Nell'ottobre del 2001 la Bipop-Carire, la banca nata dalla fusione fra una popolare bresciana e una cassa di risparmio reggiana, perde in meno di un'ora il sedici per cento e arriva a valere 1,825 euro per azione: diciannove mesi prima ne valeva 128. Dentro quella banca c'è una società di gestione del risparmio, Azimut, comprata al 76% nell'estate del 1998. Il 29 dicembre 2001, quattro giorni prima della fine dell'anno, un veicolo che si chiama Tumiza S.p.A. firma per rilevarla per 418 milioni: dietro Tumiza ci sono un fondo di private equity inglese, Apax, e seicentosessantotto persone che in Azimut lavoravano — e parte del denaro con cui la comprano glielo presta la banca che la sta vendendo. Bipop-Carire cessa di esistere il 30 giugno 2002, lasciando un danno stimato in 10,7 miliardi e 73.500 risparmiatori. Azimut, invece, si quota nel 2004 a quattro euro, vede uscire il fondo nel 2005 e da allora appartiene, per una quota che oggi vale il 21-22% del capitale, alla propria rete di consulenti, legati da un patto che blocca il 75% delle azioni di ciascuno fino al 2028. Al 31 dicembre 2025 gestisce 140,9 miliardi di euro: il suo anno migliore. È lo stesso anno in cui la Banca d'Italia, dopo tre mesi di ispezione, le contesta «rilevanti carenze di governance e organizzative» e la dichiara inidonea alle operazioni straordinarie.

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Sessanta minuti
Il dodici ottobre duemilauno l'azione della Bipop-Carire, la banca di Brescia, scende. E ci mette meno di un'ora. Alla fine di quell'ora ha perso il sedici per cento e si ferma a un euro e ottantadue centesimi. Non è una giornata di Borsa. È un'ora di Borsa. Quel numero da solo non dice niente. Bisogna mettergli accanto l'altro, diciannove mesi prima, il diciassette marzo duemila, la stessa azione valeva centoventotto euro. Nel giro di un anno e mezzo è crollata di quasi il novantanove per cento. Chi guardava lo schermo quella mattina, in una filiale di Brescia o in un ufficio di Reggio Emilia, non ha un nome nei documenti. Ha un numero. Sono settantatremilacinquecento persone, i risparmiatori della banca. Il danno che verrà stimato è di dieci miliardi e settecento milioni di euro. Ma dentro quella banca, in quell'ottobre, c'era anche un'altra cosa. Una società che si occupava di far gestire i soldi degli altri. Si chiamava Azimut, e la Bipop l'aveva comprata al settantasei per cento nell'estate del novantotto. Azimut non stava affondando affatto. Era il pezzo migliore che quella banca possedesse, così buono che oggi, alla fine del duemilaventicinque, gestisce centoquaranta miliardi e novecento milioni di euro, e chiude l'anno con cinquecentoventisei milioni di utile. È quotata a Piazza Affari. La Bipop-Carire, invece, ha smesso di esistere il trenta giugno duemiladue. Fra le due sorte c'è un contratto firmato il ventinove dicembre duemilauno, fra Natale e Capodanno. E c'è una società con un nome che nessuna fonte spiega. Si chiamava Tumiza. Da qui in avanti raccontiamo come Azimut è passata dalla banca che l'aveva comprata alle persone che ci lavoravano dentro. Comprese quelle che, per comprarla, sono andate in banca a farsi prestare i soldi. E come, venticinque anni dopo, quelle stesse persone siano diventate proprietarie della loro azienda senza essere padrone di venderla.
Due sale, un voto
L'otto giugno millenovecentonovantanove due assemblee straordinarie si votano lo stesso giorno, in due città diverse. In una sala ci sono i soci di una banca popolare di Brescia, nell'altra quelli di una cassa di risparmio di Reggio Emilia. Della Carire si dice che le radici risalgano al millequattrocentonovantaquattro. Dai due voti nasce una banca sola, Bipop-Carire. Presidente diventa Giacomo Franceschetti. Direttore generale è Bruno Sonzogni. Non amministratore delegato, come a volte si legge. La carica esatta è direttore generale, e questa differenza conterà il giorno in cui si tratterà di stabilire chi risponde di che cosa. Alla fine degli anni Novanta quella banca è una delle cose più moderne che ci siano in Italia. Dentro Bipop nasce Fineco Sim, la prima piattaforma italiana che permette alle persone comuni di comprare azioni da un computer di casa. La banca che sta per affondare è la stessa che insegna agli italiani a fare trading in pigiama. Il mercato la ama, e la ama fino a centoventotto euro per azione. L'estate prima, nel millenovecentonovantotto, Bipop, allora ancora Bipop, perché la fusione arriverà solo l'anno dopo, compra il settantasei per cento di una società di gestione del risparmio nata alla fine degli anni Ottanta dentro Akros Finanziaria. Si chiama Azimut. Lì, dal millenovecentonovanta, ci lavora un ingegnere arrivato dopo Fideuram e Finanza e Futuro, e che prima ancora aveva lasciato l'Iveco a ventotto anni. Perché, dice lui molti anni dopo a un giornale, era impaziente. Su questa parte della biografia di Pietro Giuliani le fonti sono le sue interviste. La vicenda personale non ha riscontri indipendenti, e va ascoltata per quello che è, un racconto che un uomo fa di sé. La banca compra, dunque, e mette in cassaforte un gioiello. Poi, nei tre anni successivi, fa qualcos'altro.
Quello che c'era sotto
Secondo il capo d'accusa con cui la Procura di Brescia si muoverà contro trentadue manager della banca, alla vigilanza è stato sistematicamente omesso e occultato ciò che accadeva dentro Bipop-Carire. E quell'omissione, raccontata dagli atti e dalle associazioni dei risparmiatori, ha dei numeri precisi. Operazioni su contratti a termine per due miliardi e cinquecentottanta milioni, tenute fuori dalla conoscenza di chi doveva controllare. Nel solo duemilauno, quattrocentonovanta milioni erogati senza garanzie a un gruppo ristretto fra clienti e amministratori della banca stessa. Si parla di dieci nomi, ma il numero resta riferito e nessuno l'ha documentato. E poi c'era un meccanismo ancora più semplice degli altri. Circa duecentocinquanta clienti considerati importanti, ai quali sulle gestioni patrimoniali erano stati garantiti rendimenti elevati, per far crescere la raccolta. Fra quei duecentocinquanta c'è la Caritas di Brescia. Un ente di carità nell'elenco dei privilegiati e, quando il meccanismo si rompe, fra chi ci rimette. Attorno al crac circola anche una lista dei cinquecento. Politici, finanzieri, alti prelati che avrebbero usato la controllata svizzera della banca per portare capitali fuori dall'Italia, e che sarebbero stati rimborsati prima del tracollo. È materia della cronaca dell'epoca, e va detta com'è. Quella lista non nomina né Azimut né Giuliani. Il conto, alla fine, lo tira la Banca d'Italia. L'ispezione si chiude nell'aprile duemiladue e dà della gestione un giudizio nettamente negativo. Il buco che emerge dai bilanci è di cinquecentotrentasei milioni. Il danno complessivo attribuito alla vicenda arriva a dieci miliardi e settecento milioni. Il trenta giugno duemiladue Bipop-Carire cessa di esistere e confluisce in Capitalia. Ma quattro giorni prima della fine del duemilauno, quando la banca era ancora viva e stava già affondando, aveva venduto Azimut.
Il 29 dicembre
Il ventinove dicembre duemilauno è una data che parla da sola. Negli studi legali in quei giorni non c'è quasi nessuno, mancano quattro giorni alla chiusura dell'esercizio, la banca che vende è sotto ispezione della Banca d'Italia e il suo titolo in Borsa vale meno di due euro. Eppure proprio quel giorno Bipop-Carire firma la cessione di Azimut, per quattrocentodiciotto milioni. Chi compra si chiama Tumiza. È una società per azioni costituita, si dice, l'otto novembre duemilauno, anche se la data non è verificata, e il nome non ha una spiegazione da nessuna parte, non è un acronimo, non è un luogo, non è un riferimento dichiarato. È una società senza volto che compra Azimut e che poi, col tempo, diventerà Azimut stessa. Dentro Tumiza ci sono due tipi di soci, e il primo è Apax Partners, un fondo di private equity che alla vigilia della quotazione risulterà padrone del sessantasette per cento e settantasette centesimi. Nella scheda del proprio portafoglio storico lo definirà il principale gestore indipendente d'Italia. Il secondo socio è la casa, seicentosessantotto persone che in Azimut lavoravano, quarantanove più seicentodiciannove secondo la ripartizione che risulta agli atti, riunite in una fiduciaria che si chiama Timone, per un trentadue per cento e ventitré centesimi. I soldi arrivano da cinque canali. Ci sono i mezzi propri, un finanziamento senior di UniCredit sindacato da Goldman Sachs, un prestito mezzanino, cioè un debito che viene rimborsato dopo tutti gli altri e per questo costa più caro, poi un equity kicker, la clausola con cui chi vende si tiene una fetta dell'eventuale guadagno futuro di chi compra, e infine un finanziamento dei soci. Sulla stampa dell'epoca circolano cinque cifre per queste cinque voci, ma nessuna trova conferma in un documento pubblico. Il prospetto depositato in Borsa nel duemilaquattro sarebbe l'atto che le scioglie in un colpo solo. Due delle cinque voci, però, non hanno bisogno di cifre esatte, perché dicono già tutto da sole. L'equity kicker significa che Bipop-Carire, vendendo, si tiene un pezzo della plusvalenza futura di chi le sta comprando l'azienda, il venditore che scommette sul compratore. E poi c'è il vendor loan, il prestito che chi vende concede a chi compra, così che una parte del prezzo gli torni solo negli anni successivi. Centotrentasette milioni e mezzo. Fermiamoci un secondo, perché in audio una cosa così si perde, una parte del prezzo di Azimut, Azimut se l'è fatta prestare dalla banca che la stava cedendo. La banca che affondava ha finanziato la fuga del proprio gioiello. La chiusura dell'operazione è attesa per il trentuno gennaio duemiladue e arriva in febbraio. E delle seicentosessantotto persone che in quei mesi hanno messo i propri soldi non resta, nelle fonti, un solo nome con un mestiere accanto. Quanto ha investito ciascuna, chi si è indebitato, chi all'ultimo ha detto no. Niente. È il primo dei buchi di questa storia, e non è il più grande.
Quattro euro
Nel luglio duemilaquattro Azimut torna in Borsa. Il prezzo di listino è quattro euro, il minimo della forchetta che era stata indicata al mercato. E questo non è un dettaglio tecnico. È il modo in cui la Borsa dice una cosa semplice, vi compro, ma non a caro prezzo. Poi arriva l'otto giugno duemilacinque, ed è il giorno in cui Apax saluta. Il fondo che aveva guidato il buyout vende tutti i suoi ultimi titoli. Sono oltre diciassette milioni di azioni, poco meno del dodici per cento della società, a cinque euro e cinque centesimi l'una. Fa quasi ottantasette milioni, con Merrill Lynch e Mediobanca che curano il collocamento. Il fondo che nel duemilauno era entrato come primo azionista, con quasi il sessantotto per cento in mano, se ne va. Tre anni e mezzo. È il tempo normale di un private equity, si entra, si sistema, si esce. Ed è proprio qui che le due scale temporali di questa storia si separano. Il fondo è rimasto dentro Azimut meno di quattro anni. Il patto fra i dipendenti che avevano comprato insieme a lui, nel duemilaventotto, ne compirà ventisei. Una scala è quella del capitale che passa. L'altra è quella delle persone che restano. Nel duemilacinque Azimut gestisce circa nove miliardi. Che cosa fossero i suoi numeri nell'autunno del duemilauno, quanti promotori, quanti uffici, quante masse, non lo sappiamo con precisione. Il confronto naturale con i centoquaranta virgola nove miliardi di oggi, quel fotogramma, manca del tutto. Restano tre immagini molto lontane fra loro. Nove miliardi nel duemilacinque. Centotto miliardi alla fine del duemilaventiquattro. Centoquaranta e nove decimi un anno dopo, con ricavi da quasi un miliardo e mezzo. La curva che unisce questi punti esiste, anno per anno, nei bilanci. Quello che abbiamo qui sono i punti. E la distanza fra il primo e l'ultimo racconta da sola il resto della storia.
Via della Posta 8
L'indirizzo è via della Posta otto, Milano, a due passi da piazza Affari. Lì ha la sede Timone Fiduciaria, una società nata nel millenovecentottantasei e posseduta, dal millenovecentonovantaquattro, al novantacinque per cento da una compagnia fiduciaria che si chiama Cofircont. Se andate a cercare il sito di Timone, troverete molte cose. Ma del buyout di Azimut, e del patto che tiene insieme chi lo firmò, non una parola. Di ciò per cui quella società è conosciuta, tace. Il patto però esiste, ed è depositato. L'estratto pubblico porta la data del dodici luglio duemilaventiquattro, ed è un patto di voto e di blocco. Chi lo firma si impegna a votare insieme agli altri e a non vendere le proprie azioni. Vi aderiscono più di duemila persone, per una quota che vale insieme oltre un quinto del capitale di Azimut. E c'è un dettaglio che decide tutto, per chi ascolta, di ogni aderente, tre quarti delle azioni finiscono nel blocco. Tre quarti che non si toccano. La scadenza è il sette luglio duemilaventotto, con rinnovo tacito, il che significa che se nessuno fa nulla il patto si rinnova da solo. Tradotto nella vita di ogni giorno, fa un effetto preciso. Un consulente finanziario di Azimut che possiede azioni della propria azienda può fare quello che vuole di un quarto. Degli altri tre quarti, no. E qui arriva la parte che ancora non vi ho raccontato, perché quel blocco così vasto non è nato tutto nel duemilauno. Nel marzo duemilaventidue l'operazione di un tempo si ripete, su scala molto più grande e con protagonisti molto meno potenti. Millequarantasei persone comprano azioni della società per cui lavorano, a un prezzo medio di venti euro e ventotto centesimi l'una. Circa metà del controvalore è finanziata con debito bancario. Mille persone che, ciascuna per conto proprio e ciascuna con la propria ragione, vanno in banca a farsi prestare i soldi per comprare il proprio posto di lavoro. Diciotto anni prima, quando la società era arrivata in Borsa, quella stessa azione costava quattro euro.
Due minuti
Il quindici gennaio duemilaotto dici, fra le nove e cinquantasette e le nove e cinquantanove, dentro Azimut circola una notizia che il mercato non ha ancora. Due minuti. La Consob ricostruirà quella finestra al minuto, e i profitti al centesimo. La notizia è che il patto si sta rafforzando. La quota riferibile a Timone, la fiduciaria che tiene insieme i seicentottantotto, passerà dal quindici al ventinove per cento. È la notizia dell'indipendenza, quella che dice al mercato che questa società non si può comprare contro la volontà di chi ci lavora. In quei due minuti cinque consulenti finanziari della rete comprano azioni della propria azienda. Si chiamano Iacopo Corradi, Gianluca De Cicco, Enrico Zobele, Federico Passini, Alessandro Cevenini. Le cifre che la Consob attribuisce a tre di loro sembrano spiccioli, ma sono calcolate al centesimo, trentanovemilasettecentottantotto euro e sei centesimi a Zobele, quindicimilaquattrocentosessantotto e sessanta a Passini, cinquemilasettecento a Cevenini. De Cicco viene sanzionato per centomila euro, ventimila azioni comprate per sé e cinquemila comprate mentre gestiva denaro di altri. Ma il punto non sono i numeri. Il punto è la simmetria di questa scena. La rete che possiede l'azienda è la stessa dentro cui cinque dei suoi, sapendo come si stava rafforzando il meccanismo di quel possesso, hanno preceduto tutti gli altri di centoventi secondi. Non hanno usato un'informazione su un'acquisizione, non su un utile. L'hanno usata sul patto. È l'insider trading, il reato di chi compra o vende sfruttando una notizia che il mercato non ha ancora, più interno che si possa immaginare. Se quei cinque abbiano impugnato le sanzioni, se lavorino ancora nella rete, se siano ancora dentro il patto, non risulta dalle fonti disponibili. Tenete a mente quei due minuti. Ci torniamo alla fine. Prima devo portarvi indietro di sedici anni, in una sala di Borsa.
Alle barricate
Il diciassette luglio duemilaventiquattro il Sole ventiquattro Ore pubblica un'intervista a Pietro Giuliani, il fondatore e amministratore delegato di Azimut. Nell'edizione inglese il titolo è una dichiarazione di guerra, un'offerta ostile su Azimut, dice Giuliani, e noi siamo pronti alle barricate. Nell'intervista Giuliani dice tre cose che vanno ascoltate insieme. La prima è un giuramento, Azimut è e resterà un asset manager italiano indipendente. La seconda è una definizione, ed è totale. Qualunque ipotesi di aggregazione, con qualunque controparte, è ostile per definizione. Non esiste un compratore amico. La terza è la ragione per cui secondo lui comprare Azimut non servirebbe a niente, manager e consulenti, in caso di scalata, probabilmente se ne andrebbero, svuotando l'azienda e ricostruendone rapidamente una nuova. Un asset manager sono le persone che ci lavorano. Chi lo compra contro la loro volontà si porta a casa un guscio. E poi c'è il numero. Giuliani parla di diversi poison pill, pillole al veleno, dal valore di oltre cinquecento milioni di euro. Le pillole hanno a che fare con certi strumenti finanziari partecipativi assegnati ai cosiddetti Top Key People, le persone chiave del gruppo. Titoli che non sono azioni ma che danno diritto a una quota del valore dell'azienda al verificarsi di certe condizioni. Il valore unitario risulta dalle relazioni del consiglio e sale di anno in anno, quaranta euro e ventiquattro centesimi, poi quarantatré e quarantasei, poi cinquantasette e sessantadue. Quanti ne siano in circolazione, però, non risulta da nessuna parte. Il moltiplicando è pubblico, il moltiplicatore no. I cinquecento milioni restano una dichiarazione, non un dato che si possa verificare. L'anno dopo la fortezza viene messa alla prova, e non da un banchiere ma da un'assemblea. Assogestioni, l'associazione delle società di gestione, quella stessa dalla quale Azimut era uscita, presenta una lista di minoranza puntando a quattro seggi in consiglio. L'otto aprile duemilaventicinque Giuliani la liquida su Investire Magazine, la lista di Assogestioni sarebbe una vendetta per l'uscita dall'associazione. Nella stessa intervista spiega che il rafforzamento della quota di Timone non è difensivo, perché il gruppo è già auto-immune. Il trenta aprile duemilaventicinque l'assemblea vota. La lista di Timone prende il settantasei virgola undici per cento dei presenti. La lista di minoranza porta a casa un seggio su quattro. La società, in una nota, parla di goffo tentativo. Val la pena tenere ferme una accanto all'altra le due frasi. Dieci mesi prima si era pronti alle barricate e si contavano oltre cinquecento milioni di pillole al veleno. Ora la difesa non sarebbe una difesa, perché l'organismo è immune per natura. C'è un dettaglio, però, che resta in ombra. La versione di Assogestioni, che cosa dica l'associazione della lista e dell'uscita di Azimut, non compare da nessuna parte. Di quel contrasto abbiamo, per ora, una sola voce.
Il record e il divieto
Il duemilaventicinque è l'anno migliore della storia di Azimut. La raccolta netta sfiora i trentadue miliardi e mezzo, l'utile è di cinquecentoventisei milioni, il dividendo sale a due euro e le masse gestite arrivano a centoquaranta virgola nove miliardi alla fine di dicembre. Dal duemilacinque a oggi sono cresciute di quindici volte. Ed è anche l'anno in cui, dal dieci marzo al tredici giugno, gli ispettori della Banca d'Italia si siedono negli uffici di Azimut Capital Management, la società del gruppo che gestisce il risparmio. Ci restano tre mesi. L'esito, come lo racconta la stampa il tredici novembre, sono rilevanti carenze di governance e organizzative, con una conseguenza operativa pesantissima. Il gruppo non è considerato idoneo a fare operazioni straordinarie. Viene fissato un piano di rimedio, con una prima scadenza al trenta novembre duemilaventicinque e il completamento fissato al trenta aprile duemilaventisei. Il provvedimento originale della vigilanza non è pubblico, le parole arrivano di seconda mano, e del seguito del piano non si sa nulla. L'operazione straordinaria che era in corso aveva un nome di progetto, The New Bank, e un perimetro contato con precisione. Novecentoventotto consulenti, ventitré virgola sei miliardi di masse, centotremila clienti. E quaranta dipendenti. Quaranta persone in organico per ventitré miliardi e mezzo di risparmio altrui. Il progetto viene prorogato al venti giugno duemilaventisei, e poi di nuovo al venti dicembre. L'amministratore delegato Marco Medda dichiara che l'ispezione della Banca d'Italia non è correlata al progetto. Il tredici novembre il titolo perde oltre il quindici per cento in una sola seduta. E nello stesso giorno, a mercato aperto, mentre il prezzo scivola, Medda compra trecentocinquantamila azioni a trentuno euro e novantacinque centesimi. Pietro Giuliani, il fondatore, annuncia acquisti personali per milioni di euro. Il giorno dopo la società annuncia che riacquisterà azioni proprie per cinquecento milioni, e che quei titoli saranno cancellati. Fermiamoci un attimo su questo punto, perché è aritmetica, non opinione. Il riacquisto con cancellazione riduce il numero totale delle azioni in circolazione. Chi non compra nulla ma possiede già una quota vede la propria quota salire da sola. E la spesa la sostiene la società, non lui. Il ventitré aprile duemilaventisei arriva l'ultimo passaggio. Gli altri soci votano il cosiddetto whitewash, cioè rinunciano per iscritto a ricevere un'offerta pubblica di acquisto nel caso in cui un socio supera la soglia di controllo. Se la quota di Timone, la fiduciaria del patto dei dipendenti, salirà oltre il venticinque per cento, Timone non dovrà lanciare nessuna offerta. Il flottante, la parte del capitale che gira in Borsa fuori da ogni patto, approva a maggioranza di poter essere controllato senza ricevere niente in cambio. C'è un'ultima cosa, che è quasi una coincidenza contabile. I mille e quarantasei del marzo duemilaventidue avevano pagato le loro azioni venti euro e ventotto centesimi. Il tredici novembre duemilaventicinque, nel giorno peggiore dell'anno, ognuna di quelle azioni ne valeva trentuno e novantacinque.
Quello che resta
L'altra metà di questa storia è rimasta a Brescia, ed è lì che il crac finisce. O meglio, si ferma. In aula ci arriva un processo, e a dargli il tono è un comunicato di un'associazione di consumatori intitolato con una parola sola, prescrizioni. I numeri che seguono sono un elenco di dispersione. Quattordici rinviati a giudizio a Brescia, otto a Milano, venticinque assoluti, un caso trattato a parte. Poi, nel maggio del duemilasette, davanti al giudice Marco Maria Alma, dieci imputati su dodici patteggiano sei mesi, e le multe complessive fanno cinquecentosettantaquattromila euro. Circa cinquantasettemilaquattrocento a testa. Adesso metteteci accanto quello che c'era sotto. Settantatremilacinquecento risparmiatori e dieci virgola sette miliardi di danno, contro cifre di quel genere. Il rapporto è di circa uno a diciannovemila. Quanti risarcimenti siano stati pagati davvero, quante condanne siano diventate definitive e quante siano finite in prescrizione, non si sa, la vicenda giudiziaria si ferma al duemilasette, con la prescrizione che incombe. Restano tre buchi, e sono i tre punti in cui questa storia guarda dritto da un'altra parte. Il primo sono i settantatremilacinquecento, perché non uno di loro ha un nome. Sono una cifra dentro un comunicato. Un socio di Brescia o di Reggio che aveva le azioni a centoventotto euro e se le è ritrovate a uno virgola ottantadue cinque, e che in tutta questa storia è l'unico personaggio senza battute. La Caritas di Brescia, invece, un nome ce l'ha, e lo ha per il motivo sbagliato, era nell'elenco dei duecentocinquanta clienti importanti, quelli con i rendimenti garantiti. Il secondo è Tumiza, il veicolo con cui una società italiana si è comprata da sola, e che porta un nome nessuno ha mai spiegato. Il terzo sta in via della Posta otto, a Milano, dove il novantacinque per cento di Timone Fiduciaria, la società che tiene insieme il patto che controlla Azimut, appartiene a Cofircont Compagnia Fiduciaria dal millenovecentonovantaquattro. E chi possieda Cofircont, chi la amministri, non risulta da nessuna parte. Il resto è un fatto, e regge da solo. Una società di gestione del risparmio è stata comprata da una banca, ha visto quella banca morire, e si è fatta prestare dal moribondo una parte del denaro con cui pagarsi il riscatto, centotrentasette milioni e mezzo. È entrata in Borsa al prezzo minimo della forchetta, quattro euro, ha salutato il fondo che l'aveva aiutata, rimasto dentro tre anni e mezzo, e si è messa in mano ai propri dipendenti. Nel duemilaventidue quei dipendenti sono andati in banca a indebitarsi per comprarne un altro pezzo, a venti virgola ventotto euro l'azione. Oggi Azimut gestisce centoquaranta virgola nove miliardi. Attorno a tutto questo ha alzato un muro, un patto trentennale, pillole che si dicono da mezzo miliardo, e un voto con cui i suoi stessi azionisti di minoranza hanno rinunciato al diritto di essere comprati. E nel suo anno più bello, la Banca d'Italia le ha detto che così com'è non può fare l'operazione che voleva fare. Chi ha comprato la propria libertà nel dicembre del duemilauno ha scoperto, venticinque anni dopo, che quel tipo di libertà si difende anche contro se stessa. Nel duemilaventotto, quando il patto si rinnoverà tacitamente, i tre quarti delle azioni di ciascuno saranno ancora bloccati. Il patto, quell'anno, ne compie ventisei.
Sessanta minuti
Il 12 ottobre 2001 l'azione della Bipop-Carire scende, e ci mette meno di un'ora. Alla fine di quell'ora ha perso il sedici per cento e toccato 1,825 euro. Non è una giornata di Borsa: è un'ora di Borsa. Per capire che cosa significhi quel numero bisogna metterlo accanto a un altro: il 17 marzo 2000, diciannove mesi prima, la stessa azione valeva 128 euro.
Chi guardava lo schermo quella mattina — in quale filiale bresciana, in quale ufficio di Reggio Emilia — non ha un nome nei documenti. Ne hanno un numero: 73.500, i risparmiatori della banca. Il danno che verrà stimato è di 10,7 miliardi di euro.
Dentro quella banca, in quell'ottobre, c'era una società che si occupava di far gestire i soldi degli altri. Si chiamava Azimut, la Bipop l'aveva comprata al 76% nell'estate del 1998, e non stava affondando affatto: era la cosa migliore che quella banca possedesse. Al 31 dicembre 2025 Azimut gestisce 140,9 miliardi di euro, ha chiuso l'anno con 32,1 miliardi di raccolta netta e 526 milioni di utile, ed è quotata a Piazza Affari. Bipop-Carire ha smesso di esistere il 30 giugno 2002.
Fra le due cose c'è un contratto firmato il 29 dicembre 2001, fra Natale e Capodanno, e un veicolo societario con un nome che nessuna fonte spiega: Tumiza S.p.A.
Quello che segue è come una società è passata dalla banca che l'aveva comprata alle persone che ci lavoravano — comprese quelle che, per farlo, sono andate in banca a farsi prestare i soldi. E come, venticinque anni dopo, quelle stesse persone si trovino proprietarie della loro azienda e non padrone di venderla.
Due sale, un voto
L'8 giugno 1999 due assemblee straordinarie si tengono lo stesso giorno in due città diverse. In una sala votano i soci di una popolare bresciana, in un'altra quelli di una cassa di risparmio reggiana: della Carire si dice che le radici risalgano al 1494. Dai due voti nasce Bipop-Carire. Presidente diventa Giacomo Franceschetti; direttore generale è Bruno Sonzogni — non amministratore delegato, come a volte si legge: la carica esatta è direttore generale, e la differenza conterà quando si tratterà di attribuire responsabilità.
Alla fine degli anni Novanta quella banca è una delle cose più moderne che ci siano in Italia. Dentro Bipop nasce Fineco Sim, la prima piattaforma di trading online al dettaglio del Paese: la banca che sta per affondare è la stessa che insegna agli italiani a comprare azioni da un computer di casa. Il mercato la ama, e la ama fino a 128 euro per azione.
Nell'estate del 1998 Bipop — allora ancora Bipop, la fusione arriverà l'anno dopo — compra il 76% di una società di gestione del risparmio nata alla fine degli anni Ottanta dentro Akros Finanziaria. Si chiama Azimut. Dal 1990 ci lavora un ingegnere che l'aveva raggiunta dopo Fideuram e Finanza & Futuro, e che prima ancora aveva lasciato l'Iveco a ventotto anni perché — dice lui, molti anni dopo, a un giornale — era «impaziente». Su questa parte della biografia di Pietro Giuliani le fonti sono le sue interviste: la vicenda personale non ha riscontri documentali indipendenti, e va letta per quello che è, un racconto di sé.
La banca compra, dunque, e mette in cassaforte un gioiello. Poi, nei tre anni successivi, fa qualcosa d'altro.

Quello che c'era sotto
Secondo il capo d'accusa con cui la Procura di Brescia si muoverà contro trentadue manager della banca, alla vigilanza è stato «sistematicamente omesso e occultato» ciò che accadeva dentro Bipop-Carire. Il perimetro di quell'omissione, come lo riferiscono gli atti e le associazioni dei risparmiatori, ha dei numeri.
Operazioni su futures per 2,58 miliardi tenute fuori dalla conoscenza dell'organo di controllo. Nel solo 2001, 490 milioni erogati senza garanzie a un gruppo ristretto fra clienti e amministratori della banca stessa: si parla di dieci nomi, ma il numero resta riferito e non documentato. E un meccanismo più semplice di tutti gli altri: circa 250 clienti considerati importanti, ai quali sulle gestioni patrimoniali erano stati garantiti rendimenti elevati, per far crescere la raccolta. Fra quei duecentocinquanta c'è la Caritas di Brescia. Un ente di carità nell'elenco dei privilegiati, e allo stesso tempo, quando il meccanismo si rompe, fra chi ci rimette.
Attorno al crac circola anche una «lista dei cinquecento» — politici, finanzieri, alti prelati che avrebbero usato la controllata svizzera Finabank per portare capitali fuori dall'Italia, e che sarebbero stati rimborsati prima del tracollo. È materia della cronaca dell'epoca, e va detta com'è: quella lista non nomina né Azimut né Giuliani.
Il conto lo tira la Banca d'Italia. L'ispezione che si chiude nell'aprile 2002 dà della gestione un giudizio «nettamente negativo». Il buco che emerge dai bilanci è di 536 milioni. Il danno complessivo attribuito alla vicenda arriva a 10,7 miliardi.
Il 30 giugno 2002 Bipop-Carire cessa di esistere e confluisce in Capitalia. Ma quattro giorni prima della fine del 2001, quando la banca era ancora viva e stava già affondando, aveva venduto Azimut.
Il 29 dicembre
Un contratto firmato il 29 dicembre non è una data qualunque: è il giorno in cui negli studi legali non c'è quasi nessuno, quattro giorni prima della chiusura dell'esercizio, con la banca venditrice sotto ispezione e il suo titolo a meno di due euro. Quel giorno Bipop-Carire firma la cessione di Azimut per 418 milioni.
Chi compra si chiama Tumiza S.p.A. È un veicolo costituito, si dice, l'8 novembre 2001 — la data non è verificata — e il suo nome non ha una spiegazione in nessuna fonte: non un acronimo, non un luogo, non un riferimento dichiarato. Una società che compra Azimut e che poi diventerà Azimut.
Dentro Tumiza ci sono due tipi di soci. Il primo è Apax Partners, fondo di private equity, che alla vigilia della quotazione risulterà al 67,77%: nella scheda del proprio portafoglio storico definirà Azimut «il principale asset manager indipendente d'Italia». Il secondo è la casa: seicentosessantotto persone che in Azimut lavoravano — quarantanove più seicentodiciannove, secondo la ripartizione che risulta agli atti della quotazione — riunite in una fiduciaria che si chiama Timone, per un 32,23% complessivo.
Il denaro arriva da cinque canali: mezzi propri, un finanziamento senior di UniCredit sindacato da Goldman Sachs, un mezzaninodebito che viene rimborsato dopo tutti gli altri e per questo costa più caro, a metà strada fra un prestito e un apporto di capitale, un equity kickerla clausola con cui chi vende si tiene una fetta dell'eventuale guadagno futuro di chi compra e un finanziamento dei soci. Le cifre che circolano sulla stampa dell'epoca per queste cinque voci — 50,5, 105,1, 137,5, 57,2 e 110 milioni — non trovano conferma in un documento pubblico: il prospetto informativo depositato in Borsa nel 2004 sarebbe l'atto che le scioglie in un colpo.
Ma due delle cinque voci non hanno bisogno di cifre esatte per dire quello che dicono. L'equity kicker significa che Bipop-Carire, vendendo, si tiene un pezzo dell'eventuale plusvalenza futura di chi la sta comprando: il venditore scommette sul compratore. E il vendor loanil prestito che chi vende concede a chi compra, così che una parte del prezzo gli torni solo negli anni successivi da 137,5 milioni significa che una parte del prezzo di Azimut, Azimut se l'è fatta prestare dalla banca che la stava cedendo. La banca che affondava ha finanziato la fuga del proprio gioiello.
Il closing è atteso per il 31 gennaio 2002 e si chiude in febbraio. Delle seicentosessantotto persone che in quei mesi hanno messo i propri soldi — quanto ciascuna, chi si è indebitato, chi all'ultimo ha detto no — non esiste, nelle fonti, un solo nome con un mestiere accanto. È il primo dei buchi di questa storia, e non è il più grande.
Quattro euro
Nel luglio 2004 Azimut si quota. Il prezzo è quattro euro: il minimo della forchetta indicata al mercato. Non è un dettaglio tecnico — è il modo in cui la Borsa dice che comprerà, ma non a caro prezzo.
L'8 giugno 2005 Apax esce. Vende 17.148.210 azioni, l'11,9% residuo, a 5,05 euro l'una: 86,6 milioni, regolamento il 13 giugno, con Merrill Lynch e Mediobanca al collocamento. Il fondo che nel 2001 era entrato come primo azionista al 67,77% se ne va in tre anni e mezzo, che è il tempo normale di un private equity.
Ed è qui che le due scale temporali di questa storia si separano. Il fondo è durato dentro Azimut meno di quattro anni. Il patto fra i dipendenti che comprarono con lui, nel 2028, compirà ventisei anni.
Nel 2005 Azimut gestisce circa nove miliardi. Che cosa fossero i suoi numeri nell'autunno del 2001 — quanti promotori, quanti uffici, quante masse — non risulta dal materiale disponibile: il termine di paragone naturale con i 140,9 miliardi di oggi manca del tutto. Restano due fotogrammi molto distanti: nove miliardi nel 2005, 108 al 31 dicembre 2024, 140,9 un anno dopo. Ricavi 2024 a 1.470 milioni. La curva che li unisce esiste nei bilanci annuali; qui ci sono i punti.

Via della Posta 8
L'anello che regge il controllo di Azimut ha un indirizzo: via della Posta 8, Milano, a due passi da piazza Affari. È la sede di Timone Fiduciaria, costituita il 20 febbraio 1986 e posseduta dal 1994, per il 95%, da Cofircont Compagnia Fiduciaria. Il sito di Timone non nomina mai il buyout di Azimut, e non nomina mai il patto: di ciò per cui è conosciuta, non dice una parola.
Il patto è depositato, e il suo estratto pubblico porta la data del 12 luglio 2024. È un patto di voto e bloccol'accordo con cui più azionisti si impegnano a votare insieme e a non vendere le proprie azioni. Vi aderiscono oltre duemila persone, per una quota complessiva che vale il 21-22% del capitale; le azioni vincolate al blocco sono il 75% di quelle di ciascun aderente; le blocking shares indicate sono 16.830.906, l'11,75%. La scadenza è il 7 luglio 2028, con rinnovo tacito.
Il che vuol dire una cosa precisa. Un consulente finanziario di Azimut che possieda azioni della propria azienda può fare quello che vuole di un quarto delle sue. Degli altri tre quarti, no.
Nel marzo 2022 l'operazione del 2002 si ripete su scala molto più grande e con protagonisti molto meno potenti: 1.046 persone comprano azioni della società per cui lavorano, a un prezzo medio di 20,28 euro. Circa metà del controvalore complessivo è finanziato con debito bancario. Mille persone che, ciascuna per conto proprio e ciascuna con la propria ragione, vanno in banca a farsi prestare i soldi per comprare il proprio posto di lavoro. Diciotto anni prima, all'IPO, la stessa azione costava quattro euro.
Due minuti
Il 15 gennaio 2018, fra le 9:57 e le 9:59, dentro Azimut circola un'informazione che il mercato non ha ancora. La Consob ricostruirà quella finestra al minuto.
L'informazione è che il patto si sta rafforzando: la quota riferibile a Timone passerà dal 15 al 29 per cento. È la notizia dell'indipendenza — la notizia che dice al mercato che questa società non è scalabile.
In quei due minuti cinque consulenti finanziari della rete comprano azioni. Si chiamano Iacopo Corradi, Gianluca De Cicco, Enrico Zobele, Probo Federico Passini, Alessandro Cevenini. I profitti che la Consob attribuisce a tre di loro sono cifre da spiccioli, calcolate al centesimo: 39.788,06 euro a Zobele, 15.468,60 a Passini, 5.700,00 a Cevenini. De Cicco viene sanzionato per 100.000 euro: ventimila azioni comprate per sé, cinquemila comprate in qualità di gestore.
C'è una simmetria in questa scena che vale più delle cifre. La rete che possiede l'azienda è la stessa che, sull'annuncio del meccanismo con cui la possiede, ha visto cinque dei suoi anticipare gli altri di due minuti. L'insider tradingcomprare o vendere un titolo sfruttando un'informazione che il mercato non ha ancora più interno che si possa immaginare: non su un'acquisizione, non su un utile — sul patto.
Se quei cinque abbiano impugnato le sanzioni, se lavorino ancora nella rete, se siano ancora aderenti al patto, dalle fonti disponibili non risulta.
Alle barricate
Il 17 luglio 2024 Il Sole 24 Ore pubblica un'intervista di Alessandro Graziani a Pietro Giuliani. Il titolo, nell'edizione inglese, è: «Giuliani: a hostile takeover bid on Azimut? We are ready for the barricades».
Nell'intervista Giuliani dice tre cose che vanno lette insieme. La prima: Azimut «è e resterà un asset manager italiano indipendente». La seconda riguarda che cosa considera un'offerta ostile, e la definizione è totale: qualunque ipotesi di aggregazione, chiunque sia la controparte, è «ostile per definizione». La terza è la ragione per cui, secondo lui, comprare Azimut non servirebbe a niente: manager e consulenti, in caso di scalata, «probabilmente lascerebbero l'azienda svuotandola e ricostruendo rapidamente una nuova». Un asset manager è le persone che ci lavorano; chi lo compra contro la loro volontà compra un guscio.
E poi c'è il numero. Giuliani parla di «diversi poison pill dal valore di oltre 500 milioni». Le pillole hanno a che fare con gli strumento finanziario partecipativoun titolo che non è un'azione e che dà diritto a una quota di valore dell'azienda al verificarsi di certe condizioni assegnati ai cosiddetti «Top Key People», il cui valore unitario risulta dalle relazioni del consiglio e sale di anno in anno: 40,24 euro, poi 43,46, poi 57,62. Quanti ne siano in circolazione, però, non risulta. Il moltiplicando è pubblico, il moltiplicatore no: i cinquecento milioni restano una dichiarazione, non un dato verificabile.
L'anno dopo la fortezza viene messa alla prova in assemblea. Assogestioni — l'associazione delle società di gestione, dalla quale Azimut era uscita — presenta una lista di minoranza puntando a quattro seggi. L'8 aprile 2025 Giuliani la liquida a Investire Magazine: «La lista Assogestioni? Una vendetta per l'uscita dall'Associazione». Nella stessa intervista spiega che il rafforzamento della quota di Timone «non è difensivo», perché il gruppo è già «auto-immune».
Il 30 aprile 2025 l'assemblea vota. La lista di Timone prende il 76,11% dei presenti; la lista di minoranza porta a casa un seggio su quattro. La società, in una nota, parla di «goffo tentativo».
Vale la pena tenere ferme, una accanto all'altra, le due frasi: dieci mesi prima si era pronti «alle barricate» e si contavano «oltre 500 milioni» di pillole al veleno; ora la difesa non è una difesa, perché l'organismo è immune. La versione della controparte — che cosa dica Assogestioni della lista e dell'uscita di Azimut dall'associazione — non compare nelle fonti raccolte. Di quel contrasto abbiamo, per ora, una sola voce.

Il record e il divieto
Il 2025 è l'anno migliore della storia di Azimut. Raccolta netta 32,1 miliardi, utile 526 milioni, dividendo due euro, masse a 140,9 miliardi al 31 dicembre. Dal 2005 le masse sono cresciute di quindici volte.
È anche l'anno in cui, dal 10 marzo al 13 giugno, gli ispettori della Banca d'Italia si siedono negli uffici di Azimut Capital Management. Tre mesi. L'esito, come lo riferisce la stampa il 13 novembre 2025, sono «rilevanti carenze di governance e organizzative», e una conseguenza operativa: il gruppo non è considerato idoneo a fare operazioni straordinarie. Un piano di rimedio viene fissato con una prima scadenza al 30 novembre 2025 e il completamento al 30 aprile 2026. Il provvedimento originale della vigilanza non è pubblico: le parole fra virgolette arrivano di seconda mano, e il seguito del piano non risulta.
L'operazione straordinaria che era in corso ha un nome di progetto, The New Bank, e un perimetro contato: 928 consulenti, 23,6 miliardi di masse, 103 mila clienti, 40 dipendenti. Quaranta persone in organico per ventitré miliardi e mezzo di risparmio altrui. Il progetto viene prorogato al 20 giugno 2026 e poi al 20 dicembre 2026. L'amministratore delegato Medda dichiara che l'ispezione della Banca d'Italia «non è correlata» al progetto.
Il 13 novembre il titolo perde oltre il quindici per cento in una seduta. Nello stesso giorno, a mercato aperto, Medda compra 350.000 azioni a 31,95 euro. Giuliani annuncia acquisti personali «per milioni di euro». Il giorno dopo la società annuncia un riacquisto di azioni proprie da 500 milioni, con cancellazione dei titoli.
Il buybackl'acquisto da parte della società delle proprie azioni, che di solito vengono poi cancellate con cancellazione fa una cosa che vale la pena capire, perché è aritmetica e non opinione: riduce il numero totale delle azioni. Chi non compra nulla, ma possiede una quota, vede la propria quota salire — e la spesa la sostiene la società, non lui.
Il 23 aprile 2026 arriva l'ultimo passaggio. Gli altri soci votano il whitewashil voto con cui gli altri azionisti rinunciano a ricevere un'offerta pubblica di acquisto quando un socio supera la soglia di controllo: se la quota di Timone supererà il 25%, Timone non dovrà lanciare un'offerta pubblica di acquisto. Il flottantela parte del capitale che circola in Borsa, cioè le azioni di chi non fa parte di nessun patto approva a maggioranza di poter essere controllato senza ricevere un'offerta.
Nel frattempo, i mille e quarantasei del marzo 2022 avevano pagato 20,28 euro per azione. Il 13 novembre 2025, nel giorno peggiore, l'azione ne valeva 31,95.
Quello che resta
Torniamo per un momento all'altra metà della storia, quella rimasta a Brescia.
Il processo per il crac arriva in aula. Un'associazione di consumatori intitola un proprio comunicato «Incombono le prescrizioni della ex Cirielli», e conta: quattordici rinviati a giudizio a Brescia, otto a Milano, venticinque assolti, un caso trattato a parte. Nel maggio 2007, a Milano, davanti al giudice Marco Maria Alma, dieci dei dodici imputati patteggiano sei mesi. Le multe complessive sono 574 mila euro: circa 57.400 euro a testa.
Il rapporto fra le due barre è di circa uno a diciannovemila. Quanti risarcimenti siano poi stati pagati davvero, quante condanne siano diventate definitive e quante siano finite in prescrizione, non risulta dalle fonti disponibili: la vicenda giudiziaria, nel materiale, si ferma al 2007 con la prescrizione «incombente».
Restano tre buchi, e sono i tre punti in cui questa storia guarda dritto altrove.
Il primo: i 73.500. Non uno di loro ha un nome. Sono una cifra dentro un comunicato — un socio di Brescia o di Reggio che aveva le azioni a 128 euro e le ha viste a 1,825, e che di questa storia è l'unico personaggio senza battute. La Caritas di Brescia, invece, il nome ce l'ha, e ce l'ha per il motivo sbagliato: era nell'elenco dei duecentocinquanta clienti importanti.
Il secondo: Tumiza. Il veicolo con cui una società italiana si è comprata da sola porta un nome che nessuna delle fonti spiega.
Il terzo sta in via della Posta 8. Il 95% di Timone Fiduciaria — la società che tiene insieme il patto che controlla Azimut — è di Cofircont Compagnia Fiduciaria dal 1994. Chi possieda Cofircont, e chi la amministri, nel materiale non c'è.
Il resto è un fatto, e regge da solo. Una società di gestione del risparmio è stata comprata da una banca, ha visto quella banca morire, si è fatta prestare dal moribondo una parte del denaro con cui pagarsi il riscatto, si è messa in Borsa al prezzo minimo della forchetta, ha salutato il fondo che l'aveva aiutata e si è messa in mano ai propri dipendenti — che nel 2022 sono andati in banca a indebitarsi per comprarne un altro pezzo. Oggi gestisce 140,9 miliardi. Ha alzato attorno a sé un muro fatto di un patto trentennale, di pillole che si dicono da mezzo miliardo e di un voto con cui i suoi stessi azionisti di minoranza hanno rinunciato al diritto di essere comprati.
E nel suo anno più bello, la Banca d'Italia le ha detto che così com'è non può fare l'operazione che voleva fare. Chi ha comprato la propria libertà nel dicembre del 2001 ha scoperto, venticinque anni dopo, che quel tipo di libertà si difende anche contro se stessa: nel 2028, quando il patto si rinnoverà tacitamente, i tre quarti delle azioni di ciascuno saranno ancora bloccati.
Il danno e la multa
gamma97
Riferimenti
- Tumiza, Azimut allo specchio — https://www.milanofinanza.it/archivio/tumiza-azimut-allo-specchio-883324
- Bipop (scheda storica: fusione dell'8 giugno 1999, Franceschetti, Sonzogni) — https://it.wikipedia.org/wiki/Bipop
- Banca d'Italia, esito dell'ispezione chiusa nell'aprile 2002 (giudizio «nettamente negativo sulla gestione»), scheda 8294 — https://bancheitaliane.org
- ADUSBEF, comunicato del gennaio 2005 sul capo d'accusa della Procura di Brescia («sistematicamente omesso e occultato»); e «Incombono le prescrizioni della ex Cirielli» — https://www.adusbef.it
- Il patteggiamento di Milano davanti al giudice Marco Maria Alma, maggio 2007 — https://www.quibrescia.it
- Bipop e i 250 clienti VIP delle gestioni patrimoniali, con la Caritas di Brescia — https://www.wallstreetitalia.com
- La «lista dei cinquecento» e la controllata svizzera Finabank (la fonte non nomina né Azimut né Giuliani) — https://www.tempi.it
- Fin-Eco Banca ICQ: la nascita di Fineco Sim dentro Bipop — https://danieledellaseta.substack.com
- Apax Partners, scheda del proprio investimento in Azimut («il principale asset manager indipendente d'Italia») — https://www.apax.com/partnerships/azimut/
- Timone Fiduciaria, sito istituzionale (sede di via della Posta 8, costituzione del 20 febbraio 1986) — https://www.timonefiduciaria.it
- Consob, estratto del patto parasociale Azimut del 12 luglio 2024 (voto e blocco, 75% vincolato, scadenza 7 luglio 2028) — https://www.consob.it
- Prospetto informativo Azimut Holding, quotazione 2004 — https://www.borsaitaliana.it/prospetti-informativi/718pros_1_it.pdf
- Consob, sanzioni per insider trading a cinque consulenti finanziari Azimut (15 gennaio 2018, ore 9:57-9:59) — https://citywire.it
- Il buyout dei 1.046 aderenti del marzo 2022 a 20,28 euro medi, per metà a debito bancario — https://www.milanofinanza.it
- Alessandro Graziani, intervista a Pietro Giuliani: «pronti alle barricate», «ostile per definizione», «oltre 500 milioni» di poison pill, 17 luglio 2024 — https://www.ilsole24ore.com
- Intervista a Pietro Giuliani dell'8 aprile 2025 («una vendetta», «auto-immune», «non è difensivo») — Investire Magazine (url non disponibile nel materiale) —
- Assemblea Azimut del 30 aprile 2025: lista Timone al 76,11%, «goffo tentativo» — https://www.teleborsa.it
- Ispezione della Banca d'Italia del 10 marzo-13 giugno 2025 e «rilevanti carenze di governance e organizzative», 13 novembre 2025 — https://www.milanofinanza.it
- Il crollo del 13 novembre 2025, l'acquisto di 350.000 azioni a 31,95 euro e il buyback da 500 milioni del 14 novembre — https://www.milanofinanza.it
- Dichiarazioni dell'amministratore delegato Medda sul progetto The New Bank («non è correlata») — https://www.italia-informa.com
- Il perimetro di The New Bank: 928 consulenti, 23,6 miliardi, 103 mila clienti, 40 dipendenti — https://www.ilsole24ore.com
- Whitewash del 23 aprile 2026 ed esenzione dall'OPA obbligatoria oltre il 25% — e https://www.dirittobancario.it — https://www.bluerating.com
- Valori unitari degli strumenti finanziari partecipativi dei «Top Key People» (40,24 / 43,46 / 57,62 euro), Relazione del CdA — https://www.marketscreener.com
- Comunicati e bilancio consolidato Azimut Holding, esercizio 2025 — https://www.emarketstorage.it