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6 settembre 2026

Oleg Gordievsky uscì da Mosca nel bagagliaio di una Ford Sierra

Un sacchetto del supermercato, una barretta Mars, un pannolino sporco: il 19 luglio 1985 la spia più preziosa dell'MI6 attraversò il confine finlandese con la merce del mondo che stava tradendo.

Il 17 maggio 1985 il KGB richiamò a Mosca il proprio uomo di Londra, Oleg Gordievsky, che da undici anni lavorava per l'MI6. Ventisette giorni dopo, il 13 giugno, l'analista della CIA Aldrich Ames consegnò ai sovietici la lista delle loro fonti — e quella data, la più citata al mondo come causa del richiamo, arriva quattro settimane troppo tardi per esserlo. Nel frattempo Gordievsky era rientrato, non aveva confessato, e il 19 luglio uscì di casa in tenuta da corsa per non tornare più: treno, elettrotreno, autobus, un bosco a sud di Vyborg, il bagagliaio di una Ford Sierra con targa diplomatica britannica. Al valico i cani della frontiera si avvicinarono al portellone; la moglie di un funzionario dell'MI6 aprì un fasciatoio improvvisato sopra il bagagliaio e cambiò il pannolino al figlio. L'operazione riuscì. Il resto — sei anni prima di rivedere moglie e figlie, venticinque espulsioni diplomatiche, una condanna a morte mai revocata, una morte a Godalming nel marzo 2025 — è quello che l'operazione riuscita è costata.

Oleg Gordievsky uscì da Mosca nel bagagliaio di una Ford Sierra

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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Il sacchetto della Safeway

Il giorno era fisso, e anche l'ora, le sette e mezza di sera. Il posto era un angolo di strada a Mosca. E l'uomo fermo su quell'angolo teneva in mano un sacchetto di plastica del supermercato Safeway. Non doveva fare altro. Nient'altro che stare lì. Non parlare con nessuno, non consegnare niente a nessuno, non guardarsi intorno più di quanto faccia chiunque aspetti una persona. Gli bastava quel sacchetto, che a Mosca, nel millenovecentottantacinque, era un oggetto strano e insieme perfettamente innocuo, il sacchetto di un cittadino sovietico che poteva entrare nei negozi per stranieri, o di un uomo che aveva vissuto all'estero. Il sacchetto era il messaggio. E il messaggio diceva, venitemi a prendere. Se qualcuno aveva visto, un altro uomo gli sarebbe passato accanto tenendo in mano un sacchetto di Harrods e mangiando una barretta Mars. Nessuno sguardo, nessuna parola. La mano che sollevava la barretta alla bocca, quella era la conferma. Per anni, quell'angolo era rimasto un appuntamento soltanto teorico. La procedura era stata studiata, imparata a memoria, e mai usata. Come un estintore in una scala di casa, sai dov'è, e speriamo di non toccarlo mai. Perché la parte difficile di un segnale così non è capirlo. È andarci davvero, un giorno prestabilito, all'ora prestabilita, con quel sacchetto in mano, sapendo che nove volte su dieci non passerà nessuno e che la settimana dopo bisognerà tornare. E sapendo un'altra cosa, ancora più difficile, se un giorno qualcuno passa, vuol dire che la vita che stai vivendo è finita. Nell'estate del millenovecentottantacinque, un uomo di quarantasei anni comparve fuori da una panetteria su Kutuzovsky Prospekt, il grande viale di Mosca, stringendo quel sacchetto. Si chiamava Oleg Antonovich Gordievsky. Era un colonnello dei servizi segreti sovietici, del Comitato per la sicurezza dello Stato, l'organismo che sorvegliava mezzo mondo per conto dell'Unione Sovietica. E da undici anni passava i segreti di quella potenza all'intelligence britannica. Un colonnello dei servizi segreti sovietici, su un angolo di strada della capitale sovietica, con un sacchetto della spesa inglese in mano, che chiede agli inglesi di venirlo a prendere. E adesso vi racconto come ci era arrivato.

Copenaghen: reclutato a badminton

Oleg Gordievsky, l'uomo che un giorno uscirà a correre a Mosca e non tornerà, non viene reclutato con una proposta. Viene reclutato con uno sport. Siamo all'inizio degli anni Settanta, a Copenaghen, dove Gordievsky lavora come ufficiale del KGB, il servizio segreto sovietico. Lì, in quella città, c'è anche il capo della stazione locale del servizio segreto britannico. E questi due uomini, uno che lavora per Mosca, uno che lavora per Londra, cominciano a giocare a badminton insieme. Settimana dopo settimana, prenotano il campo, giocano, si asciugano, si salutano. Un ufficiale sovietico e un ufficiale britannico che si danno appuntamento per fare sport, con la collaborazione del servizio di sicurezza danese, che sa perfettamente chi sono questi due signori e lascia fare. E qui c'è una cosa che vale la pena notare, nessuno dei due finge di non sapere chi sia l'altro. Lo sanno benissimo, tutti e due. Il badminton non è una copertura. È il tempo che serve perché una domanda diventi possibile. E la domanda, infatti, arriva, nel millenovecentosettantaquattro. Un paio di cose, su questa storia, non tornano perfettamente, ed è giusto dirlo subito. La data, per esempio, alcune ricostruzioni italiane collocano il reclutamento nel settantadue. Ma il settantadue è l'anno in cui Gordievsky comincia la sua seconda destinazione a Copenaghen, l'ottobre del settantadue, e la sovrapposizione fra le due date sembra nascere da lì. E anche il nome in codice non è pacifico. Le fonti più diffuse, l'enciclopedia online e i materiali didattici, dicono che il nome in codice era Sunbeam, raggio di sole, per il periodo danese. Ma il necrologio di Christopher Curwen, l'uomo che del servizio britannico sarebbe poi diventato il capo, e che gestì l'esfiltrazione di Gordievsky, cioè la sua fuga, dice che il nome in codice era Feliks. Pensate, sul nome in codice del proprio agente, la fonte più interna al servizio britannico dissente da tutte le altre. È un dettaglio minuscolo, e invece conviene tenerselo in tasca per tutto il resto della storia. Perché quando anche le fonti migliori sono ricordi di persone che hanno passato la vita a mentire per mestiere, la precisione è un'aspirazione, non un dato di partenza. Da Copenaghen, Sunbeam, o Feliks, scegliete voi, Gordievsky cambia nome in codice quando passa a Londra, diventa Nocton. E sono undici anni di doppia vita. Undici anni che una delle ricostruzioni descrive con due parole, straordinariamente pericolosa.

Aprile 1985: il posto migliore che ci sia

Alla fine di aprile del millenovecentoottantacinque, Oleg Gordievsky, l'ufficiale del servizio segreto sovietico che da undici anni passa tutto quello che sa al servizio segreto britannico, riceve la promozione più grossa della sua vita, a quarantasei anni diventa rezident designato, cioè capo della stazione sovietica a Londra. Un quotidiano inglese lo chiama a plum posting, il posto migliore che ci sia. Per un uomo di Mosca è il vertice della carriera. Per gli inglesi che lo gestiscono da tutti quegli anni è semplicemente il colpo del secolo, il proprio uomo alla testa della rete nemica, nella propria capitale. E poi, tre settimane dopo, il telegramma. Un collega, anni dopo, lo condensa in una frase sola nel ricordo che gli dedica, e la frase è già tutta la storia, il diciassette maggio millenovecentoottantacinque, avendo appena ricevuto la promessa del posto di rezident a Londra, Gordievsky fu improvvisamente richiamato a Mosca. Promozione il giorno uno. Richiamo il giorno ventuno. Il testo del telegramma è banale, consultazioni, formalità per la nomina, si torni a casa. Ma c'è una cosa da capire, qui, nessun ufficiale sovietico può rifiutare un rientro a Mosca. Rifiutare significherebbe confessare, con quel solo gesto, tutto quello che uno ha da nascondere. E Gordievsky, di cose da nascondere, ne ha undici anni. Quindi sa che quel telegramma può essere una procedura. E sa che può essere la fine. E non c'è nessun modo di distinguere le due cose, se non salendo su quell'aereo. Sale sull'aereo.

Il buco di quattro settimane

Ma torniamo a Mosca, perché qui la storia prende una piega che nessuno si aspetta. I servizi segreti sovietici, il Komitet gosudarstvennoy bezopasnosti, il comitato per la sicurezza dello Stato, la polizia politica che comandava lo spionaggio e molto altro in Unione Sovietica, richiamarono Gordievsky a Mosca il sedici, diciassette maggio millenovecentoottantacinque. E un mese dopo, il tredici giugno, un uomo di nome Aldrich Ames consegnò a quella stessa organizzazione la lista delle fonti occidentali che lavoravano dentro l'Unione Sovietica. Quattro settimane dopo. Tenete a mente queste quattro settimane, perché da qui in poi non vi mollano più. Chi era Ames? Un analista della Central Intelligence Agency, il servizio segreto americano, che aveva deciso di passare al nemico, e che per quel lavoro ammise di aver ricevuto due milioni e mezzo di dollari fra il millenovecentoottantacinque e il millenovecentonovantaquattro, l'anno in cui lo arrestarono. È considerato il traditore più costoso della storia americana. Ha una colpa enorme, e documentata. Solo che il richiamo di Gordievsky a Mosca arriva prima che Ames apra bocca. E qui la versione più raccontata di questa storia, quella che quasi tutti ripetono, smette di reggere. Perché chi ha fatto tornare Gordievsky sapeva qualcosa, o sospettava qualcosa, prima che Ames consegnasse la sua lista. Non è una sottigliezza da esperti di date, è una impossibilità causale semplice. Prima viene il sospetto, poi viene Ames. Non il contrario. E non lo dice un giornalista che tira a indovinare. Lo dice un documento ufficiale americano, la relazione del comitato del Senato degli Stati Uniti che vigila sui servizi segreti, sul caso Ames, datata primo novembre millenovecentonovantaquattro. Lì, in bianco e nero, c'è scritto che nel maggio millenovecentoottantacinque, diverse settimane prima che Ames passasse la sua lista ai sovietici, i funzionari della Direzione Operazioni cominciarono a percepire un possibile problema di sicurezza quando una fonte della Cia fu improvvisamente richiamata in Unione Sovietica. Quella fonte è Gordievsky. Il buco di quattro settimane è registrato agli atti, in bianco e nero, dal governo degli Stati Uniti. Chi fu, allora, a tradirlo? Non si sa. Quarant'anni dopo, non si sa. Due veterani della Cia, Milton Bearden e John Lewis Junior, restano convinti che ci sia stata una talpa mai identificata. E la loro osservazione è di quelle che non si smontano facilmente, né Ames, né Edward Lee Howard, né Robert Hanssen, i tre traditori accertati di quella stagione, avevano accesso a tutte le fonti bruciate nel millenovecentoottantacinque. Ciascuno ne poteva bruciare una parte. Nessuno tutte. L'enciclopedia lo dice con una secchezza che vale come misura del fallimento, dopo sei settimane di interrogatori ad Ames, l'Federal Bureau of Investigation, la polizia federale americana, e la Cia restano perplessi sul fatto che sia stato Ames o qualcun altro ad avvertire per primo i sovietici su Gordievsky. E poi c'è la frase che tiene aperto il caso. La pronuncia Leslie Wiser, l'agente della polizia federale americana che lavorò al caso Ames, in un'intervista allo Smithsonian nel duemilaquindici, riteniamo importante considerare la forte possibilità che Gordievsky fosse stato compromesso da qualcuno all'interno della comunità di intelligence statunitense. Qualcuno dentro casa, insomma. Dentro i servizi americani. Conviene dirla con precisione, perché la differenza conta. Questa non è una posizione ufficiale della polizia federale, è un agente che parla a una rivista. Non esiste un documento in cui il Bureau riconosca l'esistenza di una quarta talpa. Esiste un uomo che c'era, e che trent'anni dopo dice a un giornalista che ci pensavano seriamente. La distanza fra queste due cose, fra quello che si sa e quello che è stato messo agli atti, è esattamente il posto in cui questa storia vive. E in quel posto, dentro quel buco di quattro settimane, c'è il nome di chi mandò Gordievsky a morire. O forse a vivere. Ancora oggi, nessuno lo conosce.

Mosca: due mesi ciechi

Gordievsky, l'uomo che Londra aveva promesso di proteggere e che il servizio britannico aveva appena promosso un mese prima, rientra a Mosca il diciassette maggio millenovecentoottantacinque. E da quel momento, per due mesi, tutto quello che si sa di lui si assottiglia fino quasi a sparire. È il buco della storia, quattro settimane prima ancora era a Londra, vice direttore della residenza locale del comitato per la sicurezza dello Stato sovietico, in russo Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti, il servizio che i sovietici chiamavano semplicemente con quelle tre lettere, l'apparato che dava la caccia alle spie e ne reclutava di nuove in tutto il mondo. Adesso è a Mosca, e nessuno fuori sa più che cosa gli stia succedendo. Di quei due mesi circola una scena spettacolare, una casa sicura alla periferia di Mosca, un interrogatorio di circa cinque ore condotto sotto l'effetto di droghe da Viktor Budanov, un colonnello che comandava la Direzione K, il controspionaggio interno del servizio, la parte che dava la caccia ai traditori, e che qualcuno ha descritto come l'uomo più pericoloso di tutta l'organizzazione. In quella versione Gordievsky non confessa, sopravvive all'interrogatorio, viene rilasciato, sospeso dal servizio, sorvegliato a vista. È un racconto che ha una sua forza, e una sua fonte. Ma di quella scena non si può confermare niente, non la casa sicura, non le droghe, non le cinque ore, e il nome di Budanov stesso non compare da nessuna parte in ciò che di questa storia è stato verificato. Quel racconto resta dunque sospeso a mezz'aria, bello, terribile, indimostrato, e lascia dietro di sé un vuoto inquietante, l'antagonista, il funzionario che tenne in mano il destino di Gordievsky e decise di lasciarlo andare, resta una figura senza volto documentato. Non sapremo mai, con certezza, chi fu. Quello che invece è certo è l'esito. E l'esito, da solo, è già abbastanza strano. Il servizio sospettava del proprio colonnello abbastanza da richiamarlo da Londra con un pretesto, ma non abbastanza da arrestarlo. Capite che cosa significa, per due mesi interi, un uomo che il servizio riteneva quasi certamente un traditore, l'uomo che per anni aveva svuotato i segreti di Mosca dentro le mani degli inglesi, girò liberamente per la città, dormì a casa propria, uscì a correre la mattina. La sorveglianza c'era, sì, la cella, no. Perché nessuno lo fermò non si sa, forse volevano la prova, forse volevano qualcos'altro, e nel buco di quei due mesi resta una domanda che nessuna verifica ha chiuso, chi, dentro il servizio, seppe, e chi decise di non agire. Ed è proprio in quei due mesi, in quella libertà sorvegliata, che Gordievsky va all'angolo di strada col suo sacchetto della spesa della Safeway. Il segnale che vale una vita.

La mattina del diciannette luglio millenovecentottantacinque, Oleg Gordievsky, il colonnello del servizio segreto sovietico che da anni passava i segreti di Mosca agli inglesi, si mette la tenuta da corsa ed esce dal suo appartamento di Mosca. Il servizio si chiamava Komitet gosudarstvennoy bezopasnosti, il Comitato per la sicurezza dello Stato, ed era il pilastro della sorveglianza sovietica, qui lo chiameremo così, Comitato per la sicurezza dello Stato. Corre tutte le mattine. Chiunque lo stia sorvegliando lo ha già visto uscire così decine di volte, e questa è tutta l'idea, il gesto più ordinario che possiede, fatto una volta di più. Non torna. Raggiunge la stazione Leningradskij e compra i biglietti allo sportello, come chiunque. Da lì comincia una catena di mezzi pubblici sovietici, prima il treno per Leningrado, circa seicentocinquanta chilometri. Poi un trenino suburbano fino a una cittadina che si chiama Zelenogorsk. E a Zelenogorsk, come raccontano le cronache di quella fuga, sale su un autobus di linea per Vyborg, altri centotrenta chilometri, verso il confine con la Finlandia. Vale la pena fermarsi un momento su questa sequenza, perché è il contrario di tutto ciò che ci si aspetterebbe da una fuga. Non c'è un aereo privato. Non c'è un documento falso di fattura eccezionale. Non c'è tecnologia. C'è un uomo su cui pende, se lo prendono, una condanna a morte, e quest'uomo sta in fila a uno sportello ferroviario, sale su un treno pubblico come tutti gli altri passeggeri, cambia mezzo in una stazione suburbana, aspetta un autobus di linea. Per un giorno intero la sua sopravvivenza dipende da una cosa sola, che nessuno, in nessuno di quei mezzi, lo guardi due volte. Su un paio di dettagli di questo viaggio circolano precisazioni affascinanti. Qualcuno racconta di un biglietto di quarta classe, qualcuno di una partenza alle cinque e mezza del pomeriggio. Dettagli suggestivi, ma che nelle verifiche fatte non hanno trovato riscontro. E valgono quindi per quello che sono, particolari non confermati, in una storia dove la differenza fra ciò che è documentato e ciò che è semplicemente raccontato bene è, di per sé, il tema. Altrettanto bella, e altrettanto priva di riscontro, è la storia delle istruzioni per la fuga, fogli sigillati nel cellophane e incollati dentro le copertine rigide di due copie dei Sonetti di Shakespeare, da recuperare bagnando i libri. È il genere di dettaglio che uno vorrebbe fosse vero.

Il bosco dietro la roccia

Il bosco è a sud di Vyborg, una città sovietica non lontana dal confine con la Finlandia. Il punto d'incontro è dietro una grande roccia. Ci arrivano due automobili con targa diplomatica britannica. Ne scendono due funzionari, le rispettive mogli, e un neonato. Aprono qualcosa da mangiare. Da qualunque distanza li si guardi, sono due coppie britanniche con un bambino piccolo che hanno accostato in una radura per fare un picnic, cosa che il personale diplomatico straniero in Unione Sovietica faceva, e che era abbastanza normale da non dare nell'occhio. Poi, dal bosco, esce Gordievsky, l'uomo che sta scappando. Lo fanno salire nel bagagliaio di una delle due auto, una Ford Sierra, l'automobile di famiglia più banale d'Europa negli anni Ottanta. E gli danno una coperta termica di alluminio, di quelle che si usano per i traumatizzati, perché il metallo confonda i rilevatori a infrarossi ai posti di blocco. Chiudono il portellone. Ripartono verso il confine. Pochissime ore prima, a Londra, quella stessa operazione era passata per un piccolo assurdo amministrativo. Il segretario agli Esteri Geoffrey Howe aveva dato il via libera il venti luglio, ma per l'approvazione formale del primo ministro, Charles Powell, il segretario privato di Margaret Thatcher, dovette raggiungerla fisicamente a Balmoral, in Scozia, dove la premier era in vacanza. Una vacanza interrotta perché un uomo, in quel momento, stava già viaggiando su un autobus russo diretto a Vyborg. Le catene di comando, ogni tanto, prendono una forma fisica precisa, qui è un funzionario che deve salire su un treno per far firmare un foglio a una donna in Scozia, mentre in Unione Sovietica un altro uomo aspetta dietro una roccia con una coperta di alluminio in mano. Adesso tutto si gioca sul confine. E sul neonato.

Il valico: arrivano i cani

Al posto di blocco le auto si fermano. Siamo al confine sovietico-finlandese, luglio millenovecentottantacinque, e nel bagagliaio di una di quelle auto c'è Oleg Gordievsky, l'uomo che i sovietici hanno condannato a morte per tradimento, l'uomo che sta fuggendo con l'aiuto degli inglesi. Documenti, targhe diplomatiche, formalità. Il diritto internazionale copre quelle automobili, le guardie di frontiera sovietiche non possono aprire il bagagliaio di un veicolo con targa diplomatica britannica senza far saltare un trattato. Poi arrivano i cani. I cani non hanno letto la Convenzione di Vienna. Un cane addestrato che si avvicina al portellone posteriore e comincia a interessarsi a quello che c'è dentro non viola nessun accordo, segnala, e a quel punto l'immunità diplomatica non conta più niente, perché nessuna guardia lascia andare un'auto su cui il cane ha segnalato. È il momento in cui tutto può finire. E allora la moglie del capo stazione del servizio segreto britannico a Mosca, l'uomo che guida l'operazione di fuga e la donna che lo affianca, entrambi senza nome nelle carte di questa storia, apre un fasciatoio improvvisato sopra il bagagliaio in cui c'è un uomo condannato a morte, e comincia a cambiare il pannolino sporco a suo figlio. Poi lascia cadere il pannolino per terra. Secondo una ricostruzione non verificata, insieme al pannolino sarebbe caduto anche un sacchetto di patatine al formaggio e cipolla. I cani si allontanano. Fermiamoci un attimo, perché questo è il punto in cui tutta la storia si decide, ed è un punto che nessun manuale dell'intelligence contempla. Un'operazione costruita su undici anni di gestione di una fonte, su un sistema di segnali studiato per anni, su targhe diplomatiche, su un via libera ministeriale strappato a una premier in vacanza in Scozia, si salva perché una donna in un bosco fa la cosa che una madre farebbe comunque e la fa nel punto esatto in cui serve. L'immunità diplomatica protegge dalle mani degli uomini in divisa, non protegge dal naso di un cane. Da quello protegge un pannolino. E il neonato di quel giorno merita una riga. Nel luglio millenovecentottantacinque ha pochi mesi e non sa nulla, il suo pannolino sporco è la contromisura più efficace impiegata quel giorno contro la frontiera sovietica. Oggi quella persona avrebbe circa quarant'anni. Non ha un nome, come non ce l'ha sua madre. Le auto passano. Gordievsky arriva in Finlandia nel bagagliaio di una Ford Sierra. E per il servizio britannico cambia il nome in codice con cui lo chiamano nelle carte, non più Nocton, enne, o, ci, ti, o, enne, ma Ovation, o, vu, a, ti, o, enne, emme. Non è più la fonte da proteggere dentro Mosca. È l'uomo che ce l'ha fatta.

Venticinque espulsi

Dopo il bosco, dopo i cani, dopo il valico, dopo che Oleg Gordievsky, l'agente dei servizi segreti sovietici che per anni aveva passato tutto agli inglesi, è arrivato a Londra vivo, viene la parte che nelle ricostruzioni di solito si comprime in due righe. E invece è metà del prezzo. Gordievsky, una volta al sicuro, consegna i nomi. E il tredici settembre millenovecentottantacinque il governo britannico espelle venticinque cittadini sovietici. È la più grande espulsione di massa nella storia dei rapporti fra i due paesi. Ma non era il piano iniziale. Geoffrey Howe, il ministro degli Esteri britannico, lo stesso uomo che due mesi prima aveva autorizzato l'esfiltrazione, di espulsi ne voleva nove. Lo scrisse nero su bianco, temeva che una rappresaglia su quella scala congelasse il dialogo fra Londra e Mosca per due o tre anni, proprio nel momento in cui Mikhail Gorbaciov, il nuovo leader sovietico, stava aprendo. Margaret Thatcher, primo ministro, scelse venticinque. È lo stesso uomo, Howe, con due prudenze opposte a due mesi di distanza. Prima si assume il rischio di tirare fuori clandestinamente una persona dal territorio sovietico, poi cerca di limitare i danni di ciò che quella persona ha portato con sé. Non è incoerenza. È che le due decisioni rispondono a domande diverse. La prima, salviamo la nostra fonte? La seconda, quanto siamo disposti a pagare per usare quello che ci ha dato? Mosca rispose a modo suo, un secondo giro di espulsioni, sei contro sei. I conti finali che circolano, trentuno contro trentuno, un preavviso di quarantotto ore, sei giorni per l'intero scambio, tornano, aritmeticamente. Ma non hanno riscontro documentale in quello che è stato possibile verificare. Gran parte di questo capitolo è diventata pubblica solo il trenta dicembre duemilaquattordici, quando per la regola dei trent'anni i fascicoli britannici sono stati aperti al National Archives, gli archivi di Stato del Regno Unito. E in quei fascicoli c'è anche un gesto raccontato da qualcuno, Thatcher che cerchia a mano, con la penna, il numero venticinque sul foglio con le opzioni. Se esistesse il facsimile di quel foglio, sarebbe l'immagine da cui far partire tutta questa storia. Ma negli estratti raccolti, quel gesto, la penna, il cerchio, il venticinque, non compare.

Sei anni, e poi Heathrow

Quando Gordievsky esce a correre quella mattina del diciannove luglio, sua moglie Leila e le loro due figlie non ci sono, sono in vacanza in Azerbaigian. Non sanno niente di quello che sta per succedere, e per sei anni non sapranno praticamente altro. Perché loro, in Unione Sovietica, restano. Sei anni. Sorveglianza continua, interrogatori, e addosso l'etichetta più pesante che quel sistema potesse attaccare a qualcuno, la famiglia del traditore. Londra non sta zitta. Il tredici giugno millenovecentonovantuno, alla Camera dei Comuni, il governo britannico denuncia che Mosca viola gli accordi internazionali sul ricongiungimento familiare rifiutandosi di farle partire. E Margaret Thatcher, l'ex primo ministro che per anni aveva protetto Gordievsky, si era rivolta personalmente a Gorbaciov. Più volte. Per sei anni. C'è anche una storia che circola, di un'offerta segreta, le spie smascherate da Gordievsky non vengono espulse, e in cambio la sua famiglia parte. Mosca avrebbe detto no, avrebbe preferito perdere venticinque uomini piuttosto che lasciar andare una donna e due bambine. È una voce potente, ma di questa trattativa non c'è traccia documentale, resta una cosa che si dice. Quello che è successo davvero è più semplice e più crudele, nessuna diplomazia aprì quella porta. La aprì il crollo di chi la teneva chiusa. Nell'agosto del millenovecentonovantuno il golpe contro Gorbaciov fallisce, l'Unione Sovietica si sgretola, e Leila e le figlie finalmente possono partire. Arrivano in Inghilterra tra il sei e il sette settembre millenovecentonovantuno. E qui la storia cambia pelle. Fino a questo momento era la storia di un'operazione riuscita, e ora diventa un'altra cosa. Le bambine hanno undici e dieci anni. Scendono dall'aereo e si trovano davanti un uomo che, secondo le ricostruzioni, conoscevano a malapena. Il loro padre. Anzi, un estraneo con la faccia del loro padre. Cresceranno, e da grandi torneranno in Russia. Il matrimonio di Gordievsky e Leila, tenuto insieme per sei anni dalla lontananza, non regge al ricongiungimento. Vale la pena dirlo senza attutirlo. L'operazione Pimlico è un successo tecnico assoluto, senza precedenti. E il punto in cui comincia a perdere è proprio il momento del lieto fine. Il diciannove luglio millenovecentoottantacinque, quel uomo che usciva a correre ha salvato la propria vita. Il sei settembre millenovecentonovantuno ha ricevuto indietro una famiglia che non c'era più.

Resta la domanda che giustifica tutto il prezzo pagato, ma che cosa passava, davvero, Oleg Gordievsky al servizio segreto britannico? Se c'è un episodio che viene citato più di ogni altro, è l'autunno del millenovecentottantatré. In quel periodo l'apparato sovietico era in allerta massima, l'operazione che i sovietici chiamavano RYaN serviva a intercettare i preparativi di un attacco nucleare a sorpresa dell'Occidente. E quell'autunno la dirigenza di Mosca lesse l'esercitazione della NATO chiamata Able Archer Ottantatré non come un'esercitazione, ma come la possibile copertura di un attacco vero. Gordievsky riferì agli inglesi a che livello di allarme era l'altra parte. Non è una voce di seconda mano, i documenti sovietici declassificati, oltre mille pagine conservate al National Security Archive, attestano che l'allerta della Quarta Armata aerea sovietica includeva preparativi per l'uso immediato di armi nucleari. La fase acuta finì l'undici novembre millenovecentottantatré, con la fine dell'esercitazione. C'è poi una cifra che gira da anni, circa undicimila testate portate in massima allerta, attribuita a un rapporto americano. Negli estratti verificati non trova conferma, quello che risulta, e basta, è l'allerta della Quarta Armata aerea. È una differenza enorme, di ordine di grandezza, e vale la pena non prendere per buona la versione più grossa solo perché è quella che si ripete. E allora, quanto valeva, complessivamente, quest'uomo? Quasi tutti rispondono allo stesso modo. Il suo biografo, Ben Macintyre, osserva che in dieci anni gli inglesi non gli rilevarono mai una bugia. Quasi tutti, appunto. Una voce fuori dal coro esiste, ed è pesante, è quella dello storico Xan Smiley, che su una recensione della New York Review of Books del novembre duemiladiciannove ha scritto una cosa semplice e scomoda, le spie, per mestiere, gonfiano il valore di ciò che sanno. E il fatto che un'informazione sia segreta non la rende più vera di una pubblica. Anzi, il segreto la toglie da qualsiasi verifica. E l'obiezione di Smiley non è un ragionamento in astratto. Ha un caso concreto a suo favore, un nome, Michael Foot, il leader del partito laburista inglese. Nel suo libro, Gordievsky sosteneva che Foot fosse stato quello che i sovietici chiamavano un agente di influenza, cioè un uomo utile alla causa moscovita senza essere una spia vera e propria. Foot la definì, parole sue, una grande bugia. Fece causa al Sunday Times, e nel millenovecentonovantacinque vinse, fu il giornale a versargli un sostanzioso accordo extragiudiziale. Macintyre ha ripetuto l'accusa nel duemila diciotto, e gli amici di Foot l'hanno respinta di nuovo. Ed ecco il conto, nudo, l'unica volta che un'informazione di Gordievsky è stata messa sul piatto di un giudice, ha perso. La fonte che in dieci anni non fu mai colta in una bugia è la stessa da cui nasce l'unica sua affermazione mai finita in tribunale. E in tribunale, finita male.

Godalming, 4 marzo 2025

Nel duemilasette, la London Gazette, il bollettino ufficiale degli onori britannici, pubblica un annuncio, Oleg Antonovich Gordievsky, il colonnello del servizio segreto sovietico che per anni aveva passato tutto agli inglesi, l'uomo della fuga di luglio, viene nominato Companion dell'Ordine di San Michele e San Giorgio. La motivazione ufficiale è di sette parole, for services to the security of the United Kingdom. Per servizi resi alla sicurezza del Regno Unito. È la stessa onorificenza che, nei romanzi, porta James Bond, un'ironia che a Gordievsky, si dice, non dispiacque affatto. Quanto alla cerimonia a Buckingham Palace, alla regina in persona che gliela consegna, cose che molte ricostruzioni raccontano, dagli atti verificati risulta soltanto l'annuncio ufficiale del sedici giugno duemilasette. Il resto, forse, è leggenda. E mentre il Regno Unito lo decorava, la condanna a morte restava lì. Quella pronunciata in contumacia dal tribunale sovietico, prima della fuga. Non fu mai revocata, non dall'Unione Sovietica, che nel frattempo smise semplicemente di esistere, e non dalla Russia che ne prese il posto. Gordievsky ha vissuto quarant'anni con addosso, insieme, l'onorificenza di una regina e la sentenza capitale di uno Stato scomparso. La sua autobiografia, pubblicata da Macmillan nel millenovecentonovantacinque, si intitola Next Stop Execution. Prossima fermata, esecuzione. Non serve aggiungere altro. Il titolo, da solo, è già una vita. Il quattro marzo duemilaventicinque, a Godalming, una cittadina nel Surrey, un uomo di ottantasei anni viene trovato morto nella propria casa. Era lui. Oleg Gordievsky. La polizia del Surrey dichiara che la morte non è al momento trattata come sospetta, e che non c'è nulla che suggerisca un rischio aumentato per i cittadini. È la seconda frase, quella, il dettaglio che fa fermare. Nessuna polizia sente il bisogno di rassicurare la popolazione quando muore un ottantenne in casa sua. Lo fa quando la domanda è stata posta. E la domanda era stata posta perché tutti, da quelle parti, sapevano chi era l'uomo di Godalming, e perché negli anni precedenti, in Inghilterra, altri cittadini di origine russa erano morti in circostanze su cui si era discusso a lungo, troppo a lungo. E allora, alla fine, di questa storia resta l'inventario. Un sacchetto della Safeway, appeso a un angolo di Mosca. Uno di Harrods, il segnale di risposta a Londra. Una barretta Mars. Un pannolino sporco, su un sedile, al valico finlandese. Una Ford Sierra. Il caso di spionaggio più costoso della guerra fredda, venticinque espulsioni, sei anni di famiglia separata, un uomo che una potenza ha condannato a morte e un'altra ha decorato, si è giocato per intero con merce da supermercato. E continua a non avere una risposta alla domanda da cui tutto è partito, chi, nel maggio del millenovecentottantacinque, disse per primo ai servizi segreti sovietici che il loro colonnello a Londra lavorava per gli inglesi. Quella domanda è rimasta aperta esattamente come l'altra, quella che la polizia del Surrey ha voluto chiudere con una frase di troppo. Chi tradì Gordievsky, non si è mai saputo. Chi lo uccise, se qualcuno lo uccise, non lo sapremo forse mai nemmeno questo.

Un uomo aspetta a un angolo di strada con un sacchetto della spesa

Il giorno della settimana è fissato. L'ora è le 19.30. Il posto è un angolo di strada a Mosca, e l'uomo che ci sta in piedi tiene in mano un sacchetto di plastica del supermercato Safeway.

Non deve fare altro. Non deve parlare con nessuno, non deve lasciare niente da nessuna parte, non deve guardarsi intorno più di quanto si guardi intorno chiunque aspetti qualcuno. Deve solo stare lì con quel sacchetto, che a Mosca nel 1985 è un oggetto vagamente esotico e perfettamente innocuo: un cittadino sovietico con accesso ai negozi per stranieri, o un uomo che ha vissuto all'estero. Il sacchetto è il messaggio. Il messaggio è: venitemi a prendere.

Se qualcuno ha ricevuto il segnale, un uomo gli passerà accanto tenendo un sacchetto di Harrods e mangiando una barretta Mars. Non si guarderanno. Non si diranno niente. La mano che porta la barretta alla bocca è la conferma.

Per anni quell'angolo è stato solo un appuntamento teorico. La procedura esisteva, era stata studiata, imparata a memoria e mai usata — come un estintore in una scala condominiale. La parte difficile di quel segnale non è capirlo: è che qualcuno ci vada davvero, in un giorno stabilito, all'ora stabilita, con quel sacchetto, sapendo che nove volte su dieci non passerà nessuno e che bisognerà tornare la settimana dopo. E che se un giorno passerà qualcuno, vorrà dire che la vita che si sta vivendo è finita.

Nell'estate del 1985 un uomo di quarantasei anni comparve fuori da una panetteria su Kutuzovsky Prospekt stringendo quel sacchetto. Si chiamava Oleg Antonovich Gordievsky. Era colonnello del KGB e da undici anni lavorava per l'intelligence britannica.

Undici anni prima: due uomini giocano a badminton a Copenaghen

Il reclutamento non comincia con una proposta. Comincia con uno sport.

Nei primi anni Settanta, a Copenaghen, Gordievsky gioca a badminton con il capo stazione locale dell'MI6. Settimana dopo settimana: prenotano il campo, giocano, si asciugano, si salutano. Un ufficiale del KGB e un ufficiale del servizio segreto britannico che si danno appuntamento per fare sport, con la collaborazione del servizio di sicurezza danese, che sa e lascia fare.

Quello che rende la scena istruttiva è che nessuna delle due parti sta fingendo di non sapere chi sia l'altra. Sanno benissimo. Il badminton non è una copertura: è il tempo che serve perché una domanda diventi possibile. La domanda arriva nel 1974.

Sulla data c'è un margine: alcune ricostruzioni italiane collocano il reclutamento nel 1972, che è però l'anno in cui Gordievsky comincia la sua seconda destinazione a Copenaghen — l'ottobre 1972 — e la sovrapposizione fra le due date sembra nascere da lì. Anche il nome in codice non è pacifico: Wikipedia e le fonti didattiche danno SUNBEAM per il periodo danese, ma il necrologio di Christopher Curwen — l'uomo che dell'MI6 sarebbe poi diventato il capo, e che gestì la sua esfiltrazione — dice FELIKS. Sul nome in codice del proprio agente, la fonte più interna al servizio dissente da tutte le altre. È un dettaglio minuscolo e vale la pena tenerlo a mente per tutto il resto della storia: quando anche le nostre fonti migliori sono ricordi di persone che hanno passato la vita a mentire per mestiere, la precisione è un'aspirazione, non un dato di partenza.

Da Copenaghen — SUNBEAM, o FELIKS — Gordievsky diventa NOCTON quando passa a Londra. Undici anni di doppia vita, scrive una delle ricostruzioni, «straordinariamente pericolosa».

Oleg Gordievsky is congratulated by Baroness Thatcher following his investiture by the Queen on 18th October 2007.
Oleg Gordievsky is congratulated by Baroness Thatcher following his investiture by the Queen on 18th October 2007. — foto: Сергей Кристо, Sergei66 at Russian Wikipedia · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Aprile 1985: gli offrono il posto migliore che ci sia

Alla fine di aprile del 1985, a quarantasei anni, Gordievsky viene promosso rezident designato: capo della stazione KGB di Londra. È, nelle parole del Daily Beast, «a plum posting» — il posto migliore che ci sia. Per un ufficiale sovietico è il vertice di una carriera; per l'MI6, che quell'ufficiale lo gestisce da undici anni, è il colpo del secolo: il proprio uomo alla testa della rete avversaria nella propria capitale.

Il necrologio di Curwen mette le due cose nella stessa frase, e la frase è tutta la storia: «il 17 maggio 1985, avendo appena ricevuto la promessa del posto di rezident a Londra, Gordievsky fu improvvisamente richiamato a Mosca».

Tre settimane fra la promozione e il telegramma. Il testo del richiamo è ordinario — consultazioni, formalità per la nomina. Nessun ufficiale del KGB può rifiutare un rientro senza confessare con quel rifiuto tutto quello che ha da nascondere. Gordievsky sa che potrebbe essere una procedura e sa che potrebbe essere la fine, e non ha modo di distinguere le due cose se non salendo su un aereo.

Sale sull'aereo.

Il buco di quattro settimane

Qui la storia incontra il suo problema, e vale la pena fermarsi perché è il punto in cui la versione più raccontata del caso Gordievsky smette di reggere.

La versione più raccontata è: fu Aldrich Ames a tradirlo. Ames è l'analista della CIA che il 13 giugno 1985 consegnò al KGB la lista delle fonti occidentali dentro l'Unione Sovietica, e che per quel lavoro ammise di aver ricevuto 2,5 milioni di dollari fra il 1985 e il 1994, anno del suo arresto. È il traditore più costoso della storia americana e ha una colpa enorme e documentata.

Ma il KGB richiamò Gordievsky il 16-17 maggio. Ames fece il nome il 13 giugno. Quattro settimane dopo.

Non è una sottigliezza da cronologisti: è una impossibilità causale semplice. Chi ha richiamato Gordievsky a Mosca sapeva o sospettava qualcosa prima che Ames aprisse bocca. E la conferma non arriva da un'ipotesi giornalistica, arriva dall'altro lato, dagli atti: la relazione del Senate Select Committee on Intelligence sul caso Ames, del 1° novembre 1994, scrive che «nel maggio 1985 — diverse settimane prima che Ames passasse la sua lista di fonti al KGB — i funzionari della Direzione Operazioni cominciarono a percepire un possibile problema di sicurezza quando una fonte della CIA fu improvvisamente richiamata in Unione Sovietica».

Quella fonte è Gordievsky. Il documento ufficiale americano registra il buco.

Chi fu, allora? Non si sa. Quarant'anni dopo, non si sa. Due veterani della CIA, Milton Bearden e John Lewis Jr., restano convinti che ci sia stata una talpa mai identificata, e la loro osservazione è di quelle che non si smontano facilmente: né Ames, né Edward Lee Howard, né Robert Hanssen — i tre traditori accertati di quella stagione — avevano accesso a tutti gli asset bruciati nel 1985. Ciascuno ne poteva bruciare una parte. Nessuno tutti.

La voce dell'enciclopedia lo dice con una secchezza che vale come misura del fallimento: dopo sei settimane di interrogatori ad Ames, «l'FBI e la CIA restano perplessi sul fatto che sia stato Ames o qualcun altro ad avvertire per primo i sovietici su Gordievsky».

E poi c'è la frase che tiene aperto il caso. La pronuncia Leslie Wiser, l'agente dell'FBI che lavorò al caso Ames, in un'intervista allo Smithsonian nel 2015: «ritenevamo importante considerare la forte possibilità che Gordievsky fosse stato compromesso da qualcuno all'interno della comunità di intelligence statunitense».

Va detto con precisione, perché la differenza conta. Questa non è una posizione ufficiale dell'FBI: è un agente che parla a una rivista. Non esiste un atto in cui il Bureau riconosca l'esistenza di una quarta talpa. Esiste un uomo che c'era e che, trent'anni dopo, dice a un giornalista che ci pensavano seriamente. La distanza fra queste due cose — fra quello che si sa e quello che è stato messo agli atti — è precisamente il posto in cui questa storia vive.

Le quattro settimane che nessuno ha spiegato

gamma97
dati: necrologio di Christopher Curwen (Old Shirburnian Society); Senate Select Committee on Intelligence, «An Assessment of the Aldrich H. Ames Espionage Case», 01/11/1994; FBI, caso Ames · elaborazione: gamma97
Ronald Reagan’s July 21, 1987 meeting with MI 6 asset Oleg Gordievsky. Reagan shaking KGB defector Oleg Gordievsky’s hand. “Unidentified visitor” observes.
Ronald Reagan’s July 21, 1987 meeting with MI 6 asset Oleg Gordievsky. Reagan shaking KGB defector Oleg Gordievsky’s hand. “Unidentified visitor” observes. — foto: Mary Anne Fackelman (White House photographer) · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Mosca, maggio-luglio: due mesi ciechi

Gordievsky rientra a Mosca il 17 maggio e da quel momento, per due mesi, la documentazione si assottiglia fino quasi a sparire.

Quello che si racconta è una scena madre: una casa sicura alla periferia di Mosca, un interrogatorio di circa cinque ore condotto sotto l'effetto di droghe da Viktor Budanov, colonnello, capo della Direzione K — il controspionaggio interno del KGB — descritto come «l'uomo più pericoloso del KGB». Gordievsky non confessa. Sopravvive all'interrogatorio, viene rilasciato, sospeso dal servizio, sorvegliato.

Bisogna dire che nel materiale verificato per questo numero non c'è nulla che sostenga quella scena. Non la casa sicura, non le droghe, non le cinque ore. Il nome di Viktor Budanov non compare in nessuno degli estratti raccolti. È un racconto che circola, che ha una fonte, e che qui non può essere confermato: quindi non lo si tratta come accaduto. L'antagonista di questa storia — il funzionario che tenne in mano il destino di Gordievsky e lo lasciò andare — resta, allo stato delle verifiche, una figura senza documentazione.

Quello che è certo è l'esito, e l'esito è già abbastanza strano da bastare. Il KGB sospettava del proprio colonnello abbastanza da richiamarlo dall'estero con un pretesto; non abbastanza da arrestarlo. Per due mesi un uomo che il servizio riteneva probabilmente un traditore girò per Mosca, dormì a casa propria, uscì a correre la mattina. La sorveglianza c'era. La cella no.

È in quei due mesi che Gordievsky va all'angolo di strada con il sacchetto Safeway.

19 luglio 1985: esce a correre

La mattina del 19 luglio Gordievsky si mette la tenuta da corsa ed esce dall'appartamento di Mosca. Corre tutte le mattine. Chiunque lo stia guardando lo ha già visto uscire così decine di volte, e questa è tutta l'idea: il gesto più ordinario che possiede, fatto una volta di più.

Non torna.

Raggiunge la stazione Leningradskij e compra i biglietti allo sportello, come chiunque. Da lì il tragitto è una successione di mezzi pubblici sovietici: il treno per Leningrado — circa 650 chilometri — poi l'elettrotreno suburbano fino a Zelenogorsk, e a Zelenogorsk «salta su un autobus» per Vyborg, altri 130 chilometri verso il confine finlandese.

Vale la pena guardare bene questa sequenza, perché è il contrario di tutto ciò che il genere suggerisce. Non c'è un aereo privato, non c'è un documento falso di fattura eccezionale, non c'è tecnologia. C'è un uomo su cui pende, se lo prendono, una condanna a morte, che sta in fila a uno sportello ferroviario, sale su un treno pubblico, cambia mezzo in una stazione suburbana e prende un autobus di linea. Per un giorno intero la sua sopravvivenza dipende dal fatto che nessuno, in nessuno di quei mezzi, lo guardi due volte.

Su un paio di dettagli di questo tragitto circolano precisazioni suggestive — un biglietto di quarta classe, una partenza alle 17:30 — che nelle verifiche fatte per questo numero non hanno trovato riscontro. Si citano qui per quello che sono: dettagli non confermati, in una storia in cui la differenza fra «documentato» e «raccontato bene» è il tema.

Altrettanto affascinante e altrettanto priva di riscontro è la storia delle istruzioni per la fuga: fogli sigillati nel cellophane e incollati dentro le copertine rigide di due copie dei Sonetti di Shakespeare, da recuperare bagnando i libri. È il genere di dettaglio che si vorrebbe vero.

Un bosco a sud di Vyborg, dietro una grande roccia

Il punto d'incontro è nel bosco, a sud di Vyborg, dietro una grande roccia.

Ci arrivano due automobili con targa diplomatica britannica. Ne scendono due funzionari, le rispettive mogli, e un neonato. Aprono qualcosa da mangiare. Da qualunque distanza li si guardi, sono due coppie britanniche con un bambino piccolo che hanno accostato in una radura per fare un picnic — cosa che il personale diplomatico straniero in URSS faceva, e che era abbastanza normale da non essere una spiegazione strana.

Gordievsky esce dal bosco. Lo fanno salire nel bagagliaio di una delle due auto — una Ford Sierra, l'automobile di famiglia più banale d'Europa negli anni Ottanta — e gli danno una coperta termica di alluminio, quelle che si usano per i traumatizzati, perché il metallo confonda i rilevatori a infrarossi ai posti di blocco.

Poi chiudono il portellone e ripartono verso il confine.

Poche ore prima, a Londra, quella stessa operazione era passata attraverso un piccolo assurdo amministrativo. Il segretario agli Esteri Geoffrey Howe aveva dato il via libera il 20 luglio; per l'approvazione formale del primo ministro, però, Charles Powell — segretario privato di Margaret Thatcher — dovette raggiungerla fisicamente a Balmoral, in Scozia, dove la premier era in vacanza. Una vacanza reale interrotta perché un uomo, in quel momento, era su un autobus russo diretto a Vyborg. Le catene di comando hanno una forma fisica: qui è un funzionario che deve salire su un treno per far firmare un foglio.

Ames was arrested Feb. 21, 1994, on charges of espionage. He pleaded guilty in April of that year and was sentenced to life without parole.
Ames was arrested Feb. 21, 1994, on charges of espionage. He pleaded guilty in April of that year and was sentenced to life without parole. — foto: Federal Bureau of Investigation · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Il valico: arrivano i cani

Al posto di blocco le auto si fermano. Documenti, targhe diplomatiche, formalità. Il diritto internazionale copre quelle automobili: le guardie di frontiera sovietiche non possono aprire il bagagliaio di un veicolo con targa diplomatica britannica senza far saltare un trattato.

Poi arrivano i cani.

I cani non hanno letto la Convenzione di Vienna. Un cane addestrato che si avvicina al portellone posteriore e comincia a interessarsi a quello che c'è dentro non viola nessun accordo: segnala, e a quel punto la copertura giuridica dell'immunità diventa irrilevante, perché nessuna guardia lascia andare un'auto su cui il cane ha segnalato.

La moglie del capo stazione dell'MI6 — il cui nome non compare in nessuna delle fonti di questo numero — apre allora un fasciatoio improvvisato sopra il bagagliaio in cui è nascosto un uomo condannato a morte, e comincia a cambiare il pannolino sporco a suo figlio. Poi lascia cadere il pannolino per terra. (Secondo una ricostruzione — non presente negli estratti verificati — insieme al pannolino sarebbe caduto anche un sacchetto di patatine al formaggio e cipolla.)

I cani si allontanano.

Ecco il punto in cui tutta questa storia si decide, ed è un punto che nessuna dottrina dell'intelligence contempla. Un'operazione costruita su undici anni di gestione di una fonte, su un sistema di segnali studiato per anni, su targhe diplomatiche, su un via libera ministeriale strappato a una premier in vacanza in Scozia, si salva perché una donna in un bosco fa la cosa che una madre farebbe comunque e la fa nel punto esatto in cui serve. L'immunità diplomatica protegge dalle mani degli uomini in divisa; non protegge dal naso di un cane. Da quello protegge un pannolino.

Anche il neonato di quel giorno merita una riga. Nel luglio 1985 ha pochi mesi e non sa nulla; il suo pannolino sporco è la contromisura più efficace impiegata quel giorno contro la frontiera sovietica. Oggi quella persona avrebbe circa quarant'anni. Nelle fonti raccolte per questo numero non ha un nome, come non ce l'ha sua madre.

Le auto passano. Gordievsky arriva in Finlandia nel bagagliaio di una Ford Sierra. Da NOCTON diventa OVATION.

Il conto: venticinque espulsi, e un segretario agli Esteri che frena

Quello che succede dopo è la parte che, di solito, nelle ricostruzioni si comprime in due righe, e invece è la metà del prezzo.

Gordievsky, arrivato a Londra, consegna i nomi. Il 13 settembre 1985 il governo britannico espelle venticinque cittadini sovietici. È la più grande espulsione di massa nella storia dei rapporti fra i due paesi.

Non era il piano iniziale. Geoffrey Howe — lo stesso uomo che due mesi prima aveva autorizzato l'esfiltrazione — ne voleva nove. Mise per iscritto il timore che una rappresaglia su quella scala congelasse il dialogo anglo-sovietico per due o tre anni, proprio mentre Mikhail Gorbaciov apriva. Thatcher scelse venticinque.

È lo stesso uomo con due prudenze opposte a due mesi di distanza: prima si assume il rischio di tirare fuori clandestinamente un uomo dal territorio sovietico, poi cerca di limitare i danni di ciò che quell'uomo ha portato con sé. Non è incoerenza: è che le due decisioni rispondono a domande diverse. La prima è «salviamo la nostra fonte?». La seconda è «quanto siamo disposti a pagare per usare quello che ci ha dato?».

Mosca rispose, ci fu un secondo giro di espulsioni, sei contro sei, e i conti finali che circolano — 31 contro 31, un preavviso di 48 ore, sei giorni per l'intero scambio — sono aritmeticamente coerenti ma restano privi di riscontro documentale nel materiale verificato. Il rilascio dei fascicoli britannici al National Archives, avvenuto il 30 dicembre 2014 per effetto della regola dei trent'anni, è ciò che ha reso pubblica gran parte di questo capitolo.

Fra i documenti si racconta anche di un gesto: Thatcher che cerchia a mano il numero 25 sul foglio con le opzioni. Sarebbe l'immagine di apertura di questa storia, se il facsimile esistesse; negli estratti raccolti quel gesto materiale non compare.

Sei anni, e poi Heathrow

Quando Gordievsky esce a correre la mattina del 19 luglio, sua moglie Leila e le loro due figlie sono in vacanza in Azerbaigian.

Restano in Unione Sovietica sei anni. Sorveglianza, interrogatori, la condizione di famiglia del traditore. Il governo britannico protesta ripetutamente: il 13 giugno 1991, alla Camera dei Comuni, sostiene che il rifiuto sovietico di lasciarle partire viola gli accordi internazionali sul ricongiungimento familiare. Thatcher si era rivolta personalmente a Gorbaciov, più volte, per sei anni.

Circola anche la notizia di un'offerta segreta: non espellere le spie smascherate da Gordievsky in cambio del rilascio della sua famiglia. Mosca avrebbe rifiutato — preferendo perdere venticinque uomini piuttosto che lasciar partire una donna e due bambine. La trattativa non risulta documentata negli estratti verificati per questo numero, e resta quindi una cosa che si dice.

Quello che invece è successo è che nessuna diplomazia aprì quella porta. La aprì il crollo di chi la teneva chiusa: dopo il fallimento del golpe di agosto 1991, Leila e le figlie poterono partire. Arrivarono il 6-7 settembre 1991.

E qui la storia, che fino a questo momento è stata la storia di un'operazione riuscita, diventa un'altra cosa. Le bambine — undici e dieci anni — scesero dall'aereo e incontrarono un uomo che, secondo le ricostruzioni, «conoscevano a malapena». Sarebbero poi tornate in Russia. Il matrimonio non resse al ricongiungimento.

(I dettagli di quell'arrivo — i nomi Maria e Anna, le età, l'età di Leila, lo scalo di Heathrow — provengono da ricostruzioni giornalistiche che nelle verifiche di questo numero non è stato possibile riscontrare integralmente; il fatto del ricongiungimento del 6 settembre 1991 e le proteste britanniche del giugno precedente sì.)

Vale la pena dirlo senza attutirlo: l'operazione Pimlico è un successo tecnico assoluto e senza precedenti, e il punto in cui comincia a perdere è il momento del lieto fine. Il 19 luglio 1985 Gordievsky ha salvato la propria vita. Il 6 settembre 1991 ha ricevuto indietro una famiglia che non c'era più.

USPS mail collection box used to communicate meeting requests between Soviet intelligence handlers and U.S. Government employee Aldrich Ames. This FBI photo shows the chalk mark used to indicate that
USPS mail collection box used to communicate meeting requests between Soviet intelligence handlers and U.S. Government employee Aldrich Ames. This FBI photo shows the chalk mark used to indicate that — foto: Unknown authorUnknown author · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Che cosa aveva portato, e quanto valeva davvero

Resta la domanda che dà senso al prezzo: che cosa passava, Gordievsky, all'MI6?

Il capitolo più citato è l'autunno 1983. L'operazione sovietica RYaN — l'apparato di allerta costruito per intercettare i preparativi di un attacco nucleare a sorpresa occidentale — aveva portato la dirigenza di Mosca a leggere l'esercitazione NATO Able Archer 83 non come un'esercitazione ma come possibile copertura di un attacco reale. Gordievsky riferì all'MI6 quale fosse il livello di allarme dall'altra parte. I documenti sovietici declassificati dal National Security Archive — oltre mille pagine sul solo lato sovietico del 1983 — attestano che l'allerta della 4ª Armata aerea sovietica includeva «preparativi per l'uso immediato di armi nucleari». La fase acuta finì l'11 novembre 1983, con la fine dell'esercitazione.

(La cifra spesso ripetuta di circa 11.000 testate portate in massima allerta, attribuita a un rapporto del PFIAB, non trova conferma negli estratti verificati per questo numero: quello che risulta è l'allerta della 4ª Armata aerea. È una differenza di ordine di grandezza, e vale la pena non ereditarla a scatola chiusa.)

Su quanto valesse complessivamente, il coro è quasi unanime — Ben Macintyre osserva che in dieci anni l'MI6 non gli rilevò mai una bugia. Quasi. Una voce fuori dal coro c'è, ed è quella dello storico Xan Smiley, in una recensione sulla New York Review of Books del novembre 2019: le spie, per mestiere, gonfiano il valore di ciò che sanno, e il fatto che un'informazione sia segreta non la rende più vera di una pubblica.

L'obiezione ha un caso concreto a suo favore, ed è il caso Michael Foot. Il libro di Gordievsky sostiene che il leader laburista fosse stato «agente di influenza» del KGB. Foot la definì «a big lie», fece causa al Sunday Times e nel 1995 vinse: fu il giornale a versargli un sostanzioso accordo extragiudiziale. Macintyre ha ripetuto l'accusa nel 2018, e gli amici di Foot l'hanno respinta di nuovo.

Il conto è netto: l'unica volta che un'informazione di Gordievsky è stata pesata da un giudice, ha perso. La fonte che «non fu mai colta in una bugia» è all'origine dell'unica sua affermazione che sia mai finita in tribunale, ed è finita male.

Godalming, 4 marzo 2025

Nel 2007 la London Gazette pubblica una notice: Oleg Antonovich Gordievsky è nominato Companion dell'Order of St Michael and St George. La motivazione ufficiale è di sette parole: «For services to the security of the United Kingdom». È la stessa onorificenza attribuita, nella finzione, a James Bond — un'ironia che a Gordievsky, si dice, non dispiacque affatto. (La cerimonia a Buckingham Palace e la consegna diretta dalla regina, che molte ricostruzioni riportano, non risultano dagli estratti verificati: documentata è la notice del 16 giugno 2007.)

Nel frattempo la condanna a morte pronunciata in contumacia dal tribunale sovietico restava in piedi. Non fu mai revocata: non dall'Unione Sovietica, che smise di esistere, e non dalla Russia che le succedette. Gordievsky ha vissuto quarant'anni portandosi addosso contemporaneamente l'onorificenza di una regina e la sentenza capitale di uno Stato scomparso.

La sua autobiografia, uscita da Macmillan nel 1995, si intitola Next Stop Execution. Prossima fermata: esecuzione. Il titolo è già una frase compiuta.

Il 4 marzo 2025, a Godalming, nel Surrey, un uomo di ottantasei anni viene trovato morto nella propria abitazione. La Surrey Police dichiara che «la morte non è al momento trattata come sospetta» e che «non c'è nulla che suggerisca un rischio aumentato per i cittadini».

Quella seconda frase è la cosa più eloquente di tutto il comunicato. Nessuna polizia dice che non c'è rischio per la popolazione quando un ottantaseienne muore in casa propria. Lo dice quando la domanda è stata posta — e la domanda era stata posta perché tutti sapevano chi fosse l'uomo di Godalming, e perché in Inghilterra, negli anni precedenti, altri cittadini di origine russa erano morti in circostanze su cui si era discusso a lungo.

Alla fine, di questa vicenda, resta l'inventario. Un sacchetto Safeway. Uno di Harrods. Una barretta Mars. Un pannolino sporco. Una Ford Sierra. Il caso di spionaggio più costoso della guerra fredda — venticinque espulsioni, sei anni di famiglia separata, un uomo che una potenza ha condannato a morte e un'altra ha decorato — si è risolto interamente con merce da supermercato, e continua a non avere una risposta alla sua domanda centrale: chi, nel maggio del 1985, disse per primo al KGB che il proprio colonnello a Londra lavorava per gli inglesi.

Riferimenti

  1. Oleg Gordievsky — https://en.wikipedia.org/wiki/Oleg_Gordievsky
  2. An Assessment of the Aldrich H. Ames Espionage Case, Senate Select Committee on Intelligence, 01/11/1994 — https://irp.fas.org/congress/1994_rpt/ssci_ames.htm
  3. Thirty Years Later, We Still Don't Truly Know Who Betrayed These Spies, Smithsonian Magazine, 2015 — https://www.smithsonianmag.com/history/thirty-years-later-we-still-dont-know-who
  4. Christopher Curwen, necrologio — Old Shirburnian Society — https://oldshirburnian.org.uk/christopher-curwen/
  5. How the KGB Closed In on Its Most Notorious Double Agent, The Daily Beast — https://www.thedailybeast.com/how-the-kgb-closed-in-on-its-most-notorious-double
  6. Operation Pimlico: How MI6 Smuggled Its Man Out of Moscow, RFE/RL — https://www.rferl.org/a/russia-spy-gordievsky-mi6-operation-pimlico/27125318.htm
  7. Oleg Gordievsky: The Spy Who Came In From The Cold, SpyScape — https://spyscape.com/article/oleg-gordievsky-the-spy-who-came-in-from-the-cold
  8. Meet the notorious DOUBLE AGENT, Russia Beyond the Headlines — https://www.rbth.com/history/334417-oleg-gordievsky-kgb-double-agent
  9. Oleg Gordievsky, HistorySkills — https://www.historyskills.com/classroom/modern-history/oleg-gordievsky/
  10. The Mole Who Wasn't Alone: The Spy Crises of 1985 — https://detectivetiger.com/the-mole-who-wasnt-alone-the-spy-crises-of-1985/
  11. The London Gazette, notice del 16/06/2007 — https://www.thegazette.co.uk/London/issue/58358/supplement/2
  12. Former KGB double agent Oleg Gordievsky dies in Britain, IntelNews, 24/03/2025 — https://intelnews.org/2025/03/24/01-3336/
  13. Michael Foot spy allegations and why MI6 should come clean about the past, The Conversation, 2018 — https://theconversation.com/michael-foot-spy-allegations-and-why-mi6-should-come
  14. The Able Archer 83 Sourcebook, National Security Archive — https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/aa83/2018-11-05/able-archer-83-sourceboo
  15. Gordievsky Family, Hansard, House of Commons, 13/06/1991 — https://hansard.parliament.uk/Commons/1991-06-13
  16. Files reveal Thatcher's role in Cold War spy saga, Fox News (National Archives, 30/12/2014) — https://www.foxnews.com/world/files-reveal-thatchers-role-in-cold-war-spy-saga
  17. Navtej Sarna, The Week, 12/04/2025 — https://www.theweek.in/columns/navtej-sarna/2025/04/12/the-spy-who-came-in-from-
  18. Aldrich Ames, Federal Bureau of Investigation — https://www.fbi.gov/history/famous-cases/aldrich-ames