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6 settembre 2026

Marilyn vos Savant e le tre porte: diecimila lettere le scrissero che aveva torto, e aveva ragione lei

Nel settembre 1990 una rubrica della domenica risolse in tre righe un rompicapo di probabilità, e per due anni e mezzo l'America con i titoli di studio provò a farle confessare un errore che non aveva commesso.

Il 9 settembre 1990 Marilyn vos Savant, che il Guinness aveva elencato per cinque edizioni come il quoziente d'intelligenza più alto del mondo, rispose sulla sua rubrica di Parade alla lettera di un lettore su un gioco a premi: tre porte, un'automobile dietro una sola, il conduttore che ne apre una vuota e ti offre di cambiare. Conviene cambiare, scrisse, e le probabilità sono una su tre contro due su tre. Arrivarono circa diecimila lettere di protesta, quasi mille firmate da chi aveva un dottorato: le chiesero di ammettere l'errore, di smettere di diffondere analfabetismo matematico, e uno le suggerì che forse le donne guardano i problemi di matematica in modo diverso. Aveva ragione lei. Ci vollero due anni e mezzo di simulazioni al computer e di esercizi in classe perché la maggioranza si spostasse; nel frattempo un professore di matematica si impose come penitenza di rispondere una per una a tutte le persone che avevano scritto a lui per dirgli bravo. La stessa identica risposta era stata pubblicata nel 1975 da un biostatistico su una rivista di categoria, e non aveva prodotto una sola lettera.

Marilyn vos Savant e le tre porte: diecimila lettere le scrissero che aveva torto, e aveva ragione lei

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Il testo del podcast, per chi preferisce leggere

Tre righe in fondo a una pagina della domenica

Craig F. Whitaker lo incontriamo tra un momento, per ora ci basti sapere che una domenica di settembre del millenovecentonovanta, dentro un giornalino domenicale infilato nei quotidiani americani, era arrivata la sua domanda. La risposta che quel giorno uscì sulla pagina fece arrivare in redazione quasi diecimila lettere. Quasi mille le firmavano persone con un dottorato. Molti erano matematici, professori, statistici. E quasi tutte dicevano la stessa cosa, ti sbagli. Uno di loro si chiamava Scott Smith, e scrisse una frase che da sola dà la misura della faccenda, You blew it, and you blew it big!, l'hai rovinata, e l'hai rovinata in grande. Altri non si limitarono al disaccordo. C'era chi le dava della capra, e la parola inglese usata, goat, pesava il doppio, per un motivo che diventerà chiaro. C'era chi scriveva, Forse se ne vedono molte di donne come te, ma non di solito nelle università. E c'era chi concludeva, secco, Se sbagli questa, non hai scuse. Quella che stava leggendo tutto questo si chiamava Marilyn vos Savant, e la rubrica era sua, si chiamava Ask Marilyn, chiedete a Marilyn, e usciva su Parade, il fascicolo che non si comprava ma arrivava, infilato nel giornale della domenica, quello che restava sul tavolo della colazione tra la caffettiera e le pagine dello sport. I lettori mandavano una domanda, e lei rispondeva. Era la donna con il quoziente intellettivo più alto mai registrato, e questo l'aveva resa famosa, il suo mestiere, per l'America della domenica, era proprio questo, rispondere. Adesso era lei, quella a cui scrivevano quasi mille dottorati per dirle che non capiva niente. Un collega le consigliò di fare l'unica cosa che, secondo lui, poteva salvarle la faccia, ammettere pubblicamente di aver sbagliato. Lei stessa, più tardi, racconterà di non essersi mai vergognata tanto in vita sua. Eppure, questo è il punto, non aveva sbagliato. Per capire che cosa rispose, e perché aveva ragione lei, bisogna tornare alla domanda, quella firmata Craig F. Whitaker, il lettore di quella domenica. Non chiedeva d'amore, di grammatica, di vita. Chiedeva di un gioco a premi. Tre porte. Dietro una c'è un'automobile, dietro le altre due non c'è niente. Il concorrente ne indica una, diciamo la numero uno. A quel punto il conduttore, che sa che cosa c'è dietro le porte, ne apre un'altra, per esempio la numero tre, e dietro non c'è nulla. Poi si gira verso il concorrente e gli fa una domanda sola, vuole restare sulla porta uno, o passare alla due? Tenete bene a mente quella clausola, perché è il perno di tutto, il conduttore sa. Sa dove sta l'automobile, e sceglie di aprire una porta che non la nasconde. È scritta lì, nella lettera del lettore, prima che chiunque cominci a discutere. E nelle settimane successive, mentre la posta invadeva la redazione, praticamente nessuno la guarderà. La risposta di Marilyn vos Savant stava in poche righe, conviene cambiare. Restando sulla porta uno si vince una volta su tre, passando alla due, si vince due volte su tre. Diecimila lettere, e quasi mille dottorati, sarebbero arrivate per dire che no, è indifferente, due porte, cinquanta per cento e cinquanta per cento. Avevano torto tutti. E la strada per scoprirlo sarà, letteralmente, giocare la partita.

Quasi mille dottorati

Le lettere che arrivano non sono perplesse, sono indignate. Un professore della University of Florida che si chiama Scott Smith e firma con il suo dottorato di ricerca non usa mezze misure, le scrive, in inglese, l'hai sbagliata, e l'hai sbagliata alla grande, sembra che tu abbia difficoltà ad afferrare il principio di base che sta dietro al problema. La sua è la lettera più citata di tutte, e chiude con una specie di sentenza morale, c'è già abbastanza analfabetismo matematico in questo paese, non serve che il quoziente d'intelligenza più alto del mondo ne diffonda altro. Vergogna. Robert Sachs, un professore di matematica della George Mason University, in Virginia, le scrive che le manca ogni capacità matematica, e le suggerisce di fare la cosa dignitosa, confessare l'errore. E Don Edwards, che scrive da Sunriver, una cittadina dell'Oregon, arriva a un'altra conclusione, forse le donne guardano i problemi di matematica in modo diverso dagli uomini. Le proporzioni le tiene lei, la destinataria. Il novantadue per cento delle lettere del pubblico generale le dice che sbaglia. Fra quelle che arrivano dalle università, il sessantacinque per cento. Nove su dieci, in un modo o nell'altro, sono contro di lei. Il totale che riporta è di circa diecimila lettere. Il ventuno luglio millenovecentonovantuno la rissa esce dalla rubrica di posta e finisce sul New York Times, il più importante giornale degli Stati Uniti, un giornalista di nome John Tierney le dedica un articolo, e la sua stima, diecimila lettere, di cui quasi mille firmate da qualcuno con un dottorato di ricerca, diventa la cifra canonica che tutti ripetono da trentacinque anni. Vale la pena fermarsi un secondo su quel quasi mille, perché è l'unico numero di tutta la vicenda che non viene da lei. Di quelle buste non esiste alcun archivio pubblico, il novantadue per cento, il sessantacinque, i nove su dieci sono conteggi che ha fatto la destinataria, con le sue mani. La donna accusata di non saper contare è rimasta l'unica fonte del conto di quanti l'accusavano.

Le tre partite

Il modo più rapido per chiudere la bocca a tutti è smettere di ragionare e giocare le partite. Tutte. Una per una. Il concorrente sceglie la porta numero uno. Da lì in avanti le situazioni possibili sono tre, e tutte e tre hanno la stessa probabilità di verificarsi, perché l'automobile è stata nascosta prima che il gioco cominciasse, quando nessuno poteva più toccarla. Prima situazione, l'auto è dietro la porta uno, quella che ha scelto il concorrente. Il conduttore apre una delle altre due, che sono vuote entrambe, e chi cambia porta perde l'auto. Sei rimasto attaccato alla tua porta, hai fatto bene. Seconda situazione, l'auto è dietro la porta due. Il conduttore non può aprirla, lui sa benissimo dov'è l'auto, e il suo mestiere è aprire una porta vuota, quindi è obbligato ad aprire la tre. Chi cambia, va sulla due e vince. Terza situazione, l'auto è dietro la porta tre. Stesso ragionamento allo specchio, il conduttore è costretto ad aprire la due. Chi cambia, va sulla tre e vince. Fate il conto. Su tre partite possibili, cambiarne porta due volte fa vincere. Due volte su tre. È tutto qui. Quella sensazione fastidiosa che con due porte rimaste debba essere cinquanta e cinquanta nasce da un errore, l'idea che l'apertura della porta abbia rimescolato le carte. Non le ha rimescolate. Ha solo spostato tutta la probabilità che stava sulle due porte non scelte, due terzi del totale, sull'unica di quelle due rimasta chiusa. Marilyn Vos Savant, la donna che aveva firmato la risposta e ricevuto l'onda d'urto, provò a spiegarlo anche con il tennis. Se due giocatori non li conosce nessuno, le opzioni sono due e la scommessa è davvero pari. Ma se uno dei due ha preso la racchetta in mano ieri e l'altro ha vinto Wimbledon, le opzioni restano due eppure nessuno scommettere alla pari, perché nel frattempo è arrivata un'informazione. Il conduttore che apre una porta vuota sapendo dov'è l'auto è esattamente quell'informazione. E se tre porte non bastano a convincervi, se ne prendono un milione. Il concorrente ne sceglie una. Il conduttore ne apre novecentonovantanovemilanovecentonovantotto, tutte vuote, e ne lascia chiusa una sola, oltre a quella scelta all'inizio. Qui nessuno ha dubbi, l'auto è dietro la superstite, ci scommettereste la casa. E avreste ragione, la probabilità è novecentonovantanovemilanovecentonovantanove su un milione. Ora si capisce a che cosa serve davvero quella clausola nella lettera del lettore, la frase che dice che il conduttore sa che cosa c'è dietro le porte. Cancellatela, e cambiate le regole, il conduttore non sa niente, apre una porta a caso, e per pura fortuna quella porta è vuota. In quel caso, i matematici lo chiamano Monty Fall, il conduttore che cade, si torna davvero a cinquanta e cinquanta. La differenza fra il problema che divise l'America e un problema banale sta tutta in sei parole di una frase secondaria. Sei parole che erano scritte lì, nel testo, fin dal primo giorno. E quasi nessuno le aveva lette.

Quindici anni prima, e nessuno scrisse

Nel febbraio millenovecentosettantacinque, quando Marilyn vos Savant era ancora una bambina sconosciuta ai più e nessuna delle tre porte era ancora stata aperta in televisione, uno studioso che applicava la statistica alla medicina, un biostatistico di nome Steve Selvin, imbuca una lettera a una rivista letta da statistici di professione, che si chiama The American Statistician. Dentro quella busta c'è già tutto, il problema delle tre porte, con il conduttore che sa che cosa c'è dietro ogni uscio, e la risposta, conviene cambiare, due terzi contro un terzo. La stessa identica risposta che quindici anni dopo farà piovere diecimila lettere di insulti su una donna. E che cosa succede, nel millenovecentosettantacinque? Non succede niente. In agosto, lo stesso Selvin imbuca una seconda lettera alla stessa rivista. Ed è lì, in quelle pagine, che per la prima volta a stampatela compare il nome con cui tutta questa storia sarebbe diventata famosa, Monty Hall problem, il problema di Monty Hall, dal conduttore del programma televisivo a cui la situazione somigliava. Il nome c'è già, la risposta c'è già, la matematica è quella. E anche questa volta, non succede niente. Il problema resta un pezzetto per addetti ai lavori, e ci resterà per quindici anni, fino a quando non verrà ripubblicato su Parade, la rivista della domenica, sotto il nome di Marilyn vos Savant. E lì il mondo va a fuoco. Fra il millenovecentosettantacinque e il millenovecentonovanta la matematica, che pure era il motivo di tutte quelle ire, non cambia di una virgola. Cambiano due cose soltanto, chi firma la risposta, e dove la si legge. Su una rivista di categoria, firmata da un uomo che di mestiere fa i conti, la stessa identica affermazione, cambia, due terzi contro un terzo, non produce una sola lettera di protesta. Su un supplemento domenicale, firmata da una donna presentata come il quoziente d'intelligenza più alto del mondo, ne produce diecimila, con quasi mille dottorati pronti a giurare che ha sbagliato. Il paradosso, qui, non è nelle porte, è nelle firme. Steve Selvin è l'uomo che ha avuto ragione senza che nessuno se ne accorgesse. E non si sa che cosa abbia provato, nel millenovecentonovantuno, a vedere il suo problema di sedici anni prima esplodere sui giornali nazionali sotto il nome di un'altra persona, con l'America intera che si stracciava le vesti per una risposta che lui aveva dato per primo, su due lettere che nessuno aveva mai voluto leggere.

La bambina di St. Louis e il numero 228

Il cognome più famoso d'America, in quella storia delle tre porte, non è un nome d'arte. E non è nemmeno il cognome del padre, è quello della madre. Savant. In francese vuol dire dotto. Il padre era nato a Gladbeck, in Prussia, da una famiglia di discendenza ceca, i nonni materni venivano da Lanzo, un paese in Italia. Una famiglia di immigrati, approdata a St. Louis, e un cognome che in un'altra lingua ancora significa colto, come un presagio depositato lì, su una bambina che ancora non sapeva niente di numeri. Settembre millenovecentocinquantasei. Alla bambina di dieci anni somministrano uno Stanford-Binet, una delle prime scale per misurare il quoziente d'intelligenza, quelle usate nelle scuole e negli studi clinici. E non è nemmeno l'ultima versione, è la Second Revision, quella del millenovecentotrentasette, un fascicolo che ha già diciannove anni quando glielo mettono davanti. Il risultato viene espresso in età mentale, ventidue anni e dieci mesi. Che fanno duecentosettantaquattro mesi. La formula dell'epoca è semplice, quasi brutale, si divide l'età mentale per l'età reale e si moltiplica per cento. La sua età reale è centoventi mesi, dieci anni, appunto. Duecentosettantaquattro diviso centoventi, per cento, fa duecentoventotto. Duecentoventotto. È il numero che per trent'anni attraversa la cultura popolare senza che quasi nessuno si prenda la briga di chiedere da dove venga. Uno che se l'è chiesto è Andrew M. Colman, uno psicologo che ha fatto il conto che né lei né il Guinness dei primati hanno mai fatto, duecentoventotto corrisponde a otto virgola cinquatré deviazioni standard sopra la media, la deviazione standard è l'unità con cui si misura quanto un valore si discosta dalla media, e più deviazioni hai, più il caso è raro, e otto virgola cinquantatré deviazioni sopra la media vuol dire meno di una persona su cento quadrilioni. Sulla scala moderna, il valore più difendibile per lei starebbe fra centosettanta e centottanta. E c'è anche un terzo numero, perché no, centottantasei, il punteggio preso al Mega Test, un'altra prova, costruita con un'altra formula. Tre cifre per un solo cervello, e nessuna delle tre è sbagliata. Sono tre modi diversi di scrivere la stessa cosa, e uno solo dei tre è entrato nella leggenda. Della bambina che fece quel test, cresciuta e diventata la donna delle tre porte, lei stessa ha detto una frase che getta una luce strana su tutto il resto della storia, No one really paid much attention to me, actually. As I said, mostly because I was a girl and I accepted that. Nessuno mi prestava davvero attenzione, soprattutto perché ero una bambina. E io lo accettavo. Una bambina che nessuno ascoltava, con il più alto quoziente d'intelligenza mai registrato. Trent'anni dopo, diecimila lettere sono arrivate sulla sua scrivania, e questa volta, ad ascoltarla, sono stati in tanti.

Il record, e chi lo ritirò

La ragazza con il punteggio più alto del mondo si chiama Marilyn vos Savant, e quel punteggio non se l'è andato a prendere, gliel'hanno portato a casa. Il test che l'ha misurata si chiama Mega Test, e lo somministra un club che si chiama Mega Society, un'associazione che accetta solo chi supera la soglia di una persona su un milione. Non è lei che si candida da qualche parte, nell'ottantacinque, sono loro, il club, a consegnare i punteggi al Guinness dei primati. E da quell'anno, per la prima volta, il Guinness apre una categoria che si chiama quoziente d'intelligenza più alto del mondo. Lei compare nelle edizioni dell'ottantasei, dell'ottantasette, dell'ottantotto e dell'ottantanove. Quattro edizioni di fila. Poi, nel millenovecentonovanta, il Guinness chiude la categoria. La ritira. E la motivazione è una riga sola, i test d'intelligenza sono troppo inaffidabili per designare un unico detentore del record. Fermiamoci un attimo, perché qui c'è una coincidenza che vale tutto il capitolo, il millenovecentonovanta è lo stesso anno delle tre porte. L'anno in cui quella domenica di settembre sulla sua rubrica arriva la domanda del lettore, e comincia la burrasca. L'anno in cui le scrivono in diecimila per dirle che si sbaglia, è l'anno in cui il Guinness le toglie il titolo. E adesso viene il bello, la cosa più curiosa di tutta la faccenda. Lei, sul valore di quei test, aveva già la posizione più radicale che si possa avere, li ha definiti, senza mezzi termini, inutili. Provate a tenerlo insieme. La detentrice del record pensa che il record non misuri niente. L'ente che il record gliel'aveva assegnato le dà ragione, dice che i test sono inaffidabili, e chiude la classifica. Eppure il numero, duecentoventotto, il famoso duecentoventotto, figlio di un'aritmetica che ormai nessuno usa più, sopravvive a entrambi. Sopravvive a lei che lo svaluta e al Guinness che lo ritira. Ed è ancora oggi la prima cosa che si dice di Marilyn vos Savant, non la rubrica, non le tre porte. Il numero. E già che ci siamo, vale la pena capovolgere un'idea che quasi tutti si portano dietro, non è il record a essere figlio della rubrica, è la rubrica a essere figlia del record. Nell'ottantasei, un anno dopo l'ingresso nel Guinness, la rivista Parade le dedica un profilo. I lettori leggono, e cominciano a mandare domande. Tante, così tante che la redazione prende una decisione, farne una rubrica fissa. Nasce così Ask Marilyn, Chiedi a Marilyn. È la posta dei lettori a creare la rubrica. E quattro anni dopo, quella stessa posta le arriva addosso, diecimila lettere. Nel mezzo, fra il profilo e la tempesta, c'è anche una decisione sua di cui le fonti raccontano tre versioni diverse. Marilyn aveva cominciato l'università, due anni di filosofia alla Washington University. Poi ha lasciato, senza laurea. Perché? Dipende da chi racconta. Per aiutare l'attività di investimento della famiglia, dice una versione. Per cercare l'indipendenza finanziaria, dice un'altra. Oppure, ed è una frase sua, testuale, perché l'università la annoiava. La donna che sta per ricevere diecimila lettere di insulti da quasi mille dottorati si era già annoiata dell'università dopo due anni. E il mondo stava per scoprire, tutto insieme, nello stesso identico anno, quanto poco le importasse del record che portava il suo nome.

Il piede fuori dalla bocca

Robert Sachs, il professore di matematica della George Mason che le aveva scritto di riconoscere il proprio errore e confessarlo pubblicamente, a un certo punto rifà i conti. E si accorge di essere stato lui, a sbagliare. Allora le riscrive. After removing my foot from my mouth I'm now eating humble pie. I vowed as penance to answer all the people who wrote to castigate me. It's been an intense professional embarrassment. Tradotto, dopo essermi tolto il piede dalla bocca, sto mangiando l'umile torta. Mi sono imposto come penitenza di rispondere a tutte le persone che mi avevano scritto per rimproverarmi. È stato un imbarazzo professionale intenso. Fermiamoci un momento su questo gesto, perché è la scena speculare di tutta la storia. C'era una pila di lettere sulla scrivania di lei, quella donna sommersa da insulti di ogni genere. Adesso ce n'è una identica sulla scrivania di lui, Sachs, le lettere di quelli che, come lui, le avevano dato torto, e che adesso scrivono a lui per dirgli che si è sbagliato. E lui si siede, e ricomincia dalla prima busta. Una per una. La parola che usa, penitenza, è la stessa che lui per primo aveva usato con lei, gliel'aveva chiesta per iscritto, di penitirsi del proprio errore. Adesso la penitenza tocca a lui, ed è fatta di buste e risposte, una dietro l'altra. Poi c'è un altro che si fa vivo, Seth Kalson, un dottore in fisica uscito dal Massachussetts Institute of Technology, il celebre istituto tecnologico del Massachusetts. Anche lui le aveva scritto, all'inizio, per dirle che sbagliava. Adesso le manda una nuova lettera, You are indeed correct. My colleagues at work had a ball with this problem, and I dare say that most of them, including me at first, thought you were wrong!. Cioè, hai perfettamente ragione. I miei colleghi si sono divertiti un mondo con questo problema, e oserei dire che quasi tutti loro, me compreso all'inizio, pensavano che avessi torto. Lei risponde pubblicando la lettera con quattro parole sole di commento, Thanks, M.I.T. I needed that!. Grazie, Massachusetts Institute of Technology. Ne avevo bisogno. È una battuta, e come tutte le battute funziona perché taglia, un nome lunghissimo, quello di uno degli istituti scientifici più famosi del mondo, compresso in tre lettere da alfabeto radiofonico, M come Marco, I come Imola, T come Torino, M, I, T, e lei lo ringezza come si ringrazia una squadra al completo. Ecco, da quelle quattro parole è nata la versione della storia che si racconta ancora oggi, quella in cui un intero team del Massachusetts Institute of Technology prese in esame il problema, lo verificò con i suoi computer, e scagionò la donna dall'errore che non aveva commesso. Il team non è mai esistito. C'era un uomo solo, un fisico di nome Seth Kalson, seduto a una scrivania, che aveva cambiato idea e aveva avuto la decenza di metterlo per iscritto. E attorno a lui un ufficio pieno di colleghi che ridevano di quel rompicapo, convinti che a sbagliarlo fosse lei. Nel passaggio da una versione all'altra, l'ufficio che rideva è sparito, l'uomo solo è diventato un'istituzione, e la sua vicenda personale è stata inghiottita dalla leggenda che lui stesso, con una lettera onesta, aveva contribuito a far nascere.

Come si sposta un'opinione: con le mani

Fra il millenovecentonovanta e la fine del millenovecentonovantadue, la questione delle tre porte smette di decidersi per posta e comincia a decidersi con le mani. Immaginate le aule, si tirano fuori tre carte da gioco, tre tazze, tre bicchieri capovolti, e si gioca la partita cinquanta volte di seguito segnando i risultati su un foglio. Sui computer, intanto, qualcuno scrive piccoli programmi che giocano quella stessa partita diecimila volte in un secondo. Non è una scena isolata, è una scena di massa, sparsa su due anni, in cui migliaia di persone verificano con un oggetto in mano una cosa che avevano rifiutato in blocco quando Marilyn vos Savant, la colunista che aveva firmato la risposta giusta, gliel'aveva scritta nero su bianco. E i numeri di questo ribaltamento sono forse i più interessanti di tutta la storia. Nell'anno millenovecentonovanta, solo l'otto per cento delle persone scriventi accettava la risposta di Marilyn. È l'immagine speculare del novantadue per cento di lettere contrarie che lei stessa aveva contato, due misure diverse dello stesso momento, che dicono la stessa cosa. Ma c'è una parte che nessuno racconta mai, ed è l'altra colonna. Gli accademici, quelli con il dottorato che avevano firmato gli insulti, partirono dal trentacinque per cento di consenso, più avanti del pubblico comune, certo, ma con quasi due terzi di loro che sbagliavano comunque. E finirono al settantuno. Chi aveva i titoli più alti sbagliò in massa all'inizio, e si corresse in massa alla fine. Se dovete riassumere la storia in una frase, non dite gli esperti avevano torto. Dite, gli esperti hanno cambiato idea più in fretta di tutti gli altri, dopo aver fatto più rumore di tutti gli altri. È la curva, la vera storia. Ma il verdetto definitivo, quello senza appello, l'ha emesso una macchina. Decenni dopo, qualcuno ha scritto un programma che gioca la partita un milione di volte, senza che nessuno apra mai nessuna porta davvero. Il risultato, restando sulla porta scelta all'inizio, si vince il trentatré virgola ventisette per cento delle volte. Cambiando porta, il sessantasei virgola settantadue per cento. Il margine di incertezza, lo zero virgola zero nove per cento, uno spazio così sottile che il mondo reale, quello delle porte vere e delle macchine, coincide esattamente con quello che Marilyn vos Savant aveva scritto in tre righe, in fondo a una pagina della domenica, mentre il paese intero le scriveva che era un'idiota.

Che cosa resta

Parade non esiste più. Il supplemento che arrivava dentro il quotidiano della domenica, quello che stava sul tavolo della colazione e che una domenica di settembre del millenovecentonovanta fece litigare quasi mille dottorati, ha chiuso, l'ultimo numero a stampa è del tredici novembre duemilaventidue, l'ultima edizione elettronica del trentun dicembre duemilaventitré. Oggi resta un sito, una newsletter via email, e nient'altro che si possa tenere in mano. E la pagina dove tutto è cominciato, quella del nove settembre millenovecentonovanta, oggi non si legge. Parade punto com risponde con un divieto d'accesso, e lo stesso fanno le copie archiviate. Pensate che cosa significa, il documento più citato nella storia della probabilità popolare, tre righe di risposta a una domanda di un lettore, è diventato irraggiungibile. Dall'altro capo della vicenda la situazione è speculare, del fascicolo del test del millenovecentocinquantasei, quello del quoziente intellettivo, non risulta una pubblicazione integrale da nessuna parte. I due documenti su cui poggia tutta questa storia sono entrambi assenti. Uno non è mai stato reso pubblico. L'altro non lo è più. Delle lettere, che fine abbiano fatto, non si sa. Diecimila buste arrivate a una donna per dirle che si sbagliava, e poi sparite, resta solo il racconto di quella montagna, non la montagna. Resta, invece, il numero duecentoventotto. E qui c'è una cosa quasi beffarda, quel numero sopravvive a tutti e tre i soggetti che lo avevano dichiarato inaffidabile. Marilyn vos Savant, la donna delle tre porte, che per prima lo mise in discussione. Il Guinness dei primati, che ritirò il record. E l'aritmetica che lo aveva prodotto. Loro tre hanno lasciato perdere il duecentoventotto. Il duecentoventotto non ha lasciato perdere nessuno. Sull'intelligenza, un giorno, Marilyn vos Savant ha detto una frase che si adatta con una precisione quasi fastidiosa a quello che era successo a lei, le persone che consideriamo molto intelligenti non lo sono necessariamente. Più probabilmente sono istruite, o esperte, che è un'altra cosa. E ha detto anche, della scuola dell'obbligo, che preferirebbe non vederla. La sua obiezione era che gli studenti imparano passivamente, che gli si dice in che cosa credere invece di insegnargli a pensare. Nell'autunno del millenovecentonovanta ha avuto la dimostrazione più costosa possibile della sua tesi, consegnata a domicilio, quasi mille persone che avevano studiato più di lei le hanno scritto in che cosa credere, con la sicurezza di chi ripete una cosa imparata. E avevano torto tutte. C'è un'ultima assenza, in fondo a questa storia, e nessuno la nota mai. Il problema porta il nome di Monty Hall. Il conduttore che sa che cosa c'è dietro le porte, quello attorno a cui gira l'intera faccenda, ebbene, in tutta questa storia non parla una volta sola. Non viene interpellato, non commenta, non compare. Ha dato il nome al rompicapo più famoso della probabilità restando un ruolo, e senza diventare mai una persona.

Tre righe in fondo a una pagina della domenica

Parade non si comprava: arrivava. Era il fascicolo infilato dentro il quotidiano della domenica, quello che restava sul tavolo della colazione tra la caffettiera e le pagine dello sport, e dentro c'era una rubrica intitolata «Ask Marilyn». Funzionava nel modo più semplice possibile: i lettori mandavano una domanda, e Marilyn vos Savant rispondeva.

Il 9 settembre 1990 la domanda porta la firma di Craig F. Whitaker, e non riguarda l'amore, la grammatica o la vita. Riguarda un gioco a premi. Ci sono tre porte. Dietro una c'è un'automobile, dietro le altre due non c'è niente. Il concorrente ne indica una — diciamo la numero 1. A quel punto il conduttore, the host, who knows what's behind the doors, ne apre un'altra, per esempio la numero 3, e dietro non c'è nulla. Poi si gira verso il concorrente e gli fa una domanda sola: vuole restare sulla porta 1, o passare alla 2?

La risposta di vos Savant sta in poche righe. Conviene cambiare. Restando si vince una volta su tre, cambiando si vince due volte su tre.

Quella clausola nella domanda — il conduttore sa che cosa c'è dietro le porte — non è un dettaglio di colore. È il perno su cui gira tutta la faccenda, ed è già scritta nella lettera del lettore, prima che chiunque cominci a discutere. Nelle settimane successive praticamente nessuno la guarderà.

Perché nelle settimane successive comincia ad arrivare la posta.

Quasi mille dottorati

Le lettere che arrivano non sono perplesse: sono indignate. Scott Smith, Ph.D., University of Florida, non usa mezze misure: «You blew it, and you blew it big!… you seem to have difficulty grasping the basic principle at work here». L'hai sbagliata, e l'hai sbagliata alla grande; sembra che tu abbia difficoltà ad afferrare il principio di base. La lettera più citata di tutte — quella che di solito si attribuisce a lui — chiude con una specie di sentenza morale: «There is enough mathematical illiteracy in this country, and we don't need the world's highest IQ propagating more. Shame!». C'è già abbastanza analfabetismo matematico in questo paese, non serve che il quoziente più alto del mondo ne diffonda altro. Vergogna.

Robert Sachs, professore di matematica alla George Mason University, le scrive della sua «lack of mathematical skills» e le suggerisce di fare la cosa dignitosa: confessare l'errore.

Don Edwards, da Sunriver, Oregon, arriva a un'altra conclusione: «Maybe women look at math problems differently than men». Forse le donne guardano i problemi di matematica in modo diverso dagli uomini.

Le proporzioni le tiene lei. Il 92 per cento delle lettere del pubblico generale le dice che sbaglia. Fra quelle che arrivano dalle università, il 65 per cento. Nove su dieci, in un modo o nell'altro, sono contro. Il totale che riporta è di circa diecimila.

Il 21 luglio 1991 la rissa esce dalla rubrica di posta e finisce sul New York Times: John Tierney le dedica un articolo, e la sua stima — diecimila lettere, di cui quasi mille firmate da qualcuno con un dottorato — diventa la cifra canonica che tutti ripetono da trentacinque anni.

Vale la pena fermarsi un secondo su quel «quasi mille», perché è l'unico numero dell'intera vicenda che non viene da lei. Di quelle buste non esiste archivio pubblico: il 92 per cento, il 65, i nove su dieci sono conteggi che ha fatto la destinataria. La donna accusata di non saper contare è rimasta l'unica fonte del conto di quanti l'accusavano.

1,500 People take part in a Guinness World Record attempt on Sunday afternoon at 2pm. At 2pm on Sunday 20th June on Upper Mount St, Dublin 2, outside the Pepper Canister Church, at least 1,500 people
1,500 People take part in a Guinness World Record attempt on Sunday afternoon at 2pm. At 2pm on Sunday 20th June on Upper Mount St, Dublin 2, outside the Pepper Canister Church, at least 1,500 people — foto: William Murphy · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Le tre partite

Il modo più rapido per finire la discussione è giocare tutte le partite possibili invece di ragionarci sopra.

Il concorrente sceglie la porta 1. Le situazioni possibili sono tre, e sono equiprobabili, perché l'automobile è stata messa lì prima che cominciasse qualunque cosa.

L'auto è dietro la porta 1. Il conduttore apre una delle altre due, vuota. Chi cambia perde.

L'auto è dietro la porta 2. Il conduttore non può aprire la 2 — sa dov'è l'auto, e il suo mestiere è aprire una porta vuota — quindi apre la 3. Chi cambia va sulla 2 e vince.

L'auto è dietro la porta 3. Stessa cosa a specchio: il conduttore è obbligato ad aprire la 2. Chi cambia va sulla 3 e vince.

Due volte su tre cambiare vince. Non c'è altro. La sensazione che con due porte rimaste sia cinquanta e cinquanta nasce dall'idea che l'apertura abbia rimescolato le carte, ma non le ha rimescolate: ha spostato tutta la probabilità che stava sulle due porte non scelte — due terzi — sull'unica delle due rimasta chiusa.

Vos Savant provò anche a spiegarlo con il tennis. Se due giocatori sono sconosciuti, le opzioni sono due e sono davvero cinquanta e cinquanta. Ma se uno dei due ha preso la racchetta in mano ieri e l'altro ha vinto Wimbledon, le opzioni restano due e la scommessa non è più pari: perché nel frattempo hai avuto un'informazione. Il conduttore che apre una porta vuota è quell'informazione.

Se le tre porte non bastano, se ne mettono un milione. Il concorrente ne sceglie una. Il conduttore ne apre 999.998, tutte vuote, e ne lascia chiusa una sola oltre alla tua. Nessuno esita: la probabilità che l'auto sia dietro quella superstite è 999.999 su 1.000.000.

E qui si vede a che cosa serve davvero la clausola nella lettera di Whitaker. Cambiate le regole: il conduttore non sa niente e apre una porta a caso, e per pura fortuna quella porta è vuota. In quel caso — lo chiamano Monty Fall — si torna davvero a cinquanta e cinquanta. La differenza fra il problema che divise l'America e un problema banale è tutta in una subordinata di sei parole, che stava scritta nel testo fin dal primo giorno.

Quindici anni prima, e nessuno scrisse

Nel febbraio 1975 un di nome Steve Selvin imbuca una lettera a The American Statistician, una rivista letta da statistici di professione. Dentro c'è il problema delle tre porte, e c'è la risposta: conviene cambiare, due terzi contro un terzo. Non succede niente.

In agosto ne imbuca una seconda. È in quella che, per la prima volta in stampa, compare il nome con cui la cosa sarebbe diventata famosa: Monty Hall problem, dal conduttore del programma televisivo a cui la situazione somigliava. Non succede niente lo stesso. Il problema resta poco noto fino a quando non viene ripubblicato su Parade, quindici anni dopo.

Fra il 1975 e il 1990 la matematica non cambia di una virgola. Cambiano due cose sole: chi firma la risposta e dove la si legge. Su una rivista di categoria, firmata da un uomo che di mestiere fa i conti, la stessa identica affermazione non produce una lettera di protesta. Su un supplemento della domenica, firmata da una donna presentata come il quoziente d'intelligenza più alto del mondo, ne produce diecimila.

Steve Selvin è l'uomo che ha avuto ragione senza che nessuno se ne accorgesse. Non si sa che cosa abbia provato, nel 1991, a vedere il suo problema di sedici anni prima esplodere sui giornali nazionali sotto un'altra firma.

La bambina di St. Louis e il numero 228

Il cognome non è un nome d'arte, e non è nemmeno del padre: è quello della madre. Savant, in francese, vuol dire dotto. Il padre era nato a Gladbeck, in Prussia, di discendenza etnica ceca; i nonni materni venivano da Lanzo, in Italia. Una famiglia di immigrati arrivata a St. Louis, il cui cognome, in una lingua ancora diversa, significa «colto».

Nel settembre 1956 le somministrano uno . Non l'ultima versione: la Second Revision, quella del 1937, un fascicolo di diciannove anni prima, già vecchio al momento in cui glielo leggono davanti. Il risultato viene espresso in età mentale: 22 anni e 10 mesi, cioè 274 mesi. La formula in uso allora divideva l'età mentale per l'età reale e moltiplicava per cento. La sua età reale era di 120 mesi — dieci anni. Duecentosettantaquattro diviso centoventi per cento fa 228.

Quel numero attraversa poi trent'anni di cultura popolare senza che quasi nessuno guardi da dove viene. Uno che l'ha guardato è lo psicologo Andrew M. Colman, che ha fatto il conto che né lei né il Guinness avevano fatto: 228 corrisponde a 8,53 sopra la media, cioè meno di una persona su cento quadrilioni. Sulla scala moderna, il valore più difendibile per lei starebbe fra 170 e 180.

E poi c'è un terzo numero: 186, il punteggio ottenuto al Mega Test, un'altra prova con un'altra formula. Tre cifre per un solo cervello, e nessuna delle tre è sbagliata. Sono tre modi diversi di scrivere la stessa cosa, e uno solo dei tre è entrato nella leggenda.

Della bambina che fece quel test lei ha detto una frase che riguarda tutto il resto della storia: «No one really paid much attention to me, actually. As I said, mostly because I was a girl and I accepted that». Nessuno mi prestava davvero attenzione, soprattutto perché ero una bambina, e io lo accettavo.

1,500 People take part in a Guinness World Record attempt on Sunday afternoon at 2pm. At 2pm on Sunday 20th June on Upper Mount St, Dublin 2, outside the Pepper Canister Church, at least 1,500 people
1,500 People take part in a Guinness World Record attempt on Sunday afternoon at 2pm. At 2pm on Sunday 20th June on Upper Mount St, Dublin 2, outside the Pepper Canister Church, at least 1,500 people — foto: William Murphy · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il record, e chi lo ritirò

Il Mega Test lo somministra la Mega Society, un club che ammette chi si colloca oltre la soglia di una persona su un milione. Nel 1985 non è lei a candidarsi da nessuna parte: sono loro a consegnare i punteggi al Guinness dei primati. Da quell'anno esiste una categoria intitolata «Highest IQ», e lei ci compare nelle edizioni del 1986, del 1987, del 1988 e del 1989.

Poi, nel 1990, il Guinness ritira la categoria. La motivazione è una riga: «IQ tests were too unreliable to designate a single record holder». I test d'intelligenza sono troppo inaffidabili per designare un unico detentore del record.

È lo stesso anno delle tre porte.

Sul valore di quei test lei aveva già la posizione più radicale possibile: li ha definiti, senza attenuanti, inutili. Che è la cosa più curiosa di tutta la faccenda. La detentrice del record pensa che il record non misuri niente; l'ente che lo assegnava le dà ragione e chiude la classifica; e il numero 228, prodotto da un'aritmetica in disuso, sopravvive a entrambi ed è ancora oggi la prima cosa che si dice di lei.

La rubrica, del resto, è figlia diretta del record e non il contrario. Nel 1986 — un anno dopo il Guinness — Parade le dedica un profilo, i lettori cominciano a mandare domande in quantità tale che la redazione decide di farne una rubrica fissa, e nasce «Ask Marilyn». La posta creò la rubrica. Quattro anni dopo, la stessa posta le arrivò addosso a diecimila.

Nel mezzo c'era stata anche una decisione di cui le fonti danno tre versioni diverse: due anni di filosofia alla Washington University, poi via senza laurea. Per aiutare l'attività di investimento della famiglia, secondo una versione. Per cercare l'indipendenza finanziaria, secondo un'altra. Oppure, testuale, perché l'università la annoiava.

Il piede fuori dalla bocca

Robert Sachs, il professore della George Mason che le aveva raccomandato di confessare il proprio errore, dopo un po' rifà i conti. Poi le riscrive.

«After removing my foot from my mouth I'm now eating humble pie. I vowed as penance to answer all the people who wrote to castigate me. It's been an intense professional embarrassment.» Dopo essermi tolto il piede dalla bocca sto mangiando l'umile torta. Mi sono imposto come penitenza di rispondere a tutte le persone che mi avevano scritto per rimproverarmi. È stato un imbarazzo professionale intenso.

Vale la pena guardarlo bene, quel gesto, perché è la scena speculare di tutta la storia. C'era una pila di lettere sulla scrivania di lei; adesso ce n'è una sulla scrivania di lui — le lettere di quelli che gli avevano dato ragione — e lui si siede e ricomincia dalla prima busta, una per una. La parola penance, penitenza, gli era arrivata addosso dal lato sbagliato: l'aveva chiesta lui, per iscritto, a un'altra persona.

Poi c'è Seth Kalson, Ph.D. del MIT, che scrive: «You are indeed correct. My colleagues at work had a ball with this problem, and I dare say that most of them, including me at first, thought you were wrong!». Hai perfettamente ragione. I miei colleghi si sono divertiti un mondo con questo problema, e oserei dire che quasi tutti loro, incluso me all'inizio, pensavano che avessi torto.

Lei pubblica la lettera con quattro parole di commento: «Thanks, M.I.T. I needed that!». Grazie, MIT. Ne avevo bisogno.

Da quelle quattro parole è nata la versione della storia che si racconta ancora oggi, quella in cui un team del MIT verificò il problema e la scagionò. Il team non esiste, e non è mai esistito. C'era un uomo solo a una scrivania che aveva cambiato idea e aveva avuto la decenza di dirlo, e attorno a lui un ufficio pieno di colleghi che ridevano del rompicapo convinti che a sbagliarlo fosse lei. Nel passaggio da un racconto all'altro l'ufficio che rideva è sparito, l'uomo solo è diventato un'istituzione, e la sua vicenda personale è stata inghiottita dalla leggenda che aveva prodotto.

Come si sposta un'opinione: con le mani

Fra il 1990 e la fine del 1992 la questione smette di decidersi per posta e comincia a decidersi con le mani. Nelle aule si tirano fuori tre carte, tre tazze, tre bicchieri capovolti, e si gioca la partita cinquanta volte segnando i risultati; sui computer si scrivono programmini che la giocano diecimila volte in un secondo. Non è una scena sola: è una scena di massa, distribuita su due anni, in cui migliaia di persone verificano con un oggetto in mano una cosa che avevano rifiutato quando gliel'avevano scritta.

I numeri di quel ribaltamento sono i più interessanti dell'intera storia.

L'8 per cento del 1990 è l'immagine speculare del 92 per cento di lettere contrarie che vos Savant aveva contato: due misure diverse dello stesso momento che dicono la stessa cosa. Ma la parte che nessuno racconta mai è l'altra colonna. Gli accademici partirono al 35 per cento — più avanti del pubblico, ma comunque con quasi due terzi che sbagliavano — e finirono al 71. Chi aveva i titoli sbagliò in massa all'inizio e si corresse in massa alla fine. La curva è la vera storia: non «gli esperti avevano torto», ma «gli esperti hanno cambiato idea più in fretta di tutti gli altri, dopo aver fatto più rumore di tutti gli altri».

Il verdetto definitivo, comunque, l'ha emesso una macchina decenni dopo, con un programma che gioca la partita un milione di volte senza che nessuno apra nessuna porta davvero. Restando: 33,27 per cento di vittorie. Cambiando: 66,72. Margine di incertezza, 0,09 per cento. È lo spazio dentro cui il mondo reale coincide con quello che vos Savant aveva scritto in tre righe.

1,500 People take part in a Guinness World Record attempt on Sunday afternoon at 2pm. At 2pm on Sunday 20th June on Upper Mount St, Dublin 2, outside the Pepper Canister Church, at least 1,500 people
1,500 People take part in a Guinness World Record attempt on Sunday afternoon at 2pm. At 2pm on Sunday 20th June on Upper Mount St, Dublin 2, outside the Pepper Canister Church, at least 1,500 people — foto: William Murphy · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Quanto tempo ci vuole per far cambiare idea a una maggioranza (percentuale di chi concorda che convenga cambiare porta)

gamma97
dati: rilevazioni riportate da Priceonomics, 1990 e fine 1992 · elaborazione: gamma97

Che cosa resta

Parade è morto. L'ultimo numero a stampa è del 13 novembre 2022, l'ultima edizione elettronica del 31 dicembre 2023; oggi il marchio sopravvive come sito e come newsletter via email. Il fascicolo che arrivava dentro il quotidiano della domenica, quello che stava sul tavolo della colazione e che una domenica di settembre del 1990 fece litigare mille dottorati, non esiste più in nessuna forma che si possa tenere in mano.

E la pagina del 9 settembre 1990, oggi, non si legge. Parade.com risponde con un divieto d'accesso, e così le copie archiviate. Il documento più citato nella storia della probabilità popolare — tre righe di risposta a una domanda di un lettore — è in pratica irraggiungibile. Lo stesso vale, dall'altro capo della vicenda, per il fascicolo del test del 1956: non risulta pubblicato per intero da nessuna parte. I due documenti su cui poggia tutta la storia sono entrambi assenti. Uno non è mai stato reso pubblico, l'altro non lo è più.

Restano le lettere, o meglio: resta il racconto delle lettere, perché delle diecimila buste non si sa che fine abbiano fatto. E resta il numero 228, che sopravvive a tutti e tre i soggetti che lo hanno dichiarato inaffidabile — lei, il Guinness e l'aritmetica che lo aveva prodotto.

Sull'intelligenza vos Savant ha detto una cosa che si adatta con precisione fastidiosa a quello che le era successo: «People that we think are very smart are not necessarily very smart». Le persone che consideriamo molto intelligenti non lo sono necessariamente — più probabilmente sono istruite, o esperte, che è un'altra cosa.

E ha detto anche, della scuola dell'obbligo, che preferirebbe non vederla: «I would rather not see compulsory schooling». La sua obiezione era che gli studenti imparano passivamente, che gli si dice in che cosa credere invece di insegnargli a pensare. Nell'autunno del 1990 ha avuto la dimostrazione più costosa possibile della sua tesi, e le è arrivata a domicilio: quasi mille persone che avevano studiato più di lei le hanno scritto in che cosa credere, con la sicurezza di chi ripete una cosa imparata, e avevano torto tutte.

C'è un'ultima assenza, in fondo, e nessuno la nota mai. Il problema porta il nome di Monty Hall. Il conduttore che sa che cosa c'è dietro le porte, quello attorno a cui gira l'intera faccenda, in tutta questa storia non parla una volta sola: non viene interpellato, non commenta, non compare. Ha dato il nome al rompicapo più famoso della probabilità restando un ruolo, e non diventando mai una persona.

Amos Paul Kennedy, Jr. and others letterpress printing on Vandercook presses at Washington University in St. Louis during the 2011 SGCI conference
Amos Paul Kennedy, Jr. and others letterpress printing on Vandercook presses at Washington University in St. Louis during the 2011 SGCI conference — foto: Michellecornelison · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Riferimenti

  1. Newsthink (Cindy Pom), «Marilyn vos Savant, la persona con il QI più alto al mondo, e il problema di Monty Hall» — https://www.youtube.com/@Newsthink
  2. John Tierney, «Behind Monty Hall's Doors: Puzzle, Debate and Answer?», The New York Times, 21 luglio 1991 — https://www.nytimes.com/1991/07/21/us/behind-monty-hall-s-doors-puzzle-debate-an
  3. Priceonomics, sulla vicenda delle lettere e sullo spostamento del consenso fra 1990 e 1992 — https://priceonomics.com
  4. Wikipedia, voce «Marilyn vos Savant» — https://en.wikipedia.org/wiki/Marilyn_vos_Savant
  5. Wikipedia, voce «Monty Hall problem» — https://en.wikipedia.org/wiki/Monty_Hall_problem
  6. Wikipedia, voce «Steve Selvin» — https://en.wikipedia.org/wiki/Steve_Selvin
  7. Wikipedia, voce «Parade (magazine)» — ) — https://en.wikipedia.org/wiki/Parade_(magazine
  8. Gary P. Posner, raccolta delle lettere ricevute da vos Savant e della ritrattazione di Robert Sachs — https://gpposner.com
  9. Everything Everywhere, sul problema di Monty Hall e sulla lettera di Seth Kalson — https://everything-everywhere.com
  10. PsyPost, sull'analisi di Andrew M. Colman del punteggio 228 — https://www.psypost.org
  11. Encyclopedia.com, voce biografica su Marilyn vos Savant e sulla Mega Society — https://www.encyclopedia.com
  12. RiotIQ, sulla conversione dei punteggi di vos Savant fra scale diverse — https://www.riotiq.com
  13. Monty-Hall-Problem-Simulator, simulazione da un milione di partite (repository GitHub) — https://github.com