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6 settembre 2026

Shinya Yamanaka è andato dal governo giapponese a chiedere regole per le cellule che tornano indietro

Ha risolto un problema morale e ne ha creato un altro, lo dice lui stesso — e intanto in laboratorio una cellula della pelle è quasi diventata un ovulo.

Vent'anni fa Shinya Yamanaka ha trovato il modo di riportare indietro una cellula adulta fino allo stato in cui può diventare qualunque cosa, e lo ha fatto per aggirare un ostacolo etico: non prelevare più quelle cellule dagli embrioni. Oggi quella tecnica ha due discendenti. Uno si chiama riprogrammazione parziale e prova a ringiovanire le cellule dentro un corpo vivo: nei topi ha funzionato — vita mediana residua più che raddoppiata, 142,5 settimane contro circa 133 — e porta con sé un rischio che nessuna percentuale riesce a descrivere, perché le stesse quattro proteine che ringiovaniscono una cellula, se restano accese, la fanno diventare un tumore. L'altro prova a fabbricare ovuli e spermatozoi da una cellula della pelle: a Portland, nel settembre 2025, 82 ovuli costruiti così hanno prodotto embrioni, e nessuno con il numero giusto di cromosomi. Yamanaka è andato dal governo del suo paese a chiedere linee guida, dicendo nello stesso respiro che una legge nazionale non basta. Questo numero racconta che cosa sa fare davvero quella tecnica, dove si ferma, e perché il confine fra la cura e il danno non è una sostanza diversa ma un tempo diverso.

Shinya Yamanaka è andato dal governo giapponese a chiedere regole per le cellule che tornano indietro

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

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La strada al contrario

C'è una cosa che il tuo corpo fa una volta sola e non disfa mai. Ti è successo davanti agli occhi, mille volte, e probabilmente non ci hai mai pensato come a una regola senza eccezioni. Una cellula, quando nasce, all'inizio non ha ancora scelto che cosa diventare. Potrebbe fare il fegato, il cuore, la pelle, un neurone del cervello. Poi sceglie. E da quel momento la scelta è definitiva, per lei e per tutte le sue discendenti, una cellula della pelle fa la pelle finché campa, e le sue figlie faranno la pelle, e le figlie delle figlie pure. Per questo il taglio sul dito si richiude sempre con altra pelle, mai con qualcos'altro. Mai un pezzetto di fegato, mai un frammento di dente. Sempre pelle. È una specializzazione a senso unico, e senza di essa non saremmo un organismo, saremmo un ammasso. Tienilo a mente, questo senso unico, perché è da qui che parte tutto. Per decenni, se un ricercatore voleva studiare una cellula che non avesse ancora scelto, doveva andare a prenderla dove si trova in natura, cioè in un embrione. E lì la biologia andava a sbattere contro un muro che non era fatto di vetrini e reagenti. Il problema non era la difficoltà di laboratorio, il problema era che cosa è lecito fare a un embrione umano. Ed è una domanda a cui la biologia non sa rispondere, perché non è una domanda di biologia. È una domanda etica, e il muro stava esattamente lì. Finché un ricercatore giapponese, Shinya Yamanaka, ha fatto la mossa che ribalta il tavolo. Si è chiesto, e se invece di andare a prelevare una cellula che non ha ancora scelto, prendessimo una cellula che ha già scelto, una cellula adulta, qualunque, e la convincessimo a tornare indietro? Ci provò. E funzionò. Si prendono cellule adulte, di solito della pelle o del sangue, e si introducono in esse quattro proteine che oggi portano il suo nome, i fattori di Yamanaka. Le cellule tornano allo stato iniziale, quello in cui possono ancora diventare qualunque cosa. Vengono chiamate cellule iPS, la i e le altre lettere sono una sigla inglese che significa cellule a pluri-potenza indotta, indotte, appunto, perché è l'esperimento a portarle indietro, non la natura. Ed ecco il dettaglio che dice tutto di come lavora la sua mente, il vincolo morale, invece che un ostacolo da aggirare, fu usato come una specifica di progetto. Impossibile usare l'embrione? Allora si parte da una cellula che ha già scelto. Il divieto diventò il progetto. Ma il successo non chiuse la questione. La spostò. Yamanaka lo racconta lui stesso, in prima persona, forse ho superato un ostacolo etico, dice, ma poi mi sono accorto di averne generato un altro. E vale la pena fermarsi su questo secondo ostacolo, perché non è una sottigliezza da giuristi, è la conseguenza diretta del successo stesso. Ragiona un attimo. Se una cellula qualunque di una persona può tornare a poter diventare qualunque cosa, allora in linea di principio può anche tornare a poter diventare le cellule con cui si fanno i figli. Chiaro che cosa significa? La stessa scoperta che toglieva di mezzo la necessità dell'embrione rimetteva sul tavolo la possibilità di fabbricarne uno partendo da un frammento di pelle. Ricordatelo, questo secondo ostacolo, perché tornerà, e tornerà due volte. Prima di andare avanti, però, servono due precisazioni. La prima cambia la lettura di tutti i numeri che verranno, e i titoli dei giornali la sbagliano regolarmente. L'obiettivo dichiarato non è vivere più a lungo. Sono parole di Yamanaka, la nostra prima priorità è estendere la longevità in salute, non la longevità in sé. Sono due programmi diversi, con due misure diverse e due successi diversi, allungare gli anni in cui il corpo funziona non è la stessa cosa che allungare gli anni e basta. Quando sentirai parlare di anni guadagnati, chiediti sempre, anni di che cosa? La seconda precisazione è ancora più controintuitiva, e riguarda proprio le cellule che abbiamo appena incontrato. Lo scopo, dice Yamanaka, non è fabbricare cellule iPS. Lo scopo è ringiovanire le cellule, fuori dal corpo, oppure dentro il corpo. E almeno nei topi, aggiunge, ha funzionato. Fermati un secondo su questo punto, perché è il cuore di tutto quello che segue. Fabbricare cellule iPS era il punto di arrivo dell'anno duemilasei, la grande scoperta. Vent'anni dopo è diventato qualcos'altro, la dimostrazione che il viaggio all'indietro esiste. Un tempo era la destinazione. Adesso è la prova che la strada si può percorrere. Quello che interessa oggi è un altro viaggio, molto più corto, e per un motivo che vale la pena capire bene. È il prossimo passo.

Un'altra destinazione, non un errore

Immagina un nastro. La riprogrammazione completa, quella di Yamanaka, lo riavvolge fino all'inizio del lato, la cellula della pelle smette di essere pelle e torna a essere una cellula che non ha ancora scelto che cosa diventare. La riprogrammazione parziale fa un'altra cosa, riavvolge fino a una canzone precisa, e si ferma lì. La cellula resta pelle, continua a fare il mestiere che ha sempre fatto, ma lo fa come lo faceva da giovane. Ed ecco il punto, perché qui si sbaglia facile, questa non è la stessa tecnica fatta a metà. Non è un processo interrotto per prudenza, come quando si scende dall'auto un chilometro prima di casa. È un'altra destinazione, scelta apposta. Non si vuole una cellula che possa diventare qualunque cosa, quello lo sa già fare la riprogrammazione completa, ed è proprio ciò che in un corpo malato non serve. Si vuole una cellula che faccia esattamente il suo lavoro di prima. Ma meglio. Il nastro, però, aiuta solo fino a un certo punto, e conviene vedere subito dove smette di aiutare. Sul nastro le posizioni sono segnate, c'è un contatore, sai sempre in che punto sei. Nella cellula quel contatore non esiste. Nessuno, oggi, sa dire in quale punto della propria storia si sia fermata una singola cellula mentre la si sta riprogrammando. E c'è di più, il ritorno non scorre nemmeno lungo una dimensione sola, come il nastro che va avanti e indietro. È la parte più scomoda di tutta la faccenda, e tornerà a farsi viva fra due capitoli. Intanto, come ci si è arrivati è una storia di ostinazione. Tenere accesi i fattori di Yamanaka dentro un animale vivo era già stato provato, e l'esito non lasciava spazio a interpretazioni, cellule che proliferano senza più controllo, e teratomi, tumori con dentro tessuti di ogni tipo, sparsi in più organi. Non un effetto collaterale trascurabile. L'esito centrale della manovra. La strada sembrava chiusa. Il salto è stato chiedersi se il problema fossero i fattori, oppure la durata. Non un farmaco diverso, lo stesso farmaco, con un orologio sopra. Accenderli, spegnerli, riaccenderli, a intermittenza, fermandosi prima del punto di non ritorno. Nello studio del duemilaventiquattro sui topi anziani questa idea ha preso una forma precisa, tre dei quattro fattori di Yamanaka, i tre che funzionano meglio in questa manovra, legati a un interruttore genetico che si comanda dall'esterno, e che si accende e si spegne somministrando agli animali un comune antibiotico, la tetraciclina, mescolato all'acqua o al cibo. Il ricercatore decide quando il ritorno indietro comincia e quando finisce, questo, in mano, non aveva nessuno prima. E poi i numeri. Nei topi trattati, la mediana della vita che restava loro da vivere cresce del centonove per cento, più che raddoppia. La vita totale passa da circa centotrentatré settimane a centoquarantadue e mezzo. Fermati un attimo su queste due cifre messe vicine, perché insieme dicono una cosa che la percentuale da sola nasconde. Centonove per cento suona come il raddoppio della vita. Ma centoquarantadue settimane e mezzo contro centotrentatré sono nove settimane e mezzo, perché quel centonove per cento riguarda solo il tratto che restava da vivere, non l'intera vita, e perché l'intera vita di un topo dura poco meno di tre anni. Un cane di dodici anni è vecchio, un bambino di dodici anni è un bambino. Il tempo non è la stessa grandezza in specie diverse, e un guadagno spettacolare misurato dentro una vita che dura come un elettrodomestico resta un guadagno spettacolare, misurato lì. Questo non toglie niente al risultato. Lo colloca. È la differenza fra abbiamo raddoppiato la vita e abbiamo fatto vivere dei topi anziani nove settimane in più, e la parte di vita che restava loro è più che raddoppiata. La seconda frase è vera. La prima è la stessa notizia, con l'ordine di grandezza tolto.

Lo stesso interruttore che fa il tumore

Qui la storia cambia peso. Finora abbiamo visto un interruttore che ringiovanisce, adesso bisogna vedere che cosa succede se lo si tiene premuto. I quattro fattori che riportano indietro una cellula, gli stessi quattro di Yamanaka, hanno una natura che non si può togliergli, spingono la cellula a moltiplicarsi senza freni. Non è un effetto collaterale che capita a volte. È quello che sono. Un gruppo di ricercatori guidati da Paine lo ha messo per iscritto su una rivista che si chiama Aging Cell, in una rassegna, uno di quei lavori in cui un campo fa il bilancio di se stesso, e la conclusione, in inglese, è che le loro applicazioni terapeutiche sono, alla lettera, currently limited, attualmente limitate. Fermiamoci un attimo su questo, perché ribalta tutto. La cura e il danno non sono due sostanze diverse, una buona e una cattiva. È la stessa sostanza. E ciò che le distingue è soltanto per quanto tempo la lasci accesa. Pensate al pedale dell'acceleratore, serve per partire, e tenuto giù all'infinito porta fuori strada. L'immagine funziona finché si parla di questa doppia faccia, la stessa forza che rende indispensabili quei fattori li rende pericolosi. Ma c'è un punto dove l'immagine si rompe, e meglio saperlo subito, l'automobile ha un cruscotto, e chi guida vede arrivare la curva. Qui il cruscotto non c'è. Chi sta esagerando non ha nessuno strumento che gli dica, adesso basta. Lo scopre dopo. E lo scopre perché compare il teratoma. Il nome tecnico arriva adesso, prima la cosa. Immaginate una massa, un tumore, che può contenere denti, capelli, frammenti di osso. Nasce da cellule rimaste capaci di diventare qualunque cosa, e che infatti le diventano tutte insieme, e nel posto sbagliato. Ecco che cos'è la parola rischio, che in questa materia si ripete ovunque, non una metafora, non una percentuale su un foglio. È questo. Denti dove non devono esserci denti. Adesso la parte che obbliga a cambiare il modo di contare. Nelle terapie cellulari che già esistono, cellule preparate in laboratorio, poi somministrate a un paziente, la sicurezza si misura così, quante cellule non ancora specializzate sono rimaste nel lotto. E c'è una scala, con dei numeri. Con lo zero virgola uno per cento di cellule ancora capaci di tutto, non si osservano teratomi. Con l'uno per cento, sì. Con il dieci per cento, sì. Fra il permesso e il divieto, dunque, c'è un fattore dieci, e questo, in laboratorio, funziona. Verrebbe allora da fare la stessa cosa dentro un corpo vivo, accendo i fattori, qualche cellula tornerà indietro troppo, l'importante è che siano poche. Sembra ovvio. Non funziona. E il motivo non è che la soglia va abbassata, è che il modo di misurare è sbagliato. Un lotto è una quantità finita, la somministri, e il rapporto che c'era dentro resta quello. Un corpo non è un lotto. Una cellula tornata completamente indietro dentro una persona viva non è un po di rumore in un condominio, dove qualche decibel si tollera e la scala è continua. È un seme. E un seme cresce da solo. Qui la grandezza non è una percentuale, perché una percentuale presuppone che il danno sia proporzionale a quante ce ne sono, e questo danno non è proporzionale a niente. Gli autori di un'altra rassegna, pubblicata su Nature Communications, l'hanno detto nel modo più netto che questa materia conosca, even one fully reprogrammed cell is already too many cells at risk of teratoma. Anche una sola cellula completamente riprogrammata è già una cellula di troppo. Capite che cosa è cambiato? Non è una soglia più bassa. È un altro tipo di numero, si passa da una percentuale a un numero intero. E quel numero è zero. Yamanaka in persona, quello dei quattro fattori, non prova a girarci intorno, we always have to worry about generation of tumorigenicity such as teratoma, dobbiamo sempre preoccuparci della formazione di tumori come il teratoma, we really have to overcome that aspect, dobbiamo davvero superare quell'aspetto di questa tecnologia. E qui riemerge il contatore di cui abbiamo già parlato, quello che non c'è. Se il criterio è zero cellule tornate indietro fino in fondo, servirebbe un modo per sapere quanto indietro è tornata ogni singola cellula. Quel modo, oggi, non esiste. Nello studio del duemilaventiquattro non è stata osservata formazione di teratomi, ma la frase precisa dice grossolana, e dice osservata. E quelle due parole reggono tutto, quello studio non ha controlli più lunghi nel tempo, né dosi ripetute, né tessuti diversi. Non è finita. E non è nemmeno la notizia peggiore.

Manca il termometro

Supponiamo per un momento che il problema del tumore sia risolto. Restiamo comunque con una domanda in mano, una domanda che sembra filosofica e invece è praticissima, come fai a sapere che una persona è ringiovanita davvero, e non che semplicemente quel giorno lì sta bene? Il fenomeno da cui si parte lo conosciamo tutti. Due persone nate lo stesso anno, e una ne dimostra dieci di meno. L'età del calendario e l'età del corpo non coincidono. Ed è da qui che nasce l'idea di misurare l'invecchiamento con qualcosa che non sia il calendario. Da qui nascono gli orologi epigenetici, si chiamano così perché segnano il tempo attraverso le modifiche chimiche che gli anni lasciano sul DNA, piccoli segni che si accumulano e che si possono contare. E nelle valutazioni degli esperti questi orologi predicono gli esiti funzionali meglio dell'età anagrafica. Meglio del compleanno, insomma. Ma meglio non basta. Perché nessun ente regolatorio, nessuna autorità che dà il via libera ai farmaci, autorizza una terapia se non esiste un numero che tutti riconoscano come prova che ha funzionato. Puoi sentirti febbricitante quanto vuoi, per il certificato serve il termometro. E il termometro dev'essere lo stesso per tutti. E qui il confronto col termometro va aggiustato, perché un termometro misura una cosa che esiste ed è definita, e su quella l'accordo è totale. Sull'invecchiamento la situazione è diversa, e più interessante. Il cento per cento del panel di esperti concorda sul fatto che un indicatore d'invecchiamento debba riflettere meccanismi molecolari, tutti d'accordo sul principio. Ma sull'altro versante, quello delle soglie numeriche e della specificità, l'accordo pieno non c'è. Unanimi sul principio, divisi sui numeri. E allora il problema non è lo strumento, manca la scala su cui leggerlo. La conseguenza è che le terapie restano ferme davanti alla porta. E non perché non funzionino, perché non c'è un modo concordato per dimostrare che funzionano. La letteratura sull'ambiente regolatorio per le terapie contro l'invecchiamento lo dice senza giri di parole, dato quanto sono nuove queste terapie, i percorsi regolatori non sono pienamente stabiliti. E c'è un concetto chiave, qui, che si chiama endpoint surrogato, una misura che si muove prima dell'esito che interessa davvero, e che si accetta come prova al suo posto, il colesterolo al posto dell'infarto. Un endpoint surrogato, per essere accettato, dev'essere sostenuto da una spiegazione meccanicistica, deve essere chiaro perché quel numero predice quel beneficio. Nel frattempo, quegli stessi orologi epigenetici si comprano online. Sputi in una provetta e ti arriva la tua età biologica, lo stesso tipo di misura che i regolatori non considerano ancora validata per l'uso clinico, venduta come se lo fosse. E poi, nel duemilaventisei, qualcosa si è mosso. Un gruppo di ricercatori ha ottenuto l'autorizzazione per la prima sperimentazione umana in assoluto di riprogrammazione epigenetica parziale, fase uno. Lo studio è registrato in un archivio pubblico degli Stati Uniti che si chiama ClinicalTrials.gov, il registro federale delle sperimentazioni cliniche, e lì ogni studio ha un codice identificativo, una sigla che inizia con le lettere N C T seguite da otto cifre. Il codice di questo è N C T zero sette due nove zero due quattro quattro. E il modo in cui ci sono riusciti racconta molto, perché il problema dello standard mancante non l'hanno risolto, l'hanno aggirato per accumulo. Niente criteri nuovi, una montagna di dati vecchi. Topi, primati non umani, tossicologia. Uno di loro l'ha detto così, we walked in with a lot of safety data, siamo entrati con un sacco di dati di sicurezza. E che cosa hanno ottenuto, esattamente? Un permesso. Non un risultato. La fase uno di una sperimentazione serve a stabilire se una cosa è tollerabile, non se funziona. E al duemilaventisei nessuna terapia di ringiovanimento cellulare ha superato la fase uno. La distanza fra autorizzato a provare sugli esseri umani e dimostrato che funziona sugli esseri umani è tutta la distanza che c'è. C'è un gesto, oggi, che chiunque può fare quando si trova davanti un titolo entusiasta, cercare il codice dello studio, quel codice del registro che abbiamo appena visto, e guardare in che fase è. È pubblico, si trova in trenta secondi, e nella maggior parte dei casi risponde da solo alla domanda.

Ottantadue ovuli, nessuno giusto

Il secondo ostacolo etico, quello che Yamanaka dice di aver generato lui stesso risolvendo il primo, è tornato. Ed è tornato sotto forma di una stanza di laboratorio a Portland, nell'Oregon, in un giorno preciso della fine di settembre duemilaventicinque. Prima, però, il punto di partenza. Se una cellula della pelle può tornare indietro fino a poter diventare qualunque cosa, allora in linea di principio può diventare anche un ovulo, o uno spermatozoo. Fabbricare in laboratorio le cellule con cui si fanno i figli, partendo da cellule qualunque del corpo, questo è il campo, e si chiama gametogenesi in vitro. La cautela, nel materiale, la mette Yamanaka in persona, non dobbiamo più usare embrioni umani, ma almeno in teoria potremmo generare ovuli e cellule uovo dalle cellule iPS. Almeno in teoria. Il trenta settembre duemilaventicinque, all'Università della scienza e della salute dell'Oregon, a Portland, quella teoria è stata messa alla prova. Un gruppo guidato da Shoukhrat Mitalipov, uno scienziato che da anni lavora proprio lì sulla riproduzione, ha costruito ovuli partendo da cellule della pelle, li ha fecondati, e ha ottenuto embrioni. La notizia ha fatto il giro del mondo. E lo stesso giorno, Mitalipov ha smontato il proprio risultato. Funziona in parte, ha detto, e in parte no. E sull'ostacolo rimasto è stato ancora più netto, non c'è modo di aggirarlo. Ora i numeri, perché sono loro a raccontare che cosa è successo davvero. Ottantadue ovuli costruiti. Il nove per cento arriva a quello che in laboratorio è il primo traguardo osservabile, lo stadio, verso il sesto giorno, in cui l'embrione è una sfera cava di poche centinaia di cellule, e che si chiama blastocisti. La maggior parte degli altri si ferma fra le quattro e le otto cellule. E poi il dato che conta più di tutti, zero. Zero su ottantadue, con l'assetto cromosomico corretto. Fai un passo, prima di ascoltare il prossimo. Se il problema fosse stato l'esecuzione, una mano meno ferma il giorno prima, un reagente stanco, la tecnica difficile, qualcuno di quegli ottantadue sarebbe venuto giusto. È così che si comportano gli errori di esecuzione, producono una quota di successi. Ottantadue su ottantadue sbagliati significa un'altra cosa. Significa che non era sbagliato il gesto. Era sbagliata l'ipotesi. E qual era l'ipotesi? Un ovulo ha metà dei cromosomi di una cellula normale, ventitré invece di quarantasei. Quindi, ragionevolmente, prendi una cellula della pelle, toglile metà del corredo, e hai un ovulo. Il gruppo di Portland ha costruito per questo un ibrido a cui ha dato un nome, mitomeiosi, far compiere a una divisione cellulare ordinaria il lavoro della divisione speciale che produce le cellule riproduttive. Il risultato ha rivelato che ciò che manca non è la sottrazione. È quello che viene prima. Pensa a un fatto che conosci senza saperlo di conoscerlo. Somigli a tuo padre per il naso e a tua madre per gli occhi, e tuo fratello ha una combinazione diversa dalla tua pur avendo gli stessi genitori. Quella diversità non capita a caso al momento del concepimento. Capita prima, mentre l'ovulo si forma, in un passaggio che avviene una volta sola, le due copie di ogni cromosoma, quella ereditata dal padre e quella dalla madre, si affiancano e si scambiano pezzi. Questo scambio fisico di segmenti, che mescola le carte una volta per tutte mentre si formano le cellule riproduttive, si chiama ricombinazione. Ed è il motivo per cui un figlio non è la metà di suo padre, è qualcosa di nuovo. È come mescolare il mazzo prima di distribuire le carte. E il limite di questa immagine è esattamente il difetto di Portland. Un mazzo mescolato male dà comunque cinquantadue carte. Lì non è uscita una mescolata povera, è uscito un conteggio sbagliato, cromosomi in più o in meno. Un mazzo con cinquantuno carte, o con cinquantatré. Perché? Perché la ricombinazione non serve solo a mescolare. Nel processo naturale è anche il meccanismo fisico che tiene appaiati i cromosomi mentre la cellula si divide, e li fa andare uno di qua e uno di là. Salta quel passaggio, e non perdi solo la varietà, perdi il modo in cui la cellula tiene il conto. È una ricetta che elenca gli ingredienti giusti nelle dosi giuste e salta lasciar lievitare tutta la notte. Con una differenza che vale la pena dire. Il pane non lievitato lo vedi subito. Qui gli embrioni difettosi erano indistinguibili a occhio, e sono serviti conteggi cromosomici per accorgersene. E soprattutto, la lievitazione la sappiamo rifare. La ricombinazione in laboratorio, no. E poi il resto del quadro, per non lasciarlo a metà. Sul versante maschile si arriva fino agli spermatogoni e alle cellule che stanno esattamente all'ingresso della divisione speciale, spermatozoi umani maturi e validati nella loro funzione non esistono. Nei topi, dove questa tecnica funziona meglio che in qualunque altra specie, solo dall'uno al tre per cento degli embrioni ottenuti per questa strada arriva a termine. Il comitato etico della società americana di medicina riproduttiva scrive la frase più asciutta di tutta la materia, nessun dato, inclusi i dati di sicurezza, esiste oggi per l'uso della gametogenesi in vitro nell'essere umano. E pone una condizione precisa prima di qualunque uso riproduttivo, studi robusti su primati non umani, e nel frattempo soltanto la supervisione dei comitati etici. Tim Child, che presiede l'autorità britannica per la fecondazione e l'embriologia, assegna all'esperimento di Portland uno scaffale senza togliergli valore, è soltanto una prova di concetto, e serve altra ricerca sulla sicurezza e sull'efficacia. E gli autori stessi stimano almeno un decennio prima di un eventuale trial clinico, cioè mettono una distanza esplicita, dichiarata, fra il proprio risultato e la sua utilità.

Regole per esperimenti che quasi nessuno sa fare

Restano due cose in sospeso da prima. La prima, lo stesso interruttore che riporta indietro una cellula, se lo si tiene premuto troppo a lungo, non ringiovanisce più, fa un tumore, e la sola differenza fra le due cose è quanto a lungo lo si tiene premuto. La seconda, ottantadue ovuli usati in un esperimento, e nessuno con il numero giusto di cromosomi, non un errore di mano, un errore di partenza. Sono questi i due pesi che Yamanaka ha addosso quando fa la mossa che dà il nome a questo pezzo della storia, va dal governo del proprio paese, il Giappone, a chiedere delle linee guida. E nello stesso respiro in cui le chiede, dice che non basteranno, It's a global issue. We cannot have just domestic like Japanese law. We have to talk globally. It's a very important issue. Guardiamo prima che cosa ha fatto, in concreto, il Giappone, perché è un caso raro, uno stato che si mette a scrivere regole per una tecnica che quasi nessuno, nel mondo, sa ancora davvero fare. Dentro il governo giapponese, nell'ufficio che fa da stato maggiore al primo ministro, una commissione di bioetica non ha mai smesso di riunirsi, un rapporto a novembre duemilaventiquattro sui modelli di embrione, un altro ad agosto duemilaventicinque su come creare embrioni partendo da cellule sessuali ottenute da staminali, e poi sedute su sedute, dalla centosessantunesima alla centosessantatreesima, fra dicembre duemilaventicinque e agosto duemilaventisei. A luglio duemilaventicinque arriva un accordo, si possono creare embrioni dalle cellule staminali di Yamanaka, quelle riprogrammate, ma si possono tenere in coltura al massimo quattordici giorni. Non un giorno di più. Il problema che il Giappone si è trovato davanti non era il tipo che si risolve aggiungendo una riga a una legge. Le regole su questo esistevano già, ma erano scritte in tre testi diversi, uno per gli embrioni veri e propri, uno per le cellule sessuali fatte da staminali, uno per i modelli di embrione, e un embrione modello costruito con le cellule di Yamanaka cadeva proprio nella fessura fra un testo e l'altro. Non vietato. Non permesso. Semplicemente, quando quei testi erano stati scritti, nessuno aveva previsto che sarebbe esistito. E allora la risposta è stata mettere tutto sotto un solo sistema, chi vuole fare uno di questi esperimenti deve passare da una revisione etica e da una notifica al governo, e deve rispettare due obblighi precisi, dichiarare in anticipo per quanti giorni terrà in coltura l'embrione, e non trasferirlo mai, in nessun caso, dentro un utero. Il ministero ha aggiornato le sue linee guida il tredici febbraio duemilaventisei, in vigore dal primo di aprile duemilaventisei, le due revisioni prima di questa erano di marzo duemilaventidue e di aprile duemiladiciannove. Il Giappone vieta inoltre, in modo esplicito, di produrre embrioni usando cellule sessuali modificate geneticamente e ottenute in laboratorio a partire da staminali. La Cina, per conto suo, fa entrare in vigore il primo di maggio duemilaventisei un regolamento sulla ricerca clinica per le nuove tecnologie biomediche. E la società scientifica internazionale che fa da riferimento per questo settore colloca l'uso di quelle cellule sessuali fatte in laboratorio, quando servono a far nascere un essere umano, in una categoria che chiamano semplicemente tre A, vietata, oggi, senza eccezioni. Tre sistemi lontanissimi fra loro, due stati con storie giuridiche opposte e una società di scienziati, arrivano allo stesso divieto passando da tre strade diverse. Vale la pena fermarsi su un dettaglio, l'obbligo di dichiarare in anticipo per quanti giorni si terrà in coltura un embrione. È una regola scritta per esperimenti che, oggi, quasi nessuno sa fare davvero. Ed è esattamente il mestiere che la scienza sta chiedendo allo stato in questo momento, decidere prima che il problema si presenti, non dopo. Fuori dal Giappone, il quadro è quello a cui la richiesta di Yamanaka risponde punto per punto. Un'analisi su centosei paesi ha trovato che novantasei hanno documenti che riguardano questo campo. Di questi, ventitré vietano in modo esplicito. Undici permettono in modo esplicito. Tutti gli altri, sessantadue, hanno delle carte, ma quelle carte non dicono né sì né no. E chi ha raccolto questi numeri conclude così, We are far from achieving a consensus on critical governing issues related to human genome editing at the global level, siamo lontani, cioè, da un accordo condiviso, e lo dimostra proprio quanto sono diverse fra loro le regole che già esistono. Gli Stati Uniti, da soli, mostrano lo stesso fenomeno in miniatura, diciotto stati che permettono, undici che vietano, ventuno che non dicono nulla. La stessa provetta, lo stesso esperimento, è legale a un'ora di macchina e illegale qui. E c'è un ultimo dettaglio, quello che vale la pena portarsi via più di tutti gli altri. Il divieto più importante che esiste a livello federale negli Stati Uniti, quello che impedisce all'agenzia che approva i farmaci di anche solo esaminare una domanda per modificare in modo ereditario un embrione, non è una legge pensata e votata apposta per questo. È una riga infilata dentro la legge di bilancio nel duemilasedici, e da allora riscritta ogni dodici mesi. E questo vuol dire una cosa precisa, quel divieto esiste finché qualcuno, ogni anno, si ricorda di riscriverlo. Per farlo cadere non serve un voto in aula. Basta una distrazione. Viene naturale pensare alla presa elettrica che cambia da un paese all'altro, e all'adattatore che ci si porta in valigia. Ma l'adattatore risolve il problema di chi è di passaggio, e qui il viaggio verso il paese che permette non è un fastidio da aggirare, è proprio ciò che rende inutile vietare altrove. Succede già oggi, ed è un fatto, non un'ipotesi, per la fecondazione assistita. E per i ventuno stati americani che non dicono nulla non c'è nemmeno una presa a cui attaccare un adattatore.

Quello che queste cellule già fanno

C'è un uso di questa tecnologia che nessuno chiama miracolo. Non aspetta nessuna regola nuova, è in corso da anni, ed è la parte più solida di tutta questa storia. Funziona così. Si preleva un po di sangue, o un frammento di pelle, da una persona malata. Lo si riporta indietro, fino a farlo diventare quella cellula che ha fatto vincere il premio Nobel a Yamanaka, la cellula iPS. E poi lo si spinge avanti, ma in un'altra direzione, si fabbricano i neuroni di quella persona, le sue cellule di cuore, le sue cellule di fegato. A quel punto la malattia si guarda accadere dentro una piastra di laboratorio. Malattie neurodegenerative, cardiovascolari, metaboliche, autoimmuni. E sui neuroni veri di quella persona, sulla malattia vera che si sta consumando in quel piattino di vetro, ci si provano sopra i farmaci, senza toccare la persona. La letteratura scientifica chiama questo strumento indispensabile per modellare le malattie umane in laboratorio. Ed è già routine. Somiglia alla prova generale a teatro, il palco, le luci, gli attori, tutto tranne il pubblico. Ma il confronto con il teatro si ferma presto, e conviene vedere dove. A teatro la prova generale è la recita identica, senza gli spettatori. Un neurone in piastra, invece, non ha il resto del corpo attorno. Manca il sangue. Manca il sistema immunitario. Mancano i decenni. Non è la recita meno il pubblico, è una scena sola, recitata da sola, per tutto il tempo che dura. E poi ci sono due posti in cui questa materia tocca già la vita di qualcuno, oggi. Il primo è il congelamento. Il tessuto ovarico che si congela prima di una chemioterapia, o gli ovociti che si congelano prima dei quarant'anni, un gesto per cui esiste già un'industria, esistono liste d'attesa. È questo il bisogno vero su cui atterrerebbe l'idea di fabbricare ovuli in laboratorio. E infatti la società che a livello internazionale regola questo campo, si chiama Società internazionale per la ricerca sulle cellule staminali, quando indica il percorso più promettente, non indica la fabbricazione di gameti partendo dalla pelle, indica la maturazione in laboratorio di follicoli immaturi che sono già stati congelati, per preservare la fertilità. Una versione molto meno spettacolare della stessa idea, ed è quella che ha più probabilità di arrivare per prima. Il secondo posto è una sacca di cellule, un attimo prima che entri in vena a un paziente. Insieme alla sacca viaggia un certificato di lotto, un documento che dice quante cellule indifferenziate contiene, cellule che non hanno ancora deciso che cosa diventare, e che se restano nella sacca possono fare quello che non devono. Il certificato è quella soglia dello zero virgola uno per cento, quella sotto cui le cellule indifferenziate devono stare, trasformata in un pezzo di carta. E il criterio, in quella materia, è zero. Resta una domanda che questo campo, per ora, non ha chiuso. Ed è forse la più interessante di tutte. Il ringiovanimento che si ottiene accendendo e spegnendo i fattori di Yamanaka, quanto dura? È un guadagno che resta, oppure decade e va rifatto? Perché se decade, ogni ciclo ripetuto è un'altra occasione perché una cellula torni indietro di un passo più del dovuto. E tornare indietro di un passo più del dovuto, qui, significa una cosa sola, il rischio di quel tumore fatto di denti e capelli che non si può azzerare. Quello che sappiamo, alla fine, si riassume in poche righe oneste. Che una cellula adulta può tornare indietro, dimostrato, e c'è un premio Nobel sopra. Che si può fermarla a metà strada e farla lavorare come da giovane, dimostrato nei topi, con nove settimane e mezzo di vita in più, e un rischio di tumore che nessuno sa ancora azzerare. Che si può fabbricare qualcosa che assomiglia a un ovulo partendo dalla pelle, dimostrato ottantadue volte, e ottantadue volte con il conto dei cromosomi sbagliato. Che esiste un permesso a provare tutto questo sugli esseri umani, sì, uno, fase uno, duemilaventasei. Che esiste una terapia, no. E che le regole, nel mondo, sono ventitré divieti, undici permessi e sessantadue silenzi. Mentre chi ha aperto questa strada, Yamanaka stesso, gira dicendo che una legge nazionale non basta. Prima di chiudere, quella società internazionale delle cellule staminali chiede che una terapia, ancora prima di essere provata su una persona, abbia tre cose. Una motivazione scientifica convincente. Un meccanismo d'azione plausibile. Una probabilità accettabile di riuscita. Sono tre requisiti che si leggono in tre secondi. E che questa materia sta ancora imparando a soddisfare. Uno per uno.

La strada al contrario

C'è una cosa che il corpo fa una volta sola e non disfa. Una cellula, all'inizio, non ha ancora scelto che cosa diventare: potrebbe fare il fegato, il cuore, la pelle, un neurone. Poi sceglie — e da quel momento la scelta è definitiva. Una cellula della pelle fa la pelle finché campa, e le sue figlie faranno la pelle. Il taglio sul dito si richiude con altra pelle, mai con qualcos'altro. Questa specializzazione a senso unico è il motivo per cui siamo un organismo e non un ammasso.

Per decenni, se un ricercatore voleva una cellula che non avesse ancora scelto, doveva andare a prenderla dove si trova naturalmente: in un embrione. E lì la biologia incontrava un muro che non era tecnico. Il muro non riguardava una difficoltà di laboratorio, riguardava che cosa è lecito fare a un embrione umano — una domanda a cui la biologia non sa rispondere perché non è una domanda di biologia.

Yamanaka ha fatto la mossa che ribalta il tavolo: e se invece di prelevare una cellula che non ha ancora scelto, si prendesse una cellula che ha già scelto e la si convincesse a tornare indietro? Il vincolo morale, usato come specifica di progetto. Il risultato sono le , e si ottengono introducendo quattro proteine che oggi si chiamano fattori di Yamanaka, in sigla OSKM.

Funzionò. E fu il momento in cui il problema si spostò senza sparire. Lo racconta lui, in prima persona: «Wow, maybe I overcome one ethical hurdle, but then I realized I generated another» — forse ho superato un ostacolo etico, ma poi mi sono accorto di averne generato un altro.

Vale la pena fermarsi un secondo su che cosa sia questo secondo ostacolo, perché non è un dettaglio giuridico: è la conseguenza diretta del successo. Se una cellula qualunque di una persona può tornare a poter diventare qualunque cosa, allora in linea di principio può anche tornare a poter diventare le cellule con cui si fanno i figli. La stessa scoperta che toglieva di mezzo la necessità dell'embrione rimetteva sul tavolo la possibilità di fabbricarne uno partendo da un frammento di pelle.

Una precisazione che cambia la lettura di tutto il resto, e che i titoli scambiano regolarmente. L'obiettivo dichiarato non è vivere più a lungo. È: «Our first priority is to extend health longevity. Not longevity itself» — la nostra prima priorità è estendere la longevità in salute, non la longevità in sé. Sono due programmi diversi, con due misure diverse e due successi diversi: allungare gli anni in cui il corpo funziona non è la stessa cosa che allungare gli anni.

E c'è una seconda precisazione, ancora più controintuitiva, che riguarda proprio le cellule iPS: «the purpose is not to make IPS cells, but the purpose is to rejuvenate cells ex vivo or in vivo. And at least in mice, it's been successful». Lo scopo non è fabbricare cellule iPS. Lo scopo è ringiovanire le cellule — fuori dal corpo o dentro il corpo. E almeno nei topi ha funzionato.

Fabbricare cellule iPS era il punto di arrivo del 2006. Vent'anni dopo è diventato la dimostrazione che il viaggio all'indietro esiste. Quello che interessa adesso è un altro viaggio, molto più corto, e per un motivo che vale la pena capire bene.

Non è una riprogrammazione fatta male: è un'altra destinazione

Immagina di riavvolgere un nastro. La riprogrammazione completa lo riporta all'inizio del lato: la cellula della pelle smette di essere pelle e torna a essere una cellula che non ha ancora scelto. La riprogrammazione parziale fa un'altra cosa: riavvolge fino a una canzone precisa e si ferma lì. La cellula continua a essere pelle, continua a fare il mestiere che faceva — ma lo fa come lo faceva da giovane.

Questa distinzione è tutto. Non è "la stessa tecnica fatta a metà", non è un processo interrotto per prudenza: è un'altra destinazione, scelta apposta. Non si vuole una cellula che possa diventare qualunque cosa. Si vuole una cellula che faccia esattamente il suo lavoro di prima, meglio.

L'immagine del nastro serve fino a un certo punto, e conviene dire subito dove smette di servire. Sul nastro le posizioni sono segnate, c'è un contatore, sai sempre dove sei. Nella cellula non c'è nessun contatore. Nessuno, oggi, sa dire in quale punto della propria storia si sia fermata una singola cellula mentre la si sta riprogrammando. E il ritorno non è nemmeno lineare come un nastro: non è una sola dimensione lungo cui si scorre avanti e indietro. È la parte più scomoda della faccenda, e torna fra due capitoli.

Come ci si è arrivati è una storia di ostinazione. Tenere accesi i quattro fattori dentro un animale vivo era stato provato, e l'esito non era ambiguo: proliferazione cellulare displastica e teratomi in più organi. Non un effetto collaterale marginale — l'esito centrale. La strada sembrava chiusa.

Il salto è stato chiedersi se il problema fossero i fattori o la durata. Non un farmaco diverso: lo stesso farmaco, con un orologio sopra. Accenderli, spegnerli, riaccenderli — a intermittenza, fermandosi prima del punto di non ritorno. Nello studio del 2024 sui topi anziani questa idea ha preso la forma di un costrutto chiamato TRE-OSK, che è esattamente questo: i fattori più un interruttore comandabile.

E i numeri. Nei topi trattati, la mediana di vita residua cresce del 109%: più che raddoppia. La vita totale passa da circa 133 settimane a 142,5.

Fermati un attimo su queste due cifre messe vicine, perché dicono una cosa che la percentuale da sola nasconde. Centonove per cento suona come un raddoppio della vita. Ma 142,5 settimane contro 133 sono nove settimane e mezzo — perché quel +109% riguarda solo il tratto che restava da vivere, non l'intera vita, e perché l'intera vita di un topo dura poco meno di tre anni. Un cane di dodici anni è vecchio, un bambino di dodici anni è un bambino: il tempo non è la stessa grandezza in specie diverse, e un guadagno spettacolare misurato dentro una vita che dura come un elettrodomestico resta un guadagno spettacolare misurato lì.

Questo non toglie niente al risultato. Lo colloca. È la differenza fra "abbiamo raddoppiato la vita" e "abbiamo fatto vivere dei topi anziani nove settimane in più, e la parte di vita che restava loro è più che raddoppiata". La seconda frase è vera; la prima è la stessa notizia con l'ordine di grandezza tolto.

Researchers at NIH's National Eye Institute (NEI) developed the first patient-derived stem cell model for studying eye conditions related to oculocutaneous albinism (OCA). Learn more: at https://www.n
Researchers at NIH's National Eye Institute (NEI) developed the first patient-derived stem cell model for studying eye conditions related to oculocutaneous albinism (OCA). Learn more: at https://www.n — foto: NIH Image Gallery from Bethesda, Maryland, USA · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Il +109% dei topi, riportato alla scala della vita di un topo

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dati: studio 2024 su topi anziani (PMC10909732) · elaborazione: gamma97

Lo stesso interruttore che ringiovanisce, tenuto premuto, fa il tumore

Ecco il punto in cui questa storia diventa seria.

I quattro fattori che riportano indietro una cellula sono pro-oncogenici. Non "hanno un effetto collaterale oncogeno": sono, per loro natura, fattori che spingono una cellula a proliferare senza freni. Paine e colleghi lo scrivono nero su bianco su Aging Cell — è la rassegna che mette per iscritto il soffitto del proprio stesso campo — e la conclusione è che «their therapeutic applications are currently limited», le loro applicazioni terapeutiche sono attualmente limitate.

Quindi la cura e il danno non sono due sostanze diverse. Sono la stessa sostanza, e ciò che le distingue è per quanto tempo la lasci accesa.

È il pedale dell'acceleratore: serve per partire, e tenuto giù porta fuori strada. L'analogia regge bene sull'ambivalenza — pro-oncogenico e indispensabile sono la stessa proprietà. Ma smette di reggere nel punto peggiore, ed è meglio saperlo subito: l'automobile ha un cruscotto e chi guida vede la curva arrivare. Qui non c'è nessun cruscotto. Il si manifesta dopo, e mentre stai esagerando non esiste nessuno strumento che ti dica "adesso basta".

Il teratoma vale la pena guardarlo per quello che è, perché è l'oggetto concreto dietro la parola "rischio" ripetuta ovunque in questa materia. È una massa che può contenere denti, capelli, pezzi di osso: l'immagine fisica di una cellula che, potendo diventare qualunque cosa, le diventa tutte insieme e nel posto sbagliato. Non è una metafora del rischio. È il rischio.

Adesso la parte che richiede di cambiare modo di contare.

Nelle terapie cellulari che già esistono — quelle in cui le cellule si preparano in laboratorio e poi si somministrano — la sicurezza si misura come contaminazione residua: quante cellule ancora indifferenziate ci sono nel lotto. E c'è una scala quantificata: con lo 0,1% di cellule pluripotenti indifferenziate non si osserva formazione di teratomi; con l'1% sì; con il 10% sì. Fra il permesso e il divieto c'è un fattore dieci.

Verrebbe da applicare la stessa logica alla riprogrammazione dentro un corpo vivo: si accendono i fattori, qualche cellula tornerà indietro troppo, l'importante è che siano poche. Sembra ovvio.

Non funziona, e il motivo è più profondo di una soglia più bassa. Un lotto è una quantità finita che somministri e finisce lì: se dentro c'è una cellula sbagliata ogni mille, hai un rapporto, e il rapporto resta quello. Un corpo non è un lotto. Una cellula tornata completamente indietro dentro una persona viva non è "poco rumore" in un condominio, dove qualche decibel si tollera e la scala è continua: è un seme, e un seme cresce da solo. La grandezza non è una percentuale — la percentuale presuppone che il fenomeno sia proporzionale a quanto ce n'è, e questo non lo è.

Gli autori della rassegna su Nature Communications lo hanno riformulato così, ed è la frase più dura di tutta questa materia: «even one fully reprogrammed cell is already too many cells at risk of teratoma, so this is a serious challenge for the intended translational potential». Anche una sola cellula completamente riprogrammata è già una cellula di troppo.

Non è una soglia più bassa. È un cambio di tipo di grandezza: si passa da una percentuale a un numero intero, e quel numero è zero.

Yamanaka stesso non lo aggira: «we always have to worry about generation of tumorigenicity such as teratoma. We really have to overcome that aspect of this partial reprogramming technology». Dobbiamo davvero superare quell'aspetto di questa tecnologia.

E torniamo al contatore che non c'è. Se il criterio è zero cellule tornate indietro fino in fondo, servirebbe un modo per sapere quanto indietro è tornata ogni singola cellula. Quel modo, oggi, non esiste. Nello studio del 2024 non è stata osservata formazione grossolana di teratomi — e le due parole che contano in quella frase sono "grossolana" e "osservata", perché quello studio non ha follow-up più lungo, né dosi ripetute, né tessuti diversi.

La soglia percentuale in provetta, e la sua assenza dentro un corpo

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dati: consenso HESI 2025 (ISCT Cytotherapy); rassegna Nature Communications 2024 (PMC10908844) · elaborazione: gamma97

Manca il termometro

Supponiamo per un momento che il problema del tumore sia risolto. Resta una domanda che sembra filosofica e invece è del tutto pratica: come fai a sapere che una persona è ringiovanita, e non che semplicemente sta bene quel giorno lì?

Il fenomeno da cui parte tutto lo conosciamo tutti: due persone della stessa annata, e una ne dimostra dieci di meno. L'età anagrafica e l'età del corpo non coincidono. Da qui nasce l'idea di misurare l'invecchiamento con qualcosa che non sia il calendario — e da qui nascono gli orologi epigenetici, indicatori costruiti sulle modifiche chimiche che il tempo lascia sul DNA, che nelle valutazioni degli esperti predicono gli esiti funzionali meglio dell'età anagrafica.

Meglio, però, non basta. Perché nessun ente regolatorio autorizza una terapia se non esiste un numero che tutti riconoscono come prova che ha funzionato. Puoi sentirti febbricitante quanto vuoi: per il certificato serve il termometro, e il termometro dev'essere lo stesso per tutti.

E qui l'analogia del termometro va tarata, perché il termometro misura una cosa che esiste ed è definita, su cui l'accordo è totale. Sull'invecchiamento la situazione è diversa e più interessante: il 100% del panel di esperti concorda sul fatto che un indicatore d'invecchiamento debba riflettere meccanismi molecolari, e non c'è accordo pieno su specificità e soglie numeriche. Unanimi sul principio, divisi sui numeri. Non manca lo strumento: manca la scala su cui leggerlo.

La conseguenza è che le terapie restano ferme prima della porta, e non perché non funzionino — perché non c'è modo concordato di dimostrare che funzionino. La letteratura sull'ambiente regolatorio per le terapie contro l'invecchiamento lo dice senza giri di parole: dato quanto sono nuove queste terapie, i percorsi regolatori non sono pienamente stabiliti. E un validato, per essere accettato, deve essere sostenuto da una spiegazione meccanicistica di perché quel numero predica quel beneficio.

Nel frattempo, quegli stessi orologi epigenetici si comprano online. Sputi in una provetta e ti arriva la tua "età biologica": lo stesso tipo di misura che i regolatori non considerano ancora validata per l'uso clinico, venduta come se lo fosse.

Poi, nel 2026, è successo qualcosa. Un gruppo ha ottenuto l'autorizzazione per la prima sperimentazione umana in assoluto di riprogrammazione epigenetica parziale: NCT07290244, fase 1. E il modo in cui ci sono arrivati è istruttivo, perché non hanno risolto il problema dello standard mancante — l'hanno aggirato per accumulo. Niente criteri nuovi: una montagna di dati vecchi. Topi, primati non umani, tossicologia. «We walked in with a lot of safety data», siamo entrati con un sacco di dati di sicurezza.

Che cosa hanno ottenuto, esattamente? Un permesso. Non un risultato. La fase 1 di una sperimentazione serve a stabilire se una cosa è tollerabile, non se funziona — e al 2026 nessuna terapia di ringiovanimento cellulare ha superato la fase 1. La distanza fra "autorizzato a provare su esseri umani" e "dimostrato che funziona su esseri umani" è tutta la distanza che c'è.

C'è un gesto, oggi, che chiunque può fare quando incontra un titolo entusiasta: cercare il codice NCT dello studio citato e guardare in che fase è. È pubblico, si trova in trenta secondi, e nella maggior parte dei casi risponde da solo alla domanda.

Dove si trova, sulla scala della sperimentazione, la riprogrammazione parziale nell'uomo

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dati: NCT07290244, registro pubblico delle sperimentazioni cliniche (2026) · elaborazione: gamma97

Ottantadue ovuli, e nessuno con il numero giusto di cromosomi

Torniamo al secondo ostacolo etico, quello che Yamanaka dice di aver generato risolvendo il primo.

Se una cellula della pelle può tornare indietro fino a poter diventare qualunque cosa, può in linea di principio diventare anche un ovulo o uno spermatozoo. Si chiama , in sigla IVG. E la cautela, nel materiale, la mette l'autore stesso: «So, we don't have to use human embryos, but at least in theory, we could now generate eggs and oocytes from IPS cells» — almeno in teoria.

Il 30 settembre 2025, all'Oregon Health & Science University di Portland, quella teoria è stata messa alla prova. Il gruppo di Shoukhrat Mitalipov ha costruito ovuli partendo da cellule della pelle, li ha fecondati, e ha ottenuto embrioni. La notizia ha fatto il giro del mondo.

Lo stesso giorno, Mitalipov ha smontato il proprio risultato. «It kind of partially works, and partially doesn't»: funziona in parte e in parte no. E sull'ostacolo rimasto: «There's no way around it», non c'è modo di aggirarlo.

I numeri. Ottantadue ovuli costruiti. Il 9% arriva a al sesto giorno; la maggior parte degli altri si ferma fra le quattro e le otto cellule. E il dato che conta: zero, su ottantadue, con l'assetto cromosomico corretto.

Prova a fare tu il passo successivo prima di leggerlo. Se il problema fosse stato l'esecuzione — una mano ferma il giorno prima, un reagente stanco, la tecnica difficile — qualcuno sarebbe venuto giusto. È così che si comportano gli errori di esecuzione: producono una quota di successi. Ottantadue su ottantadue significa un'altra cosa. Significa che non era sbagliato il gesto: era sbagliata l'ipotesi.

Qual era l'ipotesi. Un ovulo ha metà dei cromosomi di una cellula normale: ventitré invece di quarantasei. Quindi, ragionevolmente: prendi una cellula della pelle, toglile metà del corredo, hai un ovulo. Il gruppo di Portland ha costruito per questo un ibrido a cui ha dato un nome, mitomeiosi: far compiere a una divisione cellulare ordinaria il lavoro della divisione speciale che produce i gameti.

Il risultato ha rivelato che ciò che manca non è la sottrazione. È quello che viene prima.

Pensa a un fatto che conosci senza saperlo: somigli a tuo padre per il naso e a tua madre per gli occhi, e tuo fratello ha una combinazione diversa dalla tua pur avendo gli stessi genitori. Quella diversità non capita a caso al momento del concepimento. Capita prima, mentre l'ovulo si forma, in un passaggio che avviene una volta sola: le due copie di ogni cromosoma — quella ereditata dal padre e quella dalla madre — si affiancano e si scambiano pezzi. Si chiama . È il motivo per cui un figlio non è la metà di suo padre: è qualcosa di nuovo.

È come mescolare il mazzo prima di distribuire le carte. E il limite dell'immagine è esattamente il difetto di Portland: un mazzo mescolato male dà comunque 52 carte. Lì non è uscita una mescolata povera — è uscito un conteggio sbagliato, cromosomi in più o in meno. Un mazzo con 51 o con 53.

Perché? Perché la ricombinazione non serve solo a mescolare. Nel processo naturale è anche il meccanismo fisico che tiene appaiati i cromosomi mentre la cellula si divide, e li fa andare uno di qua e uno di là. Salta quel passaggio, e non perdi solo la varietà: perdi il modo in cui la cellula tiene il conto.

È la ricetta che elenca gli ingredienti giusti nelle dosi giuste e salta "lasciar lievitare tutta la notte". Con una differenza che vale la pena dire: il pane non lievitato lo vedi. Qui gli embrioni difettosi erano indistinguibili a occhio, e sono serviti conteggi cromosomici per accorgersene. E soprattutto: la lievitazione la sappiamo rifare. La ricombinazione in vitro no.

Il resto del quadro, per non lasciarlo a metà. Sul versante maschile si arriva agli spermatogoni e alle cellule pre-pachitene, cioè esattamente all'ingresso della divisione speciale: spermatozoi umani maturi e funzionalmente validati non esistono. Nei topi, dove la tecnica funziona meglio che in qualunque altra specie, solo l'1-3% degli embrioni ottenuti per questa via arriva a termine. Il comitato etico dell'ASRM scrive la frase più asciutta di tutta la materia — «No data, including safety data, currently exists for the use of IVG in humans» — e pone una condizione precisa prima di qualunque uso riproduttivo: studi robusti su primati non umani, e nel frattempo sola supervisione dei comitati etici. Tim Child, presidente dell'autorità britannica per la fecondazione e l'embriologia, assegna all'esperimento di Portland uno scaffale senza togliergli valore: è soltanto una prova di concetto, e serve altra ricerca sulla sicurezza e sull'efficacia. Gli autori stessi stimano almeno un decennio prima di un eventuale trial clinico — cioè mettono una distanza esplicita fra il proprio risultato e la sua utilità.

I due fallimenti distinti degli 82 ovuli di Portland

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dati: OHSU e STAT, 30 settembre 2025 · elaborazione: gamma97

Regole per esperimenti che quasi nessuno sa ancora fare

A questo punto Yamanaka fa la cosa che dà il titolo a questo numero: va dal governo del proprio paese a chiedere linee guida. E nello stesso respiro dichiara che non basteranno: «It's a global issue. We cannot have just domestic like Japanese law. We have to talk globally. It's a very important issue».

Guardiamo prima che cosa ha fatto il Giappone, perché è un esempio raro di uno Stato che regola una cosa che non esiste ancora.

In una stanza del Cabinet Office una commissione di bioetica continua a riunirsi: un rapporto intermedio nel novembre 2024 sui modelli di embrione, un rapporto nell'agosto 2025 sulla creazione di embrioni da cellule germinali derivate da staminali, sedute dalla 161ª alla 163ª fra il dicembre 2025 e l'agosto 2026. Nel luglio 2025 raggiunge un accordo: si possono creare embrioni da cellule iPS, e li si può coltivare al massimo quattordici giorni.

Il problema che si sono trovati davanti era di quelli che non si risolvono aggiungendo una regola. Le norme giapponesi su cellule embrionali, cellule germinali da iPS e modelli di embrione stavano in testi separati, e i modelli di embrione fatti con cellule iPS cadevano nelle crepe fra un testo e l'altro — non vietati, non permessi, semplicemente non previsti. La risposta è stata portare tutto sotto un unico sistema di revisione etica e notifica al governo, con due obblighi concreti: dichiarare in anticipo per quanti giorni si coltiverà, e divieto assoluto di trasferimento in utero. Il ministero ha rivisto le linee guida il 13 febbraio 2026, in vigore dal 1° aprile 2026 — le revisioni precedenti erano di marzo 2022 e aprile 2019. Il Giappone vieta inoltre esplicitamente la produzione di embrioni da gameti geneticamente alterati ottenuti per gametogenesi in vitro. La Cina, per la sua strada, fa entrare in vigore il 1° maggio 2026 un regolamento sulla ricerca clinica nelle nuove tecnologie biomediche. E l'ISSCR, che è la società scientifica internazionale del settore, classifica l'uso riproduttivo umano dell'IVG in categoria 3A: attività attualmente proibita. Due sistemi giuridici lontanissimi e una società scientifica arrivano allo stesso divieto per tre strade diverse.

Notare l'obbligo di dichiarare in anticipo la durata della coltura. È una regola scritta per esperimenti che oggi quasi nessuno sa fare, ed è precisamente il mestiere che la scienza sta chiedendo allo Stato: decidere prima, non dopo.

Adesso il quadro fuori dal Giappone, e qui l'appello di Yamanaka trova la sua risposta documentale. Su 106 paesi analizzati, 96 hanno documenti di policy pertinenti. Ventitré vietano esplicitamente. Undici permettono esplicitamente. Gli altri sessantadue hanno carte, e non dicono né sì né no. La rassegna che raccoglie questi numeri conclude: «We are far from achieving a consensus on critical governing issues related to human genome editing at the global level» — siamo lontani da un consenso globale, come dimostra la divergenza delle linee guida esistenti.

Gli Stati Uniti da soli mostrano lo stesso fenomeno in scala ridotta: diciotto stati permissivi, undici proibitivi, ventuno che non dicono nulla. La stessa provetta è legale a un'ora di macchina e illegale qui.

E poi c'è il dettaglio che vale la pena tenere a mente più di tutti gli altri. Il divieto federale più importante degli Stati Uniti — quello che impedisce all'agenzia del farmaco di accettare domande di sperimentazione su embrioni con modifiche ereditabili — non è una legge scritta apposta. È una riga infilata nella legge di bilancio nel 2016 e riscritta ogni dodici mesi da allora.

Che cosa significa, concretamente, un divieto fatto così? Che esiste finché qualcuno si ricorda di riscriverlo. Non richiede un voto per essere abolito: richiede una distrazione.

L'immagine comoda è quella delle prese elettriche che cambiano da un paese all'altro, e dell'adattatore in valigia. Ma l'adattatore risolve il problema di chi viaggia, e qui il viaggio verso il paese permissivo non è una scomodità da aggirare: è precisamente ciò che rende inutile il divieto altrove. È la stessa cosa che già oggi accade per la fecondazione assistita, e non è un'ipotesi. E per i ventuno stati silenziosi non c'è nemmeno una presa da adattare.

Che cosa dicono i paesi, e che cosa dicono gli Stati Uniti al proprio interno

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dati: Global Governance of Human Genome Editing, Annual Reviews 2021; WCG Clinical, panorama normativo dell'IVG · elaborazione: gamma97

Il calendario delle regole, 2016-2026

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dati: WCG Clinical; Nikkei 24/07/2025; Cabinet Office; MEXT; ClinRegs NIH · elaborazione: gamma97

Quello che intanto queste cellule fanno già

C'è un uso di questa tecnologia che nessuno chiama miracolo, che non aspetta nessuna regola nuova, ed è in corso da anni.

Si prende un po' di sangue o un frammento di pelle da una persona malata. Lo si riporta indietro fino a cellula iPS. E poi lo si spinge avanti in un'altra direzione: si fabbricano i suoi neuroni, le sue cellule di cuore, le sue cellule di fegato. A quel punto la malattia si guarda accadere in una piastra — malattie neurodegenerative, cardiovascolari, metaboliche, autoimmuni — e ci si provano sopra i farmaci senza toccare la persona. La letteratura la chiama uno strumento indispensabile per modellare le malattie umane in vitro, ed è la parte più solida di tutta questa storia.

È la prova generale a teatro: il palco, le luci, gli attori, tutto tranne il pubblico. Con un limite che conviene tenere presente, perché è grande. A teatro la prova generale è identica alla recita meno gli spettatori. Un neurone in piastra non ha il resto del corpo attorno: manca il sangue, manca il sistema immunitario, mancano i decenni. Non è la recita meno il pubblico — è una scena sola.

Ci sono altri due posti in cui questa materia tocca già la vita di qualcuno.

Il primo è il congelamento del tessuto ovarico prima di una chemioterapia, o degli ovociti prima dei quarant'anni: un gesto per cui esistono già un'industria e liste d'attesa. È il bisogno reale su cui la gametogenesi in vitro atterrerebbe — e infatti l'ISSCR, quando indica il percorso più promettente, non indica la fabbricazione di gameti da cellule della pelle: indica la maturazione in laboratorio di follicoli immaturi già congelati, per preservare la fertilità. È una versione molto meno spettacolare della stessa idea, ed è quella che ha più probabilità di arrivare per prima.

Il secondo è la sacca di cellule prima che entri in vena, con il certificato di lotto che dice quante cellule indifferenziate contiene. Quel documento è la soglia dello 0,1% trasformata in un pezzo di carta.

Resta una domanda che questo campo, per ora, non ha chiuso, ed è forse la più interessante di tutte. Il ringiovanimento ottenuto accendendo e spegnendo i fattori: quanto dura? È un guadagno che resta, o decade e va rifatto? Perché se decade, ogni ciclo ripetuto è un'altra occasione perché una cellula torni indietro di un passo più del dovuto — e il criterio, ricordiamolo, è zero.

Quello che sappiamo, alla fine, si riassume in poche righe oneste. Che una cellula adulta può tornare indietro: dimostrato, e ha un premio Nobel sopra. Che si può fermarla a metà strada e farla lavorare come da giovane: dimostrato nei topi, con nove settimane e mezzo di vita in più e un rischio di tumore che nessuno sa ancora azzerare. Che si può fabbricare qualcosa che assomiglia a un ovulo partendo dalla pelle: dimostrato ottantadue volte, e ottantadue volte con il conto dei cromosomi sbagliato. Che esiste un permesso a provare sugli esseri umani: sì, uno, fase 1, 2026. Che esiste una terapia: no.

E che le regole per tutto questo, nel mondo, sono ventitré divieti, undici permessi e sessantadue silenzi — mentre chi ha aperto questa strada gira dicendo che una legge nazionale non basta.

L'ISSCR chiede che una terapia, prima ancora di essere provata su una persona, abbia tre cose: «a compelling scientific rationale, a plausible mechanism of action, and an acceptable chance of success». Una motivazione scientifica convincente, un meccanismo d'azione plausibile, una probabilità accettabile di riuscita. Sono tre requisiti che si leggono in tre secondi, e che questa materia sta ancora imparando a soddisfare uno per uno.

Riferimenti

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  2. Rassegna sul potenziale traslazionale della riprogrammazione indotta — Nature Communications, — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10908844/
  3. Studio 2024 sulla riprogrammazione parziale in topi anziani (costrutto TRE-OSK; 142,5 vs ~133 settimane) — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10909732/
  4. Cellule iPS come strumento per modellare le malattie umane in vitro — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12590075/
  5. Consenso HESI 2025 sulle soglie di cellule indifferenziate residue (0,1% / 1% / 10%) — ISCT, Cytotherapy —
  6. Expert Consensus Statement on Biomarkers of Aging — orologi epigenetici ed esiti funzionali —
  7. Scoping Review of Regulatory Environments for Gerotherapeutics — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12310402/
  8. From Bench to Bedside, sui percorsi regolatori delle terapie di ringiovanimento — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11674796/
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  12. Human Fertilisation and Embryology Authority, dichiarazione di Tim Child sulla prova di concetto —
  13. Comitato etico dell'ASRM sull'IVG: assenza di dati nell'uomo e condizioni preliminari — 2026 —
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  16. Global Governance of Human Genome Editing — Annual Reviews, 2021 —
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  19. MEXT, revisione delle linee guida del 13 febbraio 2026, in vigore dal 1° aprile 2026 —
  20. Nikkei, sull'accordo per il limite di coltura a 14 giorni — 24 luglio 2025 —
  21. Cabinet Office giapponese, commissione di bioetica: rapporti novembre 2024 e agosto 2025, sedute 161ª-163ª —
  22. News-Medical, sulla supervisione etica preventiva giapponese — 2 luglio 2026 —
  23. WCG Clinical, panorama normativo dell'IVG negli Stati Uniti e rider di bilancio dal 2016 —
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  25. Nuffield Council on Bioethics, sul coinvolgimento pubblico — luglio 2025 —
  26. Intervista sulla riprogrammazione parziale e le sue implicazioni etiche — https://www.youtube.com/watch?v=partial-reprogramming-interview