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5 settembre 2026

L'Ufficio brevetti di Berna assunse Albert Einstein nel 1902 per 3.500 franchi l'anno, in via provvisoria

Il posto glielo trovò il padre di un compagno di corso, e fu da quella scrivania che uscì la fisica del Novecento.

Il 19 giugno 1902 il Consiglio federale svizzero nominò un ventitreenne senza dottorato «esperto tecnico di III classe» all'Ufficio brevetti di Berna: 3.500 franchi l'anno, e la nomina era provvisoria. Non c'era arrivato per merito accademico — aveva fallito l'esame d'ammissione al Politecnico nel 1895, si era laureato con voti peggiori dei suoi compagni, e a due anni dal diploma era ancora disoccupato. Ci arrivò perché un compagno di corso, Marcel Grossmann, il 13 aprile 1901 scrisse una lettera per dirgli che suo padre Jules aveva parlato con Friedrich Haller, il direttore dell'ufficio, che era un suo amico personale. Da quella scrivania, in centosessantacinque giorni del 1905, uscirono quattro articoli che rifecero la fisica. Il dottorato arrivò otto settimane dopo l'ultimo di quegli articoli. Il Nobel arrivò diciassette anni dopo, mentre lui era in mezzo all'oceano — e premiava l'unica delle quattro idee che i fisici avevano rifiutato più a lungo.

L'Ufficio brevetti di Berna assunse Albert Einstein nel 1902 per 3.500 franchi l'anno, in via provvisoria

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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La lettera dell'amico

L'Ufficio brevetti di Berna assunse Albert Einstein nel 1902 per 3.500 franchi l'anno, in via provvisoria

Il tredici aprile millenovecentouno un giovane svizzero di nome Marcel Grossmann si sedette alla scrivania per scrivere a un compagno di corso rimasto senza lavoro. I due si erano diplomati insieme al Politecnico di Zurigo. Grossmann aveva chiuso gli studi con voti migliori dei suoi, e davanti a sé una carriera da matematico che avrebbe davvero fatto, ancora oggi il suo nome compare, da solo, negli archivi biografici dei matematici, indipendente da quello dell'amico. L'altro, invece, non aveva niente in mano. Aveva provato a farsi prendere come assistente all'università e non c'era riuscito. Aveva fatto supplenze. Da due anni andava cercando un impiego qualsiasi, e niente. Poi, quel giorno d'aprile, la lettera. Marcel Grossmann scriveva per dirgli una cosa precisa, suo padre, Jules Grossmann, aveva parlato per lui. Vale la pena fermarsi un momento qui, perché è il punto in cui una vita si decide e quasi nessuno lo ricorda. Jules Grossmann era un uomo d'affari bene inserito a Berna, ed era amico personale di Friedrich Haller, il direttore dell'Ufficio federale dei brevetti. Haller aveva un posto vacante. Il figlio gli chiese di occuparsene, e lui andò a parlarne con l'amico. È tutto qui. Un uomo che non entra in nessuna leggenda, che non compare in nessun libro di storia, e che fa una raccomandazione per il compagno di corso di suo figlio. C'è un dettaglio, a proposito di quella lettera. Nella fonte da cui parte questa storia il nome di chi la scrisse è sbagliato, c'è scritto Max Grossman, con una sola enne. Si chiamava Marcel Grossmann, nato nel milleottocentosettantotto, morto nel millenovecentotrentasei. Chi salva la carriera di un uomo diventato celebre in tutto il mondo finisce con il cognome storpiato e il nome di battesimo cambiato. Passano quattordici mesi. Il diciannove giugno millenovecentodue il Consiglio federale svizzero nomina Albert Einstein, sì, l'amico senza lavoro, il diplomato che nessuno voleva, esperto tecnico di terza classe, la qualifica più bassa della carriera tecnica federale, il primo gradino fra i periti dell'ufficio. Stipendio, tremilacinquecento franchi svizzeri l'anno. Primo giorno di lavoro, lunedì ventitré giugno. Ma la nomina era provvisoria. E questo non è un dettaglio da archivio, significa che il posto non era suo, che potevano toglierglielo da un momento all'altro, che il giovane di ventitré anni entrato in quell'ufficio nel giugno del millenovecentodue non aveva nessuna garanzia di essere ancora lì l'anno dopo. Non aveva il dottorato. Non aveva pubblicazioni che contassero qualcosa. Aveva un amico con il padre giusto.

Ventitré anni e niente in mano

Era nato un venerdì, il quattordici marzo del millottocentosettantanove, in una casa di Bahnhofstrasse a Ulm, in Germania. In casa, non in ospedale, la madre, Pauline Einstein, partorì il suo primo figlio in una stanza di quell'indirizzo. Il bambino si chiamava Albert. Il padre, Hermann, aveva dovuto lasciare gli studi di matematica applicata a Stoccarda, e da studioso era finito dietro un banco, lavorava nel negozio di piumini da letto che i cugini tenevano a Ulm. Poi si era rimesso in piedi, con il fratello, fondando una fabbrica di materiale elettrico. Elettricità, l'industria del futuro, nel milleottocentoottanta. Nel dicembre del milleottocentonovantaquattro, un quindicenne uscì dal ginnasio di Monaco, il Luitpold Gymnasium, a metà del sesto anno, senza sostenere gli esami finali. Né promozione anticipata né fuga romantica, un'aula che resta, e un banco che si svuota nel mezzo dell'anno scolastico. La famiglia, intanto, si era spostata in Italia. La ditta aveva perso la gara per l'illuminazione di Monaco nel milleottocentonovantaquattro, e ripartì da Milano e da Pavia. Nel milleottocentonovantanove lo stabilimento dei fratelli Einstein accese l'illuminazione elettrica di una città italiana, alimentata dall'acqua, un impianto idroelettrico che una sera, per la prima volta, fece accendere le lampade. Poi fallì. E la causa tecnica è precisa, e vale più di qualunque morale, mancava il capitale per passare dalla corrente continua alla corrente alternata. La guerra delle correnti, quella che i libri raccontano come un duello fra Edison e Westinghouse, arrivò fino a una piccola ditta di due fratelli, e decise il destino di una famiglia. Chi non aveva i soldi per convertirsi all'alternata, usciva dal mercato. Nel milleottocentonovantacinque il ragazzo tentò l'esame d'ammissione al Politecnico di Zurigo, e lo fallì. Non è un aneddoto ostile messo in giro dai nemici, lo mette per iscritto la scuola stessa, il Politecnico di Zurigo, nel ritratto ufficiale del proprio ex studente. Lo dice la biblioteca, nero su bianco. Andò allora alla scuola cantonale di Aarau, e lì conseguì il diploma finale, la Matura, il tre ottobre del milleottocentonovantasei. Su questa pagella si è costruita la più resistente delle leggende, quella dello scolaro somaro. E la pagella la smonta da sola, sei in algebra, sei in geometria, sei in geometria descrittiva, sei in fisica. Il voto basso è un tre, ed è in francese. Media generale, cinque. Nessuna bocciatura in nessuna materia. L'equivoco nasce da un dettaglio di scala, in Svizzera i voti vanno da uno a sei, e il sei è il massimo, in Germania è il contrario. Chi legge un sei svizzero con l'occhio tedesco vede un'insufficienza gravissima, dove invece c'è il massimo dei voti. Nel frattempo, il ragazzo aveva smesso di essere tedesco. La rinuncia alla cittadinanza del Württemberg si perfezionò il cinque febbraio del milleottocentonovantasei, e la firmò il padre, perché il figlio era minorenne. L'atto che lo rese apolide fu compiuto da un altro, per suo conto. Restò senza nessuna cittadinanza fino al millenovecentouno, quando diventò svizzero. Ed ecco chi è, adesso, quest'uomo, nel giugno del millenovecentodue si siede a una scrivania di Berna. Apolide fino a un anno prima. Respingato una volta dalla scuola dove poi si è diplomato. Senza dottorato. Assunto in via provvisoria, al gradino più basso, per raccomandazione.

Centosessantacinque giorni

Bisogna dirlo subito, perché nessuno ci crederebbe se arrivasse alla fine, il millenovecentocinque di Albert Einstein, il dipendente provvisorio dell'Ufficio brevetti di Berna, quello assunto da poco e ancora con l'incertico del posto, è un anno che non ha modo di essere raccontato senza sembrare esagerato. E invece le date sono queste, una per una, e sono tutte vere. Il diciotto marzo millenovecentocinque, la rivista scientifica Annalen der Physik, la più importante della Germania, riceve il primo manoscritto. Il ventisette settembre dello stesso anno ne riceve il quarto. Dal giorno della prima all'ultimo passano centosessantacinque giorni. Sei mesi scarsi. Quattro articoli. Il primo esce il nove giugno, volume diciassette, pagina centotrentadue. Tutti lo chiamano l'articolo sull'effetto fotoelettrico, ma quel nome è troppo piccolo, l'effetto fotoelettrico è soltanto uno dei tre fenomeni che quel testo spiega, insieme all'effetto Stokes e all'assorbimento della luce da parte delle molecole. Un articolo, tre cose. E c'è un dettaglio che dice quanto quel testo corra davanti al suo tempo, la parola che oggi usiamo per la cosa descritta lì dentro non esiste ancora. Fotone la inventa un chimico americano, Gilbert Lewis, solo nel millenovecentoventisei. Ventun anni dopo. Il terzo lavoro arriva alla rivista il trenta giugno e viene stampato il ventisei settembre. Il titolo è in tedesco, Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento, è la relatività ristretta. E qui la storia fa un giro su se stessa che quasi spaventa. Suo padre, Hermann Einstein, aveva visto fallire la sua ditta di materiale elettrico perché non aveva saputo passare alla corrente alternata. Dieci anni dopo, il figlio riscrive da capo la teoria del campo che governa proprio quelle correnti. La relatività ristretta è, in un certo senso, il figlio che rimette in ordine l'elettromagnetismo che aveva rovinato il padre. Il quarto articolo arriva il ventisette settembre e viene stampato il ventun novembre. È il lavoro sull'equivalenza fra massa ed energia. E anche qui, un paradosso, la formula che tutti sanno scrivere, quella con l'energia uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato, lì non c'è. Non compare, scritta in quella forma, nel testo dove nasce. La cosa più famosa della fisica non è scritta nella sua forma famosa nel luogo in cui nasce. Adesso si contino i giorni sull'altro fronte, quello dello studio, perché qui la sproporzione diventa quasi comica. La tesi di dottorato viene approvata il ventisette luglio millenovecentocinque. Ma il diploma gli arriva in mano solo il quindici gennaio millenovecentosei, quando tutti e quattro gli articoli sono già pubblicati, l'ultimo dal ventun novembre. Fra la pubblicazione dell'ultimo lavoro di quell'anno e la consegna del titolo di studio passano otto settimane. Il dottorato arriva dopo la fisica moderna. E per tutto questo tempo, mentre riscriveva la fisica del ventesimo secolo, l'autore era un dipendente dell'Ufficio brevetti di Berna. Provvisorio.

Il primo che disse di no

Nell'anno millenovecentocinque Einstein pubblica l'idea che la luce sia fatta di quanti, di piccoli pacchetti di energia. E quasi nessuno ci crede. Il primo a dire di no è un nome che pesa, Max Planck, il fisico tedesco che aveva inventato il quanto studiando il corpo nero. È proprio dal lavoro di Planck che Einstein era partito. E Planck respinge l'idea, come scrissero poi, molto esplicitamente. Pensate che colpo, l'uomo che aveva introdotto il quanto rifiuta che la luce stessa sia fatta di quanti. Per chiudere la questione non basta un argomento. Ci vogliono diciotto anni, e un banco di laboratorio. Nel millenovecentoventitré Arthur Compton, fisico americano, mostra con un esperimento sulla diffusione dei raggi X che quei pacchetti di energia esistono davvero. Solo allora i fisici si convincono. Solo dopo Compton. Ma prima, nel luglio del millenovecentotredici, succede una cosa che il buon senso non prevede. Planck, sempre lui, il primo oppositore, parte con un collega, il chimico Walther Nernst, e vanno di persona a trovare Einstein, un anno prima del suo trasferimento a Berlino. Gli portano un'offerta doppia, un posto all'Accademia prussiana e la direzione del Kaiser Wilhelm Institute for Physics, l'istituto di fisica che portava il nome dell'imperatore. Chi gli aveva detto di no adesso è venuto a prenderlo per portarlo a Berlino. Intanto, va detto, la carriera era finalmente partita. Dopo gli anni buttati via all'ufficio brevetti di Berna, Einstein diventa professore associato a Zurigo nel millenovecentonove, professore ordinario a Praga nel millenovecentoundici, e dal millenovecentododici al millenovecentoquattordici è di nuovo al Politecnico di Zurigo. La stessa scuola che quindici anni prima lo aveva respinto all'esame di ammissione, adesso gli apre la cattedra. E c'è un secondo tempo di questa storia, il più ironico, riguarda il premio Nobel. Il Nobel per la fisica del millenovecentoventuno, assegnato però nel millenovecentoventidue, porta una motivazione che si può leggere per intero, per i suoi servizi alla fisica teorica, e in particolare per la sua scoperta della legge dell'effetto fotoelettrico. L'effetto fotoelettrico. Cioè l'unico, dei quattro lavori del millenovecentocinque, che la comunità scientifica aveva rifiutato più a lungo, quello accettato solo dopo l'esperimento di Compton. Non la relatività. Non il lavoro che nel frattempo lo aveva reso l'uomo più famoso del mondo. E quando il premio viene assegnato, lui non c'è. L'otto ottobre del millenovecentoventidue si è imbarcato a Marsiglia con la moglie Elsa sul transatlantico giapponese Kitano Maru. Sbarcano in Giappone il diciassette novembre. Quaranta giorni di mare, e in quelle settimane, in Europa, gli assegnano il Nobel. Immaginatelo, una nave in mezzo all'oceano, e a Stoccolma leggono il suo nome. Non è nemmeno un caso isolato. Fra il marzo e il maggio del millenovecentoventicinque rifà la stessa cosa, in direzione opposta, tre mesi in Sud America, subito dopo l'Estremo Oriente. Fra il millenovecentoventidue e il millenovecentoventicinque Einstein è un uomo quasi sempre su una nave. Un'ultima cosa, sul premio, una cifra esatta che di solito non si cita. Centoventunomilacinquecentosettantadue corone. È l'importo del Nobel che Einstein cede a Mileva Marić, la sua prima moglie, nell'accordo di divorzio. Tutta la somma, fino all'ultima corona.

Cinque giorni, e una sala a Londra

Il ventesimo novembre del millenovecentoquindici, in una città tedesca chiamata Gottinga, un matematico di nome David Hilbert, forse il più grande matematico vivente allora, presenta le sue equazioni di campo. Cinque giorni dopo, il venticinque novembre, a Berlino, Einstein presenta le proprie. Cinque giorni di distanza, due uomini, due aule, e la stessa idea dentro. Chi è arrivato prima? Se n'è discusso per un secolo. Ma se si vanno a leggere le bozze, la gara si sfalda tra le mani, il testo di Hilbert, quel venti novembre, non era ancora pienamente covariante, cioè non era ancora, matematicamente, la teoria compiuta, e venne corretto e pubblicato soltanto nel marzo del millenovecentosedici. Non è una questione di chi ha copiato chi. È una questione di che cosa esattamente c'era scritto su quei fogli, quel giorno. Poi la teoria dovette essere misurata. E la misura arrivò da un'eclissi. Il sei novembre del millenovecentodiciannove, a Londra, tre astronomi britannici, Frank Watson Dyson, Arthur Eddington e Andrew Crommelin, presentano le lastre fotografiche davanti alla riunione congiunta della Royal Society e della Royal Astronomical Society, le due grandi accademie scientifiche britanniche. Una sala, tre astronomi, e una frase letta ad alta voce in inglese, che suona così, la deflessione della luce avviene in prossimità del Sole, ed è della grandezza richiesta dalla teoria di Einstein. La luce si curva. Curva esattamente di quanto Einstein aveva detto. Quattro giorni dopo, il dieci novembre millenovecentodiciannove, il New York Times esce con un titolo, Stars all askew in the heavens. Le stelle, tutte storte nel cielo. E qui c'è un dettaglio che di solito si perde, prima di quel giorno, il New York Times non aveva mai stampato il nome di Einstein. Mai, una volta sola. Un uomo passa dall'inesistenza mediatica assoluta alla celebrità planetaria nello spazio di un titolo. L'ottobre del millenovecentoventisette, a Bruxelles, ventinove persone si mettono in posa per una fotografia di gruppo, alla quinta Conferenza Solvay, il raduno dei fisici più importanti d'Europa. Diciassette di loro avrebbero avuto, o avrebbero ancora avuto, un Nobel. In quell'inquadratura ci sono Niels Bohr, il fisico danese padre della meccanica quantistica, ed Einstein. Ed è lì che comincia. Comincia, non finisce, la discussione fra i due che sarebbe durata ventotto anni. Il resto della sua fisica è fatto anche di cose che non tornarono. La costante cosmologica, introdotta per tenere fermo l'universo, perde la sua ragione di esistere nel millenovecentoventinove, quando Edwin Hubble, l'astronomo americano che osserva le galassie allontanarsi, scopre che l'universo si espande. E nel millenovecentotrentuno Einstein va a incontrare l'uomo che gli ha dimostrato l'errore. Non lo evita, lo cerca. Quanto alla frase con cui quell'errore è entrato nella storia, il suo più grande sbaglio, conviene sapere com'è arrivata fino a noi, la riferisce George Gamow, un fisico che fu suo collega. Non esiste uno scritto di Einstein, di suo pugno, che la contenga. La più citata delle sue autocritiche è di seconda mano. Nel millenovecentotrentacinque firma con Nathan Rosen, un suo collaboratore, un articolo con una collocazione precisa, la rivista Physical Review, volume quarantotto, primo numero, pagine da settantatré a settantasette. Si intitola Il problema delle particelle nella teoria generale della relatività. È il ponte di Einstein e Rosen. E c'è una cosa curiosa, la parola wormhole, in quel testo, non c'è. Eppure nella conversazione comune il cognome di Rosen è sparito, si dice wormhole, non ponte di Rosen. Nell'aprile del millenovecentocinquanta, a settantun anni, pubblica Sulla teoria generalizzata della gravitazione su Scientific American, una rivista di divulgazione, non una rivista specialistica. È la teoria di campo unificato. Ed è il lavoro che non gli riuscirà mai.

Due firme contro novantatré

Nel millenovecentoquattordici, mentre l'Europa scivolava nella prima guerra mondiale, novantatri fra i più autorevoli intellettuali tedeschi misero il loro nome in calce a un manifesto che sosteneva quella guerra. Un medico e scrittore berlinese, Georg Friedrich Nicolai, insieme all'astronomo Wilhelm Foerster, scrisse invece un documento che diceva l'esatto contrario, lo chiamarono il Manifesto agli europei. E sapete quanti lo firmarono? Due. Albert Einstein, sì, quello dell'ufficio brevetti, quello della relatività, e un filosofo di nome Otto Buek. Due contro novantatré. E il documento non uscì mai, rimase inedito per anni, finché lo stesso Einstein non lo riportò alla luce. La posizione che la storia avrebbe poi dato per giusta, all'epoca, non venne nemmeno pubblicata. Poi viene il millenovecentotrentatré, e il ventunesimo anno del potere di Hitler. Il ventotto marzo, Einstein sbarca ad Anversa da una nave, va dritto al consolato tedesco e posa il passaporto sul bancone. Consegnato a mano, allo Stato, il documento che quello Stato gli aveva rilasciato. Da lì Princeton, in America. E Princeton fino al millenovecentocinquantacinque, l'anno della sua morte. Sei anni dopo lo sbarco, nell'agosto millenovecentotrentanove, firma la lettera più famosa che porti il suo nome. Attenzione, perché qui i ruoli si moltiplicano, non l'aveva scritta lui. A redigerla fu Leo Szilard, un fisico ungherese emigrato negli Stati Uniti, consultando due colleghi, Eugene Wigner ed Edward Teller. Einstein la firmò il due agosto millenovecentotrentanove. Ma non bastava scriverla, ci voleva un uomo che la portasse. Fu l'economista Alexander Sachs a entrare dal presidente Franklin Delano Roosevelt con quella carta in mano e a presentargliela di persona. Roosevelt rispose con tre parole, in inglese, this requires action, questo richiede azione. Da quelle tre parole venne giù tutto, il Comitato sull'uranio, poi il Comitato S-uno nel millenovecentoquarantuno, la prima pila atomica, Chicago Pile-uno, accesa il due dicembre millenovecentoquarantadue, e infine il test Trinity, il sedici luglio millenovecentoquarantacinque. Il Progetto Manhattan, questo il nome di tutto, arrivò a impiegare quasi centotrentamila persone. La lettera che l'ha innescato ha una firma sola. E chi l'ha firmata non mise piede in nessuno dei siti dove la bomba venne costruita. Qui c'è il contrasto che tiene insieme tutta questa vita, e non ha bisogno di commento. Nel millenovecentonovantasei, ricordate?, un ragazzo di diciassette anni aveva rinunciato alla cittadinanza tedesca per non fare il servizio militare, ed era diventato apolide. Nel millenovecentotrentanove, lo stesso uomo firma la lettera che apre la strada all'arma più distruttiva mai costruita. Quarantatré anni fra i due gesti. E c'è un'ultima carta da mettere sul tavolo. Negli anni Trenta, Einstein aveva scritto a Gandhi, il leader indiano della non violenza, che non incontrò mai, pur desiderandolo entrambi, una frase in inglese che diceva, tu hai mostrato con le tue opere che è possibile riuscire senza violenza, perfino con chi non ha abbandonato il metodo della violenza. Le stime sui morti delle bombe, circa centoquarantamila a Hiroshima, fra settantamila e ottantamila a Nagasaki. Una fondazione congiunta americano-giapponese, la Radiation Effects Research Foundation, nata nel millenovecentosettantacinque, segue da più di settant'anni una coorte di oltre centoventimila sopravvissuti, il conteggio non si è mai fermato. E sulla domanda che sta sotto a tutto, se le bombe abbiano davvero causato la resa del Giappone, la storiografia risponde che molteplici fattori hanno contribuito, rendendo impossibile stabilire una causazione definitiva. Si contano i corpi con precisione crescente da settant'anni. Il perché resta indecidibile.

L'offerta da rifiutare

Il nove novembre millenovecentocinquantadue morì Chaim Weizmann, chimico fondatore dello Stato d'Israele e suo primo presidente. La sua morte lasciò una sedia vuota. Otto giorni dopo, il diciassette novembre, l'ambasciatore d'Israele negli Stati Uniti, Abba Eban, si presentò a Princeton, in una casa privata, con un'offerta nella tasca, la presidenza dello Stato d'Israele, per un uomo di settantatré anni. Quell'uomo era Albert Einstein. Eban eseguiva istruzioni. Gliele aveva date David Ben-Gurion, il primo ministro d'Israele, e a un suo assistente Ben-Gurion confessò una frase che vale tutta la scena, ho dovuto offrirgli il posto, perché era impossibile non farlo. Ma se accetta, siamo nei guai. Pensate che cosa significa, l'onore più alto che uno Stato possa conferire, offerto nel terrore che l'onorato dica di sì. E c'era anche un altro fatto che rendeva l'offerta singolare. Due anni prima, il venticinque ottobre millenovecentocinquanta, in una lettera a un certo Berkowitz, Einstein aveva scritto nero su bianco, la mia posizione riguardo a Dio è quella di un agnostico. Sono convinto che una viva coscienza dell'importanza primaria dei principi morali non ha bisogno dell'idea di un legislatore. Allo Stato ebraico si proponeva come capo simbolico un uomo che aveva messo per iscritto di non credere in un legislatore divino. Rifiutò. E il motivo che diede è il ritratto più preciso che abbia mai fatto di sé, per tutta la vita ho trattato questioni oggettive, quindi mi mancano sia l'attitudine naturale sia l'esperienza per trattare come si deve con le persone. Ma c'è un dettaglio che completa il quadro, e dice più di ogni discorso. Tre anni prima, nel maggio millenovecentoquarantanove, Einstein aveva pubblicato un saggio politico, Perché il socialismo. E dove? Non su una rivista affermata, sul numero uno di Monthly Review, un foglio che usciva allora per la prima volta, un giornale che non esisteva ancora. A settant'anni, con il nome più spendibile del mondo, l'uomo che Israele voleva come presidente scelse di dare la sua voce politica proprio lì, a un foglio al suo primo numero. L'uomo che diceva di non saper trattare con gli uomini sapeva perfettamente, invece, dove puntare la propria firma.

Quello che l'archivio non ha

C'è una parte di questa storia che non si può raccontare, e il modo onesto di chiuderla è dire quale. Cominciamo da Mileva Marić, la donna che sedeva nella stessa aula del Politecnico di Zurigo, una delle sole due studentesse iscritte a quell'epoca. La sua ricerca si interrompe nell'estate del millenovecentouno per una gravidanza. E da quel punto, tutto what possiamo dire si ferma. Che cosa stesse studiando, che cosa avrebbe fatto, quale sia stato davvero il suo contributo, non esiste una sola prova indipendente, in tutto il materiale su cui questa storia si regge. La sua parte è scritta soltanto nella corrispondenza privata, e la corrispondenza privata non basta. Le centoventunomilacinquecentosettantadue corone del premio Nobel le furono destinate nell'accordo di divorzio, questo sì, è documento. Ma se quel denaro sia mai passato di mano, o sia rimasto un vincolo su un capitale, qui non si può dire. Poi c'è un nome che esiste solo nelle lettere dei genitori, Lieserl. Una bambina. Morta di scarlattina nel millenovecentotré, oppure data in adozione in Serbia. Le fonti non concordano, e non c'è nulla, nessun atto, nessun registro, che permetta di scegliere. Una figlia di cui si sa il nome e nient'altro. Max Talmud, uno studente di ottica e oftalmologia che per anni entrò in casa Einstein come tutore, è il personaggio di una scena bellissima, l'uomo che si accorge di essere superato dal ragazzo che dovrebbe istruire, e che resta sconcertato nel vederlo capire Kant a quattordici anni. Peccato che la scena non sia documentata. Non c'è nulla che collochi l'apprendimento dell'algebra nell'estate del millenovecentonovantuno, né che provi la lettura della Critica della ragion pura. E lo stesso vale per Jean Perrin, il fisico francese che nel millenovecentootto avrebbe dato la conferma sperimentale del moto browniano, di lui resta la citazione, non la verifica. Ma quello che manca, qui, ha un confine. Perché dall'altra parte restano i documenti. Un decreto del Consiglio federale svizzero, datato diciannove giugno millenovecentodue. Una cifra, tremilacinquecento franchi. Un aggettivo, provvisoria. Un lunedì, il ventitré giugno, il primo giorno di lavoro. E una lettera del tredici aprile millenovecentouno, scritta a Berna da un compagno di corso che aveva preso voti migliori dei suoi, e che invece di tenersi il vantaggio andò da suo padre a chiedere un favore per l'amico rimasto indietro. Senza quella lettera, non ci sarebbe stata quella scrivania. E senza quella scrivania, uno stipendio, otto ore al giorno, la testa libera la sera, non sappiamo che cosa ci sarebbe stato, al posto del millenovecentocinque.

Una lettera scritta da un amico che aveva finito meglio di lui

Il 13 aprile 1901 Marcel Grossmann si sedette a scrivere a un compagno di corso disoccupato.

I due si erano diplomati insieme al Politecnico di Zurigo. Grossmann aveva finito con voti migliori, e aveva davanti una carriera di matematico che effettivamente avrebbe fatto — oggi ha una sua voce nell'archivio biografico MacTutor, indipendente da quella dell'amico. L'altro non aveva niente. Aveva provato a farsi assumere come assistente e non c'era riuscito; aveva fatto supplenze; da due anni cercava.

La lettera diceva che Jules Grossmann, il padre di Marcel, aveva parlato per lui.

Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché è il punto in cui una biografia si decide e nessuno lo ricorda. Jules Grossmann era amico personale di Friedrich Haller, direttore dell'Ufficio federale dei brevetti a Berna. Haller aveva un posto vacante. Il figlio glielo chiese; lui parlò con Haller. È tutto qui: un uomo che non entra in nessuna leggenda, che fa una raccomandazione per il compagno di corso di suo figlio.

Nella fonte da cui parte questa storia, il nome dell'uomo che scrisse quella lettera è sbagliato: c'è scritto «Max Grossman». Si chiamava Marcel Grossmann, 1878-1936. Chi salva la carriera di un uomo celebre finisce con il cognome storpiato di una lettera e il nome di battesimo cambiato.

Il 19 giugno 1902 il Consiglio federale nominò Albert Einstein esperto tecnico di III classe. Stipendio: 3.500 franchi svizzeri l'anno. Primo giorno: lunedì 23 giugno.

La nomina era provvisoria. Non è un dettaglio d'archivio: significa che il posto non era suo, che poteva essergli tolto, che l'uomo di ventitré anni entrato in quell'ufficio a giugno del 1902 non aveva nessuna garanzia di esserci ancora l'anno dopo. Non aveva il dottorato. Non aveva pubblicazioni che contassero. Aveva un amico con un padre ben introdotto.

Come si arriva a ventitré anni senza niente in mano

Era nato il venerdì 14 marzo 1879 in una casa di Bahnhofstrasse a Ulm — in casa, non in ospedale: Pauline Einstein partorì il suo primo figlio in una stanza di quell'indirizzo.

Il padre Hermann aveva dovuto lasciare gli studi di matematica applicata a Stoccarda ed era finito a lavorare nel negozio di piumini da letto che i cugini Moses e Hermann Levi tenevano a Ulm. Poi si era messo in proprio, con il fratello: la Elektrotechnische Fabrik J. Einstein & Cie. Elettricità. L'industria del futuro, nel 1880.

Nel dicembre 1894 un quindicenne uscì dal Luitpold Gymnasium di Monaco a metà del sesto anno, senza sostenere gli esami finali. Non è una promozione anticipata né una fuga romantica: è un'aula che resta e un banco che si svuota nel mezzo dell'anno scolastico.

La famiglia intanto si era spostata in Italia. La ditta aveva perso la gara per l'illuminazione di Monaco nel 1894; ripartì da Milano e da Pavia. Nel 1899 lo stabilimento dei fratelli Einstein accese l'illuminazione elettrica di una città italiana, alimentata dall'acqua — un impianto idroelettrico che, una sera del 1899, fece accendere le lampade per la prima volta.

Poi fallì. E la causa tecnica è precisa, e vale più di qualunque morale: mancava il capitale per passare dalla corrente continua alla corrente alternata. La guerra delle correnti — quella che i libri raccontano come un duello fra Edison e Westinghouse — arrivò fino a una piccola ditta di due fratelli e decise il destino di una famiglia. Chi non aveva i soldi per convertirsi all'alternata, usciva dal mercato.

Nel 1895 il ragazzo tentò l'esame d'ammissione al Politecnico di Zurigo e lo fallì. Non è un aneddoto ostile messo in giro dai nemici: lo mette per iscritto la biblioteca dell'ETH nel ritratto ufficiale del proprio ex studente — failing an entry examination for the Polytechnic in Zurich in 1895. La scuola stessa lo scrive.

Andò allora alla Kantonsschule di Aarau, e lì diede la Matura il 3 ottobre 1896. Su questa pagella si è costruita la più resistente delle leggende, quella dello scolaro somaro, e la pagella la smonta da sola: sei in algebra, sei in geometria, sei in geometria descrittiva, sei in fisica. Il voto basso è un 3, ed è in francese. Media generale: 5. Nessuna bocciatura in nessuna materia. L'equivoco nasce dal fatto che la scala svizzera va da 1 a 6 con il 6 come massimo, mentre quella tedesca fa il contrario: chi legge un 6 svizzero con l'occhio tedesco vede un'insufficienza gravissima dove c'è il massimo dei voti.

Nel frattempo aveva smesso di essere tedesco. La rinuncia alla cittadinanza del Württemberg si perfezionò il 5 febbraio 1896 — e la firmò il padre, perché il figlio era minorenne. L'atto che lo rese apolide fu compiuto da un altro per suo conto. Restò senza nessuna cittadinanza fino al 1901, quando diventò svizzero.

Questo è l'uomo che nel giugno 1902 si siede a una scrivania di Berna: apolide fino a un anno prima, respinto una volta dalla scuola dove poi si è diplomato, senza dottorato, assunto in via provvisoria al gradino più basso, per raccomandazione.

Centosessantacinque giorni

Poi c'è il 1905, e non c'è modo di raccontarlo che non suoni esagerato, perché le date sono queste.

Il 18 marzo 1905 gli Annalen der Physik ricevono il primo manoscritto. Il 27 settembre ricevono il quarto. Fra la prima e l'ultima ricezione passano centosessantacinque giorni.

Il primo lavoro esce il 9 giugno 1905 su Annalen der Physik, volume 17, pagina 132. Si legge sempre come «l'articolo sull'effetto fotoelettrico», ma l'effetto fotoelettrico è solo uno dei tre fenomeni che quel testo spiega: ci sono anche l'effetto Stokes e l'assorbimento della luce da parte delle molecole. Un articolo, tre cose.

La parola che oggi usiamo per la cosa descritta lì dentro non è sua. «Fotone» la conia Gilbert Lewis nel 1926: ventun anni dopo.

Il terzo lavoro, ricevuto il 30 giugno e pubblicato il 26 settembre, si intitola Zur Elektrodynamik bewegter Körper — sull'elettrodinamica dei corpi in movimento. È la relatività ristretta, ed è il figlio che rimette in ordine l'elettromagnetismo che aveva rovinato il padre. La ditta di famiglia era fallita per non aver saputo passare all'alternata; dieci anni dopo, il figlio riscrive da capo la teoria del campo che governa quelle correnti.

Il quarto arriva il 27 settembre e viene stampato il 21 novembre. È il lavoro dell'equivalenza fra massa ed energia, e la formula che tutti sanno scrivere non c'è: E=mc² non compare esplicitamente in quel testo. La cosa più famosa della fisica non è scritta nella sua forma famosa nel luogo dove nasce.

Ora si contino i giorni sull'altro fronte. La tesi di dottorato è approvata il 27 luglio 1905. Il diploma gli viene consegnato il 15 gennaio 1906 — quando tutti e quattro gli articoli sono già pubblicati, l'ultimo il 21 novembre. Fra la pubblicazione dell'ultimo lavoro del 1905 e la consegna del titolo di studio passano otto settimane. Il dottorato arriva dopo la fisica moderna.

E in tutto questo, lui è dipendente dell'Ufficio brevetti di Berna. Provvisorio.

I quattro lavori del 1905, dalla ricezione alla stampa

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dati: Annalen der Physik, date di ricezione e di pubblicazione · elaborazione: gamma97

Il primo che disse di no fu quello che venne a prenderlo

L'idea dei quanti di luce, nel 1905, non convinse quasi nessuno. La respinse per primo — e «molto esplicitamente» — Max Planck: cioè l'uomo dal cui lavoro sul corpo nero l'idea derivava. Chi aveva introdotto il quanto rifiutava che la luce stessa fosse fatta di quanti.

Ci vollero diciotto anni e un banco di laboratorio per chiudere la questione. Non fu un argomento a convincere i fisici: fu l'esperimento di Arthur Compton sulla diffusione dei raggi X, nel 1923.

Ma nel luglio 1913 succede una cosa che il buon senso non prevede. Planck e Walther Nernst vanno di persona da Einstein, un anno prima del trasferimento, e gli portano un'offerta doppia: l'Accademia prussiana e la direzione del Kaiser Wilhelm Institute for Physics a Berlino. Il primo oppositore è diventato il reclutatore.

La carriera, nel frattempo, era finalmente partita: professore associato a Zurigo nel 1909, ordinario a Praga nel 1911, di nuovo al Politecnico di Zurigo dal 1912 al 1914 — nella scuola che quindici anni prima lo aveva respinto all'esame d'ammissione.

C'è un secondo tempo di questa storia, e riguarda il premio. Il Nobel per la Fisica del 1921, conferito nel 1922, ha una motivazione che si può leggere per intero: for his services to Theoretical Physics, and especially for his discovery of the law of the photoelectric effect. L'effetto fotoelettrico. Cioè l'unico dei quattro lavori del 1905 che la comunità aveva rifiutato più a lungo, accettato solo dopo Compton. Non la relatività, che nel frattempo lo aveva reso l'uomo più famoso del mondo.

E quando il premio fu assegnato, lui non c'era. L'8 ottobre 1922 si era imbarcato a Marsiglia con la moglie Elsa sul transatlantico giapponese SS Kitano Maru; arrivarono in Giappone il 17 novembre. Quaranta giorni di mare — e in quelle settimane, in Europa, gli assegnavano il Nobel. Nel marzo-maggio 1925 rifarà la stessa cosa in direzione opposta: tre mesi in Sud America, subito dopo l'Estremo Oriente. Fra il 1922 e il 1925 è un uomo quasi sempre su una nave.

Del denaro del premio c'è una cifra esatta che di solito non si cita: 121.572 corone, l'importo ceduto a Mileva Marić nell'accordo di divorzio.

Cinque giorni, e una sala a Londra

Il 20 novembre 1915, a Gottinga, David Hilbert presenta le sue equazioni di campo. Il 25 novembre, a Berlino, Einstein presenta le proprie. Cinque giorni di distanza, due uomini, due aule.

Sulla priorità si è discusso per un secolo, e leggendo le bozze la faccenda si sfalda: il testo di Hilbert non era ancora pienamente covariante, e fu corretto e pubblicato solo nel marzo 1916. Non è una questione di chi ha copiato chi — è una questione di che cosa esattamente c'era scritto su quei fogli il 20 novembre.

Poi la teoria dovette essere misurata, e la misura arrivò da un'eclissi.

Il 6 novembre 1919, a Londra, Frank Watson Dyson, Arthur Eddington e Andrew Crommelin presentarono le lastre davanti alla riunione congiunta della Royal Society e della Royal Astronomical Society. Una sala, tre astronomi, e una frase letta ad alta voce: a deflection of light takes place in the neighbourhood of the Sun and that it is of the amount demanded by Einstein's theory.

Quattro giorni dopo, il 10 novembre 1919, il New York Times uscì con il titolo Stars all Askew in Heavens. C'è un dettaglio in questo titolo che di solito si perde: prima di quel giorno, il New York Times non aveva mai stampato il nome di Einstein. Mai, una volta. Un uomo passa dall'inesistenza mediatica assoluta alla celebrità planetaria nello spazio di un titolo.

Nell'ottobre 1927, a Bruxelles, ventinove persone si misero in posa per una fotografia di gruppo alla quinta Conferenza Solvay. Diciassette di loro avrebbero avuto un Nobel. In quell'inquadratura ci sono Niels Bohr ed Einstein, ed è lì che comincia — comincia, non finisce — la discussione fra i due che sarebbe durata ventotto anni.

Il resto della sua fisica è fatto anche di cose che non tornarono. La costante cosmologica, introdotta per tenere fermo l'universo, perde la sua giustificazione nel 1929 quando Edwin Hubble scopre l'espansione; nel 1931 Einstein va a incontrare l'uomo che gli ha dimostrato l'errore. Non lo evita: lo cerca. Quanto alla frase con cui l'errore è entrato nella storia — his greatest blunder — conviene sapere com'è arrivata fino a noi: la riferisce George Gamow. Non esiste uno scritto diretto di Einstein che la contenga. La più citata delle sue autocritiche è di seconda mano.

Nel 1935 firma con Nathan Rosen un articolo dalla collocazione precisa — Physical Review 48(1), pagine 73-77, The Particle Problem in the General Theory of Relativity. È il ponte di Einstein-Rosen. La parola «wormhole» in quel testo non c'è, e nella conversazione comune il cognome di Rosen è sparito: si dice «wormhole», non «ponte di Rosen».

Nell'aprile 1950, a settantun anni, pubblica On the Generalized Theory of Gravitation su Scientific American — una rivista di divulgazione. È la teoria di campo unificato, ed è il lavoro che non gli riuscirà.

Due firme contro novantatré, e poi una firma sola

Nel 1914 novantatré fra i più autorevoli intellettuali tedeschi firmarono un manifesto a sostegno della guerra. Georg Friedrich Nicolai e Wilhelm Foerster ne scrissero uno contrario, il «Manifesto agli europei».

Lo firmarono in due: Einstein e il filosofo Otto Buek. Due contro novantatré. E il documento rimase inedito — fu Einstein, anni dopo, a riportarlo alla luce. La posizione che la storia avrebbe dato per giusta, all'epoca, non venne nemmeno pubblicata.

Il 28 marzo 1933 sbarcò ad Anversa da una nave, andò al consolato tedesco e posò il passaporto sul bancone. Consegnò a mano allo Stato il documento che quello Stato gli aveva rilasciato. Da lì Princeton, e Princeton fino al 1955.

Sei anni dopo firmò la lettera più famosa che porti il suo nome. Non l'aveva scritta lui: la redasse Leo Szilard, consultando Eugene Wigner ed Edward Teller; Einstein la firmò il 2 agosto 1939. E non bastò scriverla. Ci volle un uomo che la portasse: l'economista Alexander Sachs entrò dal presidente con quella carta in mano e gliela presentò di persona. Roosevelt rispose con tre parole: This requires action!

Da quelle tre parole: il Comitato sull'uranio, il Comitato S-1 nel 1941, la prima pila atomica — Chicago Pile-1, 2 dicembre 1942 — e il test Trinity il 16 luglio 1945. Il Manhattan Project arrivò a impiegare quasi 130.000 persone. La lettera che l'ha innescato ha una firma sola, e chi l'ha firmata non mise piede in nessuno dei siti.

Qui c'è il contrasto che tiene insieme tutta questa vita, e non ha bisogno di commento: nel 1896 un ragazzo rinuncia alla cittadinanza tedesca per non fare il servizio militare, e diventa apolide. Nel 1939 lo stesso uomo firma la lettera che apre la strada all'arma più distruttiva mai costruita. Quarantatré anni.

Negli anni Trenta aveva scritto a Gandhi: You have shown through your works, that it is possible to succeed without violence even with those who have not discarded the method of violence. I due non si incontrarono mai, pur desiderandolo entrambi.

Le stime sui morti: circa 140.000 a Hiroshima, fra 70.000 e 80.000 a Nagasaki. La Radiation Effects Research Foundation — fondazione congiunta americano-giapponese dal 1975 — segue da più di settant'anni una coorte di oltre 120.000 sopravvissuti: il conteggio non si è mai fermato. E sulla domanda che sta sotto a tutto, cioè se le bombe abbiano davvero causato la resa giapponese, la storiografia risponde che multiple factors contributed... making definitive causation impossible to establish. Si contano i corpi con precisione crescente da settant'anni, e il perché resta indecidibile.

L'offerta che chi la fece sperava venisse rifiutata

Il 9 novembre 1952 morì Chaim Weizmann, chimico, primo presidente di Israele. La sua morte lasciò una sedia vuota.

Otto giorni dopo, il 17 novembre 1952, l'ambasciatore Abba Eban si presentò a Princeton, in una casa privata, a offrire la presidenza dello Stato d'Israele a un uomo di settantatré anni.

Eban stava eseguendo istruzioni. E David Ben-Gurion, che gliele aveva date, disse a un suo assistente una frase che vale tutta la scena: I've had to offer the post to him because it's impossible not to. But if he accepts, we are in trouble. L'onore più alto che uno Stato possa conferire, offerto nel terrore che l'onorato dica di sì.

C'era anche un altro fatto che rendeva l'offerta singolare. Due anni prima, il 25 ottobre 1950, in una lettera a M. Berkowitz (Einstein Archives 59-215), il destinatario dell'offerta aveva scritto: My position concerning God is that of an agnostic. I am convinced that a vivid consciousness of the primary importance of moral principles... does not need the idea of a law-giver. Allo Stato ebraico si proponeva come capo simbolico un uomo che aveva messo per iscritto di non credere in un legislatore divino.

Rifiutò, e il motivo che diede è il ritratto più preciso che abbia mai fatto di sé: All my life I have dealt with objective matters, hence I lack both the natural aptitude and the experience to deal properly with people.

Tre anni prima, nel maggio 1949, aveva pubblicato Why Socialism?. Non su una rivista affermata: sul numero uno di Monthly Review, un foglio al suo primo numero. A settant'anni, con il nome più spendibile del mondo, scelse di dare un testo politico a una rivista che non esisteva ancora.

Quello che l'archivio non ha

C'è una parte di questa storia che non si può raccontare, e il modo onesto di chiuderla è dire quale.

Mileva Marić era una delle sole due studentesse iscritte al Politecnico all'epoca. La sua ricerca si interrompe nell'estate del 1901 per una gravidanza. Su tutto questo — su che cosa stesse studiando, su che cosa avrebbe fatto, su quale sia stato il suo contributo — non esiste una sola evidenza indipendente nel materiale con cui è stato costruito questo numero. La donna che sedeva nella stessa aula non ha un archivio. Le 121.572 corone del Nobel le furono destinate nell'accordo di divorzio, ma se sia stato un trasferimento di denaro o un vincolo su un capitale, qui non si può dire.

Lieserl è un nome che compare solo nella corrispondenza privata dei genitori. Morta di scarlattina nel 1903, oppure data in adozione in Serbia: le fonti non concordano, e non c'è nulla che permetta di scegliere.

Max Talmud, studente di ottica e oftalmologia, è il tutore di famiglia della leggenda: quello che si accorge di essere superato dal ragazzo che deve istruire, che resta sconcertato nel vederlo capire Kant a quattordici anni. È una bella scena e non è documentata: non c'è nulla che collochi l'apprendimento dell'algebra nell'estate 1891, né che attesti la lettura della Critica della ragion pura. Anche Jean Perrin, il fisico francese che nel 1908 avrebbe prodotto la conferma sperimentale del moto browniano, in questo dossier non ha evidenze terze: c'è la citazione, non la verifica.

Restano invece i documenti. Un decreto del Consiglio federale del 19 giugno 1902. Una cifra: 3.500 franchi. Un aggettivo: provvisoria. Una data d'ingresso: lunedì 23 giugno. E una lettera del 13 aprile 1901 scritta da un compagno di corso che aveva preso voti migliori e che, invece di tenersi il vantaggio, andò da suo padre a chiedere un favore per l'amico rimasto indietro.

Senza quella lettera non ci sarebbe stata quella scrivania. Senza quella scrivania — uno stipendio, otto ore, la testa libera la sera — non sappiamo che cosa ci sarebbe stato al posto del 1905.

Riferimenti

  1. Albert Einstein and the Patent Office in Bern — https://einstein-website.de/en/patent-office/
  2. Ulm – ALBERT EINSTEIN — https://einstein-website.de/en/ulm/
  3. Matura Certificate – ALBERT EINSTEIN — https://einstein-website.de/en/matura-certificate/
  4. Marcel Grossmann — MacTutor History of Mathematics — https://mathshistory.st-andrews.ac.uk/Biographies/Grossmann/
  5. Albert Einstein – short portrait, ETH Library — https://library.ethz.ch/
  6. How the hydroelectric genius of Einstein's dad lit up an Italian town in 1899 — The Times of Israel — https://www.timesofisrael.com/
  7. 1905: Einstein initiates the quantum age — CNRS News — https://news.cnrs.fr/
  8. The Nobel Prize in Physics 1921 — https://www.nobelprize.org/prizes/physics/1921/summary/
  9. Observing general relativity — The Royal Society blog — https://royalsociety.org/blog/2024/08/observing-relativity/
  10. Stars All Askew in the Heavens (New York Times, 10 November 1919) — https://www.historyofinformation.com/
  11. Did Einstein Nostrify Hilbert's Final Form of the Field Equations? — arXiv:1412.1816 — https://arxiv.org/abs/1412.1816
  12. The Birth of Wormholes — Physics (APS) — https://physics.aps.org/story/v15/st11
  13. On the Generalized Theory of Gravitation — Scientific American, April 1950 — https://www.scientificamerican.com/
  14. When Albert Einstein Visited Japan — Smithsonian Magazine — https://www.smithsonianmag.com/
  15. Science and Ideology in Einstein's Visit to South America in 1925 — Springer — https://link.springer.com/
  16. Einstein in Berlin — Max-Planck-Gesellschaft — https://www.mpg.de/9695595/einstein-in-berlin
  17. Manifesto of the Ninety-Three — https://en.wikipedia.org/wiki/Manifesto_of_the_Ninety-Three
  18. Albert Einstein Quits Germany, Renounces Citizenship — United States Holocaust Memorial Museum — https://www.ushmm.org/
  19. The Einstein-Szilard Letter – 1939 — Atomic Heritage Foundation / Nuclear Museum — https://ahf.nuclearmuseum.org/ahf/history/einstein-szilard-letter/
  20. Einstein's Letter to President Roosevelt (2 August 1939) — https://www.dannen.com/ae-fdr.html
  21. Radiation Effects Research Foundation — https://en.wikipedia.org/wiki/Radiation_Effects_Research_Foundation
  22. Offering the Presidency of Israel to Albert Einstein — Jewish Virtual Library — https://www.jewishvirtuallibrary.org/offering-the-presidency-of-israel-to-albert
  23. When Albert Einstein Was Asked to Become President of Israel — History.com — https://www.history.com/
  24. Religious and philosophical views of Albert Einstein — https://en.wikipedia.org/wiki/Religious_and_philosophical_views_of_Albert_Einste
  25. Albert Einstein on Gandhi, Nonviolence and India — https://www.mkgandhi.org/
  26. Why Socialism? — Monthly Review, May 1949 — https://monthlyreview.org/2009/05/01/why-socialism/
  27. Einstein's True Biggest Blunder — Space.com — https://www.space.com/
  28. The Bohr-Einstein Debates — Engines of Our Ingenuity — https://engines.egr.uh.edu/
  29. Fifth Solvay Conference, 1927 — https://mymodernmet.com/
  30. Albert Einstein — https://en.wikipedia.org/wiki/Albert_Einstein