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5 settembre 2026

Il diavolo di Isone e la lana nera — come si distingue un compito impossibile da uno solo difficile

Una riga di dialetto raccolta in un villaggio del Bellinzonese porta dentro di sé un codice internazionale, una prova che nessuno può vincere e un secolo di lavoro speso per stamparla.

In un fascicolo del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, sotto la voce DIAVOL, c'è una frase raccolta a Isone: le donne sono così false che hanno fatto lavare al diavolo la lana nera per farla diventare bianca, e lui non c'è riuscito. Non è una fiaba, è un proverbio: nessuno lo racconta, tutti lo capiscono. Dentro quella riga c'è una domanda che si può decidere davvero — che cosa rende una prova invincibile invece che soltanto difficile — e la risposta sta in una distinzione semplice: se la cosa da togliere è appoggiata o se è la cosa stessa. Attorno a quella riga c'è il resto: un indice internazionale che le assegna un numero e la lega alla Turchia, alla Germania di Lutero e al Meclemburgo dell'Ottocento senza però poter dire se sono parenti; un vocabolario fondato nel 1907 il cui fondatore morì trentadue anni prima che ne uscisse il primo fascicolo; le stesse valli in cui, mentre si rideva del diavolo beffato, si celebravano processi veri con imputate quasi tutte donne; e una formula antichissima sul colore che non va via, che a un certo punto della storia qualcuno ha portato dalla lana alle persone.

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Una riga, e dentro un ordine

State per sentire una frase di dieci parole, in un dialetto che quasi nessuno parla più, e dentro quella frase c'è un diavolo che perde una scommessa con un catino d'acqua. La frase sta in un fascicolo di dizionario, sotto la voce diavolo. E suona così, le donne sono talmente false che hanno perfino fatto lavare la lana nera al diavolo per farla diventare bianca, e non c'è riuscito. Ecco la scena, quella che la frase stringe in dieci parole. Il diavolo con le mani nel bucato. Un gomitolo di lana nera, acqua, sapone. L'acqua che pian piano si sporca, si inscurisce, e la lana che alla fine è esattamente quella di prima, nera. Il diavolo che ci riprova, che strofina, e che alla fine molla. Chiunque abbia mai caricato una lavatrice lo sa, un capo scuro nell'acqua rilascia colore, ma il colore non se ne va. Il colore resta. Quello è il gesto che il diavolo compie, e fallisce. Sotto la frase, fra parentesi, una parola sola, Isone. Un paese, non un nome. Ma ci arriveremo. Prima, però, bisogna capire che cosa è questa frase. Non è una fiaba. Non ha un inizio, non ha personaggi con un nome, non ha una scena che si racconta dal principio alla fine. È un proverbio, una di quelle frasi che si dicono a tavola per chiudere un discorso, come tanto è come lavare la testa all'asino. E funzionano proprio perché nessuno le racconta e tutti le capiscono. Chi la diceva a Isone, davanti a un piatto o a un bicchiere, non stava intrattenendo nessuno, stava spiegando in dieci parole com'è fatto il mondo. Le donne sono così false, diceva, che nemmeno il diavolo riesce a tenergli testa fino in fondo. C'è un'ultima cosa da notare subito, perché tornerà più avanti e peserà. Questa frase è stampata dentro un vocabolario. E il vocabolario non la mette lì per parlare del diavolo, la mette lì per illustrare una parola, la parola false. Come se fosse un esempio d'uso, uno qualsiasi. Ma dentro quella pagina, quella riga non è un esempio, è una prova a carico delle donne. Uno che apre il dizionario e legge, si sente dire che le donne sono talmente false da far perdere la pazienza al diavolo in persona, e lo legge in un libro che dovrebbe limitarsi a spiegare le parole. Tenetelo da parte, questo dettaglio, dove una frase viene messa cambia che cosa quella frase vuol dire. Non è ancora il momento di vederlo fino in fondo. Ma è da lì che si parte.

Impossibile non è un modo di dire

C'è una famiglia intera di storie in cui a qualcuno viene assegnato un compito che sembra fuori portata. Chi studia il folclore le ha catalogate con un codice, effe accanto uno zero uno zero e i numeri che vengono dopo, sono i compiti impossibili. Portare l'uva d'inverno. Catturare un rumore. Portare l'acqua in un setaccio. Ma attenzione, perché quella famiglia non è affatto omogenea. E la differenza, si vedrà tra un momento, è la cosa più interessante che ci sia. Portare l'acqua in un setaccio sembra impossibile e non lo è, si fodera il setaccio con l'argilla, i buchi si chiudono, l'acqua sta dentro. È il modo in cui l'eroina se la cava in una delle famiglie di fiabe più diffuse d'Europa. Catturare un rumore, invece, non si risolve con nessun accorgimento. Nello stesso scaffale convivono prove che si vincono e prove che non si vincono, e a occhio non si distinguono. Sembrano tutte assurde allo stesso modo. Come si fa, allora, a separarle? Il criterio è uno solo, e una volta visto non si dimentica più. La domanda è questa, la cosa che ti chiedono di togliere è appoggiata sull'oggetto, o è l'oggetto stesso? Prendiamo il bucato di Isone, quello del diavolo e della lana nera. Lo sporco arriva da fuori. Si posa sulla fibra, ci resta sopra, e l'acqua con il sapone lo stacca e se lo porta via. È per questo che l'acqua della bacinella, mentre lavi, diventa grigia, lo sporco se n'è andato davvero. Il nero della lana nera, invece, è arrivato insieme alla pecora. L'agnello nero nasce nero. Lo si tosa, lo si lava per ore in acqua calda, si toglie l'unto, si toglie la terra, si toglie tutto ciò che sta sopra, e quello che resta in mano è del colore preciso della bestia da cui viene. Non c'è niente da staccare, perché non c'è niente di appoggiato. E allora per togliere il colore non basta staccarlo, bisognerebbe distruggerlo. È un'altra operazione, con un'altra chimica. È la ragione per cui nell'armadio ci sono due prodotti diversi e non uno, e per cui prima di caricare la lavatrice si separano i bianchi dai colorati. Il prodotto che solleva lo sporco non tocca il colore. Quello che aggredisce il colore lo aggredisce dovunque lo trovi, comprese le righe della camicia che volevi tenere. E quindi il diavolo di Isone non perde per mancanza di forza o di pazienza. Perde perché gli hanno chiesto di ottenere con il bucato una cosa che il bucato, per come funziona, non può ottenere. Ha sbagliato mestiere, non fatica. Ed è qui che si capisce a che cosa serve davvero un compito impossibile dentro una storia. Se ti chiedo di sollevare un peso, alla fine so quanto sei forte, la prova misura te. Se ti chiedo di far diventare bianca la lana nera, alla fine non so niente di te. So soltanto che la lana nera è nera, cosa che sapevo già. La prova non serve a saggiare chi la subisce, serve a incastrarlo. Chi la assegna ha già il risultato in mano prima che l'altro cominci. Che a Isone lo sapessero benissimo lo dimostra il vicino di pagina. Nel vocabolario dei dialetti, nella stessa voce, poche righe più in là, c'è un secondo aneddoto. È stato raccolto a Brusio, in Valposchiavo, e racconta una gara tra il diavolo e San Martino, si sono messi a cucinare, anzi no, a cucire, per vedere chi era più bravo. San Martino era più furbo, e ha vinto la scommessa. Sentite la differenza. Qui il diavolo poteva vincere. Cucire è difficile, non impossibile, esiste una tecnica, esiste una mossa migliore, e vince chi la trova. Il perdente perde per come ha giocato. Nella lana nera, invece, non c'è nessuna mossa. Due aneddoti sotto la stessa parola del vocabolario, uno è una partita, l'altro è una trappola. E chi li raccontava, a tavola, teneva insieme le due cose sapendo perfettamente che non erano la stessa cosa. Un'immagine, arrivati qui, viene in mente da sola, lavare via l'abbronzatura. Per adesso la lasciamo ferma sulla lana. Più avanti si vedrà che cosa è successo a quell'immagine quando qualcuno, nella storia, l'ha presa e portata sulle persone.

Un indirizzo per le storie

La scena del diavolo con il bucato non sta solo a Isone. La stessa scena, quasi identica, gira da secoli per tutta l'Europa, e vale la pena fare un giro veloce a vederla dove ricompare. In Turchia, il compito impossibile ha per oggetto un feltro nero, lavarlo, strofinarlo, fino a farlo diventare bianco. In Germania, nei discorsi che Martin Lutero teneva a tavola, chiacchiere annotate dagli ospiti che pranzavano con lui e poi raccolte e stampate, nell'edizione del millecinquecentonovantatré, dentro la sezione dedicata alla tirannia del diavolo contro i coniugi, compare la battuta del diavolo che ammette di essere meno cattivo della donna. È la stessa cosa che a Isone si dice in dialetto, detta a tavola dal riformatore, annotata dai suoi commensali. E poi, quasi trecento anni dopo, nel Meclemburgo, la regione tedesca sul Baltico, un raccoglitore di fiabe che si chiama Karl Bartsch pubblica a Vienna, nel milleottocentosettantanove, un racconto intitolato, la vecchia peggiore del diavolo. Stessa figura, altro capo d'Europa. Ma come facciamo a dire che sono la stessa cosa? Non leggendole una per una, a quel gioco non si finisce mai, perché ogni versione ha parole diverse, e due studiosi che leggono le stesse due storie possono, in buona fede, uno vederci una parentela e l'altro una coincidenza. La mossa che ha sbloccato il problema è stata smettere di interpretare le storie e cominciare a numerarle. Antti Aarne, studioso finlandese, nel millenovecentodieci dà un codice a ogni trama ricorrente, così che due racconti raccolti a duemila chilometri di distanza si riconoscano come lo stesso oggetto. Stith Thompson riprende il lavoro nel millenovecentoventotto e di nuovo nel millenovecentosessantuno. Hans-Jörg Uther lo rifà nel duemilaquattro, l'edizione che si usa ancora oggi sta in tre volumi, numeri duecentottantaquattro, duecentottantacinque e duecentottantasei di una collana finlandese che pubblica questi cataloghi da un secolo. Una seconda edizione esce nel duemilaundici. Fra Aarne e Uther corrono novantaquattro anni di revisioni sullo stesso strumento. Occhio, però, perché nel frattempo si erano formati due cataloghi diversi, ed è qui che di solito ci si perde. Facciamo un passo alla volta. Prendete lavare la lana nera, da solo. Questo è un mattone. Può stare in cento storie diverse, in mezzo a qualunque cosa, all'inizio o alla fine. Adesso prendete il diavolo a cui viene ordinato di lavare la lana nera e che non ci riesce. Questa è una casa intera, ha un inizio, ha una fine, si può raccontare da sola. Thompson ha catalogato i mattoni, e li ha chiamati motivi, e lì la nostra scena sta nella famiglia che i cataloghi marcano con la sigla H seguita dal numero milleventitré, la famiglia dei compiti impossibili. Aarne e Uther, invece, hanno catalogato le case, e le hanno chiamate tipi, e lì la nostra scena ha un numero preciso, millecentottantatré, con una dicitura in inglese che suona così, lavare bianco un panno nero, compito per il diavolo. E per questo la riga di Isone porta addosso due codici, in due sistemi diversi. Non è uno spreco, sono due unità di misura, come contare i mattoni e contare gli edifici. Il numero millecentottantatré ha anche un indirizzo dentro l'edificio del catalogo. E l'indirizzo, attenzione, è già un giudizio, sta nella sezione intitolata i racconti dell'orco stupido, gigante, diavolo. Il catalogo, semplicemente mettendo la storia in quella sezione, sta già dicendo chi è il fesso della barzelletta. Allora, che cosa compra esattamente un codice così? Compra un indirizzo. È il codice postale delle storie, permette di ritrovare tutte le versioni di quella trama, ovunque siano state raccolte, senza doverle rileggere una per una. È moltissimo. Ed è tutto. Perché quello che il codice non dice è se quelle versioni siano parenti. E questa è la domanda vera, quella su cui il campo lavora ancora. Può darsi che la storia sia nata una volta sola e abbia viaggiato, con le persone, con i libri, con i soldati e i mercanti, fino a depositarsi a Isone, in Anatolia e in Meclemburgo. Può darsi che sia venuta in mente separatamente a chiunque abbia mai lavato della lana, perché è l'osservazione che quel gesto suggerisce a chiunque. L'indice non può decidere fra le due ipotesis, registra che due storie hanno la stessa forma, e avere la stessa forma è precisamente ciò che entrambe le ipotesi prevedono. Il catalogo mette in fila le prove. Non le interpreta. E qui l'immagine del codice postale va lasciata andare, anzi, conviene proprio dire dove si rompe. Due lettere con lo stesso codice finiscono davvero nello stesso posto, perché il codice postale è assegnato da un'autorità che non sbaglia. L'indice del folklore, invece, è compilato da persone. Alan Dundes, il folklorista americano che quegli indici ha usato per tutta la vita, ne ha scritto anche la critica, refusi, ridondanze, voci costruite male, e soprattutto l'abitudine di chi li usa a trattarli come una verità di natura invece che come un elenco redatto da qualcuno, con le sue mani. Sono strumenti chiave del metodo comparativo, e sono elenchi fallibili, tutte e due le cose insieme, e la stessa persona può dirle tutte e due. C'è poi un'ultima cosa che si vede solo mettendo il tipo millecentottantatré accanto ai suoi vicini di scaffale. Nelle fiabe europee il compito impossibile è quasi sempre imposto a una ragazza, nella versione dei fratelli Grimm sono la matrigna o la strega a ordinarle di lavare bianca la lana nera, e la ragazza soffre. A Isone il ruolo è capovolto, chi comanda è la donna, chi suda è il diavolo. È lo stesso gioco giocato al contrario. E non è un caso isolato. Nella fiaba delle Langhe chiamata Naso d'argento, raccolta da Italo Calvino nel millenovecentocinquantasei, Lucia, la terza figlia di una lavandaia, va a servizio proprio dal diavolo, e quando le sue sorelle finiscono prigioniere in casa sua, lei le nasconde dentro il bucato sporco che il diavolo stesso deve portare fuori, ci mette al posto loro un fantoccio, e si salva da sola. Nessuno viene a salvarla. E anche lì, lo strumento della beffa è il bucato. Il gesto di Aarne, del resto, oggi lo facciamo di continuo senza chiamarlo col suo nome. Quando si cerca film simili a e torna una lista che non condivide né attori né epoca né paese con quello che abbiamo appena visto, sotto c'è la stessa identica idea, dare un indirizzo alla struttura di una trama, per poterla ritrovare. E chi assegna l'indirizzo, lo si è già visto con la sezione dell'orco stupido, ha già in mano una parte del senso.

Sotto la frase, un paese e non un nome

Quella riga di Isone è arrivata fino a noi per una decisione presa più di cent'anni fa, da un uomo che non avrebbe mai visto il libro nascere. Millenovecentosette. Carlo Salvioni, linguista italiano che lavora tra Lombardia e Svizzera, fonda il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana. L'urgenza non è di metodo, è di tempo, i dialetti stavano cambiando sotto i piedi della gente, e le parole, una volta perse, non si raccolgono più. Ma la scelta che cambia tutto è un'altra, Salvioni decide che questo vocabolario non sarà soltanto un elenco di parole con le loro definizioni. Sarà enciclopedico. Vuol dire che insieme alla parola si raccoglie il gesto che la accompagna, il mestiere in cui si usa, l'aneddoto in cui vive. Ed è esattamente per quella scelta che sotto la voce DIAVOLO, nel vocabolario, non troviamo solo una spiegazione, troviamo una storia. Ed è sempre per quella scelta che una battuta detta a tavola in un villaggio di montagna, da persone che si credevano chiuse nel loro dialetto e nel loro nulla, è diventata un documento, scritto, citabile, arrivato fino a noi. C'è però una cosa che bisogna sapere di questo libro, Salvioni non lo vedrà mai compiuto. Muore nel millenovecentoventi. Il primo fascicolo esce nel millenovecentocinquantadue, trentadue anni dopo la sua morte, quarantacinque dopo la fondazione. Un uomo che passa la vita a raccogliere materiale per un'opera che non terrà mai in mano. Dopo di lui l'impresa passa di mano in mano, prima Clemente Merlo, linguista che prosegue il lavoro, poi Silvio Sganzini, poi Federico Spiess. Il progetto sopravvive ai suoi curatori, uno dopo l'altro. Da allora il ritmo è di due o tre fascicoli l'anno. E gli abbonati, perché questo dizionario dialettale esce ad abbonamento, sono più di mille, tre volte gli abitanti del paese da cui viene la nostra frase sul diavolo e il bucato. Mille persone che pagano per ricevere, a fascicoli, un vocabolario di dialetti alpini. E adesso la domanda che questo capitolo deve sciogliere, perché sotto l'aneddoto di Isone, come sotto quello di Brusio, c'è scritto il nome del paese e non il nome di chi ha parlato? Niente nome, niente anno, niente occasione. E non è distrazione. È il metodo che funziona così, per costruzione. Al dialettologo interessa la geografia della lingua, dove si dice una cosa in un modo e dove in un altro, dove passa il confine fra due forme. È una scienza di confini e di mappe. E per una mappa il nome della persona non serve, la mappa registra il punto, non chi ci stava sopra. Quindi il nome non viene scritto. Scrivere tra parentesi Isone significa una cosa sola, qui l'ho sentita. Ed è l'unico dato di provenienza che quasi tutte le voci del vocabolario possiedono. Ed ecco il costo, perché ogni metodo ne ha uno, quello che un metodo non misura, lo butta via. Il vocabolario ha salvato la frase, parola per parola, per sempre. E insieme ha lasciato andare la voce che l'ha detta, il viso, il nome, la sera in cui è stata raccontata. Ci è arrivata la battuta. Chi l'ha fatta è sparito dentro una parentesi con il nome di un paese.

Lo scaffale decide il senso

Nella frase di Isone, la storia del diavolo e della lana nera finisce stampata dentro un fascicolo. E il posto dove finisce stampata le cambia il destino. Il fascicolo è un vocabolario, e la storia è lì per illustrare una parola, la parola fals, che in quel dialetto vuol dire subdolo, doppio. Chi sfoglia quelle pagine e incontra l'aneddoto riceve una lezione precisa, che le donne sono infidi, e la prova sarebbe questa, che sono riuscite a imbrogliare perfino il diavolo. Una moglie bugiarda che la spunta su una potenza sovrannaturale, ecco che cosa quella pagina insegna. Poi, nel duemilaventacinque, la stessa scena identica entra in una serie televisiva della Radiotelevisione svizzera, la televisione della Svizzera italiana, dedicata alle leggende del Ticino e del Grigione italiano. E lì, davanti alle telecamere, la storia dice il contrario di prima. Dice che una donna senza nessun potere, una contadina qualunque, ha battuto con la testa una potenza enorme. Non falsità, astuzia. Non una colpa, una vittoria. E adesso viene il punto. Non è cambiata una parola del racconto. La moglie, il diavolo, il compito impossibile, il tranello del ritorno, tutto uguale. È cambiata la casella in cui qualcuno l'ha infilata. E allora viene fuori una cosa che abbiamo già visto con gli indirizzi dati alle storie, chi cataloga decide il senso più di chi racconta. Lo stesso identico libro, messo fra i manuali o messo fra i romanzi, viene letto in due modi diversi, e la storia della lana funziona esattamente così. Il diavolo lavandaio è lo stesso, cambia lo scaffale, e con lo scaffale cambia la morale. Però quest'immagine del libro promette un po più di quello che può mantenere, e conviene vederlo subito, dove l'immagine si rompe. Il libro è un oggetto, resta identico ovunque lo si metta, si muova lo scaffale quanto vuole. Una storia raccontata a voce no. Prima di arrivare allo scaffale, passa dalla bocca di chi la dice alla penna di chi la scrive, e chi la scrive sceglie le parole, taglia, aggiunge, sistema. Quindi non c'è soltanto la collocazione, che decide il senso, c'è anche una riscrittura, fatta prima, di cui nessuno può più misurare l'entità. Due mani invisibili, una sopra l'altra. E quando la storia arriva stampata, noi vediamo soltanto il risultato finale, senza poter più sapere quanto della forma originale è rimasto, e quanto è stato cambiato lungo la strada.

Stesse valli, stessi secoli

C'è una ragione per cui il riso di quella frase sul bucato impossibile non è del tutto tranquillo. E per sentirla bisogna spostare lo sguardo dalle storie raccontate ai tribunali veri, le stesse valli, gli stessi secoli. Nel territorio dell'attuale Svizzera si contano all'incirca diecimila processi per stregoneria, su un totale europeo stimato attorno ai centodiecimila. Un caso su undici, in un paese piccolissimo. Un'altra stima parla di diecimila esecuzioni fra il millequattrocentoventinove e il millesettecentotrentuno, e di queste vittime fra il settanta e l'ottanta per cento erano donne. Sono cifre arrotondate, ordini di grandezza ricavati dalla storiografia, non conteggi d'archivio fatti uno per uno. E proprio per questo la cosa che contano meglio non è il totale, ma le proporzioni. La proporzione più istruttiva è questa, nel Seicento gli imputati erano donne fra il sessantacinque e il novantacinque per cento dei casi. Nel Quattrocento, erano un terzo. Facciamo respirare questo numero, perché dice qualcosa di grosso. Vuol dire che la femminilizzazione dell'accusa non è un dato di natura, non è nella struttura stessa della caccia alle streghe fin dall'inizio. È un fatto datato, è avvenuto, è successo, fra un secolo e l'altro. Qualcosa è cambiato, e quel qualcosa ha cambiato chi finiva in tribunale. L'altra cosa che le cifre mostrano è che il rischio dipendeva da dove si nasceva più che da quando. Nel Paese di Vaud si contano circa millesettecento condanne fra il millecinquecentottanta e il milleseicentocinquantacinque. Nei Grigioni, almeno mille processi. A Zurigo, un'ottantina in tutto. E poi c'è chi ha guardato da vicino proprio le terre di lingua italiana, Serena Barberis, una storica che ha studiato i baliaggi, cioè i territori che i Cantoni svizzeri amministravano come sudditi anziché come membri della Confederazione, e le valli italofone lo erano, conta centinaia di processi concentrati nel Seicento, con particolare intensità nelle Tre Valli e nelle valli italofone dei Grigioni. Cioè, esattamente, le stesse aree da cui vengono i due aneddoti, quello di Isone e quello di Brusio. E la coda di tutto questo è lunghissima. Anna Göldi, una servetta, viene giustiziata a Mollis, nel Glaronese, nel millesettecentoottantadue, quando nel resto d'Europa questi processi erano già spariti da tempo. La chiamano l'ultima strega d'Europa, anche se il caso è discusso, perché la condanna formale non fu per stregoneria. È stata riabilitata secoli dopo. E l'ultima esecuzione per stregoneria in senso stretto è forse quella di Catherine Repond, nel millesettecentotrentuno. Adesso si possono mettere i due diavoli uno accanto all'altro. Il diavolo che perde tempo a lavare la lana e il diavolo in nome del quale si mandava qualcuno al rogo sono, nello stesso momento, la stessa parola. Quanto le due cose si siano toccate davvero, se chi rideva a tavola sapesse di che cosa stava ridendo, non si può stabilire per la frase di Isone. Il vocabolario, ricordiamo, ne registra il paese e non l'anno, quella riga galleggia sopra i secoli senza appoggiarsi a nessuno. E questo mette in crisi anche un'altra immagine comoda, il diavolo alpino come il gigante grosso e lento delle barzellette, forte, sciocco, battibile solo con la testa. Quell'immagine regge benissimo per spiegare perché il tipo millecentottantatré stia nella sezione dell'orco stupido, e perché in tutte queste storie vinca chi ha meno forza. Ma nel folclore alpino il diavolo non è soltanto comico, ed è lì che l'immagine va lasciata cadere. Ridurlo a macchietta cancella metà del quadro. E la metà che viene cancellata è quella con i nomi delle imputate.

La stessa immagine in mani diverse

L'idea che il colore non si lavi via è molto più vecchia di Isone, e ha viaggiato per una strada completamente diversa da quella dei villaggi, è passata dalle biblioteche. Ascoltate che percorso. Esopo, il favolista dell'antichità, ha una favola, gli studiosi la catalogano col numero trecentonovantatré della raccolta di Perry, sull'impossibilità di cambiare la propria natura. E nel libro del profeta Geremia, capitolo tredici, versetto ventitré, un testo che risale al sesto secolo prima di Cristo, c'è una domanda, Può il cusita cambiare la sua pelle?. Per secoli questa formula viene citata in greco e in latino, una qui e una là, senza che nessuno la metta in fila con le altre. Nel Quattrocento un erudito bizantino, Michele Apostolio, la raccoglie fra i proverbi greci. E poi arriva Erasmo da Rotterdam, il grande umanista olandese, che la fissa nei suoi Adagia, la gigantesca raccolta di proverbi antichi che commenta uno per uno, il libro che ha messo in circolo le formule classiche in tutta l'Europa. Erasmo la fissa in due formule latine, Aethiopem lavas, stai lavando l'etiope, e Aethiops non albescit, l'etiope non diventa bianco. Da lì la frase entra negli emblemi di due giuristi-editori, Andrea Alciato nel millecinquecentotrentaquattro e Geoffrey Whitney nel millecinquecentoottantasei, e da lì in tutte le biblioteche d'Europa. E fermiamoci un momento, perché qui bisogna capire che cosa è questa frase, finora. È una massima sulle indoli che non cambiano. Parla di persone come un proverbio parla di chiunque, nessuno in particolare, tutti in generale. Poi succede qualcosa. Fra Settecento e Ottocento la stessa frase viene presa in mano per dire cose sugli esseri umani neri, fino a diventare, nel milleottocentoottantaquattro, l'idea di una pubblicità di sapone. E qui sta il punto, ed è il punto di tutto questo pezzo, non è la frase che è cambiata. La frase è identica, parola per parola, a quella degli Adagia. È cambiato chi la prendeva in mano, e a che cosa gli serviva. È per questo che prima abbiamo lasciato ferma l'immagine dell'abbronzatura. Ricordate, c'è lo sporco, che sta appoggiato sopra e se ne va con l'acqua, c'è il colore, che è dentro, costitutivo, e non se ne stacca. Quella distinzione è l'analogia più efficace che si possa fare per far sentire la differenza fra ciò che è appoggiato e ciò che è costitutivo, e, per conto suo, scivola esattamente sul terreno dove questa formula è stata piegata. Sulla lana spiega. Sulle persone, storicamente, ha smesso di spiegare e ha cominciato a servire ad altro. E c'è un dettaglio che rende l'abbronzatura, sull'argomento della lana, ancora più precisa, l'abbronzatura con il tempo se ne va davvero. La lana nera no. Il lavaggio che fallisce a Isone fallisce per sempre. E resta una domanda aperta, e non è una domanda piccola, che rapporto c'è fra questa linea dotta, greca, biblica, erasmiana, e la riga detta in dialetto a Isone? Le due si somigliano moltissimo, questo sì. Ma somigliare non è discendere. La catena di passaggi che porterebbe da una raccolta di adagi del Cinquecento a una battuta recitata in un villaggio di montagna non è documentata da nessuna parte. È la stessa questione che abbiamo già incontrato a proposito degli indirizzi delle storie, due linee che corrono parallele per secoli, che si toccano sulla pagina di un fascicolo, e se si siano mai toccate prima, quello non lo sa nessuno.

Quello che il diavolo spiega

Nelle Alpi il diavolo fa anche un secondo mestiere, oltre a perdere scommesse sul bucato, spiega le cose che esistono e di cui nessuno ricorda l'origine. Il posto è la gola della Schöllenen, sulla strada del passo del Gottardo, in Svizzera. Lì la roccia interrompeva il passaggio, e per secoli attraversare quella gola è stato il problema. Un ponte di legno c'è già attorno all'anno milleduecentotrenta. Uno di pietra arriva nel millecinquecentonovantacinque, e serve per duecentonovantatré anni, finché non crolla il due agosto del milleottocentoottantotto. Fra il milleottocentoventi e il milleottocentotrenta si costruisce una strada carrabile. Il terzo ponte, quello a due corsie, apre nel millenovecentocinquantotto. Oggi si passa in macchina in pochi secondi, andando in vacanza, senza pensare a niente. E infatti il pensiero l'ha fornito il diavolo. La leggenda dice che il ponte l'ha costruito lui, in cambio dell'anima del primo che l'avrebbe attraversato, e che gli abitanti della valle lo scansarono mandando avanti un animale. Un folklorista americano, Ashliman, che ha raccolto e classificato le leggende europee, ne documenta almeno diciotto varianti di questa storia, sparse fra Germania, Austria, Svizzera, Italia, Spagna, Galles e Inghilterra. Nel catalogo internazionale delle fiabe, quello che assegna a ogni trama un numero, questa porta il tipo millecentonovantuno. E guardate che cosa cambia e che cosa non cambia da un paese all'altro, l'animale mandato per primo è un gallo, un cane, una capra, un camoscio, secondo il posto. Ma lo schema è sempre identico, il patto, l'anima, l'animale. È esattamente ciò che l'indice rende visibile, la parte che varia e la parte che tiene. Chi aveva costruito davvero quel ponte? Probabilmente i Walser, la popolazione alpina di lingua tedesca che colonizzò le valli alte, con tecniche adeguate al loro tempo. E qui si vede come nasce una leggenda così, passano due generazioni, resta il ponte, non resta il nome di chi l'ha fatto, e la spiegazione la fornisce il diavolo. La leggenda arriva dopo l'ingegneria, non prima. È una causa inventata per un effetto visibile, la stessa mossa mentale dell'ipotesi scientifica, con l'esito rovesciato, si parte da un fatto che c'è, e si risale a qualcosa che lo produca. Verrebbe da paragonarla ai cerchi nel grano, quei disegni comparsi nei campi inglesi. Ma il paragone zoppica, e vale la pena vedere dove. I cerchi nel grano sono una burla, hanno autori vivi e confessi, e qualcuno che voleva ingannare. La leggenda del ponte non ha un autore e non ha un imbroglione, è una spiegazione collettiva, il senso comune che riempie un buco. Confondere le due cose significherebbe far passare per truffa quello che era ragionamento. E il diavolo, in quella gola, è rimasto anche come cosa fisica, non solo come storia. C'è un masso, si chiama Teufelsstein, la pietra del diavolo. Secondo il servizio svizzero dei monumenti storici pesa duemila tonnellate ed è alto dodici metri. Il sito turistico di Göschenen, il paese lì vicino, dice invece oltre duecento tonnellate. Due fonti sullo stesso sasso, e uno scarto di dieci volte, anche le cose misurabili, quando nessuno le rimisura, oscillano. Nel millenovecentosettantatré quel masso è stato spostato di centoventisette metri per far passare l'autostrada, ed è costato circa trecentomila franchi, una sintesi di terze parti dice trecentotrentacinquemila. Il giornale Neue Zürcher Zeitung, il giorno della notizia, ha scritto un titolo che non si può migliorare, trecentomila franchi al diavolo.

Chi la dirà

Isone compare per la prima volta in un documento nel millecentotrentasette, scritto Yxono, sette anni dopo il primo ponte del diavolo sulla Reuss. Si stacca da Lugano fra il millecinquecentouno e il millecinquecentotré. Nel milleottocentocinquanta ha settecentottantanove abitanti, nel millenovecentoottanta ne ha trecentosettantuno, il cinquantatré per cento in meno in centotrent'anni. E qui la storia di questo paese fa un salto curioso, nel millenovecentosessantasei il Dipartimento militare federale decide di farne una piazza d'istruzione per granatieri, inaugurata il dieci febbraio millenovecentosettantatré, lo stesso anno in cui, dall'altra parte del massiccio, si spostava il masso del diavolo. Ma la domanda che conta, adesso, è un'altra, chi la racconta ancora, la frase sulla lana nera? Perché quella frase è in dialetto, e il dialetto si conta. In Ticino oggi lo parla in casa il trenta virgola sette per cento delle persone oltre i quindici anni, contro il trentasei virgola sette per cento del duemila. Un calcolo che mette i brividi, se lo si lascia lì da solo. Ma il dato complessivo nasconde una geografia molto ripida, fatta di valli dove il dialetto regge e di città dove non regge più. Isone sta nel Bellinzonese, e il Bellinzonese segna trentotto su cento. Non è la coda della lista, e non è nemmeno la testa. È un paese di mezzo, come lo era quando la battuta circolava a tavola. Contro quel numero lavora, fra gli altri, Andrea Jacot-Descombes, antropologo nato a Chiasso nel millenovecentoottantadue, con un dottorato a Neuchâtel, che da circa il duemilaquindici si occupa di rimettere in circolo le leggende del Ticino e del Grigione italiano. Due libri con l'editore Dadò, nel duemilaventidue e nel duemilaventacinque, e una serie televisiva andata in onda sulla televisione della Svizzera italiana fra giugno e agosto del duemilaventacinque. E nel duemilaventisei qualcosa di queste storie è sceso dalla pagina al palcoscenico, tre figure dello stesso repertorio sono state portate in scena a Locarno, a Palazzo Morettini, il venticinque agosto, con la regia di Gotti e la voce di Zurini. Chi sono le tre? Serafina, di Cavergno, che non si fa ingannare dal Diavolo. Miseria, vecchia e povera dell'Onsernone, che prova a battere la Morte. E Lazarona, figlia pigra di una tessitrice, con il marito emigrato in America e una stanza piena di lana da filare. Fermiamoci un momento su questa lista, perché dice qualcosa. Nessuna delle tre è la storia della lana lavata. Ma è lo stesso filone, esattamente lo stesso, donne senza potere che misurano la loro astuzia contro qualcosa di enorme, il Diavolo, la Morte, la fatica, e spesso, in mezzo a tutto, c'è la lana. Il material di sempre, quello che non cambia colore. E allora resta la riga. La frase di Isone, quella sul diavolo e la lana nera. Qualcuno, in un villaggio, l'ha detta a qualcuno che l'ha scritta, e di quella persona non è rimasto niente, né il nome, né l'anno, né l'occasione. Non sappiamo chi fosse, se uomo o donna, se vecchio o giovane. È rimasta la battuta. E la battuta, forse, è l'unica cosa che a chi la diceva interessasse tramandare, il resto, il nome, la data, non serviva a nessuno. E la battuta funziona ancora oggi, ma a una condizione precisa. Chi ascolta deve sapere, prima ancora che il diavolo dica di sì, prima ancora che accetti l'incarico, che quel bucato non si può fare. Deve sapere che il colore è dentro la lana, non appoggiato sopra. È tutto lì il riso. Non sta nella furbizia di chi ha dato l'ordine, e nemmeno nella punizione del diavolo. Sta nel fatto che tutti, attorno a quel tavolo, conoscevano il colore della lana meglio di lui. Il diavolo crede che il nero sia sporco, che basti l'acqua. La gente del villaggio sapeva che non è così. E rideva di quello, di chi ha il potere di comandare, ma non la conoscenza di quello che comanda. È per questo che la battuta non si può spiegare a chi non conosce la lana. E perché, ogni volta che qualcuno a Isone la ripete ancora oggi, quella risata è anche un piccolo atto di memoria, il ricordo di una tavola dove tutti sapevano una cosa che il diavolo non sapeva.

Una riga sola, e dentro c'è un ordine

Sta in un fascicolo di dizionario, sotto la voce DIAVOL, e suona così:

> i fémen i è talmíent fals ch'i gh'a fina facc lavá la lana níegra al diáuru per fala gní bgènca, e u ne gh'è miga rivò

Le donne sono talmente false che hanno perfino fatto lavare la lana nera al diavolo per farla diventare bianca, e non c'è riuscito. Sotto, fra parentesi, una parola sola: Isone.

Non è una fiaba. Non ha un inizio, non ha personaggi con un nome, non ha una scena. È un proverbio, cioè una di quelle frasi che si dicono a tavola per chiudere un discorso — «tanto è come lavare la testa all'asino» — e che funzionano proprio perché nessuno le racconta e tutti le capiscono. Chi la diceva a Isone non stava intrattenendo qualcuno: stava spiegando in dieci parole com'è fatto il mondo.

E il gesto al centro lo conosce chiunque abbia caricato una lavatrice. Un capo scuro, acqua e sapone, l'acqua che si sporca, e il colore che alla fine è esattamente quello di prima. È il gesto che il diavolo compie e fallisce.

Vale la pena notare da subito dove la frase è stampata, perché tornerà. Il vocabolario la mette lì non per parlare del diavolo, ma per illustrare una parola: fals. Nella pagina, quella riga è una prova a carico delle donne.

Impossibile non è un modo di dire

C'è una famiglia intera di storie in cui a qualcuno viene assegnato un compito che sembra fuori portata. Gli indici del folclore le raccolgono sotto una sigla, H1010 e seguenti: i compiti impossibili. Portare l'uva d'inverno. Catturare un rumore. Portare l'acqua in un setaccio.

Ma quella famiglia non è omogenea, e la differenza è la cosa più interessante che ci sia. Portare l'acqua in un setaccio sembra impossibile e non lo è: si fodera il setaccio d'argilla, i buchi si chiudono, l'acqua sta dentro. È il modo in cui l'eroina se la cava in una delle famiglie di fiabe più diffuse d'Europa. Catturare un rumore, invece, non si risolve con nessun accorgimento. Nello stesso scaffale convivono prove che si vincono e prove che non si vincono, e a occhio non si distinguono: sembrano tutte assurde allo stesso modo.

Il criterio per separarle è uno solo, e una volta visto non si dimentica più: la cosa che ti chiedono di togliere è appoggiata sull'oggetto, o è l'oggetto?

Lo sporco arriva da fuori. Si posa sulla fibra, ci resta sopra, e l'acqua con il sapone lo stacca e se lo porta via: per questo l'acqua della bacinella diventa grigia. Il nero della lana nera, invece, è arrivato insieme alla pecora. L'agnello nero nasce nero. Lo si tosa, lo si lava per ore in acqua calda, si toglie l'unto, si toglie la terra, si toglie tutto ciò che sta sopra — e quello che resta in mano è del colore preciso della bestia da cui viene. Non c'è niente da staccare, perché non c'è niente di appoggiato.

Per togliere il colore non basta staccarlo: bisognerebbe distruggerlo. Ed è un'altra operazione, con un'altra chimica. È la ragione per cui nell'armadio ci sono due prodotti diversi e non uno, e per cui prima di caricare la lavatrice si separano i bianchi dai colorati: quello che solleva lo sporco non tocca il colore, e quello che aggredisce il colore lo aggredisce dovunque lo trovi, comprese le righe della camicia che volevi tenere.

Il diavolo, quindi, non perde per mancanza di forza o di pazienza. Perde perché gli hanno chiesto di ottenere con il bucato una cosa che il bucato, per come funziona, non può ottenere. Ha sbagliato mestiere, non fatica.

E qui si capisce a che cosa serve davvero un compito impossibile in una storia. Se ti chiedo di sollevare un peso, alla fine so quanto sei forte: la prova misura te. Se ti chiedo di far diventare bianca la lana nera, alla fine non so niente di te — so soltanto che la lana nera è nera. La prova non serve a saggiare chi la subisce: serve a incastrarlo. Chi la assegna ha già il risultato in mano prima che l'altro cominci.

Che a Isone lo sapessero benissimo lo dimostra il vicino di pagina. Nella stessa voce del vocabolario, poche righe più in là, c'è un secondo aneddoto, raccolto a Brusio in Valposchiavo: il diavolo e San Martino fanno una gara.

> si sono messi a cucire per vedere chi era più bravo […] S. Martino era più furbo […] e ha vinto la scommessa

Guardate la differenza. Qui il diavolo poteva vincere. Cucire è difficile, non impossibile: esiste una tecnica, esiste una mossa migliore, e vince chi la trova. Il perdente perde per come ha giocato. Nella lana nera, invece, non c'è nessuna mossa. Due aneddoti sotto la stessa parola: uno è una partita, l'altro è una trappola — e chi li raccontava teneva insieme le due cose sapendo perfettamente che non erano la stessa.

Un'immagine, arrivati qui, viene in mente da sola: lavare via l'abbronzatura. La lasciamo ferma sulla lana. Più avanti si vedrà che cosa è successo a quell'immagine, storicamente, quando qualcuno l'ha portata sulle persone.

Views of the Historic centre of Córdoba from the Guadalquivir River, from where the Mosque-Cathedral and the Roman Bridge stand out, declared a World Heritage Site by UNESCO in 1994. In the image you
Views of the Historic centre of Córdoba from the Guadalquivir River, from where the Mosque-Cathedral and the Roman Bridge stand out, declared a World Heritage Site by UNESCO in 1994. In the image you — foto: Jose María Ligero Loarte · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Un indirizzo per le storie

La stessa scena non sta solo a Isone.

In Turchia il compito impossibile ha per oggetto un feltro nero da lavare fino a farlo bianco. In Germania, nei stampati nel 1593, sotto il titolo «Von dess Teuffels Tyranney wider die Eheleute» — della tirannia del diavolo contro i coniugi — compare la battuta del diavolo che ammette di essere meno cattivo della donna: la stessa cosa che a Isone si dice in dialetto, detta a tavola dal riformatore e annotata dai suoi ospiti. Nel Meclemburgo, quasi trecento anni dopo, Karl Bartsch raccoglie e pubblica a Vienna nel 1879 un racconto intitolato «Alt Weib schlimmer als der Teufel», la vecchia peggiore del diavolo. Stessa figura, altro capo d'Europa.

Come facciamo a dire che sono la stessa cosa? Non leggendole una per una: a quel gioco non si finisce mai, perché ogni versione ha parole diverse, e due studiosi che leggono le stesse due storie possono in buona fede vederci una parentela o una coincidenza.

La mossa che ha sbloccato il problema è stata smettere di interpretarle e cominciare a numerarle. Antti Aarne, nel 1910, dà un codice a ogni trama ricorrente, così che due racconti raccolti a duemila chilometri di distanza si riconoscano come lo stesso oggetto. Stith Thompson lo riprende nel 1928 e di nuovo nel 1961. Hans-Jörg Uther lo rifà nel 2004: l'edizione oggi standard sta in tre volumi, i numeri 284, 285 e 286 della collana dei , con una seconda edizione nel 2011. Fra Aarne e Uther corrono novantaquattro anni di revisioni sullo stesso strumento.

Nel frattempo si erano formati due cataloghi diversi, ed è qui che di solito ci si perde. La distinzione è questa:

«Lavare la lana nera» da solo è un mattone. Può stare in cento storie diverse, in mezzo a qualunque cosa, all'inizio o alla fine. «Il diavolo a cui viene ordinato di lavare la lana nera e che non ci riesce» è una casa intera: ha un inizio, ha una fine, si può raccontare da sola. Thompson ha catalogato i mattoni — i motivi — e lì la nostra scena sta nella famiglia H1023, quella dei compiti impossibili. Aarne e Uther hanno catalogato le case — i tipi — e lì la nostra scena ha il numero 1183, con una dicitura in inglese: «Washing Black Cloth White: Task for Devil».

Per questo la stessa riga di Isone porta addosso due codici in due sistemi diversi. Non è una ridondanza: sono due unità di misura, come contare i mattoni e contare gli edifici.

Il numero 1183 ha anche un indirizzo dentro l'edificio, e l'indirizzo è un giudizio: sta nella sezione intitolata «Tales of the Stupid Ogre (Giant, Devil)», i racconti dell'orco stupido.

Ora: che cosa compra esattamente un codice così? Compra un indirizzo. È il codice postale delle storie: permette di ritrovare tutte le versioni di quella trama, ovunque siano state raccolte, senza rileggerle. È moltissimo, ed è tutto.

Perché quello che il codice non dice è se quelle versioni siano parenti. E questa è la domanda vera, quella su cui il campo lavora ancora. O la storia è nata una volta sola ed è viaggiata — con le persone, con i libri, con i soldati e i mercanti — fino a depositarsi a Isone, in Anatolia e in Meclemburgo; oppure è venuta in mente separatamente a chiunque abbia mai lavato della lana, perché è l'osservazione che quel gesto suggerisce a chiunque. L'indice non può decidere: registra che due storie hanno la stessa forma, e avere la stessa forma è precisamente ciò che entrambe le ipotesi prevedono. Il catalogo mette in fila le prove; non le interpreta.

Qui l'analogia del codice postale va lasciata andare, e conviene dire dove si rompe. Due lettere con lo stesso CAP finiscono davvero nello stesso posto, perché il CAP è assegnato da un'autorità che non sbaglia. L'indice ATU è compilato da persone. Alan Dundes, il folklorista che quegli indici ha usato per tutta la vita, ne ha scritto anche la critica: refusi, ridondanze, voci costruite male, e soprattutto l'abitudine di chi li usa a trattarli come una verità di natura invece che come un elenco redatto da qualcuno. Sono strumenti chiave del metodo comparativo e sono elenchi fallibili, insieme, e la stessa persona può dire tutte e due le cose.

Un'ultima osservazione sul tipo 1183, che si vede solo mettendolo accanto ai suoi vicini. Nelle fiabe europee il compito impossibile è quasi sempre imposto a una ragazza: nella versione dei Grimm sono la matrigna o la strega a ordinarle di lavare bianca la lana nera, e la ragazza soffre. A Isone il ruolo è capovolto. Chi comanda è la donna, chi suda è il diavolo. È lo stesso gioco giocato al contrario — e non è un caso isolato: in «Naso d'argento», la fiaba delle Langhe raccolta da Italo Calvino nel 1956, Lucia, terza figlia di una lavandaia, presa a servizio dal diavolo, nasconde le sorelle proprio dentro il bucato sporco che il diavolo stesso deve portare fuori, ci mette al posto loro un fantoccio, e si salva da sé. Nessuno viene a salvarla. Anche lì lo strumento della beffa è il bucato.

Il gesto di Aarne, del resto, oggi lo facciamo di continuo senza chiamarlo così. Quando si cerca «film simili a» e torna una lista che non condivide né attori né epoca né paese, sotto c'è la stessa idea: dare un indirizzo alla struttura di una trama, per poterla ritrovare.

Perché sotto la frase c'è un paese e non un nome

Quella riga di Isone è arrivata fino a qui per una decisione di metodo presa più di un secolo fa.

Nel 1907 Carlo Salvioni fonda il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana. Il problema era di tempo, non di metodo: i dialetti stavano cambiando e le parole non si raccolgono una volta perdute. E la scelta che fa la differenza è che il vocabolario non sia soltanto lessicale ma enciclopedico — che insieme alla parola si raccolgano il gesto, il mestiere, l'aneddoto. È esattamente per quella scelta che sotto DIAVOL non c'è solo una definizione, e che una battuta detta a tavola in un villaggio è diventata un documento.

Salvioni muore nel 1920. Il primo fascicolo esce nel 1952: trentadue anni dopo la sua morte, quarantacinque dopo la fondazione. Ha passato la vita a raccogliere materiale per un libro che non avrebbe mai tenuto in mano. Dopo di lui l'opera passa a Clemente Merlo, poi a Silvio Sganzini, poi a Federico Spiess.

Da allora il ritmo è di due o tre fascicoli l'anno, e gli abbonati sono più di mille: un dizionario dialettale ha, in abbonamento, tre volte gli abitanti del paese da cui viene la nostra frase.

E veniamo alla parentesi. Sotto l'aneddoto di Isone, come sotto quello di Brusio, c'è il nome del luogo e non c'è il nome di chi ha parlato, né l'anno, né l'occasione. Non è distrazione. È il metodo che funziona così: al dialettologo interessa la geografia della lingua — dove si dice in un modo e dove si dice in un altro, dove passa il confine fra due forme. Per una mappa il nome della persona non serve, e quindi non viene registrato. Scrivere «(Isone)» significa «qui l'ho sentita», ed è l'unico dato di provenienza che quasi tutte le voci hanno.

È il costo di ogni metodo: quello che un metodo non misura, lo butta via. Il vocabolario ha salvato la frase e ha lasciato andare la voce che l'ha detta.

Quarantacinque anni fra la decisione e la prima pagina stampata

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dati: cronologia del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana · elaborazione: gamma97
Centro di Ricerche Storiche di Rovigno a Rovigno (Croazia)
Centro di Ricerche Storiche di Rovigno a Rovigno (Croazia) — foto: Rosa Mauro · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Lo scaffale decide che cosa vuol dire

Torniamo a dove la frase è stampata, perché lì succede una cosa che vale la pena guardare per bene.

Nel fascicolo, l'aneddoto della lana serve a illustrare la parola fals: subdolo, doppio. In quella collocazione la storia dice che le donne sono infide, e la prova sarebbe che hanno imbrogliato perfino il diavolo. Nel 2025 la stessa scena entra in una serie televisiva della RSI dedicata alle leggende del Ticino e del Grigione italiano, e lì dice l'esatto contrario: che una donna senza nessun potere ha battuto con la testa una potenza enorme. Astuzia, non falsità.

Non è cambiata una parola del racconto. È cambiata la casella in cui qualcuno l'ha infilato. Chi cataloga decide il senso più di chi racconta — ed è la stessa cosa che succede a un libro: messo fra i manuali o messo fra i romanzi, lo stesso volume si legge diverso.

L'immagine però promette un po' più di quello che può mantenere, e conviene dirlo. Il libro resta lo stesso oggetto ovunque lo si metta. Una storia orale no: passa dalla bocca di chi la dice alla penna di chi la scrive, e chi la scrive sceglie le parole. Non c'è soltanto la collocazione: c'è anche una riscrittura, e di quella riscrittura non si vede la misura.

Nelle stesse valli, negli stessi secoli

C'è una ragione per cui il riso di quella frase non è del tutto tranquillo.

Nel territorio dell'attuale Svizzera si contano all'incirca diecimila processi per stregoneria, su un totale europeo stimato attorno ai centodiecimila: un caso su undici, in un paese piccolissimo. Un'altra stima parla di diecimila esecuzioni fra il 1429 e il 1731, con una quota di donne fra il settanta e l'ottanta per cento. Sono cifre arrotondate, ordini di grandezza ricavati dalla storiografia e non conteggi archivistici uno per uno — e proprio per questo la cosa che contano meglio non è il totale, ma le proporzioni.

La proporzione più istruttiva è questa: nel Seicento gli imputati erano donne fra il 65 e il 95 per cento dei casi; nel Quattrocento erano un terzo.

Vuol dire che la femminilizzazione dell'accusa non è un dato di natura della caccia alle streghe: è un fatto datato, avvenuto fra un secolo e l'altro. Qualcosa è cambiato, e ha cambiato chi finiva in tribunale.

L'altra cosa che le cifre mostrano è che il rischio dipendeva da dove si nasceva più che da quando. Nel Paese di Vaud si contano circa 1700 condanne fra il 1580 e il 1655. Nei Grigioni almeno mille processi. A Zurigo un'ottantina. Storica che ha lavorato sui italiani degli Svizzeri, Serena Barberis conta centinaia di processi concentrati nel Seicento, con particolare intensità nelle Tre Valli e nelle valli italofone dei Grigioni: cioè nelle stesse aree da cui vengono i due aneddoti, quello di Isone e quello di Brusio.

E la coda è lunghissima: Anna Göldi viene giustiziata a Mollis, nel Glaronese, nel 1782 — quando dal resto d'Europa questi processi erano già spariti. La chiamano «l'ultima strega d'Europa», anche se il caso è discusso, perché la condanna formale non fu per stregoneria; è stata riabilitata secoli dopo. L'ultima esecuzione per stregoneria in senso stretto è forse quella di Catherine Repond, nel 1731.

Il diavolo che perde a lavare la lana e il diavolo in nome del quale si mandava qualcuno al rogo sono, nello stesso momento, la stessa parola. Quanto le due cose si siano toccate davvero — se chi rideva sapesse di che cosa stava ridendo — non si può stabilire per la frase di Isone, perché il vocabolario ne registra il paese e non l'anno: quella riga galleggia sopra i secoli senza appoggiarsi a nessuno.

Il che porta a una conseguenza sull'altra analogia comoda, il diavolo alpino come il gigante grosso e lento delle barzellette: forte, sciocco, battibile solo con la testa. Regge benissimo per spiegare perché il tipo 1183 stia nella sezione dell'orco stupido e perché in tutte queste storie vinca chi ha meno forza. Ma nel folclore alpino il diavolo non è soltanto comico, ed è quello il punto in cui l'immagine va lasciata: ridurlo a macchietta cancella metà del quadro, e la metà cancellata è quella con i nomi delle imputate.

La quota di donne fra gli imputati non è una costante: è una cosa che è successa

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dati: Dizionario storico della Svizzera, voce Hexenwesen (stime storiografiche) · elaborazione: gamma97
Centro di Ricerche Storiche di Rovigno a Rovigno (Croazia)
Centro di Ricerche Storiche di Rovigno a Rovigno (Croazia) — foto: Rosa Mauro · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

La stessa immagine in mani diverse

L'idea che il colore non si lavi via è molto più vecchia di Isone, e ha una linea di trasmissione tutta sua, che non passa dai villaggi ma dalle biblioteche.

C'è una favola esopica catalogata come Perry 393 sull'impossibilità di cambiare la propria natura. C'è una domanda in Geremia 13,23, testo del VI secolo a.C.: «Può il cusita cambiare la sua pelle?». Per secoli la formula viene citata in greco e in latino senza che nessuno la metta in fila; nel Quattrocento Michele Apostolio la raccoglie fra i proverbi greci, e poi Erasmo da Rotterdam la fissa negli in due formule latine: Aethiopem lavas, «stai lavando l'etiope», e Aethiops non albescit, «l'etiope non diventa bianco». Da lì entra negli emblemi di Andrea Alciato nel 1534 e di Geoffrey Whitney nel 1586, e da lì in tutte le biblioteche d'Europa.

Fin qui è una massima sulle indoli che non cambiano, che parla di persone come un proverbio parla di chiunque. Poi, fra Settecento e Ottocento, la stessa frase viene presa in mano per dire cose sugli esseri umani neri — fino a diventare l'idea di una pubblicità di sapone del 1884. Non è la frase che è cambiata: è cambiato chi la prendeva in mano e a che cosa gli serviva.

Ecco perché prima abbiamo lasciato ferma l'immagine dell'abbronzatura. È l'analogia più efficace per far sentire la differenza fra ciò che è appoggiato e ciò che è costitutivo, e scivola per conto suo esattamente sul terreno su cui questa formula è stata piegata. Sulla lana spiega. Sulle persone, storicamente, ha smesso di spiegare e ha cominciato a servire ad altro. Per la lana funziona anche meglio, tra l'altro: l'abbronzatura, con il tempo, se ne va davvero. La lana nera no.

Resta una domanda aperta, e non piccola: che rapporto c'è fra questa linea dotta — greca, biblica, erasmiana — e la riga detta in dialetto a Isone. Le due somigliano moltissimo. Ma somigliare non è discendere, e la catena di passaggi che porterebbe da una raccolta di adagi cinquecentesca a una battuta di villaggio non è documentata da nessuna parte. È la stessa questione del capitolo terzo, riproposta in casa: le due linee corrono parallele per secoli, si toccano sulla pagina di un fascicolo, e se si siano mai toccate prima non lo si sa.

Quello che il diavolo spiega

C'è un altro mestiere che il diavolo fa nelle Alpi, e non è perdere le scommesse: è spiegare le cose che ci sono.

Nella gola della Schöllenen, sulla strada del Gottardo, la roccia interrompeva il passaggio. Un ponte di legno c'è attorno al 1230; uno di pietra dal 1595, che crolla il 2 agosto 1888 dopo duecentonovantatré anni di servizio; una carrozzabile fra il 1820 e il 1830; il terzo ponte, a due corsie, apre nel 1958. Oggi si passa in macchina in pochi secondi, andando in vacanza.

La leggenda dice che il ponte l'ha costruito il diavolo, in cambio dell'anima del primo che l'avrebbe attraversato, e che gli abitanti gli mandarono avanti un animale. Ashliman ne documenta almeno diciotto varianti fra Germania, Austria, Svizzera, Italia, Spagna, Galles e Inghilterra, catalogate come tipo 1191. L'animale mandato per primo cambia da un posto all'altro — gallo, cane, capra, camoscio — lo schema no. È esattamente la struttura che l'indice serve a rendere visibile: la parte che varia e la parte che tiene.

L'attribuzione tecnica reale, per la Schöllenen, va probabilmente ai Walser, con tecniche adeguate al loro tempo. E qui si vede come nasce una leggenda del genere: passate due generazioni resta il ponte e non resta il nome di chi l'ha fatto, e allora la spiegazione la fornisce il diavolo. La leggenda arriva dopo l'ingegneria, non prima. È una causa inventata per un effetto visibile — la stessa mossa mentale dell'ipotesi scientifica, con l'esito rovesciato: si parte da un fatto che c'è e si risale a qualcosa che lo produca.

Verrebbe da paragonarla ai cerchi nel grano, e il paragone non regge fino in fondo: i cerchi nel grano sono una burla, con autori vivi e confessi, e qualcuno che vuole ingannare. La leggenda del ponte non ha un autore e non ha un imbroglione: è una spiegazione collettiva, il senso comune che riempie un buco. Confondere le due cose farebbe passare per truffa quello che era ragionamento.

E il diavolo, in quella gola, è rimasto anche come oggetto fisico. C'è un masso, il Teufelsstein, che secondo il servizio dei monumenti storici pesa duemila tonnellate ed è alto dodici metri; il sito turistico di Göschenen dice «oltre duecento tonnellate». Fra due fonti sullo stesso sasso, uno scarto di un fattore dieci: anche le cose misurabili, quando nessuno le rimisura, oscillano. Nel 1973 quel masso è stato spostato di centoventisette metri per far passare l'autostrada, per circa trecentomila franchi — una sintesi di terze parti dice trecentotrentacinquemila. La NZZ ha intitolato: «300 000 Franken zum Teufel». Trecentomila franchi al diavolo.

Chi la dirà

Isone compare per la prima volta in un documento nel 1237, scritto «Yxono»: sette anni dopo il primo ponte del diavolo sulla Reuss. Si stacca da Lugano fra il 1501 e il 1503. Nel 1850 ha 789 abitanti; nel 1980 ne ha 371, il cinquantatré per cento in meno in centotrent'anni. Nel 1966 il Dipartimento militare federale decide di farne una piazza d'istruzione per granatieri, inaugurata il 10 febbraio 1973 — lo stesso anno in cui, dall'altra parte del massiccio, si spostava il masso del diavolo.

La frase sulla lana nera è in dialetto, e il dialetto si conta. In Ticino oggi lo parla in casa il 30,7 per cento degli over 15, contro il 36,7 per cento del 2000. Ma il dato aggregato nasconde una geografia molto ripida:

Isone sta nel Bellinzonese: trentotto su cento. Non è la coda della lista, e non è nemmeno la testa.

Contro quel numero lavora, fra gli altri, Andrea Jacot-Descombes: nato a Chiasso nel 1982, antropologo con un dottorato a Neuchâtel, da circa il 2015 si occupa di rimettere in circolo le leggende del Ticino e del Grigione italiano — due libri con Dadò, nel 2022 e nel 2025, e la serie televisiva andata in onda sulla RSI fra giugno e agosto 2025. Nel 2026 tre donne dello stesso repertorio sono state portate in scena a Locarno, a Palazzo Morettini, il 25 agosto, con la regia di Gotti e la voce di Zurini: Serafina di Cavergno, che non si fa ingannare dal Diavolo; Miseria, vecchia e povera dell'Onsernone, che prova a battere la Morte; Lazarona, figlia pigra di una tessitrice, il marito emigrato in America e una stanza piena di lana da filare. Non è la storia della lana lavata, ma è lo stesso filone: donne senza potere che misurano l'astuzia contro qualcosa di enorme, e spesso con la lana in mezzo.

Resta la riga. Qualcuno, in un villaggio, l'ha detta a qualcuno che l'ha scritta, e di quella persona non è rimasto niente: né il nome, né l'anno, né l'occasione. È rimasta la battuta, che è poi l'unica cosa che a chi la diceva interessasse tramandare — e la battuta funziona ancora, a una condizione: che chi ascolta sappia, prima ancora che il diavolo accetti, che quel bucato non si può fare. È tutto lì il riso. Non nella furbizia di chi ha dato l'ordine, ma nel fatto che tutti attorno al tavolo conoscessero il colore della lana meglio di lui.

Prints in the Bibliothèque nationale de France
Prints in the Bibliothèque nationale de France — foto: Francesco Bini · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Chi parla dialetto in casa, regione per regione

gamma97
dati: rilevazione OLSI/USTAT ripresa da RSI e Ticinonews · elaborazione: gamma97

Riferimenti

  1. Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, fascicolo 92, voce DIAVOL (aneddoti di Isone e di Brusio) — https://www4.ti.ch/fileadmin/DECS/DCSU/CDE/pubblicazioni_sfogliabili/vocabolario
  2. Hans-Jörg Uther, The Types of International Folktales, Folklore Fellows' Communications 284-285-286, prima edizione 2004, seconda 2011 —
  3. Il tipo ATU 1183, «Washing Black Cloth White: Task for Devil», nella sezione «Tales of the Stupid Ogre (Giant, Devil)» — vocabularyserver.com/atu —
  4. Alan Dundes, «The motif-index and the tale type index: A critique» —
  5. Il tipo 1353 e i testi di Lutero e Bartsch: Martin Lutero, Tischreden, «Von dess Teuffels Tyranney wider die Eheleute», 1593 — https://sites.pitt.edu/~dash/type1353.html
  6. Karl Bartsch, Sagen, Märchen und Gebräuche aus Meklenburg, Vienna 1879, p. 515 («Alt Weib schlimmer als der Teufel») —
  7. D. L. Ashliman, le varianti del ponte del diavolo (tipo ATU 1191), raccolta folktexts —
  8. Italo Calvino, Fiabe italiane, 1956, «Naso d'argento» —
  9. Dizionario storico della Svizzera, voce Hexenwesen (stregoneria): stime dei processi in Europa e in Svizzera, quote per secolo e per territorio —
  10. swissinfo, «No one tortured witches like the Swiss» e «Last witch in Europe cleared» (Anna Göldi, Mollis 1782; Catherine Repond, 1731) —
  11. Serena Barberis, «Vita da strega. I processi per stregoneria nei baliaggi italiani degli Svizzeri», dossier dell'Associazione Ticinese Insegnanti di Storia —
  12. Cronologia e dati del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana: fondazione 1907, direzioni successive, primo fascicolo 1952, ritmo e abbonati — Centro di dialettologia e di etnografia, Bellinzona —
  13. Dizionario storico della Svizzera, voce Isone (prima attestazione 1237, distacco da Lugano, demografia) e Corriere del Ticino sulla piazza d'istruzione (1966-1973) —
  14. RSI, dati OLSI/USTAT sulla dialettofonia in Ticino; Ticinonews per le percentuali regionali —
  15. Denkmalpflege Schweiz e Tourismus Göschenen sul Teufelsstein; NZZ, «300 000 Franken zum Teufel» (spostamento del 1973) —
  16. Storia dei ponti della Schöllenen (Twärrenbrücke: ponte ligneo ~1230, ponte di pietra 1595, crollo 2 agosto 1888, terzo ponte 1958) —
  17. «Washing the Ethiopian White»: la favola esopica Perry 393, Geremia 13,23, Michele Apostolio, Erasmo da Rotterdam (Adagia), gli emblemi di Andrea Alciato (1534) e di Geoffrey Whitney (1586), la pubblicità Pears del 1884 —
  18. RSI, serie sulle leggende del Ticino e del Grigione italiano di Andrea Jacot-Descombes (giugno-agosto 2025); l'Osservatore e laRegione sullo spettacolo del 25 agosto a Palazzo Morettini, Locarno —