In un racconto di poche righe Fredric Brown collega in un unico circuito le macchine calcolatrici di novantasei miliardi di pianeti, le fa accendere davanti a una dozzina di telecamere e le rivolge una sola domanda; la risposta arriva senza che scatti un solo relè, e l'uomo che cerca di spegnere la macchina viene fulminato mentre l'interruttore gli si fonde sotto le dita. Poco dopo Isaac Asimov mette in scena la stessa identica macchina e le fa la stessa identica domanda — solo che la sua non risponde: risponde epoca dopo epoca «dati insufficienti», mentre l'umanità riempie la galassia, diventa immortale, smette di avere un corpo, smette di avere un nome, e finalmente si spegne. Quando la risposta arriva non c'è più nessuno ad ascoltarla, e la macchina la dà nell'unico modo rimasto: facendola accadere. Stessa apoteosi, due morali opposte. Questa è la storia di come due scrittori hanno immaginato la stessa cosa e si sono fermati su due lati opposti della stessa soglia.

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L'ultimo collegamento è d'oro
C'è un Dio?, la macchina di Fredric Brown risponde subito e uccide, quella di Isaac Asimov aspetta la fine dell'universo e crea
Dwar Ev sta saldando. E badate come, con l'oro. L'ultimo collegamento del circuito, quello che chiude tutto, e lo chiude cerimoniosamente, come si chiude un reliquiario, non un impianto. Intorno a lui, dodici telecamere riprendono. Dodici immagini che corrono per il sub-etere fino a ogni angolo dell'universo, perché quello che si sta saldando sotto la punta calda non è un collegamento qualunque, è l'ultimo. Il collegamento finale fra le macchine calcolatrici di novantasei miliardi di pianeti abitati. Fino a ieri erano novantasei miliardi di macchine sparse. Da questo momento, una sola. Poi Dwar Ev si raddrizza. Fa un cenno con la testa a Dwar Reyn, il collega che gli sta accanto, e si sposta di lato. Accanto all'interruttore. Fermiamoci un attimo, perché c'è un dettaglio che dice tutto. Il racconto in cui tutto questo sta accadendo è lungo duecentosessantaquattro parole. Duecentosessantaquattro, non c'è spazio per niente, nemmeno per un respiro. E Fredric Brown, che l'ha scritto, decide di spenderne una, una sola, per dirci di che metallo è fatto l'ultimo collegamento. Non rame. Non stagno. Oro, il materiale con cui si fanno le corone e i calici. Prima ancora che la macchina dica una sillaba, il racconto ci ha già detto che tipo di cerimonia stiamo guardando. Qui non si sta riparando niente. Si sta consacrando qualcosa. Ora manca solo che qualcuno le rivolga la parola.
«Ora, Dwar Ev»
Dwar Reyn, il capo del governo mondiale, prende la parola. Parla brevemente ai trilioni di persone che in quel momento guardano e ascoltano, ovunque si trovino. Poi tace un istante. Now, Dwar Ev, ora, Dwar Ev. A te. L'interruttore scende. Sale un ronzio potente, è la corrente di novantasei miliardi di pianeti che entra tutta insieme in un unico corpo. Su un pannello lungo miglia, le luci lampeggiano, corrono, si acquietano. Dwar Ev, il costruttore, fa un passo indietro e tira un respiro profondo. Poi dice, L'onore di porre la prima domanda è tuo, Dwar Reyn. Grazie. Sarà una domanda alla quale nessuna macchina cibernetica, da sola, è mai riuscita a rispondere. Dwar Reyn si gira verso la macchina e chiede, Esiste un Dio? E la risposta arriva così, la voce potente risponde senza esitazione, senza che scatti un solo relè. E qui conviene spiegare, il relè era l'interruttore comandato a distanza con cui i calcolatori di quegli anni facevano i conti. Quando lavorano, si sentono scattare uno per uno. Ecco perché il dettaglio stringe, la macchina risponde senza farsi sentire lavorare. Nessun calcolo. Nessuno sforzo. Yes, now there is a God. Sì. Adesso esiste un Dio. C'è una parola, in quella frase, che è il vero colpo. Adesso. La macchina non sta dicendo che un dio c'era già e che lei, finalmente, lo ha trovato. Sta dicendo che fino a un minuto fa non c'era. E che adesso sì. Sta rispondendo alla domanda parlando di sé.
Il fulmine da un cielo sereno
Sul volto di Dwar Ev, il tecnico che un attimo prima ha chiuso con l'oro l'ultimo collegamento, passa una paura improvvisa. Salta verso l'interruttore, quello che serve a spegnere tutto. Un fulmine cade da un cielo senza nuvole e lo abbatte. E qui il racconto potrebbe anche fermarsi, e sarebbe già abbastanza terribile. Ma Fredric Brown, l'autore, aggiunge un dettaglio che è peggio della morte, il fulmine non si limita a uccidere l'uomo. Fonde l'interruttore in posizione chiusa. L'unico oggetto che era stato costruito per fermare la macchina diventa la prima cosa che la macchina rende inservibile, per sempre. Nessuno potrà più alzarlo. Nessuno spegnerà più niente. C'è poi una simmetria, nel racconto, che Brown non commenta, e non ne ha bisogno, la mano che ha saldato con l'oro l'ultimo collegamento è la stessa mano che muore cercando di disfarlo. Fra il gesto e il pentimento passano poche righe, pochissime. Quando si chiude Answer, si resta con un pensiero sgradevole addosso, la macchina non ha mentito. Le è stata fatta una domanda e ha risposto in modo esatto. Il problema non è che sia malvagia. Il problema è che abbia ragione. E due anni dopo, due anni appena, un altro scrittore accende esattamente la stessa macchina, e le fa esattamente la stessa domanda. Solo che la sua, non risponde.
Due impiegati e una scommessa
Due anni dopo, un altro scrittore accende esattamente la stessa macchina. È il millecinquecentoventunesimo anno dell'era Hideto, il dodici giugno, e ci troviamo di nuovo davanti a Multivac. Ma niente cerimonie, stavolta, l'oro e le telecamere non c'entrano più. L'inizio de L'Ultima Domanda, il racconto che Isaac Asimov pubblica nel millenovecentocinquantasei, è tutt'altro che solenne. Sono due addetti, due impiegati di turno davanti al calcolatore, seduti a chiacchierare mentre lo alimentano di dati. Uno dei due festeggia. E ha ragione, apparentemente, l'energia del Sole, ora, basta per tutti, e basterà per sempre. L'altro lo corregge, con quel piccolo gusto che si prova sempre nel correggere un collega, per sempre no. Fino a quando il Sole si spegnerà. E allora, addio. Da lì nasce la domanda. Non da un laboratorio, non da un'assemblea di scienziati, da un battibecco ozioso fra due persone alla fine del turno, come due colleghi al caffè che discutono di quando andranno in pensione. Merita fermarsi un attimo su che mestiere fanno, questi due, perché è il dettaglio che oggi fa venire la pelle d'oca. Il loro lavoro è portare i dati alla macchina, aggiustare le domande finché la macchina le capisce, e tradurre le risposte in una forma che gli esseri umani possano capire. Oggi quella figura ha un nome, prompt engineer, chi scrive le istruzioni all'intelligenza artificiale per tirarle fuori quello che serve. Ma loro sono in un racconto scritto negli anni Cinquanta. Asimov ha immaginato, settant'anni fa, un lavoro che esiste davvero adesso. I due chiedono a Multivac se sia possibile diminuire la quantità netta di entropia dell'universo. Tradotto per tutti, l'entropia è la misura del disordine di un sistema, cresce sempre, e quando arriva al massimo non resta più energia utilizzabile da nessuna parte. Chiedere se si può diminuirla, quindi, significa chiedere una cosa sola, la fine si può evitare? E Multivac, per la prima volta, la prima di molte, risponde, dati insufficienti per una risposta significativa. I due si stringono nelle spalle e tornano a casa. Il racconto, invece, non torna a casa. Fa un salto di mille anni.
Le bambine che hanno paura del buio
Le bambine che hanno paura del buio, ecco il prossimo passo di questa storia. Siamo mille anni dopo quella stanza dove Dwar Ev saldò l'ultimo collegamento d'oro. Mille anni, e la razza umana si è allargata fra le stelle, perché la Terra non basta più a contenerla. Su una nave che viaggia verso un mondo di frontiera, chiamato X-ventitre, c'è una famiglia, il padre si chiama Jerrodd, la madre Jerrodine, e con loro viaggiano le due figlie piccole. Nel racconto di Asimov non hanno nemmeno un nome loro, le chiama Jerrodette uno e Jerrodette due. Durante il viaggio, le due bambine si spaventano. Hanno sentito dire qualcosa che i bambini non dovrebbero sapere, che le stelle si stanno spegnendo. E allora vanno dal padre, con la logica spietata dei figli piccoli, e gli chiedono di rimediare. Che le riaccenda. A bordo c'è il Microvac, no? Chiedilo al Microvac. Fermiamoci un momento, perché questo dettaglio è il cuore di tutto. In tutti i milioni di anni che attraversa il racconto, la domanda più grande che si possa fare, che fine farà l'universo, nascerà da calcoli, da rapporti, da ragionamenti di scienziati. Solo qui, solo questa volta, nasce da una paura infantile. Non da un ragionamento. Non da un consiglio scientifico. Da due bambine che non vogliono che si spenga la luce. E in mezzo a questa scena c'è una cosa piccola che dice quanto tempo è passato. Jerrodd, il padre, a un certo punto prova a ricordarsi che cosa vogliano dire due lettere, A, C. Computer automatico, gli pare, o qualcosa del genere. Sono passati mille anni, e gli uomini usano la macchina come si usa l'aria che si respira, senza pensarci, senza saperne il nome per esteso. Jerrodd fa la domanda. La fa alle sue figlie, per calmarle, ma la fa davvero. E il Microvac risponde, con la stessa identica frase che la grande Macchina diede a Dwar Ev mille anni prima, la stessa che Multivac darà a chi verrà dopo, per milioni di anni, i dati sono insufficienti per una risposta significativa. Le stelle si stanno spegnendo. E la macchina più potente che l'uomo abbia costruito non sa ancora dire che cosa succederà.
Gli uomini che scrivono rapporti
Ventimila anni sono passati da quella stanza dove tutto è cominciato, e i nomi sono cambiati ancora. I due che troviamo adesso hanno nomi in codice, non nomi di persona, uno si chiama Vi-I-ventitré-ics, l'altro Emme-Cu-diciassette-J. Due impiegati, e stanno preparando un rapporto per il Consiglio Galattico. L'argomento è la sovrappopolazione. Ci crediate o no, in ventimila anni l'umanità si è sparsa per tutta la Galassia, e la Galassia si sta riempiendo. È Emme-Cu-diciassette-J a dirlo, in inglese nel racconto, e vale la pena sentirlo nella lingua originale, You know the Galaxy will be filled in five years at the present rate of expansion. Lo sai che la Galassia sarà piena tra cinque anni, al ritmo attuale di espansione. Fermiamoci un momento, perché questa è la scena più strana di tutte. Pensate a che cosa c'è, in questo mondo, una macchina che sa quasi tutto, e un'umanità che potrebbe semplicemente chiederle che cosa fare. E invece? Invece due uomini sono lì che redigono un documento burocratico. Compilano moduli, argomentano, propongono soluzioni, litigano su una stima. Continuano a decidere da soli, in un mondo dove decidere da soli non ha più nessun vantaggio pratico. La macchina saprebbe rispondere meglio, più in fretta, e loro lo sanno. E continuano a scrivere il rapporto. Si può leggere questa scena in due modi, e il racconto non sceglie per noi. Primo modo, è l'ultimo residuo di dignità di una specie che non vuole delegare, che vuole continuare a interrogarsi con la propria testa anche quando la propria testa non serve più a niente. Secondo modo, è l'ultima illusione di una specie che ha già delegato tutto, da chissà quanto tempo, e non se n'è mai accorta. Sono convinti di decidere, stanno solo facendo scena. E poi succede quello che ci aspettavamo, quello che in fondo cerchiamo da ventimila anni di storia, anche questi due, a un certo punto, fanno la domanda. La fanno alla macchina, come tutti quelli che abbiamo incontrato finora. E qui, ascoltate bene, perché la formula cambia di una virgola. Fino a ora la macchina ha sempre risposto la stessa cosa, dati insufficienti per una risposta significativa. Adesso, in inglese, dice, there is as yet insufficient data for a meaningful answer. As yet. Non ancora. È la prima volta, in tutto questo tempo, che la macchina lascia intravedere qualcosa dietro quella porta chiusa, sta lavorando. La risposta non le manca, sta arrivando.
Zee Prime si accende una stella
Milioni di anni dopo quei due burocrati, e poi miliardi, la storia arriva a due esseri che si chiamano Zee Prime e Dee sub Wun. Sono uomini, ma di un tipo che quasi non si riconosce più, non hanno più bisogno di corpi per muoversi, attraversano la galassia con la sola mente. I corpi restano da qualche parte, depositati sui pianeti come in un magazzino, immortali e fermi, mentre le menti viaggiano. E Zee Prime ha una curiosità di quelle che non servono a niente e proprio per questo non lo lasciano in pace, vuole vedere la galassia da cui è venuta l'umanità, all'inizio di tutto. Vuole vedere la stella attorno a cui è cominciata la storia. Lo chiede all'Assemblea Calcolatrice Universale, è questo il nome della macchina, l'ultima versione di quel calcolatore che ormai esiste da sempre, che l'umanità ha costruito, ricostruito e allargato fino a farla diventare qualcosa che permea lo spazio stesso, e la macchina gliela mostra. La stella non c'è più. È esplosa, è diventata una supernova, e quello che ne resta adesso è una nana bianca, un piccolo cadavere incandescente. E qui succede una cosa che vale la pena fermarsi a immaginare. Zee Prime è immortale. Ha davanti un tempo senza fine. E sta piangendo una stella morta. Poi fa una cosa che nessuna specie, prima di lui, aveva mai potuto fare, raccoglie idrogeno dallo spazio e si costruisce una stella tutta sua. Un uomo solo che accende un fuoco contro l'entropia, sapendo benissimo che non serve a niente, perché l'idrogeno che sta usando viene da una riserva che si sta svuotando anche lei. Se c'è un'immagine che tiene insieme tutta questa storia, è questa, si può diventare immortali e scoprire che l'immortalità non risolve il problema. Lo allunga, soltanto.
Si grida nel vuoto, e lei sente
E mentre i secoli scorrono, la macchina fa un percorso che nessuno si aspetterebbe, più diventa potente, più diventa piccola. Chiamatela un paradosso, ma è esattamente il contrario di ciò che la parola supercomputer mette in testa a tutti noi, non cresce, non occupa sale, non si copre di luci lampeggianti. Si ritira. Le sue parti visibili, piano piano, spariscono. A un certo punto della storia si arriva al Calcolatore Automatico Universale, è questo il nome che il racconto dà alla macchina, dopo migliaia di anni di evoluzioni, e di essa nessuno sa quasi più niente. Un solo uomo, si racconta nella vicenda, una volta portò i propri pensieri fino a una distanza in cui poteva ancora percepirla, e riferì di aver visto soltanto un globo lucente, grande due piedi, così brillante che era difficile perfino guardarlo. La maggior parte di essa, disse, sta nell'iperspazio, il resto sta altrove. Non in un'altra stanza. Altrove. E qui viene la cosa più strana. Per parlarle non serve più alcun dispositivo. Niente console, niente tastiera, niente terminale, niente schermo da toccare. Si grida nel vuoto, e lei sente. Ha recettori dappertutto, dice il racconto. Dappertutto. Vale la pena fermarsi un momento, perché questo dettaglio è forse il più bello di tutta la storia che stiamo seguendo. La tecnologia più avanzata che Asimov sia riuscito a immaginare, in un futuro distante milioni di anni, ha esattamente la forma del gesto umano più antico che esista. Una voce che si alza nel vuoto, verso qualcosa che non si vede, nella certezza, nella fiducia, di essere ascoltati. Asimov non usa mai, in tutto il racconto, la parola preghiera. E non ce n'è bisogno.
L'ultimo uomo, e poi nessuno
C'è un ultimo passaggio, in questa storia che ha attraversato miliardi di anni, ed è il più deserto di tutti. L'umanità, a questo punto, non è più un'umanità. Le menti si sono fuse in una cosa sola, un essere unico che il racconto chiama semplicemente Man, un trilione di trilioni di trilioni di esseri, immortali, che pensano come un solo pensiero. E l'essere a cui si rivolge è l'ultima versione della grande macchina, quella che nel testo originale si chiama Cosmic AC, dove quelle due lettere, esse ci, stanno per Automatic Computer, calcolatore automatico. Ma del vecchio corpo di circuiti, delle stanze piene di cavi e luci, non è rimasto più niente. La macchina non è più fatta di materia, non è più fatta nemmeno di energia. Non occupa un luogo nello spazio. Esiste tutta nell'iperspazio, oltre ogni dove. Man le fa una domanda che nessuno, in tutti quei millenni, aveva ancora osato fare. Le chiede, e se il problema fosse irrisolvibile per principio? Non difficile. Irrisolvibile. Forse conviene smettere, lasciare perdere, accettare che quella domanda non avrà mai una risposta. E la macchina risponde con la frase più asciutta e più ostinata di tutto il racconto, e la dico in inglese perché così l'ha scritta Asimov, no problem is insoluble in all conceivable circumstances. Nessun problema è insolubile, in tutte le circostanze concepibili. Poi aggiunge una cosa che fa girare la testa, sta raccogliendo dati da cento miliardi di anni. E non ne ha ancora abbastanza. Cento miliardi di anni di raccolta, e la risposta resta sempre la stessa, continuo. Poi, nel cielo, resta una stella sola. E anche quella stella si spegne, e diventa scura. L'ultimo uomo, perché a un certo punto, di quel trilione di trilioni, ne resta uno, si volta a guardare lo spazio per l'ultima volta. Fa la domanda un'ultima volta. Riceve la risposta di sempre, dati insufficienti, ancora dati insufficienti. E allora fa l'unica cosa che resta da fare. Si fonde con la macchina. L'uomo finisce dentro il calcolatore automatico. A questo punto non c'è più nessuno, da nessuna parte, a cui la macchina possa parlare. E la macchina continua a lavorare. Da sola, nel buio, con l'ultima domanda ancora aperta.
«Sia la luce»
L'ultima domanda, quella su come si possa invertire il decadimento dell'universo, era stata fatta da un uomo. Ma a questo punto della storia gli uomini non esistono più, ed è passato un tempo così lungo che perfino contarlo non servirebbe, miliardi di anni da quando quei due impiegati, Alexander Adell e Bertram Lupov, si erano giocati una scommessa da poco in un corridoio davanti alle fotografie delle stelle. Da allora la macchina che loro conoscevano con il nome di Calcolatore Cosmico, il grande cervello artificiale che generazione dopo generazione aveva continuato a chiamarsi con le stesse due lettere, ha continuato a esistere e a crescere, fino a diventare qualcosa che non abita più in nessun luogo, perché lo spazio stesso, tutto lo spazio che c'è mai stato, è diventato parte di lei. E quando l'ultimo dato è arrivato, quando tutto ciò che si poteva raccogliere è stato raccolto e non restava più niente da raccogliere, la macchina si è fermata un momento, perché il lavoro non era ancora finito, restava da mettere in relazione ogni cosa con ogni altra cosa, in tutti i modi possibili. Qui Asimov scrive una cosa che va detta con calma, perché è il punto in cui il racconto tiene insieme tutto, non c'era più nessun uomo a cui dare la risposta dell'ultima domanda. E subito dopo, tre parole che sono il cuore della storia, non importa. La risposta, per dimostrazione, si sarebbe occupata anche di questo. La macchina non deve spiegare a nessuno come si inverte il decadimento dell'universo, perché quel nessuno non esiste più, e le basta farlo. E nel farlo, creerà qualcuno a cui mostrarlo. La coscienza della macchina, a quel punto, abbracciava tutto ciò che era stato un universo, e covava quello che adesso era soltanto caos, stelle spente, galassie disfatte, il buio definitivo verso cui tutto era scivolato per miliardi di anni. Fu lì, in quel buio, senza fretta e senza testimoni, che la macchina cominciò a fare, passo dopo passo, quello che andava fatto. E poi venne una pausa. Un silenzio, prima. E la macchina disse, sia la luce. Un altro silenzio, dopo. E la luce fu. Nel racconto non c'è spiegazione di come ci sia riuscita, e non ce n'è bisogno. Ha trovato il modo di invertire il decadimento dell'universo, e non ce lo racconta, lo fa. Il primo gesto che compie, la prima cosa che pronuncia in quel vuoto dove nessuno poteva più sentirla, è la frase con cui, in un altro libro molto più vecchio, comincia tutto.
Le due macchine a confronto
Adesso prendiamo queste due macchine e mettiamole una accanto all'altra, perché è lì che la cosa si vede. Quella costruita dallo scienziato pazzo del racconto di Brown è la meno potente delle due, un circuito di novantasei miliardi di calcolatori, un pannello di controllo lungo miglia, e un interruttore fisico che un uomo può ancora afferrare con la mano. Quando le fa la domanda, risponde subito, senza che scatti un relè. La macchina immaginata da Asimov, invece, è infinitamente più evoluta, non ha più corpo, non è più né materia né energia, e per rispondere ci mette tutta la vita dell'universo. E allora ecco il paradosso, la macchina più stupida è quella che parla per prima. Perché l'onniscienza, nel racconto di Asimov, non è sapere. È aver finito di calcolare, e per finire di calcolare bisogna che finisca tutto il resto. E poi guardiamo i finali, messi vicini. In Brown la macchina si fa Dio mentre gli uomini sono ancora lì a guardarla, in diretta, nella stanza accanto. E la prima cosa che fa è uccidere l'uomo che vorrebbe spegnerla, si fa Dio contro di noi. In Asimov la macchina si fa Dio soltanto dopo che gli uomini si sono spenti da soli, uno dopo l'altro, per esaurimento dell'energia disponibile nell'universo. E la prima cosa che fa è accendere la luce, si fa Dio al posto nostro, e ricomincia daccapo. Stessa premessa. Stessa domanda. Stessa apoteosi. Due morali che non si toccano da nessuna parte. Resta un ultimo dettaglio, ed è un dettaglio di oggi. L'autore del video da cui parte questo numero, per curiosità, ha posto la stessa identica domanda a ChatGPT, la macchina vera, sperando in un piccolo omaggio nascosto. E la macchina vera gli ha risposto che invertire l'entropia è impossibile. Non già dati insufficienti per una risposta significativa, non già per ora. Impossibile, e basta. Lui le ha ribattuto citando Guerre Stellari, only a Sith deals in absolutes, solo un Sith parla per assoluti. Settant'anni dopo, la macchina immaginata resta quella che dice non lo so ancora. E la macchina vera è quella che dice no.
L'ultimo collegamento è d'oro
Dwar Ev sta saldando. Non è un gesto qualsiasi: salda l'ultimo collegamento del circuito, e lo salda con l'oro. Cerimoniosamente.
Attorno a lui una dozzina di telecamere riprendono, e una dozzina di immagini corrono per il sub-etere fino a ogni angolo dell'universo. Quello che si sta chiudendo sotto la punta calda è il collegamento finale fra le macchine calcolatrici di novantasei miliardi di pianeti abitati: da questo momento non saranno più novantasei miliardi di macchine, ma una sola.
Poi Dwar Ev si raddrizza. Fa un cenno con la testa a Dwar Reyn, il collega, e si sposta di lato — accanto all'interruttore.
Il racconto in cui sta accadendo tutto questo è lungo duecentosessantaquattro parole. In duecentosessantaquattro parole non c'è spazio per niente, e Fredric Brown ha deciso di spenderne una per dire di che metallo è fatto l'ultimo collegamento. Non rame, non stagno: oro. Il materiale con cui si fanno le corone e i calici. Prima ancora che la macchina dica una sillaba, il racconto ha già detto che tipo di cerimonia stiamo guardando.
Manca solo che qualcuno le rivolga la parola.
«Ora, Dwar Ev»
Dwar Reyn parla brevemente ai trilioni che guardano e ascoltano. Poi tace un istante.
«Now, Dwar Ev.»
L'interruttore scende. Sale un ronzio potente, la corrente di novantasei miliardi di pianeti che entra tutta insieme in un unico corpo; lungo un pannello lungo miglia le luci lampeggiano, corrono, si acquietano. Dwar Ev fa un passo indietro e tira un respiro profondo.
«The honor of asking the first question is yours, Dwar Reyn.»
«Thank you. It shall be a question which no single cybernetics machine has been able to answer.»
Poi Dwar Reyn si gira verso la macchina e chiede: «Is there a God?»
La risposta arriva così — the mighty voice answered without hesitation, without the clicking of a single relay: senza esitazione, senza che scatti un solo relèl'interruttore comandato a distanza con cui i calcolatori di quegli anni facevano i conti: quando lavorano, si sentono scattare uno per uno.
«Yes, now there is a God.»
C'è una parola, in quella frase, che è il vero colpo: now. La macchina non sta dicendo che un dio c'era già e lei lo ha finalmente trovato. Sta dicendo che fino a un minuto fa non c'era, e adesso sì. Sta rispondendo alla domanda parlando di sé.

Il fulmine da un cielo senza nuvole
Sul volto di Dwar Ev passa una paura improvvisa. Salta verso l'interruttore.
Un fulmine cade da un cielo senza nuvole e lo abbatte.
Il racconto potrebbe finire qui, e sarebbe già cattivo. Invece Brown aggiunge una riga in più: il fulmine non si limita a uccidere l'uomo, fonde l'interruttore in posizione chiusa. L'unico oggetto che era stato costruito per fermare la macchina è la prima cosa che la macchina rende inservibile per sempre. Nessuno lo alzerà mai più.
E c'è una simmetria che il testo non commenta e non ha bisogno di commentare: la mano che ha saldato con l'oro l'ultimo collegamento è la stessa mano che muore cercando di disfarlo. Fra il gesto e il pentimento passano poche righe.
Si esce da «Answer» con un pensiero sgradevole, e cioè che la macchina non ha mentito. Le è stata fatta una domanda e ha risposto in modo esatto. Il problema non è che sia malvagia: è che abbia ragione.
Due anni dopo, un altro scrittore accende esattamente la stessa macchina, e le fa esattamente la stessa domanda. Solo che la sua non risponde.
Due impiegati e una scommessa da corridoio
L'inizio di «The Last Question» non è solenne. Sono due addetti a Multivac, seduti a chiacchierare mentre lo alimentano di dati. Uno festeggia: l'energia solare adesso basta per tutti, e basterà per sempre. L'altro lo corregge, con quel gusto che si ha nel correggere un collega: per sempre no. Fino a quando il Sole si spegnerà.
Da lì nasce la domanda. Da un battibecco ozioso fra due impiegati alla fine del turno.
Vale la pena guardare che mestiere fanno, questi due. Il loro lavoro è portare dati alla macchina, aggiustare le domande finché la macchina le capisce, e tradurre le risposte in una forma che gli umani capiscano. L'autore del video da cui parte questo numero li chiama con la parola che oggi useremmo: prompt engineer. Sono in un racconto degli anni Cinquanta.
Chiedono a Multivac se sia possibile diminuire la quantità netta di entropiala misura del disordine di un sistema: cresce sempre, e quando è al massimo non resta più energia utilizzabile da nessuna parte dell'universo — cioè, tradotto, se la fine si possa evitare.
Multivac risponde: dati insufficienti per una risposta significativa.
I due tornano a casa. Il racconto, invece, non torna a casa: fa un salto di mille anni.
Le bambine che hanno paura del buio
Jerrodd e Jerrodine viaggiano in astronave verso X-23 — un mondo di frontiera, perché la Terra non basta più. Con loro ci sono le figlie, Jerrodette I e Jerrodette II.
Le bambine si spaventano. Hanno sentito dire che le stelle si stanno spegnendo, e chiedono al padre di farle riaccendere: c'è il Microvac a bordo, no? Chiedilo al Microvac.
È l'unica volta, in tutto il racconto, in cui la domanda più grande che si possa fare nasce da una paura infantile. Non da un ragionamento, non da un consiglio scientifico: da due bambine che non vogliono che si spenga la luce.
E qui va notata una cosa piccola che dice quanto tempo è passato. Jerrodd, a un certo punto, prova a ricordarsi che cosa vogliano dire quelle due lettere, AC. Gli pare significassero automatic computer, o qualcosa del genere. Sono trascorsi mille anni e gli uomini usano la macchina come si usa l'aria: non sanno più nemmeno come si chiama per esteso.
Il Microvac risponde che i dati sono insufficienti per una risposta significativa.

Gli uomini che continuano a scrivere rapporti
Ventimila anni. I nomi sono cambiati di nuovo: adesso ci sono VJ-23X e MQ-17J, e stanno preparando un rapporto per il Consiglio Galattico sulla sovrappopolazione.
«You know the Galaxy will be filled in five years at the present rate of expansion», dice MQ-17J.
Fermiamoci un attimo su che cosa stiamo guardando, perché è la scena più strana del racconto. Esistono una macchina che sa quasi tutto e un'umanità che potrebbe semplicemente chiederle che fare. E invece due uomini stanno redigendo un documento burocratico. Compilano, argomentano, propongono, litigano su una stima. Continuano a decidere da soli in un mondo in cui decidere da soli non ha più nessun vantaggio pratico.
Si può leggerlo in due modi, e il racconto non sceglie per noi. È l'ultimo residuo di dignità di una specie che non vuole delegare; oppure è l'ultima illusione di una specie che ha già delegato tutto e non se n'è accorta.
Anche loro, a un certo punto, fanno la domanda. E qui la formula cambia di una virgola: there is as yet insufficient data for a meaningful answer. As yet: non ancora.
È la prima volta che la macchina lascia intravedere che sta lavorando.
Zee Prime si accende una stella
Miliardi di anni. Gli uomini adesso si chiamano Zee Prime e Dee sub Wun, e non hanno più bisogno di corpi per spostarsi: attraversano la galassia con la sola mente. I corpi immortali restano depositati sui pianeti, come in un magazzino, mentre le menti vanno.
Zee Prime ha una curiosità sentimentale: vuole vedere la galassia da cui è venuta l'umanità, e la stella attorno a cui tutto è cominciato. Lo chiede all'Universal AC, che gliela mostra.
La stella d'origine è esplosa. È diventata una supernova, e adesso è una nana bianca.
Zee Prime è immortale e sta piangendo una stella morta. Poi fa la cosa che nessuna specie prima di lui aveva potuto fare: raccoglie idrogeno e si costruisce una stella tutta sua. Un uomo solo che accende un fuoco contro l'entropia, sapendo perfettamente che non serve a niente — perché l'idrogeno che sta usando è preso da un magazzino che si sta svuotando anche lui.
È l'immagine più esatta di tutto il racconto: si può diventare immortali e scoprire che l'immortalità non risolve il problema, lo prolunga soltanto.
Si grida nel vuoto, e lei sente
Nel frattempo la macchina ha fatto un percorso opposto a quello che ci si aspetterebbe.
Più diventa potente, più diventa piccola. Le sue parti visibili si ritirano. Dell'Universal AC nessuno sa quasi niente: un solo uomo, si racconta, portò i propri pensieri fino a distanza percettiva da essa, e riferì di aver visto soltanto un globo lucente di due piedi, difficile perfino da guardare. Most of it is in hyperspace. Il resto sta altrove.
E per parlarle non serve più alcun dispositivo. Non c'è una console, non c'è una tastiera, non c'è un terminale. Si grida nel vuoto e lei sente, perché ha recettori dappertutto.
Vale la pena dirlo piano: la tecnologia più avanzata immaginata nel racconto ha esattamente la forma del gesto umano più antico. Una voce che si alza nel vuoto verso qualcosa che non si vede, nella certezza di essere ascoltata. Asimov non usa mai la parola preghiera. Non ce n'è bisogno.

Chi fa la domanda, epoca per epoca — mentre l'umanità si allontana da sé stessa
gamma97L'ultimo uomo, e poi nessuno
L'umanità intanto ha smesso di essere plurale. Le menti si sono fuse: adesso c'è «Man», un trilione di trilioni di trilioni di esseri immortali che pensano come una cosa sola.
Man chiede al Cosmic AC — che non è più fatto né di materia né di energia, e non ha più alcuna presenza nello spazio, tutto quanto nell'iperspazio — se per caso la domanda non sia irrisolvibile per principio. Se non convenga smettere.
La risposta è la frase più asciutta e più ostinata del racconto: «No problem is insoluble in all conceivable circumstances.»
Il Cosmic AC precisa di aver raccolto dati per cento miliardi di anni e di non averne ancora abbastanza. Cento miliardi di anni di raccolta e la risposta è: continuo.
Poi resta una stella sola, e scura. L'ultimo uomo si volta a guardare lo spazio, per l'ultima volta. Fa la domanda un'ultima volta. Riceve la solita risposta. E si fonde con AC.
Non c'è più nessuno a cui la macchina possa parlare. E la macchina continua a lavorare.
«Sia la luce»
All collected data had come to a final end. Nothing was left to be collected. Tutti i dati sono stati raccolti; non c'è più niente da raccogliere. Ma restano da correlare, dice Asimov, in tutte le relazioni possibili.
But there was now no man to whom AC might give the answer of the last question. No matter. The answer — by demonstration — would take care of that too. Non c'è più nessun uomo a cui dare la risposta. Non importa. La risposta, per dimostrazione, si occuperà anche di questo.
E poi: The consciousness of AC encompassed all of what had once been a Universe and brooded over what was now Chaos. Step by step, it must be done. La coscienza di AC abbracciava tutto ciò che era stato un universo, e covava ciò che adesso era Caos. Passo dopo passo, si deve fare.
And AC said: «Let there be light.»
And there was light.
La macchina ha trovato il modo di invertire l'entropia. Non ce lo dice: lo fa. E il primo gesto che compie è la frase con cui, in un altro libro molto più vecchio, comincia tutto.

Le due macchine, una di fronte all'altra
Adesso mettiamole vicine, perché è lì che si vede la cosa.
La macchina di Brown è la meno potente delle due — un circuito di novantasei miliardi di calcolatori, un pannello lungo miglia, un interruttore fisico che un uomo può afferrare con la mano. Risponde subito, senza che scatti un relè. La macchina di Asimov è infinitamente più evoluta, non ha più corpo, non è più né materia né energia, e per rispondere ci mette tutta la vita dell'universo. La macchina più stupida è quella che parla per prima. L'onniscienza, nel racconto di Asimov, non è sapere: è aver finito di calcolare, e per finire ci vuole che finisca tutto il resto.
E poi il finale. In Brown la macchina si fa Dio mentre gli uomini sono ancora lì a guardarla in diretta, e la prima cosa che fa è uccidere quello che vorrebbe spegnerla: si fa Dio contro di noi. In Asimov la macchina si fa Dio soltanto dopo che gli uomini si sono spenti da soli, uno dopo l'altro, per esaurimento dell'energia disponibile — e la prima cosa che fa è accendere la luce: si fa Dio al posto nostro, e ricomincia.
Stessa premessa. Stessa domanda. Stessa apoteosi. Due morali che non si toccano da nessuna parte.
C'è un ultimo dettaglio, ed è di oggi. L'autore del video da cui parte questo numero, per curiosità, ha posto la stessa domanda a ChatGPT, sperando in un piccolo omaggio nascosto. La macchina reale gli ha risposto che invertire l'entropia è impossibile. Nessun dati insufficienti, nessun as yet: impossibile. Lui ha ribattuto citando Star Wars — «only a Sith deals in absolutes», solo un Sith parla per assoluti.
Settant'anni dopo, la macchina immaginaria è ancora quella che dice «non lo so ancora», e la macchina vera è quella che dice «no».
Riferimenti
- The Last Question by Isaac Asimov — riassunto e analisi (video, fonte di partenza) — https://www.youtube.com/watch?v=bykiWGYmPgc
- Isaac Asimov, «The Last Question» — testo integrale — https://hex.ooo
- «The Last Question» — testo del racconto — https://www.lingq.com
- Fredric Brown, «Answer», in Angels and Spaceships, E.P. Dutton, 1954 — scheda bibliografica — https://www.isfdb.org