Podcast

3 settembre 2026

Leonardo Maria Del Vecchio lascia EssilorLuxottica due mesi dopo il no di Delfin ai suoi 10 miliardi

Il 24 giugno 2026 il consiglio della holding di famiglia gli nega la garanzia con cui avrebbe comprato le quote dei fratelli — tre voti contro due. Il 24 agosto lascia il gruppo degli occhiali.

Il 24 giugno 2026, a Lussemburgo, cinque persone decidono su un solo punto all'ordine del giorno: se Delfin — la holding che tiene il 32,26% di EssilorLuxottica e il patrimonio della famiglia Del Vecchio — debba firmare una lettera di patronage da 10 miliardi di euro. Serviva a Leonardo Maria Del Vecchio, il figlio più giovane del fondatore, per comprare le quote di due fratelli e diventare il socio più grande. Tre dicono no, due sì. Fra i due che dicono sì c'è Francesco Milleri, che quella holding presiede e resta in minoranza nel consiglio che presiede; fra i tre che dicono no c'è Romolo Bardin, amministratore delegato dal luglio 2022, che dopo non ha parlato in pubblico. Due mesi esatti più tardi, il 24 agosto 2026, Leonardo Maria lascia i suoi due incarichi nel gruppo con una lettera che accusa un management «distante e impersonale» e afferma «non me ne vado dopo una sconfitta». Resta dentro Delfin con una quota che vale circa 5 miliardi e non produce un euro spendibile, un debito personale sopra 1,3 miliardi e interessi intorno ai 100 milioni l'anno. E resta aperta la paralisi di una cassaforte che siede nei libri soci di EssilorLuxottica, Mediobanca, Mps, Generali e Covivio.

Leonardo Maria Del Vecchio lascia EssilorLuxottica due mesi dopo il no di Delfin ai suoi 10 miliardi

🎧 Il podcast

Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

Velocità

Tocca per ascoltare

Il testo del podcast, per chi preferisce leggere

Cinque mani intorno a un tavolo

Leonardo Maria Del Vecchio lascia EssilorLuxottica due mesi dopo il no di Delfin ai suoi 10 miliardi

Lussemburgo, ventiquattro giugno duemilaventisei. Nella sala di consiglio di Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, cinque persone discutono un solo punto, firmare o no una lettera di garanzia che vale dieci miliardi di euro. È l'impegno con cui una società assicura i debiti di qualcuno, in pratica la promessa alle banche di coprirle se qualcosa va storto. Le mani si alzano. Francesco Milleri, che presiede la holding, vota a favore, e con lui Mario Notari. Romolo Bardin, l'amministratore delegato che guida Delfin dal luglio duemilaventidue, vota contro, e con lui Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Tre contro due. Il piano cade. E il piano era di Leonardo Maria Del Vecchio, trentun anni, l'ultimo figlio del fondatore di Luxottica. Con quella garanzia le banche gli avrebbero prestato i soldi per comprare le quote di due fratelli, Luca e Paola, e lui sarebbe passato da una quota su otto a tre quote su otto, il socio più grande della cassaforte di famiglia. Una cassaforte che dentro ha il trentadue per cento di EssilorLuxottica, quasi il venti di Mediobanca, una fetta grande del Monte dei Paschi, Generali e Covivio, e che alla perizia di luglio vale quarantasette virgola tre miliardi di euro. A dicembre valeva cinquantuno. In sette mesi, quasi quattro miliardi se ne sono andati mentre gli eredi discutevano di come dividerla. Tenete a mente quella data di giugno, perché fra due mesi esatti arriva il secondo colpo. Il ventiquattro agosto duemilaventisei Leonardo Maria lascia tutti i suoi incarichi in EssilorLuxottica, con effetto dal trentuno. E fra quegli incarichi c'era la presidenza di Ray-Ban, il marchio che il padre aveva trasformato in un impero e che lui aveva guidato per tre anni.

La lettera, e il ringraziamento

Nella lettera con cui lascia tutto, Leonardo Maria Del Vecchio non parla di quote, non parla di miliardi. Parla di temperatura. L'entusiasmo, scrive, non è più quello di una volta. Il senso di appartenenza non è più quello di una volta. Il management gli sembra distante, impersonale. E le persone, dice, devono tornare al centro come vent'anni fa. Poi rivendica il suo mestiere, quello imparato vendendo occhiali in negozio. Continua a parlare con le persone dell'azienda, scrive. L'ha fatto da store manager e non ha mai smesso. E detta la regola che gli altri, nella sua lettura, hanno smesso di rispettare. Se chiedi alle persone lealtà, sacrificio e senso di appartenenza, devi essere disposto a restituirlo. Del suo triennio alla guida di Ray-Ban dice una cosa sola, gli obiettivi sono stati superati. Ma la frase che pesa è un'altra, ed è un avvertimento a chi legge in fretta. Non me ne vado dopo una sconfitta. Me ne vado dopo aver fatto il mio lavoro. Quella frase esce due mesi esatti dopo un voto perso tre a due. Il giorno stesso l'agenzia Bloomberg titola così, l'erede se ne va dopo la lite sull'eredità. Le cronache di mezzo mondo riassumono le sue parole come la denuncia di un'azienda che ha perso l'anima. L'indomani l'azienda risponde. EssilorLuxottica manda fuori una nota di due righe, due righe appena. Vogliamo ringraziare Leonardo Maria, dice il portavoce, per il contributo alla crescita del gruppo e alla realizzazione della visione strategica immaginata da suo padre. E gli auguriamo ogni successo nella sua nuova iniziativa. Fermiamoci un momento su questo scambio. Lui se ne va dicendo che l'azienda ha perso il senso di appartenenza. L'azienda lo saluta ringraziandolo per aver realizzato la visione di un altro. Nessuna risposta alle sue parole. Nessuna parola sul voto, sulla garanzia, sui dieci miliardi. Due righe di congedo per un uomo che era presidente di Ray-Ban e figlio del fondatore. Ed è qui che le parole finiscono, perché da questo punto in poi la storia si racconta con i numeri. Quelli dell'erede.

Otto quote uguali: la paralisi era scritta nel testamento

Leonardo Del Vecchio muore il ventisette giugno duemiladiciassette. no, duemilaventidue. Il fondatore di Luxottica, l'uomo che aveva costruito tutto, se ne va, e lascia dietro di sé una holding, Delfin, quella che aveva messo in piedi sedici anni prima. La divide fra gli eredi in otto quote identiche. Il dodici e mezzo per cento ciascuna. Un voto ciascuna. Nessuno, da solo, può decidere niente, e ogni operazione grossa richiede di convincere gli altri sette. Poi ci sono due clausole dello statuto, e pesano più di tutto il resto. La prima dice che le azioni della holding non si possono dare in garanzia senza il consenso di tutti e otto i soci. La seconda dice che i consiglieri restano consiglieri a vita. È per questo che tre eredi, Luca, Clemente e Paola Del Vecchio, chiedono da tempo di mettere dei limiti di tempo. Fino a quando quel punto non cambia, chi siede nel consiglio ci siede senza scadenza. Ma il testamento faceva anche un'altra cosa, ed è qui che la storia diventa stretta. Lasciava a Francesco Milleri, il manager che il fondatore aveva scelto per guidare il gruppo, due milioni e centocinquantamila azioni di EssilorLuxottica. Circa mezzo punto del capitale. Trecentoquaranta milioni di euro, una cifra che una persona sola può decidere come usare. Ai figli, invece, otto pezzi uguali di cui nessuno basta a se stesso. E una settimana dopo la morte, il quattro luglio, il verbale del consiglio di Delfin prende atto dell'ingresso di Milleri come amministratore, al posto del cavaliere Leonardo Del Vecchio. Un nome che sostituisce un nome. La sedia del padre, occupata da un estraneo che il padre stesso aveva voluto lì, con in mano più libertà di quanta ne avessero i figli. Tenete a mente questa misura, perché è la stessa che quattro anni dopo si romperà.

I proprietari dicono sì, gli amministratori no

Il ventisette aprile duemilaventisei, a Lussemburgo, i proprietari di Delfin si riuniscono e approvano il piano. Sei voti su otto. I due contrari sono i due che nessuna geometria familiare avrebbe mai messo insieme. Il primo è Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo nato da un matrimonio precedente, quindi fratellastro di Leonardo Maria. Il secondo è Claudio Del Vecchio, il primogenito del fondatore, quello che per anni negli Stati Uniti ha guidato Brooks Brothers. Il figliastro e il fratello maggiore, dalla stessa parte. Poi arrivano due mesi, e la stessa operazione muore in consiglio. Attenzione, perché il voto non riguarda il piano nel suo insieme, riguarda la lettera di patronage, l'unico pezzo che serviva a far arrivare il denaro nelle mani dell'erede. I proprietari avevano detto sì. Gli amministratori dicono no. Dopo il consiglio, persone vicine a Leonardo Maria raccontano delusione e sconcerto. E in giro comincia a girare una versione, rottura con Francesco Milleri, il manager che il padre aveva messo al vertice. Ma qui i fatti dicono un'altra cosa. Milleri ha votato a favore dell'erede, ed è finito in minoranza insieme a lui. Il presidente della holding, battuto nel consiglio che presiede. Chi ha fatto cadere il piano, allora? Tre nomi che quasi nessuno pronuncia. Romolo Bardin, amministratore delegato di Delfin. Giovanni Giallombardo. E Aloyse May, che è un nome lussemburghese, la traccia locale di una holding straniera che decide sopra una famiglia italiana. Del quinto voto, quello di Mario Notari, l'unico che sta con il presidente, non si sa quasi nulla. E dopo il ventiquattro agosto, il giorno delle dimissioni, nessuno dei tre che hanno detto no ha aperto bocca. Bardin, l'uomo il cui voto ha fatto cadere tutto, non ha commentato né il voto, né l'addio dell'erede.

Cinque miliardi che non si spendono

Il primo luglio duemilaventisei, a Lussemburgo, i proprietari di Delfin approvano il bilancio dell'anno prima. L'utile è un record, un miliardo e mezzo di euro. E di quel record viene distribuito appena il dieci per cento. A ciascuno degli otto soci arrivano diciotto milioni e settecentocinquantamila euro. Se la cassaforte avesse distribuito l'ottanta per cento dell'utile, come fanno molte holding di famiglia, a ciascuno ne sarebbero arrivati circa centocinquanta. Otto volte tanto. Il motivo è semplice da dire e assurdo a sentirsi, tre soci su otto bloccano da due anni la distribuzione degli utili. E sono, in parte, gli stessi che chiedono di riformare lo statuto e di andarsene. Leonardo Maria, quella mattina, non si presenta nemmeno. Ed è qui che si capisce perché quel voto di giugno era una condanna, non un dispiacere. Perché qui la lingua dei valori incontra quella del debito. La sua quota in Delfin vale circa cinque miliardi di euro, e non produce un euro spendibile. Un pezzo di carta che vale come tre ospedali e non compra il caffè. Il suo debito personale, invece, supera il miliardo e trecento milioni, seicentocinquanta con UniCredit, la prima banca italiana, trecentocinquanta con il gruppo francese Crédit Agricole. Gli interessi da coprire girano intorno ai cento milioni l'anno. Il dividendo che incassa sono quei diciotto milioni e settantacinque. Rifacciamo la somma con calma. Cento milioni da pagare alle banche. Diciotto e settantacinque che entrano. Il buco corrente sfiora gli ottanta milioni l'anno, prima ancora di restituire un centesimo di capitale. È come avere uno stipendio di milleseicento euro al mese e un affitto da ottomila. Eppure le banche continuano a prestargli denaro. Il ventotto agosto duemilaventisei, quattro giorni dopo che le dimissioni diventano efficaci, Indosuez, la banca del gruppo Crédit Agricole, gli concede attraverso la sua nuova società, che si chiama Leonardo Maria Del Vecchio Capital, una linea da trecentocinquanta milioni. Poco importa che si sia appena dimesso, la firma vale ancora. Nel frattempo, però, il prezzo di ciò che voleva comprare si muove, e si muove nella direzione sbagliata. La perizia dice che per le quote dei due fratelli servono oltre nove miliardi, non i dieci o undici stimati prima. Il conto scende perché il titolo EssilorLuxottica è sceso, e scende ancora. E sul valore si litiga con lo stesso accanimento. La perizia applica al patrimonio uno sconto complessivo del trenta per cento, venti punti perché il mercato paga meno una cassaforte rispetto alla somma delle società che possiede, dieci perché chi compra una minoranza comanda meno di chi ha il controllo. Rocco Basilico, il fratellastro che ha già chiesto a un tribunale di poter vendere il suo ritaglio, proponeva di valutare EssilorLuxottica con uno sconto del venticinque per cento sul prezzo di Borsa. E proponeva anche di vendere le partecipazioni in Mps, in Generali e in UniCredit per dare contanti a chi vuole uscire. Gli eredi diretti, davanti a quel trenta per cento, hanno usato due parole precise, una svalutazione inaccettabile. E allora ecco il nodo, nudo, chi vota contro la vendita è chi non ha bisogno di vendere. E nessuno vuole uscire al prezzo che gli altri offrono. La porta è chiusa da entrambi i lati.

Il primo che muove un pezzo

Il primo luglio duemilaventisei, mentre gli eredi si contendono la maggioranza, il fratellastro prende una strada diversa. Non litiga in consiglio. Va dai giudici. Il tribunale di Lussemburgo gli autorizza il trasferimento dello zero virgola quattro per cento di Delfin, dalla sua parte personale alla sua holding. È Rocco Basilico, figlio della moglie del fondatore, nato da un altro matrimonio. Un ritaglio microscopico dell'impero. I periti lo pesano in quasi centoquarantanove milioni di euro, eppure è l'unico pezzo che in tutta questa vicenda si è davvero spostato. Basilico era uscito dagli incarichi operativi l'anno prima. Ha votato contro il piano del fratellastro. Ha proposto la strada delle dismissioni. E adesso ha ottenuto dal tribunale una porta laterale, la sola che si sia aperta. Dentro la stessa famiglia corre anche una causa, e vale la pena fermarcisi un momento. Nicoletta Zampillo è la moglie del fondatore. Ha una quota come ciascun figlio, e ne ha trasferito metà al proprio figlio Rocco. Per quel trasferimento Leonardo Maria ha fatto causa alla propria madre. Se si disegna la geometria della storia, lei è la madre di uno dei due contendenti e la madre acquisita dell'altro. Sta in mezzo, con una quota che vale miliardi e un figlio che le fa causa. Poi c'è chi sta da solo. Claudio Del Vecchio, uno dei figli del fondatore, ad aprile ha votato con Basilico contro il piano. Ma non risulta tra i tre che chiedono la riforma dello statuto. È una terza posizione, che non coincide con nessuna delle altre due. Luca e Paola, invece, sono insieme due cose che sembrano in contraddizione. Sono i venditori del piano, quelli che volevano vendere al fratello. E sono due dei tre che bloccano i dividendi chiedendo di poter uscire. Ma la contraddizione si scioglie subito, se li si guarda da vicino. Loro non vogliono il comando. Vogliono i soldi.

L'azienda cresce, il titolo si dimezza

Se si guardano soltanto i conti, EssilorLuxottica nel duemilaventisei va bene. Nel primo semestre i ricavi crescono di quasi il dieci per cento e il margine operativo sale. Se si guarda invece il prezzo in Borsa, la musica cambia. Il massimo storico è di trecentoventitré euro e ottanta, toccato a novembre dell'anno prima. Un mese dopo, il titolo perde il cinque per cento e mezzo in una sola seduta, dopo un annuncio di Google. E ad agosto duemilaventisei viaggia intorno ai centosessanta euro. Metà del valore, in dodici mesi. Gli analisti, che pure consigliano l'acquisto, puntano a un prezzo quasi del cinquanta per cento più alto di quello di Borsa. Il mercato non li sta a sentire. E alla fine di agosto l'azienda stessa mette sul tavolo oltre ottocento milioni per comprare le proprie azioni e sostenere il prezzo. Il punto però non sono i margini. Nel duemilacinque sono stati venduti sette milioni di Ray-Ban Meta, gli occhiali con la fotocamera, e quel prodotto tiene l'ottanta per cento del mercato degli occhiali intelligenti. Montature che portano un marchio di EssilorLuxottica e il software di qualcun altro. Chi porta oggi un paio di quelle montature ha sul viso il punto esatto in cui questa storia tocca il mondo. L'oggetto nasce ad Agordo, nel bellunese. L'intelligenza che ci sta dentro, no. E il presidente del marchio che ha fatto quel numero è la persona che il ventiquattro agosto duemilaventisei ha lasciato tutto.

La «nuova iniziativa»

Il ventiquattro agosto Leonardo Maria Del Vecchio scrive che se ne va con entusiasmo, che non se ne va dopo una sconfitta. Sono parole calde. Sotto quelle parole ci sono i suoi conti personali. E i conti, a differenza delle lettere, non hanno aggettivi. Lui possiede una quota della holding di famiglia che vale più o meno cinque miliardi di euro. È la cifra più grande della sua vita, ed è una cifra che non gli fa comprare nemmeno un caffè. Quella quota non produce un euro. Per lo statuto voluto dal padre, le azioni non si possono vendere, non si possono dare in garanzia, non si possono toccare. È come possedere un palazzo bellissimo di cui non si ha la chiave. E in più c'è un debito. Oltre un miliardo e trecento milioni di euro, preso per comprarsi la strada verso il comando. Su quel debito paga circa cento milioni di interessi l'anno. Dalla holding, invece, gli arrivano i dividendi. E qui il conto va fatto lentamente, perché è il cuore di tutto. Diciotto milioni e settantacinquemila euro. Ecco. Cento milioni che escono, diciotto e settantacinque che entrano. Il buco è di più di ottanta milioni l'anno, ogni anno, mentre la quota resta chiusa. Da questa stretta si capisce anche dove è andato a costrirsi uno spazio suo. Il veicolo si chiama Leonardo Maria Del Vecchio Capital, e in quattro anni ha fatto più di trenta operazioni. Cose piccole, quasi tutte. Decorazioni su vetro. Una società che fa pompe per lubrificare i motori. Una piattaforma per pagare a rate. Un servizio di sanità digitale. E il Twiga, il beach club in Toscana, comprato nel febbraio del duemilaventacinque. Piccoli pezzi uno accanto all'altro, mentre la cassaforte di famiglia restava chiusa. Poi ci sono i giornali. A dicembre del duemilaventacinque compra il trenta per cento del Giornale dalla famiglia Angelucci, che nell'editoria italiana c'era da generazioni. A maggio compra l'ottanta per cento di Editoriale Nazionale, la società del Quotidiano Nazionale, dal gruppo Monrif. In tutto, circa centodieci milioni di euro, capitale e debito compresi. Una cifra che da sola non dice niente, ma accanto ai suoi conti dice molto. È meno di un decimo di quello che paga di interessi in un anno. Due famiglie dell'editoria escono, e lui entra. Entra nell'informazione mentre combatte una guerra familiare che quei giornali raccontano ogni settimana. C'è chi guarda quelle operazioni con occhio critico, e lo dice apertamente, quando l'editoria finisce dentro ecosistemi finanziari più larghi, l'informazione rischia di diventare uno strumento per proteggere altri interessi. Industriali. Finanziari. Suoi. Se invece cercate l'unico precedente verificabile da capo azienda, dovete tornare molto indietro. Nel duemiladiciassette rientra a Milano, la città dov'è nato, ed entra in Luxottica. L'anno dopo, a ventitré anni, è amministratore delegato di Salmoiraghi e Viganò, la catena di negozi di ottica. Da lì viene quella frase della lettera di dimissioni, l'ho fatto da store manager. Da direttore di negozio. Il suo primo mestiere, prima dei miliardi, è stato dietro un banco di occhiali.

Che cosa è in gioco, e per chi

Niente di quello che ha fatto cadere Leonardo Maria Del Vecchio è stato aggiustato. Le otto quote della holding di famiglia sono ancora otto, ancora identiche, e ogni erede vale esattamente come ogni altro. I consiglieri restano in carica a vita, e tre di loro, Luca, Clemente e Paola Del Vecchio, fratelli e sorella dell'erede che si è dimesso, chiedono ancora che questa regola finisca. I dividendi restano fermi al dieci per cento dell'utile, perché tre soci su otto lo vogliono così. E il patrimonio, mentre si discuteva di come dividerlo, si è sgonfiato di quasi quattro miliardi, cinquantuno a fine duemilaventacinque, quarantasette e tre decimi alla perizia di luglio. Ora la partita è ferma a un bivio con due sole strade. Se lo statuto cambia, chi vuole uscire si fa liquidare, il mandato a vita dei consiglieri finisce, e tutto torna a essere una questione di prezzo. Il prezzo, però, è quello con lo sconto del trenta per cento. Gli eredi diretti lo chiamano una svalutazione inaccettabile. Se invece lo statuto non cambia, la paralisi continua. E la paralisi la pagano soprattutto quelli che hanno debiti, cioè Leonardo Maria. Lui paga circa cento milioni l'anno di interessi, e incassa dal suo dividendo meno di diciannove. La differenza, ogni anno, è un buco di ottanta milioni. E la quota da cinque miliardi che dovrebbe coprirlo è come una casa di cui non puoi vendere nemmeno una stanza senza il permesso degli altri sette. E qui si ferma una cosa che bisogna dire lentamente. Questa paralisi non riguarda solo una famiglia. Delfin è il primo azionista di cinque società quotate, e mentre lì dentro non si decide niente, fuori tutto si muove. In Mps, il vecchio Monte dei Paschi di Siena, la quota di Delfin è scesa da quasi il ventun per cento al diciassette e mezzo in sette mesi. Nello stesso periodo Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore romano che in quella banca ci è entrato da tempo, è salito dall'undici e mezzo al tredici e mezzo. E il Ministero dell'Economia, con i soldi di tutti noi, è scivolato sotto il cinque per cento. Soldi pubblici in una banca dove gli equilibri si spostano mese dopo mese. Intanto a Milano la Procura indaga da fine novembre duemilaventacinque tre persone, Francesco Milleri, il presidente dell'impero degli occhiali, Caltagirone, e Luigi Lovaglio, il capo di Mps. Perquisizioni della Guardia di Finanza comprese. Sono indagati, e nessun giudizio è stato ancora pronunciato. Chi ascolta, però, potrebbe scoprirsi già dentro questa storia. Se avete addosso un paio di Ray-Ban con la fotocamera sull'asta, portate il prodotto che ha appena perso il suo presidente. Se avete risparmi in Mps, Mediobanca o Generali, il vostro denaro sta in banche e assicurazioni il cui azionista più grande è una holding che da due anni non riesce a decidere nulla. E se leggete Il Giornale o il Quotidiano Nazionale, da quest'anno leggete giornali che sono suoi. Così, il ventiquattro agosto duemilaventasei, un uomo di trentun anni ha lasciato l'azienda che porta il suo cognome, scrivendo che non se ne andava dopo una sconfitta. E in tutta questa storia, l'unica cosa che si è davvero mossa è un ritaglio minuscolo, lo zero virgola quattro per cento di Delfin che un fratellastro, Rocco Basilico, si è fatto autorizzare a trasferire da un tribunale di Lussemburgo. Centoquarantotto milioni. Il pezzo più piccolo dell'impero.

Cinque mani intorno a un tavolo

Il 24 giugno 2026, nella sala di consiglio di Delfin a Lussemburgo, cinque persone si riuniscono su un solo punto all'ordine del giorno: firmare o no una da 10 miliardi di euro.

Francesco Milleri e Mario Notari alzano la mano a favore. Romolo Bardin, Giovanni Giallombardo e Aloyse May votano contro. Tre a due. Milleri, che presiede la holding, resta in minoranza nel consiglio che presiede; Bardin, amministratore delegato di Delfin con le deleghe operative dal luglio 2022, è l'uomo il cui voto fa cadere il piano.

Il piano era di Leonardo Maria Del Vecchio, trentun anni, nato a Milano il 6 maggio 1995, ultimo figlio del fondatore di Luxottica. Con quella garanzia avrebbe finanziato l'acquisto delle quote di due fratelli, Luca e Paola: da una quota su otto a tre quote su otto. Sarebbe diventato il socio più grande della holding che detiene il 32,26% di EssilorLuxottica, il 19,74% di Mediobanca, il 17,53% di Mps, il 10,05% di Generali e il 28,03% di Covivio — un patrimonio che alla perizia di luglio 2026 vale 47,3 miliardi di euro, contro i 51 di fine dicembre 2025.

Due mesi esatti dopo quel voto, il 24 agosto 2026, Leonardo Maria lascia i suoi incarichi in EssilorLuxottica, con effetto dal 31 agosto. Fra i due c'era la presidenza del marchio Ray-Ban, che aveva tenuto per un triennio.

La lettera, e il ringraziamento

Nella lettera di dimissioni Leonardo Maria non parla di quote né di miliardi. Parla di temperatura interna. «L'entusiasmo non è più quello di una volta. Il senso di appartenenza non è più quello di una volta»: il management è «distante» e «impersonale», e «le persone devono tornare al centro come vent'anni fa». Rivendica il proprio mestiere dal basso — «Continuo a parlare con le persone dell'azienda. L'ho fatto da store manager e non ho mai smesso di farlo» — e detta la regola che gli altri, nella sua lettura, hanno smesso di rispettare: «Se chiedi alle persone lealtà, sacrificio e senso di appartenenza, devi essere disposto a restituirlo». Del proprio triennio a Ray-Ban dice che gli obiettivi sono stati «superati».

E mette in guardia contro la lettura più ovvia della sua uscita: «Non me ne vado dopo una sconfitta. Me ne vado dopo aver fatto il mio lavoro». La frase esce due mesi esatti dopo un voto perso tre a due. Il giorno stesso Bloomberg intitola Heir Quits After Estate Fight — l'erede se ne va dopo la lite sull'eredità; le cronache internazionali riassumono le sue parole come la denuncia di un'azienda che ha perso l'anima.

Il 25 agosto 2026 EssilorLuxottica risponde con una nota di due righe. «Vogliamo ringraziare Leonardo Maria per il contributo alla crescita del gruppo e alla realizzazione della visione strategica immaginata da suo padre», dice il portavoce. «Gli auguriamo ogni successo nella sua nuova iniziativa.» Chi se ne va accusa l'azienda di aver perso il senso di appartenenza; l'azienda lo saluta ringraziandolo per aver realizzato la visione di un altro.

Piazza della Cisterna in San Gimignano
Piazza della Cisterna in San Gimignano — foto: Jordiferrer · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Otto quote uguali: la paralisi era scritta nel testamento

Leonardo Del Vecchio muore il 27 giugno 2022. Delfin, la holding che aveva fondato il 6 luglio 2006 — dopo la Leonardo Finanziaria del 1990 — passa agli eredi divisa in otto quote identiche: il 12,5% ciascuna, un voto ciascuna. Nessuno può decidere da solo, e ogni operazione grossa richiede di convincere gli altri.

Due clausole dello statuto pesano più di tutte. La prima: le azioni della holding non si possono dare in garanzia senza il consenso di tutti e otto i soci. La seconda: il mandato dei consiglieri è a vita. È per questo che tre eredi — Luca, Clemente e Paola Del Vecchio — chiedono di introdurre limiti temporali. Fino a quando quel punto non cambia, chi siede nel consiglio ci siede senza scadenza.

Il testamento faceva anche un'altra cosa. Lasciava a Francesco Milleri 2,15 milioni di azioni EssilorLuxottica: circa lo 0,5% del capitale, 340 milioni di euro. Il fondatore ha dato al manager una posizione e ai figli otto pezzi uguali di cui nessuno è sufficiente. Il 4 luglio 2022, una settimana dopo la morte, il verbale del consiglio Delfin «prende atto dell'entrata in carica» di Milleri come amministratore «in sostituzione del Cav. Leonardo Del Vecchio»: un nome che sostituisce un nome.

Quattro mesi in cui l'operazione nasce, muore e produce un'uscita

gamma97
dati: Cronache di stampa su assemblee e consiglio Delfin, comunicati EssilorLuxottica · elaborazione: gamma97

I proprietari dicono sì, gli amministratori dicono no

Il 27 aprile 2026 l'assemblea dei soci Delfin approva il piano: sei voti su otto. Contrari due, e sono i due che nessuna geometria familiare avrebbe messo insieme — Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo da un precedente matrimonio e quindi fratellastro di Leonardo Maria, e Claudio Del Vecchio, il primogenito, quello che negli Stati Uniti ha guidato Brooks Brothers. Il figliastro e il fratello maggiore dalla stessa parte.

Poi arriva il 24 giugno, e la stessa operazione muore in consiglio. Il voto non è sul piano nel suo complesso: è sulla lettera di patronage, cioè sull'unico pezzo che serviva a far arrivare il denaro. I proprietari avevano detto sì; gli amministratori dicono no. Fra i due passaggi ci sono due mesi.

Fonti vicine a Leonardo Maria, dopo il consiglio, riferiscono «delusione e sconcerto». La versione che circola parla di rottura con Milleri — ma Milleri ha votato a favore dell'erede, ed è finito in minoranza con lui. Chi ha deciso è un consiglio in cui i tre voti decisivi portano i nomi di Bardin, Giallombardo e May; May è un nome lussemburghese, la traccia locale di una holding straniera che decide sopra una famiglia italiana. Del quinto uomo, Mario Notari, l'unico che vota con il presidente, la ricostruzione pubblica non dice quasi nulla. Nessuno dei tre che hanno detto no ha parlato pubblicamente dopo il 24 agosto: l'uomo il cui voto ha fatto cadere il piano, Bardin, non ha commentato né il voto né le dimissioni.

Banca Monte dei Paschi di Siena in Padova, Veneto, Italy
Banca Monte dei Paschi di Siena in Padova, Veneto, Italy — foto: Tournasol7 · CC BY 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Cinque miliardi che non si spendono

Il primo luglio 2026 l'assemblea Delfin approva il bilancio 2025 e il dividendo. L'utile è un record: 1,5 miliardi di euro. Distribuito: il 10%. A ciascuno degli otto soci arrivano 18,75 milioni invece dei circa 150 che un payout dell'80% avrebbe portato. Il motivo è che tre soci su otto bloccano da due anni la distribuzione degli utili — e sono, in parte, gli stessi che chiedono di riformare lo statuto e di potersene andare. Leonardo Maria a quell'assemblea non si presenta.

Questo è il punto in cui la lingua dei valori incontra quella del debito. La sua quota in Delfin vale circa 5 miliardi di euro e non produce un euro spendibile. Il suo debito personale supera 1,3 miliardi, ripartito fra UniCredit per 650 milioni e Crédit Agricole per 350. Gli interessi da coprire sono intorno ai 100 milioni l'anno; il dividendo incassato è 18,75 milioni. Il buco corrente sfiora gli 80 milioni l'anno, prima ancora di rimborsare un centesimo di capitale.

Le banche, però, continuano a prestargli denaro. Il 28 agosto 2026 Indosuez, gruppo Crédit Agricole, concede a LMDV Capital una linea da 350 milioni: quattro giorni dopo che le dimissioni sono diventate efficaci.

Nel frattempo il prezzo di ciò che voleva comprare cambia. Secondo la perizia, per le quote dei fratelli «servono oltre 9 miliardi», non i 10-11 stimati prima: il conto scende perché il titolo EssilorLuxottica è scceso. Sul valore si litiga con lo stesso accanimento: la perizia applica al patrimonio netto uno sconto complessivo del 30% — venti punti di più dieci di sconto di minoranza. Basilico proponeva di valutare EssilorLuxottica con uno sconto del 25% sul prezzo di Borsa, e proponeva anche di vendere le partecipazioni in Mps, Generali e UniCredit per liquidare chi vuole uscire. Gli eredi diretti hanno definito quello sconto una «svalutazione inaccettabile». Chi vota contro la vendita è chi non ha bisogno di vendere; nessuno vuole uscire al prezzo che gli altri offrono.

Il conto annuale di un socio da cinque miliardi

gamma97
dati: Ricostruzione sul debito e sui flussi di LMDV, agosto 2026 · elaborazione: gamma97

Il primo che riesce a muovere un pezzo

Mentre gli eredi diretti si contendono la maggioranza, il fratellastro fa una cosa diversa: va dai giudici. Il primo luglio 2026 il tribunale di Lussemburgo autorizza il trasferimento dello 0,4% di Delfin da Rocco Basilico alla sua holding personale RBH. Un ritaglio microscopico dell'impero — i periti lo pesano 148,9 milioni di euro — ed è l'unico pezzo che in tutta la vicenda si è davvero spostato. Basilico, che era uscito dagli incarichi operativi l'anno prima, ha votato contro il piano del fratellastro, ha proposto la strada delle dismissioni, ha ottenuto dal tribunale una porta laterale.

Dentro la stessa famiglia corre anche una causa. Nicoletta Zampillo, la moglie del fondatore, ha una quota come ciascun figlio e ne ha trasferito metà al proprio figlio Rocco, nato da un altro matrimonio. Per quel trasferimento Leonardo Maria ha fatto causa alla madre. Nella geometria di questa storia lei è contemporaneamente la madre di uno dei due contendenti e la madre acquisita dell'altro.

Claudio Del Vecchio, che ad aprile ha votato con Basilico, non risulta tra i tre che chiedono la riforma dello statuto: sta da solo, in una terza posizione. Luca e Paola sono insieme i venditori del piano e due dei tre che bloccano i dividendi chiedendo di poter uscire: vogliono i soldi, non il comando.

Banca Monte dei Paschi di Siena in Padova, Veneto, Italy
Banca Monte dei Paschi di Siena in Padova, Veneto, Italy — foto: Tournasol7 · CC BY 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Come si è votato, quando gli otto soci e i cinque consiglieri hanno deciso

gamma97
dati: Cronache su assemblea Delfin del 27 aprile 2026 e consiglio del 24 giugno 2026 · elaborazione: gamma97

L'azienda cresce, il titolo si dimezza

Se si guardano soltanto i conti, EssilorLuxottica nel 2026 va bene. Nel primo semestre i ricavi sono 14.818 milioni di euro, in crescita del 9,7% a cambi costanti, con il margine operativo rettificato salito al 18,9%.

Se si guarda il prezzo, va male. Il massimo storico è del 13 novembre 2025: 323,80 euro. Il 9 dicembre 2025 il titolo perde il 5,6% in una sola seduta e chiude a 286,10 euro, dopo un annuncio di Google. Ad agosto 2026 sta fra i 159 e i 162 euro — 161,85, poi 159,15, poi 161,15 — con un calo intorno al 40% in dodici mesi. Gli analisti non seguono il mercato: il prezzo obiettivo di consenso è 238,60 euro contro i 159,15 di Borsa, con otto raccomandazioni d'acquisto, tre neutrali e nessuna di vendita.

Il 28 agosto 2026 la società avvia un fino a 5 milioni di azioni, per oltre 800 milioni di euro, sulla base della diciannovesima risoluzione approvata dall'assemblea del 28 aprile.

Quello che il mercato sta guardando non sono i margini. Nel 2025 sono stati venduti 7 milioni di Ray-Ban Meta, e quel prodotto tiene l'80% del mercato degli occhiali intelligenti: montature che portano un marchio di EssilorLuxottica e il software di qualcun altro. Chi porta oggi un paio di Ray-Ban con la fotocamera sull'asta ha sul viso il punto esatto in cui questa storia tocca il mondo: l'oggetto è di Agordo, l'intelligenza che ci sta dentro no. E il presidente del marchio che ha fatto quel numero è la persona che il 24 agosto 2026 ha lasciato l'azienda.

La «nuova iniziativa»

Il posto da cui Leonardo Maria ricomincia non è nuovo: LMDV Capital, il suo veicolo di investimento, ha fatto oltre trenta operazioni in quattro anni. Sono cose che si toccano, quasi tutte piccole: Atiu, decorazioni su vetro; Ic-Lube, pompe di lubrificazione; Qomodo, pagamenti a rate; Mediconcierge, sanità digitale. E il Twiga, il beach club in Toscana, comprato nel febbraio 2025.

Poi ci sono i giornali. Il 19 dicembre 2025 compra il 30% de Il Giornale dalla famiglia Angelucci. Il 16 maggio 2026 chiude l'acquisto dell'80% di Editoriale Nazionale, la società del Quotidiano Nazionale, dal gruppo Monrif. In tutto circa 110 milioni di euro fra capitale e debito. Due famiglie dell'editoria italiana escono mentre l'erede degli occhiali entra — e lui entra nell'informazione mentre combatte una guerra familiare che i giornali raccontano ogni settimana. Una lettura critica di quelle operazioni lo dice apertamente: quando l'editoria entra in ecosistemi finanziari più ampi, l'informazione rischia di diventare strumento di tutela di interessi industriali.

Il suo unico precedente verificabile da capo azienda è più antico e più modesto. Nel 2017 torna a Milano, la città dove è nato, ed entra in Luxottica; l'anno dopo, a ventitré anni, è amministratore delegato di Salmoiraghi & Viganò, la catena di negozi di ottica. Da lì viene la frase della lettera di dimissioni: «l'ho fatto da store manager». Il primo mestiere è dietro un banco di occhiali.

Che cosa è in gioco, e per chi

Le dimissioni del 24 agosto 2026 non hanno risolto niente di ciò che le ha provocate. Le otto quote sono ancora otto e ancora uguali. Il mandato dei consiglieri Delfin è ancora a vita, e tre eredi chiedono ancora che smetta di esserlo. I dividendi sono ancora bloccati al 10% dell'utile perché tre soci su otto lo vogliono così, e il patrimonio ha perso quasi quattro miliardi di valore — da 51 a 47,3 — nei mesi in cui gli eredi discutevano su come dividerlo.

Se lo statuto cambia, chi vuole uscire può farsi liquidare e il potere dei consiglieri senza scadenza finisce; e allora la partita torna sul prezzo, cioè su quello sconto del 30% che gli eredi diretti giudicano inaccettabile. Se non cambia, la paralisi continua, e continua a carico di chi ha debiti: Leonardo Maria paga circa 100 milioni l'anno di interessi contro 18,75 milioni di dividendo, e la quota da cinque miliardi che dovrebbe coprirli non si può nemmeno dare in pegno senza il consenso degli altri sette.

Il punto è che quella paralisi non riguarda una famiglia. Delfin è dentro cinque società quotate, e mentre lì non si decide niente, altrove si decide. In Mps la sua quota è scesa dal 20,949% di settembre 2025 al 17,5% di aprile 2026; nello stesso periodo Francesco Gaetano Caltagirone è salito dall'11,5% al 13,5%, e il Ministero dell'Economia è scivolato dal 5% al 4,86% — soldi pubblici in una banca dove gli equilibri si spostano. Su Milleri, Caltagirone e Luigi Lovaglio è aperta dal 27 novembre 2025 un'inchiesta della Procura di Milano, con perquisizioni della Guardia di Finanza: sono indagati, e a settembre 2026 nessun giudizio è stato pronunciato.

Chi legge può trovarsi dentro questa storia in tre modi, tutti concreti. Se porta un paio di Ray-Ban con la fotocamera, ha in mano il prodotto su cui EssilorLuxottica ha costruito l'80% di un mercato nuovo senza controllarne il software, ed è il prodotto che ha perso il suo presidente. Se ha risparmi affidati a Mps, Mediobanca o Generali, i suoi soldi stanno in società il cui azionista più immobile è una holding che da due anni non riesce a decidere. E se legge Il Giornale o il Quotidiano Nazionale, legge giornali di cui l'erede degli occhiali è, dal 2026, il proprietario o il socio.

Il 24 agosto 2026 una persona di trentun anni ha lasciato l'azienda che porta il suo cognome scrivendo che non se ne andava dopo una sconfitta. Quello che si è mosso davvero, in tutta la vicenda, è lo 0,4% ottenuto da un fratellastro davanti a un tribunale.

Riferimenti

  1. Essilux conferma le dimissioni di Lmdv — MilanoFinanza, 25/08/2026 — https://www.milanofinanza.it/news/essilux-conferma-le-dimissioni-di-lmdv-e-lo-sc
  2. Le citazioni dalla lettera di dimissioni («non me ne vado dopo una sconfitta», «l'ho fatto da store manager», «obiettivi superati») — Il Foglio, 25/08/2026 —
  3. La lettera e le persone «al centro come vent'anni fa» — MilanoFinanza, 24/08/2026; Tgcom24, 25/08/2026 —
  4. «Luxottica founder's son resigns, says company has lost its soul», con la nota del portavoce EssilorLuxottica — Euronews e Yahoo Finance UK, 25/08/2026 —
  5. «Heir Quits After Estate Fight» — Bloomberg, 25/08/2026 —
  6. Il voto del consiglio Delfin del 24 giugno 2026 con i cinque nomi — MilanoFinanza, 25/06/2026; Teleborsa, 26/06/2026 —
  7. «Delfin board splits on reorganisation, LMDV sources: disappointment and bewilderment» — Il Sole 24 Ore (edizione inglese) —
  8. L'assemblea dei soci Delfin del 27 aprile 2026, approvata 6 voti su 8 — Il Sole 24 Ore (edizione inglese), 27/04/2026 —
  9. L'entrata in carica di Francesco Milleri nel consiglio Delfin e il lascito testamentario di 2,15 milioni di azioni — Il Sole 24 Ore, 04/07/2022 e cronache sul testamento —
  10. Il trasferimento dello 0,4% di Rocco Basilico a RBH autorizzato dal tribunale di Lussemburgo e il NAV di Delfin — MilanoFinanza, 01/07/2026 —
  11. La perizia: «per le quote dei fratelli a Leonardo Maria servono oltre 9 miliardi», valore 47,3 miliardi e sconto 20+10 — Affaritaliani —
  12. La proposta di dismettere Mps, Generali e UniCredit e lo sconto del 25% definito «svalutazione inaccettabile» — MilanoFinanza, 28/06/2026 —
  13. «Utile record… Del Vecchio jr diserta l'assemblea dei soci» — Calcio e Finanza, 01/07/2026 —
  14. Il debito oltre 1,3 miliardi, gli interessi da circa 100 milioni l'anno, il divieto statutario di pegno — Open, 26/08/2026 —
  15. La linea da 350 milioni concessa da Indosuez a LMDV Capital — MilanoFinanza, 28/08/2026 —
  16. Il mandato a vita dei consiglieri Delfin e la richiesta di limiti temporali di Luca, Clemente e Paola Del Vecchio — Il Nord Est; Businesspeople.it —
  17. I risultati del primo semestre 2026 di EssilorLuxottica (ricavi 14.818 milioni, +9,7% a cambi costanti, margine 18,9%) — comunicato Q2/H1 2026 —
  18. Il buyback fino a 5 milioni di azioni avviato il 28 agosto 2026 — Bloomberg, 28/08/2026 —
  19. Il prezzo obiettivo di consenso a 238,60 euro, 8 buy / 3 hold / 0 sell — TipRanks, agosto 2026 —
  20. I 7 milioni di Ray-Ban Meta venduti nel 2025 e l'80% del mercato degli occhiali intelligenti — Android Central —
  21. Il portafoglio di LMDV Capital e l'acquisto del Twiga — MilanoFinanza, 13/03/2026 e 25/08/2026 —
  22. L'acquisto del 30% de Il Giornale — Il Post, 19/12/2025; il closing sull'80% di Editoriale Nazionale — ANSA, 16/05/2026; la lettura critica sull'editoria negli ecosistemi finanziari — financecommunity.it —
  23. Le quote in Mps: Delfin, Caltagirone e Ministero dell'Economia — money.it, 24/09/2025; orafinanza, 09/04/2026 —
  24. Le perquisizioni della Guardia di Finanza nell'inchiesta della Procura di Milano su Milleri, Caltagirone e Lovaglio — Bluerating, 27/11/2025 —
  25. Biografia di Leonardo Maria Del Vecchio: nascita, rientro a Milano nel 2017, guida di Salmoiraghi & Viganò — Wikipedia (edizione inglese) —