Nel gennaio 2023 un tecnico ucraino apre davanti alle telecamere della CBS un drone russo da tredici chili e mezzo e indica il pezzo che lo tiene in volo: un ricevitore satellitare svizzero, di u-blox. Un anno e mezzo dopo, il 27 giugno 2024, un'azienda nata come spin-off del Politecnico federale di Zurigo annuncia un modulo che porta un drone «fino a raggiungere e distruggere bersagli a terra» anche sotto disturbo elettronico, e nel luglio 2025 firma con il Pentagono un contratto da 50 milioni di dollari per 33.000 kit destinati all'Ucraina. In mezzo, il 29 settembre 2024, il Parlamento svizzero rifiuta di mandare a Kyiv elmetti e giubbotti antiproiettile in nome della neutralità. Non c'è nessuna contraddizione nascosta: le regole svizzere sull'esportazione afferrano gli oggetti, e il valore dei droni si è spostato altrove — nel software, che secondo le parole stesse dell'amministrazione elvetica «può essere facilmente esportato». Questo numero racconta come funziona davvero quel meccanismo, pezzo per pezzo.

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Il pezzo che sa dove sei
Il tre gennaio duemilaventitré, davanti a una telecamera della CBS, la grande emittente televisiva americana, un tecnico ucraino che si chiama Pavlo Kaschuk apre un drone. È un drone russo da ricognizione, un Orlan dieci, catturato sul campo. Poco più di tredici chili e mezzo, un oggetto che si porta in braccio. E Kaschuk, dentro quella carcassa, non indica il motore. Non indica le ali. Indica un modulo piccolo, con sopra un chip svizzero, fatto da un'azienda che si chiama u-blox. E dice una frase sola, il compito di questo chip è l'orientamento nel cielo. Senza quel pezzo, aggiunge, il drone non sa dove volare. Ferma questa immagine, perché è tutta la storia in un gesto. Un drone militare, vedi, non è un aeroplano piccolo. È un oggetto che deve rispondere in continuazione a una domanda, dove sono io. E se il suo mestiere è colpire, ce n'è una seconda, dov'è la cosa che devo raggiungere. Il volo, la propulsione, la struttura, quello è il problema facile. Si compra. Le risposte a quelle due domande, invece, sono il problema difficile. E stanno in un chip da pochi centimetri, e in qualche centinaio di migliaia di righe di codice. Da qui in avanti seguiremo quel chip e quel codice. Il chip è svizzero, e si trova nei droni russi. Il codice è nato al Politecnico federale di Zurigo, è stato pubblicato perché fosse di tutti, e oggi è dentro i droni che l'Ucraina lancia contro quegli stessi Orlan. Le due cose non si sono incontrate per caso. E nessuna delle due, per quanto se ne sa, ha richiesto di infrangere una legge.
Che cosa decide se un drone colpisce
Comincia dalla prima domanda, quella da cui tutto parte, dove sono io. Un drone la risolve nello stesso modo in cui la risolve il telefono che hai in tasca, cioè ascoltando i satelliti. A bordo c'è un ricevitore che raccoglie i segnali delle costellazioni di navigazione e da quei segnali ricava la propria posizione. Nel modulo di navigazione di un certo drone russo da ricognizione, l'Orlan dieci, un'analisi del quattordici aprile duemilaventuno, un anno prima dell'invasione su larga scala dell'Ucraina, ha trovato esattamente questo, un piccolo ricevitore satellitare della società svizzera u-blox, abbinato a un modulo di elaborazione russo che fa lo stesso lavoro. È il pezzo che il tecnico ucraino Kaschuk si troverà a indicare davanti alle telecamere di una rete televisiva americana, venti mesi dopo. E adesso guarda il punto debole, perché è il perno di tutta la storia. Se un drone sa dove si trova soltanto perché qualcuno da fuori glielo dice, allora chi riesce a coprire quella voce lo acceca. Questo si chiama jamming, disturbo elettronico, si copre il segnale che il ricevitore aspetta, finché non riesce più a distinguerlo. Immagina una stanza in cui una persona parla piano e qualcun altro comincia a fare rumore, a un certo punto le parole non arrivano più. L'immagine serve per un passo solo e poi la lasciamo, perché su una cosa inganna. Chi disturba, infatti, non ha bisogno di sapere dove sia il drone, né di rivolgersi a lui. Copre una zona, e chiunque passi di lì resta senza risposta. E dove conviene, a chi si difende, mettere quel rumore? Esattamente sopra la cosa che vuole proteggere. Il risultato è che gli ultimi metri sono il tratto in cui i droni d'attacco falliscono, arrivano fin lì e perdono la strada proprio quando conta. Ed è qui che si infila l'annuncio del ventisette giugno duemilaventiquattro. Auterion, l'azienda svizzera nata sul software aperto dei droni, presenta un prodotto chiamato Skynode S e lo descrive come la prima soluzione tutto in uno appositamente costruita per consentire il volo pienamente autonomo fino a raggiungere e distruggere bersagli a terra, con un software immune alle contromisure di guerra elettronica, come il jamming, durante la fase di approccio finale. Fermati su quell'aggettivo, immune, e ricavane tu la conseguenza, perché è a un passo solo di distanza. Il jamming funziona togliendo al drone una risposta che gli arriva da fuori. Essere immuni al jamming in un dato tratto di volo può voler dire una cosa sola, che in quel tratto il drone non chiede più niente a nessuno. La risposta a dove sono io e a dov'è il bersaglio, negli ultimi metri, non entra dall'esterno, sta già a bordo. Ecco perché il modulo è insieme di volo e di puntamento, ed ecco perché l'azienda parla di volo pienamente autonomo fino all'impatto. Non è un miglioramento del velivolo. È lo spostamento della risposta da fuori a dentro. E qui arriva il numero, che è l'unica cifra dell'intera vicenda a misurare un effetto anziché un'intenzione. In presenza di guerra elettronica, dice il comunicato, i colpi a segno passano dal venti per cento a oltre il novanta. Vale la pena farlo diventare tuo con un conto che puoi rifare a mente. Con un bersaglio colpito su cinque, per distruggere un obiettivo servono in media cinque droni. Con nove su dieci, ne serve poco più di uno. Non è un'arma nuova, è la stessa arma che smette di sprecarsi. Un numero così cambia il costo della guerra prima di cambiarne la tecnica. Una sola avvertenza, e riguarda chi ha misurato. Quel salto è dichiarato dal fabbricante, nel comunicato con cui mette in vendita il prodotto, ed è la cifra che da lì ha fatto il giro della stampa specializzata. È il dato che c'è, ed è un dato di parte interessata, entrambe le cose contano.
Un software pubblicato per tutti
Quel codice non è nato in un'azienda d'armi. È nato in un laboratorio universitario svizzero, e l'anno in cui è nato conta più di qualsiasi trasloco. Attorno al duemilaotto, in un laboratorio del Politecnico federale di Zurigo che studia come le macchine vedono il mondo, uno studente dottorando di nome Lorenz Meier sviluppa un pilota automatico per droni. Lo chiama PiExQuattro. E fa una cosa che allora non era scontata, lo pubblica. Il codice viene messo online, sulla piattaforma dove i programmatori condividono il proprio lavoro, dentro una comunità che si chiama Dronecode. Che cosa significa, in pratica? Significa che chiunque può leggerlo, usarlo, modificarlo, farne un prodotto. La formula è la più semplice possibile, chiunque può prenderlo. Poi quel codice comincia a viaggiare. Nel novembre duemiladiciassette Lorenz Meier e un suo socio, Kevin Sartori, fondano a Zurigo un'azienda che si chiama Auterion, per vendere prodotti e servizi costruiti sopra quel software, non per chiuderlo, per costruirci sopra un'attività. Meno di un anno dopo, nel settembre duemila diciotto, raccolgono dieci milioni di dollari. E poi arriva l'anno che decide tutto. Non è quello che verrebbe da pensare, è il duemilaventi. In quell'anno la Defense Innovation Unit, un ufficio del Dipartimento della Difesa statunitense, quello che cerca le tecnologie civili utili ai militari, sceglie il PiExQuattro e il suo linguaggio di comunicazione, il MAVLink, come standard per la propria architettura di piccoli droni, un programma che gli americani chiamano Blue Small Unmanned Aerial Systems, piccoli sistemi aerei senza pilota. Fermiamoci un istante su questo punto, perché è il cuore della faccenda. Un software scritto in un ateneo svizzero e pubblicato perché fosse di chiunque diventa la base su cui una superpotenza costruisce la propria flotta di piccoli droni. E questo succede quattro anni prima che l'azienda che lo commercializza faccia qualunque trasloco verso gli Stati Uniti. Qui c'è un meccanismo, ed è più interessante di qualsiasi sospetto. Pubblicare un codice non è una garanzia su come verrà usato, è un moltiplicatore di diffusione. Un codice pubblicato viaggia per costruzione, e non porta con sé nessuna condizione su chi lo prende. Chi lo ha scritto non conserva nessuna leva per fermarlo. E attenzione, non perché sia stato distratto, non perché non ci avesse pensato. Perché pubblicare significa esattamente questo, rinunciare a quella leva. È il prezzo, o se si vuole la natura stessa, del gesto. E questo meccanismo funziona anche a rovescio, e serve a leggere una frase che altrimenti resterebbe ambigua. Nel giugno duemilaventiquattro Lorenz Meier dice che Auterion ha lavorato in sordina per creare il nuovo software e il dispositivo di controllo di volo per i droni kamikaze, già testato in battaglia. Lavorare in sordina, sembra confermare tutto. Ma il lavoro riservato riguarda l'ultimo strato, quello che rende il drone autonomo negli ultimi metri del volo. La fondazione su cui quello strato poggia era pubblica da oltre dieci anni, e da quattro anni era già uno standard del Pentagono. Il segreto stava sopra, non sotto.
Da Moorpark ad Arlington
Il quindici e il sedici maggio duemilaventiquattro, poche settimane prima di presentare al mondo il suo Skynode S, Auterion, l'azienda che costruisce i suoi prodotti sopra quel software nato aperto al Politecnico di Zurigo, sposta la propria sede societaria ad Arlington, in Virginia. Su questo trasloco girano due versioni, e la differenza fra le due non è un dettaglio. La prima è quella che si legge nell'inchiesta della testata giornalistica svizzera swissinfo, quella da cui parte tutta questa storia, l'azienda avrebbe trasferito la propria sede da Zurigo ad Arlington. Sarebbe la Svizzera che perde un'azienda. Ma il comunicato ufficiale e il lancio stampa del sedici maggio duemilaventiquattro raccontano un'altra cosa, il trasferimento è da Moorpark, in California, ad Arlington, in Virginia. La tappa precedente non era la Svizzera. È un viaggio fra due indirizzi americani, e basta questo a cambiare il senso dell'intera mossa. Anche il motivo dichiarato non è quello che uno si aspetterebbe leggendo la prima versione. Il comunicato non nomina mai la Svizzera. Non nomina Zurigo, non parla di vincoli, di regole, di controlli sull'esportazione. Dice che la scelta riflette il ruolo dell'azienda nel rispondere alle esigenze in evoluzione della sua base di clienti in crescita, e che avvicina Auterion ai suoi clienti del settore pubblico e privato, dato che il Dipartimento della Difesa americano sta investendo massicciamente in sistemi autonomi. Non una fuga da una regola, dunque, un passo verso un compratore. E da lì tutto accelera. Il ventisette giugno duemilaventiquattro, con data Arlington, Virginia, arriva Skynode S. Poi, il ventinove luglio duemilaventicinque, Auterion si aggiudica un contratto da cinquanta milioni di dollari dal Pentagono, trentatremila kit d'attacco Skynode con intelligenza artificiale, destinati all'Ucraina. Vale la pena fare il conto, perché quel numero rimette in scala l'intera vicenda. Cinquanta milioni divisi trentatremila fa circa millecinquecentoquindici dollari a kit. Il prezzo di un buon computer portatile, per rendere un drone capace di colpire dritto anche dove il nemico disturba i suoi segnali. E quei cinquanta milioni sono cinque volte l'intero primo round di finanziamento con cui Auterion era partita, nel duemiladiciotto. Quella che era nata come una scommessa su un software aperto adesso incassa, in un solo contratto, cinque volte tutto il denaro con cui era cominciata. E la Svizzera, allora? Nel marzo duemilaventisei, ultime variazioni registrate, la società Auterion, nella sua forma giuridica svizzera, risulta ancora attiva nel registro di commercio svizzero, in Edenstrasse venti, a Zurigo, senza note di liquidazione. La ricerca e lo sviluppo restano a Zurigo. La sede societaria è ad Arlington. Le due cose convivono, ed è esattamente questa convivenza a rendere la domanda che arriva dopo così difficile.
La neutralità afferra l'oggetto
Il ventinove settembre duemilaventiquattro, tre mesi dopo l'annuncio di Skynode S, il Consiglio degli Stati svizzero respinge una proposta che il Consiglio nazionale aveva già approvato, fornire all'Ucraina elmetti e giubbotti antiproiettile. Il motivo invocato è la legge sulla neutralità. Werner Salzmann, presidente della Commissione della politica di sicurezza del parlamento svizzero, ci aggiunge un argomento di scorte, l'esercito svizzero non ha abbastanza giubbotti protettivi per i propri soldati, né un solo elmetto per la popolazione civile. Metti le due date una accanto all'altra. Nello stesso duemilaventiquattro lo Stato svizzero blocca l'equipaggiamento che serve a non morire, e un'azienda nata dalla sua ricerca pubblica mette in vendita un sistema che serve a colpire. Sembra un'ipocrisia. Non lo è. È un difetto di presa, e si può descrivere con precisione. Il controllo delle esportazioni lavora su oggetti. Un elmetto è una cosa, ha un peso, attraversa una frontiera, si dichiara in dogana, si classifica come materiale bellico, si autorizza o si vieta. È la parte del mondo che una legge del genere sa afferrare. Il software no. Sulle esportazioni di software, il quadro è quello che l'inchiesta svizzera riassume in una frase, in generale, software che si qualificano come civili o a duplice uso possono essere facilmente esportati. E qui torna la cosa vista all'inizio, ciò che decide se un drone colpisce non è il velivolo, è la risposta che porta a bordo. La regola vincola la parte che non decide più, e lascia passare quella che decide. E siccome il valore si è spostato dal metallo al codice, la legge resta con la mano sull'oggetto mentre il bersaglio le scivola tra le dita. Non è un cavillo trovato da qualcuno, è una legge che afferrava bene il mondo in cui il valore stava nell'oggetto, applicata a un mondo in cui quel valore si è spostato. Contro questo, la Segreteria di Stato dell'economia, l'ufficio federale svizzero che gestisce le esportazioni, e il cui nome abbreviato, Seco, si sente pronunciare spesso nei dibattiti bernesi, ha una risposta precisa, e va presa sul serio perché è meglio di quel che sembra, gli sviluppi realizzati in Svizzera restano soggetti al controllo export svizzero anche se la sede societaria è all'estero. La giurisdizione segue il luogo dove si sviluppa, non l'indirizzo legale. E allora, applicata ad Auterion, l'azienda che a Zurigo tiene ricerca e sviluppo, la regola è esattamente quella giusta. Resta però da sapere che cosa si sviluppi, oggi, dentro l'ufficio di Zurigo. E su questo l'unica affermazione esistente è quella dell'azienda stessa, l'ufficio zurighese lavora esclusivamente nel civile. È un'autodichiarazione, ed è ciò su cui poggia l'intera architettura del controllo in questo caso. Quanto è fitta la rete che dovrebbe verificarla, lo dicono i numeri del Controllo federale delle finanze, l'organo che audita la spesa pubblica svizzera. In media, ogni anno la Segreteria di Stato dell'economia rilascia millesettecentoquarantaquattro permessi per beni a duplice uso, cose che servono tanto a un uso civile quanto a uno militare, e che per questo passano da un'autorizzazione a parte, per circa tre miliardi di franchi. Le richieste respinte, ogni anno, sono due o tre. Il tre per cento delle spedizioni viene bloccato in dogana. Un revisore ha giudicato quei controlli adeguati. Due o tre rifiuti su millesettecentoquarantaquattro domande fanno un tasso di diniego attorno allo zero virgola quindici per cento, circa una richiesta respinta ogni settecento, su tutti i settori messi insieme.
Sette anni fra il sapere e il trovare
Torniamo a quel chip che Kaschuk, il tecnico ucraino, indicava davanti alla telecamera di una grande rete televisiva americana dentro il drone russo smontato. Perché la seconda storia svizzera, quella del produttore di quel chip, funziona in modo opposto alla prima, eppure finisce esattamente nello stesso posto. L'azienda si chiama u-blox, è svizzera, e non vende sistemi d'arma. Vende moduli di posizionamento generici, pezzi che servono a sapere dove si è, prodotti in volumi enormi, e che finiscono dentro automobili, biciclette elettriche, telefoni. È un componente d'uso comune, come una vite o una batteria. E non è sotto embargo. Ma provate a leggere la cronologia come si legge una riga sola. L'azienda dichiara di essere, testualmente, consapevole dal duemiladiciotto che moduli u-blox sono stati trovati in droni militari russi. Il duemiladiciotto, quattro anni prima dell'invasione su larga scala. Nell'aprile del duemilaventuno, un modulo preciso dell'azienda compare nel sistema di navigazione dell'Orlan dieci, uno dei droni da ricognizione russi più usati. Nel gennaio del duemilaventitré arriva quella telecamera americana, con Kaschuk e il chip in mano. E nell'aprile del duemilaventitré un'inchiesta della televisione svizzera di lingua italiana trova componenti u-blox in un Orlan dieci abbattuto dalle forze ucraine, e annota che pezzi così erano già stati trovati in esemplari abbattuti in precedenza. E allora, che cosa risponde l'azienda? Ha una politica interna che vieta l'uso dei propri prodotti nelle armi, e ipotizza due spiegazioni, acquisti fatti prima delle sanzioni, oppure rivendite da parte di intermediari. Ma la frase più onesta non sta in nessun comunicato. Sta in bocca al suo senior director, sempre parlando con quella rete americana, Totalmente apertamente? Non possiamo essere sicuri al cento per cento che i distributori non rivendano alla Russia. E quei componenti, aggiunge, non sono sotto embargo. Fermiamoci un attimo su quello che dice davvero. Una politica interna vincola chi la scrive e il suo primo cliente. Non vincola il secondo, né il terzo. E un componente generico, venduto a milioni, passa attraverso una catena di distributori e rivenditori che nessuno traccia fino in fondo, perché tracciarla non è una questione di buona volontà, è un costo che cambierebbe il modello di vendita dell'azienda dall'inizio alla fine. Fra il momento in cui u-blox dichiara di aver saputo, il duemiladiciotto, e l'ultimo ritrovamento documentato, il duemilaventitré, passano sette anni. E in quei sette anni, da nessuna parte risulta che la catena sia stata interrotta. È lo stesso difetto di presa di prima, visto però dall'altro capo della filiera. Nella storia di Auterion, una regola afferrava il pezzo di plastica e lasciava passare il codice. Qui una regola afferra il primo passaggio di mano, quello fra il produttore e il suo cliente diretto, e lascia passare tutti gli altri. E in mezzo, in entrambi i casi, c'è la stessa piccola Svizzera che si ritrova con i suoi pezzi dentro i droni delle due parti.
Chi dovrebbe guardare, e da dove
C'è un intero mondo, attorno a questa storia, e per capire chi rischia che cosa conviene guardarlo da vicino. In vent'anni la Svizzera si è costruita un ecosistema di droni, più di cento start-up e laboratori avanzati, nati attorno alle università con il sostegno di agenzie pubbliche. Cento aziende, sorvegliate da un sistema che in un anno respinge due o tre richieste in tutto. Il Politecnico federale di Zurigo, quando gli si chiede conto, risponde con due frasi che vanno lette una accanto all'altra. La prima è di Vanessa Wood, vicepresidente dell'ateneo per il trasferimento di conoscenze, Il Politecnico di Zurigo conduce ricerche per il settore civile. Cerchiamo sempre di capire se un progetto e i risultati e le intuizioni che ne derivano potrebbero essere utilizzati anche per scopi militari ed essere quindi soggetti ai controlli sulle esportazioni. La seconda, sempre dell'ateneo, è che non ha alcuna influenza sulle decisioni di Auterion, perché Auterion è una società privata. Prese una per volta, le due frasi sono vere, e ragionevoli. Prese insieme descrivono un controllo che si esercita quando la tecnologia è ancora chiusa in laboratorio, e si dissolve esattamente nel momento in cui comincia a contare. Innosuisse, l'agenzia pubblica svizzera per l'innovazione, dice la stessa cosa senza attenuarla, beni sviluppati originariamente per uso puramente civile possono, intenzionalmente o meno, evolvere in prodotti militari nel tempo. E la conformità, aggiunge, spetta alle aziende. È un'ammissione che protegge l'agenzia sul piano giuridico e le toglie ogni leva su quello sostanziale. Andrew W. Reddie, che dirige un laboratorio su rischio e sicurezza all'Università di California a Berkeley, la allarga a tutti i paesi, queste tecnologie hanno un duplice uso per definizione, quindi c'è il rischio che i governi forniscano supporto a una tecnologia base che può poi essere impiegata per usi militari. E adesso conviene disfare il legame più citato di tutta la vicenda, perché è anche il più debole. Il ventinove marzo duemilaventitré, Davide Scaramuzza, docente di robotica all'Università di Zurigo, guarda un video promozionale del contraente militare israeliano Elbit Systems e riconosce nel prodotto pubblicizzato qualcosa dei propri algoritmi per droni che volano senza segnale satellitare, usano algoritmi simili. Ma nella stessa dichiarazione aggiunge che non c'è alcun contatto diretto o trasferimento tecnologico fra il mio laboratorio ed Elbit, e che condanna qualsiasi applicazione militare della nostra tecnologia. La somiglianza è affermata da chi quegli algoritmi li ha scritti, guardando una pubblicità. Nessun documento stabilisce un nesso. Il legame vero fra la Svizzera ed Elbit esiste, ed è documentato. Ma corre nella direzione opposta, e non passa dall'università. C'è un'azienda svizzera di tecnologia per la difesa, in mano allo Stato, che si chiama RUAG, le iniziali, in tedesco, del suo nome originario di società anonima per i prodotti dell'armamento. Questa azienda è subappaltatrice di Elbit per il sistema anticollisione di quell'Hermes novecento, il drone che la Svizzera stessa ha acquistato. Il sistema si chiama Detect-and-Avoid, letteralmente rileva ed evita, serve a far vedere al drone che cosa vola attorno, e a scansarlo. Il precedente più utile, poi, è meno clamoroso di un sospetto, e più istruttivo. senseFly nasce alla facoltà di agricoltura del Politecnico di Losanna come spin-off, costruisce droni per la mappatura dei campi. Viene acquisita dall'americana AgEagle, e nel luglio duemilaventuno la stampa specializzata registra che il suo eBee, nella versione tattica, quella militare del piccolo drone da mappatura, è attualmente impiegato dalle forze statunitensi. Ricerca pubblica, spin-off civile, acquisizione estera, uso militare, lo stesso schema di Auterion, dieci anni prima. C'è un dettaglio di quella storia che si racconta più spesso, l'impiego in Afghanistan con una copertura mimetica, e l'unica traccia è un testimonial senza data su una pagina prodotto del fabbricante, attribuito genericamente alle brigate di assistenza alle forze di sicurezza dell'esercito americano. Il resto della storia regge, quel particolare no. Nathanael Apter, portavoce dell'associazione di categoria dell'industria dei droni svizzera, guarda la stessa scena dall'interno del settore e ne trae la conclusione opposta a quella morale, i produttori svizzeri restano fuori dalle commesse ucraine, mentre la tedesca Quantum-Systems e la francese Delair non hanno lo stesso limite. È insieme una descrizione e una richiesta politica. E c'è un dettaglio che chiude il cerchio, il drone da ricognizione della Quantum Systems monta, dentro, tecnologia di Auterion.
La scala vera, e la data vicina
Riscrivo il capitolo di chiusura per la voce, seguendo la regia dell'episodio e le regole di consegna. Prima di tutto, la spesa militare del mondo, nel duemilaventitré, ha toccato duemilaquattrocentoquarantatré miliardi di dollari, in crescita reale del sei virgola otto per cento sull'anno prima. È il nono anno di fila che sale, ed è il balzo più forte da quando, nel duemilanove, il mondo usciva dalla crisi finanziaria. Solo l'aumento di quell'anno, un centinaio e mezzo di miliardi, vale più di tremila volte il contratto di Auterion di cui abbiamo parlato per un capitolo intero. Tienilo a mente mentre andiamo avanti, non stiamo per rimpicciolire la storia che abbiamo appena raccontato, stiamo per metterla al suo posto. Il secondo numero riguarda i droni stessi, non il software che li fa volare. Per numero di pezzi venduti, oltre sette droni su dieci nel mondo escono da un'unica azienda cinese, la Da-Jiang Innovations, una quota scesa dal settantaquattro per cento dell'anno prima, con stime che vanno dal sessanta all'ottantatré per cento a seconda che si contino i pezzi o il fatturato, gli Stati Uniti o il mondo intero. E mentre la Svizzera discute della propria neutralità guardando a un centinaio di piccole imprese come Auterion, sette droni su dieci nascono in una fabbrica sola, e quella fabbrica non è in Europa. E poi c'è una data che si avvicina. Il ventisette settembre duemilaventisei gli elettori svizzeri voteranno un'iniziativa che si chiama Salvaguardare la neutralità svizzera, vuole vietare l'adesione ad alleanze militari, vietare sanzioni economiche o diplomatiche decise da soli contro uno stato in guerra, a meno che non le chieda l'Onu, e scrivere nella Costituzione una neutralità perenne e armata. Il governo svizzero raccomanda di respingerla, senza proporre nulla al suo posto, e lo fa con una frase che è la chiave di tutta questa storia, letta al contrario, dice che l'iniziativa farebbe della neutralità un concetto rigido, che non lascia margine, un fine in se stesso, invece che uno strumento. Ecco perché quella frase conta per noi. Se vai a leggere il testo di quel voto, parla di alleanze, di sanzioni, di eserciti. Di software non dice una parola. E qualunque cosa gli elettori decidano il ventisette settembre, il varco da cui è passata tutta la vicenda che abbiamo raccontato, un codice che si dichiara civile o a duplice uso, e che, si legge, può essere facilmente esportato, non è quello su cui si vota. Restano aperte tre domande, e nessuna delle tre è stata chiusa da nessuno finora. La prima, che cos'è oggi, davvero, l'ufficio di Zurigo di Auterion, un centro che decide, o un laboratorio che esegue?, perché da questo dipende se il controllo delle esportazioni svizzero ha ancora qualcosa su cui esercitarsi. La seconda, se i trentatremila kit promessi siano stati davvero consegnati, e se quel salto, dal venti per cento di droni che arrivano al bersaglio a oltre il novanta, regga sul campo di battaglia come regge nel comunicato di chi li vende. La terza, la più scomoda, se una regola scritta per un oggetto fisico si possa applicare a un codice senza cambiare la legge, cosa che, fino a oggi, nessuno ha nemmeno proposto di fare. E allora chiudiamo tornando all'immagine da cui eravamo partiti, ma rovesciata. Il diciannove giugno del duemilaventiquattro, nella regione ucraina di Kharkiv, un militare di cui non conosciamo il nome lancia con le proprie mani un drone da ricognizione. È un drone tedesco, della Quantum Systems, ed è equipaggiato con la tecnologia di Auterion, la stessa azienda, lo stesso software di cui abbiamo seguito la storia in questo episodio. Otto giorni dopo, ad Arlington, quell'azienda avrebbe presentato il suo nuovo prodotto di punta. E diciotto mesi prima di quel lancio, a poche centinaia di chilometri di distanza, un tecnico ucraino di nome Pavlo Kaschuk apriva un drone russo abbattuto e indicava, davanti a una telecamera, un piccolo chip svizzero. Due mani. Due droni che si cercano nello stesso cielo. E dentro tutti e due, qualcosa che è partito da un laboratorio o da una fabbrica di un paese che non è in guerra con nessuno. Non perché qualcuno abbia aggirato una regola. Ma perché quella regola guardava da un'altra parte, mentre la cosa che davvero decide smetteva, pian piano, di essere un oggetto.
Il pezzo che sa dove sei
Il 3 gennaio 2023, davanti a una telecamera della CBS News, un tecnico ucraino di nome Pavlo Kaschuk apre un drone. È un Orlan-10drone russo da ricognizione catturato, pesa trenta libbre — poco meno di tredici chili e mezzo, un oggetto che si porta in braccio. Kaschuk non indica il motore, non indica le ali. Indica un modulo con sopra un chip svizzero, di u-blox, e dice una frase sola: «il compito di questo chip è l'orientamento nel cielo». Senza, aggiunge, il drone «non sa dove volare».
Tieni ferma questa immagine, perché è tutta la storia in un gesto. Un drone militare non è un aeroplano piccolo. È un oggetto che deve rispondere in continuazione a una domanda — dove sono io — e, se il suo mestiere è colpire, a una seconda: dov'è la cosa che devo raggiungere. Il volo, la propulsione, la struttura sono il problema facile: si comprano. Le risposte a quelle due domande sono il problema difficile, e stanno in un chip da pochi centimetri e in qualche centinaio di migliaia di righe di codice.
Da qui in avanti seguiremo quel chip e quel codice. Il chip è svizzero e si trova nei droni russi. Il codice è nato al Politecnico federale di Zurigo, è stato pubblicato perché fosse di tutti, e oggi è dentro i droni che l'Ucraina lancia contro quegli stessi Orlan-10. Le due cose non si sono incontrate per caso, e nessuna delle due, per quanto se ne sa, ha richiesto di infrangere una legge.
Che cosa decide davvero se un drone colpisce
Comincia dalla prima domanda: dove sono io. Un drone la risolve nel modo in cui la risolve il telefono che hai in tasca — ascoltando i satelliti. Un ricevitore a bordo raccoglie i segnali delle costellazioni di navigazione e da lì ricava la propria posizione. Nel modulo di navigazione dell'Orlan-10, un'analisi del 14 aprile 2021 — un anno prima dell'invasione su larga scala — ha identificato esattamente questo: un ricevitore GLONASS/GPS/QZSS LEA-6N di u-blox, abbinato a un modulo russo, l'MNP-M7. Il pezzo che Kaschuk indicherà davanti alla CBS venti mesi dopo.
Ora guarda il punto debole, perché è il perno di tutto. Se un drone sa dove si trova soltanto perché qualcuno da fuori glielo dice, allora chi riesce a coprire quella voce lo acceca. È questo il jammingdisturbo elettronico: si copre il segnale che il ricevitore aspetta, finché non riesce più a distinguerlo. Immagina una stanza in cui una persona parla piano e qualcun altro comincia a fare rumore: a un certo punto le parole non arrivano più. L'immagine serve per un passo solo, e va lasciata subito, perché su una cosa inganna: chi disturba non ha bisogno di sapere dove sia il drone né di rivolgersi a lui. Copre una zona, e chiunque passi di lì resta senza risposta.
E dove conviene, a chi si difende, mettere quel rumore? Esattamente sopra la cosa che vuole proteggere. Il risultato è che gli ultimi metri sono il tratto in cui i droni d'attacco falliscono: arrivano fin lì e perdono la strada proprio quando conta.
È qui che si infila l'annuncio del 27 giugno 2024. Auterion presenta Skynode S e lo descrive come «la prima soluzione all-in-one appositamente costruita per consentire il volo pienamente autonomo fino a raggiungere e distruggere bersagli a terra», con un software «immune alle contromisure di guerra elettronica come il jamming durante la fase di approccio terminale».
Fermati su quell'aggettivo — immune — e ricavane tu la conseguenza, perché è a un passo solo di distanza. Il jamming funziona togliendo al drone una risposta che gli arriva da fuori. Essere immuni al jamming in un dato tratto di volo può voler dire una cosa sola: che in quel tratto il drone non chiede più niente a nessuno. La risposta a dove sono io e a dov'è il bersaglio, negli ultimi metri, non entra dall'esterno: sta già a bordo. Ecco perché il modulo è insieme «di volo e di puntamento», e perché l'azienda parla di volo pienamente autonomo fino all'impatto. Non è un miglioramento del velivolo. È lo spostamento della risposta da fuori a dentro.
E qui arriva il numero, che è l'unica cifra dell'intera vicenda a misurare un effetto anziché un'intenzione. In presenza di guerra elettronica, dice il comunicato, i colpi a segno passano dal 20% a oltre il 90%.
Vale la pena farlo diventare tuo con un conto che puoi rifare a mente. Con un bersaglio colpito su cinque, per distruggere un obiettivo servono in media cinque droni. Con nove su dieci, ne serve poco più di uno. Non è un'arma nuova: è la stessa arma che smette di sprecarsi. Un numero così cambia il costo della guerra prima di cambiarne la tecnica.
Una sola avvertenza, e riguarda chi ha misurato: quel salto è dichiarato dal fabbricante, nel comunicato con cui mette in vendita il prodotto, ed è la cifra che ha fatto il giro della stampa specializzata da lì. È il dato che c'è, ed è di parte interessata: entrambe le cose contano.
Colpi a segno di un drone d'attacco in presenza di guerra elettronica
gamma97Un software pubblicato perché fosse di tutti
Quel codice non è nato in un'azienda d'armi. È nato in un laboratorio universitario, e la data conta.
Attorno al 2008, da studente dottorando nel Computer Vision and Geometry Lab del Politecnico federale di Zurigo, Lorenz Meier sviluppa PX4: un pilota automatico per droni. Lo rilascia open-sourceil codice è pubblicato: chiunque può leggerlo, usarlo, modificarlo, farne un prodotto su GitHub, attraverso la comunità Dronecode. La formula esatta di che cosa questo significhi è la più semplice possibile: chiunque può prenderlo.
Nel novembre 2017 Meier e Kevin Sartori fondano a Zurigo Auterion per commercializzare PX4 — non per chiuderlo, ma per costruirci sopra i prodotti e il servizio che un'azienda vende. Nel settembre 2018 raccolgono dieci milioni di dollari.
Poi arriva l'anno che decide tutto, e non è quello che si ricorda. Nel 2020 la Defense Innovation Unit del Dipartimento della Difesa statunitense sceglie PX4 e MAVLink come standard per la propria architettura Blue sUASl'architettura dei piccoli droni del Dipartimento della Difesa statunitense. Un software scritto in un ateneo svizzero e pubblicato perché fosse di chiunque diventa la base su cui una superpotenza costruisce la propria flotta di piccoli droni. Quattro anni prima che l'azienda che lo commercializza faccia qualunque trasloco.
Questo è il meccanismo, ed è più interessante di qualsiasi sospetto. L'apertura non è una garanzia sull'uso: è un moltiplicatore di diffusione. Un codice pubblicato viaggia per costruzione, e non porta con sé nessuna condizione su chi lo prende. Chi lo scrive non conserva la leva per fermarlo — non perché sia stato distratto, ma perché pubblicare significa precisamente rinunciare a quella leva.
Vale anche a rovescio, e serve a leggere una frase. Nel giugno 2024 Meier dice che Auterion ha «lavorato in sordina per creare» il nuovo software e il dispositivo di controllo di volo per droni kamikaze, «già testato in battaglia». Il lavoro riservato riguarda l'ultimo strato — quello che rende il drone autonomo negli ultimi metri. La fondazione su cui poggia era pubblica da un decennio, e da quattro anni era uno standard del Pentagono.
Da Moorpark ad Arlington — non da Zurigo
Il 15 e 16 maggio 2024, poche settimane prima dell'annuncio di Skynode S, Auterion sposta la propria sede societaria ad Arlington, in Virginia.
Su questo trasloco circolano due versioni, e la differenza non è un dettaglio. La prima — la formulazione che si legge nell'inchiesta di SWI swissinfo.ch da cui parte questo numero — dice che l'azienda «ha trasferito la propria sede da Zurigo ad Arlington»: la Svizzera che perde un'azienda. Il comunicato ufficiale dell'azienda e il lancio PRWeb del 16 maggio 2024 dicono un'altra cosa: il trasferimento è da Moorpark, in California, ad Arlington, in Virginia. La tappa precedente non era la Svizzera. Ed è uno spostamento fra due indirizzi americani.
Anche la motivazione dichiarata è diversa da quella che ci si aspetterebbe. Il comunicato non nomina mai la Svizzera, non nomina Zurigo, non nomina vincoli normativi né controlli sull'esportazione. Dice che la scelta «riflette il nostro ruolo nel rispondere alle esigenze in evoluzione della nostra base di clienti in crescita» e che «avvicina Auterion ai suoi clienti del settore pubblico e privato, dato che il Dipartimento della Difesa sta investendo massicciamente in sistemi autonomi». Non una fuga da una regola: un avvicinamento a un compratore.
Da lì la sequenza è rapida. Il 27 giugno 2024, con dateline Arlington, Virginia, arriva Skynode S. Il 29 luglio 2025 Auterion si aggiudica un contratto da 50 milioni di dollari dal Pentagono per 33.000 kit d'attacco Skynode con intelligenza artificiale, destinati all'Ucraina.
Fai il conto, perché rimette in scala l'intera vicenda: cinquanta milioni divisi trentatremila fa circa 1.515 dollari a kit. Il prezzo di un buon computer portatile, per rendere un drone capace di colpire attraverso il disturbo elettronico. E quei cinquanta milioni sono cinque volte l'intero primo round di finanziamento con cui Auterion era partita nel 2018.
E la Svizzera? Nel marzo 2026 — ultime variazioni registrate — Auterion AG risulta ancora attiva nel registro di commercio svizzero, Edenstrasse 20, 8045 Zurigo, senza note di liquidazione. La ricerca e lo sviluppo restano a Zurigo. La sede societaria è ad Arlington. Le due cose convivono, e sono precisamente quelle che rendono la domanda seguente difficile.
Diciotto anni: da un codice pubblicato in un laboratorio a un contratto del Pentagono
gamma97La neutralità afferra l'oggetto, non la riga di codice
Il 29 settembre 2024 — tre mesi dopo l'annuncio di Skynode S — il Consiglio degli Stati respinge la proposta, già passata al Consiglio nazionale, di fornire all'Ucraina elmetti e giubbotti antiproiettile. Il motivo invocato è la legge sulla neutralità. Werner Salzmann, presidente della Commissione della politica di sicurezza, aggiunge un argomento di scorte: «l'esercito svizzero non ha abbastanza giubbotti protettivi per i propri soldati, né un solo elmetto per la popolazione civile».
Metti le due date accanto. Nello stesso 2024 lo Stato svizzero blocca l'equipaggiamento che serve a non morire, e un'azienda nata dalla sua ricerca pubblica mette in vendita un sistema che serve a colpire. Sembra un'ipocrisia. Non lo è: è un difetto di presa, e si può descrivere con precisione.
Il controllo delle esportazioni lavora su oggetti. Un elmetto è una cosa: ha un peso, attraversa una frontiera, si dichiara in dogana, si classifica come materiale bellico, si autorizza o si vieta. È la parte del mondo che una legge del genere sa afferrare. Il software no. Sulle esportazioni di software, il quadro è quello che l'inchiesta svizzera riassume in una frase: «in generale, software che si qualificano come civili o a duplice uso possono essere facilmente esportati».
Ora ricorda che cosa hai visto nel secondo capitolo: la cosa che decide se un drone colpisce non è il velivolo, è la risposta che porta a bordo. La regola vincola la parte che non decide più, e lascia passare quella che decide. Non è un cavillo trovato da qualcuno: è una legge che afferrava bene il mondo in cui il valore stava nell'oggetto, applicata a un mondo in cui si è spostato.
Contro questo, la Segreteria di Stato dell'economia — la SECO — ha una risposta precisa, e va presa sul serio perché è meglio di quel che sembra: gli sviluppi realizzati in Svizzera restano soggetti al controllo export svizzero anche se la sede societaria è all'estero. La giurisdizione segue il luogo dove si sviluppa, non l'indirizzo legale. Applicata ad Auterion, che a Zurigo tiene ricerca e sviluppo, la regola è esattamente quella giusta.
Resta però da sapere che cosa si sviluppi, oggi, dentro l'ufficio di Zurigo. E su questo l'unica affermazione esistente è quella dell'azienda: l'ufficio zurighese lavora «esclusivamente nel civile». È un'autodichiarazione, ed è ciò su cui poggia l'intera architettura del controllo in questo caso.
Quanto è fitta la rete che dovrebbe verificarla, lo dicono i numeri del Controllo federale delle finanze. In media, ogni anno la SECO rilascia 1.744 permessi per beni dual-usebeni che servono tanto a un uso civile quanto a uno militare, e che per questo passano da un'autorizzazione a parte, per circa 3 miliardi di franchi. Le richieste respinte, ogni anno, sono due o tre. Il 3% delle spedizioni viene bloccato in dogana. Un revisore ha giudicato quei controlli «adeguati».
Due o tre rifiuti su 1.744 domande fanno un tasso di diniego attorno allo 0,15%: circa una richiesta respinta ogni settecento, su tutti i settori messi insieme.
Il filtro svizzero sui beni a duplice uso, in un anno medio
gamma97L'altra metà: sette anni fra il sapere e il trovare
Torna al chip di Kaschuk, perché la seconda storia svizzera funziona in modo opposto alla prima — e finisce nello stesso posto.
u-blox non vende sistemi d'arma. Vende moduli di posizionamento generici, in volumi enormi, per automobili, biciclette elettriche, telefoni. È un componente d'uso comune, e non è sotto embargo.
La cronologia, però, si legge in una riga sola. L'azienda dichiara di essere «consapevole dal 2018 che moduli u-blox sono stati trovati in droni militari russi»: quattro anni prima dell'invasione su larga scala. Nell'aprile 2021 il LEA-6N compare nel modulo di navigazione dell'Orlan-10. Nel gennaio 2023 c'è la telecamera della CBS. Nell'aprile 2023 un'inchiesta di RSI News trova componenti u-blox in un Orlan-10 abbattuto dalle forze ucraine, e annota che erano già stati rilevati in esemplari precedenti.
L'azienda ha una policy che vieta l'uso dei propri prodotti nelle armi, e ipotizza acquisti antecedenti alle sanzioni o rivendite da parte di intermediari. La frase che il suo senior director dice alla CBS è più onesta di qualunque comunicato, e spiega il meccanismo meglio di qualsiasi analisi: «Totalmente apertamente? Non possiamo essere sicuri al 100%» che i distributori non rivendano alla Russia. E quei componenti, aggiunge, «non sono sotto embargo».
Guarda che cosa dice davvero. Una policy interna vincola chi la scrive e il suo primo cliente. Non vincola il secondo, né il terzo. Un componente generico, venduto a milioni, passa attraverso una catena di distribuzione secondaria che nessuno traccia — e tracciarla non è un impegno morale, è un costo strutturale che cambierebbe il modello di vendita. Fra la consapevolezza dichiarata e l'ultimo ritrovamento documentato passano sette anni, senza un'interruzione della catena che risulti da qualche parte.
È lo stesso difetto di presa del capitolo precedente, visto dall'altro lato. Là una regola afferrava il pezzo di plastica e lasciava passare il codice. Qui una regola afferra il primo passaggio di mano e lascia passare tutti gli altri. In mezzo, la stessa piccola Svizzera si ritrova dentro i droni delle due parti.
Chi dovrebbe guardare, e da dove guarda
Attorno a tutto questo c'è un ecosistema che si è costruito in vent'anni: oltre cento start-up e laboratori avanzati nel settore dei droni, nati attorno agli atenei svizzeri con il sostegno di agenzie pubbliche. Cento aziende, sorvegliate da un sistema che in un anno respinge due o tre richieste in tutto.
Il Politecnico federale di Zurigo risponde con due frasi che vanno lette insieme. La prima, di Vanessa Wood, vicepresidente per il trasferimento di conoscenze: «Il Politecnico di Zurigo conduce ricerche per il settore civile. Cerchiamo sempre di capire se un progetto e i risultati e le intuizioni che ne derivano potrebbero essere utilizzati anche per scopi militari ed essere quindi soggetti ai controlli sulle esportazioni». La seconda, sempre dell'ateneo: di non avere «alcuna influenza» sulle decisioni di Auterion, perché è una società privata.
Prese una per volta sono entrambe vere e ragionevoli. Prese insieme descrivono un controllo che si esercita nella fase in cui la tecnologia è ancora in laboratorio, e si dissolve esattamente quando comincia a contare.
Innosuisse — l'agenzia pubblica per l'innovazione — dice la stessa cosa senza attenuarla: «beni sviluppati originariamente per uso puramente civile possono, intenzionalmente o meno, evolvere in prodotti militari nel tempo», e la conformità spetta alle aziende. È un'ammissione che protegge l'agenzia sul piano giuridico e le toglie ogni leva su quello sostanziale. Andrew W. Reddie, che dirige il Berkeley Risk and Security Lab all'Università della California, la generalizza: «queste tecnologie hanno un duplice uso per definizione, quindi c'è il rischio che i governi forniscano supporto a una tecnologia base che può poi essere impiegata per usi militari».
Vale la pena, a questo punto, disfare il legame più citato di tutta la vicenda — perché è il più debole. Il 29 marzo 2023 Davide Scaramuzza, dell'Università di Zurigo, guarda un video promozionale del contraente militare israeliano Elbit Systems e riconosce nel prodotto pubblicizzato qualcosa dei propri algoritmi per droni senza GPS: «usano algoritmi simili». Nella stessa dichiarazione aggiunge che «non c'è alcun contatto diretto o trasferimento tecnologico fra il mio laboratorio ed Elbit», e che condanna «qualsiasi applicazione militare della nostra tecnologia». La somiglianza è affermata da chi quegli algoritmi li ha scritti, guardando una pubblicità, e nessun documento stabilisce un nesso.
Il legame vero fra Svizzera ed Elbit esiste, ed è documentato — ma corre nella direzione opposta e non passa dall'università: RUAG, azienda in mano allo Stato svizzero, è subappaltatrice di Elbit sul sistema Detect-and-Avoid ADS-15 dell'Hermes 900, il drone che la Svizzera stessa ha acquistato.
Anche il precedente più utile è meno clamoroso e più istruttivo di un sospetto. senseFly nasce alla facoltà di agricoltura del Politecnico di Losanna, costruisce droni da mappatura agricola, viene acquisita dall'americana AgEagle, e nel luglio 2021 la stampa specializzata registra che il suo eBee TAC «è attualmente impiegato dalle forze statunitensi». Ricerca pubblica, spin-off civile, acquisizione estera, uso militare: lo stesso schema di Auterion, dieci anni prima. Sul dettaglio che di quella storia si racconta più spesso — l'impiego in Afghanistan, con una copertura mimetica — l'unica traccia è un testimonial senza data su una pagina prodotto del fabbricante, attribuito genericamente a «US Army / SFAB, United States». Il resto regge; quel particolare no.
Nathanael Apter, della Drone Industry Association, guarda la stessa scena da dentro l'industria e ne trae la conclusione opposta a quella morale: i produttori svizzeri restano fuori dalle commesse ucraine mentre la tedesca Quantum-Systems e la francese Delair non hanno lo stesso limite. È insieme una descrizione e una richiesta politica — e vale la pena notare che il drone da ricognizione della Quantum Systems monta, dentro, tecnologia di Auterion.
La scala vera, e la data che si avvicina
Prima di chiudere, due numeri che rimettono tutto nelle proporzioni giuste, perché è facile scambiare questa storia per una storia grande.
Il primo. Nel 2023 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.443 miliardi di dollari, in crescita reale del 6,8% sull'anno prima — nono anno consecutivo di aumento, e l'incremento più forte dal 2009. Quella sola crescita annua, circa 155 miliardi, vale più di tremila volte il contratto Auterion di cui abbiamo parlato per un intero capitolo.
Il secondo. Il mercato dei droni, per unità vendute, è tenuto per oltre il 70% da un unico produttore cinese, DJI — in calo dal 74% dell'anno precedente, con stime che oscillano fra il 60% e l'83% a seconda di che cosa si conti (unità o fatturato, Stati Uniti o mondo). Mentre la Svizzera discute della propria neutralità su un centinaio di start-up, sette droni su dieci al mondo escono da una fabbrica sola, e non è in Europa.
Poi c'è la data. Il 27 settembre 2026 gli elettori svizzeri voteranno sull'iniziativa «Salvaguardare la neutralità svizzera»: divieto di aderire ad alleanze militari, divieto di sanzioni economiche o diplomatiche autonome contro uno Stato belligerante salvo mandato dell'ONU, neutralità perpetua e armata scritta in Costituzione. Il Consiglio federale ne raccomanda il rifiuto senza controproposta, con una motivazione che è la chiave dell'intera vicenda letta al contrario: l'iniziativa renderebbe la neutralità «un concetto rigido... che non lascia margine», un fine in sé anziché uno strumento.
Tieni conto di una cosa, andando a leggere quel testo: parla di alleanze, di sanzioni, di eserciti. Di software non dice nulla. Qualunque sia l'esito, il varco da cui è passata questa storia — un codice che si qualifica come civile o a duplice uso, e che «può essere facilmente esportato» — non è quello di cui si sta votando.
Restano aperte, nella vicenda, tre domande che nessuno ha ancora chiuso. Che cosa sia oggi l'ufficio di Zurigo di Auterion — un centro di decisione o un laboratorio — e quindi se il controllo svizzero abbia ancora un oggetto su cui esercitarsi. Se i 33.000 kit siano stati consegnati, e se quel salto dal 20% a oltre il 90% regga sul campo come regge nel comunicato di chi lo vende. E se una regola scritta per gli oggetti possa essere riscritta per il codice senza cambiare la legge — cosa che, per ora, nessuno ha proposto di fare.
Chiudi con l'immagine da cui è cominciato tutto, ribaltata. Il 19 giugno 2024, nella regione di Kharkiv, un militare ucraino di cui non sappiamo il nome lancia con le mani un drone da ricognizione della tedesca Quantum Systems, equipaggiato con tecnologia di Auterion. Otto giorni dopo, ad Arlington, sarebbe stato annunciato Skynode S. Diciotto mesi prima, a poche centinaia di chilometri, Pavlo Kaschuk apriva un drone russo e indicava un chip svizzero.
Due mani, due droni che si cercano nello stesso cielo, e dentro tutti e due qualcosa che è partito da un laboratorio o da una fabbrica di un Paese che non è in guerra con nessuno. Non perché qualcuno abbia aggirato una regola: perché la regola guardava altrove, e nel frattempo la cosa che decide ha smesso di essere un oggetto.
Riferimenti
- Switzerland's drone dilemma — SWI swissinfo.ch, Marguerite Meyer e Ariane Lüthi, 31 ottobre 2024 — https://www.swissinfo.ch/eng/foreign-affairs/switzerlands-drone-dilemma/87693979
- Comunicato Auterion sul trasferimento della sede da Moorpark (California) ad Arlington (Virginia), 16 maggio 2024 — https://auterion.com
- Comunicato Auterion di lancio di Skynode S, 27 giugno 2024 — https://auterion.com
- Auterion si aggiudica un contratto da 50 milioni di dollari per 33.000 kit Skynode destinati all'Ucraina, 29 luglio 2025 — https://dronelife.com
- ETH Zurich, notizia su Lorenz Meier, PX4 e il finanziamento di Auterion, settembre 2018 — https://ethz.ch
- CBS News, il chip svizzero u-blox dentro un Orlan-10 catturato: la testimonianza di Pavlo Kaschuk, 4 gennaio 2023 — https://www.cbsnews.com
- u-blox response — risposta ufficiale dell'azienda alle allegazioni sui moduli trovati nei droni militari russi — https://www.business-humanrights.org
- Il ricevitore u-blox LEA-6N nel modulo di navigazione dell'Orlan-10, 14 aprile 2021 — https://www.globaldefensecorp.com
- Componenti u-blox in un Orlan-10 abbattuto: l'inchiesta di RSI News, 2 aprile 2023 — https://defence-ua.com
- L'eBee TAC di senseFly impiegato presso le forze statunitensi, 9 luglio 2021 — https://www.militaryaerospace.com
- Davide Scaramuzza, l'algoritmo dell'Università di Zurigo e Elbit Systems — SWI swissinfo.ch, 29 marzo 2023 — https://www.swissinfo.ch
- Swiss export controls on dual-use equipment adequate, says auditor — SWI swissinfo.ch — https://www.swissinfo.ch
- Il Consiglio degli Stati respinge la fornitura di elmetti e giubbotti antiproiettile all'Ucraina, 29 settembre 2024 — https://www.obozrevatel.com
- Iniziativa «Salvaguardare la neutralità svizzera»: posizione del Consiglio federale e data del voto popolare — https://www.admin.ch
- SIPRI, Trends in World Military Expenditure 2023, fact sheet del 22 aprile 2024 — https://www.sipri.org
- La quota di mercato di DJI nei droni, dati 2025 — The Drone Girl, 6 novembre 2025 — https://www.thedronegirl.com