo che dentro ci starebbe comodamente una spiegazione diversa dell'intero fenomeno. E quegli uomini, quei pochissimi uomini, hanno perfino un volto. Nel millacinquecentoquarantacinque, a Castello, nel Mendrisiotto, la processione è condotta dal podestà lucernese Nicola von Vil, gli imputati sono sei, e li conosciamo per nome, Mayneta de Guglielmetti, Pasquina, Paolina di Salorino, Pina di Obino, Angelina di Obino. E poi Tognino di Corteglia, indicato negli atti come stregone. Tre donne finiscono decapitate. Due muoiono in carcere. Salorino, Obino, Corteglia, quei paesi esistono ancora oggi, si possono vedere dalla strada. La linea, in Svizzera, si ferma nel millesettecentoottantadue, a Glarona, con Anna Göldi, l'ultima persona messa a morte per stregoneria nell'Europa occidentale. E quando oggi si prova a mettere insieme un elenco nazionale delle vittime, c'è una proposta di monumento, qualcuno vuole incidere i nomi, l'associazione che tiene il censimento arriva al nostro cantone e scrive una riga sola, Per il Ticino non abbiamo dati. Non è la storia che manca. È lo spoglio.

Quello che resta quando non restano le carte

Un fatto può arrivare fino a noi per due strade completamente diverse, e le due strade non si assomigliano in niente. La prima è l'atto di tribunale, ha nomi, date, una segnatura d'archivio, e si può controllare. La seconda è il racconto della nonna, ha il diavolo, non ha date, e sopravvive solo finché qualcuno lo ripete a voce. A Brissago è sopravvissuta la seconda. Un appassionato di storia locale, un certo Branca, ha scritto a mano più di trenta racconti del paese, un altro, Feruzzi, li ha trascritti e li ha pubblicati sul sito del comune. Fra questi ce ne sono due che parlano di streghe, le streghe del Perchedugine e le streghe d'Incella. Senza quei due uomini non esisterebbero più. Sono l'archivio che Brissago ha, pochi file da una parte, cinquantotto fogli manoscritti con una segnatura dall'altra. La differenza materiale fra i due canali è tutta lì. Ma con un avvertimento che vale la pena tenersi stretto, perché la tentazione contraria è forte, il peso di un file non misura né il valore né la verità di quello che contiene. La trascrizione fedele di un documento perduto pesa pochissimo. E poi c'è un terzo canale, il più curioso, perché la carta non la usa affatto, sono i nomi dei luoghi. Al Castello Visconteo di Locarno c'è una cella che i locarnesi chiamano ancora oggi prigione delle streghe. Si compra un biglietto e ci si entra, un nome sopravvissuto ai fascicoli che quel nome lo giustificavano. E una volta, una volta sola, in tutta questa storia, le due strade si toccano. Nell'ottobre del millaseicentoquarantatré, il nove, Lazzaro Carafino, vescovo di Como, viaggia da Bellinzona verso Bironico. Oltre il Monte Ceneri si ferma, e mette per iscritto, in latino, in un resoconto ufficiale, dove la gente del posto crede che le streghe si radunino, una radura erbosa con un castagno. Non sta verbalizzando un reato. Sta registrando la geografia di una credenza come se fosse un dato del territorio, e così la mappa mentale della gente entra in un archivio e ci arriva. È una strada che si attraversa ancora oggi in automobile. Un caso analogo, con un finale che nessuno cercava, sta poco oltre il confine. In Val Strona, a Sambughetto, c'è una grotta scavata nel marmo bianco che la leggenda chiamava delle streghe, lì, si diceva, le vecchie streghe portavano i bambini rapiti. Nell'Ottocento, le esplorazioni cominciano secondo le fonti verso il milleottocentoventi, o il milleottocentosessantanove, qualcuno comincia a entrare, e poi le campagne si susseguono, nel millenovecentotré, nel millenovecentotredici, nel millenovecentoquarantanove. E dentro si trovano ossa. Ossa di animali che a memoria d'uomo lì non erano mai stati, orso delle caverne, lupi, cervi, leoni, leopardi, sciacalli, più di diciassette specie di vertebrati, finite al Museo di Storia Naturale di Milano. La grotta smette di essere un luogo di leggenda e diventa un giacimento paleontologico. La stessa cavità cambia disciplina, e restituisce una verità che non aveva niente a che vedere con la domanda per cui la gente ci era entrata. Adesso Brissago, un'ultima volta. Guardiamo che cosa di quel paese è stato contato e che cosa no. La lavorazione del tabacco comincia lì nel milleottocentocinquantaquattro, con una filanda convertita a manifattura due anni dopo e un nuovo stabilimento nel milleottocentoottantotto, a inizio Novecento impiega più di seicento persone, quasi tutte donne, in un paese di poco più di milleseicento abitanti. Un cronista descrive le mani delle operaie, un'ottantina, quasi tutte giovani, che arrotolano sigari. Quella vita femminile la conosciamo per una ragione sola, qualcuno l'ha contata. E ora la serie degli abitanti di Brissago. Milleseicentosettantacinque nel millenicinquecentosettantotto. Poi milletrecentotrenta nel milleottocentouno. Milleduecentosessantasei nel milleottocentocinquanta, millecentotrentasei nel milleottocentosessanta, milleseicentotrentanove nel millenovecento, e da lì in avanti anno per anno. Fra il millenicinquecentosettantotto e il milleottocentouno ci sono duecentoventitré anni senza un numero, cioè esattamente la finestra in cui altrove si processava. Del secolo in cui a Faido si aprivano fascicoli di accuse, di Brissago abbiamo una cifra sola e poi il vuoto. Non perché in quei due secoli non ci fosse nessuno, perché nessuno ha contato, o il conteggio non è arrivato fin qui. È la stessa catena di filtri che abbiamo già visto, applicata a una cosa banale come il numero degli abitanti. E per chiudere il cerchio, sul duemilaventi, il Dizionario storico della Svizzera dice milleseicentotrentotto, Wikipedia in inglese milleseicentoottantacinque. Le fonti divergono anche sul presente, anche su un paese a cui si può telefonare. Resta da dire dove la questione è davvero aperta. Perché non è aperta in astratto, ha indirizzi. Il primo è l'Archivio Storico Diocesano di Milano, nel fondo delle visite pastorali, pieve di Cannobio. È il ramo ecclesiastico della biforcazione di Brissago, quello davanti al quale, nel millenicinquecentosettantaquattro, Carlo Borromeo si era fermato a poche ore di cammino, e che nel millacinquecentoottantatré, altrove, aveva prodotto undici roghi. Il secondo è l'archivio parrocchiale di Brissago. Il terzo è una pista più stretta e più affascinante, nel milleottocentocinquantaquattro un erudito locarnese, Gian Gaspare Nessi, pubblicò le sue Memorie storiche di Locarno fino al millaseicentosessanta, e vi mise nomi propri di donne realmente condannate a Locarno. Fra questi, una certa Giovannina Zucchetta. Nessi lavorava senza inventari, in archivi disordinati, quasi due secoli fa. Da dove abbia letto quei nomi oggi non risulta da nulla che si sappia localizzare, e l'ipotesi che ne segue è che la sua pagina sia l'ultima traccia superstite di un fondo andato poi disperso. Se qualcuno volesse rimettersi sulle sue orme, comincerebbe da lì, non dai roghi, dalle note di un uomo che li aveva letti. La mappa che abbiamo davanti, quando guardiamo le zone chiare e le zone scure della caccia alle streghe in Ticino, non è la mappa dei roghi. È la mappa degli storici, appoggiata sopra quella dei fatti come un lucido messo male. Nelle zone scure non è detto che non sia passato un boia, è certo che non è passato uno storico. E la distanza fra le due mappe non è un'opinione. È una quantità, e si misura in anni di lettura, circa sette giornate di lavoro per ogni processo che vogliamo poter nominare.

Alberi che seccano e pani come sterco di vacca

A Faido, in Leventina, fra il 1431 e il 1459 si celebrano circa quaranta processi per stregoneria. Ventotto anni, poco più di un processo all'anno, in una valle di poche migliaia di abitanti. Sono fra i più antichi di tutto l'arco alpino meridionale, e sappiamo di che cosa si accusavano le persone perché i verbali lo scrivono: un albero che secca in un campo, un pane che viene su come sterco di vacca. Quando lo storico Niklaus Schatzmann ha pubblicato la sua dissertazione su quei processi, nel 2003, per il titolo non ha scelto una formula accademica: ha preso le parole delle accuse, Verdorrende Bäume und Brote wie Kuhfladen.

Nel 1457, a metà di quella sequenza, la giurisdizione in Leventina passa da ecclesiastica a laica. È un dettaglio di cui si sottovaluta la portata, perché chi ti giudica è anche chi scrive il tuo fascicolo e lo mette nel proprio armadio. Cambiare tribunale significa, cinque secoli dopo, cambiare archivio, cambiare città e a volte cambiare Stato. Le carte non stanno dove sono successi i fatti: stanno dove stava l'ufficio.

Ora prendiamo Brissago. È un paese documentato come Brixago dal 1289, e dallo stesso anno ha statuti propri. Dal 1342 al 1798 ha i suoi podestà, gli Orelli, con una giurisdizione separata dentro il di Locarno. Nel 1521 giura ai dodici cantoni. È un luogo con tribunali, funzionari, atti e registri per tutta l'epoca che ci interessa, e nel 1578 ha 1.675 abitanti: non un alpeggio, un paese.

Di processi per stregoneria a Brissago non risulta niente. E non risulta niente neanche per l'intero baliaggio di Locarno: mentre Blenio, le Tre Valli, la Leventina e il Mendrisiotto hanno ciascuno il proprio studio pubblicato, per Locarno non ce n'è.

La domanda di questo numero è una sola, ed è più interessante della stregoneria: che cosa vuol dire, esattamente, quel niente?

Lo zero in fondo alla catena

Fra un fatto avvenuto nel 1450 e una riga in un libro di oggi c'è una catena di passaggi, e ognuno di essi lascia cadere qualcosa.

Primo: il fatto deve arrivare in tribunale. Non tutti i sospetti di un vicinato diventano una denuncia al podestà. Secondo: il tribunale deve scrivere. A Faido ha scritto. Terzo: la carta deve sopravvivere agli incendi, ai traslochi, all'umidità, ai topi e alla noia di chi doveva riordinare. Quarto: il fondo sopravvissuto deve essere inventariato, cioè qualcuno deve aprire i pezzi uno per uno e dire che cosa sono. Quinto: qualcuno deve leggerlo davvero. Sesto: chi lo ha letto deve pubblicare. Settimo: la pubblicazione deve entrare in una sintesi che gli altri possano citare.

Sono sette filtri in fila, e il numero che leggiamo in fondo è il prodotto di sette frazioni. Basta che una sola di esse valga zero perché il risultato sia zero, e da fuori il risultato è identico in tutti i casi: uno zero dovuto a un incendio del Seicento e uno zero dovuto a un inventario mai fatto si scrivono nello stesso modo.

Nel caso di Locarno sappiamo quale filtro è chiuso, e lo dice l'archivio stesso. L'archivio della Corporazione Borghese di Locarno conserva 280 pergamene e 3.612 documenti cartacei dal XIV al XVIII secolo, e si descrive così: «uno dei più importanti fondi ticinesi per il medioevo e i baliaggi, ma ancora largamente disorganizzato e privo di inventario dettagliato, difficile da consultare». Il quarto anello della catena, per quel fondo, è aperto. Il che significa che lo zero che si legge in fondo era già spiegato prima ancora di arrivare al primo anello.

Qui c'è il punto che vale la pena portarsi via, e non riguarda le streghe. Un'assenza informa solo nella misura in cui, se la cosa ci fosse stata, l'avremmo vista. Se cercate il passaporto in un cassetto che avete svuotato sul tavolo e non c'è, avete imparato quasi tutto: la probabilità di vederlo, se c'era, era altissima, e non vederlo è quindi una notizia forte. Se lo cercate in un garage in cui non siete mai entrati e non lo trovate, non avete imparato niente sul passaporto — avete imparato che non siete entrati nel garage. Le due situazioni producono la stessa frase, «non l'ho trovato», e hanno valore informativo opposto. Tutta la differenza sta in una quantità che di solito nessuno calcola: quanto era probabile vederlo.

L'esempio più netto sta dentro la valle meglio studiata di tutte. In Leventina i processi documentati sono due gruppi: quelli di Faido, 1431-1459, e una seconda ondata fra il 1610 e il 1687, ricostruita in una tesi milanese di trent'anni fa. In mezzo ci sono oltre centocinquant'anni di silenzio. Quel silenzio può voler dire che non si processava più; può voler dire che si processava e le carte sono andate perse; può voler dire che ci sono e nessuno le ha ancora aperte. Il buco, da solo, non lo dice.

A Paris street - set design for Act II of La bohème for the world premiere performance, Teatro Regio di Torino, 1 February 1896.
A Paris street - set design for Act II of La bohème for the world premiere performance, Teatro Regio di Torino, 1 February 1896. — foto: Adolfo Hohenstein / Adam Cuerden · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Due ondate leventinesi, un vuoto di oltre 150 anni in mezzo, e le ricerche che le hanno ricostruite

gamma97
dati: Schatzmann, Chronos 2003; tesi di Matteo Scanni, Università di Milano 1995-96 · elaborazione: gamma97

Sette giornate di lavoro per un processo

Il filtro della lettura ha un prezzo, e per una volta lo si può misurare.

A Friburgo due ricercatori, Lionel Dorthe e Rita Binz-Wohlhauser, hanno passato sei anni sugli archivi cantonali. Il risultato: 360 processi documentati nella sola città fra il 1493 e il 1741, e ottanta esecuzioni. La loro stima per l'intero cantone, su duecentocinquant'anni, è di circa mille processi.

Fate il conto. Due persone per sei anni sono dodici anni-persona, cioè qualcosa come 2.600 giornate lavorative. Divise per 360 processi documentati fanno poco più di sette giornate di lavoro ciascuno. È un tetto, non un listino — quei sei anni non sono andati soltanto a contare processi — ma dà l'ordine di grandezza giusto: una settimana di lavoro di uno studioso per ogni processo che oggi possiamo nominare. Non un pomeriggio. Non un'interrogazione a un motore di ricerca.

E c'è un secondo numero, ancora più istruttivo: 360 documentati contro circa mille stimati. Attenzione ai due perimetri, che non sono lo stesso — 360 è la città, mille è il cantone — ma anche così l'ordine di grandezza è chiaro. Dopo dodici anni-persona di lavoro, in uno dei cantoni meglio scavati d'Europa, la parte accertata sta a quella ipotizzata come uno a tre. Quello è il valore realistico del filtro «letto». Non un'eccezione sfortunata: un risultato buono.

Contro questo prezzo, guardate che cosa c'è da leggere. L'Archivio di Stato del Cantone Ticino dichiara sulla propria pagina oltre 650 complessi documentari e 23.000 ; Wikipedia ne dà 800 e 28.000. Ventitré chilometri di scaffale, e le due fonti non vanno d'accordo per cinquemila metri — cioè lo scarto fra le stime di quanto un archivio possieda è, da solo, cinque chilometri. Il paragone con la distanza va preso per quello che è: la stragrande maggioranza di quei metri è amministrazione moderna, non materiale processuale del Quattrocento, e quindi la cifra gonfia il compito. Ma non lo gonfia di molto, e non ne cambia la natura.

Da qui viene il fenomeno che spiega la mappa degli studi. Si cerca dove si vede: gli storici vanno negli archivi che hanno un inventario, non perché lì ci sia più storia, ma perché altrove non si riesce a lavorare. È il vecchio scherzo delle chiavi cercate sotto il lampione, con una differenza che va detta subito, perché è la crepa dell'immagine: nella barzelletta si sa che le chiavi sono cadute altrove, qui non lo sappiamo. Non esiste alcuna prova che l'archivio locarnese contenga processi per stregoneria. Potrebbe essere buio e vuoto insieme.

C'è poi un ottavo filtro, che nella catena non avevo contato: la ricerca fatta e mai stampata. Su Blenio e dintorni esistono almeno tre tesi universitarie mai pubblicate — Devincenti a Friburgo nel 1991-92, sulla lingua dei verbali; Pinchetti a Zurigo nel 2002-03; Tami a Losanna nel 2004-05 — più quella di Scanni sulla Leventina. Sono lavori esistenti e invisibili: qualcuno ha letto, e il risultato non è arrivato da nessuna parte.

E infine, il caso più beffardo di tutti. Simona Canevascini ha spogliato oltre quattromila processi del baliaggio di Locarno, area di Locarno, Onsernone, Verzasca e Gambarogno. Quattromila: sembrerebbe la risposta. Solo che sono di fine Settecento, quando la caccia alle streghe era finita da un pezzo. Non è l'archivio sbagliato: è l'archivio giusto, aperto dalla porta sbagliata rispetto alla nostra domanda. Il che, incidentalmente, insegna una cosa vera e trascurata: le carte giudiziarie di quel baliaggio, per il periodo in cui qualcuno le ha guardate, esistono in quantità e si lasciano spogliare. Il filtro della sopravvivenza, lì, non è chiuso.

Il conto ingenuo, e perché non regge

Proviamo allora a fare la cosa che verrebbe naturale: stimare.

Abbiamo tre luoghi in cui il conteggio è stato fatto sul serio. Faido: circa quaranta processi in ventotto anni, cioè 1,4 all'anno. La città di Friburgo: 360 processi in duecentoquarantotto anni, cioè 1,45 all'anno. L'antica diocesi di Como: 807 processati distribuiti su quattro secoli, cioè circa due all'anno. Tre corpora indipendenti, tre perimetri di taglia diversissima — una valle, una città, una diocesi — e tre tassi che stanno tutti fra uno e due processi l'anno. Non è una legge, ed è in parte una coincidenza di scale; ma è quello che si osserva ogni volta che qualcuno conta.

Il baliaggio di Locarno aveva un tribunale, e sappiamo com'era fatto: il decideva con sette voti al balivo mandato dai cantoni sovrani e sette ai congiudici del posto, un equilibrio in cui nessuno dei due lati poteva vincere da solo. Aveva la corte, aveva i secoli. Applicategli uno o due processi l'anno per i circa duecentosessant'anni in cui in Ticino i processi sono documentati, e vi vengono fuori diverse centinaia. Che è, per inciso, esattamente quello che la sintesi degli storici ticinesi dice del cantone nel suo complesso: «centinaia di processi».

E adesso la parte importante: quel conto non va creduto. Non perché sia fatto male, ma per una ragione che è la scoperta più bella di tutta questa vicenda.

Schatzmann ha notato una cosa che non tornava. I processi di Faido assomigliano più a quelli della Svizzera francese che a quelli lombardi che stanno appena oltre la montagna, benché la Leventina sia geograficamente e linguisticamente italiana. La sua ipotesi, sulla scia di Danilo Baratti, è che la caccia alle streghe non si diffonda per contiguità geografica ma lungo le vie delle istituzioni: il modello arriva insieme ai giudici, alle procedure, ai testi che dicono come si conduce un interrogatorio. A Faido il modello è arrivato dal Vallese, non da Milano.

Se è così, sapere che cosa è successo in una valle vicina vi dice molto meno di quanto pensiate. Non conta chi vi sta accanto sulla carta: conta a quale rete giudiziaria eravate attaccati.

Brissago era attaccato a due contemporaneamente. Per il tribunale stava nel mondo svizzero: baliaggio di Locarno, dodici cantoni, podestà Orelli. Per la chiesa stava nel mondo milanese: parrocchia dal 1335, dipendenza dalla di Cannobio, rito ambrosiano, arcidiocesi di Milano fino al 1884. Sono due catene di custodia che partono dallo stesso paese e finiscono in due Stati diversi — e va detto subito che «catena di custodia» è un'immagine generosa: nessuno ha registrato i passaggi, non esiste un elenco di che cosa sia andato di qua e di là. È una biforcazione, non un tracciamento. Ma indica due indirizzi precisi, e sono indirizzi diversi.

Quanto fossero minuti quei confini si può ancora vedere con gli occhi. Nel lago, a poche centinaia di metri l'una dall'altra, ci sono due isole: Sant'Apollinare di rito ambrosiano, San Pancrazio di rito romano. Un confine che passa in mezzo all'acqua. Il rito non coincide con la competenza penale, quindi quella riga non dice in quale archivio sarebbe finito un processo; dice però, in modo che non si dimentica, di che spessore erano le righe.

Sul versante ecclesiastico, poi, la macchina che produceva processi ha un nome ed è documentata. Il 27 novembre 1582 papa Gregorio XIII firma a Roma un che autorizza la visita di Carlo Borromeo. Una visita pastorale nasce come ispezione amministrativa alle parrocchie: quell'atto la trasforma in una procedura penale itinerante. Nel 1583, in Val Mesolcina, la visita si chiude con circa centocinquanta processati, oltre centocinquanta abiure pubbliche e almeno undici donne al rogo, di cui alcune in una sola giornata, il 4 dicembre. Un papa firma a novembre, e tredici mesi dopo in una valle alpina si accendono i roghi.

Nove anni prima, nel 1574, lo stesso Carlo Borromeo era salito a piedi alla pieve di Cannobio — cioè fino alla soglia da cui Brissago dipendeva. Quel percorso oggi è un cammino turistico, la «Via Borromea». È un santo, e questo è nel suo curriculum.

Un'ultima avvertenza sul valore delle carte che restano, perché è un filtro di cui non si parla mai: il documento sopravvissuto non è un verbale neutro del mondo. Federico Borromeo, cugino e successore di Carlo, visita le Tre Valli ambrosiane nel 1608 e nel 1613. Quarant'anni dopo il canonico Francesco Rivola, nella biografia del 1656, trasforma quelle visite in un racconto di trionfo sul diavolo e sulle streghe. Stessa vicenda, altro genere letterario, altro scopo. Chi legge un archivio deve chiedersi sempre non solo se un foglio è autentico, ma per che cosa era stato scritto.

Former convent dei Frari from Campo dei Frari, today access to the State Archives in Venice.
Former convent dei Frari from Campo dei Frari, today access to the State Archives in Venice. — foto: Didier Descouens · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

«Jo non posso dire quello che non ho fatto»

Fino a qui abbiamo contato. Adesso c'è una persona.

Barbara Fontana viene arrestata nel Mendrisiotto nel dicembre 1615; il processo si apre il 28 dicembre; la tortura è all'inizio del 1616. Le accuse sono quelle di tutti i giorni, le stesse che tornano nei verbali di due secoli e di mezza Europa: un bue di un allevatore luganese che si imbizzarrisce — «cerbigato», dice la carta — e la donna del vicinato indicata come causa; aborti attribuiti a tocchi sospetti; bestiame che si ammala dopo una lite di vicinato; giovani diventati ciechi. Nessun complotto cosmico: un litigio per un confine, e poi una disgrazia che arriva.

Sotto l', succede una cosa che chi torturava non si aspettava. Barbara Fontana ammette le visioni diaboliche e nega i malefici concreti. Chi tortura conta sul fatto che tutto crolli insieme; qui crolla soltanto una metà. E lei spiega perché, in una frase che è arrivata fino a noi:

«Nella fantasia loro haveranno detto la verità, ma jo non posso dire quello che non ho fatto.»

Vale la pena fermarsi un momento su che cosa ha appena fatto quella donna. Non ha detto che i suoi accusatori mentono. Ha detto che nella loro testa hanno detto il vero — cioè ha concesso loro la buona fede — e che il fatto, comunque, non c'è stato. Ha separato due cose che quasi nessuno separa: quello che le persone riferiscono sinceramente e quello che è successo. È la stessa distinzione su cui gira questo intero numero, formulata da un'imputata sotto tortura, in un secolo in cui la parola per dirla non esisteva ancora.

Il fascicolo è di 58 pagine manoscritte, fondo Torriani numero 15, all'Archivio di Stato di Bellinzona. Si interrompe. Non c'è sentenza in fondo, e nessuno sa se sia stata liberata, esiliata o uccisa.

Finisce come una telefonata che cade a metà — con la differenza, che va detta prima di affezionarsi all'immagine, che una telefonata caduta si può richiamare, e comunque si sa che dall'altra parte qualcuno c'è ancora. Qui il silenzio è definitivo. E può anche significare una cosa più banale e altrettanto irrecuperabile: che il processo si sia semplicemente sgonfiato senza che nessuno scrivesse la fine.

Non è un caso isolato, ed è qui che il conteggio torna a mordere. Nell'antica diocesi di Como, fra XV e XVIII secolo, i processati accertati sono 807: 422 giustiziati, 46 banditi, 56 condannati a pene pubbliche, 57 liberati, 226 di esito ignoto. Le cinque voci sommano esattamente a 807, il che vuol dire che è una contabilità chiusa, fatta bene, di quelle di cui ci si può fidare. E dentro una contabilità fatta bene, più di una persona su quattro non ha una fine.

Gli esiti degli 807 processati della diocesi di Como — e il quarto abbondante che non ne ha uno

gamma97
dati: Giorgetta-Portone, «Montagne stregate», 2024 · elaborazione: gamma97

Diecimila, tremilacinquecento, tremila, duemila

Quando si cerca quante furono le vittime svizzere della caccia alle streghe si incontrano quattro cifre, e sembrano contraddirsi.

Il Dizionario storico della Svizzera parla di diecimila processi. Swissinfo scrive che «l'area francofona della Svizzera giustiziò circa 3.500 persone, più di qualunque altro luogo d'Europa in rapporto alla popolazione». Un quotidiano gratuito dà tremila incolpati. Il progetto Wikiwitches, su Wikidata, arriva a circa duemila nomi accertati.

Non si contraddicono affatto: contano oggetti diversi su territori diversi. Processi aperti non è esecuzioni. Esecuzioni non è incolpati. Incolpati non è nomi che qualcuno ha letto e trascritto. È come due squadre che contano gli spettatori della stessa partita: una conta i biglietti staccati, un'altra le persone rimaste al fischio finale, una terza solo quelli della curva sud. Nessuna sbaglia. Il limite dell'immagine è che gli spettatori li puoi ricontare quando vuoi, mentre questi conteggi sono definitivi al ribasso: agli oggetti mancanti nessuno potrà mai risalire. E le squadre non hanno lo stesso interesse a contare.

Il punto che si perde quasi sempre è il perimetro. Le 3.500 esecuzioni non sono svizzere: sono della sola Svizzera romanda, un quarto scarso del paese. La cifra viaggia da un articolo all'altro e lungo la strada perde il proprio confine, finché non la si legge riferita a tutta la Confederazione. Un numero senza il suo perimetro non è un numero, è una decorazione.

Sull'ultima cifra c'è da aggiungere una cosa che vale come esercizio mentale. I duemila nomi di Wikiwitches sono in continua crescita, per contributo volontario: chiunque può aggiungere una persona a una voce e vederla comparire sulla mappa. Quando quel numero sale, non sono morte più persone. È che qualcuno ha letto un altro registro. È lo stesso meccanismo per cui il catalogo dei pianeti extrasolari si allunga ogni anno: i pianeti non nascono, si punta uno strumento. Con una differenza crudele, ed è la ragione per cui la caccia alle streghe non si conterà mai davvero: le stelle restano tutte lì e prima o poi si guardano, mentre molte carte sono bruciate, disperse o mai scritte. Il fondo non è finito e stabile.

Anche le proporzioni si comportano così. La quota di donne fra gli accusati è data al 70-80% da swissinfo e al 65-95% dal Dizionario storico: la seconda forbice è quasi cinque volte più larga della prima, il che vuol dire che la quota di uomini sta fra il 5 e il 35 per cento — un intervallo dentro cui ci starebbe comodamente una spiegazione diversa del fenomeno. E gli uomini hanno un volto: nel processo di Castello del 1545, condotto nel Mendrisiotto dal podestà lucernese Nicola von Vil, gli imputati sono sei — Mayneta de Guglielmetti, Pasquina, Paolina di Salorino, Pina di Obino, Angelina di Obino, e Tognino di Corteglia, indicato come stregone. Tre donne finiscono decapitate, due muoiono in carcere. Salorino, Obino e Corteglia esistono ancora.

La linea si ferma nel 1782, a Glarona, con Anna Göldi, ultima persona messa a morte per stregoneria nell'Europa occidentale.

E quando oggi si prova a mettere insieme un elenco nazionale di vittime da riconoscere — c'è una proposta di monumento — l'associazione che tiene il censimento arriva al nostro cantone e scrive una riga sola: «Per il Ticino non abbiamo dati». Non è la storia che manca. È lo spoglio.

Archivio di Stato (Florence)
Archivio di Stato (Florence) — foto: Francesco Bini · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Quattro cifre che non si contraddicono, perché contano cose diverse su territori diversi

gamma97
dati: DSS; SWI swissinfo.ch; Wikiwitches/Wikidata · elaborazione: gamma97

Quello che resta quando non restano le carte

Un fatto può arrivare fino a noi per due canali completamente diversi, e i due canali non si assomigliano in niente.

Il primo è l'atto di tribunale: ha nomi, date, una segnatura d'archivio, e si può controllare. Il secondo è il racconto della nonna: ha il diavolo, non ha date, e sopravvive solo finché qualcuno lo ripete.

A Brissago è sopravvissuto il secondo. Un uomo, A. Branca, ha scritto a mano oltre trenta racconti locali; un altro, G. Feruzzi, li ha riscritti e messi in PDF sul sito del paese. Fra questi ci sono due leggende di streghe: «Le streghe del Perchedugine», 53,0 chilobyte, e «Le streghe d'Incella», 80,6 chilobyte. Senza quei due uomini non esisterebbero più. Sono l'archivio che Brissago ha. Ottanta chilobyte da una parte, cinquantotto fogli manoscritti con una segnatura dall'altra: la differenza materiale fra i due canali è tutta lì. Con un avvertimento che vale la pena tenere, perché la tentazione opposta è forte: il peso di un file non misura né il valore né la verità di quello che contiene. Una trascrizione fedele di un documento perduto pesa pochissimo.

C'è poi un terzo canale, che è il più curioso, perché non usa la carta: i nomi dei luoghi. Al Castello Visconteo di Locarno c'è una cella che i locarnesi chiamano ancora oggi «prigione delle streghe». Si compra un biglietto e ci si entra: un nome sopravvissuto ai fascicoli che quel nome lo giustificavano.

E una volta, una volta sola in questa storia, i due canali si toccano. Il 9 ottobre 1643 Lazzaro Carafino, vescovo di Como, viaggia da Bellinzona a Bironico. Oltre il Monte Ceneri si ferma e mette per iscritto, in latino, in un resoconto ufficiale, dove la gente del posto crede che le streghe si radunino: una radura erbosa con un castagno. Non sta verbalizzando un reato. Sta registrando la geografia di una credenza come se fosse un dato territoriale — e così la mappa mentale del popolo entra in un archivio e ci arriva. È una strada che si attraversa ancora oggi in automobile.

Un caso analogo, e con un finale che nessuno cercava, sta poco oltre il confine. In Val Strona, a Sambughetto, c'è una grotta scavata nel marmo bianco che la leggenda chiamava delle streghe: lì, si diceva, vecchie streghe portavano i bambini rapiti. Nel corso dell'Ottocento — una fonte speleologica data l'inizio delle esplorazioni al 1820, un portale turistico al 1869, e poi seguono campagne nel 1903, nel 1913, nel 1949 — dentro si trovano ossa. Ossa di animali che a memoria d'uomo lì non c'erano mai stati: orso delle caverne, lupi, cervi, leoni, leopardi, sciacalli, oltre diciassette specie di vertebrati, materiale finito al Museo di Storia Naturale di Milano. La grotta smette di essere un luogo di leggenda e diventa un giacimento paleontologico. La stessa cavità cambia disciplina — e restituisce una verità che non aveva niente a che vedere con la domanda per cui la gente ci era entrata.

Torniamo a Brissago un'ultima volta, e guardiamo che cosa di quel paese è stato contato e che cosa no. La lavorazione del tabacco comincia lì nel 1854 con una filanda convertita a manifattura due anni dopo, con un nuovo stabilimento nel 1888; a inizio Novecento impiega oltre 600 persone, in prevalenza donne, in un paese di poco più di 1.600 abitanti. Un cronista descrive «le mani delle operaie, un'ottantina, quasi tutte di giovane età», che arrotolano sigari. Quella vita femminile la conosciamo per una ragione sola: qualcuno l'ha contata.

E adesso guardate la serie degli abitanti di Brissago: 1.675 nel 1578, poi 1.330 nel 1801, 1.266 nel 1850, 1.136 nel 1860, 1.639 nel 1900, e da lì in avanti anno per anno. Fra il 1578 e il 1801 ci sono duecentoventitré anni senza un numero — cioè esattamente la finestra in cui altrove si processava. Del secolo in cui a Faido bruciavano fascicoli di accuse, di Brissago abbiamo una sola cifra e poi il vuoto. Non perché in quei due secoli non ci fosse nessuno: perché nessuno ha contato, o perché il conteggio non è arrivato fin qui. È la stessa catena di filtri, applicata a una cosa banale come il numero degli abitanti. E per chiudere il cerchio: sul 2020 il Dizionario storico dice 1.638 e Wikipedia in inglese dice 1.685. Le fonti divergono anche sul presente, anche su un paese che si può telefonare.

Resta da dire dove la questione è davvero aperta, perché non è aperta in astratto: ha indirizzi.

Il primo è l'Archivio Storico Diocesano di Milano, fondo delle visite pastorali, pieve di Cannobio. È il ramo ecclesiastico della biforcazione di Brissago, quello che nel 1574 aveva Carlo Borromeo a poche ore di cammino e che nel 1583, altrove, produsse undici roghi. Il secondo è l'archivio parrocchiale di Brissago. Il terzo è una pista più stretta e più affascinante: nel 1854 l'erudito locarnese Gian Gaspare Nessi pubblicò le sue «Memorie storiche di Locarno fino al 1660», e vi mise nomi propri di donne realmente condannate a Locarno — fra questi, Giovannina Zucchetta. Nessi lavorava senza inventari, in archivi disordinati, quasi due secoli fa. Da dove abbia letto quei nomi non risulta da nulla che oggi si sappia localizzare, e l'ipotesi che ne segue è che la sua pagina sia l'ultima traccia superstite di un fondo poi disperso. Se qualcuno volesse rimettersi sulle sue orme, comincerebbe da lì: non dai roghi, dalle note di un uomo che li aveva letti.

La mappa che abbiamo davanti, quando guardiamo le zone chiare e le zone scure della caccia alle streghe in Ticino, non è la mappa dei roghi. È la mappa degli storici, appoggiata sopra quella dei fatti come un lucido messo male. Nelle zone scure non è detto che non sia passato un boia: è certo che non è passato uno storico. E la distanza fra le due mappe non è un'opinione. È una quantità, e si misura in anni di lettura: circa sette giornate di lavoro per ogni processo che vogliamo poter nominare.

Carlo Salvioni (1858-1920), fotografia dell'esame di maturità dell'Archivio di Stato di Bellinzona
Carlo Salvioni (1858-1920), fotografia dell'esame di maturità dell'Archivio di Stato di Bellinzona — foto: Archivio di Stato di Bellinzona, Diversi, 929 · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Riferimenti

  1. Raccolta «Diversi» — racconti di Brissago dai manoscritti di A. Branca, riscritti da G. Feruzzi — https://www.brissagolamiagente.ch/diversi/
  2. Niklaus Schatzmann, «Verdorrende Bäume und Brote wie Kuhfladen» — Chronos, Zurigo 2003 —
  3. Dizionario storico della Svizzera, voci «Stregoneria», «Brissago», «Locarno» — https://hls-dhs-dss.ch
  4. RSI Cultura, «Barbara Fontana, la strega del Mendrisiotto» (fondo Torriani, fasc. 15, Archivio di Stato di Bellinzona) — https://www.rsi.ch
  5. RSI, «Le streghe al Castello Visconteo di Locarno» — https://www.rsi.ch
  6. Giorgetta e Portone, «Montagne stregate», 2024 (gli 807 processati della diocesi di Como) —
  7. SWI swissinfo.ch, «No one tortured witches like the Swiss» (studio di Lionel Dorthe e Rita Binz-Wohlhauser su Friburgo) — https://www.swissinfo.ch
  8. Archivio di Stato del Cantone Ticino, presentazione dei fondi — https://www4.ti.ch/decs/dcsu/asti
  9. Corporazione Borghese di Locarno, descrizione del proprio archivio — https://www.corporazioneborghesedilocarno.ch
  10. ATIS – Associazione ticinese di storia, bibliografia sui processi ticinesi e spettacolo «Osti, banditi e preti celano ambigui segreti» (2013, spoglio di Simona Canevascini) — https://www.atistoria.ch
  11. Serena Barberis, sui processi del baliaggio di Blenio, in «Archivio storico ticinese» 146 (2009), pp. 207-248 —
  12. Laorca, documenti sui processi delle Tre Valli, 1992 —
  13. Ereticopedia, «Processi alle streghe della Val Mesolcina» e «Processo di Castello (1545)» — https://www.ereticopedia.org
  14. «Quaderni grigionitaliani» 91 (2023/2), pp. 73-92, sulle visite di Federico Borromeo e sulla «Vita del cardinale Federico Borromeo» di Francesco Rivola (1656) —
  15. Gian Gaspare Nessi, «Memorie storiche di Locarno fino al 1660», 1854 —
  16. Wikimedia Diff, sul progetto Wikiwitches di Les Sans PagEs e Wikimedia CH, novembre 2023 — https://diff.wikimedia.org
  17. Watson, intervista alla storica Joy Rivault sulle cifre del canton Vaud — https://www.watson.ch
  18. tio.ch, sulla proposta di un monumento nazionale alle vittime della caccia alle streghe — https://www.tio.ch
  19. Sinequanon, «Quando il fumo ha una storia» (la manifattura tabacchi di Brissago) — https://www.sinequanon.org
  20. Scintilena e illagomaggiore.it, sulla Grotta delle Streghe di Sambughetto in Val Strona —