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5 settembre 2026

Nome, 1925: Seppala attraversò il Norton Sound di notte, la statua la ebbe Balto

Seicentosettantaquattro miglia di ghiaccio, venti uomini, centocinquanta cani — e cent'anni di lite su chi se lo meritasse.

Il 22 gennaio 1925 l'unico medico di Nome, Alaska, telegrafò che la difterite stava per uccidere la città e che il siero in magazzino era scaduto. Il porto era ghiacciato, gli aerei non volavano, la posta arrivava in trenta giorni. Venti conducenti e circa centocinquanta cani si passarono di mano un pacco di nove chili per 674 miglia in 127 ore e mezza, a temperature fra i -40 e i -62 °F. Il tratto più lungo e più pericoloso — la traversata notturna del Norton Sound, venti miglia di ghiaccio marino in movimento — lo fece Leonhard Seppala con Togo, dodici anni. L'ultimo tratto, quello che arrivò in città alle 5:30 del 2 febbraio davanti ai cronisti, lo fece Gunnar Kaasen con Balto. Undici mesi dopo Balto aveva una statua a Central Park; sedici mesi più tardi era in un baraccone di Los Angeles, malato, in vendita per duemila dollari. Seppala passò il resto della vita a dire che il cane sbagliato aveva avuto il bronzo. Questa è la storia di come si decide, in una settimana, chi verrà ricordato per un secolo.

Nome, 1925: Seppala attraversò il Norton Sound di notte, la statua la ebbe Balto

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Il medico che non aveva mai visto la difterite

Curtis Welch, l'unico medico di Nome, una città dell'Alaska affacciata sul mare di Bering, scrisse dopo quella storia un rapporto per una rivista medica americana. E dentro quel rapporto mise una frase che spiega tutto quello che venne dopo. Disse, in inglese, in tutti quegli anni, io non ho mai visto, né mi è mai stato segnalato, un solo caso di difterite in questo territorio. Nessun caso. Mai uno, in anni e anni di professione. Ed è proprio questo il punto. Quando i primi bambini cominciarono ad arrivare all'ospedale di Nome con la gola infiammata, Welch pensò a una tonsillite. E le fiale di antitossina chiuse nel magazzino dell'ospedale erano vecchie di anni, perché nessuno rinnova la scorta di un farmaco contro una malattia che da quelle parti non si era mai presentata. L'assenza della malattia era esattamente la causa dell'impreparazione. Era la ragione per cui nessuno se l'aspettava. Poi tre bambini di un villaggio vicino morirono, senza che nessuno capisse di che cosa fossero morti. E a Nome ne morirono altri. Alla fine il conto era questo, sette bambini morti, diciannove gravemente malati, centocinquanta sotto sorveglianza. A quel punto Welch capì che cosa aveva davanti, e fece l'unica cosa che da lì si poteva fare. Il ventidue gennaio millenovecentoventicinque mandò un telegramma. Diceva, un'epidemia di difterite qui è quasi inevitabile. Ho urgente bisogno di un milione di unità di antitossina difterica. La posta è l'unico mezzo di trasporto. Quell'ultima riga non è un modo di dire, è la situazione com'era. Nome sta sotto il Circolo Polare Artico. Il porto gela a novembre e si riapre a luglio, per sette, otto mesi all'anno l'unico modo di far arrivare qualcosa era la slitta della posta. E la posta, per coprire il tratto da Nulato a Nome, impiegava trenta giorni. Welch chiedeva un milione di unità di un farmaco salvavita sapendo che il mezzo per portarglielo era il più lento che esistesse sulla faccia della terra. Bisogna capire contro che cosa stavano correndo. Negli Stati Uniti di quegli anni la difterite infettava fra le centomila e le duecentomila persone all'anno, e ne uccideva quindicimila. Non era una malattia misteriosa, era una malattia normale, conosciuta, di cui la medicina sapeva tutto, e contro cui esisteva un rimedio da trent'anni. Il British Medical Journal, la grande rivista medica inglese, aveva misurato la differenza che faceva quell'antitossina, quasi il trenta per cento di mortalità nel milleottentonovantaquattro, ultimo anno prima della sua introduzione, poco più del venti per cento due anni dopo. Senza siero, la difterite uccide circa il trenta per cento di chi colpisce, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità. E prima che il siero esistesse, si arrivava a uccidere un malato su due. Il rimedio, dunque, esisteva. Ed era a quattromila chilometri di distanza.

Perché non gli aerei

E l'idea dell'aereo, subito, qualcuno la ebbe. Erano gli anni venti, mica il medioevo, nel millenovecentoventicinque gli aerei esistevano, e a Fairbanks, in Alaska, ce n'erano tre. Biplani con l'abitacolo aperto, il motore raffreddato ad acqua, e piloti pronti a partire. Fu il governatore del Territorio dell'Alaska, un uomo che si chiamava Scott Bone, a dover decidere. Guardò quei tre biplani e disse quello che disse, un'impresa, sono le sue parole, estremamente rischiosa, con attrezzatura inadeguata e piloti inesperti. E i numeri gli davano ragione ancora più delle parole. Quei biplani, messi insieme, avevano volato duecentosessanta miglia di prova in tutto. La tratta da coprire era di oltre ottocento. Un motore raffreddato ad acqua, a cinquanta gradi sotto zero, gela. Un abitacolo aperto, a quella temperatura, un pilota non lo regge. E se uno di quegli aerei fosse caduto, sarebbe caduto con il siero dentro. Bone scelse i cani. E vale la pena fermarsi su quella scelta per quello che era davvero, lo stesso uomo che aveva appena definito inesperti gli aviatori e inadeguata l'attrezzatura, prese il siero e lo affidò a venti uomini e centocinquanta cani, su seicentosettantaquattro miglia a cinquanta sotto zero. Non era la scelta senza vittime, tre cani sarebbero morti nelle prime ventiquattr'ore. Era la scelta che, se falliva, falliva senza titoli di giornale. Un punto, adesso, che serve per capire che cosa c'era davvero in quel pacco. L'antitossina non è un vaccino. È siero di cavallo, con dentro anticorpi già formati, che vanno a neutralizzare la tossina della difterite già in circolo nel corpo. Non previene la malattia, la ferma. E funziona tanto meglio quanto prima arriva. E adesso, il pacco. Ad Anchorage lo prepararono così, le fiale di vello, prima di tutto, le fiale di vetro. Poi le trapunte imbottite intorno. Poi tutto dentro un cilindro metallico, e il cilindro avvolto nelle pellicce. Tre strati, in quest'ordine esatto, fatti da mani che sapevano una cosa, quel vetro doveva sopravvivere a settecento miglia di scossoni a sessanta sotto zero. Venti libbre in tutto. Nove chili. Dentro c'erano trecentomila unità di antitossina. E qui la storia prende una piega amara, perché il telegramma con cui il dottor Welch, il medico di Nome, quello che per primo aveva capito di trovarsi davanti la difterite, ne aveva chiesto un milione. Trecentomila unità bastavano a trattare trenta persone, circa diecimila unità a corpo. E i casi confermati nel rapporto di Welch furono trentaquattro. Il pacco partiva già insufficiente per i malati che c'erano. Salì sul treno per Nenana, quattrocentonovanta chilometri di ferrovia, l'ultimo tratto facile di tutto il viaggio. La data di partenza da Anchorage è il ventisei o il ventisette gennaio, a seconda della fonte, e nessuna delle fonti risolve la discrepanza. Quel che è certo è che il treno partì, con nove chili di vetro, trapunte e pellicce, verso il punto in cui la ferrovia finisce e comincia il ghiaccio.

Nenana, le nove di sera

Il ventisette gennaio millenovecentoventicinque, poco dopo le nove di sera, a Nenana, il cilindro passò di mano. Fu la prima consegna di tutta la staffetta. E la prese un uomo che si chiamava William Shannon, e che tutti quanti chiamavano Wild Bill. Fuori c'erano fra i quaranta e i sessantadue gradi sotto zero Fahrenheit. Era notte. Aveva con sé nove cani. Partì. Lo ritroviamo ventiquattr'ore dopo, a Tolovana. Ci arriva con il viso congelato e l'ipotermia. E gli mancano tre cani, si chiamavano Cub, Jack e Jet, tutti e tre morti per lesione polmonare da freddo. Perché quando l'aria che respiri è a sessanta sotto zero, quella stessa aria ti brucia i polmoni dall'interno. Tre cani su nove. Un terzo della muta, sparito nella prima tappa. Eppure Shannon consegnò il paccotto, consegnò il pacco, e la staffetta continuò. Ora tenete a mente questo, perché è il punto che brucia, il tratto fra Nenana e Tolovana è il più duro dell'intera corsa. E nessuno se lo ricorda. Nessuno. Perché fra Nenana e Tolovana non c'era nessuno a scriverne. La prima tappa di una staffetta è quella che nessuno guarda, il pubblico si raduna all'arrivo. Dopo Shannon vennero gli altri. Erano venti in tutto, quei conducenti, e molti erano nativi dell'Alaska. Di quei venti, questo racconto riesce a nominarne quattro. Quattro. Gli altri sedici hanno fatto lo stesso freddo, le stesse miglia, lo stesso buio. E se qui i loro nomi non ci sono, quel vuoto è un difetto di questo racconto, non della loro corsa.

L'uomo che partì nella direzione sbagliata

A Nome, in Alaska, il commissario di città andò a cercare un uomo che si chiamava Leonhard Seppala. Era un guidatore di slitte, uno dei migliori dell'Alaska, e la città aveva bisogno di lui per la corsa del siero. Seppala raccontò quella conversazione cinque anni dopo, in un libro che scrisse insieme a Elizabeth Ricker, pubblicato nel millenovecentotrenta. Il commissario gli disse che il siero rimasto in città era vecchio di anni, che l'epidemia cresceva, e gli chiese di partire senza perdere un minuto. In quel momento ci furono due scelte, una dentro l'altra, e vale la pena fermarsi un attimo a guardarle. La città scelse Seppala. E Seppala scelse Togo. Togo era il suo cane guida, il capo della muta, aveva dodici anni, che per un cane da slitta è un'età da pensione. Lo portò comunque. E poi Seppala fece la cosa che oggi quasi nessuno ricorda. Invece di aspettare il pacco del siero al suo punto di consegna, uscì da Nome e puntò verso est, incontro alla staffetta che stava arrivando. Percorse più di centosettanta miglia in tre giorni prima ancora di toccare il siero. Tre giorni di corsa a vuoto, tre giorni che non compaiono in nessuna contabilità come parte del suo tratto, solo per farsi trovare il più avanti possibile lungo la strada. Poi il pacco arrivò, lo prese, e tornò indietro. E sulla via del ritorno, di notte, attraversò il Norton Sound. Il Norton Sound è mare. Venti miglia di ghiaccio marino, e il ghiaccio marino non sta mai fermo, si muove, si spacca, si riapre. Attraversarlo di notte, con la temperatura che c'era in quei giorni, significa non vedere dove il ghiaccio finisce, dove comincia l'acqua. Se cede, cede sotto una slitta al buio, in mezzo al mare, e in quel momento non c'è nessuno che lo veda accadere, nessun cronista, nessun testimone, nessuna fotografia. Il tratto più pericoloso di tutta la corsa è anche l'unico di cui non è rimasta una sola immagine. Seppala e Togo lo attraversarono. E uscirono dall'altra parte. In tutto quel giro, andata e ritorno, Seppala percorse centosettanta miglia più novantuno, duecentosessantuno in totale, anche se l'American Kennel Club ne conta duecentosessantaquattro. La tratta più lunga di chiunque altro in quella corsa, e di parecchio. Con un cane guida di dodici anni.

Cinquantatré miglia e una raffica

A Bluff, dove la staffetta era arrivata nel cuore di quella notte di fine gennaio, Charlie Olson, il musher che aveva preso il pacco sul tratto precedente, lo consegnò a chi doveva correre l'ultimo pezzo, Gunnar Kaasen. Almeno, questo è ciò che dice la ricostruzione più diffusa. Ma qui bisogna essere onesti, nessuna delle fonti lo attesta parola per parola, quindi prendetelo con questa riserva. Fatto sta che il pacco, da Bluff, passò nelle mani di Gunnar Kaasen. E a Kaasen toccava l'ultimo tratto, quello decisivo, cinquantatré miglia secondo alcune fonti, cinquantacinque secondo altre. Davanti alla sua muta mise Balto. E qui la storia merita una precisazione, perché Balto non era una star. Non era un capofila, era un cane da traino, tozzo, robusto, da lavoro. Il padrone della muta, Leonhard Seppala, l'uomo che giorni prima aveva attraversato il Norton Sound con il ghiaccio che scricchiolava sotto le zampe dei cani, diceva che il capofila di riserva era un altro cane, che si chiamava Fox. Ma quella notte non toccò a Fox. Quella notte toccò a Balto. E che notte. Una burrasca vera, di quelle che cancellano tutto, il vento soffiava a raffiche che gli studiosi del dopo hanno stimato intorno alle ottanta miglia orarie, centotrenta chilometri l'ora, forza di uragano. E negli archivi dello Stato dell'Alaska, per quella notte, la temperatura percepita è registrata a ottantacinque gradi sotto zero Fahrenheit. Non la temperatura dell'aria, quella che sentiva addosso un corpo esposto a quel vento. Sotto il gelo dell'aria, il vento ci mette del suo, e quello che resta è ottantacince gradi sotto zero. Kaasen correva nel buio, su un letto di fiume, quando una raffica prese la slitta di lato e la ribaltò. Il pacco, quello con dentro il siero, il motivo per cui tutti quegli uomini e quei cani stavano rischiando la pelle, volò via e finì sepolto in un cumulo di neve. Kaasen si tolse i guanti e frugò nella neve a mani nude. Al buio. A quella temperatura. Con il vento che gli portava via il calore dalle dita a ogni secondo. Lo trovò. E alle cinque e mezza del mattino del due febbraio millenovecentoventicinque, Gunnar Kaasen arrivò a Nome, su Front Street, con tredici cani e Balto in testa. Se si contano le ore dalla partenza di Nenana, dove era cominciato tutto, ne erano passate centoventisette e mezza. Cinque giorni e mezzo. Per fare un confronto, la posta normale, su quella tratta, ci metteva trenta giorni. Il record precedente di velocità era di nove giorni. Trenta, nove, cinque e mezzo. Non fu solo una corsa veloce, fu un'altra cosa, un salto di categoria. Come se qualcuno attraversasse l'Italia in un pomeriggio. E le fiale del siero, dopo tutto questo, il treno, le staffette, il buio, la bufera, le mani nude nella neve, erano congelate. Vennero scongelate. E usate.

Quanti erano i morti

Il racconto fin qui l'avete sentito come una corsa. Adesso bisogna fermarsi un momento, perché quando si prova a contare i morti di Nome, il conto non torna. Il medico della storia è Curtis Welch, quello che per primo aveva capito di trovarsi davanti la difterite senza avere il siero per curarla. Nel suo rapporto finale, per come lo riporta la radio pubblica canadese, la Canadian Broadcasting Corporation, Welch parla di cinque morti, trentaquattro casi confermati e trenta sospetti. Ma andate a cercare altrove e i numeri cambiano, la rivista Hektoen International conta venticinque casi, Wikipedia dice più di venti, Mental Floss arriva a circa settanta. Il bilancio dei morti oscilla, a seconda di dove guardate, fra cinque, sei e sette. Sono numeri piccolissimi, lo sapete. Contro i quindicimila morti l'anno che la difterite causava negli Stati Uniti, Nome è una virgola. Ma i numeri piccoli sono proprio quelli in cui un errore di conteggio pesa di più. E qui l'errore non è casuale, ha una direzione precisa. Facciamo un passo indietro e guardiamo che città era Nome. Nel censimento del millenovecentoventi risultava con ottocentocinquantadue residenti. Solo che dentro quel numero c'è un problema, in città vivevano circa quattrocentocinquantacinque nativi dell'Alaska e novecentosettantacinque persone di origine europea, circa millequattrocentotrenta in tutto. Le stime sul territorio circostante arrivano a milleottocento, e certe fonti citano fino a diecimila per l'area, ma quello è un altro conto, fatto con un altro metro. La cosa che conta è un'altra, i registri ufficiali coprivano bene una delle due popolazioni e male l'altra. Indovinate quale. E quegli ottocentocinquantadue del censimento hanno una storia dentro. Nome aveva già perso metà della sua popolazione nativa nell'epidemia di influenza di pochi anni prima. Il numero del millenovecentoventi non è la città, è quel che ne restava. Ora torniamo al millenovecentoventicinque, perché la stessa cosa succede di nuovo, nello stesso punto. Welch, sempre lui, il medico di Nome, stimò che nei campi Iñupiat fuori città ci fossero morti che nessuno aveva contato. Gli chiesero quanti. Rispose quattro parole, in inglese, no telling how many deaths. Non si può dire quanti morti. E c'è di più. I tre bambini inuit morti senza diagnosi nel villaggio vicino a Nome, quelli da cui, in questo racconto, tutto comincia, non hanno un nome nel materiale disponibile. Nessuno ha scritto come si chiamavano. La stessa popolazione già dimezzata da un'epidemia è di nuovo quella che non entra nei registri. Quel bilancio di cinque, sei o sette morti misura una città, e si ferma dove finisce la città, la linea lungo cui il conteggio si perde è esattamente la stessa linea che divideva quattrocentocinquantacinque persone da novecentosettantacinque. Qualcuno di voi starà pensando alle cifre grosse, quelle di mille o duemila morti che ogni tanto circolano. Non hanno, nel materiale che si può verificare, una fonte primaria, non si può risalire a chi le ha contate. Quindi non le raccontiamo come dato. Ma attenzione, anche il cinque non è un dato pulito. È un dato che smette di contare nel punto esatto in cui finisce la città e comincia la gente che nessuno registrava. Il rapporto originale di Welch chiuderebbe la questione, probabilmente. Ma è dietro un accesso a pagamento, e per questo episodio non è stato possibile leggerlo per intero. Rimane così, la corsa l'avete sentita tutta. Il conto dei morti, invece, si perde esattamente dove la popolazione nativa smette di essere contata. Tenetevi questo pensiero, perché tra poco la gloria di questa storia, le statue, i monumenti, i giornali, seguirà la stessa identica linea.

Il siero arrivò tardi anche quando arrivò in tempo

Il trentun gennaio, mentre i cani e i loro conducenti erano ancora dispersi lungo il percorso nel buio dell'Alaska, da Seattle partì per mare un secondo carico di siero, un milione e centomila unità di antitossina. Fermiamoci un momento su questo numero, perché è il cuore di quello che sta per arrivare. Erano quasi quattro volte le trecentomila unità che la staffetta stava trasportando a fatica, slitta dopo slitta, attraverso la neve e il gelo. Quelle unità grandi viaggiarono comode, su una nave. E arrivarono a Seward, il porto da cui si risaliva verso l'interno, il sette febbraio. La corsa dei cani era finita da cinque giorni. C'è qualcosa di quasi ironico in questo, e va detto con onestà, le trecentomila unità che avevano strappato al ghiaccio con cinque giorni e mezzo di corsa disperata bastavano per trenta persone. I casi confermati a Nome erano trentaquattro. La razione piccola, quella per cui uomini e cani avevano rischiato la vita, era appena insufficiente. Quella grande arrivò poco dopo, in nave, senza che nessun cane morisse per portarla. E allora perché? Perché la corsa conta lo stesso? Il punto è il tempo. La difterite è una malattia che uccide secondo una curva che dipende da quando la tratti. Le cifre che restano negli studi clinici dell'epoca, e che si danno qui con una certa cautela perché provengono da documenti non completamente consultabili, dicono questo, trattata entro le prime ventiquattro, quarantotto ore, la difterite uccide circa il quattro per cento dei malati. Al terzo giorno, la mortalità sale al sedici virgola uno per cento. Dopo sette giorni, al ventinove virgola nove. Cioè, quasi un malato su tre. Se l'ordine di grandezza regge, allora ogni giorno che i conducenti guadagnavano sul ghiaccio non era un gesto, era una percentuale di persone vive. La corsa non fu eroica in astratto. Fu una curva percentuale che quei uomini, ora dopo ora, stavano abbassando. E c'è un'altra cosa che bisognerebbe tenere a mente, prima di sorridere della nave arrivata quasi in tempo, un'alternativa via mare, a Nome, non esisteva proprio. Il mare di Bering era ghiacciato. A Nome per nave non arrivava niente, e niente sarebbe arrivato fino allo scioglimento. Il siero grande poteva viaggiare in nave fino a Seward, ma da lì in avanti, fino a Nome, c'era solo il ghiaccio, e sul ghiaccio c'erano solo i cani. Resta però un silenzio, ed è il più grande di tutta questa storia. Che cosa accadde a Nome dopo l'arrivo del siero, chi fu curato per primo, quanti guarirono, quanti morirono lo stesso, quando la quarantena fu revocata, tutto questo il materiale disponibile non lo racconta. La corsa la conosciamo ora per ora, cane per cane, raffica per raffica. La città al traguardo, con i suoi malati dentro le case, resta nel buio. E quel buio, a ben vedere, è la ragione di tutto quello che deve ancora venire.

Il 17 dicembre 1925, a Central Park

Dicembre millenovecentoventicinquanta, undici mesi dopo quella notte su Front Street a Nome. A New York, nel cuore di Central Park, davanti a una folla, scoprirono una statua di bronzo firmata dallo scultore Frederick Roth, un cane da slitta, ritto su una roccia. Alcune fonti danno il quindici dicembre, ma la data giusta è il diciassette. E ai piedi della statua, vivo, in carne e ossa, c'era il cane stesso, Balto, quello che aveva guidato la slitta nell'ultimo tratto della corsa del siero. Accanto a lui c'era Gunnar Kaasen, il conducente che quella notte aveva frugato la neve a mani nude per recuperare il pacco. Resta l'unico monumento di Central Park mai scoperto alla presenza del soggetto ritratto. Un cane davanti al proprio bronzo, un cane che non poteva capire che cosa stava guardando. E c'è un dettaglio, su quella statua, che se fosse confermato sarebbe l'immagine perfetta di tutta la vicenda. Secondo una rivista d'arte, il corpo non fu modellato su Balto ma su Chinook, un malamute del New Hampshire che dell'Alaska di quell'inverno non sapeva nulla, e le decorazioni scolpite sul petto sarebbero le medaglie vinte da un altro cane ancora, Togo, quello di Leonhard Seppala, il vecchio conducente norvegese che aveva attraversato il Norton Sound di notte, da solo, senza testimoni. Il bronzo del cane sbagliato, con il corpo di un terzo cane e le medaglie del cane giusto. Ma attenzione, è una fonte sola, che nessun'altra conferma. Vale come la cosa che non si è potuta verificare, non come un fatto. Leonhard Seppala, l'uomo di Togo, lesse la notizia della statua e non se ne fece una ragione per il resto della vita. Disse, in inglese, I resented the statue to Balto, for if any dog deserved special mention, it was Togo. Mi bruciava la statua a Balto, se un cane meritava un riconoscimento, quello era Togo. E con più veleno, ancora, It was almost more than I could bear when the newspaper dog Balto received a statue for his glorious achievements. Era quasi più di quanto potessi sopportare, quando il cane dei giornali Balto ricevette una statua per le sue gloriose imprese. Il cane dei giornali. È l'accusa esatta, e non è sbagliata. Balto fece l'ultimo tratto della staffetta, e l'ultimo tratto finiva su Front Street alle cinque e mezza del mattino, dove c'erano i cronisti ad aspettare. Togo invece aveva dodici anni e aveva fatto il tratto più lungo, di notte, in mezzo al ghiaccio del Norton Sound, dove non c'era nessuno a guardare. Il vecchio esperto nell'ombra, il giovane inesperto nella luce. Non è che qualcuno abbia mentito. È che la gloria si posa dove c'è qualcuno a guardarla posarsi.

Dieci centesimi per vedere il cane

Passarono sedici mesi dalla corsa del siero. Sedici mesi, e il cane che aveva guidato l'ultima tappa, quello che la folla di New York aveva acclamato sotto la pioggia, si poteva vedere per dieci centesimi. Succedeva a Los Angeles, nel febbraio millenovecentoventisette. Un uomo d'affari di Cleveland, un certo George Kimble, entrò per caso in un dime museum, uno di quei baracconi da dieci centesimi d'ingresso, l'ultima coda del vaudeville, e dentro, in un recinto, trovò Balto e la sua squadra. Malati. Maltrattati. Il cane che quattordici mesi prima era stato in piedi, vivo, accanto alla propria statua di bronzo a Central Park, adesso si dava in pasto ai curiosi per una moneta. Kimble andò dal proprietario e volle comprarli, tutti. Il proprietario chiese duemila dollari, circa trentaseimila di oggi, e gli concesse due settimane per trovarli. Due settimane, non un giorno di più. Kimble lasciò cento dollari di anticipo, i suoi, e tornò a Cleveland con quel debito addosso. E qui succede una cosa bella. Quello che Kimble organizzò a Cleveland fu una seconda staffetta, ma di monete, stavolta, non di fiaschi di siero. Lanciò una sottoscrizione pubblica, e il Plain Dealer, il giornale della città, pubblicava ogni giorno l'aggiornamento del Balto Fund, il fondo per Balto, il contatore delle donazioni, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, come si segue una corsa. E la città correva. In dieci giorni Cleveland raccolse oltre duemilatrecento dollari. Più di quanto serviva. Il diciannove marzo millenovecentoventisette i cani scesero dal treno a Cleveland. Salvati, accolti, con un posto dove invecchiare. Balto visse lì fino al quattordici marzo millenovecentotrentatré. Non morì di vecchiaia, a quattordici anni fu soppresso. E poi fu imbalsamato, e da allora è esposto, impagliato, al Museo di Storia Naturale di Cleveland. E Togo? Togo, il cane di Seppala, quello che aveva attraversato il Norton Sound di notte, quello che aveva coperto più strada di tutti, fece la stessa identica fine. Imbalsamato anche lui, chiuso in una teca, in Alaska. I due cani su cui si litiga da un secolo, chi fu il vero eroe, chi meritava il bronzo, sono finiti tutti e due sotto vetro. Uno a Cleveland, uno in Alaska. Duemila miglia di distanza tra loro, e nemmeno la morte li ha fatti incontrare.

Chi decide che cosa significa una corsa

C'è un uomo che nel millenovecentosettantatré fondò l'Iditarod, la corsa di cani da slitta che attraversa l'Alaska da un capo all'altro. Si chiamava Joe Redington Senior, e la fondò per due ragioni sue, ragioni che con la corsa del siero del millenovecentoventicinque non c'entravano niente. Non servì. Furono i giornali a decidere che l'Iditarod commemorava la corsa del siero, e Redington passò anni a spiegare pubblicamente che non era così. Non cambiò nulla, l'associazione era più bella della verità, e la verità perse. Nel millenovecentonovantacinque organizzò finalmente una gara separata, quella sì dedicata davvero al millenovecentoventicinque, dopo aver capitolato su tutto il resto. Se questa storia vi suona familiare, è perché è esattamente quello che era successo a Leonhard Seppala, il conducente che attraversò il Norton Sound di notte, mezzo secolo prima. Due uomini, cinquant'anni di distanza, la stessa lotta, e la stessa sconfitta, chi ha fatto la cosa non decide che cosa la cosa significhi. Lo decide chi la racconta. Ed è qui che il pensiero diventa scomodo, perché la persona che sta decidendo che cosa ricordare di questa storia, in questo momento, non è nessuno dei venti uomini che erano sul ghiaccio. Venti uomini. Di questi, il racconto ne ha nominati quattro, Bill Shannon, il conducente che partì per primo e perse un terzo dei suoi cani nel tratto che nessuno controllava. Seppala, che uscì incontro al siero con Togo. Olson, che prese il pacco sulla strada. Kaasen, quello delle mani nude nella neve. Molti degli altri sedici erano nativi dell'Alaska. Fecero le stesse miglia, con lo stesso freddo, sulle stesse slitte, e non hanno statue, né musei, né una riga in questo racconto. La storia della corsa del siero è, dall'inizio alla fine, la storia di quanto conta essere visti. E questo racconto, che nomina quattro persone su venti, ne è l'ultimo esempio in ordine di tempo. Cent'anni dopo, in una teca a Cleveland, c'è un cane che non fece il tratto più difficile. È vero, ed è inutile fingere il contrario. Ed è anche vero che quella notte, su quel letto di fiume, con ottanta miglia orarie di vento, Balto tirò e Kaasen frugò nella neve a mani nude finché non ritrovò il pacco del siero. Le mani di Kaasen, le stesse che aprivano questo racconto. Nessuno dei due, l'uomo e il cane, sapeva che da quella neve sarebbe uscita una statua.

Il medico che non aveva mai visto la difterite

Curtis Welch era l'unico medico di Nome, e nel rapporto che scrisse dopo, per il Journal of the American Medical Association, mise una frase che spiega tutto quello che venne dopo: «in all that time I had not seen, nor has there been reported, a case of diphtheria in this division».

In tutti quegli anni, nessun caso. Mai uno.

È la ragione per cui, quando i primi bambini arrivarono al Maynard-Columbus Hospital con la gola infiammata, pensò a una tonsillite. Ed è la ragione per cui le fiale di antitossina nel magazzino dell'ospedale erano vecchie di anni: nessuno rinnova una scorta contro una malattia che non ha mai visto. L'assenza della malattia era la causa dell'impreparazione.

Poi tre bambini di un villaggio vicino morirono senza diagnosi, e a Nome ne morirono altri: sette bambini, diciannove gravemente malati, centocinquanta sotto sorveglianza. A quel punto Welch capì e fece l'unica cosa che si poteva fare da lì. Il 22 gennaio 1925 mandò un telegramma:

> An epidemic of diphtheria is almost inevitable here STOP I am in urgent need of one million units of diphtheria antitoxin STOP Mail is only form of transportation.

L'ultima riga non è una figura retorica. Nome sta sul mare di Bering, sotto il Circolo Polare Artico. Il porto gela a novembre e si riapre a luglio: per sette-otto mesi l'anno l'unico modo di far arrivare qualcosa era la slitta della posta, e la posta da Nulato a Nome impiegava trenta giorni. Welch chiedeva un milione di unità sapendo che il mezzo per portarle era il più lento che esistesse.

Negli Stati Uniti di quegli anni la difterite infettava fra le centomila e le duecentomila persone all'anno e ne uccideva quindicimila. Non era una malattia esotica: era una malattia normale, di cui si sapeva tutto, contro cui esisteva un rimedio da trent'anni. Il British Medical Journal aveva misurato la differenza che faceva l'antitossina: 29,6% di mortalità nel 1894, ultimo anno prima della sua introduzione; 20,8% nel 1896. Senza siero, la difterite uccide circa il 30% di chi colpisce secondo l'OMS, e prima del siero si arrivava alla metà.

Il rimedio esisteva. Era a quattromila chilometri di distanza.

Perché non gli aerei

L'idea dell'aereo venne subito, ed era il 1925: gli aerei c'erano. A Fairbanks ce n'erano tre, biplani con l'abitacolo aperto e il motore raffreddato ad acqua, e dei piloti disponibili.

Il governatore del Territorio d'Alaska, Scott C. Bone, li guardò e disse che sarebbe stata «a most hazardous undertaking with inadequate equipment and unskilled flyers».

I numeri gli davano ragione più di quanto le parole lascino intendere. Quei biplani avevano volato in tutto duecentosessanta miglia di prova; la tratta da coprire ne misurava oltre ottocento. Un motore ad acqua a cinquanta gradi sotto zero gela; un abitacolo aperto a quella temperatura non lo regge un pilota. Se un aereo cadeva, cadeva col siero dentro.

Bone scelse i cani. Vale la pena guardare quella scelta per quello che era: definì gli aviatori inesperti e l'attrezzatura inadeguata, e affidò il siero a venti uomini e centocinquanta cani su seicentosettantaquattro miglia a cinquanta sotto zero. Non era la scelta senza vittime — tre cani sarebbero morti nelle prime ventiquattr'ore. Era la scelta che, se falliva, falliva senza titoli di giornale.

Ad Anchorage prepararono il pacco. Le fiale di vetro prima, poi le trapunte imbottite intorno, poi tutto dentro un cilindro metallico, e il cilindro avvolto nelle pellicce. Tre strati, in quest'ordine, fatti da mani che sapevano che quel vetro doveva sopravvivere a settecento miglia di scossoni a sessanta sotto zero. Venti libbre in tutto: nove chili.

Dentro c'erano trecentomila unità. Il telegramma di Welch ne chiedeva un milione. Trecentomila unità bastavano a trattare trenta persone — circa diecimila unità a corpo — e i casi confermati nel rapporto di Welch furono trentaquattro. Il pacco partiva già insufficiente per i malati che c'erano.

Salì sul treno per Nenana: quattrocentonovanta chilometri di ferrovia, l'ultimo tratto facile del viaggio. La data di partenza da Anchorage è il 26 o il 27 gennaio a seconda della fonte, e nessuna delle fonti disponibili risolve la discrepanza.

Auditorium at the Cleveland Museum of Natural History in Cleveland, Ohio, in the United States.
Auditorium at the Cleveland Museum of Natural History in Cleveland, Ohio, in the United States. — foto: Tim Evanson from Cleveland Heights, Ohio, USA · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Nenana, le nove di sera

Il 27 gennaio 1925, poco dopo le ventuno, a Nenana, il cilindro passò di mano.

Lo prese un uomo che si chiamava William Shannon e che tutti chiamavano «Wild Bill». Fuori c'erano fra i quaranta e i sessantadue gradi sotto zero Fahrenheit. Era notte. Aveva nove cani.

Partì.

Arrivò a Tolovana ventiquattr'ore dopo. Aveva il viso congelato e l'ipotermia. Tre dei suoi nove cani — Cub, Jack, Jet — erano morti per lesione polmonare da freddo: quando l'aria che respiri è a sessanta sotto zero, brucia i polmoni dall'interno. Un terzo della muta.

Poi consegnò il pacco e la staffetta continuò.

Questo è il tratto più duro dell'intera corsa, e nessuno lo ricorda, perché fra Nenana e Tolovana non c'era nessuno a scriverne. La prima tappa di una staffetta è quella che nessuno guarda: il pubblico si raduna all'arrivo.

Dopo Shannon vennero gli altri. Erano venti in tutto, e molti erano nativi dell'Alaska. Di quei venti, questo numero è in grado di nominarne quattro. Gli altri sedici hanno fatto lo stesso freddo e le stesse miglia, e la loro assenza da questa pagina è un difetto di questa pagina, non della loro corsa.

L'uomo che partì nella direzione sbagliata

A Nome, il commissario andò a cercare Leonhard Seppala.

Seppala raccontò quella conversazione cinque anni dopo, in un libro che Elizabeth Ricker scrisse con lui e pubblicò nel 1930, Seppala: Alaskan Dog Driver — la stessa fonte da cui viene tutta l'amarezza che leggeremo fra poco. Il commissario gli disse che il siero in città era vecchio di anni, che l'epidemia cresceva, e gli chiese di partire senza indugio.

C'era una doppia scelta, in quel momento, e vale la pena notarla: la città scelse Seppala, e Seppala scelse Togo. Togo aveva dodici anni. Per un cane da slitta è un'età da pensione.

Poi Seppala fece la cosa che nessuno ricorda: invece di aspettare il pacco al suo punto di consegna, uscì da Nome e andò verso est, incontro alla staffetta. Coprì oltre centosettanta miglia in tre giorni prima ancora di toccare il siero. Tre giorni di corsa a vuoto, che non contano nella distanza «del suo tratto» in nessuna delle contabilità, per farsi trovare il più avanti possibile.

Poi prese il pacco e tornò indietro.

E sulla via del ritorno, di notte, attraversò il Norton Sound.

Il Norton Sound è mare. Venti miglia di ghiaccio marino, che non sta fermo: si muove, si spacca, si riapre. Attraversarlo di notte, con la temperatura che stava, significa non vedere dove il ghiaccio finisce. Se cede, cede sotto una slitta al buio in mezzo al mare, e non c'è nessuno a vederlo — nessun cronista, nessun testimone, nessuna fotografia. Il tratto più pericoloso della corsa è anche l'unico di cui non esiste una sola immagine.

Seppala e Togo lo attraversarono. In tutto quel giro Seppala fece centosettanta miglia più novantuno, duecentosessantuno in totale (l'American Kennel Club dice duecentosessantaquattro): la tratta più lunga di chiunque altro, e di parecchio.

Cinquantatré miglia e una raffica

A Bluff, secondo la ricostruzione più diffusa, Charlie Olson passò il pacco a Gunnar Kaasen — un passaggio che le fonti raccolte per questo numero non attestano testualmente, e che riportiamo con questa riserva.

Kaasen aveva l'ultimo tratto: cinquantatré miglia, dicono le fonti, o cinquantacinque. In testa alla sua muta c'era Balto.

Balto non era un capofila. Era un cane da traino di corporatura tozza, e secondo Seppala il capofila di riserva era un altro, un cane che si chiamava Fox. Balto quella notte era in testa perché quella notte toccò a lui.

Fu una notte di burrasca. Il vento arrivò a raffiche stimate intorno alle ottanta miglia orarie — centotrenta chilometri l'ora, forza di uragano — e negli archivi dello Stato dell'Alaska la temperatura percepita è registrata a ottantacinque gradi sotto zero Fahrenheit.

Su un letto di fiume una raffica ribaltò la slitta. Il pacco volò via e finì in un cumulo di neve.

Kaasen si tolse i guanti e lo cercò a mani nude, nel buio, a quella temperatura, dentro la neve.

Lo trovò.

Alle 5:30 del mattino del 2 febbraio 1925 arrivò a Nome su Front Street, con tredici cani e Balto in testa. Erano passate centoventisette ore e mezza dalla partenza da Nenana: cinque giorni e mezzo. La posta ci metteva trenta giorni; il record precedente su quella tratta era di nove.

Trenta, nove, cinque e mezzo. La corsa non fu solo veloce: fu di un altro ordine di grandezza.

Le fiale erano congelate. Vennero scongelate e usate.

Board of trustees room at the Cleveland Museum of Natural History, located in Cleveland, Ohio, in the United States. The CMNH was founded in 1920. It moved into a new 16,000 square foot building on Wa
Board of trustees room at the Cleveland Museum of Natural History, located in Cleveland, Ohio, in the United States. The CMNH was founded in 1920. It moved into a new 16,000 square foot building on Wa — foto: Tim Evanson from Cleveland Heights, Ohio, USA · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Quanti erano i morti

Qui il racconto si ferma, perché il conteggio non torna.

Il rapporto di Welch, per come lo riporta la CBC, parla di cinque morti, trentaquattro casi confermati e trenta sospetti. Hektoen International conta venticinque casi. Wikipedia dice più di venti. Mental Floss arriva a circa settanta. Il bilancio dei morti oscilla, a seconda della fonte, fra cinque, sei e sette.

Sono numeri piccolissimi. Contro i quindicimila morti l'anno di difterite negli Stati Uniti, Nome è una virgola.

Ma i numeri piccoli sono quelli in cui l'errore di conteggio pesa di più, e qui l'errore ha una direzione precisa.

Nome nel 1920 contava 852 residenti. In città vivevano circa 455 nativi dell'Alaska e 975 persone di origine europea, circa 1.430 in tutto; le stime sul territorio circostante arrivano a 1.800, e certe fonti citano diecimila per l'area — ma quello è un altro conto, fatto con un altro metro. I registri ufficiali coprivano bene una delle due popolazioni e male l'altra.

Gli 852 del censimento hanno una storia dentro. Nome aveva perso metà della sua popolazione nativa nell'epidemia di influenza di pochi anni prima. Il numero del 1920 non è la città: è quel che ne restava.

E nel 1925 succede di nuovo la stessa cosa nello stesso punto. Welch stimò che nei campi Iñupiat fuori città ci fossero morti che nessuno aveva contato. Gli chiesero quanti. Rispose quattro parole:

> no telling how many deaths

I tre bambini inuit morti senza diagnosi nel villaggio vicino a Nome — quelli da cui, in questo racconto, tutto comincia — non hanno un nome nel materiale disponibile. La stessa popolazione già dimezzata da un'epidemia è di nuovo quella che non entra nei registri. Il bilancio «cinque, sei o sette» misura una città; la linea lungo cui il conteggio si perde è la stessa linea che divideva 455 persone da 975.

Le cifre di mille o duemila morti che circolano non hanno, nel materiale che abbiamo potuto verificare, una fonte primaria. Non le riportiamo come dato. Ma «cinque» non è un dato pulito: è un dato che smette di contare dove finisce la città.

Il rapporto originale di Welch chiuderebbe la questione. È dietro un accesso a pagamento, e per questo numero non è stato possibile leggerlo per intero.

Il siero arrivò tardi anche quando arrivò in tempo

Il 31 gennaio, mentre la staffetta era ancora sul ghiaccio, un milione e centomila unità di antitossina partirono da Seattle. Erano quasi quattro volte il carico che i cani stavano trasportando.

Arrivarono a Seward il 7 febbraio, sulla nave Admiral Watson. Cinque giorni dopo la fine della corsa.

Le trecentomila unità della staffetta bastavano per trenta persone, e i casi confermati erano trentaquattro. La razione piccola arrivò con cinque giorni e mezzo di corsa disperata; quella grande arrivò poco dopo, in nave, senza che nessun cane morisse per portarla.

Questo non toglie niente alla corsa. Lo spiega la curva del ritardo: la difterite trattata entro le prime ventiquattro-quarantotto ore uccide circa il 4% dei malati; al terzo giorno il 16,1%; dopo sette giorni il 29,9%. (Sono cifre che nel nostro materiale provengono da un protocollo clinico che non siamo riusciti ad aprire per intero, e le diamo con questa cautela.) Se l'ordine di grandezza regge, ogni giorno guadagnato sul ghiaccio era una percentuale di persone vive. La corsa non fu eroica in astratto: fu una curva percentuale, e i conducenti la stavano abbassando ora per ora.

Fu anche, per il mare, una cosa impossibile da fare in altro modo: il mare di Bering era ghiacciato e a Nome per nave non ci arrivava niente.

Che cosa accadde a Nome dopo l'arrivo del siero — chi fu curato per primo, quanti guarirono, quando fu revocata la quarantena — è la parte di questa storia che il materiale disponibile non racconta. È anche, a ben vedere, la ragione di tutto il resto.

Il 17 dicembre 1925, a Central Park

Il 17 dicembre 1925 — undici mesi dopo Front Street — a Central Park scoprirono una statua di bronzo di Frederick Roth. Un cane da slitta su una roccia. (Alcune fonti danno il 15 dicembre; la data corretta è il 17.)

Ai piedi della statua c'era Balto. Vivo, in carne e ossa, con Kaasen accanto.

È l'unico monumento di Central Park scoperto alla presenza del soggetto ritratto. Un cane davanti al proprio bronzo, che non poteva capire cosa stesse guardando.

C'è un dettaglio, su quella statua, che se fosse confermato sarebbe l'immagine perfetta di tutta la vicenda: secondo una rivista d'arte il corpo non fu modellato su Balto ma su Chinook, un malamute del New Hampshire che non aveva mai visto l'Alaska di quell'inverno, e le decorazioni scolpite sul petto sarebbero quelle vinte da Togo. Il bronzo del cane sbagliato, con il corpo di un terzo cane e le medaglie del cane giusto. È una sola fonte, non incrociata da nessun'altra: la riportiamo come si riporta una cosa che non si è potuta verificare, e non come un fatto.

Leonhard Seppala lesse la notizia della statua e non se ne fece una ragione per il resto della vita.

> I resented the statue to Balto, for if any dog deserved special mention, it was Togo.

E, con più veleno:

> It was almost more than I could bear when the 'newspaper' dog Balto received a statue for his 'glorious achievements'.

Newspaper dog. Il cane dei giornali. È l'accusa esatta, e non è sbagliata: Balto fece l'ultimo tratto, e l'ultimo tratto finiva su Front Street alle cinque e mezza del mattino, dove c'erano i cronisti. Togo aveva dodici anni e aveva fatto il tratto più lungo, di notte, in mezzo al Norton Sound, dove non c'era nessuno.

Il vecchio esperto nell'ombra; il giovane inesperto nella luce. Non è che qualcuno abbia mentito. È che la gloria si posa dove c'è qualcuno a guardare.

The Cleveland Museum of Natural History, seen in April 2006. Also in view is the new Fannye Shafran Planetarium.
The Cleveland Museum of Natural History, seen in April 2006. Also in view is the new Fannye Shafran Planetarium. — foto: AJHalliwell (talk) (Uploads) · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons · originale

Dieci centesimi per vedere il cane della statua

Passarono sedici mesi.

Nel febbraio 1927 un uomo d'affari di Cleveland, George Kimble, entrò in un dime museum di Los Angeles — un baraccone da dieci centesimi d'ingresso, la coda del vaudeville — e trovò dentro Balto e la sua squadra. Malati. Maltrattati.

Il cane che quattordici mesi prima era stato in piedi ai piedi del proprio bronzo a Central Park adesso si poteva vedere per dieci centesimi.

Kimble andò dal proprietario. Il proprietario chiese duemila dollari per la squadra — circa trentaseimila di oggi — e gli concesse due settimane per trovarli. Kimble lasciò cento dollari di anticipo e tornò a Cleveland.

Quello che fece a Cleveland fu una seconda staffetta, questa volta di monete. Lanciò una sottoscrizione pubblica; il Plain Dealer pubblicava ogni giorno l'aggiornamento del Balto Fund, il contatore delle donazioni sul giornale, giorno dopo giorno, come si segue una corsa. In dieci giorni la città raccolse oltre duemilatrecento dollari.

Il 19 marzo 1927 i cani scesero a Cleveland.

Balto visse lì fino al 14 marzo 1933. Non morì di vecchiaia: a quattordici anni fu soppresso. Poi fu imbalsamato ed è esposto al Cleveland Museum of Natural History.

Togo, in Alaska, fece la stessa fine: imbalsamato, in una teca.

I due cani su cui si è litigato per un secolo sono finiti tutti e due sotto vetro, a duemila miglia l'uno dall'altro.

L'uomo che perse il controllo del significato della propria corsa

Nel 1973 Joe Redington Sr. fondò l'Iditarod, la corsa di cani da slitta che attraversa l'Alaska. La fondò per due ragioni sue, che con il siero del 1925 non c'entravano.

I giornali decisero che l'Iditarod commemorava la corsa del siero. Redington passò anni a spiegare pubblicamente che non era così, e non servì a niente: l'associazione era più bella della verità, e vinse. Nel 1995 organizzò infine una gara separata, quella sì dedicata davvero al 1925.

È esattamente quello che era successo a Seppala mezzo secolo prima. Due uomini, cinquant'anni di distanza, la stessa lotta persa: chi ha fatto la cosa non decide che cosa la cosa significhi. Lo decide chi la racconta.

Il che, in un numero come questo, è un pensiero scomodo — perché la persona che sta decidendo cosa ricordare di questa storia, adesso, non è nessuno dei venti uomini che erano sul ghiaccio.

Di quei venti, questo racconto ne ha nominati quattro: Shannon, Seppala, Olson, Kaasen. Molti degli altri sedici erano nativi dell'Alaska. Fecero le stesse miglia con lo stesso freddo, e non hanno statue, né musei, né una riga qui. La storia della corsa del siero è, dall'inizio alla fine, la storia di quanto conta essere visti — e questa pagina, che nomina quattro persone su venti, ne è l'ultimo esempio in ordine di tempo.

Cent'anni dopo, in una teca a Cleveland, c'è un cane che non fece il tratto più difficile. È vero. Ed è anche vero che quella notte, su quel letto di fiume, con ottanta miglia orarie di vento, Balto tirò e Kaasen frugò nella neve a mani nude finché non ritrovò il pacco. Nessuno dei due sapeva che ne sarebbe uscita una statua.

Sixty-seven mushers kicked off the 46th Annual Iditarod Trail Sled Dog Race with an 11-mile ceremonial start through Anchorage, Alaska, March 3, 2018.“The Last Great Race on Earth” throws 1,000 miles
Sixty-seven mushers kicked off the 46th Annual Iditarod Trail Sled Dog Race with an 11-mile ceremonial start through Anchorage, Alaska, March 3, 2018.“The Last Great Race on Earth” throws 1,000 miles — foto: Senior Airman Curt Beach · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Riferimenti

  1. 1925 serum run to Nome — https://en.wikipedia.org/wiki/1925_serum_run_to_Nome
  2. Curtis Welch, «The Diphtheria Epidemic at Nome», JAMA, 25 aprile 1925 (abstract) — https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/235279
  3. The Untold Truth Of The 1925 Serum Run To Nome — https://www.grunge.com/346502/
  4. The Icy Tale of the 1925 Serum Run to Nome — https://www.mentalfloss.com/
  5. Balto — Central Park Conservancy — https://www.centralparknyc.org/articles/balto
  6. Balto — Cleveland Historical — https://clevelandhistorical.org/items/show/610
  7. Balto — Encyclopedia of Cleveland History, Case Western Reserve University — https://case.edu/ech/articles/b/balto
  8. Togo, the Sled Dog Who Really Led the 1925 Serum Run — Smithsonian Magazine — https://www.smithsonianmag.com/
  9. Eye on the Trail: Serum Run Stories – Who was Leonhard Seppala? — Iditarod, 19 dicembre 2024 — https://iditarod.com/
  10. Origin of the Iditarod / Misconceptions and More — Iditarod EDU — https://iditarod.com/edu/origin-of-the-iditarod
  11. The 1925 Serum Run — Cleveland Museum of Natural History, 23 gennaio 2025 — https://www.cmnh.org/
  12. Maynard-Columbus Hospital — Hektoen International, 22 febbraio 2017 — https://hekint.org/2017/02/22/maynard-columbus-hospital
  13. Balto the Brave Sled Dog — WoofTroop — https://wooftroop.com/balto-the-brave-sled-dog
  14. The Great Race of Mercy — History.com — https://www.history.com/
  15. Nome Census Area, Alaska — https://en.wikipedia.org/wiki/Nome_Census_Area,_Alaska
  16. Diphtheria — World Health Organization — https://www.who.int/health-topics/diphtheria
  17. The introduction of diphtheria antitoxin: mortality data — https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5195569/
  18. Seppala: Alaskan Dog Driver, Elizabeth Ricker, Little, Brown & Co., 1930 (citato via northernlightmedia.org) —
  19. The Real Story of Balto and Togo — Anchorage Daily News — https://www.adn.com/
  20. American Kennel Club — Togo and the 1925 Serum Run — https://www.akc.org/