"Nel marzo 2026 BASF ha avviato a Zhanjiang, in Cina, un sito da 8,7 miliardi di euro, consegnato in anticipo e sotto il costo previsto. Nel maggio 2026 lo stabilimento di Ludwigshafen, dieci chilometri quadrati sul Reno dove la chimica tedesca è nata, è sceso sotto i trentamila posti a tempo pieno: non accadeva dal 1954. Tra le due date c'è il movimento che sta cambiando l'economia più industriale d'Europa — energia diventata cara nel 2022, un concorrente che ha smesso di comprare macchinari e ha iniziato a venderli, una regola europea che vieta di rispondere con i sussidi. La produzione industriale tedesca è tra il 10 e il 14% sotto il picco del 2018 e cala per il quarto anno di fila. Il DAX, intanto, è ai massimi storici: perché l'80% dei suoi ricavi arriva da fuori. Chi vende fuori dalla Germania sta bene; chi vende dentro, no."

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Due gesti, due mesi
Nel marzo di duemilaventisei, sulla costa meridionale della Cina, in una città che si chiama Zhanjiang, la Basf, l'azienda chimica tedesca che a Ludwigshafen ha la sua casa da più di un secolo, ha acceso un impianto da otto miliardi e settecento milioni di euro. Consegnato prima del previsto. Costato meno di quanto preventivato. Due mesi dopo, in maggio, a Ludwigshafen il numero dei dipendenti a tempo pieno è sceso sotto i trentamila. Non succedeva dal millenovecentocinquantaquattro. Ludwigshafen è dieci chilometri quadrati affacciati sul Reno. Duecento fabbriche, tutte collegate fra loro da tubi che si passano i prodotti a metà lavorazione, quello che esce da un impianto entra nel successivo senza mai salire su un camion. È lì che è nata la chimica tedesca. Trentamila posti restano, comunque, un numero grande. Ma quello che conta non è il numero, è la direzione. E la data che salta, millenovecentocinquantaquattro, dice quanto quella direzione sia insolita. La stessa azienda, nello stesso anno, in un posto smonta e nell'altro accende, e nel posto dove accende, costruisce più in fretta e spende meno di quanto avesse promesso. In gioco c'è un pezzo di economia che in Germania vale quasi un quinto di tutto il valore che l'industria aggiunge lavorando le cose che compra, il diciannove virgola nove per cento nel duemilaventiquattro. E con quel pezzo, i salari di chi ci lavora, le imposte che paga, i fornitori che tiene in vita. Non solo in Germania.
Perché la chimica se ne va
Nel duemilaventuno, poco più della metà del gas che la Germania portava in casa, il cinquantasette. anzi, il cinquantacinque per cento, arrivava dalla Russia. Un rubinetto su due, quasi. L'anno dopo quel flusso è crollato. Per una centrale elettrica il gas è solo energia, si spegne una turbina, se ne accende un'altra, si cambia fornitore. Per una fabbrica chimica non funziona così. Il gas non scalda soltanto i forni, entra negli impianti come materia prima, diventa parte della molecola che esce dall'altra parte. Non è la bolletta che sale. È la linea che si ferma, perché quello che doveva entrarci dentro non c'è più. Il conto di questa assenza si legge in una cifra che riguarda tutto il continente. Tra il duemilaventidue e il duemilaventicinque, in Europa sono stati chiusi impianti chimici per trentasette milioni di tonnellate di capacità produttiva, il nove per cento di tutta la chimica europea, quasi un decimo, sparito nel giro di tre anni. Dietro quella cifra ci sono persone, ventimila posti di lavoro diretti, e altri ottantanovemila nelle aziende che vivevano intorno a quegli impianti, in tutto, più abitanti di quanti ne conti una città come Bolzano. E non sono solo fabbriche tedesche, sono impianti europei. I prodotti intermedi che uscivano da quei tubi, le sostanze che servivano a fare altre sostanze, oggi arrivano da più lontano, con più tempo e più costo per chi li aspetta a valle. Zhanjiang è la seconda metà della stessa frase, e sta dall'altra parte del mondo, sulla costa meridionale della Cina. Mentre in Europa si chiude, la stessa azienda, in quel porto cinese, consegna il suo impianto prima del previsto e spendendo meno di quanto aveva messo in conto. Non è una scommessa su un futuro lontano. È una fabbrica che, in questo momento, sta già girando.
Il secondo shock colpisce i forti
Il primo China Shock arriva nei primi anni Duemila, quando Pechino entra nell'Organizzazione mondiale del commercio e riversa sul mondo merci a basso costo. A pagare il conto sono le industrie che vivono di manodopera a basso costo. La Germania, quella volta, resta fuori dal danno, anzi, ne esce più forte. Un tempo, quando la Cina vuole reattori nucleari, treni ad alta velocità, o le automobili su cui viaggiano i suoi dignitari, è ai tedeschi che si rivolge. Il secondo shock comincia una ventina d'anni dopo, intorno al duemilaventi, e questa volta non risparmia nessuno, colpisce esattamente i settori dove la Germania è più forte. I macchinari. L'automobile. L'ingegneria. Nel duemilaventicinque l'export di auto tedesche verso la Cina è calato del trentatré per cento, un terzo in meno in un solo anno, fermandosi a tredici virgola sei miliardi di euro. Nils Jannsen, che alla guida delle previsioni economiche del Kiel Institute for the World Economy misura ogni trimestre lo stato dell'industria tedesca, colloca la produzione automobilistica del paese venti per cento sotto il livello del duemiladiciotto, un'auto su cinque che allora usciva dalle fabbriche tedesche, oggi non esce più. E l'intera produzione industriale della Germania sta tra il dieci e il quattordici per cento sotto il picco di quell'anno, in calo ormai da quattro anni di fila. In cinque anni la Cina ha superato, nell'elettrico, le più grandi case automobilistiche del mondo. E i tedeschi comprano sempre più auto elettriche cinesi, lo stesso paese che perde il mercato dove vendeva, lo alimenta come cliente, una macchina alla volta. I conti complessivi lo dicono senza bisogno di aggettivi. Nel duemilaventicinque l'interscambio tra Germania e Cina ha toccato duecentocinquantuno virgola otto miliardi di euro, e la Cina è tornata primo partner commerciale della Germania, davanti agli Stati Uniti. Il disavanzo tedesco era di ottantaquattro miliardi di euro nel duemilaventidue. Tra il primo semestre del duemilaventicinque e il primo semestre del duemilaventisei è salito da quaranta a cinquantacinque miliardi, quindici miliardi in più in dodici mesi. E nei soli primi otto mesi del duemilaventicinque, da solo, è cresciuto del centoquarantadue virgola otto per cento, più che raddoppiato in meno di un anno. Il giudizio più duro su come ci si sia arrivati è anche il più semplice. Le aziende tedesche non hanno preso sul serio quella concorrenza. Finché comprava.
Ritardare, non interrompere
Sulle terre rare e sui minerali critici, quelli che servono all'industria tedesca per fare quello che la chimica e l'automobile non possono fare da sole, la Cina non ha chiuso i rubinetti alla Germania. Li ha rallentati. Una fornitura che arriva in ritardo non fa notizia. Non c'è una data da denunciare, non c'è un annuncio da contestare, c'è solo un cliente che aspetta, e un'azienda tedesca che non riesce più a dirgli quando la merce sarà pronta. È una leva che si stringe e si allenta in silenzio, senza che nessuno debba mai firmarla. A quella leva la Germania non può rispondere con la stessa arma. Sta dentro l'Unione europea, e da sola non può versare soldi pubblici in un settore per tenerlo in piedi, tra il duemilaventidue e il duemilaventitré ha potuto mettere in campo solo misure temporanee, e per di più costose. Chi le sta di fronte può invece spingere un comparto intero per anni, con soldi diretti, senza chiedere il permesso a nessuno. Dall'altra parte dell'Atlantico la pressione, quella, si dichiara apertamente. È il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a spiegare così i dazi imposti alla Germania, Sapete quante macchine abbiamo? Mercedes-Benz e bi emme vu. Da noi non vogliono niente. In mezzo a queste due spinte c'è il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, che deve tenere insieme due cose che non stanno insieme, essere duro con Pechino, e continuare a commerciarci, perché la Cina resta il primo partner commerciale della Germania. E quando parla di velocità la sua frase è netta, la Cina costruisce un impianto in pochi mesi, nell'Unione europea per lo stesso impianto ci vogliono anni. Detta accanto a quello che sta succedendo a Zhanjiang, non è più un avvertimento per il futuro. È la fotografia di un cantiere già finito.
Due Germanie nello stesso listino
Ecco il capitolo corretto, con dax sciolto in lettere e nessuna sigla non pronunciabile, A Francoforte il listino principale della borsa tedesca, si chiama dax, quattro lettere che stanno per indice azionario tedesco, è ai massimi storici, non era mai salito così in alto. Ma il numero che conta di più è un altro, delle società che lo compongono, quattro ricavi su cinque arrivano da fuori la Germania, e quasi uno su quattro, il ventiquattro per cento, arriva dagli Stati Uniti. Sono imprese con la sede in Germania e i clienti nel resto del mondo. Nella stessa piazza c'è un secondo listino, quello delle imprese di taglia media, il gradino sotto i grandi nomi del dax. E lì il racconto si ribalta, è fermo al nove per cento sotto il proprio massimo. Stessa borsa, stesso paese, due andamenti opposti. Chi vende al mondo, in questo momento, incassa. Chi vende alla Germania, no. Il listino principale non misura la salute dell'economia tedesca, misura quanto bene se la cavano, fuori dai confini, le aziende che hanno solo l'indirizzo in Germania. C'è un terzo numero, più silenzioso, che chiude il quadro, gli investimenti stranieri in entrata nel paese calano da tre anni, dal duemilaventidue. Chi guadagna, in questo movimento, è chi ha già i piedi altrove, chi può spostare vendite e produzione fuori dalla Germania. Chi ci rimette è chi in Germania ha solo quelli, la fabbrica, i clienti, il mercato.
L'hanno già fatto una volta
La Germania ce l'ha già fatta una volta. Erano le riforme del lavoro passate alla storia con il nome di Hartz, varate nel duemilatre, nel giro di sette anni la disoccupazione è scesa dall'undici virgola tre per cento del duemilacinque al cinque virgola cinque per cento del duemiladodici. È il precedente che tutti citano quando si parla di oggi, ed è un precedente vero. Anche questa volta una risposta è arrivata. Il diciotto marzo duemilaventicinque il Bundestag, il parlamento tedesco, ha votato con cinquecentododici sì una riforma che tocca una regola scritta nella Costituzione, il freno che limita quanto lo Stato tedesco può indebitarsi ogni anno. Tre giorni dopo l'ha approvata anche il Bundesrat, la camera che rappresenta le regioni tedesche. Da quel voto è nato un fondo da cinquecento miliardi di euro. Su una cosa, però, non c'è accordo, che cosa quei soldi debbano davvero curare. La Bundesbank, la banca centrale tedesca, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi, e il Fondo monetario internazionale indicano tre cause diverse per la crisi, il costo del lavoro, il prezzo dell'energia, la produttività, e ognuna porterebbe a spendere quel fondo in un modo diverso. Qui l'esito resta aperto. Se il problema è l'energia, la fabbrica riapre quando il prezzo del gas torna basso. Se il problema è la produttività, non basta nemmeno il prezzo giusto, i cinquecento miliardi finiscono per pagare strade su cui passano sempre meno camion. E c'è un precedente che pesa più di Hartz, anche se nessuno lo cita mai. Negli anni duemila i pannelli solari si producevano in Germania. Poi, poco alla volta, tutta quella produzione si è spostata in Cina, e non è diventata una crisi nazionale. Nessun fondo, nessun dibattito al Bundestag, nessuna prima pagina. È già successo, insomma, una volta, in silenzio, a un settore che allora sembrava marginale. Prima che toccasse l'automobile. Prima che toccasse la chimica. Una tabella dice dove arriva oggi il colpo, misura quanto pesa l'industria chimica sul totale della manifattura di ogni paese. La Germania è al diciannove virgola nove per cento. L'Italia è al sedici virgola sei per cento, sopra la media europea, che è al quindici virgola nove. Poi vengono la Spagna, all'undici virgola nove, e la Francia, al dieci virgola sette. Tra il duemilaventidue e il duemilaventicinque, in Europa, sono stati chiusi impianti chimici per trentasette milioni di tonnellate di capacità produttiva, dietro quel numero ci sono ottantanovemila posti di lavoro indiretti, nelle officine, nella logistica, negli imballaggi di un continente intero. E in quella classifica l'Italia è la seconda economia manifatturiera, chi ha più fabbrica ha più da perdere nello stesso movimento, e non deve nemmeno aspettare che il colpo arrivi da fuori. I prodotti intermedi che non escono più dagli stabilimenti di Ludwigshafen, in Germania, li compra già qualcun altro, qui, per lavorarli in qualcos'altro. Su tutto questo circolano due frasi, e vengono dalla stessa parte politica. La prima dice che siamo in un momento della storia in cui, se non si agisce subito, l'Europa, o la Germania, rischia di diventare un enorme museo a cielo aperto. La seconda dice il contrario, che la Germania ha già dimostrato, una volta, di sapersi rialzare e ricostruire. Sono vere tutte e due. Quale delle due lo sia davvero si vedrà da una cosa sola, se il prossimo impianto da otto virgola sette miliardi lo accendono qui, o lo accendono altrove.
Due gesti della stessa azienda, a due mesi di distanza
Nel marzo 2026, a Zhanjiang, sulla costa meridionale della Cina, BASF ha avviato un sito da 8,7 miliardi di euro. Consegnato in anticipo sul calendario e sotto il costo preventivato.
Due mesi dopo, in maggio, il numero degli addetti a Ludwigshafen è sceso sotto i trentamila a tempo pieno. Non succedeva dal 1954.
Ludwigshafen è dieci chilometri quadrati sul Reno. Duecento fabbriche collegate da tubi che si passano l'una con l'altra i prodotti intermedi: quello che esce da un impianto entra nel successivo senza mai salire su un camion. È lì che la chimica tedesca è nata.
Trentamila posti restano un numero grande. Quello che conta è la direzione, e la data che salta: 1954. La stessa azienda, nello stesso anno, in un posto smonta e nell'altro accende — e nel posto dove accende costruisce più in fretta di quanto avesse promesso.
In gioco c'è il pezzo di economia che in Germania vale quasi un quinto del valore aggiuntoquanto un settore aggiunge al valore di ciò che compra da altri per lavorarlo: la misura del suo peso reale in un'economia — il 19,9% nel 2024 — e con esso i salari, le imposte e i fornitori che quel pezzo tiene in piedi. Non solo in Germania.
Perché la chimica se ne va
Nel 2021 il 55% del gas importato dalla Germania arrivava dalla Russia. Nel 2022 quel flusso è crollato. Per una fabbrica chimica il gas non è soltanto la bolletta: è anche la materia che entra negli impianti.
Il conto si legge in una cifra continentale. Tra il 2022 e il 2025 in Europa sono stati chiusi impianti chimici per 37 milioni di tonnellate di capacità, circa il 9% del totale: ventimila posti diretti e ottantanovemila indiretti. Impianti europei, non solo tedeschi — i prodotti intermedi che uscivano da quei tubi adesso arrivano da più lontano.
Zhanjiang è la seconda metà della frase. Mentre in Europa si chiude, la stessa azienda in Cina consegna prima del previsto e spendendo meno. Non è una scommessa sul futuro: è una fabbrica che gira.

Il secondo shock colpisce i forti
Il primo China Shock è dei primi anni Duemila, dopo l'ingresso di Pechino nel WTO, e colpì soprattutto l'industria che vive di manodopera. La Germania fu risparmiata, anzi ne trasse vantaggio. Un tempo, quando la Cina voleva reattori nucleari, treni ad alta velocità o automobili per i suoi dignitari, chiamava i tedeschi.
Il secondo shock comincia intorno al 2020 e prende esattamente i settori dove la Germania è forte: macchinari, automobile, ingegneria.
Nel 2025 l'export di auto tedesche verso la Cina è calato del 33%, a 13,6 miliardi di euro. Nils Jannsen, capo delle previsioni economiche al Kiel Institute for the World Economy, misura la produzione automobilistica tedesca al 20% sotto il livello del 2018. L'intera produzione industriale del paese sta tra il 10 e il 14% sotto il picco di quell'anno, e cala per il quarto anno consecutivo.
In cinque anni la Cina ha superato nell'elettrico le più grandi case automobilistiche del mondo. E i tedeschi comprano sempre più auto elettriche cinesi: lo stesso paese che perde il mercato di sbocco lo alimenta da consumatore, una macchina alla volta.
I conti complessivi lo dicono senza aggettivi. Nel 2025 l'interscambio tra Germania e Cina è stato di 251,8 miliardi di euro e la Cina è tornata primo partner commerciale tedesco, davanti agli Stati Uniti. Il disavanzo era di 84 miliardi nel 2022; è passato da 40 a 55 miliardi tra il primo semestre 2025 e il primo semestre 2026; nei primi otto mesi del 2025 è cresciuto del 142,8%. Il giudizio più duro su come ci si sia arrivati è anche il più semplice: le aziende tedesche non hanno preso sul serio quella concorrenza finché comprava.
Ritardare, non interrompere
Sulle terre rare e sui minerali critici la Cina non ha chiuso i rubinetti alla Germania. Li ha rallentati. Una fornitura che arriva in ritardo non fa titoli, non offre a nessuno una data da denunciare, e intanto rende impossibile promettere a un cliente quando la merce sarà pronta. È una leva che si può stringere e allentare senza mai doverla annunciare.
Alla leva la Germania non può rispondere con la stessa arma. Sta dentro l'Unione europea e non può sussidiare per conto proprio un settore: tra il 2022 e il 2023 ha potuto mettere in campo solo misure temporanee, e costose. Chi le sta di fronte può spingere un comparto intero per anni, con soldi diretti, senza chiedere il permesso a nessuno.
Dall'altra parte dell'Atlantico la pressione è dichiarata. «Sapete quante macchine abbiamo? Mercedes-Benz e BMW. Da noi non vogliono niente», è la frase con cui Donald Trump ha giustificato i dazi reciproci.
Il cancelliere Friedrich Merz si muove tra due obblighi che non si conciliano: essere duro con Pechino e continuare a commerciarci, visto che Pechino è il primo partner. La sua linea sulla velocità è netta — la Cina costruisce in pochi mesi, nell'Unione europea ci vogliono anni — ed è, letta accanto a Zhanjiang, la descrizione di un cantiere già finito.
Due Germanie nello stesso listino
Il DAX è ai massimi storici. L'80% dei ricavi delle sue società arriva da fuori dalla Germania, il 24% dagli Stati Uniti. L'MDAXl'indice delle medie imprese quotate a Francoforte, il gradino sotto i grandi nomi del DAX è il 9% sotto il suo massimo.
Nella stessa borsa, nello stesso paese, due andamenti opposti. Chi vende al mondo incassa; chi vende alla Germania no. Il listino principale non sta misurando l'economia tedesca: sta misurando quanto bene se la cavano fuori le aziende che hanno l'indirizzo in Germania.
C'è un terzo dato che chiude il quadro: gli investimenti esteri in entrata nel paese calano dal 2022. Chi ci guadagna, in questo movimento, è chi ha già i piedi altrove. Chi ci rimette è chi ha solo quelli qui.

L'hanno già fatto una volta, e una volta non se ne sono accorti
La Germania si è già rialzata. Con le riforme Hartz del 2003, la disoccupazione è passata dall'11,3% del 2005 al 5,5% del 2012. È il precedente che tutti citano, ed è vero.
La risposta di questa volta è arrivata il 18 marzo 2025, quando il Bundestag ha approvato con 512 sì la riforma del freno al debitola regola costituzionale che limita quanto lo Stato tedesco può indebitarsi ogni anno; il Bundesrat l'ha seguito il 21 marzo. Ne è nato un fondo da 500 miliardi.
Su che cosa quei soldi debbano curare, però, non c'è accordo. Bundesbank, OCSE e Fondo monetario indicano cause diverse — il costo del lavoro, il prezzo dell'energia, la produttività — e le tre diagnosi portano a tre spese diverse. È qui che l'esito è davvero aperto: se il problema è l'energia, la fabbrica torna quando torna il prezzo; se è la produttività, non torna nemmeno con il prezzo giusto, e i cinquecento miliardi comprano strade percorse da meno camion.
C'è un precedente che dovrebbe pesare più di Hartz. Negli anni Duemila i pannelli solari si producevano in Germania. Poi la produzione si è spostata in Cina, tutta, senza che diventasse una crisi nazionale. È già successo una volta, in silenzio, a un settore che allora sembrava minore — prima che toccasse l'automobile e la chimica.
Quella tabella dice dove arriva il colpo. La Germania ha il 19,9%, l'Italia il 16,6% — sopra la media europea del 15,9% — la Spagna l'11,9%, la Francia il 10,7%. I 37 milioni di tonnellate di capacità chimica chiuse tra il 2022 e il 2025 sono capacità europea: quegli ottantanovemila posti indiretti stanno nelle officine, nelle logistiche e negli imballaggi di un continente intero, e la seconda economia manifatturiera dell'elenco è quella in cui questo numero viene letto. Chi ha più fabbrica ha più da perdere nello stesso movimento, e non ha bisogno di aspettare che arrivi: i prodotti intermedi che non escono più da Ludwigshafen li compra qualcuno, qui, per farci qualcos'altro.
C'è una frase che riassume la paura di chi guarda tutto questo: un momento della storia in cui, se non agisci adesso, l'Europa o la Germania possono anche diventare un enorme museo all'aperto. E ce n'è un'altra, che arriva dalla stessa parte e dice il contrario: la Germania ha già dimostrato di sapersi rialzare e ricostruire. Sono vere tutte e due. Quale delle due valga si vedrà da una cosa sola — se il prossimo impianto da 8,7 miliardi lo accendono qui o là.
Quanto pesa la manifattura sul valore aggiunto (2024)
gamma97
Riferimenti
- Production in December 2025 — German Federal Statistical Office (Destatis) — https://www.destatis.de/EN/Press/2026/02/PE26_043_421.html