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6 settembre 2026

Il dirigibile Italia urtò il pack alle 10:33 del 25 maggio 1928, e dieci uomini restarono sul ghiaccio per 48 giorni

Un timone ghiacciato, tre minuti di preavviso e una tenda tinta con l'anilina degli altimetri: la spedizione di Umberto Nobile dal Polo Nord alla banchina del Krassin.

Alle 9:25 del 25 maggio 1928, sopra il pack a nord delle Svalbard, il timone di quota del dirigibile Italia si bloccò perché era ghiacciato. Un'ora dopo, alle 10:30, a bordo qualcuno gridò «siamo pesanti» e i motori furono fermati. Alle 10:33 la cabina colpì il ghiaccio: dieci uomini ci finirono dentro, l'involucro alleggerito risalì e se ne andò col vento portandone via altri sei, che nessuno ha mai più visto. Mezz'ora dopo i superstiti videro una colonna di fumo all'orizzonte e non seppero mai che cosa fosse. Sopravvissero 48 giorni in una tenda tinta di rosso con l'anilina destinata alle misure altimetriche, che il sole di maggio scolorì in pochi giorni mentre venti aerei la cercavano proprio per il colore. Furono trovati perché un radioamatore sovietico con un ricevitore costruito da sé, a 1.900 chilometri di distanza, sentì un segnale che la nave appoggio a 400 chilometri non sentiva. Otto dei sedici partiti per il Polo non tornarono, altri sei morirono cercandoli — fra loro Roald Amundsen — e l'uomo che aveva progettato, costruito e comandato l'aeronave fu giudicato colpevole da una commissione presieduta da un ammiraglio, riabilitato diciassette anni dopo e nel 1946 eletto all'Assemblea Costituente.

Il dirigibile Italia urtò il pack alle 10:33 del 25 maggio 1928, e dieci uomini restarono sul ghiaccio per 48 giorni

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

Velocità

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Tre minuti

Alle nove e venticinque del mattino del venticinque maggio millenovecentoventotto, il timone di quota del dirigibile Italia si blocca. Il timone di quota è quella superficie mobile in coda che fa alzare o abbassare il muso dell'aeronave, e ha un uomo tutto suo che la comanda, diverso da quello che governa la direzione. Ha preso ghiaccio, e resta fermo nella posizione che manda il muso verso il basso. L'Italia sta rientrando verso la Baia del Re con il vento contro, a poche centinaia di metri dal pack, la banchisa artica, quella crosta di ghiaccio marino che copre l'oceano e si muove alla deriva, spaccandosi e ricomponendosi, e non può salire. Per liberare il timone non basta una mano sul comando. Bisogna fermare i motori, e bisogna alleggerire, una catena di zavorra viene sganciata e cade dal cielo sul ghiaccio. Solo allora il tenente Alfredo Viglieri, l'idrografo della spedizione, riesce a smuoverlo. L'Italia riprende a volare. È la mattina del quarto giorno da quando è partita, ha già passato il Polo, ha già fatto quello per cui era venuta. Mancano un centinaio di chilometri di pazienza. Alle dieci e mezza qualcuno a bordo grida due parole, siamo pesanti. Nelle fonti non è scritto chi le disse. I motori vengono fermati. Tre minuti dopo, le dieci e trentatré, la cabina di comando colpisce il pack. E qui c'è un dettaglio che solo una fonte si è preoccupata di conservare, il Norsk Polarinstitutt, l'istituto polare norvegese, annota che alle dieci e trentatré il dirigibile colpì il ghiaccio con uno schianto. Un rumore secco. Nessuna fonte italiana lo racconta, quella norvegese sì. La cabina si sfancia e si stacca. Sul ghiaccio restano dieci uomini, il materiale che l'urto ha strappato via con loro, e una cagnolina, il fox terrier di Nobile, che si chiama Titina. L'involucro, improvvisamente alleggerito di tutto quel peso, fa quello che devono fare i palloni, risale. Se ne va col vento portando con sé altri sei uomini. Fra loro il fisico Aldo Pontremoli, che dirigeva il programma scientifico della spedizione, e Ugo Lago, il giornalista del Popolo d'Italia imbarcato per raccontare l'impresa. Nessuno li ha mai più visti. Né loro, né l'involucro. Sul ghiaccio, il motorista Vincenzo Pomella è vivo. Morirà poco dopo, di emorragia interna, è l'unico dei dieci a morire lì. Nobile, il comandante, e il capotecnico Natale Cecioni hanno una gamba rotta ciascuno. Mezz'ora dopo l'urto, i superstiti alzano gli occhi e vedono una colonna di fumo all'orizzonte. Forse è l'involucro, caduto e incendiato, l'Italia era gonfiata a idrogeno, non a elio, perché l'elio in Italia non c'era. Forse è un segnale acceso dai sei rimasti in cielo. Non c'è mai stata una spiegazione ufficiale, e non ci sarà. Poi comincia la parte lunga. Passa un paio di giorni prima che Viglieri riesca a misurare dove sono finiti, ottantuno gradi e quattordici minuti nord, venticinque gradi e venticinque minuti est, oltre ottanta chilometri dalla terra più vicina. Per due giorni interi, nove uomini vivi su una banchisa alla deriva non sanno su quale punto del pianeta stanno camminando.

Un dirigibile pagato dal suo racconto

L'Italia era una macchina lunga centocinque metri, larga quasi venti nel punto più gonfio, diciottomilacinquecento metri cubi di gas, tre motori Maybach da duecentocinquanta e duecentoquarantacinque cavalli. Era uscita dallo stabilimento di costruzioni aeronautiche di Roma nell'ottobre del millenovecentoventisette, con la matricola N quattro. I Maybach erano sei cilindri in linea, raffreddati a liquido, gli stessi motori degli zeppelin tedeschi. Motori nati per la guerra aerea tedesca, montati su un dirigibile italiano diretto al Polo Nord. Umberto Nobile l'aveva progettata, l'aveva fatta costruire e la comandava. Due anni prima, con un altro dirigibile, il Norge, aveva sorvolato il Polo insieme all'esploratore norvegese Roald Amundsen e all'americano Lincoln Ellsworth, e da quel volo era uscito un rancore con Amundsen che nessuno dei due aveva mai chiuso. Il quindici settembre millenovecentoventisei, a Palazzo Vidoni, alla presenza di Mussolini, Nobile aveva preso la tessera del Partito Nazionale Fascista. La spedizione del millenovecentoventotto era, per statuto, scientifica, una convenzione con la Reale Società Geografica firmata il sei dicembre millenovecentoventisette, l'aeronave era pronta da ottobre, e i documenti arrivarono dopo, con obiettivi oceanografici e geofisici, un programma di misure. Ma i soldi non venivano dallo Stato. Venivano da un comitato finanziatore di Milano che si rifaceva vendendo le esclusive ai giornali, il viaggio era pagato dal racconto del viaggio. È per questo che a bordo c'era un giornalista. Ugo Lago era insieme il prodotto e chi doveva fabbricarlo, sparì nel cielo con il taccuino, senza aver scritto il pezzo. Dentro la Regia Aeronautica i dirigibili erano una causa persa, e il ministro Italo Balbo era un dichiarato nemico di quelle che ormai considerava macchine obsolete. Prima della partenza, a Mussolini che gli chiedeva del progetto, Balbo avrebbe risposto, lascialo andare, tanto non potrà più tornare a darci fastidio. La frase la riferisce Nobile stesso nelle sue memorie, cioè la parte interessata, ma è troppo precisa per non essere almeno il ricordo esatto di un'ostilità vera. Da Baggio, la notte del decollo, l'Italia partì all'una e un quarto con circa diciassettemila libbre fra carburante e rifornimenti, e venti persone a bordo. Al Polo, un mese e mezzo dopo, saranno sedici. Quattro uomini scesero da qualche parte lungo la strada, Ciampino il diciannove marzo alle nove del mattino, Stolp il tre maggio alle tre e ventiquattro, Vadsø il quattro maggio alle nove e dieci, la Baia del Re il sei maggio a mezzogiorno e tre quarti, e vissero. Le fonti disponibili non dicono chi fossero né dove scesero. È il dettaglio più silenzioso di tutta la vicenda, quattro persone salvate da un cambio di programma di cui non è rimasto il verbale. Alla Baia del Re, prima del volo, ci fu una scena che uno dei sopravvissuti non ha mai smesso di ripensare. Il ghiaccio si era depositato sull'involucro e andava tolto, alcuni uomini con gli scarponi chiodati salirono sopra l'aeronave e lo staccarono a colpi di piccone. Felice Trojani, l'ingegnere che era a bordo il giorno dell'incidente, arrivò a sospettare che l'Italia fosse stata ferita lì, a terra, dai suoi stessi uomini, con attrezzi sbagliati, prima ancora di partire.

Cinquantasei minuti sopra il punto

Il primo volo era stato solo una prova, l'undici maggio, si era alzati in volo alle sette e cinquantacinque del mattino e si era tornati giù alle quattro e venti del pomeriggio, otto ore e venticinque minuti in tutto. Il secondo volo, quello dal quindici al diciotto maggio, fu invece quello vero, almeno dal punto di vista scientifico, sessantanove ore secondo alcune fonti, sessanta secondo altre, e quarantottomila chilometri quadrati di Artico esplorati, oppure, se si prefersce contare in un altro modo, tremilaottocento chilometri percorsi, che è una grandezza completamente diversa, e nessuno se n'è mai accorto. Fu da quel volo che uscirono i risultati che nessun racconto popolare ricorda, non c'erano terre emerse dove qualcuno le supponeva, l'aria era sterile, la ionizzazione era bassa, il mare aveva quelle profondità lì, i ghiacci derivavano in quel modo. Il terzo volo era il Polo. L'Italia, il dirigibile, l'equipaggio, tutta la spedizione, arrivò sulla verticale del Polo Nord a mezzanotte e ventiquattro minuti del ventiquattro maggio secondo le fonti italiane, a mezzanotte e dodici secondo quelle norvegesi, il ventiquattro maggio, venti minuti dopo la mezzanotte, secondo il Portale storico della Presidenza della Repubblica italiana. Tre orologi, tre risposte, la stessa notte. E poi non successe niente, per quasi un'ora. Il piano prevedeva di calare uomini sul ghiaccio, ma il vento non lo permise. Così l'Italia girò e rigirò sopra il punto, cinquantasei minuti di cerchi, sopra i novanta gradi di latitudine nord, con sedici persone a bordo che guardavano giù un posto dove non potevano scendere. All'una e venti si aprirono i portelli, e caddero le cose. Una bandiera italiana. Il gonfalone del comune di Milano, la città che aveva pagato il viaggio. Una grande croce di quercia che papa Pio Undicesimo aveva affidato all'equipaggio. E poi un quarto oggetto, sul quale le fonti si dividono, un medaglione della Madonna del Fuoco, dicono le fonti italiane e lo Smithsonian, una medaglia donata dai cittadini di Forlì, dice l'enciclopedia in inglese. Nessuna delle due lo dice, ma la Madonna del Fuoco è la patrona di Forlì, quasi certamente le due voci raccontano lo stesso oggetto, guardato da due lati. Tre città e un papa, buttati sul ghiaccio da un portello, all'una e venti di notte. Poi cominciò il ritorno, contro vento, e alle due e venti del venticinque maggio fu ripresa la rotta di rientro. Sette ore dopo, il timone si sarebbe bloccato.

La tenda che smette di essere rossa

Fra il materiale caduto sul ghiaccio insieme ai nove superstiti del dirigibile Italia c'erano una tenda e dei barattoli di anilina, un colorante in polvere che nelle spedizioni serviva anche a tingere il ghiaccio per farsi vedere dall'alto. L'anilina non era lì per l'emergenza, era materiale scientifico, destinato alle misurazioni di quota. Ma i naufraghi la usarono per quello che serviva davvero in quel momento, tinsero di rosso la tenda, perché si vedesse dagli aerei. Non funzionò. La luce continua e aggressiva dell'estate nordica, scrive la voce enciclopedica dedicata alla Tenda Rossa, fece svanire le delicate aniline in pochissimi giorni. Il sole artico di fine maggio non tramonta mai, batte sul telo ventiquattro ore su ventiquattro. Nel giro di pochi giorni il rosso era sparito, mentre decine di aerei sorvolavano quel tratto di banchisa cercando esattamente una macchia rossa. Fermiamoci su chi c'era, in quella tenda. Erano in nove, tutti uomini dell'equipaggio dell'Italia precipitato due giorni prima sul pack, il generale Umberto Nobile, comandante della spedizione, con una gamba rotta, e accanto a lui Cecioni, anche lui con le gambe fratturate, poi Viglieri, il radiotelegrafista Biagi, il fisico cecoslovacco František Běhounek, l'unico del gruppo che non era né italiano né scandinavo, Trojani, il meteorologo svedese Malmgren, Zappi e Mariano. Della radio si occupò Biagi. Quando l'Italia si era schiantato, era riuscito a salvare l'apparecchio di bordo, un piccolo trasmettitore che si chiamava Ondina trentatré. Montò l'antenna subito. E da quel momento, ogni giorno, un uomo seduto su una banchisa alla deriva trasmise la propria posizione, sulla frequenza di nove virgola quattro megahertz, a un mondo che non rispondeva. La nave appoggio italiana Città di Milano era a circa quattrocento chilometri. Non sentì nulla. Per giorni, dentro la tenda, gli uomini pensarono che l'apparecchio non trasmettesse, o che giù a terra li avessero già dati per morti. Poi, il tre giugno, accade qualcosa che sembra impossibile. In un villaggio remoto dell'Unione Sovietica, a mille e novecento chilometri di distanza, un giovane radioamatore di nome Nikolaj Schmidt, in alcune fonti Andrei, l'uomo che salvò otto vite e del quale non si sa con certezza nemmeno il nome di battesimo, sta ascoltando le onde corte con un ricevitore che si è costruito da solo. E sente il segnale. Il segnale che la nave a quattrocento chilometri non ha mai sentito, arriva forte in un paesesovietico dall'altra parte del mare. Come è possibile? La spiegazione è arrivata novant'anni dopo. Nel duemilasedici, no, nel duemiladiciotto, Bruno Zolesi, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha ricostruito la propagazione di quelle onde in quelle condizioni, e ha scritto una cosa precisa, le radiofrequenze usate dai naufraghi non potevano essere ricevute in tutta la regione delle Isole Svalbard. Su quella frequenza, a quella latitudine, in quelle ore, esisteva una zona d'ombra. È la ionosfera, lo strato alto dell'atmosfera, carico di particelle elettrizzate, che riflette le onde corte e le fa rimbalzare tra cielo e terra. Il segnale scavalcava chi era vicino e ricadeva a terra molto più in là. Non fu incapacità di nessuno. Fu la ionosfera. E qui c'è un dettaglio che nessuno ha mai messo accanto all'altro. Fra i risultati scientifici misurati dalla spedizione durante il suo secondo volo, quello di ricerca, quello che stava andando bene, c'era la bassa ionizzazione dell'aria artica. Quegli uomini avevano misurato, con i loro strumenti, la materia stessa che poche settimane dopo li avrebbe resi inudibili.

Il salvatore che diventa naufrago

Da quel tre di giugno la storia smette di essere solo italiana e diventa una corsa di mezzo mondo. Si ripete da un secolo una cifra fatta su misura, sei nazioni, diciotto navi, ventun aerei, millecinquecento uomini mobilitati per cercare i superstiti dell'Italia. Ma fateci caso, la stessa fonte che dà queste cifre, in un altro punto, scrive ventitré aerei, venti navi e sette paesi. E l'enciclopedia inglese ne elenca nove, di paesi. Non esiste un registro, non esiste un documento ufficiale che abbia mai contato navi e aerei uno per uno. È una somma nata nei ricordi di qualcuno e copiata da tutti per cent'anni. L'unica cosa che si può dire con certezza è questa, molte navi, molti aerei, moltissimi uomini. Fra quei nomi c'erano i rompighiaccio sovietici Krassin, Malygin e Sedov, la nave italiana Città di Milano, le baleniere norvegesi Hobby e Braganza. Ma torniamo sul ghiaccio, perché mentre il mondo si organizzava, nella tenda rossa qualcuno aveva già deciso di non aspettare più. È il trenta maggio, ancora prima che qualcuno al mondo sentisse il loro richiamo alla radio, Finn Malmgren, il meteorologo svedese della spedizione, insieme a due italiani, Adalberto Mariano e Filippo Zappi, parte a piedi verso la terraferma. Sotto i loro passi c'è il pack, la banchisa, che deriva, e deriva nella direzione opposta a quella in cui camminano. Vanno avanti per settimane, verso una costa che si allontana. Fra il quindici e il sedici giugno Malmgren, sfinito, chiede ai due compagni di lasciarlo lì. E qui la storia diventa buio, che cosa accadde davvero dopo non è stato mai stabilito. Il corpo di Malmgren non è stato mai ritrovato. Gli altri, intanto, aspettano sotto la tenda. E finalmente, il diciannove o il venti giugno, qualcuno li vede. È Umberto Maddalena, un pilota militare italiano, ai comandi di un Savoia-Marchetti S. cinquantacinque, un grande idrovolante a doppio scafo. Vola basso sulla banchisa, individua la tenda. La vede, e non può scendere. Il ghiaccio, quel giorno, non reggerebbe il suo aereo. Passare sopra ai nove uomini e non potersi fermare. A posarsi riesce uno svedese, Einar Lundborg, pilota militare, con un piccolo aereo Fokker. Ma il Fokker è monoposto, c'è un posto solo, e a terra sono nove. Lundborg scende, carica un uomo, il generale Nobile, il capo della spedizione, e lo porta via in salvo. Era il ventidue o il ventitré giugno, a seconda di quale fonte si crede. Poi torna indietro, perché il più urgente da prendere è Cecioni, l'ingegnere con la gamba rotta. E in atterraggio il Fokker si ribalta sul ghiaccio. Da quel momento Einar Lundborg, il salvatore, è il decimo naufrago, bloccato sul pack, insieme agli uomini che era venuto a salvare, ad aspettare che qualcuno venga a salvare lui. Cecioni resterà lì con la gamba rotta ancora tre settimane. E c'è di peggio. Parte per cercarli anche Roald Amundsen, sì, quel Amundsen, il norvegese che per primo al mondo aveva raggiunto il Polo Sud. L'uomo che con Nobile non si parlava più da anni parte lo stesso, a cercare il suo rivale. Decolla da Tromsø, nel nord della Norvegia, il diciotto giugno, con un idrovolante francese, il Latham quarantasette. Con lui volano cinque uomini, il francese René Guilbaud, pilota e comandante del velivolo, il norvegese Leif Dietrichson, e poi Albert Cavelier de Cuverville, Gilbert Brazy, Émile Valette. Tre ore dopo il decollo, l'equipaggio comunica via radio che tutto procede bene. Subito dopo, silenzio. Non una parola, mai più. Dell'uomo che aveva conquistato il Polo Sud non si sa altro. Un galleggiante del Latham, strappato, verrà ritrovato alla deriva al largo di Tromsø, il tredici agosto secondo alcune fonti, il trentuno agosto secondo altre. Del resto dell'aereo, e dei sei uomini a bordo, nulla. Mai. Fate il conto, adesso, sei uomini che non erano mai saliti sull'Italia sono morti perché l'Italia era caduta. Il dodici luglio arriva finalmente il rompighiaccio sovietico Krassin, quello rosso, il più potente del mondo. Raccoglie prima Zappi e Mariano, i due che avevano camminato per settimane, fermi su una lastra di ghiaccio staccatasi dal resto. Poi prende a bordo i cinque rimasti alla tenda. Erano passati quarantotto giorni dall'urto. E l'ultimo dettaglio, quello che dice tutto, entro l'ottobre dello stesso anno, il salvataggio era già diventato un film. Si intitolava Gesta eroica fra i ghiacci, un film muto montato con le tecniche della scuola sovietica. Il rompighiaccio rosso che salva gli italiani era una storia troppo bella per aspettare.

La frase che nessuno ha trovato

Nobile tornò in Italia e trovò ad aspettarlo un processo. Chi lo doveva giudicare era una commissione d'inchiesta presieduta dall'ammiraglio Umberto Cagni. Cagni era un marinaio, e per giunta un veterano dei ghiacci, aveva navigato con la spedizione del Duca degli Abruzzi. Un uomo di mare, chiamato a giudicare un aeronauta. Il quattro marzo del millenovecentoventinove le conclusioni divennero pubbliche, e furono sfavorevoli. La formula che ancora oggi tutti ripetono è questa, la responsabilità precisa del disastro ricade sul comandante del dirigibile Italia per una manovra errata, il generale Nobile ha dimostrato limitate qualità tecniche di pilota e una negativa capacità di comando. È una frase spietata, definitiva, e circola ovunque. C'è un problema, però. La relazione integrale della commissione, quella pubblicata sulla Rivista Marittima nel millenovecentotrenta, oggi non si trova fra le fonti consultabili. L'Enciclopedia italiana si limita a dire che le risultanze furono sfavorevoli. E la formula lapidaria compare, appunto, nei siti divulgativi. La frase che ha demolito la reputazione di un uomo per sedici anni potrebbe essere una citazione esatta, o potrebbe essere una leggenda ben scritta. Per stabilirlo servirebbe un fascicolo che nessuno ha in mano. E c'era anche una perizia tecnica, firmata da Gaetano Arturo Crocco, uno dei padri dell'aeronautica italiana. Finì dentro gli atti e sparì dentro gli atti. Fu lo stesso Crocco a pubblicarla, nel millenovecentoquarantacinque, sulla Rivista Aeronautica, con un titolo che è tutto un rivendicare, La mia perizia. Sedici anni di ritardo. Sul merito, cioè sul perché l'Italia cadde, un secolo di spiegazioni non ha prodotto una risposta che escluda le altre. Hugo Eckener, il più grande costruttore di zeppelin vivente, dava la colpa a una scelta di quota. Trojani, che era a bordo quando il dirigibile si spezzò, esaminò undici cause possibili e non ne scelse nessuna, undici ipotesi, e la conclusione che non si può concludere. Un articolo sulla rivista Polar Research, nel duemiladiciannove, ha indicato la mancanza di un vicecomandante, e ha calcolato con una simulazione circadiana l'effetto delle settantadue ore di veglia di Nobile. Ma attenzione, quelle settantadue ore sono un dato riferito da Nobile stesso nelle proprie memorie. La difesa più moderna del comandante poggia sulla parola dell'imputato. E l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, nel duemila diciotto, ha assolto tutti almeno sulla radio. Poi c'era l'accusa di principio, quella che non ha bisogno di prove tecniche, un comandante è l'ultimo ad abbandonare il mezzo, e Nobile fu il primo a lasciare il ghiaccio. Solo che la tenda non era il mezzo. Il mezzo se n'era volato via con sei uomini dentro trenta giorni prima. E sopra quella banchisa non c'era una nave da abbandonare, c'era un uomo con una gamba rotta, l'unico al mondo a conoscere la posizione, lo stato e le possibilità di ogni superstite, un uomo che fuori di lì poteva coordinare i soccorsi. La stessa competenza che l'aveva reso indispensabile là sotto lo rendeva indispensabile fuori. Fu condannato esattamente per essere uscito. Girò anche una spiegazione più cinica, che le assicurazioni non volessero rischiare la somma per cui il generale era assicurato. Ma è una voce, e non risulta un documento che la sostenga. E Zappi e Mariano, due dei sopravvissuti che erano partiti a piedi dalla tenda, ebbero un processo peggiore, e non in tribunale. La stampa tedesca insinuò il cannibalismo, si disse che avessero spogliato Malmgren mentre era ancora vivo, il compagno che era morto durante la marcia. Le accuse girarono sui giornali di tre paesi e finirono in ogni ricostruzione successiva. Delle deposizioni che i due resero davanti alla commissione, e che direbbero che cosa dichiararono davvero, non è stata reperita traccia. Di tutta la faccenda rimane questo, la sproporzione fra la violenza dell'accusa e il vuoto assoluto della prova.

Diciassette anni di stipendio

Nel millenovecentoquarantacinque l'Aeronautica militare riaprì il fascicolo di Umberto Nobile, il generale che aveva comandato il dirigibile Italia e ne era uscito processato. Non si limitò a scagionarlo, lo promosse tenente generale e gli riconobbe tutti gli arretrati dello stipendio, a partire dal millenovecentoventotto. Diciassette anni di paga, versati in un colpo solo a un uomo che nel frattempo era andato a insegnare all'estero, lontano dal Paese che lo aveva condannato. Non esiste modo più burocratico, e allo stesso tempo più eloquente, con cui uno Stato può dire, avevamo torto, e sappiamo esattamente da quando. L'anno dopo, nel millenovecentoquarantasei, Nobile si candidò all'Costituente, cioè l'Assemblea eletta il due giugno millenovecentoquarantasei con il compito di scrivere la Costituzione della Repubblica italiana. Si presentò da indipendente, nelle liste del Partito Comunista. Fu eletto con trentatremilatrecentosettantatré preferenze, nel Lazio, il secondo più votato di tutti, dietro soltanto a Palmiro Togliatti, il segretario di quel partito. Vent'anni prima, quello stesso uomo aveva preso la tessera del partito fascista a Palazzo Vidoni, con Benito Mussolini che guardava. E il ministro che lo aveva lasciato partire per il Polo aveva fatto un calcolo preciso, tanto, se va male, non tornerà più a dare fastidio a nessuno. Aveva sbagliato su tutta la linea. Nobile tornò dal pack di ghiaccio. Tornò dal processo che lo aveva spogliato di ogni grado. E tornò perfino nell'aula dove si stava scrivendo, riga per riga, la Costituzione della nuova Repubblica. Restano però due cose che nessuna di queste riparazioni tardive ha mai davvero rischiarato. Sono le due più grandi di tutta questa storia. La prima sono i sei uomini che il pallone d'idrogeno dell'Italia si portò via nel cielo, il venticinque maggio millenovecentoventotto, alle dieci e trentatré. Si chiamavano Alessandrini, Arduino, Ciocca, Caratti. Con loro c'erano Aldo Pontremoli, il fisico che portava a bordo la spedizione scientifica vera e propria, e Ugo Lago, il giornalista imbarcato per raccontare un'impresa che le cronache stesse avevano pagato. In ogni ricostruzione che esiste, questi sei restano un elenco, di ciascuno si conosce la mansione, non la faccia. Portati via da un pallone che saliva senza più controllo, e mai più visti. Con Pontremoli sparì anche tutto il suo lavoro. La seconda cosa in ombra è che la spedizione, quella scientifica, riuscì. Il secondo volo dell'Italia, quello che nessuno racconta, misurò quarantottomila chilometri quadrati di Artico e portò a casa risultati veri, dove non c'erano terre, quanto era profondo il mare sotto il ghiaccio, come derivavano i banchi di pack, quanto poco era ionizzata quell'aria. La convenzione firmata con la Reale Società Geografica fu onorata fino in fondo. La scienza aveva funzionato. È la memoria, poi, ad aver scelto il naufragio, e ha fatto la scelta più comprensibile del mondo, perché fra una tabella di sondaggi del mare e nove uomini stretti in una tenda scolorita che parlano a un ragazzo sovietico a milleottocento chilometri di distanza, non c'era partita. Eppure la banchisa dell'ottantunesimo parallelo, quella mattina, aveva sopra di sé tutte e due le cose insieme. Un'impresa scientifica riuscita, e sette persone morte per portarla a termine. Nessuno dei due fatti cancella l'altro. E chi ha deciso di ricordarne uno solo ha semplificato questa storia più di quanto la commissione d'inchiesta abbia mai semplificato Umberto Nobile.

Tre minuti

Alle 9 e 25 del mattino del 25 maggio 1928 il del dirigibile Italia si blocca. Ha preso ghiaccio, e resta fermo nella posizione che manda il muso verso il basso. L'aeronave sta rientrando verso la Baia del Re con il vento contro, a poche centinaia di metri dal , e non può salire.

Per liberarlo non basta una mano sul comando. Bisogna fermare i motori, e bisogna alleggerire: una catena di zavorra viene sganciata e cade dal cielo sul ghiaccio. Solo allora il tenente Alfredo Viglieri, idrografo, riesce a smuovere il timone.

L'Italia riprende a volare. È la mattina del quarto giorno da quando è partita, ha già passato il Polo, ha già fatto quello per cui era venuta. Mancano un centinaio di chilometri di pazienza.

Alle 10 e 30 qualcuno a bordo grida due parole: «siamo pesanti». Nelle fonti non è scritto chi le disse. I motori vengono fermati.

Tre minuti dopo, alle 10:33, la cabina di comando colpisce il pack. Klokken 10:33 traff det isen med et brak — alle 10:33 colpì il ghiaccio con uno schianto: è il Norsk Polarinstitutt, ed è l'unica fonte che si preoccupi di dire che rumore fece.

La cabina si sfascia e si stacca. Dentro e attorno restano dieci uomini, il materiale che l'urto ha strappato via con loro, e il fox terrier di Nobile, Titina. L'involucro, improvvisamente alleggerito di tutto quel peso, fa quello che devono fare i palloni: risale. Se ne va col vento portando via altri sei uomini, fra cui il fisico Aldo Pontremoli, che dirigeva il programma scientifico della spedizione, e Ugo Lago, giornalista del «Popolo d'Italia». Nessuno li ha mai più visti, né loro né l'involucro.

Sul ghiaccio, il motorista Vincenzo Pomella è vivo. Morirà poco dopo di emorragia interna, ed è l'unico dei dieci a morire lì. Nobile e il capotecnico Natale Cecioni hanno una gamba rotta ciascuno.

Mezz'ora dopo l'urto, i superstiti alzano gli occhi e vedono una colonna di fumo all'orizzonte. Forse è l'involucro caduto e incendiato — l'Italia era gonfiata a idrogeno, non a elio, perché l'elio in Italia non c'era. Forse è un segnale acceso dai sei. Non c'è mai stata una spiegazione ufficiale, e non ci sarà.

Poi comincia la parte lunga. Passa un paio di giorni prima che Viglieri riesca a misurare dove sono finiti: 81°14′ nord, 25°25′ est, oltre ottanta chilometri dalla terra più vicina. Per due giorni, nove uomini vivi su una banchisa alla deriva non sanno su quale punto del pianeta stanno camminando.

Un dirigibile pagato dal racconto del dirigibile

L'Italia era una macchina di 105 metri per 19,4 di diametro, 18.500 metri cubi di gas, tre motori Maybach Mb.IVa da 250 e 245 cavalli. Matricola N-4, uscita dallo Stabilimento di costruzioni aeronautiche di Roma nell'ottobre 1927. I Maybach erano sei cilindri in linea raffreddati a liquido: gli stessi motori degli zeppelin tedeschi della serie LZ 105-LZ 114. Motori nati per la guerra aerea tedesca, montati su un dirigibile italiano diretto al Polo Nord.

Umberto Nobile l'aveva progettata, l'aveva fatta costruire e la comandava. Due anni prima, con il Norge, aveva sorvolato il Polo insieme a Roald Amundsen e a Lincoln Ellsworth, e da quel volo era uscito un rancore con Amundsen che nessuno dei due aveva mai chiuso. Il 15 settembre 1926, a Palazzo Vidoni, alla presenza di Mussolini, Nobile aveva preso la tessera del Partito Nazionale Fascista.

La spedizione del 1928 era, per statuto, scientifica: una convenzione con la Reale Società Geografica firmata il 6 dicembre 1927 — l'aeronave era pronta da ottobre, e i documenti arrivarono dopo — obiettivi oceanografici e geofisici, un programma di misure. Ma i soldi non venivano dallo Stato. Venivano da un Comitato finanziatore di Milano che si rifaceva vendendo le esclusive giornalistiche: il viaggio era pagato dal racconto del viaggio. È per questo che a bordo c'era un giornalista. Ugo Lago era insieme il prodotto e chi doveva fabbricarlo; sparì nel cielo con il taccuino, senza aver scritto il pezzo.

Dentro la Regia Aeronautica i dirigibili erano una causa persa e il ministro Italo Balbo era, scrive la voce enciclopedica su Nobile, «un dichiarato nemico degli ormai obsoleti dirigibili». Prima della partenza, a Mussolini che gli chiedeva del progetto, Balbo avrebbe risposto: lascialo andare, tanto non potrà più tornare a darci fastidio. La frase la riferisce Nobile stesso nelle sue memorie, cioè la parte interessata; ma è troppo precisa per non essere almeno il ricordo esatto di un'ostilità vera.

Da Baggio, la notte del decollo, l'Italia partì all'1:15 con circa 17.000 libbre fra carburante e rifornimenti e venti persone a bordo. Al Polo, un mese e mezzo dopo, saranno sedici. Quattro uomini scesero da qualche parte lungo la strada — Ciampino il 19 marzo alle 9:00, Stolp il 3 maggio alle 3:24, Vadsø il 4 maggio alle 9:10, la Baia del Re il 6 maggio alle 12:45 — e vissero. Le fonti disponibili non dicono chi fossero né dove scesero. È il dettaglio più silenzioso di tutta la vicenda: quattro persone salvate da un cambio di programma di cui non è rimasto il verbale.

Alla Baia del Re, prima del volo, ci fu una scena che uno dei sopravvissuti non ha mai smesso di ripensare. Il ghiaccio si era depositato sull'involucro e andava tolto: alcuni uomini con gli scarponi chiodati salirono sopra l'aeronave e lo staccarono a colpi di piccone. Felice Trojani, che era a bordo il 25 maggio, arrivò a sospettare che l'Italia fosse stata ferita lì, a terra, dai suoi stessi uomini, con attrezzi sbagliati, prima ancora di partire.

Operatore dei N.A.P.S durante un'operazione di rastrellamento in Aspromonte
Operatore dei N.A.P.S durante un'operazione di rastrellamento in Aspromonte — foto: Rosaci Roberto · CC BY 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Cinquantasei minuti sopra il punto

Il primo volo era stato una prova: 11 maggio, dalle 7:55 alle 16:20, otto ore e venticinque. Il secondo, dal 15 al 18 maggio, fu quello vero dal punto di vista scientifico: sessantanove ore secondo alcune fonti, sessanta secondo altre, 48.000 chilometri quadrati di Artico esplorati — o 3.800 chilometri percorsi, che è una grandezza diversa e nessuno se n'è accorto. Da quel volo uscirono i risultati che nessun racconto popolare ricorda: non c'erano terre emerse dove qualcuno le supponeva, l'aria era sterile, la ionizzazione era bassa, il mare aveva quelle profondità, i ghiacci derivavano in quel modo.

Il terzo volo era il Polo.

L'Italia arrivò sulla verticale del Polo Nord alle 0:24 del 24 maggio secondo le fonti italiane; alle 00:12 secondo quelle norvegesi; «il 24 maggio dopo venti minuti dalla mezzanotte» secondo il Portale storico della Presidenza della Repubblica. Tre orologi, tre risposte, la stessa notte.

Poi non successe niente per quasi un'ora. Il piano prevedeva di calare uomini sul ghiaccio, e il vento non lo permise. Così l'Italia girò sopra il punto: cinquantasei minuti di cerchi su novanta gradi di latitudine nord, con sedici persone che guardavano giù un posto dove non potevano scendere.

All'1:20 si aprirono i portelli e caddero le cose. Una bandiera italiana. Il gonfalone del comune di Milano — la città che aveva pagato. Una grande croce di quercia affidata all'equipaggio da papa Pio XI. E un quarto oggetto, sul quale le fonti si dividono: un medaglione della Madonna del Fuoco per le fonti italiane e per lo Smithsonian, una medaglia donata dai cittadini di Forlì per Wikipedia in inglese. Nessuna delle due lo dice, ma la Madonna del Fuoco è la patrona di Forlì: quasi certamente le due voci raccontano lo stesso oggetto da due lati.

Tre città e un papa, buttati sul ghiaccio da un portello alle una e venti di notte.

Poi cominciò il ritorno, contro vento, e alle 2:20 del 25 maggio la rotta di rientro fu ripresa. Sette ore dopo il timone si sarebbe bloccato.

La tenda che smette di essere rossa

Fra il materiale finito sul pack con gli uomini c'era una tenda e c'era dell'anilina. L' non era lì per emergenza: era destinata alle misurazioni altimetriche. Uno strumento scientifico. La usarono per tingere di rosso la tenda, così che si vedesse dall'alto.

Non funzionò come speravano. «La luce continua e aggressiva dell'estate nordica fece svanire le delicate aniline in pochissimi giorni», scrive la voce enciclopedica dedicata alla Tenda Rossa. Il sole artico di fine maggio non tramonta mai: batte sul telo ventiquattro ore su ventiquattro. Nel giro di pochi giorni il rosso era andato — mentre decine di aerei sorvolavano quel settore di banchisa cercando esattamente una macchia rossa.

Nella tenda erano in nove: Nobile e Cecioni con le gambe rotte, Viglieri, il radiotelegrafista Biagi, il fisico cecoslovacco František Běhounek — l'unico non italiano e non scandinavo del gruppo —, Trojani, il meteorologo Malmgren, Zappi e Mariano.

Biagi aveva salvato l'apparecchio radio: si chiamava Ondina 33, era piccolo, e lui montò l'antenna subito. Da quel momento, ogni giorno, un uomo seduto su una banchisa alla deriva trasmise su 9,4 megahertz la propria posizione a un mondo che non rispondeva.

La nave appoggio Città di Milano era a circa quattrocento chilometri. Non sentì nulla. Per giorni gli uomini della tenda pensarono che l'apparecchio non trasmettesse, o che li avessero dati per morti.

Il 3 giugno, in un villaggio remoto dell'Unione Sovietica, un giovane radioamatore di nome Nikolaj Schmidt — in alcune fonti Andrei; l'uomo che salvò otto vite e di cui non si sa con certezza il nome di battesimo — stava ascoltando le onde corte con un ricevitore che si era costruito da solo. A 1.900 chilometri di distanza sentì il segnale che la nave a quattrocento non sentiva.

La spiegazione è arrivata novant'anni dopo. Nel 2018 Bruno Zolesi, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha ricostruito la propagazione di quelle onde in quelle condizioni: «le radiofrequenze usate dai naufraghi non potevano essere ricevute in tutta la regione delle Isole Svalbard». Su quella frequenza, a quella latitudine, in quelle ore, esisteva una zona d'ombra: il segnale scavalcava chi era vicino e ricadeva a terra molto più lontano. Non fu incapacità di nessuno. Fu la .

C'è un particolare che nessuno ha mai messo accanto all'altro. Fra i risultati misurati dalla spedizione durante il secondo volo, quello scientifico, c'era la bassa ionizzazione dell'aria artica. Avevano misurato, con i loro strumenti, la materia stessa che poche settimane dopo li avrebbe resi inudibili.

Chi sentiva la tenda rossa: la nave a 400 km non riceveva, il radioamatore a 1.900 km sì

gamma97
dati: INGVambiente e Ansa (22/05/2018); Club D-Star Zona 8 · elaborazione: gamma97
Un'operazione di salvataggio durante l'alluvione in Emilia Romagna del 2023
Un'operazione di salvataggio durante l'alluvione in Emilia Romagna del 2023 — foto: Gabriele Dibiase · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il salvatore che diventa naufrago

Da quel 3 giugno la vicenda smette di essere italiana. Si mossero — dice la cifra che si ripete da un secolo — sei nazioni, diciotto navi, ventun aerei, millecinquecento uomini. La cifra è identica in TASS e nelle riviste aeronautiche; ma la stessa fonte, altrove, scrive ventitré aerei, venti navi e sette paesi, e l'enciclopedia inglese elenca nove paesi. Non esiste un registro navale, non esiste un atto di governo che li conti. È una somma memorialistica che si autoreplica da cent'anni, e va presa per quello che è: molte navi, molti aerei, moltissimi uomini.

Fra le navi c'erano le sovietiche Krassin, Malygin e Sedov, l'italiana Città di Milano, le norvegesi Hobby e Braganza.

Il 30 maggio, prima ancora che Schmidt li sentisse, tre uomini della tenda avevano deciso di non aspettare: Malmgren, Zappi e Mariano partirono a piedi verso la terra, sopra un pack che derivava sotto i loro passi nella direzione sbagliata. Fra il 15 e il 16 giugno Malmgren, sfinito, chiese ai due compagni di essere lasciato indietro. Che cosa accadde dopo non è stato mai stabilito. Il corpo non è stato ritrovato.

Il 19 o 20 giugno Umberto Maddalena, ai comandi di un Savoia-Marchetti S.55 — un idrovolante a doppio scafo —, avvistò per primo la tenda dall'alto. La vide e non poté posarsi.

A posarsi ci riuscì lo svedese Einar Lundborg, con un Fokker. Il Fokker era monoposto: un posto solo, e a terra nove uomini che aspettavano. Portò via Nobile — il 22 o il 23 giugno, a seconda della fonte. Tornò indietro per prendere Cecioni, quello con la gamba rotta, e in atterraggio si ribaltò. Da quel momento Einar Lundborg fu il decimo naufrago: bloccato sul ghiaccio, insieme a quelli che era venuto a prendere, in attesa che qualcuno venisse a salvare anche lui. Cecioni restò lì altre tre settimane con la gamba rotta.

Intanto ne era partito a cercarli anche Roald Amundsen, che con Nobile non si parlava. Decollò da Tromsø il 18 giugno con l'idrovolante francese Latham 47. A bordo, con lui, cinque uomini: René Guilbaud, Leif Dietrichson, Albert Cavelier de Cuverville, Gilbert Brazy, Émile Valette. Tre ore dopo il decollo l'equipaggio comunicò via radio che tutto procedeva bene. Subito dopo, silenzio. È l'ultima cosa che si sa dell'uomo che aveva raggiunto per primo il Polo Sud. Il galleggiante di sinistra del Latham, strappato, fu ritrovato al largo del Troms: il 31 agosto secondo alcune fonti, il 13 agosto secondo altre. Del resto, e di loro, nulla.

Sei uomini che non erano mai saliti sull'Italia morirono perché l'Italia era caduta.

Il 12 luglio il rompighiaccio sovietico Krassin arrivò. Raccolse prima Zappi e Mariano, che erano su una lastra staccata, poi i cinque rimasti nella tenda. Erano passati 48 giorni dall'urto.

Entro l'ottobre di quello stesso anno il salvataggio era già un film: Heroic Deed Among the Ice, muto, montato con le tecniche della scuola sovietica. Il rompighiaccio rosso che salva gli italiani era troppo bello per aspettare.

I 48 giorni: nove giorni di silenzio, poi quaranta di soccorsi

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dati: Wikipedia IT «Italia (dirigibile)»; Polarhistorie; INGV/Ansa 2018 · elaborazione: gamma97

La frase che nessuno ha trovato

Nobile tornò in Italia e trovò un processo.

La commissione d'inchiesta era presieduta dall'ammiraglio Umberto Cagni: un marinaio, e per giunta un veterano polare, avendo partecipato alla spedizione del Duca degli Abruzzi. Un uomo di mare a giudicare un aeronauta. Il 4 marzo 1929 le conclusioni furono rese pubbliche, e furono sfavorevoli.

La formula che tutti ripetono è questa: la responsabilità precisa del disastro ricade sul comandante del dirigibile Italia per una manovra errata; il generale Nobile ha dimostrato limitate qualità tecniche di pilota e una negativa capacità di comando. È una frase spietata e definitiva, e circola ovunque. Solo che la relazione integrale della commissione, pubblicata sulla Rivista Marittima nel 1930, non risulta reperibile fra le fonti oggi consultabili; l'Enciclopedia italiana si limita a dire che le risultanze furono «sfavorevoli»; e la formula lapidaria compare in siti divulgativi. La frase che ha demolito la reputazione di un uomo per sedici anni potrebbe essere una citazione esatta o potrebbe essere una leggenda ben scritta, e per stabilirlo servirebbe un fascicolo che nessuno ha in mano.

C'era anche una perizia tecnica, firmata da Gaetano Arturo Crocco, uno dei padri dell'aeronautica italiana. Fu inserita negli atti e sparì dentro gli atti. Crocco la pubblicò lui stesso nel 1945, sulla Rivista Aeronautica, con un titolo che è tutto un rivendicare: La mia perizia. Sedici anni di ritardo.

Nel merito — perché l'Italia cadde — un secolo di spiegazioni non ha prodotto una risposta che escluda le altre. Hugo Eckener, il più grande costruttore di zeppelin vivente, dava la colpa a una scelta di quota. Trojani, che era a bordo, esaminò undici cause possibili e non ne scelse nessuna: undici ipotesi, e la conclusione che non si può concludere. Un articolo su Polar Research nel 2019 ha indicato la mancanza di un vicecomandante, e ha calcolato con una simulazione circadiana l'effetto delle settantadue ore di veglia di Nobile — settantadue ore che però sono un dato riferito da Nobile stesso nelle proprie memorie: la difesa più moderna del comandante poggia sulla parola dell'imputato. E l'INGV, nel 2018, ha assolto tutti almeno sulla radio.

Poi c'era l'accusa di principio, quella che non ha bisogno di prove tecniche: un comandante è l'ultimo ad abbandonare il mezzo, e Nobile fu il primo a lasciare il ghiaccio. Ma la tenda non era il mezzo. Il mezzo se n'era volato via con sei uomini dentro trenta giorni prima, e sopra quella banchisa non c'era una nave da abbandonare: c'era un uomo con una gamba rotta che era l'unico al mondo a conoscere la posizione, lo stato e le possibilità di ogni superstite, e che fuori di lì poteva coordinare i soccorsi. La stessa competenza che l'aveva reso indispensabile a bordo lo rendeva indispensabile fuori. Fu condannato esattamente per essere uscito. Corse anche una spiegazione più cinica — che le assicurazioni non volessero rischiare la somma per cui il generale era assicurato — ma è una voce, e non risulta un documento che la sostenga.

Zappi e Mariano ebbero un processo peggiore, e non in tribunale. La stampa tedesca insinuò il cannibalismo; si disse che avessero spogliato Malmgren mentre era ancora vivo. Le accuse girarono sui giornali di tre paesi e finirono in ogni ricostruzione successiva. Delle deposizioni che i due resero davanti alla commissione, e che direbbero che cosa dichiararono davvero, non è stata reperita traccia. Rimane, di tutta la faccenda, la sproporzione fra la violenza dell'accusa e il vuoto assoluto della prova.

Operazione di carico un pallet aereo di Ventana Serra, società del Gruppo Arcese
Operazione di carico un pallet aereo di Ventana Serra, società del Gruppo Arcese — foto: Willbecreative · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Diciassette anni di stipendio, e 33.373 preferenze

Nel 1945 l'Aeronautica militare riaprì la pratica di Umberto Nobile. Non si limitò a scagionarlo: lo promosse tenente generale e gli riconobbe gli arretrati a partire dal 1928. Diciassette anni di stipendio pagati a posteriori a un uomo che nel frattempo era andato a insegnare all'estero. È il modo più burocratico e più eloquente che uno Stato abbia di dire: avevamo torto, e sappiamo esattamente da quando.

Nel 1946 Nobile si candidò all' come indipendente nelle liste del Partito Comunista. Fu eletto con 33.373 preferenze: nel Lazio, il secondo più votato dopo Palmiro Togliatti.

Vent'anni prima aveva preso la tessera fascista a Palazzo Vidoni con Mussolini che guardava. Il ministro che lo aveva lasciato partire perché tanto non sarebbe tornato a dare fastidio aveva calcolato male su tutta la linea: Nobile tornò dal pack, tornò dalla condanna, e tornò perfino nell'aula che stava scrivendo la Costituzione.

Restano due cose in ombra, e sono le più grandi.

La prima sono i sei. Alessandrini, Arduino, Ciocca, Caratti e gli altri — Pontremoli, che era lo scienziato di una spedizione scientifica, Lago, che era il cronista di un'impresa pagata dalle cronache — in ogni ricostruzione esistente sono un elenco. Sei uomini di cui si conosce la mansione e non la faccia, portati via da un pallone di idrogeno il 25 maggio 1928 alle 10:33 e mai più visti. Con Pontremoli sparì anche il suo lavoro.

La seconda è che la spedizione riuscì. Il secondo volo, quello che nessuno racconta, misurò 48.000 chilometri quadrati di Artico e portò a casa risultati veri: dove non c'erano terre, quanto era profondo il mare, come derivavano i ghiacci, quanto poco era ionizzata quell'aria. La convenzione con la Reale Società Geografica fu onorata. La scienza funzionò. È la memoria che ha scelto il naufragio, e ha fatto la scelta più comprensibile del mondo: fra una tabella di sondaggi batimetrici e nove uomini dentro una tenda scolorita che parlano a un ragazzo sovietico a milleottocento chilometri, non c'era partita.

Però la banchisa dell'81° parallelo, quella mattina, aveva sopra di sé tutte e due le cose insieme. Un'impresa scientifica riuscita, e sette persone morte per portarla a termine. Nessuno dei due fatti cancella l'altro, e chi ha deciso di ricordarne uno solo ha semplificato la storia più di quanto la commissione Cagni abbia mai semplificato Umberto Nobile.

Istituto Nazionale dei Ciechi
Istituto Nazionale dei Ciechi — foto: Francesco Bini · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Riferimenti

  1. Italia (dirigibile) — Wikipedia in italiano — ) — https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_(dirigibile
  2. Umberto Nobile — Wikipedia in italiano — https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Nobile
  3. Umberto Nobile — Wikipedia in inglese — https://en.wikipedia.org/wiki/Umberto_Nobile
  4. Maybach Mb.IVa — Wikipedia in inglese — https://en.wikipedia.org/wiki/Maybach_Mb.IVa
  5. Polarhistorie, Norsk Polarinstitutt — la ricostruzione norvegese dell'urto e della posizione misurata — polarhistorie.no —
  6. «Nobile, Umberto» — Enciclopedia e Dizionario Biografico, Treccani (commissione Cagni, perizia Crocco, esito «sfavorevole») — treccani.it —
  7. Smithsonian Magazine — la spedizione del 1928 e il lancio degli oggetti sul Polo all'01:20 — smithsonianmag.com —
  8. Portale storico della Presidenza della Repubblica — «il 24 maggio dopo venti minuti dalla mezzanotte»; il volo di Umberto Maddalena — archivio.quirinale.it —
  9. Ansa, 22 maggio 2018 — Bruno Zolesi (INGV) sulla zona d'ombra ionosferica — ansa.it —
  10. INGVambiente, blog dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia — la propagazione dei 9,4 MHz e i 1.900 km di Schmidt — ingvambiente.com —
  11. Club D-Star Zona 8 — il radioamatore Nikolaj Schmidt e il ricevitore autocostruito —
  12. HandWiki — la teoria di Trojani, gli uomini con gli scarponi chiodati, le undici cause esaminate —
  13. fattiperlastoria.it — il Comitato finanziatore di Milano e le esclusive giornalistiche —
  14. Polar Research, 2019 — l'assenza di un vicecomandante e la simulazione circadiana sulle 72 ore di veglia —
  15. Physics in Perspective, 2025 — il programma scientifico della spedizione e i suoi risultati —
  16. «Tenda Rossa» — voce enciclopedica sullo sbiadimento delle aniline sotto la luce artica —