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6 settembre 2026

Cina, 15° Piano quinquennale: cinque numeri spostati e un obiettivo mancato che risulta raggiunto

Approvato il 12 marzo 2026, il Piano ricopia un traguardo già battuto, cancella quello sui chip, ne alza uno chiedendo meno di quanto è appena stato fatto — e centra quello sul carbonio cambiando la formula con cui si misura.

Il 12 marzo 2026 l'Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato il 15° Piano quinquennale cinese, che vale dal 2026 al 2030. La strategia è la stessa del ciclo precedente, ma cinque numeri si sono mossi, e il modo in cui si sono mossi dice più del testo. L'obiettivo sulla riduzione dell'intensità carbonica risulta quasi centrato — 17,7% contro il 18% richiesto — solo perché la metodologia di calcolo è stata riscritta a ritroso: con il metodo originale la riduzione è stata del 12,4%, e le due misure differiscono di circa 730 milioni di tonnellate di CO2 all'anno, quanto emette la Germania. L'obiettivo del 70% di autosufficienza sui semiconduttori, fissato nel 2015 e mai raggiunto, è sparito dal documento senza annunci, sostituito da un indicatore che chiede quattro decimi di punto l'anno; nel frattempo tredici dirigenti dell'industria cinese dei chip hanno scritto per conto loro un piano che punta all'80% entro il 2030. Il traguardo sulla ricerca è stato ricopiato identico dal Piano precedente, che l'aveva superato di tre punti. Quello sull'energia non fossile è l'unico alzato, e chiede meno di quanto il quinquennio appena chiuso ha realizzato. Il PIL, per la prima volta, non compare affatto nel testo. Chi installa pannelli solari in Europa, chi compra chip da fornitori cinesi e chi confronta serie storiche sulle emissioni cinesi trova in queste decisioni il prezzo, la disponibilità e i dati con cui avrà a che fare fino al 2030.

Cina, 15° Piano quinquennale: cinque numeri spostati e un obiettivo mancato che risulta raggiunto

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«Più difficile»

È diventato più difficile. Sono le parole che il ministro cinese dell'Ambiente pronuncia in pubblico a settembre del duemilaventicinque, a proposito di uno dei bersagli del piano quinquennale in corso, e i ministri, di solito, certe cose non le dicono. Mancano quattro mesi alla fine del ciclo. Il bersaglio riguarda quanta anidride carbonica la Cina emette per ogni unità di ricchezza che produce, non quanto inquina in totale ma quanto inquina per produrre, l'obiettivo, fissato nel duemilaventuno, era una riduzione del diciotto per cento fra il duemilaventi e il duemilaventicinque. Quando il conto arriva, il numero è diciassette virgola sette per cento. Tre decimi sotto il bersaglio. Mancato per un soffio, dopo cinque anni di lavoro, è così che quasi tutti hanno letto quella cifra. Ma non è la stessa misura di partenza. Poco prima di pubblicarlo, chi tiene i conti in Cina ha cambiato il modo di calcolare le emissioni, e ha applicato il nuovo metodo anche agli anni passati, sono stati tolti dal conteggio gli usi dei combustibili fossili che non producono energia, e sono state aggiunte le emissioni che escono direttamente dai processi industriali, dai forni che cuociono il cemento, dagli impianti chimici, a prescindere da quanto carbone bruciano per farli funzionare. Con il metodo con cui l'obiettivo era stato scritto nel duemilaventuno, la riduzione vera non è diciassette virgola sette per cento. È dodici virgola quattro per cento. Non tre decimi sotto il bersaglio. Cinque punti e sei decimi sotto. Fra il vecchio modo di contare e il nuovo, la differenza vale circa settecentotrenta milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, all'incirca quanto emette in un anno intero un paese industriale come la Germania. Cambia il modo di misurare, e dai conti sparisce l'equivalente di un'intera nazione europea. Lauri Myllyvirta studia da anni le emissioni cinesi per un centro di ricerca specializzato in energia e aria pulita, e questo cambiamento lo ha guardato da vicino, dice che chi decide, in Cina, ha scelto di centrare il bersaglio riscrivendo i dati del passato, invece di aumentare gli sforzi nel presente. E la chiama, con una parola sola, opportunistica. Qui il punto smette di riguardare solo il clima. L'Ufficio Statistico Nazionale e il Ministero dell'Ecologia e dell'Ambiente, con quella revisione, hanno mostrato una cosa che vale per ogni numero che pubblicheranno da ora in avanti, chi misura può decidere l'esito. Chiunque voglia confrontare da oggi le emissioni cinesi di prima con quelle di dopo deve rifare il conto da capo, perché i due lati del confronto non misurano più la stessa cosa. E il prossimo bersaglio, quello del piano che segue, chiede una riduzione del diciassette per cento rispetto al duemilaventicinque. Cinque punti sopra quello che il ciclo appena chiuso ha davvero ottenuto. Nessun documento pubblico dice con quale dei due metodi, il vecchio o il nuovo, quel numero verrà controllato.

Un piano che non è una previsione

Il dodici marzo duemilaventisei, a Pechino, l'Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, che si riunisce una volta l'anno, in marzo, per approvare i piani del governo, mette la parola fine al quindicesimo Piano quinquennale per lo sviluppo economico e sociale, il documento che guiderà la Cina dal duemilaventisei al duemilatrenta. È l'ultimo atto di una seduta che chiude la quarta sessione del quattordicesimo Congresso Nazionale del Popolo. Le linee guida erano già circolate mesi prima, pubblicate dall'agenzia di stato Xinhua a fine ottobre, dopo che il ventesimo Comitato Centrale del Partito le aveva discusse a porte chiuse nella propria quarta sessione plenaria. Conviene dirlo subito, prima ancora di entrare nei numeri, non è una svolta. Lo nota Control Risks, un'agenzia di consulenza sul rischio che segue la politica cinese per conto di aziende straniere, il cambiamento vero, quello storico, è avvenuto tra il tredicesimo e il quattordicesimo Piano, questo, il quindicesimo, serve solo ad aggiustare una rotta già tracciata. Il segretario del Partito e presidente Xi Jinping conferma una strategia costruita in dieci anni di lavoro. A cambiare, da un piano all'altro, sono i numeri, e il modo in cui vengono trattati quando smettono di funzionare. E qui serve una premessa, perché altrimenti si legge male tutto quello che segue, in questo documento un numero non è mai una previsione. Il testo stesso lo dice a proposito dell'obiettivo di crescita, non è una stima di quel che accadrà all'economia, ma, parole del piano, un'indicazione del volume di attività economica pianificata. In pratica, un ordine di lavoro. Le agenzie di sviluppo locali lo leggono e rivedono i propri investimenti per arrivarci. Chi lo apre aspettandosi una previsione economica, come si farebbe con un bollettino di una banca centrale, sta leggendo il documento sbagliato. E infatti, per la prima volta, l'obiettivo di crescita del prodotto interno lordo non è scritto da nessuna parte nel piano. È il primo, fra tutti quelli pubblicati finora, a ometterlo del tutto, quella cifra si troverà solo un'altra volta l'anno, nel rapporto annuale che il governo presenta a marzo. È successo appena una settimana prima di questa seduta, il primo ministro Li Qiang ha annunciato per l'anno in corso una forchetta tra il quattro virgola cinque e il cinque per cento, il target più basso da quando la Cina pubblica questi numeri, cioè dal millenovecentonovantuno, contro una crescita che negli ultimi cinque anni si è attestata, in media, al cinque virgola quattro per cento. Chi vuole seguire da qui in avanti l'obiettivo di crescita cinese non lo troverà più ogni cinque anni, dovrà cercarlo ogni marzo. Sopra tutti questi numeri, però, resta un vincolo che nessuno tocca, raddoppiare il prodotto interno lordo tra il duemilaventi e il duemilatrentacinque. È lui a dare senso a quella forchetta tra il quattro virgola cinque e il cinque per cento, se la crescita scende sotto quella soglia per un tratto abbastanza lungo, l'obiettivo del duemilatrentacinque diventa irraggiungibile per pura somma aritmetica, non per pessimismo. Dentro questo perimetro, un piano che è ordine e non profezia, un traguardo di crescita che ora si nasconde e riappare ogni anno, e sopra tutto la scadenza del raddoppio, cinque numeri, nel testo approvato quel dodici marzo, si sono mossi. E si sono mossi ciascuno a modo suo.

Il numero uscito dalla porta principale

Nel duemilaquindici Pechino lancia un programma industriale che chiama Made in China duemilaventicinque, l'idea è portare la Cina dalla fabbrica di massa alle tecnologie avanzate, e dentro quel programma c'è una cifra che diventerà la più citata di un intero decennio di politica industriale cinese, il settanta per cento di autosufficienza sui semiconduttori entro il duemilaventicinque. È il numero su cui Washington calibra le proprie contromisure, le restrizioni statunitensi all'esportazione dei semiconduttori più avanzati arrivano al culmine fra il duemilaventidue e il duemilaventiquattro. Poi si guarda a che punto è arrivata davvero, quella cifra. Nel duemilaventiquattro l'autosufficienza cinese sui chip è stimata intorno al trentatré per cento. Entrando nel duemilaventicinque, TrendForce, che segue da vicino il mercato dei semiconduttori, la colloca un po più in alto, intorno al cinquanta per cento, The Diplomat, che segue la politica asiatica, calcola invece uno scarto di circa cinquanta punti dal traguardo. Le stime cambiano da una fonte all'altra, ma nessuna delle due si avvicina al settanta. E infatti, quando arriva il testo del quindicesimo Piano quinquennale, quel numero non c'è più. Non è stato abbassato. Non è stato corretto, non è stato rinviato di qualche anno. È stato tolto, e nessuno lo ha annunciato. Al suo posto compare un altro indicatore, che misura tutt'altro, il valore aggiunto delle industrie principali dell'economia digitale dovrà arrivare al dodici e mezzo per cento del prodotto interno lordo entro il duemilatrenta. Il punto di partenza, il dieci e mezzo per cento del duemilaventicinque, non viene scritto accanto al bersaglio, e bisogna andarselo a cercare altrove. Fatti i conti, sono due punti in cinque anni, quattro decimi all'anno. L'indicatore che ha preso il posto del settanta per cento sui chip chiede, in pratica, meno di mezzo punto all'anno. Ma sotto il documento ufficiale, quel numero è rientrato dalla finestra. A marzo del duemilaventisei tredici dirigenti dell'industria cinese dei chip si mettono insieme e scrivono un piano loro, separato da quello del governo, ottanta per cento di autosufficienza entro il duemilatrenta, con una linea pilota a sette nanometri, la misura con cui si indica quanto sono piccoli e fitti i transistor dentro un chip, costruita interamente con macchine prodotte in Cina, e una produzione stabile a quattordici nanometri. Dieci punti sopra il traguardo che il governo aveva appena cancellato senza dirlo. Non si sa se questo piano d'industria sia stato adottato dal governo o se resti, per ora, un documento privato. E qualcosa, nel frattempo, si muove per davvero. Non sui chip finiti, ma sulle macchine che li fabbricano, l'autosufficienza cinese sugli equipaggiamenti di produzione passa da circa il venticinque per cento di fine duemilaventiquattro a circa il trentacinque per cento di fine duemilaventicinque. Dieci punti guadagnati in un anno sugli strumenti, proprio mentre l'obiettivo sul prodotto finito spariva dal Piano. Il denaro racconta la stessa storia. A dicembre del duemilaventicinque trapela la notizia di un pacchetto di incentivi ai produttori cinesi che vale fra duecento e cinquecento miliardi di yuan, cioè fra ventotto e settanta miliardi di dollari. I titoli dei giornali usano verbi come sta valutando, non ha stanziato, è una cifra ancora in discussione, non approvata, e due nomi che circolano come possibili beneficiarie, Huawei, il grande gruppo cinese di tecnologia, e Cambricon, che progetta chip cinesi per l'intelligenza artificiale, sono candidate, non destinatarie di un bonifico già arrivato. Se alla fine il pacchetto si ferma alla cifra più bassa della forchetta, sono loro due a incassare la differenza fra ventotto e settanta miliardi. Quello che sta già arrivando, invece, è un fondo statale per i chip, arrivato alla sua terza edizione, trecentoquarantaquattro miliardi di yuan, cioè quarantasette miliardi e mezzo di dollari, destinati ai chip più avanzati e alle macchine di fabbrica. È una cifra più piccola di quella che circola sui giornali, ma è quella vera, già in movimento. Nessuno pubblica però come viene divisa fra le aziende. The Diplomat lo scrive in un titolo che vale la pena ripetere, il piano quinquennale cinese è andato oltre la guerra dei chip, e Washington non se n'è accorta. Il terreno dello scontro si è spostato dalla fabbrica alla diffusione pratica di quelle tecnologie, mentre le restrizioni americane restano puntate sulla fabbrica. Per chi in Europa compra componenti da fornitori cinesi, la cosa da guardare nei prossimi anni non è più chi arriva prima al chip più piccolo e potente, ma quanto in fretta la Cina riesce a produrre chip di fascia media con macchine tutte sue.

Il numero già battuto

Il quattordicesimo piano chiedeva alla spesa in ricerca e sviluppo, i soldi che imprese, università e stato mettono ogni anno per inventare conoscenza e prodotti nuovi, di crescere di oltre il sette per cento l'anno. Come sia andata lo dice l'ufficio statistico dello stato cinese, in un rapporto uscito a inizio giugno duemilaventisei, da duemilaquattrocentotrentanove virgola tre miliardi di yuan nel duemilaventi a tremilanovecentoventisei virgola due nel duemilaventicinque, una crescita media del dieci per cento l'anno. Se si guarda solo alla finestra tra il duemilaventuno e il duemilaventiquattro la media sale al dieci virgola cinque per cento, anche perché lo stesso ufficio, alla fine di settembre del duemilaventicinque, ha rivisto al rialzo il dato del duemilaventiquattro, da tremilaseicentotredici a tremilaseicentotrentadue virgola sessantotto miliardi. Tre modi di contare la stessa spesa, tre cifre leggermente diverse, e tutte e tre, senza eccezione, superano il traguardo di parecchio. C'è un numero che conta più degli altri. La quota di prodotto interno lordo che la Cina destina alla ricerca passa dal due virgola trentasei per cento del duemilaventi al due virgola ottanta del duemilaventicinque. Per la prima volta supera la media dei paesi più industrializzati del mondo, ferma intorno al due virgola sette per cento. E lo fa proprio negli anni in cui gli Stati Uniti provano a chiuderle la porta sui semiconduttori più avanzati. Il quindicesimo piano, quello nuovo, non alza l'asticella. La ripete uguale, oltre il sette per cento l'anno. Lo ha detto parola per parola Li Qiang, il primo ministro cinese, incaricato di presentare il piano al parlamento nazionale il cinque marzo duemilaventisei. Un traguardo che il paese ha già superato di tre punti pieni, prima ancora che qualcuno lo riscrivesse. L'ambizione vera, quella la Cina la mette per iscritto altrove. Il primo aprile duemilaventisei la commissione di stato che pianifica l'economia cinese e trasforma i piani in progetti concreti pubblica una sua proiezione sulle industrie che verranno, da circa seimila miliardi di yuan nel duemilaventicinque a oltre diecimila entro il duemilatrenta. Fa una media di poco sotto l'undici per cento l'anno, più veloce del sette per cento che il piano ufficiale chiede alla ricerca che quelle stesse industrie dovrebbe alimentare. È la commissione, non il piano, a mettere la faccia su una cifra così impegnativa, la sua credibilità di chi pianifica sta lì, non nel documento firmato dal primo ministro. Va detto con onestà che le due cose potrebbero non misurare esattamente lo stesso oggetto, la commissione parla di industrie del futuro, altre ricostruzioni parlano di industrie emergenti prioritarie, e nessun documento pubblico mette le due liste una accanto all'altra per dire se combaciano.

Il numero alzato che chiede meno

Il piano quinquennale appena chiuso, quello che ha retto la Cina fino al duemilaventicinque, chiedeva di portare l'energia non fossile oltre il venti per cento del consumo totale entro quell'anno. Il quattro giugno duemilaventisei l'ufficio statistico nazionale certifica il risultato, ventuno virgola sette per cento nel duemilaventicinque, contro il sedici per cento di cinque anni prima. Cinque punti e sette decimi guadagnati in un quinquennio, obiettivo raggiunto, e superato. Ecco allora il nuovo obiettivo, quello del piano in vigore adesso, venticinque per cento entro il duemilatrenta, confermato a luglio duemilaventisei al giornale Global Times da un funzionario della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, l'organo che a Pechino scrive i piani economici del paese. Tre punti e tre decimi da guadagnare in cinque anni. Fermiamoci un momento su questi due numeri, perché sono il cuore di tutto il capitolo, il quinquennio appena chiuso ha portato a casa cinque punti e sette decimi, il prossimo, quello che dovrebbe essere più ambizioso, ne chiede tre e tre. È l'unico dei cinque obiettivi del piano ad essere stato alzato, ed è quello che in realtà chiede meno di quanto il ciclo precedente abbia già fatto da solo. Oltre l'orizzonte di questo piano c'è pure un traguardo per il duemilatrentacinque, trenta per cento, altri cinque punti nei cinque anni successivi. L'accelerazione, insomma, è rimandata al ciclo dopo. C'è un settore in cui questa scelta si vede a occhio nudo, e arriva fino al tetto di casa di chi ascolta. Nel duemilaventicinque la capacità delle fabbriche cinesi di pannelli solari vale circa milleduecento gigawatt l'anno, quasi il doppio di quanto il mondo intero riesce a installare in un anno. Solo il polisilicio, la materia prima dei pannelli, ha una capacità produttiva di tre milioni e duecentomila tonnellate, contro una domanda mondiale di un milione e centomila tonnellate. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia la quota cinese supera l'ottanta per cento in ogni fase della lavorazione, e nel duemilaventiquattro il novantuno per cento dei pannelli montati fuori dalla Cina veniva proprio da lì, nove pannelli su dieci, su qualunque tetto del mondo al di fuori della Cina. Dentro quelle fabbriche, però, gli impianti girano solo fra il quarantaquattro e il cinquantaquattro per cento della loro capacità, e i prezzi dei pannelli sono scesi di oltre il sessanta per cento dal duemilaventitré. Il piano non prevede di ridimensionare questo settore, prevede di consolidarne il vantaggio, chiedendo, testuale, di mantenere una proporzione ragionevole di manifattura. È la scelta esplicita di non tagliare la capacità, nonostante le proteste dei partner commerciali della Cina. Da questa scelta discendono due conseguenze opposte, e chi ascolta sta certamente da una delle due parti. Chi sta installando un impianto fotovoltaico in Europa continuerà a spendere poco, perché quel prezzo basso è il modo in cui una sovracapacità decisa a Pechino si scarica sul resto del mondo. Chi invece produce pannelli in Europa continuerà a non reggere il confronto. E in mezzo, a pagare più di tutti, ci sono gli operai delle fabbriche cinesi del fotovoltaico, che ogni giorno entrano in impianti fermi per metà del tempo, dentro un settore che il piano ha deciso, apposta, di non ridurre. Il resto del programma sul clima arriva un mese più tardi, il quattordici luglio duemilaventisei, con il piano d'azione per il picco delle emissioni di carbonio del nuovo quinquennio, emanato dal Consiglio di Stato, quota di energia non fossile al venticinque per cento, intensità di carbonio in calo del diciassette per cento rispetto al duemilaventicinque, circa cento parchi industriali a zero emissioni e circa cinquecento fabbriche a zero emissioni. Le cinquecento fabbriche sono, di tutto l'elenco, la voce numericamente più grande, ed è quella di cui si parla meno. I diecimila chilometri di corridoi di trasporto a zero emissioni, annunciati a marzo dello stesso anno dallo stesso organo, attraverso il suo segretario generale, un uomo di nome Yuan Da, non compaiono invece nel decreto con la loro cifra in chilometri, quel numero, per ora, vive solo negli annunci, non nel testo. E in nessun punto il documento fissa un tetto assoluto alle emissioni, né una data precisa per il picco del carbonio, resta il generico entro il duemilatrenta.

Chi deve farlo, e chi conta

Il cinque marzo duemilaventisei, lo stesso giorno in cui il governo cinese presenta il rapporto annuale sul proprio lavoro, l'emittente statale cinese diffonde per la prima volta come si dividono i centonove grandi progetti ingegneristici previsti dal Piano, ventotto vanno alle nuove forze produttive di qualità, venticinque al benessere pubblico, ventitré alla modernizzazione delle infrastrutture, diciotto alla transizione verde, nove all'integrazione fra città e campagna, sei alle aree considerate strategiche per la sicurezza. Di tutto questo, il Piano non esegue niente. Sono i governi delle province e delle città a dover tradurre quei centonove progetti, e i cinque numeri che li reggono, in piani locali, in indicatori concreti, e alla fine nelle carriere di chi li applica. Il documento nazionale non ordina, scarica il rischio di far quadrare i conti su chi sta più in basso. Ed è qui che la faccenda si complica, perché i funzionari che ogni anno scrivono le relazioni sul proprio lavoro devono indovinare quale parola mettere nella prima riga, e la risposta cambia a seconda di chi la sta contando. Un programma di ricerca dell'università americana di Stanford ha contato, dentro il testo del Piano, cinquantadue volte l'espressione intelligenza artificiale, quattro volte tante rispetto alle undici del Piano precedente, quello di cinque anni prima. Per chi l'ha contato, è il segno che l'intelligenza artificiale in Cina è passata dal laboratorio alla produzione. Un centro di ricerca tedesco specializzato in Cina ha contato invece le occorrenze di sicurezza nazionale, circa venti, uno stabile che si ripete identico da due Piani a questa parte. Per chi l'ha contato, è il segno opposto, continuità, non svolta. E una fondazione indiana, la Observer Research Foundation, ha contato ogni volta che nel testo compare semplicemente sicurezza, in tutte le sue forme, centocinquantotto volte in tutto il documento. Per loro è la prova di una svolta autoritaria dell'economia cinese, il passaggio dalla crescita alla sicurezza come priorità. Stesso testo, tre modi di contarlo, due letture che si escludono a vicenda. E allora vale la pena tornare a quella lista di progetti con cui si è aperto questo capitolo, lì, la sicurezza, che nel testo compare centocinquantotto volte, riceve sei progetti su centonove, la fetta più piccola di tutte. Il benessere pubblico ne riceve venticinque, quasi quanto la tecnologia. Cinquantadue citazioni dell'intelligenza artificiale sono un'istruzione di carriera per chi scrive i rapporti, non un bilancio. Sei progetti su centonove sono un bilancio vero, in soldi e in cantieri. Sotto ai funzionari che contano le parole ci sono le persone su cui il Piano scommette senza dirlo chiaramente. Il documento dichiara di voler far salire quanto le famiglie cinesi spendono rispetto a quanto risparmiano, e di far crescere il reddito di ogni persona alla stessa velocità del prodotto interno lordo del paese. Ma l'economista Bert Hofman, che da anni studia i conti pubblici cinesi, osserva che gli interventi sulla rete di protezione sociale, pensioni, sanità, sussidi, restano troppo deboli per cambiare davvero l'abitudine delle famiglie cinesi a mettere da parte quasi tutto quello che guadagnano. E senza quel cambiamento, dice, è difficile aspettarsi un salto nei consumi già nei prossimi anni. Le famiglie sono la variabile da cui dipende buona parte dei conti che il Piano deve far tornare entro il duemilatrentacinque, e sono anche la parte a cui il Piano offre meno strumenti nuovi. Resta infine una fragilità che nessun numero del Piano affronta di petto, la popolazione cinese si sta riducendo, e la spinta che veniva da una forza lavoro giovane e in crescita è ormai esaurita. La risposta che il Piano propone ha un nome tecnico, la produttività totale dei fattori, in pratica, quanto si riesce a produrre in più senza aggiungere né altre persone né altre macchine, ma proprio perché è difficile da misurare, questa non compare fra gli obiettivi vincolanti del documento. Ci compare invece, come leva collegata, l'integrazione fra intelligenza artificiale, robotica e manifattura avanzata. Detto senza giri di parole, alla forza lavoro che invecchia, la Cina risponde sostituendone una parte con le macchine. E qui si può tirare le fila di tutto quello che si è raccontato in questo numero. Un numero, dentro il quindicesimo Piano, non è mai una promessa, e non è nemmeno una previsione, è un'istruzione data a chi deve eseguirla. E quando quell'istruzione non regge, chi scrive il Piano ha sempre a disposione le stesse tre mosse, riscrivere il modo in cui la misura viene calcolata, come è successo con l'intensità di carbonio, togliere di mezzo l'obiettivo senza annunciarlo, come è successo con il settanta per cento sui semiconduttori, oppure ricopiare un traguardo già ampiamente superato, come è successo con la spesa in ricerca. Nei cinque anni del Piano precedente, la Cina le ha usate tutte e tre. E il prossimo bilancio, quello che dirà come è andato davvero il periodo fra il duemilaventisei e il duemilatrenta, arriverà tra le mani di chi lo scriverà con esattamente gli stessi strumenti.

«Più difficile»

A settembre 2025 il ministro cinese dell'Ambiente dice in pubblico che uno degli obiettivi del 14° Piano quinquennale è diventato «più difficile» da raggiungere. Mancano quattro mesi alla chiusura del ciclo. L'obiettivo è la riduzione dell': meno 18% fra il 2020 e il 2025.

Quando il conto arriva, il numero è 17,7%. Tre decimi sotto il bersaglio: mancato per un soffio, dopo un ciclo intero. È il modo in cui la cifra è stata letta quasi ovunque.

Non è la stessa misura. Il 17,7% è il prodotto di un cambio di metodologia applicato all'indietro: la nuova metrica esclude gli usi non energetici dei combustibili fossili e include le emissioni di processo industriale — quelle che escono dai forni del cemento e dagli impianti chimici a prescindere da quanto carbone bruciano. Con il metodo con cui l'obiettivo era stato scritto nel 2021, la riduzione è stata del 12,4%. Non tre decimi sotto il bersaglio: cinque punti e sei decimi sotto.

Fra la vecchia e la nuova metrica ballano circa 730 milioni di tonnellate di CO2 all'anno, all'incirca le emissioni totali annue della Germania. Un cambio di formula vale, ogni anno, un intero paese industriale europeo.

«I decisori cinesi hanno scelto di centrare il target rivedendo i dati passati anziché aumentare gli sforzi», dice Lauri Myllyvirta, analista del CREA, che definisce la revisione «opportunistica».

Il punto non riguarda soltanto il clima. Riguarda chi tiene la penna: l'Ufficio Statistico Nazionale e il Ministero dell'Ecologia e dell'Ambiente hanno mostrato che chi misura può decidere l'esito, e ogni revisione futura sarà letta alla luce di questo precedente. Per chiunque confronti serie storiche sulle emissioni cinesi, la conseguenza è immediata: qualunque paragone che usi dati pubblicati prima del 2025 va rifatto, perché i due lati del confronto non misurano più la stessa cosa.

Il nuovo obiettivo del 15° Piano è una riduzione del 17% rispetto al 2025. Cinque punti sopra quello che il ciclo precedente ha davvero fatto — e nessun documento pubblico dice con quale delle due metodologie verrà verificato.

Un piano che non è una previsione

Il 12 marzo 2026, a Pechino, l' approva il 15° Piano quinquennale per lo sviluppo economico e sociale, valido dal 2026 al 2030, nella seduta di chiusura della quarta sessione del 14° Congresso Nazionale del Popolo. Le linee guida erano state pubblicate da Xinhua il 28 ottobre 2025, dopo la quarta sessione plenaria del XX Comitato Centrale del Partito.

Non è una svolta, ed è bene saperlo prima di leggerlo. «Il cambiamento storico è stato dal 13° al 14° Piano», nota Control Risks: «il 15° serve ad aggiustare e aggiornare la visione già esistente». Xi Jinping conferma la strategia costruita in un decennio. Quello che cambia sono i numeri, e il modo in cui si sono mossi.

Prima però conta capire che cosa sia, in questo documento, un numero. Il target di crescita del PIL, avverte la fonte stessa, «non costituisce assolutamente una previsione di variazione del PIL quanto un'indicazione del volume dell'attività economica pianificata». Non è una stima di quel che accadrà: è un ordine di lavoro alle agenzie di sviluppo, che devono rivedere i propri piani di investimento per centrarlo. Chi lo legge come una previsione economica sta leggendo il documento sbagliato.

E il PIL, nel 15° Piano, non c'è. È il primo Piano quinquennale a non fissare alcun numero di crescita nel proprio testo: la cifra vive solo nel Rapporto annuale sul lavoro del governo. Il 5 marzo 2026 il premier Li Qiang l'ha presentata per l'anno in corso: 4,5-5%, il target più basso dal 1991, contro una crescita media effettiva del 5,4% nel 2021-2025. Chi segue i target cinesi da qui in avanti deve cercarli ogni marzo, non ogni cinque anni.

Resta in piedi, sopra tutto, la scadenza del raddoppio del PIL fra il 2020 e il 2035. È il vincolo aritmetico che dà senso al 4,5-5%: se la crescita scende sotto quella soglia, l'ambizione del 2035 diventa irraggiungibile per pura somma.

Dentro questo perimetro, cinque numeri si sono spostati — e ognuno si è spostato in un modo diverso.

Zelfgemaakte auto Hongarije
Zelfgemaakte auto Hongarije — foto: Dickelbers · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons · originale

I cinque numeri: che cosa era stato fissato, che cosa è stato fatto, che cosa chiede ora il 15° Piano

gamma97
dati: NBS (consuntivi del 2 e 4 giugno 2026), Carbon Brief e CREA, TrendForce, Rapporto sul lavoro del governo del 5 marzo 2026 · elaborazione: gamma97

Il numero uscito dalla porta principale

Nel 2015 fissa una cifra netta: 70% di autosufficienza sui semiconduttori entro il 2025. È il numero più citato della politica industriale cinese dell'ultimo decennio, e quello su cui Washington ha calibrato le proprie contromisure — le restrizioni statunitensi all'export di semiconduttori avanzati culminano fra il 2022 e il 2024.

Nel 2024 l'autosufficienza cinese è stimata intorno al 33%. Entrando nel 2025 TrendForce la colloca intorno al 50%; The Diplomat parla di uno scarto di circa 50 punti dal bersaglio. Le stime divergono di parecchio, ma nessuna arriva a 70.

Nel 15° Piano quel numero non c'è. Non è stato abbassato, corretto o rinviato: è stato tolto, senza annunci. Al suo posto c'è un altro indicatore, che misura un'altra cosa — il valore aggiunto delle industrie core dell'economia digitale al 12,5% del PIL entro il 2030. La cifra di partenza, il 10,5% del 2025, non compare accanto all'obiettivo. Sono due punti in cinque anni: quattro decimi l'anno. L'indicatore che sostituisce il 70% sui chip chiede meno di mezzo punto all'anno.

Sotto il documento, però, il numero è rientrato. A marzo 2026 tredici dirigenti dell'industria cinese dei chip elaborano un piano separato: 80% di autosufficienza entro il 2030, con una linea pilota a costruita interamente su macchine domestiche e produzione stabile a 14 nanometri. Dieci punti sopra il target appena cancellato. Non è dato sapere se il governo l'abbia adottato o se resti un documento d'industria.

E qualcosa si muove davvero: il rapporto di autosufficienza sugli equipaggiamenti — le macchine che fabbricano i chip, non i chip — passa da circa il 25% di fine 2024 a circa il 35% di fine 2025. Dieci punti in un anno sugli strumenti, mentre l'obiettivo sui prodotti finiti veniva rimosso dal Piano.

Il denaro segue la stessa geometria. A dicembre 2025 trapela un pacchetto di incentivi ai produttori domestici fra i 200 e i 500 miliardi di yuan, cioè fra 28 e 70 miliardi di dollari: i titoli usano i verbi «mulls» e «readies», è materia in valutazione, non approvata, e Huawei e Cambricon vi compaiono come candidate, non come destinatarie di erogazioni avvenute. Se il pacchetto si ferma all'estremo basso della forbice, la differenza fra 28 e 70 miliardi ricade su di loro. Quello che sta già uscendo è invece il Big Fund III, 344 miliardi di yuan — 47,5 miliardi di dollari — destinati ai nodi avanzati e agli equipaggiamenti di fabbrica: più piccolo della cifra che circola, e più certo. Nessuna ripartizione pubblica dice quanto arrivi a chi.

«Il Piano quinquennale cinese è andato oltre la guerra dei chip. Washington non se n'è accorta», titola The Diplomat. Il terreno di competizione dichiarato si è spostato dalla fabbricazione alla diffusione applicativa; le restrizioni all'export sono calibrate sulla prima. Per chi in Europa compra componenti da fornitori cinesi, la variabile da guardare nei prossimi anni non è più la corsa ai nodi di frontiera, ma la disponibilità di nodi maturi prodotti in Cina su macchine cinesi.

Il numero già battuto

Il 14° Piano chiedeva alla spesa in di crescere di oltre il 7% all'anno.

Il consuntivo dell'Ufficio Statistico Nazionale, pubblicato il 2 giugno 2026, dice come è andata: da 2.439,3 miliardi di yuan nel 2020 a 3.926,2 nel 2025, con una crescita media annua del 10,0%. Sulla finestra 2021-2024 la media è del 10,5%, dopo che il 29 settembre 2025 lo stesso istituto aveva rivisto al rialzo il dato 2024, da 3.613,0 a 3.632,68 miliardi. Tre cifre diverse per lo stesso fenomeno, a seconda della finestra e della revisione — e tutte e tre superano ampiamente il traguardo.

Conta di più un altro numero. L'intensità della spesa in ricerca sul PIL passa dal 2,36% del 2020 al 2,80% del 2025, e per la prima volta supera la media dell'area OCSE, che sta intorno al 2,7%. La Cina l'ha scavalcata negli anni in cui gli Stati Uniti le restringevano l'accesso ai semiconduttori avanzati.

Il 15° Piano ricopia lo stesso obiettivo: oltre il 7% annuo. Li Qiang lo ha ripetuto il 5 marzo 2026. È un traguardo già battuto di tre punti prima ancora di essere riscritto.

L'ambizione, anche qui, sta scritta altrove. Il 1° aprile 2026 la pubblica una proiezione sulle «industrie del futuro»: da circa 6.000 miliardi di yuan nel 2025 a oltre 10.000 entro il 2030. È un ritmo composto vicino all'11% annuo — più veloce del 7% che il Piano chiede alla ricerca che dovrebbe alimentarle. La NDRC ha firmato con il proprio nome una cifra più impegnativa di quella che il documento ufficiale osa scrivere, e su quella cifra c'è la sua credibilità di pianificatore. Va detto che le due grandezze potrebbero non coincidere del tutto: la NDRC parla di 未来产业, industrie del futuro, mentre altre ricostruzioni parlano di industrie emergenti prioritarie, e nessun documento pubblico riconcilia i due insiemi.

Il numero alzato che chiede meno di quanto è appena stato fatto

Il 14° Piano chiedeva di portare l'energia non fossile oltre il 20% del consumo totale entro il 2025. Il 4 giugno 2026 l'Ufficio Statistico Nazionale certifica: 21,7% nel 2025, dal 16,0% del 2020. Cinque punti e sette decimi in cinque anni, obiettivo raggiunto e superato.

Il nuovo obiettivo è 25% entro il 2030 — confermato a luglio 2026 al Global Times da un funzionario della NDRC. Sono 3,3 punti in cinque anni. È l'unico dei cinque numeri che sia stato alzato, e chiede meno di quello che il ciclo precedente ha appena fatto. Oltre l'orizzonte del Piano c'è un 30% entro il 2035: cinque punti nei cinque anni successivi. L'accelerazione è rimandata al ciclo dopo.

C'è un settore in cui questa scelta si vede a occhio nudo, e in cui arriva fino al tetto di casa di chi legge.

Nel 2025 la capacità manifatturiera solare cinese vale circa 1.200 GW l'anno, quasi il doppio dell'intera domanda globale. Il polisilicio da solo ha una capacità di 3,2 milioni di tonnellate contro 1,1 milioni di domanda. La quota cinese supera l'80% in tutte le fasi della filiera secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia, e nel 2024 il 91% dei moduli installati fuori dalla Cina veniva da lì: nove pannelli su dieci montati nel resto del mondo.

Dentro quella filiera gli impianti girano fra il 44 e il 54% della capacità, e i prezzi dei moduli sono scesi di oltre il 60% dal 2023. Il Piano non prevede di ridimensionare il settore: prevede di consolidarne il vantaggio, e chiede più in generale di «mantenere una proporzione ragionevole di manifattura». È la decisione esplicita di non tagliare la capacità nonostante le obiezioni dei partner commerciali.

Da lì discendono due conseguenze opposte, e chi legge sta certamente da una delle due parti. Chi installa un impianto in Europa continuerà a spendere poco, perché il prezzo che paga è il modo in cui una sovracapacità decisa a Pechino si scarica sul mondo. Chi produce moduli in Europa continuerà a non reggere il confronto. In mezzo ci sono gli operai delle fabbriche cinesi del fotovoltaico, che lavorano in impianti fermi per metà dentro un settore che il Piano ha deciso di non ridurre.

Il resto dell'agenda climatica arriva il 14 luglio 2026, con il Piano d'azione per il picco del carbonio del 15° quinquennio emanato dal Consiglio di Stato: quota non fossile al 25%, intensità carbonica in calo del 17% rispetto al 2025, circa 100 parchi industriali a zero emissioni e circa 500 fabbriche a zero emissioni. Le 500 fabbriche sono la voce numericamente più grande dell'elenco e la meno citata. I 10.000 chilometri di corridoi di trasporto a zero emissioni annunciati il 7 marzo 2026 dal segretario generale della NDRC Yuan Da compaiono invece nel decreto senza la cifra in chilometri: quel numero, per ora, vive negli annunci. E il documento non fissa alcun tetto assoluto alle emissioni, né una data per il picco del carbonio oltre il generico «entro il 2030».

Chi deve farlo, e chi conta

Il 5 marzo 2026, insieme al Rapporto sul lavoro del governo, CGTN pubblica la ripartizione dei 109 grandi progetti ingegneristici del Piano: 28 alle nuove forze produttive di qualità, 25 al benessere pubblico, 23 alla modernizzazione infrastrutturale, 18 alla transizione verde, 9 all'integrazione urbano-rurale, 6 alle aree chiave di sicurezza.

Il Piano non esegue nulla di tutto questo. Sono i governi provinciali e locali a dover tradurre i 109 progetti e i cinque numeri in piani locali, indicatori e carriere. Il documento non ordina: distribuisce a valle il rischio di esecuzione.

E qui la faccenda si complica, perché i funzionari che scrivono le relazioni annuali devono indovinare quale parola conviene mettere nella prima riga — e la risposta dipende da chi conta. DigiChina, di Stanford, conta 52 occorrenze di «intelligenza artificiale» nel documento, che «quadruplicano le 11 menzioni del 14° Piano»: il segno del passaggio dell'IA da ricerca di frontiera a dispiegamento produttivo. Merics conta 国家安全, «sicurezza nazionale», circa 20 volte, stabile dal 13° al 15° Piano, e ne ricava un quadro di continuità. La Observer Research Foundation conta 安全, «sicurezza», 158 volte nell'intero documento, e ne ricava la tesi opposta: una «svolta tecno-statalista», il passaggio «dalla crescita alla sicurezza».

Stesso testo, tre conteggi, due letture inconciliabili. E nella ripartizione dei progetti la sicurezza — 158 menzioni testuali — ne ha 6 su 109, la voce più piccola dell'elenco, mentre il benessere pubblico ne ha 25, quasi quanti la tecnologia. Cinquantadue occorrenze sono un'istruzione di carriera, non una statistica; sei progetti su 109 sono un budget.

Sotto ai funzionari ci sono le persone su cui il Piano scommette. Il documento dichiara di voler aumentare il tasso di consumo delle famiglie e di allineare la crescita del reddito pro capite a quella del PIL. Ma gli interventi sulla rete di sicurezza sociale, osserva Bert Hofman, restano insufficienti a spostare strutturalmente le abitudini di risparmio delle famiglie cinesi, e senza quello è difficile immaginare un salto qualitativo nel breve periodo. Le famiglie sono la variabile da cui dipende buona parte dell'aritmetica del 2035, e sono anche quella a cui il Piano dà meno strumenti.

C'è infine la vulnerabilità che nessun numero del Piano affronta di petto: la popolazione cala e il dividendo demografico è esaurito. La risposta è la , che però non figura fra gli indicatori vincolanti perché difficile da misurare, insieme all'integrazione fra intelligenza artificiale, robotica e manifattura avanzata. Detta in chiaro: alla forza lavoro che invecchia si risponde sostituendone una parte.

Resta il repertorio, ed è la cosa che il 15° Piano insegna meglio. Un numero, in questo documento, non è una promessa e non è una previsione: è un'istruzione. E quando l'istruzione non viene eseguita, le mosse disponibili sono tre — riscrivere la misura, come è accaduto all'intensità carbonica; togliere l'obiettivo, come è accaduto al 70% sui chip; ricopiare un traguardo che è già stato battuto, come è accaduto alla ricerca. In cinque anni il Piano precedente le ha usate tutte e tre. Il prossimo consuntivo, quello che dirà come è andato il ciclo 2026-2030, arriverà con gli stessi strumenti in mano a chi lo scrive.

Riferimenti

  1. Cina: Piano Quinquennale per tempi incerti — https://www.ispionline.it
  2. Testo integrale delle Raccomandazioni del Comitato Centrale del PCC per il 15° Piano quinquennale (28 ottobre 2025) — https://www.news.cn
  3. Rapporto sul lavoro del governo, 5 marzo 2026, e ripartizione dei 109 grandi progetti — https://www.cgtn.com
  4. Consuntivo NBS sulla spesa in R&S 2020-2025 (2 giugno 2026) e revisione del dato 2024 (29 settembre 2025) — https://www.stats.gov.cn
  5. Consuntivo NBS sulla quota di energia non fossile nel 2025 (4 giugno 2026) — https://www.stats.gov.cn
  6. Piano d'azione per il picco del carbonio del 15° quinquennio, Consiglio di Stato (14 luglio 2026) — https://www.mee.gov.cn
  7. Proiezione NDRC sulle industrie del futuro, oltre 10.000 miliardi di yuan al 2030 (1° aprile 2026) — https://www.ndrc.gov.cn
  8. Carbon Brief, la nuova metrica cinese dell'intensità carbonica e il divario da 730 MtCO2 — https://www.carbonbrief.org
  9. CREA, Lauri Myllyvirta sulla revisione metodologica «opportunistica» — https://energyandcleanair.org
  10. Merics, analisi lessicale del 15° Piano e continuità sulla «sicurezza nazionale» — https://merics.org
  11. Observer Research Foundation, la «svolta tecno-statalista» e le 158 occorrenze di «sicurezza» — https://www.orfonline.org
  12. DigiChina, Stanford, le 52 menzioni dell'intelligenza artificiale — https://digichina.stanford.edu
  13. The Diplomat, «Il Piano quinquennale cinese è andato oltre la guerra dei chip» — https://thediplomat.com
  14. TrendForce, autosufficienza cinese su chip ed equipaggiamenti, 2024-2025 — https://www.trendforce.com
  15. Techwire Asia, il divario rispetto al 70% di Made in China 2025 — https://techwireasia.com
  16. Electronics Weekly, il piano dei tredici dirigenti per l'80% entro il 2030 — https://www.electronicsweekly.com
  17. Tom's Hardware, il pacchetto da 200-500 miliardi di yuan e il Big Fund III — https://www.tomshardware.com
  18. China Briefing, gli indicatori del 15° Piano e l'assenza del target di PIL — https://www.china-briefing.com
  19. IEA, Renewables 2025: quote cinesi della filiera solare e prezzi dei moduli — https://www.iea.org
  20. TaiyangNews, capacità manifatturiera solare cinese e tassi di utilizzo — https://taiyangnews.info
  21. Bruegel, la quota cinese dei moduli installati nel resto del mondo — https://www.bruegel.org
  22. Global Times, la conferma NDRC del 25% di energia non fossile al 2030 — https://www.globaltimes.cn
  23. Control Risks, il 15° Piano come aggiornamento e non come svolta — https://www.controlrisks.com