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5 settembre 2026

I cerchi delle streghe crescono in tondo perché il fungo rovina il terreno alle proprie spalle, non perché finisce il cibo

Nel 1807 la Royal Society si sentì dire che era concime; oggi il sospetto è che il micelio sia fermato dai frammenti del proprio DNA — e la questione è ancora aperta.

Venti funghi disposti in un arco quasi perfetto in un prato non sono venti organismi: sono il bordo vivo di uno solo, una rete di filamenti che vive sotto terra e che avanza da un punto iniziale come un'onda partita da un sasso. Il centro dell'anello non contiene un fungo vecchio: non contiene niente. La spiegazione classica — il fungo consuma il cibo al centro ed è costretto a spostarsi fuori — è vera per metà e non regge sul punto decisivo: dopo qualche anno il suolo alle spalle si rigenera, e il fungo non ci torna mai. Il modello oggi più accreditato dice che il micelio si lascia dietro due cose che gli rendono il posto invivibile: una patina cerosa che impermeabilizza la terra e frammenti del proprio DNA che gli bloccano la crescita. Un biologo evoluzionista obietta che la selezione naturale non conserva un meccanismo autolesionista, e propone un'alternativa. Nel frattempo la stessa chimica che uccide l'erba dietro il fronte, isolata in laboratorio e diluita, ha alzato del 10-20% la resa del frumento.

I cerchi delle streghe crescono in tondo perché il fungo rovina il terreno alle proprie spalle, non perché finisce il cibo

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Venti funghi in fila curva

I cerchi delle streghe crescono in tondo perché il fungo rovina il terreno alle proprie spalle, non perché finisce il cibo

Cammini in un prato d'autunno, o sotto le piante di un bosco, e ne vedi venti. Venti funghi. Non sparsi a caso, in fila. E la fila è curva. Se la segui con gli occhi, si chiude su sé stessa, o quasi. Nessuno li ha piantati, il terreno intorno è uguale dappertutto, e la prima cosa che pensi è che qualcuno, lì, qualcosa abbia fatto. Per capire, si parte da un capovolgimento, quei venti funghi non sono venti organismi. Anzi, a essere precisi, non sono nemmeno funghi, non nel senso in cui lo è un animale o una pianta. Quello che spunta dal suolo e che metti nel cestino è il corpo fruttifero, la parte che emerge dal terreno e sparge le spore, cioè l'organo con cui il fungo si riproduce. L'organismo vero sta sotto. Si chiama micelio, una rete di filamenti sottilissimi, così sottili che spesso non li vedi a occhio nudo, ed è questa rete il corpo effettivo del fungo, quello che vive dentro il suolo o dentro il legno. Una ragnatela larga anche metri, che può vivere lì da decenni. Allora la conta cambia. Il fungo del cestino sta al micelio come una mela sta al melo, raccoglierlo è cogliere un frutto, non abbattere l'albero. Ma l'immagine del melo regge un passo solo, e conviene vedere subito dove si rompe. Il melo ha un tronco, sta fermo, si vede, e ogni anno è ancora lì dov'era. Il micelio non ha centro, non ha contorno, si sposta di anno in anno, e la sua parte più vecchia muore mentre quella nuova avanza. È un melo che cammina, e di cui esiste solo la corteccia più esterna. E allora perché proprio un cerchio? Perché nessuno lo disegna. Una spora germina in un punto del prato, e da quel punto il micelio cresce nella stessa misura in tutte le direzioni, come l'onda che parte da un sasso caduto nell'acqua. Quello che tu vedi come anello è semplicemente il bordo di quell'onda, tutti i punti alla stessa distanza dal punto di partenza, perché sono partiti tutti lo stesso giorno. E i funghi spuntano proprio sul bordo, perché è lì che il micelio è vivo, ed è lì che ha energia da spendere. Anche l'onda, però, va presa con la mano leggera. L'onda si allarga in pochi secondi e attraversa acqua sempre uguale a sé stessa. Il micelio impiega decenni, e soprattutto modifica il terreno che attraversa, si lascia dietro un suolo chimicamente e fisicamente diverso da quello che ha trovato. L'onda, passando, non avvelena l'acqua alle sue spalle. Il fungo sì. Ed è esattamente lì che comincia questa storia. La versione domestica di tutto questo ce l'hai in cucina. La muffa che si allarga in tondo sulla marmellata, o sul pane, fa la stessa identica cosa, in scala millimetrica, e in una settimana invece che in secoli. Un fronte che avanza da un punto, con il centro spento. Guardala, la prossima volta, la forma è quella. Quello che il barattolo non ti può mostrare è la domanda da cui non si esce più, nel prato, perché il cerchio non si richiude mai.

Chi ha ballato qui

Prima di sapere che sotto il prato c'è una rete viva, quel cerchio era un problema serio. I funghi spuntano in fretta, un anello che la sera prima non c'era, la mattina dopo c'è. Largo metri, in un prato dove nessuno ha messo mano. Nessun segno di scavo, nessun solco, nessun attrezzo. La forma è troppo regolare per essere un caso, e troppo rapida per sembrare una crescita. Se siete contadini, con gli strumenti che avete, l'ipotesi più economica è una sola, qualcuno ha ballato qui. Un cerchio è la traccia di un girotondo. Se è comparso di notte, chi l'ha fatto è uscito di notte. E se nessuno l'ha mai visto uscire, allora non erano persone. Il ragionamento è sbagliato nella conclusione e giusto nella struttura, dal segno si risale a chi l'ha fatto. E infatti è successo in parallelo, ovunque, sempre uguale. Nelle zone italiane, francesi, tedesche e spagnole, i colpevoli erano le streghe. Nelle zone anglo-celtiche, fate ed elfi, soprattutto nelle notti di luna piena. In Germania la colpa era della Notte di Valpurga, sul monte Brocken. In Austria di un drago addormentato che brucia la terra con la coda. Nei Paesi Bassi, del diavolo in persona, che dentro il cerchio mescola il proprio latte. Un fenomeno solo, identico dappertutto, e sette colpevoli diversi. La cosa vista è la stessa, la storia raccontata dipende da chi la racconta. Il girotondo va tenuto per quello che è, un reperto storico, non una spiegazione. I bambini che girano in tondo comprimono l'erba, il fungo la nutre, oppure la dissecca con la sua chimica. E poi il girotondo dura un pomeriggio. Il cerchio dura secoli. Ma quel vocabolario si applicava a tutto ciò che restava senza causa. A Brissago, quando piove con il sole ancora alto, si dice ancora che sono le streghe che fanno il bucato. E qui c'è una parte della parola che di solito si lascia da parte. Cerchio delle streghe oggi si dice con leggerezza. Ma le streghe, come categoria giuridica, hanno prodotto imputate vere, processi veri, condanne vere. Nell'archivio pretorile della Val Leventina, a Faido, si contano una quarantina di processi per stregoneria fra il millequattrocentotrentuno e il millequattrocentocinquantanove, ventotto anni, prima sotto giurisdizione ecclesiastica e poi, dal millequattrocentocinquantasette, sotto tribunali laici. A ottanta chilometri dal prato dove è comparso il cerchio. Il nome del fenomeno viene da lì.

1807: non è magia, è concime

Londra, dodici marzo millottocentosette. Alla Royal Society, il più antico circolo scientifico d'Inghilterra, un chimico di nome William Hyde Wollaston, l'uomo che ha scoperto due metalli nuovi, il palladio e il rodio, si alza e legge un testo dal titolo secco, Sui cerchi delle fate. Un chimico di laboratorio, quel giorno, porta in aula una cosa piccola e rustica, il fatto che nei prati inglesi l'erba cresce in cerchio. E per la prima volta nella storia, a quel fenomeno, viene data una spiegazione naturale. L'articolo viene pubblicato prima della fine dell'anno, il trentun dicembre millottocentosette, sulle Philosophical Transactions, la rivista della Società, volume novantasette, pagine da centotrentatré a centotrentotto. Da dove parte Wollaston? Da due dettagli che non tornavano. Il primo, l'erba dentro e intorno a certi anelli è di un verde molto più scuro del resto del prato. Il secondo, i funghi non sono sparsi a caso, compaiono sempre nelle stesse posizioni, lungo la circonferenza. E qui arriva il suo salto. Non è magia, non è una danza di streghe, è concime. Il fungo arricchisce il terreno, l'erba risponde al surplus di nutrimento, e il fungo stesso, esaurito il suolo al centro, è costretto a spostarsi verso l'esterno. E siccome si spinge sempre più in fuori, il segno che lascia è un anello. Fermiamoci un momento su come ci arriva, perché è la parte più notevole. È una spiegazione fisico-chimica proposta senza una sola analisi chimica. Nessuna provetta, nessun reagente. Solo guardare dei prati, e chiedersi, che cosa dovrebbe essere vero, là sotto, perché quello che vedo sopra sia come lo vedo? Il meccanismo, oggi, lo possiamo dire per intero. Nella terra di azoto ce n'è tantissimo, ma è chiuso a chiave dentro foglie morte, radici marce, resti che le radici delle piante non riescono ad aprire. Il micelio, che vive proprio digerendo materia organica, smonta quei resti e libera l'azoto in una forma che le piante sanno usare, ammonio o nitrato, le uniche due forme che le radici sanno assorbire. E allora l'erba che sta sopra al fronte del fungo riceve una concimazione che il resto del prato non riceve, e diventa più verde, più alta. Ecco perché l'anello verde si vede anche quando non c'è nemmeno un fungo. I corpi fruttiferi durano qualche settimana l'anno, l'anello di erba scura resta tutto l'anno. Ma attenzione, l'ipotesi era plausibile, non provata. Nessuno aveva ancora messo il terreno di un cerchio in una provetta. Per quello bisognò aspettare settantasei anni. Millottocentoottantatré, tre ricercatori, John Bennet Lawes, Joseph Henry Gilbert e Robert Warington, analizzano il suolo degli anelli a Rothamsted, la più antica stazione sperimentale agraria del mondo, un posto nato per studiare i fertilizzanti, non i funghi. È proprio questo il punto, il cerchio delle streghe finisce sotto analisi perché, agli occhi di chi lavorava lì, somigliava a un problema di concimazione. E loro trovano quello che Wollaston aveva immaginato, l'accumulo di azoto negli anelli formati da due funghi, la Calocybe gambosa e il Marasmius oreades. Il lavoro esce sul Journal of the Chemical Society, volume quarantatré, pagine da duecentootto a duecentoventitré. Una rassegna scientifica del duemilaventicinque lo dice senza mezzi termini, le prove definitive della base chimica dei cerchi vennero da Lawes e colleghi, nel millottocentoottantatré, dimostrando l'accumulo di azoto. E c'è una lezione, in questa storia, che va oltre i funghi. Wollaston aveva immaginato il meccanismo guardando dei prati. Ci vollero tre quarti di secolo per confermarlo. E la conferma non arrivò da chi continuava a discuterne, ma da tre persone che sono andate a misurare.

L'erba che muore di sete sotto la pioggia

Nel millenovecentodiciassette, nei prati del Colorado orientale, due agronomi americani, H.L. Shantz e R.L. Piemeisel, fanno una cosa che sembra modesta, mettono ordine. Guardano i cerchi di funghi nei prati e li distinguono in tre tipi, a seconda di che cosa fa l'erba. Poi pubblicano tutto sul Journal of Agricultural Research, volume undici, pagine da centonovantuno a duecentoquarantacinque. Due di quei tre tipi li riconosce chiunque abbia camminato in un prato. C'è il cerchio in cui l'unico segno è l'anello di erba più verde e più alta, quello che Wollaston, il medico inglese che per primo aveva parlato di azoto, aveva spiegato. E c'è il cerchio in cui, subito dietro il fronte, corre una fascia di erba gialla, o addirittura morta. Ed è questo secondo tipo che rompe tutto. Immaginate un prato ben irrigato, verde ovunque, e in mezzo una banda secca. Quella banda non si spiega con la siccità, sotto la stessa pioggia, tutto il resto è verde. E allora, se il meccanismo fosse solo l'azoto, il concime che il fungo libera, quella fascia non dovrebbe proprio esistere. Il concime non uccide l'erba, la fa crescere. E invece lì, dietro il fronte, l'erba muore. La risposta, quando arriva, è di natura completamente diversa. I filamenti del micelio, quella rete sotterranea che è il vero corpo del fungo, rivestono i granelli di terra di una sostanza cerosa. E da quel momento la pioggia non entra più nel terreno, scivola via, come sull'impermeabile, o sulla cera di una carrozzeria, dove l'acqua fa la pallina e scorre via senza bagnare. La proprietà di respingere l'acqua invece di lasciarsi bagnare si chiama idrofobicità. Il terreno non è secco, è impermeabilizzato. E l'erba che ci sta sopra muore di sete mentre piove. Non è un modo di dire. Su un suolo colonizzato dal micelio, una goccia d'acqua può impiegare minuti a essere assorbita, minuti, contro i pochi secondi del terreno normale. Ed è una misura che chiunque può ripetere da solo, in giardino, con un contagio. con un contagocce e un orologio. Ma attenzione, l'immagine dell'impermeabile qui va presa con cautela, perché a un certo punto mente. L'impermeabile è una barriera continua, fatta apposta per non lasciar passare l'acqua. Qui invece il rivestimento è microscopico, discontinuo, granello per granello, ogni singolo granello di terra avvolto nel suo velo di cera. E soprattutto non è per sempre, quella cera col tempo si degrada. Ed è proprio per questo che più indietro, dove il fungo è passato da tempo e la cera si è consumata, l'erba ricresce. E allora guardate che cosa succede nel giro di pochi centimetri, sotto la stessa nuvola, per opera dello stesso organismo. Davanti al fronte, dove il micelio sta avanzando, l'azoto liberato fa il verde intenso. Dietro il fronte, la cera respinge l'acqua e fa la fascia morta. Sono due meccanismi diversi, il concime da una parte, l'impermeabilizzazione dall'altra, che agiscono a una spanna di distanza l'uno dall'altro. E non si sostituiscono, si sommano. Il secondo completa il primo, senza smentirlo. Quei tre tipi che Shantz e Piemeisel avevano distinto nel millenovecentodiciassette non hanno mai smesso di funzionare. Centonove anni dopo, se qualcuno costruisce un modello matematico dei cerchi di funghi, quel modello viene preso sul serio solo a una condizione, che riesca a riprodurre i loro tre tipi.

Perché non torna indietro?

Qui c'è il punto che, se lo tieni, hai capito i cerchi delle streghe. Il micelio avanza. Davanti a sé ha terreno nuovo. Alle spalle ha terreno che ha già digerito, ma che nel frattempo si è rigenerato, la materia organica ricasca, la pioggia dilava, la cera si degrada, l'erba ricresce. Dopo qualche anno, lì dietro, c'è di nuovo un buon posto in cui vivere. Perché non lo ricolonizza? Non lo fa mai. Il centro dell'anello non si riempie mai. E se il motore fosse davvero l'esaurimento dei nutrienti, come diceva Wollaston, l'azoto consumato che spinge il fungo verso fuori, dovrebbe riempirsi. Fermati un secondo su questa cosa, perché è la stranezza centrale, l'organismo non è respinto da un nemico, non è fermato da una carestia, ed è fermato lo stesso. È come tornare alla tenda e trovarla inagibile per colpa dei propri rifiuti lasciati fuori, nessun altro te l'ha resa invivibile. Nel duemilaventitré, sulla rivista Scientific Reports, un gruppo di ricerca italiano, Salvatori, Moreno, Zotti, Iuorio, Cartenì, Bonanomi, Mazzoleni, Giannino, mette in equazioni una risposta che nessuno si aspettava. Il modello è fatto di sei equazioni differenziali più una settima per l'acqua nel suolo, e contiene un termine nuovo, l'auto-inibizione da DNA extracellulare. Tradotto, il fungo lascia nel terreno pezzi del proprio patrimonio genetico, frammenti usciti dalle cellule morte, che restano lì fuori da qualunque cellula. Il fungo lascia dietro di sé pezzi del proprio DNA, e quei pezzi gli fanno male. Non il cibo è finito, ma, questo posto porta la mia firma, e la mia firma mi è tossica. Detta così sembra un paradosso, il DNA è la cosa più propria che esista, come fa a essere un veleno? Il senso è che non agisce come veleno generico ma come segnale di identità, è la molecola che dice di qui ci sono già passato io, e a rispondere è solo l'organismo che l'ha prodotta. L'immagine della stanza in cui hai già dormito e che sa di te rende bene il fatto che il fastidio sia legato a te e non a un pericolo. Ma attenzione a non spingerla, lì c'è una percezione e una scelta, qui non c'è nessuna decisione. Il fungo non preferisce andare avanti, non può fare altro. L'idea non era nata per i funghi. Stefano Mazzoleni, uno dei firmatari del modello, agronomo dell'Università di Napoli, l'aveva formulata con i suoi colleghi nel duemilaquindici, sulla rivista New Phytologist, come teoria generale dell'auto-inibizione da self-DNA, valida per piante, funghi e protozoi. Il cerchio delle streghe è diventato il banco di prova di un'idea nata altrove. Il modello del duemilaventitré dichiara di riprodurre, cito, all the five types of fairy rings, tutti e cinque i tipi di cerchi delle streghe. Cinque, non i tre classificati un secolo fa da Shantz e Piemeisel, nel frattempo la tassonomia si è ampliata. E ha dentro un risultato controintuitivo che vale la pena riportare per intero, nel modello l'idrofobicità da sola basta, la cera che impermeabilizza il terreno e lascia l'erba morta di sete anche sotto la pioggia, a generare tutti i tipi osservati, mentre la fitotossicità da sola no. Dei due meccanismi, quello che respinge l'acqua è il più potente. Poi arriva l'obiezione, ed è di quelle che un modellista non può farsi da solo. Duur Aanen, biologo evoluzionista dell'Università di Wageningen, nei Paesi Bassi, la mette così, la selezione naturale non conserva un meccanismo che danneggia chi lo possiede. Se un fungo si avvelenasse con i propri residui, l'evoluzione avrebbe dovuto eliminare quel tratto da tempo. E Aanen non si limita a contestare, propone un'alternativa. La chiama transient-escape hypothesis, l'ipotesi della fuga transitoria, il fronte non sta scappando da sé stesso, sta scappando da qualcos'altro. Il lavoro esce sulla rivista Royal Society Open Science, tra il duemilaventicinque e il duemilaventisei, studiando il Marasmius oreades, il fungo dei cerchi per eccellenza. Il dibattito è dichiarato irrisolto, con più ipotesi concorrenti in campo. Questa storia, oggi, non ha una fine, ed è la parte più interessante che ci sia, è il punto esatto in cui la scienza sta ancora lavorando.

Quanti anni ha il cerchio

Ti dicono che quell'anello nel prato ha cinquecento anni, e tu, se sei come tutti, fai sì con la testa. Ma provaci, a chiedere, da dove viene quel numero? Non viene da un'osservazione, e su questo conviene essere chiari fino in fondo, nessuno al mondo ha mai visto nascere un cerchio delle streghe e ne ha poi seguito la vita. Non esiste un solo anello di cui si conosca la data di nascita perché qualcuno era lì a vederla, e questo vuol dire che chiunque ti dia un'età sta facendo un calcolo. Il calcolo è questo, si misura di quanto l'anello si allarga quest'anno, e si divide il raggio per quella velocità. Il risultato lo chiamano età, ma è un'aritmetica, non un rilievo. E qui sta il problema, perché se la velocità è cambiata anche una sola volta, una siccità, un anno particolarmente piovoso, un ostacolo incontrato nel terreno, il numero che hai in mano è sbagliato, e nessuno può accorgersene, dal momento che il passato non ha lasciato traccia. C'è di peggio, la velocità non è un numero, è un ventaglio. Le fonti divulgative italiane danno da cinque a quaranta centimetri l'anno, ma la letteratura scientifica, specie per specie, dà numeri molto più divaricati. Intorno a centoventicinque centimetri l'anno per il Lepista sordida sui tappeti erbosi, settantacinque per il Clitocybe, cinquantacinque per l'Agaricus, da sette a trentanove per il Marasmius, tra i diciassette e i ventidue per il Tricholoma e la Russula, che sono le più lente. E i tassi misurati direttamente sul campo nel bacino di Laramie, nel Wyoming, stanno ancora più in basso, tra tredici e trentasei centimetri l'anno. La metà, o meno, dei valori più citati. Facciamo il conto, allora. Un anello di cento metri di diametro, uno di quelli davanti ai quali ti fermi a guardare, il raggio è cinquanta metri, cioè cinquemila centimetri. Ora dividi. Stesso prato, stesso anello, stesso metro, e il risultato va da quaranta anni a settecentoquattordici. Un fattore diciotto, e la differenza non sta nella misura, sta nell'ipotesi su quale fungo sia là sotto. Due anelli identici, di specie diverse, ricevono età che differiscono di secoli. Viene naturale pensare agli anelli di un tronco, dove anche il diametro racconta il tempo. E proprio quella somiglianza fa vedere la differenza, perché nel tronco c'è un anello per ogni anno e sono tutti lì, conservati nel legno, pronti da contare, una misura vera e propria. Il cerchio fungino invece conserva soltanto l'ultimo anello, quello dell'ultimo anno, e tutto il resto è sparito, decomposto, tornato prato. Contare gli anni di un albero è contare, contarli su un fungo, invece, è soltanto dividere. Un modo per uscire dall'impiccio, però, esiste, ed è ingegnoso. Nel duemilaventitré, sulla rivista Fungal Ecology, due ricercatori, Miller e Gongloff, usano un archivio fotografico come una macchina del tempo, riprendono in mano le foto aeree degli stessi anelli del bacino di Laramie scattate dal millenovecentoquarantasette al duemiladiciannove, e ci aggiungono le immagini di Google Earth. Confrontando le stesse figure a distanza di decenni ricavano il tasso di crescita reale, specie per specie, e da quello, finalmente, l'età. Trecentoquattro cerchi in un colpo solo, otto specie, diametri da quattro a duecentosettantadue metri, età da quindici a cinquecentoventidue anni. E dentro quello studio c'è il dato che smonta tutti i titoli di giornale, il novanta per cento di quei trecentoquattro cerchi ha meno di ottant'anni. I cerchi millenari sono l'eccezione statistica, non la regola, e il cerchio tipico che incontri in un prato è più giovane di tuo nonno. Miller e Gongloff notano anche una cosa curiosa, potrebbe esserci una relazione fra l'anno in cui un cerchio si insedia nel prato e la pioggia di agosto, o l'indice di siccità di Palmer. Ma la relazione non vale per tutte le specie, e loro la lasciano lì, aperta, invece di chiuderla a forza. Che è, forse, il modo più onesto di usare una macchina del tempo, guardare, misurare, e sapere dove finisce quello che si sa.

Dove finisce un individuo

Dove finisce un individuo, e comincia il vicino Se il fungo che vedi è solo il bordo di una rete sotterranea, una domanda arriva da sola. Quanto è grande un fungo, davvero? E dove finisce? A occhio non si può dire. Non ha contorni, non ha superficie visibile, e sta tutto sotto terra. L'unica strada è rinunciare all'occhio e usare un altro metro, l'identità genetica. Si prendono campioni in punti distanti tra loro, si confronta il DNA, e se il DNA è lo stesso, allora è lo stesso individuo. Questo individuo ha un nome, si chiama genet. È l'insieme di tutto il tessuto che discende da una sola spora germinata. Un individuo fungino, riconoscibile dal fatto che il suo DNA è identico ovunque lo si campioni. E quando qualcuno ha davvero preso il campione e fatto il confronto, i numeri che sono usciti fuori hanno cambiato la scala della domanda. Millenovecentotré? No, duemilatre. Nel duemilatré, una ricercatrice di nome Ferguson, che lavorava per il servizio forestale americano, lo fa sulle Blue Mountains, nell'Oregon nordorientale, una foresta mista di conifere, su un fungo che si chiama Armillaria. E ne escono genet di venti, novantacinque, centonovantacinque, duecentosessanta e novecentosessantacinque ettari. Fermati un momento su quell'ultimo numero. Novecentosessantacinque ettari. Un organismo grande come un quartiere di città. Al genet più grande hanno anche dato un'età, e qui comincia la parte che ci riguarda. L'età stimata va da mille e novecento anni a ottomilaseicentocinquanta, a seconda della velocità di crescita che si assume. È un intervallo largo seimilasettecentocinquanta anni, fra l'estremo basso e quello alto c'è un fattore quattro virgola cinque. E quell'ampiezza non è un difetto del lavoro. È l'onestà del metodo. È il modo che hanno quei ricercatori di dirti quanto poco si sappia della velocità a cui quel fungo cresce. Ed è esattamente la cosa che si perde per prima. Nel duemilaventicinque esce una grande rassegna scientifica sui cerchi delle streghe, un lavoro di sintesi che riprende tutti i casi studiati. E riporta il caso dell'Armilaria così, un fronte con un diametro di ottocentonovanta ettari, stimato duemilaquattrocento anni. Ascolta di nuovo quella frase, perché nasconde due cose. Un diametro misurato in ettari, un'unità di superficie usata per una lunghezza, come dire che un corridoio è lungo tre chili. E poi, l'intervallo fra mille e novecento e ottomilaseicentocinquanta anni, che era il vero contenuto informativo del lavoro originale, è diventato un numero secco. Duemilaquattrocento. L'errore sopravvive dentro la frase stessa. Il caso svizzero è ancora più netto. La rassegna scrive che un fronte simile in Svizzera, che copre cinquecento ettari, aveva circa mille anni. E lo attribuisce a uno studio di Bendel e colleghi, del duemilasei. Ma Bendel, quel ricercatore svizzero, in bosco col metro in mano, aveva misurato genet di sei virgola otto ettari in media, con un massimo di trentasette, sopra un'area di studio complessiva di tre virgola tre chilometri quadrati, cioè trecentotrenta ettari. Cinquecento ettari non ci stanno dentro trecentotrenta. La cifra citata dalla rassegna è più grande dell'intero terreno su cui quel ricercatore aveva camminato. E adesso la parte importante, nessuno ha mentito. Non in nessuno dei passaggi. Ogni volta che un numero viene ricopiato da un riassunto invece che dall'originale, perde un pezzo di contesto, l'area di studio, il metodo, l'intervallo di incertezza. E ogni singolo passaggio è quasi corretto. L'errore sta nella catena, non in un anello. È il gioco del telefono senza fili. Con una differenza che vale la pena notare, perché è la parte più interessante, nel telefono senza fili l'errore è casuale, va in tutte le direzioni. Qui invece va sistematicamente al rialzo. Nessuno riassume un fungo rendendolo più piccolo. E così, al terzo passaggio, la cifra non è più un dato, è una tradizione. Il cerchio più famoso d'Europa vive esattamente in quella zona grigia. È quello di Belfort, in Francia, formato da un fungo che si chiama Infundibulicybe geotropa. Seicento metri di diametro secondo l'enciclopedia online Wikipedia, che cita uno studio di Gregory del millenovecentoottantadue. Ottocento metri secondo la sintesi divulgativa della rassegna del duemilaventicinque. E oltre settecento anni di età in entrambe le versioni. Due misure che differiscono di un terzo. E dietro nessuna delle due, un rilievo di campo primario che si riesca a ritrovare. Ricordi il conto dell'età del capitolo scorso? Il raggio diviso la velocità, e la velocità che non si sa? Eccolo di nuovo, ma questa volta nello spazio, non è solo il quanto tempo che si gonfia a ogni passaggio. È il quanto grande. Stesso scheletro, stesso errore, un'altra stanza.

Perché in montagna sono archi

Se sali in montagna e ti metti a cercare i cerchi delle streghe, la maggior parte delle volte non trovi un cerchio. Trovi mezzo cerchio, un arco aperto, che si interrompe da un lato e non si richiude mai. Nel duemilaventidue una rivista scientifica internazionale che studia dove vivono le specie sulla Terra ha pubblicato uno studio che sugli Appennini ha censito millecentosessantatré di queste strutture, tra i cinquecentoquarantasei e i duemilacentoquarantotto metri di quota. Il risultato è netto, gli archi aperti battono i cerchi chiusi. Le forme perfettamente rotonde sono meno del due per cento del totale. E c'è un dettaglio che indica già dove sta la spiegazione, i pendii esposti a nord ne hanno più del terreno pianeggiante. Il meccanismo è lo stesso di prima. Il fungo, avanzando, si lascia dietro composti che respingono l'acqua e che allo stesso tempo bloccano la sua stessa crescita. Su un terreno piatto quei composti restano dove cadono, uniformi tutto intorno, e il fronte avanza uguale in ogni direzione, nasce un cerchio. Su un pendio, invece, la pioggia non lascia le cose ferme. L'acqua dilava verso il basso e si porta dietro quei composti. A valle del fungo si accumulano e si concentrano, e lì il fronte si blocca. Di traverso e a monte, il dilavamento li porta via mano a mano che si formano, e lì il fronte continua ad avanzare. Il cerchio non si chiude da un lato, resta un arco. C'è un'immagine che aiuta, quella della vernice versata su un piano inclinato, che cola e si allunga verso il basso. Ma va corretta subito, perché va nel verso sbagliato. La vernice segna dove la colata parte. Qui è l'opposto, il fronte del fungo non si ferma dove il dilavamento comincia, si ferma dove il dilavamento arriva e deposita quello che ha raccolto lungo la discesa. Non è la partenza a lasciare il segno, è l'arrivo. Un arco, in altre parole, è un cerchio che ha incontrato qualcosa lungo la strada, una pendenza, un ostacolo, un cambio di terreno, e che da quel lato si è fermato. E chi calcola l'età di un anello dividendo il raggio per la velocità di crescita, come abbiamo fatto poco fa, di quel qualcosa non si accorge affatto, il conto viene uguale sia che il fungo cresca libero, sia che stia incontrando da un lato un ostacolo che lo blocca. Tolta la forma, restano le condizioni in cui tutto questo succede, e la mappa è sorprendentemente larga. I cerchi delle streghe si trovano dal livello del mare fino a tremilaottocento metri, sull'altopiano del Tibet, con temperature medie annue che vanno da meno tre virgola nove gradi a tredici gradi. Sugli Appennini crescono meglio dove piove tra i novecento e i milletrecento millimetri l'anno, e sopra i millesettecento millimetri di pioggia scompaiono del tutto. C'è però una condizione che riguarda chiunque abbia un prato, anche piccolo. Un eccesso di azoto nel terreno blocca la formazione degli anelli, una quantità moderata, invece, li favorisce. Ne segue una cosa verificabile, un prato concimato di recente non fa cerchi delle streghe, un pascolo povero, lasciato a sé stesso, ne è pieno. Se stai guardando un prato punteggiato di questi anelli, stai guardando, senza bisogno di altre prove, un terreno che nessuno ha concimato da un pezzo. Quanti funghi sanno fare questo? Nel mondo se ne contano centoventuno specie capaci di formare cerchi in natura, e la grandissima maggioranza appartiene al gruppo di funghi che porta le spore all'esterno, su piccole clave microscopiche, lo stesso gruppo dei porcini, delle amanite, dei prataioli, che si chiama dei basidiomiceti. Poche eccezioni vengono dall'altro grande gruppo, quello degli ascomiceti, tra queste generi come l'Helvella, la Morchella e il Tuber, e sì, anche i tartufi fanno cerchi. In Italia le specie che formano anelli sono una sessantina, tra cui il prataiolo comune, l'amanita muscaria, il fungo rosso a pois delle fiabe, la clitocibe nebulare e il marasmio degli oreadi.

Lo stesso fungo che fa crescere il grano

C'era una cosa che non tornava, e riguarda una specie in particolare. Dentro i cerchi di Lepista sordida, ed è il nome del fungo che fa quei cerchi, l'erba non moriva. Anzi, cresceva più rigogliosa, più verde, più forte di quella fuori dal cerchio. E qui casca l'asino. Se la chimica del fungo fosse soltanto tossica, quello non dovrebbe succedere. Il veleno non fa crescere niente. Quattro ricercatori giapponesi dell'Università di Shizuoka, si chiamano Choi, Fushimi, Abe e Hirokazu Kawagishi, invece di fermarsi alla spiegazione comoda, quella dell'azoto che concima il terreno, vanno a cercare la molecola. La isolano in laboratorio, e il cinque luglio duemiladieci la pubblicano su una rivista che si chiama ChemBioChem. La molecola si chiama due-azaipoxantina, è un composto del metabolismo purinico, e ha una proprietà sorprendente, stimola la crescita delle piante. Accanto a lei, i ricercatori trovano anche un secondo composto, l'imidazolo-quattro-carbossammide. E qui serve fermarsi un momento, perché qualcuno potrebbe pensare, ma allora è la stessa cosa di cui parlavamo prima, quelle sostanze con cui il fungo si chiude la strada alle spalle e non torna indietro. No. Non è una variante dell'auto-inibizione. È una via biochimica completamente diversa, con un effetto opposto, non ferma nulla, anzi spinge la pianta a crescere. E poi c'è il nome, ed è forse la parte più bella. I ricercatori chiamano queste molecole fairy chemicals, i composti chimici delle fate. La parola della leggenda contadina, quella dei cerchi delle fate e delle danze notturne, entra ufficialmente nella nomenclatura chimica. Oggi la si legge, così com'è, sulle riviste di chimica dei prodotti naturali. Kawagishi, uno dei quattro, quello del gruppo di Shizuoka, fa poi la cosa che quasi nessuno fa, porta la molecola fuori dal laboratorio, nel campo vero. Fra il duemilaquattordici e il duemiladiciotto il suo gruppo la sperimenta sul riso e sul frumento, e documenta aumenti di resa fra il dieci e il venti per cento. I fairy chemicals sono oggi candidati al ruolo di nuova famiglia di ormoni vegetali. Viene voglia di dire, ma allora è la stessa storia del concime liquido, che a dose piena brucia le foglie e diluito le fa crescere. L'immagine funziona per l'intuizione, la differenza fra veleno e nutrimento, qui, sembrerebbe tutta una questione di quantità. Ma attenzione, perché l'immagine mente proprio lì. Non è tutto lo stesso veleno a dosi diverse, la biochimica, in realtà, è un'altra storia. La due-azaipoxantina non è il DNA extracellulare di cui il fungo si serve per non tornare indietro, e non è la cera idrofoba che lascia l'erba secca sotto la pioggia. Sono molecole distinte, con bersagli distinti, prodotte dallo stesso organismo, così come una stessa persona può avere in tasca le chiavi di casa e un coltellino. Quello che resta vero, ed è già abbastanza, è questo, nel repertorio chimico con cui un fungo si costruisce il proprio cerchio ci sono insieme le sostanze con cui si sbarra la strada alle spalle, e molecole che fanno crescere il frumento. Lo stesso organismo che uccide l'erba in un punto del prato, in un altro punto del prato la nutre.

Dove lo incontri, adesso

Dove lo incontri, adesso. Perché questa storia, dopo averti raccontato di streghe e di azoto e di funghi che non sanno tornare indietro, ti segue fino a casa. Cominciamo dal green. Il cerchio delle fate, in inglese fairy ring, sui campi da golf è causato da oltre sessanta specie fungine, e il greenkeeper, cioè chi mantiene quel tappeto erboso perfetto, lo tratta come una malattia del prato, lo combatte con fungicidi e con agenti bagnanti, prodotti che servono esattamente a rompere l'idrofobicità del suolo, quella che abbiamo già incontrato, il terreno che respinge l'acqua come un impermeabile. E allora la prossima volta che cammini su un green e vedi un cerchio scuro che il manutentore non è riuscito a togliere, sai che cosa stai guardando, tutto quello che abbiamo detto, in azione, sotto i tuoi piedi. In casa, la stessa fisica si vede in un vaso. La pianta d'appartamento rimasta asciutta troppo a lungo, la innaffi, e l'acqua invece di bagnare scivola lungo il bordo del vaso ed esce dal foro sul fondo, senza inumidire la zolla. È l'idrofobicità in miniatura, non un fungo, qui, ma il medesimo meccanismo che rende il suolo idrorepellente. E il rimedio è quello che userebbe un giardiniere paziente, il contagocce e l'orologio, goccia dopo goccia, finché il terreno riprende ad accettare l'acqua. Dall'alto, invece, si vede l'anello verde. Un aereo, o Google Earth, il cerchio si legge dal cielo anche quando in terra è quasi impercettibile, ed è così che sono stati contati i trecentoquattro cerchi del Wyoming. Puoi farlo anche tu, aprire Google Earth sul prato dietro casa e cercare macchie circolari più verdi del resto. Il segno che un micelio ha lasciato nel terreno, visibile a chi passa sopra. Poi c'è il cestino. E qui vale la pena essere precisi, perché è il punto dove il cerchio delle fate tocca il tuo piatto. Il fungo che dà il nome inglese al fenomeno, il fairy ring champignon, si chiama Marasmius oreades, ed è commestibile, ma contiene cianuri, e produce composti tossici per l'erba. E negli stessi prati, disposti in cerchio anche loro, crescono due funghi che gli somigliano in modo insidioso, la Clitocybe dealbata e la Clitocybe rivulosa. E sono tossiche. I numeri dicono che cosa significa sbagliare. In Italia, in vent'anni di Centro Antiveleni di Milano, dal millenovecentonovantotto al duemiladiciassette, dodicimilaottocentotredici casi di intossicazione da funghi. Di questi, seicentotrentasette con amatossine confermate, le tossine più pericolose, e quaranta decessi, che sono il sei virgola tre per cento dei casi confermati, più diciannove trapianti di fegato. In Svizzera si contano circa seicentocinquanta casi di intossicazione l'anno, su circa quarantamila chiamate a Tox Info Suisse, il centro d'informazione tossicologica svizzero, il novanta per cento dei casi gravi o mortali è attribuibile a una sola specie, l'Amanita phalloides, la tignosa verdastre. Ma negli ultimi anni in Svizzera non sono segnalati decessi, e secondo la radiotelevisione svizzera di lingua tedesca è anche merito dei controlli micologici, quelli dove porti i funghi raccolti e un esperto ti dice se puoi mangiarli. In Ticino, la raccolta ha una legge scritta addosso, tre chili al giorno a testa. Divieto assoluto di raccogliere fra le otto di sera e le sette del mattino. Multe di cento franchi per il primo chilo eccedente, cinquanta per ogni chilo successivo. Duecento franchi per il primo chilo raccolto di notte. Fino a diecimila franchi nei casi gravi. E quel divieto notturno, se ci pensi, dice una cosa precisa, qualcuno ci andava di notte, con la torcia, per arrivare prima degli altri. Qui vale rimettere insieme l'inizio di questa storia e il suo epilogo pratico. Quando raccogli, stai prelevando corpi fruttiferi da un organismo perenne che resta lì, sotto l'erba, e continua a vivere. È cogliere una mela da un melo. Solo che il melo lo condividi con chi viene dopo di te. C'è poi una vetrina, in un negozio giapponese, dove questa storia prende un'altra piega. Il matsutake, il Tricholoma matsutake, è un fungo simbionte che forma anelli sotterranei, in giapponese si chiamano shiro, legati a foreste specifiche di pino. Non si riesce a coltivare. E la raccolta nazionale giapponese è collassata, tre ordini di grandezza in ottant'anni. Dal duemilaventi, il Tricholoma matsutake è classificato Vulnerable nella Lista Rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, con un declino stimato superiore al trenta per cento su tre generazioni, cinquant'anni, a scala mondiale. La valutazione è di Tor-Erik Brandrud, ricercatore dell'istituto norvegese per la ricerca sulla natura, con la revisione di Anders Dahlberg. Il fungo degli anelli, quello che non si lascia coltivare, sta scomparendo. E infine c'è un campo di frumento. Perché forse il pane che mangi, domani, verrà da una resa che i fairy chemicals, quelle molecole del fungo che uccide l'erba e insieme la fa crescere, hanno alzato del dieci, del venti per cento. Il cerchio delle fate non sta più solo nel prato. Sta nel vaso della tua finestra, nel green dove giochi, nello schermo del tuo telefono, nel cestino dove rischi il traffico con i sosia tossici, e perfino nel prezzo del pane.

Che cosa sappiamo davvero

Se si guarda l'intera storia di getto, viene da pensare che ogni scoperta abbia mandato in soffitta quella di prima. Non è andata così. E questa distinzione vale per molto più dei funghi. Prendete le tappe una per una. William Wollaston, il medico inglese di due secoli fa che per primo cercò una causa naturale, aveva ragione, sotto l'erba c'è della chimica. I ricercatori di Rothamsted, la stazione agraria inglese dove negli anni dieci del Novecento si misurò l'azoto nel terreno, avevano ragione, quella chimica comprende l'azoto, e l'azoto spiega il verde. Shantz e Piemeisel, i due botanici americani che negli anni venti studiaronono i cerchi nelle praterie, avevano ragione, i tipi di cerchio sono distinti, e distinguerli è la condizione per spiegarli. Il duemilaventitré non cancella il milleottottantatré. Quello che è cambiato, semmai, è che cosa ciascuno strato di conoscenza spiega. L'azoto spiega il colore dell'erba davanti al fronte. Non spiega la forma. La forma, il fatto che sia un anello e non un disco pieno, chiede un meccanismo che agisca alle spalle del fronte, e quel meccanismo è la cera che respinge l'acqua, più probabilmente qualcosa che il fungo si lascia dietro e che lo tiene fuori. La conoscenza si è stratificata, non sostituita. Il quadro solido, oggi, è questo. Il fungo che vedi è un frutto, l'organismo è la rete che sta sotto. Il cerchio è il bordo di un fronte partito da un punto. Il centro è vuoto, non vecchio. L'erba davanti è più verde perché riceve l'azoto liberato dalla digestione della materia organica. L'erba dietro muore perché il terreno è stato reso impermeabile, non perché manchi acqua. Tutto questo è misurato, ripetuto, e nessuno lo contesta. Quello che invece resta aperto è il perché il fronte non torni indietro. Il modello del duemilaventitré dice, il proprio DNA extracellulare, il fungo si troverebbe, sparsi nel terreno, i frammenti del proprio codice, e li leggerebbe come un segnale di restare alla larga. Duemiladiciannove anni prima, per dare l'ordine giusto dei pezzi, il biologo olandese Aanen ha obiettato che un meccanismo del genere danneggia chi lo possiede, e chi si danneggia da solo non sopravvive alla selezione naturale, lui propone un'altra spiegazione, la fuga da qualcos'altro. E siccome entrambe le ipotesi hanno argomenti e nessuna ha la prova, il dibattito resta dichiaratamente irrisolto. C'è poi una cosa da tenere presente sulla letteratura scientifica stessa, e non è un'accusa. La stessa terna di autori dell'Università di Napoli Federico Seconda, Mazzoleni, Bonanomi e Zotti, firma la teoria generale del duemilaquindici, lo studio di campo del duemilaventidue, il modello del duemilaventitré e la rassegna del duemilaventicinque che dichiara superata l'ipotesi concorrente. Chi propone la teoria è anche chi scrive la rassegna che la giudica vincente. È un dato di fatto del campo, e chi legge ha diritto di saperlo mentre legge le conclusioni. E infine resta il buco più grosso di tutti, quello da cui dipendono in cascata tutti i numeri di questa storia, nessuno ha mai osservato la nascita di un cerchio. Mai. Ogni età che possiate incontrare, sui giornali, su Wikipedia, anche qui dentro, è una divisione fatta a partire da una velocità misurata su un'altra scala temporale. Un'aritmetica, non un testimone. La prossima volta che vedete un arco di funghi in un prato, quindi, sapete che cosa avete davanti. Non venti organismi, uno solo, e ne state vedendo il bordo. Il centro non riposa, è morto. La fascia di erba secca alle spalle è larga quanto il danno che l'organismo si è fatto da solo. E quel diametro è un orologio che nessuno, finora, ha mai messo all'ora.

Venti funghi in fila curva

Cammini in un prato d'autunno, o sotto le piante di un bosco, e ne vedi venti. Non sparsi: in fila, e la fila è curva. Se la segui con gli occhi si chiude, o quasi. Nessuno li ha piantati, il terreno intorno è uniforme, e la prima cosa che pensi è che qualcuno abbia fatto qualcosa lì.

Il punto di partenza per capire è che quei venti funghi non sono venti organismi. Non sono nemmeno, propriamente, dei funghi.

Quello che spunta dal suolo e che raccogli nel cestino è un . L'organismo vero sta sotto: è il , una ragnatela che può essere larga metri e che vive lì da decenni. Il fungo del cestino sta al micelio come una mela sta al melo: raccoglierlo è cogliere un frutto, non abbattere l'albero.

L'immagine del melo serve per un passo solo, ed è giusto sapere dove si rompe. Il melo ha un tronco, sta fermo, si vede, e ogni anno è ancora lì dov'era. Il micelio non ha né centro né contorno, si sposta di anno in anno, e la sua parte più vecchia muore mentre la nuova avanza. È un melo che cammina, e di cui esiste solo la corteccia esterna.

Perché in cerchio, allora? Perché nessuno lo disegna. Una spora germina in un punto; da lì il micelio cresce nella stessa misura in tutte le direzioni, come cresce l'onda partita da un sasso caduto nell'acqua. Quello che vedi come anello è semplicemente il bordo: tutti i punti alla stessa distanza dal punto di partenza, perché sono partiti tutti lo stesso giorno. E i funghi spuntano sul bordo perché è lì che il micelio è vivo e ha energia da spendere.

Anche l'onda va tenuta con la mano leggera. L'onda si allarga in secondi e attraversa acqua sempre uguale a sé stessa; il micelio impiega decenni, e soprattutto modifica il mezzo che attraversa. Si lascia dietro un terreno chimicamente e fisicamente diverso da quello che ha trovato. L'onda non avvelena l'acqua alle sue spalle. Il fungo sì — ed è esattamente il punto di questa storia.

La versione domestica ce l'hai in cucina. La muffa che si allarga in tondo sulla marmellata o sul pane fa la stessa identica cosa, in scala millimetrica e in una settimana invece che in secoli: un fronte che avanza da un punto, con il centro spento. Guardala: la forma è quella. Quello che il barattolo non ti mostra è il motivo per cui, nel prato, il cerchio non si richiude mai.

Chi ha ballato qui

Prima di sapere che sotto il prato c'è una rete viva, quel cerchio era un problema serio.

I corpi fruttiferi spuntano in fretta: un anello che la sera prima non c'era la mattina dopo c'è, largo metri, in un prato dove nessuno ha lavorato. Non c'è nessun segno di scavo, nessun solco, nessun attrezzo. La forma è troppo regolare per essere un caso e troppo rapida per sembrare crescita.

Con gli strumenti dell'epoca, l'inferenza più economica è una sola: qualcuno ha ballato qui. Un cerchio è la traccia di un girotondo. Se è comparso di notte, chi l'ha fatto è uscito di notte. Se nessuno l'ha visto, non erano persone.

È un ragionamento sbagliato nella conclusione e corretto nella struttura: dal segno si risale all'agente. Ed è successo in parallelo, in forma anonima, in mezza Europa. In area italiana, francese, tedesca e spagnola sono state le streghe. In area anglo-celtica fate ed elfi, soprattutto nelle notti di luna piena. In Germania la Notte di Valpurga sul Brocken. In Austria un drago addormentato che brucia la terra con la coda. Nei Paesi Bassi il diavolo, che lì dentro mescola il proprio latte.

Un solo fenomeno, identico ovunque, e sette colpevoli. La cosa vista è la stessa; la storia raccontata dipende da chi la racconta.

Il girotondo va tenuto per quello che è — un reperto storico, non una spiegazione. I bambini che girano in tondo comprimono l'erba; il fungo la nutre o la dissecca chimicamente. E il girotondo dura un pomeriggio, il cerchio secoli.

Lo stesso vocabolario si applicava a tutto ciò che restava senza causa. A Brissago, quando piove con il sole ancora alto, si dice che sono le streghe che fanno il bucato.

C'è però una parte della parola che di solito non si nomina. «Cerchio delle streghe» si dice con leggerezza, ma le streghe, come categoria giuridica, hanno prodotto imputate vere. Nell'archivio pretorile della Val Leventina, a Faido, si contano circa quaranta processi per stregoneria fra il 1431 e il 1459: ventotto anni, prima sotto giurisdizione ecclesiastica e poi, dal 1457, sotto tribunali laici. A ottanta chilometri da quel prato. Il nome del fenomeno viene da lì.

Ad Scientiarum Haustum et Seminarium Doctrinarum, Università di giurisprudenza di Napoli (Federico II).
Ad Scientiarum Haustum et Seminarium Doctrinarum, Università di giurisprudenza di Napoli (Federico II). — foto: HombreDHojalata · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons · originale

12 marzo 1807: non è magia, è concime

Il 12 marzo 1807 William Hyde Wollaston legge davanti alla Royal Society un testo intitolato «On Fairy-rings». È un chimico: ha scoperto il palladio e il rodio. Quel giorno porta a Londra una cosa piccola e rustica — perché nei prati inglesi l'erba cresce in cerchio — e ne dà la prima spiegazione naturale della storia. L'articolo esce sulle Philosophical Transactions, volume 97, pagine 133-138, il 31 dicembre dello stesso anno.

Wollaston parte da due cose che non tornavano. La prima: l'erba dentro e intorno a certi anelli è di un verde molto più scuro del resto del prato. La seconda: i funghi non sono sparsi a caso, compaiono sempre nelle stesse posizioni sulla circonferenza.

Il suo salto: non è magia né danza, è concime. Il fungo arricchisce il terreno, l'erba risponde al surplus, e il fungo — esaurito il suolo al centro — è costretto a spostarsi verso l'esterno.

Vale la pena fermarsi su come ci arriva. È una spiegazione fisico-chimica proposta senza una sola analisi chimica. Nessuna provetta, nessun reagente: solo guardare dei prati, e chiedersi che cosa dovrebbe essere vero perché quello che si vede sia come si vede.

Il meccanismo, oggi, lo diciamo per intero. Nella terra di azoto ce n'è tantissimo, ma è chiuso dentro foglie morte, radici marce, resti che le radici delle piante non riescono ad aprire. Il micelio, che vive proprio digerendo materia organica, li smonta e libera l'azoto in forma di . L'erba che sta sopra il fronte riceve una concimazione che il resto del prato non riceve, e diventa più verde e più alta.

Ecco perché l'anello verde si vede anche quando non c'è nemmeno un fungo: i corpi fruttiferi durano qualche settimana l'anno, l'anello di erba scura resta tutto l'anno.

L'ipotesi era plausibile e non provata. Nessuno aveva messo il terreno di un cerchio in una provetta.

Ci vollero settantasei anni. Nel 1883 John Bennet Lawes, Joseph Henry Gilbert e Robert Warington analizzano il suolo degli anelli a Rothamsted — la più antica stazione sperimentale agraria del mondo, nata per studiare i fertilizzanti, non i funghi. Il cerchio delle streghe finisce sotto analisi perché, agli occhi di chi lavorava lì, somigliava a un problema di concimazione. Trovano l'accumulo di azoto negli anelli di Calocybe gambosa e Marasmius oreades. Il lavoro esce sul Journal of the Chemical Society, Transactions, volume 43, pagine 208-223.

La rassegna del 2025 lo definisce così: «Definitive evidence for the chemical basis of FFR patterns came from Lawes et al. (1883), who demonstrated nitrogen accumulation in FFRs formed by Calocybe gambosa and Marasmius oreades».

Andare a misurare, invece di continuare a discuterne.

L'erba che muore di sete sotto la pioggia

Nel 1917, nei prati del Colorado orientale, due agronomi — H.L. Shantz e R.L. Piemeisel — fanno una cosa che sembra modesta: mettono ordine. Distinguono tre tipi di cerchio a seconda di che cosa fa l'erba, e pubblicano sul Journal of Agricultural Research, volume 11, pagine 191-245.

Due di quei tipi li riconosce chiunque. C'è il cerchio in cui l'unico segno è l'anello di erba più verde e più alta — quello che Wollaston aveva spiegato. E c'è il cerchio in cui, subito dietro il fronte, corre una fascia di erba gialla o morta.

È il secondo che rompe tutto. Un prato ben irrigato, verde ovunque, e in mezzo una banda secca che non si spiega con la siccità. Il concime non uccide. Se il meccanismo fosse solo l'azoto, quella fascia non dovrebbe esistere.

La risposta è di natura completamente diversa, e si chiama . I filamenti del micelio rivestono i granelli di terra di una sostanza cerosa. Da quel momento la pioggia non entra: scivola via. Il terreno non è secco — è impermeabilizzato. E l'erba che ci sta sopra muore di sete sotto la pioggia.

Non è un modo di dire. Su un suolo colonizzato dal micelio una goccia d'acqua può impiegare minuti a essere assorbita, contro i secondi del terreno normale. È una misura che chiunque può ripetere in giardino con un contagocce e un orologio.

L'immagine dell'impermeabile, o della cera sulla carrozzeria dove l'acqua fa la pallina e scivola, rende la cosa immediata. Ma l'impermeabile è una barriera continua fatta apposta, e qui il rivestimento è microscopico, discontinuo, granello per granello. E soprattutto non è per sempre: si degrada. È per questo che più indietro, dove il fungo è passato da tempo, l'erba ricresce.

Guarda quindi che cosa succede nel giro di pochi centimetri, sotto la stessa nuvola, per opera dello stesso organismo: davanti al fronte l'azoto liberato fa il verde intenso; dietro il fronte la cera respinge l'acqua e fa la fascia morta. Due meccanismi diversi che agiscono a una spanna l'uno dall'altro.

I tre tipi di Shantz e Piemeisel non hanno mai smesso di funzionare. Centonove anni dopo, un modello matematico del fenomeno è preso sul serio solo se riesce a riprodurli.

La domanda vera: perché non torna indietro?

Qui c'è il punto che, se lo tieni, hai capito i cerchi delle streghe.

Il micelio avanza. Davanti a sé ha terreno nuovo. Alle spalle ha terreno che ha già digerito — ma che nel frattempo si è rigenerato: la materia organica ricasca, la pioggia dilava, la cera si degrada, l'erba ricresce. Dopo qualche anno, lì dietro, c'è di nuovo un buon posto in cui vivere.

Perché non lo ricolonizza?

Non lo fa mai. Il centro dell'anello non si riempie mai. E se il motore fosse davvero l'esaurimento dei nutrienti, come diceva Wollaston, dovrebbe riempirsi.

Fermati un secondo su questa cosa, perché è la stranezza centrale: l'organismo non è respinto da un nemico, non è fermato da una carestia, ed è fermato lo stesso. È come tornare alla tenda e trovarla inagibile per colpa dei propri rifiuti lasciati fuori: nessun altro te l'ha resa invivibile.

Nel 2023, su Scientific Reports, un gruppo di ricerca — Salvatori, Moreno, Zotti, Iuorio, Cartenì, Bonanomi, Mazzoleni, Giannino — mette in equazioni una risposta che nessuno si aspettava. Il modello è fatto di sei equazioni differenziali più una settima per l'acqua nel suolo, e contiene un termine nuovo: l' da .

Il fungo lascia dietro di sé pezzi del proprio DNA, e quei pezzi gli fanno male. Non «il cibo è finito», ma «questo posto porta la mia firma, e la mia firma mi è tossica».

Detta così sembra un paradosso: il DNA è la cosa più propria che esista, come fa a essere un veleno? Il senso è che non agisce come veleno generico ma come segnale di identità: è la molecola che dice «di qui ci sono già passato io», e a rispondere è solo l'organismo che l'ha prodotta. L'immagine della stanza in cui hai già dormito e che sa di te rende bene il fatto che il fastidio sia legato a te e non a un pericolo. Ma attenzione a non spingerla: lì c'è una percezione e una scelta, qui non c'è nessuna decisione. Il fungo non «preferisce» andare avanti — non può fare altro.

L'idea non era nata per i funghi. Stefano Mazzoleni e colleghi l'avevano formulata nel 2015 su New Phytologist come teoria generale dell'auto-inibizione da self-DNA, valida per piante, funghi e protozoi. Il cerchio delle streghe è diventato il banco di prova di un'idea nata altrove.

Il modello del 2023 dichiara di riprodurre «all the five types of fairy rings». Cinque, non i tre di Shantz e Piemeisel: nel frattempo la tassonomia si è ampliata.

E ha dentro un risultato controintuitivo che vale la pena riportare per intero: nel modello l'idrofobicità da sola basta a generare tutti i tipi osservati, mentre la fitotossicità da sola no. La cera che respinge l'acqua è il meccanismo più potente dei due.

Poi arriva l'obiezione, ed è di quelle che un modellista non può farsi da solo. Duur Aanen, biologo evoluzionista dell'Università di Wageningen, la mette così: la selezione naturale non conserva un meccanismo che danneggia chi lo possiede. Se un fungo si avvelenasse con i propri residui, l'evoluzione avrebbe dovuto eliminare quel tratto.

Non si limita a contestare: propone un'alternativa. La chiama transient-escape hypothesis — il fronte non sta scappando da sé stesso, sta scappando da qualcos'altro. Il lavoro esce su Royal Society Open Science, 2024/2025, su Marasmius oreades.

Il dibattito è dichiarato irrisolto, con più ipotesi concorrenti in campo. Questa storia, oggi, non ha una fine — ed è la parte più interessante che ci sia: è il punto esatto in cui la scienza sta ancora lavorando.

Fondata il 5 giugno 1224 dall'Imperatore Federico II di Svevia. Celebre per essere la più antica università fondata attraverso un provvedimento statale.
Fondata il 5 giugno 1224 dall'Imperatore Federico II di Svevia. Celebre per essere la più antica università fondata attraverso un provvedimento statale. — foto: Giuseppe Guida · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Quanti anni ha il cerchio che hai davanti

Ti dicono che quell'anello ha cinquecento anni. Da dove viene il numero?

Non da un'osservazione. Nessuno al mondo ha mai visto nascere un cerchio delle streghe e ne ha seguito la vita. Non esiste un solo anello di cui si conosca la data di nascita per averla vista.

Quello che si fa è misurare di quanto si allarga oggi, e dividere il raggio per quella velocità. Il risultato si chiama «età». È un'aritmetica, non un rilievo. E se la velocità è cambiata anche una sola volta — una siccità, un anno grasso, un ostacolo nel terreno — il numero è sbagliato e nessuno può accorgersene.

C'è di peggio: la velocità non è un valore, è un ventaglio. Le fonti divulgative italiane danno 5-40 centimetri l'anno. La letteratura, specie per specie, dà numeri molto più divaricati: circa 125 cm l'anno per Lepista sordida su tappeto erboso, 75 per Clitocybe, 55 per Agaricus, da 7 a 39 per Marasmius, 17-22 per Tricholoma e Russula, le più lente. E i tassi misurati sul campo nel bacino di Laramie, in Wyoming, stanno ancora più in basso: da 0,131 a 0,364 metri l'anno, cioè 13-36 centimetri — la metà o meno dei valori più citati.

Prendi allora un anello di cento metri di diametro. Il raggio è cinquanta metri, cioè cinquemila centimetri. Dividi.

Stesso prato, stesso anello, stesso metro. Da quaranta a settecentoquattordici anni: un fattore diciotto, e la differenza non sta nella misura ma nell'ipotesi su quale fungo sia. Due anelli identici di specie diverse ricevono età diverse di secoli.

Viene naturale pensare agli anelli di un tronco: anche lì il diametro racconta il tempo. L'analogia serve proprio per vedere la differenza. Nel tronco gli anelli sono uno per anno, sono tutti conservati, e si contano: è una misura. Il cerchio fungino conserva un anello solo, l'ultimo — tutto il resto è sparito, decomposto, tornato prato. Contare gli anni di un albero è contare; «contarli» su un fungo è dividere.

Un modo di uscirne c'è, ed è ingegnoso. Nel 2023, su Fungal Ecology 65, Miller e Gongloff usano un archivio fotografico come una macchina del tempo: confrontano gli stessi anelli del bacino di Laramie sulle foto aeree dal 1947 al 2022, più le immagini di Google Earth. Da lì ricavano il tasso di crescita reale, specie per specie, e da quello l'età. Trecentoquattro cerchi in un colpo solo, otto specie, diametri da 4 a 272 metri, età da 15 a 522 anni.

E dentro quello studio c'è il dato che smonta tutti i titoli: il 90% dei 304 cerchi ha meno di ottant'anni. I cerchi millenari sono l'eccezione statistica, non la regola. Il cerchio tipico che incontri in un prato è più giovane di tuo nonno.

Miller e Gongloff notano anche una possibile relazione fra l'anno in cui un cerchio si insedia e le precipitazioni di agosto, o l'indice di siccità di Palmer. Ma la relazione non vale per tutte le specie, e loro la lasciano lì, come ipotesi aperta, invece di chiuderla a forza.

Lo stesso anello di 100 metri, e l'età che gli tocca a seconda della velocità che gli si attribuisce

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dati: tassi di crescita per genere dalla rassegna IMA Fungus 2025; tassi misurati sul campo da Miller & Gongloff 2023 (Laramie). Età = raggio 5.000 cm diviso il tasso. · elaborazione: gamma97

Dove finisce un individuo e comincia il vicino

Se il fungo che vedi è solo il bordo di una rete sotterranea, una domanda arriva da sola: quanto è grande un fungo? E dove finisce?

A occhio non si può dire. Non ha contorni, non ha superficie visibile, e sta tutto sotto terra. L'unica via è rinunciare all'occhio e usare un altro metro: l'identità genetica. Si prendono campioni in punti distanti, si confronta il DNA, e se il genotipo è lo stesso è lo stesso individuo. Quell'individuo si chiama .

Nel 2003 Ferguson e colleghi, dell'USDA Forest Service, lo fanno sulle Blue Mountains, nell'Oregon nordorientale, in una foresta mista di conifere, su Armillaria. Ne escono genet di 20, 95, 195, 260 e 965 ettari. Novecentosessantacinque ettari: un organismo grande come un quartiere.

Per il maggiore danno anche un'età: fra 1.900 e 8.650 anni, a seconda del tasso di crescita adottato. Un intervallo largo 6.750 anni, un fattore 4,5 fra l'estremo basso e quello alto.

Quell'ampiezza non è un difetto del lavoro: è l'onestà del metodo. È il modo che hanno di dirti quanto poco si sappia della velocità.

Ed è esattamente la cosa che si perde per prima.

La rassegna del 2025 riporta il caso così: «a FFR with a diameter of 890 hectares, estimated to be 2,400 years old». Leggi con attenzione. Un diametro misurato in ettari — un'unità di superficie usata per una lunghezza. L'errore sopravvive dentro la frase stessa. E l'intervallo 1.900-8.650, che era il contenuto informativo del lavoro originale, è diventato un numero secco.

Il caso svizzero è ancora più netto. La rassegna scrive: «a similar front in Switzerland, covering 500 hectares, was approximately 1,000 years old», attribuendolo a Bendel e colleghi, 2006. Bendel, però, in bosco col metro, aveva misurato genet di 6,8 ettari in media, con un massimo di 37, sopra un'area di studio complessiva di 3,3 chilometri quadrati — cioè 330 ettari.

Cinquecento ettari non ci stanno dentro trecentotrenta. La cifra citata è più grande dell'intero terreno su cui si è camminato.

E adesso la parte importante: nessuno ha mentito. Non in nessuno dei passaggi. Ogni volta che un numero viene ricopiato da un riassunto invece che dall'originale, perde un pezzo di contesto — l'area di studio, il metodo, l'intervallo d'incertezza. Ogni passaggio è quasi corretto. L'errore sta nella catena, non in un anello.

È il gioco del telefono senza fili, con una differenza che vale la pena notare perché è la parte interessante: nel telefono senza fili l'errore è casuale e va in tutte le direzioni, mentre qui è sistematicamente al rialzo. Nessuno riassume un fungo rendendolo più piccolo. Al terzo passaggio la cifra non è più un dato: è una tradizione.

Il cerchio più famoso d'Europa vive esattamente in quella zona grigia. Quello di Belfort, in Francia, di Infundibulicybe geotropa: 600 metri di diametro secondo Wikipedia che cita Gregory 1982, 800 metri secondo la sintesi divulgativa della rassegna 2025, oltre 700 anni in entrambe le versioni. Due misure che differiscono di un terzo, e nessun rilievo di campo primario tracciabile dietro nessuna delle due.

Omniglobe - Museo cantonale di storia naturale di Lugano
Omniglobe - Museo cantonale di storia naturale di Lugano — foto: Museo cantonale di storia naturale di Lugano · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

I cinquecento ettari svizzeri, messi accanto a quello che era stato misurato

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dati: Bendel et al. 2006 per genet medio, genet massimo e area di studio; rassegna IMA Fungus 2025 per la cifra citata; Ferguson et al. 2003 per il confronto americano · elaborazione: gamma97

Perché in montagna sono quasi tutti archi

Se sali in quota e cerchi i cerchi, trovi soprattutto mezzi cerchi.

Nel 2022, sul Journal of Biogeography, uno studio sugli Appennini censisce 1.163 strutture fra 546 e 2.148 metri di quota. Gli archi aperti sono più frequenti dei cerchi chiusi. Le forme a «rotore» sono meno del 2%. E i pendii esposti a nord ne hanno più del terreno pianeggiante.

La spiegazione lega la forma al meccanismo del capitolo precedente. Su un pendio la pioggia non resta dov'è: dilava verso valle i composti che il fungo si lascia dietro e che lo bloccano. A valle quei composti si accumulano, e lì il fronte si ferma. Di traverso, dove il dilavamento li porta via, il fronte prosegue. Risultato: un arco.

L'immagine della vernice che cola su un piano inclinato aiuta a vedere il movimento, ma bisogna dirne subito il rovescio: qui l'effetto non è dove la colata parte, è dove la colata arriva. Il fronte si blocca a valle, non a monte. Il verso è l'opposto di quello che l'immagine suggerisce.

Un arco, insomma, è quello che diventa un cerchio quando incontra qualcosa — una pendenza, un ostacolo, un terreno che cambia. E chi calcola l'età dividendo il raggio per la velocità, di quel qualcosa non si accorge.

Il resto delle condizioni disegna una mappa piuttosto larga. I cerchi si formano dal livello del mare fino ai 3.800 metri dell'altopiano tibetano, con temperature medie annue fra -3,9 e 13 gradi. Sugli Appennini prosperano dove cadono fra 900 e 1.300 millimetri di pioggia l'anno, e sopra i 1.700 scompaiono.

C'è però una condizione che riguarda noi. Un eccesso di azoto inibisce la formazione degli anelli; livelli moderati la favoriscono. Un prato concimato non fa cerchi; un pascolo povero ne è pieno. Il che ti dà, gratis, uno strumento di lettura del paesaggio: se stai guardando un prato pieno di anelli, stai guardando un prato che non è stato concimato di recente. Il cerchio delle streghe è un bioindicatore di suolo non trattato.

Quanti funghi sanno farlo? Nel mondo si contano 121 taxa che formano cerchi in ambiente naturale, in grandissima maggioranza , con poche eccezioni fra gli ascomiceti: fra queste i generi Helvella, Morchella e Tuber. Anche i tartufi fanno cerchi. In Italia si contano una sessantina di specie, fra cui Agaricus campestris, Amanita muscaria — il fungo rosso a pois delle fiabe — Clitocybe nebularis e Marasmius oreades.

Lo stesso fungo che uccide l'erba fa crescere il grano

C'era una cosa che non tornava, e riguarda una specie in particolare.

Dentro i cerchi di Lepista sordida l'erba non moriva. Cresceva più rigogliosa. Se la chimica del fungo fosse soltanto tossica, quello non dovrebbe succedere.

Choi, Fushimi, Abe e Hirokazu Kawagishi, dell'Università di Shizuoka, invece di attribuire tutto all'azoto vanno a cercare la molecola. La isolano, e il 5 luglio 2010 la pubblicano su ChemBioChem: è la 2-azaipoxantina, abbreviata AHX, un composto del metabolismo purinico che stimola la crescita delle piante. Accanto a essa, l'imidazolo-4-carbossammide, ICA.

Non è una variante dell'auto-inibizione: è una via biochimica completamente diversa.

E poi c'è il nome. La chiamano «fairy chemical» — la parola della leggenda contadina entra nella nomenclatura chimica. Oggi la si legge sulle riviste di chimica dei prodotti naturali.

Kawagishi fa poi la cosa che quasi nessuno fa: porta la molecola fuori dal laboratorio. Fra il 2014 e il 2018 il gruppo la sperimenta in campo su riso e frumento, e documenta aumenti di resa del 10-20%. I fairy chemicals sono oggi candidati al ruolo di nuova famiglia di ormoni vegetali.

Viene voglia di dire: è la stessa storia del concime liquido, che a dose piena brucia le foglie e diluito le fa crescere. L'immagine funziona per l'intuizione — la differenza fra veleno e nutrimento, qui, sembra tutta nella quantità — ma non descrive la biochimica, e conviene dirlo prima che si formi l'idea sbagliata. Non è tutto lo stesso veleno a dosi diverse. L'AHX non è il DNA extracellulare, e non è la cera idrofoba. Sono molecole distinte, con bersagli distinti, prodotte dallo stesso organismo.

Quello che resta vero, e che è già abbastanza, è che il repertorio chimico con cui un fungo si costruisce il proprio cerchio contiene sia le sostanze con cui si sbarra la strada alle spalle, sia molecole che fanno crescere il frumento.

digital image of William Hyde Wollaston portrait
digital image of William Hyde Wollaston portrait — foto: Painted by J. Jackson, engraved by J. Thomson. Scanned by Clare Moody · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Dove lo incontri, adesso

Sul green. Il fairy ring nei campi da golf è causato da oltre 60 specie fungine, e i greenkeeper lo trattano come una patologia del tappeto erboso: fungicidi e agenti bagnanti, cioè prodotti che servono precisamente a rompere l'idrofobicità del suolo. Se cammini su un green e vedi un cerchio scuro che il manutentore non è riuscito a togliere, stai guardando il capitolo s4 in azione.

In casa. La pianta d'appartamento rimasta asciutta troppo a lungo: la innaffi e l'acqua scivola lungo il bordo del vaso ed esce dal foro senza inumidire la zolla. È la stessa idrofobicità, in miniatura. Il contagocce e l'orologio funzionano anche lì.

Dall'alto. L'anello verde si vede dall'aereo e su Google Earth anche quando in terra è quasi impercettibile — è così che sono stati contati i 304 cerchi del Wyoming. Puoi aprire Google Earth sul prato dietro casa e cercare macchie circolari più verdi.

Nel cestino. Qui vale la pena essere precisi. Marasmius oreades è il fungo che dà il nome inglese al fenomeno, fairy ring champignon, ed è commestibile — e contiene cianuri, e produce composti fitotossici per l'erba. Negli stessi prati, in cerchio anche loro, crescono Clitocybe dealbata e Clitocybe rivulosa, che gli somigliano e sono tossiche.

I numeri di che cosa significhi sbagliare. In Italia, vent'anni di Centro Antiveleni di Milano, dal 1998 al 2017: 12.813 casi di intossicazione da funghi, 637 con amatossine confermate, 40 decessi — il 6,3% dei casi confermati — e 19 trapianti di fegato. In Svizzera si contano circa 650 casi di intossicazione l'anno su circa 40.000 chiamate a Tox Info Suisse; il 90% dei casi gravi o mortali è attribuibile ad Amanita phalloides; e negli ultimi anni non sono segnalati decessi — secondo SRF anche grazie ai controlli micologici.

In Ticino la raccolta ha una legge scritta addosso: 3 chili al giorno a testa, divieto assoluto fra le 20:00 e le 7:00, multe da 100 franchi per il primo chilo eccedente e 50 per ogni chilo successivo, 200 franchi per il primo chilo raccolto di notte, fino a 10.000 franchi nei casi gravi. Il divieto notturno dice una cosa precisa: qualcuno ci andava di notte, con la torcia, prima degli altri.

Vale la pena rimettere insieme il primo capitolo e questo: quando raccogli, stai prelevando corpi fruttiferi da un organismo perenne che resta lì. È cogliere una mela. Ma il melo lo condividi.

Nella vetrina di un negozio giapponese. Il matsutake, Tricholoma matsutake, è un fungo simbionte che forma anelli sotterranei — in giapponese shiro — legati a specifiche foreste di pino. Non si riesce a coltivare. E la raccolta nazionale giapponese è collassata.

Tre ordini di grandezza in ottant'anni. Dal 2020 Tricholoma matsutake è classificato Vulnerable nella Lista Rossa IUCN, con un declino stimato superiore al 30% su tre generazioni — cinquant'anni — a scala mondiale. La valutazione è di Tor-Erik Brandrud (NINA), la revisione di Anders Dahlberg.

E in un campo di frumento, se il pane che mangi viene da una resa che i fairy chemicals hanno alzato del dieci o venti per cento.

La raccolta giapponese di matsutake, 1941-2024

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dati: Ministero giapponese dell'agricoltura (MAFF), dati via nippon.com; il valore 2024 è una stima · elaborazione: gamma97

Che cosa sappiamo, e quanto solidamente

Guardando la linea viene da pensare che ogni tappa abbia smentito la precedente. Non è andata così, ed è una distinzione che vale per molto più che i funghi.

Wollaston aveva ragione: sotto c'è della chimica. Rothamsted aveva ragione: quella chimica comprende l'azoto, e l'azoto spiega il verde. Shantz e Piemeisel avevano ragione: i tipi sono distinti e distinguerli è la condizione per spiegarli. Il 2023 non manda in soffitta il 1883.

Quello che è cambiato è che cosa ciascuno strato spiega. L'azoto spiega il colore dell'erba davanti al fronte. Non spiega la forma. La forma — cioè il fatto che sia un anello e non un disco pieno — chiede un meccanismo che agisca alle spalle, e quel meccanismo è la cera che respinge l'acqua, più probabilmente qualcosa che il fungo si lascia dietro e che lo tiene fuori. La conoscenza si è stratificata, non sostituita.

Il quadro solido, oggi, è questo. Il fungo che vedi è un frutto; l'organismo è la rete sotto. Il cerchio è il bordo di un fronte partito da un punto. Il centro è vuoto, non vecchio. L'erba davanti è più verde perché riceve azoto liberato dalla digestione della materia organica. L'erba dietro muore perché il terreno è stato reso impermeabile e non perché manchi acqua. Tutto questo è misurato, ripetuto e non contestato.

Quello che è aperto è il perché il fronte non torni indietro. Il modello del 2023 dice: il proprio DNA extracellulare. Aanen risponde: un meccanismo che danneggia chi lo possiede non sopravvive alla selezione, e propone la fuga da qualcos'altro. Il dibattito è dichiarato irrisolto.

C'è una cosa da tenere presente sulla letteratura stessa, e non è un'accusa. La stessa terna di autori dell'Università di Napoli Federico II — Mazzoleni, Bonanomi, Zotti — firma la teoria generale del 2015, lo studio di campo del 2022, il modello del 2023 e la rassegna del 2025 che dichiara superata l'ipotesi concorrente. Chi propone la teoria è anche chi scrive la rassegna che la giudica vincente. È un dato del campo, e chi legge ha diritto di saperlo mentre legge le conclusioni.

E resta il buco più grosso di tutti, quello da cui dipendono in cascata tutti i numeri di questo numero: nessuno ha mai osservato la nascita di un cerchio. Ogni età che leggi — sui giornali, su Wikipedia, qui dentro — è una divisione fatta a partire da una velocità misurata su un'altra scala temporale.

La prossima volta che vedi un arco di funghi in un prato, quindi, sai che cosa hai davanti. Non venti organismi: uno solo, e ne stai vedendo il bordo. Il centro non riposa, è morto. La fascia di erba dietro è larga quanto il danno che si è fatto da solo. E il diametro è un orologio che nessuno ha mai messo all'ora.

Duecentodiciannove anni sul perché un fungo cresce in tondo

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dati: Philosophical Transactions 1807; Journal of the Chemical Society 1883; Journal of Agricultural Research 1917; Ferguson et al. 2003; Bendel et al. 2006; ChemBioChem 2010; New Phytologist 2015; Journal of Biogeography 2022; Scientific Reports 2023; Fungal Ecology 2023; Royal Society Open Science 2024/2025; IMA Fungus 2025 · elaborazione: gamma97

Riferimenti

  1. Fungal fairy rings: history, ecology, dynamics and engineering functions — Zotti, Bonanomi, Mazzoleni, IMA Fungus, 2025 — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11881004/
  2. W.H. Wollaston, «On Fairy-rings», Philosophical Transactions of the Royal Society, vol. 97, pp. 133-138, letto il 12 marzo 1807 e pubblicato il 31 dicembre 1807 — https://doi.org/10.1098/rstl.1807.0008
  3. J.B. Lawes, J.H. Gilbert, R. Warington, Journal of the Chemical Society, Transactions, vol. 43, pp. 208-223, 1883 (Rothamsted) — repository Rothamsted Research —
  4. H.L. Shantz, R.L. Piemeisel, Journal of Agricultural Research, vol. 11, pp. 191-245, 1917 — classificazione nei tre tipi, prati del Colorado orientale —
  5. Salvatori, Moreno, Zotti, Iuorio, Cartenì, Bonanomi, Mazzoleni, Giannino — modello a sei equazioni dei cerchi fungini, Scientific Reports, 2023 —
  6. Mazzoleni et al., auto-inibizione da self-DNA in piante, funghi e protozoi, New Phytologist, 2015 —
  7. D. Aanen e colleghi, transient-escape hypothesis su Marasmius oreades, Royal Society Open Science, 2024/2025, articolo rsos260575 —
  8. Choi, Fushimi, Abe, Kawagishi — isolamento della 2-azaipoxantina («fairy chemical»), ChemBioChem, 5 luglio 2010; prove di campo su riso e frumento, 2014-2018 —
  9. Miller & Gongloff, 304 cerchi del bacino di Laramie da foto aeree 1947-2022, Fungal Ecology 65, 2023 —
  10. Ferguson et al., genet di Armillaria nelle Blue Mountains dell'Oregon, USDA Forest Service, 2003 —
  11. Bendel et al., genet fungini in Svizzera, 2006 —
  12. Studio sui 1.163 cerchi appenninici fra 546 e 2.148 metri, Journal of Biogeography, 2022 —
  13. Gregory P.H., «Fairy rings; free and tethered», Bulletin of the British Mycological Society 16(2), pp. 161-163, 1982 — unica fonte dietro il cerchio di Belfort —
  14. Sintesi divulgativa della rassegna IMA Fungus 2025 — blog.pensoft.net, 6 marzo 2025 —
  15. Fairy Rings in Turfgrass — Golf Course Superintendents Association of America (GCSAA) —
  16. Produzione giapponese di matsutake, dati del Ministero dell'agricoltura (MAFF) — nippon.com —
  17. Tricholoma matsutake, valutazione Vulnerable — IUCN Red List, 2020, valutazione di Tor-Erik Brandrud (NINA), revisione di Anders Dahlberg —
  18. Intossicazioni da funghi in Italia, Centro Antiveleni di Milano 1998-2017 — epicentro.iss.it —
  19. Intossicazioni da funghi in Svizzera, Tox Info Suisse — SRF —
  20. Raccolta dei funghi in Ticino: quote, divieto notturno e sanzioni — Raccolta delle leggi del Cantone Ticino; Ticinonline sulla scala delle multe —
  21. Processi per stregoneria in Ticino, archivio pretorile della Val Leventina, 1431-1459 — RSI, «Tremate, tremate, le streghe son tornate»; progetto «Vita da Strega», atistoria.ch —