Ogni satellite del GPS porta un orologio atomico che, rispetto a uno rimasto a terra, guadagna 38 microsecondi al giorno. Non è un difetto: è la somma di due effetti opposti previsti dalla relatività — la velocità orbitale, che gli fa perdere 7 microsecondi, e la gravità più debole a 20 200 chilometri di quota, che gliene fa guadagnare 45. Senza quella correzione, scritta dentro l'hardware dei satelliti prima del lancio, la posizione che leggi sarebbe già sbagliata dopo due minuti e l'errore crescerebbe di circa dieci chilometri al giorno. Questo numero è l'ultimo anello di una catena che comincia con un esperimento del 1887 andato a vuoto, passa per un impiegato dell'ufficio brevetti di Berna, si misura su quattro orologi atomici imbarcati su voli di linea nel 1971 e su particelle costrette a girare in tondo al CERN nel 1977, e arriva a dire una cosa che sembra assurda e non lo è: non esiste un «adesso» dell'universo, e i tuoi piedi invecchiano più lentamente della tua testa.

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.
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Trentotto microsecondi al giorno
Apri le mappe sul telefono e il puntino blu ti mette dal lato giusto della strada. Per farlo, il telefono non ti vede, ascolta i segnali di alcuni satelliti che gli passano sopra la testa a ventimiladuecento chilometri di quota, misura quanto tempo ci hanno messo ad arrivare, e da quel tempo ricava la distanza. Distanza uguale velocità della luce per tempo di volo, tutta la faccenda sta lì. E questo significa una cosa che pochi si fermano a considerare, quel sistema di posizionamento, quello che ti dice dove sei, in realtà non è un sistema di posizione. È un sistema di orologi. E la precisione della posizione non può essere migliore della precisione con cui si conosce il tempo, perché è lo stesso numero visto da due parti. Allora proviamo a chiederci quanto vale il tempo, misurato in metri. Un microsecondo, un milionesimo di secondo, è il tempo in cui la luce percorre poco meno di trecento metri. Un solo microsecondo di errore sull'orologio di un satellite sposta il puntino blu di trecento metri, ti mette in un'altra via. Ed ecco il fatto da cui parte tutto. L'orologio atomico di ogni satellite, confrontato con uno identico rimasto a terra, guadagna trentotto microsecondi al giorno. Ogni giorno. Non perché sia tarato male, non perché il freddo dello spazio lo disturbi, perché lassù il tempo passa a un ritmo diverso. E se nessuno se ne occupasse? Richard Pogge, astronomo dell'università statale dell'Ohio, lo scrive nella sua pagina didattica, gli errori di posizione continuerebbero ad accumularsi al ritmo di circa dieci chilometri al giorno. La posizione sarebbe già falsa dopo due minuti dall'accensione. Se ne occupa qualcuno, e in un modo che vale la pena di guardare da vicino. Gli orologi dei satelliti vengono tarati a terra, prima del lancio, su una frequenza volutamente sbagliata, una frequenza calcolata in modo che, una volta in orbita, risultino giusti. La relatività, quindi, non è una correzione che il software applica dopo. È dentro l'hardware, saldata alla partenza. Adesso tieni da parte due stranezze, perché sono le due porte da cui si entra in questa storia. La prima, quegli orologi vanno avanti, non indietro. E tutto ciò che stiamo per raccontare sul movimento dice il contrario, dice che chi corre resta indietro. La seconda, trentotto non è la misura di un effetto. È il resto di una sottrazione fra due effetti che tirano in direzioni opposte. Per capire quel resto, bisogna cominciare da una domanda che sembra sciocca, e non lo è. Mentre ascolti questa frase, sei fermo?
Fermo rispetto a che cosa?
Sei seduto. La sedia non si muove, il pavimento nemmeno, il bicchiere sul tavolo sta dove l'hai lasciato. E intanto la Terra ti sta portando attorno al Sole a quasi trenta chilometri al secondo. Fatti il conto in ore, più di centosettantamila chilometri ogni sessanta minuti, un milione di volte più veloce di un'auto in autostrada. E il Sole, con tutto il sistema solare appeso, sta girando attorno al centro della Galassia. Qui il numero dipende da quanto lontani dal centro si assume che siamo, lo standard dell'Unione Astronomica Internazionale, l'associazione che fissa le convenzioni degli astronomi di tutto il mondo, dice duecentoventi chilometri al secondo, con il Sole posto a otto virgola cinque kiloparsec dal centro, che è l'unità di distanza che usano gli astronomi per le scale galattiche. Due grandi rilevamenti del cielo recente, la sonda spaziale Gaia, che ha mappato la posizione di più di un miliardo di stelle, e un sondaggio fatto da terra con un telescopio in Australia, che misurava con quanta velocità le stelle si avvicinano o si allontanano da noi, danno duecentoquaranta chilometri al secondo, cioè ottocentosessantaquattromila chilometri l'ora. Un'altra scheda dati arriva addirittura a duecentocinquantuno. Non c'è un unico numero ufficiale, e non è trascuratezza, è una misura ancora in discussione, e il disaccordo riguarda quanto siamo lontani dal centro, non quanto andiamo veloci. Eppure nulla di tutto questo ti preme addosso. Il caffè non si rovescia, i capelli non ti si scompigliano. Adesso fai un esperimento mentale che chiunque abbia preso un treno ha già fatto per metà. Sei in carrozza mentre il treno corre, e lanci una palla in avanti. Per te, la palla parte con la velocità del tuo lancio, e basta. Per una persona ferma sulla banchina, quella stessa palla si muove alla velocità del tuo lancio più quella del treno. Chi ha ragione? Tutti e due. Sono due misure diverse della stessa palla, e tutte e due sono giuste. E questo vuol dire una cosa che sembra piccola e invece è enorme, la velocità non è una proprietà che la palla si porta addosso. È una relazione fra due cose. La versione che ti capita ogni volta che prendi un aereo è il tapis roulant, chi ci cammina sopra e chi lo guarda da fermo dicono due velocità diverse della stessa persona, e nessuno dei due sbaglia i conti. Ma tieni a mente questa immagine, perché fra poco la useremo per farla saltare, sul tapis roulant le velocità si sommano davvero, e questa è esattamente la cosa che con la luce smette di funzionare. La teniamo da parte solo per il gusto di vederla smentire. Perché l'idea generale, il punto su cui tutto il resto si costruisce, è questa, il moto non è assoluto. Non esiste nessun esperimento, in nessun posto dell'universo, che possa rivelare chi si sta muovendo per davvero, perché non esiste uno sfondo fisso dell'universo rispetto al quale misurarlo. Si può solo dire quanto veloce va una cosa rispetto a un'altra, e tutte le risposte sono ugualmente vere. E questo porta dritto alla domanda successiva. Stavolta è una domanda vera, ed è quella che tiene in piedi tutto quello che viene dopo, se ogni velocità è relativa a qualcos'altro, c'è qualcosa su cui l'universo non tratta? C'è qualcosa che va alla stessa velocità per tutti, senza eccezioni?
Il fiume senza corrente
Nell'Ottocento la luce era stata riconosciuta come un'onda. E per un'onda si dava per scontata una cosa ovvia, le onde sono increspature di qualcosa. Il suono increspa l'aria, le onde del mare increspano l'acqua. Dunque anche la luce doveva incrispare qualcosa, un mezzo invisibile che riempiva tutto lo spazio, e quel mezzo lo chiamarono etere. Ma se l'etere esiste, la Terra ci sta dentro e ci corre attraverso. E allora la luce che viaggia nella direzione del nostro moto e la luce che viaggia di traverso dovrebbero comportarsi in modo diverso. Esattamente come chi nuota in un fiume. Tieni ferma questa immagine, perché è quella che avevano in testa. Due nuotatori nello stesso fiume, stessa bravura. Uno risale la corrente per cento metri e poi torna indietro, l'altro attraversa il fiume di lato, sempre per cento metri, e torna. Se c'è corrente, i due non impiegano lo stesso tempo, e la differenza tra i loro tempi dipende da quanto è forte la corrente. Nel fiume, questa differenza esiste davvero e si misura. Ed è proprio questo il punto, l'immagine dei due nuotatori descrive alla perfezione ciò che ci si aspettava. Non ciò che si è trovato. Per trovarla serviva uno strumento capace di accorgersi di una differenza minima, e lo strumento era l'interferometro. Funziona così, una sorgente manda un raggio di luce su uno specchio a metà trasparente, che divide il raggio in due. I due raggi partono lungo due bracci perpendicolari, in fondo a ciascuno c'è uno specchio che li rimanda indietro, e alla fine i due raggi si ricompongono su uno schermo, dove disegnano delle bande chiare e scure. Se i due percorsi impiegano tempi anche solo minimamente diversi, quelle bande si spostano. E ruotando tutto l'apparato, così che il braccio che era controcorrente diventi quello di traverso, lo spostamento doveva cambiare, in un modo che si poteva calcolare in anticipo. Nel milleottocentottantasette, due fisici americani, Albert Michelson ed Edward Morley, costruirono l'apparato più sensibile del loro tempo e guardarono. Le frange non si muovevano. Lo spostamento misurato fu circa un quarantesimo di quello previsto, e dentro i margini d'errore, abbastanza piccolo da essere compatibile con zero esatto. E qui succede la cosa che trasforma questo episodio in un pezzo di scienza, e non in un incidente. Un risultato nullo, da solo, può sempre essere un difetto dello strumento. O una stagione sfortunata, magari la Terra, in quel momento dell'anno, si muoveva rispetto all'etere per caso pochissimo. Morley, insieme a un altro fisico, Dayton Miller, non si accontentò del proprio stesso risultato, fra il millenovecentodue e il millenovecentoquattro rifecero tutta la campagna di misure, cercando esplicitamente uno schema che si ripetesse ogni giorno o ogni anno, un ciclo da collegare al moto della Terra. Non c'era. E l'assenza ripetuta di quello schema trasformò un dubbio sullo strumento in un fatto di natura. Oggi la stessa domanda si fa con risonatori ottici portati a temperature vicinissime allo zero assoluto, e l'ipotesi che la velocità della luce dipenda dalla direzione è esclusa fino a una parte su centomila bilioni di miliardi, circa quindici ordini di grandezza meglio che nel milleottocentottantasette. In questa vicenda c'è un'idea che vale da sola quanto tutta la fisica che ne è uscita, cercare con cura una cosa e non trovarla, quando ti aspettavi di trovarla per forza, dice sul mondo più di mille conferme. Il fallimento di Michelson e Morley è probabilmente la misura più importante dell'Ottocento. E dice questo, comunque tu corra, e in qualunque direzione tu guardi, la luce ti passa accanto sempre alla stessa identica velocità. Il tapis roulant, qui, è finito. Con la palla sul treno le velocità si sommavano, con la luce quell'addizione elementare, quella che chiunque farebbe, quella che a scuola è semplicemente giusta, smette di funzionare. Restava da capire che cosa si rompe al posto suo.
L'impiegato dell'ufficio brevetti
A Berna, in Svizzera, dal ventitré giugno millenovecentodue, un giovane laureato in fisica che non era riuscito a trovare un posto all'università lavorava allo sportello dell'ufficio brevetti. La qualifica ufficiale era esperto tecnico di terza classe. Si chiamava Albert Einstein. Esaminava richieste di invenzioni per conto dello Stato, otto ore al giorno, e in quell'ufficio, continuando a lavorare a tempo pieno, nell'anno millenovecentocinque pubblicò sulla più antica e autorevole rivista di fisica di lingua tedesca quattro articoli che rifondarono la fisica. Il trenta giugno di quell'anno ne uscì uno dal titolo che si può tradurre così, Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento. Per capire che cosa c'era dentro quel titolo, bisogna ricordare dove si era arenato tutto il mondo della fisica. Nel millottocentottantasette l'esperimento che doveva rivelare il vento dell'etere non aveva trovato niente, la Terra si muove, la luce dovrebbe correre più veloce in una direzione che nell'altra, e invece la misura diceva che non c'era nessuna differenza. Un risultato nullo. E quasi tutti, davanti a quel fallimento, si misero ad aggiustare l'etere. C'era chi lo faceva trascinare dalla Terra, come un'aria che il pianeta si portasse dietro. Chi comprimeva gli oggetti che si muovono dentro l'etere, di quel tanto che serve a nascondere l'effetto. Chi inventava meccanismi su misura, costruiti apposta perché la differenza non si vedesse, mai, per quanto si misurasse. Prendere un fatto e aggiungere una spiegazione complicata perché non tornino i conti, è la strada che si segue quasi sempre, in fisica come altrove. Einstein fece il salto opposto. E il salto, tutto quanto, consiste in una scelta, la scelta di che cosa tenere fermo. Lui prese la misura alla lettera. La velocità della luce è la stessa per tutti, punto. Non c'è un mezzo che la trascina, non ci sono oggetti che si comprimono per salvare le apparenze, la misura dice che la luce va alla stessa velocità sempre, e allora è così. Ma una frase simile ha un prezzo, ed Einstein fu il primo a pagarlo fino in fondo, perché si chiese, se questo è vero, che cosa deve cedere? Proviamo a seguirlo. Se un raggio di luce mi supera alla stessa velocità sia che io stia fermo sia che io gli corra dietro, e la velocità, per definizione, è spazio diviso tempo, allora c'è una sola via d'uscita, quando io corro dietro alla luce, il mio spazio e il mio tempo non possono essere gli stessi di prima. Le due grandezze con cui faccio il conto devono cambiare, altrimenti il conto darebbe un risultato diverso, e invece la misura dice che il risultato è sempre lo stesso. È un baratto, e conviene vederlo come tale. Si compra la costanza di una grandezza, la velocità della luce, e per pagarla si vende l'assolutezza di altre due, lo spazio e il tempo. Il tempo e la lunghezza smettono di essere proprietà del mondo, cose che stanno lì, uguali per chiunque le misuri, e diventano risultati di una misura, che cambiano a seconda di chi la fa. Detta così, sembra una furbizia da ragioniere, spostare una voce di qui per far tornare il totale di là. Ma le conseguenze di questo baratto non sono parole, sono numeri, precisi, e da centoventi anni si continuano a verificare una per una, senza che nessuna sia mai risultata sbagliata. Quali numeri, esattamente, è la storia che viene adesso.
Il numero che decide: gamma
Tutta la parte dei numeri, in questa storia, sta dentro un solo valore. Si chiama fattore di Lorentz, dal nome del fisico olandese Hendrik Lorentz, e si scrive con una lettera greca, gamma. Ma il nome conta poco. Quello che conta è che cosa fa, se un orologio si muove rispetto a te, batte più lentamente del tuo esattamente di quel fattore. Non perché sia rotto. È proprio il tempo che, per lui, passa di meno. E lo stesso identico numero dice anche di quanto si accorcia una lunghezza in moto. Un numero solo, due effetti. Vediamo come si comporta. Si costruisce prendendo la velocità dell'oggetto e quella della luce, e facendo un conto, un conto che qui non serve recitare, perché quello che conta è la forma del risultato. A qualunque velocità della vita quotidiana, il risultato è uno, con una lunghissima fila di zeri dopo la virgola. Ed è per questo che tutto questo capitolo della fisica è rimasto invisibile fino al milleottocentottantasette, agli occhi nostri, il fattore è uno, punto. Poi comincia a crescere. A metà della velocità della luce, vale uno virgola uno cinque cinque, un orologio resta indietro del quindici per cento. Al novanta per cento della velocità della luce, vale due virgola due nove quattro. Al novantanove per cento, sette virgola zero otto nove. E al novantanove virgola nove nove nove nove nove per cento? Settecentosette. Fermiamoci un momento su questi ultimi due. Passare dal novantanove per cento al novantanove virgola nove nove nove nove nove per cento significa aumentare la velocità di meno dell'un per cento. E l'effetto si moltiplica per cento. La curva ha un ginocchio, piatta, piatta, piatta per tutta la vita quotidiana, e poi impennata verso il cielo proprio quando ci si avvicina alla luce. Perché proprio quella forma lì? Perché fra la velocità e il rallentamento c'è una relazione sorprendentemente pulita, e si può raccontare senza simboli. Prendi la velocità, quella vera, come frazione di quella della luce. Poi prendi l'inverso del nostro fattore, quello che dice quanto batte l'orologio. Eleva ciascuna delle due al quadrato e sommale. Esce sempre uno. Sempre, a qualunque velocità. Due quantità i cui quadrati sommano a uno, è la stessa struttura dei due cateti di un triangolo rettangolo con l'ipotenusa lunga uno. E qui c'è un modo per sentirla addosso. Immagina di camminare in diagonale su un campo. Se punti dritto a nord, avanzi verso nord al massimo possibile. Se ti giri un po verso est, quello che guadagni verso est lo perdi verso nord, ma all'inizio quasi non te ne accorgi, perché per angoli piccoli il guadagno da una parte costa pochissimo dall'altra. Solo quando stai andando quasi tutto verso est, il progresso verso nord crolla di colpo. È esattamente il ginocchio della curva di gamma, appena ti giri un poco verso la velocità, il tempo rallenta appena, quando ci vai vicino del tutto, il tempo crolla. Ma attenzione, perché il campo mente in un punto preciso, e conviene vederlo subito. In un campo le due direzioni sono simmetriche, nord ed est sono la stessa cosa vista da due angoli, e ci si può girare liberamente dall'una all'altra, tornare indietro, rigirarsi. Spazio e tempo no. Il tempo entra in questa geometria con il segno opposto allo spazio, ed è precisamente questo che ti impedisce di girarti verso il passato come ti giri verso est. La direzione c'è, nella geometria, ma non è raggiungibile girando su te stesso. Per la stessa ragione va maneggiata con cura un'immagine molto diffusa, quella del budget di velocità, l'idea che ognuno di noi abbia un'unica somma da spendere fra il muoversi nello spazio e l'invecchiare, e che chi ne spende di più da una parte ne abbia di meno dall'altra. L'immagine rende bene la cosa giusta, che il rallentamento non è un guasto dell'orologio, ma un conto che si chiude. Però inganna due volte. Il bilancio non si chiude in linea retta, si chiude sui quadrati, quindi non è un cursore che scorre in proporzione. E nessun laboratorio al mondo misura una grandezza chiamata velocità totale nello spaziotempo, è un modo di raccontare, utile per insegnare, non un oggetto misurato. Un'ultima cosa, e poi la matematica la lasciamo stare. Lo stesso identico gamma dice anche quanto si accorciano le lunghezze, per chi viaggia veloce, le distanze nella direzione del moto si comprimono esattamente dello stesso fattore di cui rallenta l'orologio. E questo vuol dire che non sono due fenomeni da imparare a memoria, ma due letture dello stesso numero, e ogni prova sperimentale dell'uno vale automaticamente per l'altro. Anche qui, però, l'immagine dell'oggetto schiacciato può trarre in inganno, fa pensare a una compressione del materiale, a forze che stringono e magari danneggiano. Non c'è nulla di simile. Nel riferimento dell'oggetto non succede assolutamente niente. È la geometria della misura che cambia.
Da dentro non si sente niente
Qui c'è l'ostacolo che ferma quasi tutti, e conviene prenderlo di petto. Se il tempo a bordo di un'astronave che corre quasi quanto la luce scorre sette volte più lento, l'equipaggio non se ne dovrebbe accorgere? Non dovrebbero muoversi come al rallentatore, parlare strascicato, sentire il cuore battere con una lentezza mostruosa? No. E il perché è forse la cosa più importante di tutto quello che stiamo raccontando. Si chiama tempo proprio, il tempo segnato dall'orologio che ciascuno si porta addosso. E per chi lo vive è sempre fatto di secondi normali. Sempre. Il cuore batte normalmente. Il caffè si raffredda normalmente. I capelli crescono normalmente. Solo che, di quei secondi, ne passano di meno. Il rallentamento non è una sensazione. Non lo senti mai da dentro, perché non c'è nessun metro interno rispetto al quale sentirlo, rallenta tutto insieme, il cuore, l'orologio, la chimica del caffè che si raffredda, il decadimento degli atomi. Il rallentamento è una cosa che si vede solo nel confronto, quando due orologi che sono stati separati vengono rimessi uno accanto all'altro. Proviamo con un'immagine. Metti un cubetto di ghiaccio in un bicchiere a bordo dell'astronave e uno identico in un bicchiere rimasto a terra. Se quello di bordo, visto da terra, ci mette di più a sciogliersi, non è perché il ghiaccio sia diverso o perché il freezer di bordo funzioni meglio. A rallentare non è un meccanismo particolare, è ogni processo, chimico, biologico, nucleare, nella stessa identica misura. Ma l'immagine, a guardarla bene, nasconde un inganno. Suggerisce che si possano guardare i due bicchieri insieme, nello stesso momento. E confrontare due orologi lontani richiede di aver prima stabilito che cosa significhi nello stesso momento, che è, e lo vedremo tra poco, proprio la cosa che la relatività rende ambigua. Intanto, i numeri. Prendi un viaggio verso una stella a dieci anni luce da qui. All'uno per cento sotto la velocità della luce, la Terra vede il viaggio durare dieci anni e un centesimo. A bordo ne passano uno e quarantatré centesimi, poco più di un anno e mezzo. E se ci si spinge fino a sei nove dopo la virgola, una velocità ancora più vicina alla luce, la Terra vede sempre dieci anni tondi. A bordo ne passano-zero-quattordici millesimi, cinque giorni e qualche ora. E adesso l'obiezione giusta, quella che bisogna essersi fatti. Se non hanno superato la velocità della luce, e non l'hanno superata, come hanno fatto a coprire dieci anni luce in un anno e mezzo? Non l'hanno coperta. Per loro, quella distanza non era di dieci anni luce. È l'altra faccia dello stesso numero gamma di cui abbiamo parlato, a quella velocità, i dieci anni luce si accorciano di sette virgola zero otto nove volte e diventano poco più di un anno luce e mezzo, percorsi a una velocità appena inferiore a quella della luce, in poco più di un anno e mezzo. Nessuna magia, nessuna scorciatoia, dal loro punto di vista, la strada era davvero più corta. La contrazione delle distanze non è una curiosità che si aggiunge al rallentamento dei tempi, è ciò che tiene in piedi il conto.
Non esiste un adesso dell'universo
E ora viene la parte che mette a disagio quasi tutti, la prima volta. Ed è anche la più bella, quindi meglio dirla dritta, senza ammorbidirla. Tu guardi due cose che succiedono, e per te succiedono insieme. Nello stesso identico istante. Una persona ti passa accanto di corsa, guarda le stesse due cose, e per lei non sono insieme, una è successa prima, l'altra dopo. E nessuno dei due sbaglia. Attenzione, perché qui il pensiero scappa subito nel posto sbagliato. Non stiamo parlando del ritardo con cui una notizia ci arriva. Se una cosa avviene lontana, la sua luce impiega tempo a raggiungerci, e quindi la vediamo con ritardo, ma questo è un fatto banale, si corregge facendo due conti, sapendo quanto era distante e quanto ci ha messo la luce, e qualunque astronomo lo sistema prima di colazione. No. La cosa che stiamo dicendo è molto più radicale, anche dopo aver corretto tutti i ritardi, dopo aver fatto ogni conto con la massima onestà, due persone che viaggiano a velocità diverse assegnano ordini diversi agli stessi due eventi lontani. Per una sono simultanei, per l'altra no. La simultaneità è relativa. E qui il parallelo con quello che abbiamo già visto è perfetto. Non c'era un modo di stabilire chi si stesse muovendo davvero, perché non c'era niente rispetto a cui stabilirlo. Ecco, lo stesso vale qui, non c'è un modo di stabilire chi ha ragione sui due eventi, perché non c'è niente rispetto a cui stabilirlo. Nessun censimento universale degli istanti a cui appellarsi. E allora va detto, questo, perché è la frase che pesa più di ogni altra, un adesso unico dell'universo non esiste. Prova a chiederti, che cosa sta succedendo, in questo preciso momento, su un pianeta a mille anni luce da qui? La domanda sembra aver senso, e invece non ha una risposta sola. Ne ha tante, quante sono le velocità con cui la si può fare. E sono tutte ugualmente vere. Fermati un attimo su questo, perché ribalta un'abitudine che abbiamo da tutta la vita. Crediamo che l'universo abbia un presente, un grande istante condiviso in cui tutto sta succedendo adesso. Non lo ha. Quello che chiami adesso dipende da come ti muovi. E questa è la chiave che scioglie un nodo che a questo punto ti sarai già fatto, da solo. Prendi due persone in moto relativo. Se una guarda l'orologio dell'altra, lo vede rallentare. Ma anche l'altra guarda il primo, e vede il suo orologio rallentare allo stesso modo. La faccenda è perfettamente reciproca, perché nessuno dei due sta davvero viaggiando, come sappiamo. E allora viene da urlare, va bene, ma chi dei due è indietro? La domanda contiene un veleno, e il veleno è una parola sola, è. Dire il tuo orologio, in questo momento, è indietro rispetto al mio significa mettere a confronto due orologi che stanno in posti diversi nello stesso istante. E quell'istante condiviso, lo abbiamo appena visto, non esiste. Non c'è un in questo momento che abbracci entrambi gli orologi. Finché le due persone tirano dritto e non si rincontrano mai, quella reciprocità non è un paradosso, è la descrizione corretta, esatta, di una situazione in cui la domanda stessa è mal posta. È come chiedere qual è il vero sopra e il vero sotto su una palla che gira, la domanda presume qualcosa che non c'è. Ma c'è un confronto su cui nessuno può discutere. Quello fatto nello stesso posto. Due orologi affiancati, messi d'accordo sull'ora, separati, portati ognuno per la sua strada, e poi riportati fianco a fianco, di nuovo nella stessa stanza, a un palmo l'uno dall'altro. Lì non c'è più niente da interpretare, nessun istante condiviso da andare a cercare in mezzo al vuoto, o segnano lo stesso numero, o non lo segnano. Basta leggerli. Il che vuol dire una cosa sola. Per rispondere davvero alla domanda, bisogna far tornare indietro qualcuno.
I gemelli e i muoni del CERN
La domanda ha una versione famosa, la conoscono tutti con il nome di paradosso dei gemelli. Uno parte per un viaggio a velocità altissima, l'altro resta a casa. Il viaggiatore, a un certo punto, rientra. E allora la domanda diventa, chi dei due ha vissuto meno? Perché qui c'è il nodo. Durante il viaggio, ciascuno dei due vede l'orologio dell'altro rallentare. E se le cose stessero davvero così, in modo simmetrico, al ritorno ciascuno dovrebbe essere più giovane dell'altro. Il che è impossibile. Non si può essere entrambi più giovani. La soluzione sta tutta in una parola, torna. Chi resta a casa non fa nulla di speciale, se ne sta fermo e aspetta. Chi invece torna indietro, prima o poi, deve invertire la direzione del moto, rallentare, girarsi, ripartire. E il confronto finale, quello che conta davvero, avviene di nuovo nello stesso posto, fianco a fianco, dove non c'è più niente da interpretare. Si guardano in faccia, e si vede chi è invecchiato di più. Ora, per anni questa storia è rimasta un gioco di logica, un argomento da tavolino. Finché non è arrivato qualcuno che ha detto, facciamolo davvero, questo viaggio. Siamo nel millenovecentosettantasette, al grande laboratorio europeo di fisica delle particelle che sta vicino a Ginevra. Lì, un fisico che si chiamava Bailey, insieme ai suoi colleghi, capisce che quel viaggio lo si può far fare a qualcosa di molto più maneggevole di un gemello umano. Una particella. Il muone. Che cos'è un muone? È una particella instabile, una specie di fratello pesante dell'elettrone. E ha una caratteristica che qui è preziosa, vive poco. Dopo pochi microsecondi dalla sua nascita, si disintegra, sparisce, si trasforma in altre particelle. Ed è proprio questa fragilità a renderlo perfetto. Perché quei pochi microsecondi sono scritti nella natura, un muone fermo dura sempre lo stesso tempo, è una costante, un cronometro che nessuno può accusare di essere tarato male. Il suo orologio è la sua stessa vita. Nel laboratorio di Ginevra, i muoni venivano fatti correre dentro un anello, un tubo circolare in cui girano in tondo, costretti a tornare sempre al punto di partenza. Ed è questo il punto, è un gemello viaggiatore in miniatura. Parte, corre follemente veloce, e torna. Sempre, migliaia di volte al secondo. E che velocità avevano? Una velocità per cui quel numero che decide tutto, gamma, il fattore che dice quanto si deformano i tempi, valeva ventinove virgola tre tre. Cioè, se la teoria ha ragione, un muone che girava nell'anello doveva durare ventinove volte più di quanto dura da fermo, visto dal laboratorio. L'hanno misurato. Vita media dei muoni positivi, sessantaquattro virgola quattrocentodiciannove microsecondi. Dei muoni negativi, sessantaquattro virgola trecentosessantotto. E l'accordo con la previsione della teoria è risultato entro due parti su mille, con una confidenza del novantacinque per cento. Il rapporto finale, pubblicato nel millenovecentosettantanove, l'ha fissato con precisione ancora maggiore, otto decimi di millesimo, con un'incertezza di sette. Fermiamoci un attimo su quel sessantaquattro. Perché è esattamente il tempo di vita del muone moltiplicato per quel fattore, ventinove volte tanto. Visto dal laboratorio, il muone è vissuto ventinove volte più a lungo di quanto dovrebbe. Ma ecco la parte più strana, visto da sé stesso, dal muone, non è successo assolutamente niente. La sua vita, misurata a bordo, era quella normale di sempre. Qualche microsecondo, quelli di tutti i muoni. Non si è accorto di nulla. E qui viene spontanea un'immagine, e vale la pena guardarla da vicino. Immaginate una clessidra portata in viaggio, la cui sabbia scende più lentamente perché la clessidra corre. L'immagine regge, nella sostanza, una particella che dovrebbe morire quasi subito arriva invece lontanissima. Ma la clessidra suggerisce un meccanismo, qualcosa che si inceppa a causa del movimento, attrito, la sabbia che fa resistenza, qualcosa che si oppone. E qui non c'è nulla di tutto questo. Non c'è nessuna forza, nessun attrito, niente che si inceppi. C'è soltanto questo, i secondi contati a bordo sono meno di quelli contati fuori. E allora ecco il punto d'arrivo. Il paradosso dei gemelli non è rimasto una disputa da risolvere a parole, una questione di interpretazione. È stato misurato. Su particelle vere, che partono, corrono, tornano. E la risposta è netta, chi torna ha vissuto meno.
Quattro orologi su voli di linea
Le particelle, però, hanno un difetto come testimoni, sono facili da accelerare, ma anche facili da sospettare. Sono oggetti esotici, e chi vuole restare scettico ha sempre una scappatoia, dire che il muone, tanto, è una cosa strana di suo. Serve un esperimento su oggetti normali, oggetti che si possono toccare. E quell'esperimento arriva. Nel millenovecentosettantuno due fisici americani, Joseph Hafele e Richard Keating, fecero la cosa più a buon mercato nella storia della relatività, e anche la più difficile da liquidare, comprarono dei posti su voli di linea ordinari, di quelli che prendiamo tutti, e ci imbarcarono quattro orologi atomici come se fossero passeggeri. Attenzione, però, perché il giro del mondo lo fecero due volte. E le due volte sono il cuore dell'esperimento, una volta volando verso est, una volta volando verso ovest. Il motivo è la rotazione della Terra. Visto da un riferimento che non ruota insieme a noi, il suolo sotto i nostri piedi si sta già muovendo verso est, a una velocità considerevole. E allora succede questo, quando l'aereo vola verso est, la sua velocità si somma a quella rotazione, quando vola verso ovest, si sottrae. E siccome l'effetto dipende dalla velocità, i due voli non sono lo stesso esperimento fatto due volte, sono due velocità diverse, e l'effetto cambia di segno. C'è di più, un aereo, per giunta, vola anche in alto. E la quota spuscia nella direzione opposta rispetto alla velocità, ma questo, per adesso, tenetelo da parte. I risultati uscirono su Science, la rivista scientifica, nel luglio del millenovecentosettantadue. Eccoli. Volo verso est, previsto un ritardo di quaranta nanosecondi, con un'incertezza di ventitré, misurato un ritardo di cinquantanove, con un'incertezza di dieci. Il nanosecondo, intanto, è un miliardesimo di secondo, mille nanosecondi fanno un microsecondo, quello che abbiamo già incontrato parlando dei satelliti. Volo verso owest, previsto un anticipo di duecentosettantacinque nanosecondi, incertezza ventuno, misurato un anticipo di duecentosettantatré, incertezza sette. Fermiamoci un momento su questi numeri. Sono scarti di decine e centinaia di miliardesimi di secondo, accumulati in decine di ore di volo. Quantità che non hanno alcun effetto sulla vita di nessuno, e che nel millenovecentosettantuno erano al limite di ciò che si riusciva a misurare. Ma sono due segni opposti, ritardo in un senso, anticipo nell'altro, calcolati prima e trovati dopo, su orologi che si possono prendere in mano. Non particelle che nessuno ha mai visto. Orologi. Imbarcati su un volo di linea. Da quell'anno in poi, la dilatazione del tempo ha smesso di essere una faccenda da particelle.
I piedi più giovani della testa
Fino a qui abbiamo parlato di velocità. Ma in quell'esperimento del millenovecentosettantuno, quello degli orologi in aereo, si è affacciata una seconda cosa, la quota, cioè quanto si sta su o giù rispetto alla Terra. E adesso tocca a lei. La gravità fa al tempo qualcosa di suo, indipendente dalla velocità. Un orologio più in basso, dove la gravità tira più forte, batte più lentamente di uno più in alto. Non sembra più lento, non viene visto più lento da qualcuno, batte più lentamente, punto. E questo ha una conseguenza vera, misurabile, e, ammettiamolo, leggermente comica. I tuoi piedi stanno più in basso della tua testa. Quindi i tuoi piedi invecchiano più lentamente della tua testa. I tuoi piedi, in questo momento, sono un po più giovani della tua testa. Di una quantità così ridicolmente piccola che non cambierà mai niente nella tua vita. Ma non di zero. Per la stessa ragione, le scale di casa tua sono una macchina del tempo. Salire un piano cambia, di pochissimo, il ritmo del tuo orologio rispetto a chi è rimasto di sotto. Non è una battuta, la rivista Scientific American l'ha scritto nel titolo di un articolo, senza scherzare. Diceva più o meno così, nell'universo di Einstein, gli aerei e le scale sono macchine del tempo. E non è più solo una questione di principio. Nel millenovecentosettantuno il meglio che si poteva fare erano orologi atomici al cesio, abbastanza robusti da poter viaggiare in cabina di un aereo di linea. Oggi esistono gli orologi ottici, una generazione successiva, e questi sono così sensibili che percepiscono dislivelli di centimetri. Prendere uno di questi orologi e alzarlo dal pavimento al tavolo è un'operazione che si vede sullo strumento. Il tempo cambia, e lo strumento se ne accorge. Adesso tieni insieme due regole, perché tra un istante servono tutte e due. La prima la conosci già, muoversi in fretta fa restare indietro. È la relatività ristretta, quella nata dal fallimento dell'esperimento in cui si cercava la corrente e non si trovava. La seconda è quella nuova di adesso, stare più in alto fa andare avanti. È la relatività generale, quella della gravità. Due regole che spingono in direzioni opposte. E dove si spingono in direzioni opposte nello stesso posto, lì il conto diventa interessante.
Il conto del satellite
Adesso il numero di partenza si apre come un orologio, pezzo per pezzo. Un satellite del sistema di posizionamento globale, quello che il telefono consulta quando vi dice dove siete, non galleggia pigramente nel cielo, sta a ventimiladuecento chilometri da terra e le gira attorno velocissimo. E su quel satellite c'è un orologio, come su ogni satellite del sistema. Su quell'orologio agiscono, nello stesso momento, le due regole che abbiamo appena visto, e agiscono una contro l'altra. Prima regola, la velocità. Il satellite corre, e chi corre porta il proprio tempo più lento, la stessa cosa che rallentava i muoni nel tunnel del centro europeo per la ricerca nucleare, vicino a Ginevra, e gli orologi sull'aereo verso est. Quanto rallenta, lassù? Sette microsecondi al giorno. Sette milionesimi di secondo che l'orologio in orbita, rispetto a uno rimasto a terra, semplicemente non accumula. Seconda regola, la gravità. A ventimila chilometri di quota la terra tira molto meno, e un orologio lontano da una massa batte più in fretta, la stessa cosa che rendeva i tuoi piedi più giovani della tua testa, solo che qui il dislivello non è un metro e settanta, sono ventimila chilometri. Quanto guadagna? Quarantacinque microsecondi al giorno. Fermiamoci un attimo su questi due numeri, perché è qui che la partita si decide. Sette perso per la velocità. Quarantacinque guadagnati per la gravità. Si sottraggono, e resta il numero del principio, meno sette più quarantacinque fa più trentotto. Trentotto microsecondi al giorno. Proprio quello. E così la prima stranezza si scioglie. Vi ricordete che l'orologio andava avanti, e che sembrava sbagliato, doveva rallentare, no, visto che volava? Ecco, la gravità lassù vince sulla velocità. Quarantacinque batte sette. Quei trentotto microsecondi non sono la misura di un effetto solo, sono il resto di una partita fra i due pezzi della relatività. E per la prima volta nella storia della fisica, quel resto è diventato un numero di ingegneria, un numero che serve a costruire una macchina, non solo a capire il mondo. Il quadro, nella trattazione canonica che il fisico Neil Ashby ha pubblicato nel duemilatré su una rivista specializzata, e che tutta la divulgazione successiva cita, mette in conto anche un terzo contributo relativistico, l'effetto Sagnac, accanto agli altri due, un piccolo aggiustamento legato alla rotazione della terra. Ma la parte più bella viene adesso, ed è il modo in cui la correzione viene applicata. Perché uno pensa, ci sarà un computer, a terra, che ogni notte ricalibra gli orologi. No. Non c'è nessuna ricalibrazione. Gli orologi vengono tarati prima del lancio, qui a terra, su una frequenza volutamente sbagliata, sbagliata di quel tanto che, una volta arrivati lassù, dove le due regole entrano in gioco, diventano giusti. La correzione è congelata dentro l'apparecchio. La teoria della relatività è scritta nell'hardware. E allora, la prossima volta che aprite le mappe e il puntino blu vi mette dal lato giusto della strada, pensate a che cosa state vedendo funzionare, un pezzo di relatività inciso in un oscillatore. E pensate anche al conto di che cosa succederebbe se qualcuno, decenni fa, l'avesse considerata una curiosità accademica. Dieci chilometri di errore al giorno. E la posizione che vi dà il telefono risulterebbe già falsa dopo due minuti.
Il metro, il fotone e il muro
Se gli orologi rallentano e i righelli si accorciano, viene il momento in cui bisogna chiedersi, che cosa rimane di fisso? Su che cosa si appoggia una misura, se tutti gli strumenti di misura dipendono da chi li usa? La risposta è che ci si appoggia sull'unica cosa che l'universo non tratta. E nel millenovecentottantatré la Conferenza Generale dei Pesi e Misure, l'organismo internazionale che decide le unità di misura, ha preso questa risposta alla lettera, con una mossa che è insieme umile e radicale, ha smesso di misurare la velocità della luce, e l'ha fissata per decreto a duecentonovantanove milioni settecentonovantaduemila quattrocentocinquantotto metri al secondo, esatti, scegliendo il valore che si accordava con le migliori misure disponibili fino a quel giorno. Da allora quel numero non è più il risultato di un esperimento, è la definizione del metro. Il metro non è più un oggetto campione custodito sotto vetro da qualche parte. È la distanza che la luce percorre in un frazionalmo, in unduecentonovantanove milioni settecentonovantaduemilaquattrocentocinquantottesimo, di secondo. Il verso si è rovesciato, non si misura più il tempo con un righello, si misura la lunghezza con un orologio. Ed è una cosa che ti passa fra le mani più spesso di quanto pensi. Il metro a nastro del falegname, il misuratore laser che in ferramenta ti dice quanto è larga la stanza, la lunghezza che ti danno è, all'origine di tutta la catena, un tempo di volo della luce. E poi c'è il caso limite, quello che chiude il cerchio in un modo quasi insolente. Ricordi quel numero, gamma, che cresce senza limite man mano che la velocità si avvicina a quella della luce? Prova a chiederti che cosa succede alla luce stessa. Per un fotone, cioè per un granello di luce, partire e arrivare sono la stessa cosa. Fra i due momenti, dal suo punto di vista, non passa nulla. Il fotone non ha un orologio. Stanotte, se guardi una stella a occhio nudo, quel fotone per noi ha viaggiato per un tempo lunghissimo, e per sé stesso ci ha messo zero. E allora perché non ci mettiamo tutti a viaggiare così? Perché c'è un muro, e il muro è la massa. Portare un oggetto dotato di massa fino alla velocità della luce richiederebbe energia infinita, non tantissima, infinita. Il fotone non è il più veloce dei viaggiatori, quello che ha vinto la gara. Gioca in un'altra categoria, viaggia esattamente alla velocità della luce perché non ha massa, e non potrebbe andare a nessun'altra velocità. Le due frasi che all'inizio sembravano contraddirsi, non esiste una velocità assoluta e la velocità della luce è la stessa per tutti, adesso stanno insieme senza attrito. La prima parla di oggetti che hanno una massa e un orologio. La seconda parla di qualcosa che non ha né l'una né l'altro.
Quanto lo sappiamo
Un conto onesto della solidità, perché una cosa capita bene comprende anche quanto è stata verificata. Allora, quanto siamo sicuri? Della costanza della velocità della luce siamo più sicuri di qualunque altra cosa in questa storia. Nessun esperimento ha mai visto la luce andare più veloce in una direzione che in un'altra, e i risonatori criogenici di oggi, cavità di cristallo raffreddate quasi allo zero assoluto, le macchine più sensibili mai costruite per questo tipo di domanda, hanno spinto il limite fino a un margine così piccolo che si scrive con un uno, un meno e poi diciassette zeri prima dell'uno che conta. Il vecchio apparato di Michelson e Morley, quello del milleottocentottantasette, arrivava quindici ordini di grandezza più in là, se loro contavano fino a un centesimo, noi oggi conteremmo fino a un centesimo di un centesimo, ripetuto quindici volte. E la dilatazione del tempo la misuriamo su orologi veri, grandi come una valigia, dal millenovecentosettantuno, e la misuriamo in due direzioni, con segni opposti, e torna tutte le volte, dentro i margini d'errore dichiarati. E il caso dei gemelli, quello che per decenni i fisici si sono disputati a parole, sulle riviste, senza arrivare a niente, è chiuso per via sperimentale, l'accordo tra previsione e misura sta dentro otto parti su dieciamila, con un'incertezza di sette. Poi c'è la verifica che nessuno chiama verifica, qualche miliardo di telefoni che ogni giorno si trovano esattamente dove dicono di essere. La tua mappa funziona. È il tipo di prova che non ha bisogno di un articolo su una rivista. Ma dove si sta ancora lavorando, allora. Ecco, i fisici continuano a cercare una violazione. Non è una diffidenza rituale, un controllo fatto per prudenza. Quei risonatori criogenici che spingono il limite fino a quel numero con diciassette zeri appartengono a un programma di ricerca vivo, finanziato, che oggi rifà con strumenti inimmaginabili nell'Ottocento la stessa domanda che si facevano Michelson e Morley, la velocità della luce cambia, se cambiano direzione e stagione? Ogni ordine di grandezza guadagnato è una finestra in più da cui qualcosa di inatteso potrebbe affacciarsi. Finora non si è affacciato niente. E c'è un numero, in questo stesso capitolo, che non è ancora sistemato, quanto veloce va il Sole attorno al centro della Galassia. Lo standard dell'Unione astronomica internazionale dice duecentoventi chilometri al secondo. Due grandi rilevamenti del cielo, quello della sonda Gaia, e un censimento di stelle costruito attorno alla misura della loro velocità di allontanamento, chiamato Rave, danno duecentoquaranta. Un'altra compilazione di misure dà duecentocinquantuno. Il disaccordo non tocca la relatività, riguarda quanto siamo lontani dal centro della Galassia, che è una misura difficile, e in corso, e nessuno ha ancora l'ultima parola. Poi c'è una discendenza, ed è l'ultima cosa prima del congedo. Lo strumento che Michelson costruì per trovare l'etere, una sorgente di luce, uno specchio semiriflettente, due bracci perpendicolari, e le frange di interferenza a fare da lente, non è finito sotto vetro in un museo. I suoi nipoti diretti sono gli interferometri di oggi, chilometri di bracci in tunnel sotto terra, che misurano la fusione di due buchi neri a centinaia di milioni di anni luce da qui. Quando senti una notizia sulle onde gravitazionali, quella misura arriva dalla macchina che nel milleottocentottantasette non trovò niente. Lo strumento costruito per un fallimento è diventato lo strumento che ascolta l'universo profondo. E resta il prezzo. Che è anche il modo giusto di congedarsi da tutta questa faccenda. Puoi arrivare ovunque, dieci anni luce in cinque giorni tuoi, se acceleri abbastanza. A una condizione, che al ritorno tu accetti che il tuo orologio e quello rimasto a casa non siano più d'accordo, e che nessuno possa dirti quale dei due sbagliava. Perché nessuno dei due sbagliava. Chi ha fatto i conti su quel viaggio li chiude con una frase che vale la pena tradurre, l'universo non te lo sta impedendo, ti sta solo mostrando il conto.
Trentotto microsecondi al giorno
Apri le mappe sul telefono e il puntino blu ti mette dal lato giusto della strada. Per farlo, il telefono non ti «vede»: ascolta i segnali di alcuni satelliti che gli passano sopra la testa a 20 200 chilometri di quota, misura quanto tempo ci hanno messo ad arrivare, e da quel tempo ricava la distanza. Distanza uguale velocità della luce per tempo di volo: tutta la faccenda sta lì.
Il che significa che il GPS non è un sistema di posizione. È un sistema di orologi. E la precisione della posizione non può essere migliore della precisione con cui si conosce il tempo, perché è lo stesso numero visto da due parti.
Ecco allora quanto vale il tempo, in metri. In un microsecondoun milionesimo di secondo la luce percorre poco meno di trecento metri. Un solo microsecondo di errore sull'orologio di un satellite sposta il punto blu di trecento metri: ti mette in un'altra via.
E qui arriva il fatto da cui parte tutto. L'orologio atomico di ogni satellite GPS, confrontato con uno identico rimasto a terra, guadagna 38 microsecondi al giorno. Ogni giorno. Non perché sia tarato male, non perché il freddo dello spazio lo disturbi: perché lassù il tempo passa a un ritmo diverso.
Se nessuno se ne occupasse, scrive Richard Pogge nella pagina didattica della Ohio State University, «errors in global positions would continue to accumulate at a rate of about 10 kilometers each day» — gli errori di posizione continuerebbero ad accumularsi al ritmo di circa dieci chilometri al giorno. La posizione sarebbe già falsa dopo due minuti dall'accensione.
Se ne occupa qualcuno, e in un modo che vale la pena di guardare da vicino: gli orologi dei satelliti vengono tarati a terra, prima del lancio, su una frequenza volutamente sbagliata, calcolata in modo che una volta in orbita risultino giusti. La relatività non è una correzione che il software applica dopo. È dentro l'hardware, saldata alla partenza.
Tieni da parte due stranezze, perché sono le due porte da cui si entra in questa storia. La prima: quegli orologi vanno avanti, non indietro — e vedremo che tutto ciò che stiamo per raccontare sul movimento dice il contrario, che chi corre resta indietro. La seconda: 38 non è la misura di un effetto. È il resto di una sottrazione fra due effetti che tirano in direzioni opposte.
Per capire quel resto bisogna cominciare da una domanda che sembra sciocca, e non lo è: mentre leggi questa frase, sei fermo?
Fermo rispetto a che cosa?
Sei seduto. La sedia non si muove, il pavimento nemmeno, il bicchiere sul tavolo sta dove l'hai lasciato.
Intanto la Terra ti sta portando attorno al Sole a 29,78 chilometri al secondo, cioè 107 208 chilometri l'ora. E il Sole, con tutto il sistema solare appeso, sta girando attorno al centro della Galassia: qui il numero dipende da quanto lontani dal centro si assume che siamo. Lo standard dell'Unione Astronomica Internazionale dà 220 chilometri al secondo, con il Sole posto a kiloparsecuna misura di distanza usata in astronomia; nello standard IAU il Sole è posto a 8,5 kiloparsec dal centro della Galassia 8,5 kiloparsec dal centro; i dati delle missioni Gaia e RAVE danno 240 chilometri al secondo, cioè 864 000 chilometri l'ora; un'altra scheda dati arriva a 251. Non esiste un unico numero ufficiale, e non è una sciatteria: è una misura ancora in discussione, e il disaccordo riguarda la distanza dal centro, non la velocità.
Eppure nulla di tutto questo ti preme addosso. Il caffè non si rovescia, i capelli non ti si scompigliano.
Fai un esperimento mentale che chiunque abbia preso un treno ha già fatto per metà. Sei in carrozza mentre il treno corre, e lanci una palla in avanti. Per te la palla parte con la velocità del tuo lancio, e basta. Per una persona ferma sulla banchina, quella stessa palla si muove alla velocità del tuo lancio più quella del treno. Chi ha ragione? Tutti e due. Sono due misure diverse della stessa palla, ed entrambe sono giuste, perché la velocità non è una proprietà che la palla si porta addosso: è una relazione fra due cose.
La versione che ti capita tutte le volte che prendi un aereo è il tapis roulant dell'aeroporto: chi ci cammina sopra e chi lo guarda da fermo attribuiscono alla stessa persona due velocità diverse, e nessuno dei due sta sbagliando i conti. Metti però subito un segnalibro su questa immagine, perché fra poco la useremo per farla saltare: sul tapis roulant le velocità si sommano davvero, e questa è esattamente la cosa che con la luce smette di funzionare. La teniamo solo per il gusto di vederla smentire.
L'idea generale è che il moto non è assoluto. Non esiste nessun esperimento che riveli chi si sta muovendo per davvero, perché non esiste uno sfondo fisso dell'universo rispetto al quale misurare. Si può solo dire quanto veloce va una cosa rispetto a un'altra, e tutte le risposte sono ugualmente vere.
Il che porta alla domanda successiva, e stavolta è una domanda vera: se ogni velocità è relativa a qualcos'altro, c'è qualcosa su cui l'universo non tratta?
Il fiume in cui non c'era corrente
Nell'Ottocento la luce era stata riconosciuta come un'onda, e per un'onda si dava per scontata una cosa ovvia: le onde sono increspature di qualcosa. Il suono increspa l'aria, le onde del mare increspano l'acqua. Dunque la luce doveva increspare un mezzo che riempiva tutto lo spazio, e lo chiamarono etereil mezzo invisibile che nell'Ottocento si supponeva riempisse lo spazio, perché si dava per scontato che un'onda dovesse propagarsi in qualcosa etere.
Se l'etere esiste, la Terra ci sta dentro e ci corre attraverso. Quindi la luce che viaggia nella direzione del nostro moto e la luce che viaggia di traverso dovrebbero comportarsi in modo diverso — come chi nuota in un fiume.
Tieni questa immagine, perché è esattamente quella che avevano in testa. Due nuotatori nello stesso fiume, stessa bravura. Uno risale la corrente per cento metri e torna indietro; l'altro attraversa di traverso per cento metri e torna. Se c'è corrente, i due non impiegano lo stesso tempo, e la differenza dipende da quanto è forte la corrente. Il limite di questa analogia va detto adesso, prima del resto: nel fiume la corrente c'è e la differenza si misura. L'immagine dei due nuotatori descrive alla perfezione ciò che ci si aspettava, e non ciò che si è trovato.
Lo strumento per trovarla fu l'interferometrolo strumento che divide un raggio di luce in due, li fa viaggiare su due percorsi diversi e poi li ricompone, così che una differenza anche minima fra i due cammini si veda come uno spostamento delle bande chiare e scure interferometro: una sorgente di luce, uno specchio semiriflettente che divide il raggio in due, due bracci perpendicolari con uno specchio in fondo a ciascuno, e la ricombinazione dei due raggi su uno schermo, dove appaiono frange chiare e scure. Se i due bracci impiegano tempi anche minimamente diversi, le frange si spostano. E ruotando l'intero apparato — così che il braccio «controcorrente» diventi quello «di traverso» — lo spostamento doveva cambiare, in modo prevedibile.
Nel 1887 Albert Michelson ed Edward Morley costruirono l'apparato più sensibile del loro tempo e guardarono. Le frange non si muovevano. Lo spostamento misurato fu «one-fortieth of the expected displacement, within experimental error margins allowing the speed to actually be zero»: circa un quarantesimo di quello previsto, e dentro i margini d'errore compatibile con zero esatto.
Qui succede la cosa che rende questo un pezzo di scienza e non un incidente. Un risultato nullo può sempre essere un difetto dello strumento, o una stagione sfortunata: magari la Terra, in quel momento dell'anno, si muoveva rispetto all'etere per caso poco. Morley e Dayton Miller non si accontentarono del proprio stesso risultato: fra il 1902 e il 1904 rifecero la campagna cercando esplicitamente uno schema che tornasse ogni giorno o ogni anno. Non c'era. E l'assenza ripetuta di quello schema trasformò un dubbio sullo strumento in un fatto di natura.
Oggi la stessa domanda si fa con risonatori ottici criogenici, e l'ipotesi che la velocità della luce dipenda dalla direzione è esclusa fino a una parte su 10¹⁷: circa quindici ordini di grandezza meglio del 1887.
C'è un'idea, in questa vicenda, che vale da sola quanto la fisica che ne è uscita: cercare con cura una cosa e non trovarla, quando ti aspettavi di trovarla per forza, dice sul mondo più di mille conferme. Il fallimento di Michelson e Morley è probabilmente la misura più importante dell'Ottocento.
E dice questo: comunque tu corra, e in qualunque direzione tu guardi, la luce ti passa accanto sempre alla stessa identica velocità. Il tapis roulant, qui, è finito. Con la palla sul treno le velocità si sommavano; con la luce quell'addizione elementare — l'addizione che chiunque farebbe, quella che a scuola è semplicemente giusta — smette di funzionare.
Restava da capire che cosa si rompe al posto suo.
L'impiegato dell'ufficio brevetti
Dal 23 giugno 1902 un giovane laureato in fisica che non era riuscito a ottenere un posto all'università lavorava allo sportello dell'ufficio brevetti di Berna con la qualifica di «Technical Expert Class III», esperto tecnico di terza classe. Nel 1905, continuando a lavorare a tempo pieno, pubblicò sugli Annalen der Physik quattro articoli che rifondarono la fisica. Il 30 giugno di quell'anno uscì «Zur Elektrodynamik bewegter Körper», Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento.
Quasi tutti, davanti al risultato nullo del 1887, stavano aggiustando l'etere: rendendolo trascinato dalla Terra, o comprimendo gli oggetti che ci si muovono dentro, o inventando meccanismi che nascondessero l'effetto proprio quanto bastava.
Albert Einstein fece il salto opposto, e consiste tutto in una scelta di che cosa tenere fermo. Prese la misura alla lettera: la velocità della luce è la stessa per tutti, punto. E poi si chiese che cosa deve cedere perché quella frase possa essere vera. Se un raggio di luce mi supera alla stessa velocità sia che io stia fermo sia che gli corra dietro, e la velocità è spazio diviso tempo, allora quando io corro dietro alla luce il mio spazio e il mio tempo non possono essere gli stessi di prima.
È un baratto, ed è bene vederlo come tale: si compra la costanza di una grandezza vendendo l'assolutezza di altre due. Il tempo e la lunghezza smettono di essere proprietà del mondo, uguali per chiunque le misuri, e diventano risultati di una misura, che dipendono da chi la fa.
Detta così sembra una furbizia contabile. Ma le conseguenze sono numeriche, precise, e da centoventi anni si continuano a verificare una per una.
Il numero che decide: γ
Tutta la parte quantitativa della faccenda sta dentro un solo numero, chiamato fattore di Lorentzil numero γ che dice di quanto un orologio in moto resta indietro e di quanto una lunghezza si accorcia; vale 1/√(1−v²/c²) fattore di Lorentz e scritto con la lettera greca gamma:
γ = 1 / √(1 − v²/c²)
dove v è la velocità e c quella della luce. Se un orologio si muove rispetto a te, batte più lentamente del tuo esattamente di quel fattore. Non perché sia rotto: è proprio il tempo che, per lui, passa di meno.
Il punto interessante non è la formula: è la sua forma. A qualunque velocità della vita quotidiana, v/c è così piccolo che γ vale 1 con una lunghissima fila di zeri dopo la virgola, ed è per questo che tutto questo capitolo della fisica è rimasto invisibile fino al 1887. Poi:
- a metà della velocità della luce, γ = 1,155: un orologio resta indietro del quindici per cento;
- a 0,9c, γ = 2,294;
- a 0,99c, γ = 7,089;
- a 0,999999c, γ = 707,107.
Guarda che cosa succede fra il terzultimo e l'ultimo numero. Passare da 0,99c a 0,999999c significa aumentare la velocità di meno dell'un per cento — e l'effetto si moltiplica per cento.
Perché quella forma lì? Perché fra la velocità e il rallentamento c'è una relazione che si scrive in modo sorprendentemente pulito:
(v/c)² + (1/γ)² = 1
Due quantità i cui quadrati sommano a uno: la stessa struttura dei due cateti di un triangolo rettangolo con l'ipotenusa lunga 1.
Un modo per sentirla addosso è camminare in diagonale su un campo. Se punti dritto a nord, avanzi verso nord al massimo. Se ti giri un po' verso est, quello che guadagni verso est lo perdi verso nord — ma all'inizio quasi non si nota, perché per angoli piccoli il guadagno da una parte costa pochissimo dall'altra. Solo quando stai andando quasi tutto verso est il progresso verso nord crolla. È lo stesso ginocchio della curva di γ.
Dove l'analogia del campo smette di funzionare, e va detto: in un campo le due direzioni sono simmetriche e intercambiabili — nord ed est sono la stessa cosa vista da due angoli, e ci si può girare liberamente dall'una all'altra. Spazio e tempo no. Il tempo entra nella geometria con il segno opposto, ed è precisamente questo che impedisce di «girarsi» verso il passato come ci si gira verso est.
Per la stessa ragione, va maneggiata con cura l'immagine molto diffusa del budget di velocità nello spaziotempo: l'idea che ognuno abbia un'unica somma da spendere fra il muoversi nello spazio e l'invecchiare, e che chi ne spende di più da una parte ne abbia di meno dall'altra. L'immagine rende bene la cosa giusta — che il rallentamento non è un guasto dell'orologio, ma il conto che si chiude. Ma inganna due volte: il bilancio non si chiude in linea retta, si chiude sui quadrati, quindi non è un cursore che scorre in proporzione; e nessun laboratorio al mondo misura una grandezza chiamata «velocità totale nello spaziotempo». È una riformulazione geometrica utile per insegnare, non un oggetto misurato.
Un'ultima cosa, e poi lasciamo la matematica. Lo stesso identico γ compare in una seconda formula: L = L₀/γ. Per chi viaggia veloce, le lunghezze nella direzione del moto si accorciano — dello stesso fattore di cui rallenta l'orologio. Non sono due fenomeni da imparare: sono due letture dello stesso numero, il che vuol dire che ogni prova sperimentale dell'uno vale automaticamente per l'altro.
Anche qui, un limite dichiarato: l'immagine dell'oggetto «schiacciato» fa pensare a una compressione del materiale, con forze che lo comprimono e magari lo danneggiano. Non c'è nulla di simile. Nel riferimento dell'oggetto non succede assolutamente niente: è la geometria della misura che cambia.
Il fattore γ non cresce, esplode: quanto rallenta un orologio al crescere della velocità
gamma97Da dentro non si sente niente
Qui c'è l'ostacolo che ferma quasi tutti, e conviene affrontarlo di petto. Se il tempo a bordo di un'astronave che viaggia a 0,99c scorre sette volte più lento, l'equipaggio non dovrebbe accorgersene? Non dovrebbero muoversi come al rallentatore, parlare strascicato, sentire il cuore battere con una lentezza mostruosa?
No. E il perché è la cosa più importante di tutto il numero.
Il tempo proprioil tempo segnato dall'orologio che ciascuno si porta addosso; per chi lo vive è sempre fatto di secondi normali tempo proprio — quello dell'orologio che uno si porta addosso — è sempre normale. Sempre. La fonte da cui parte questo numero lo dice in una riga che vale tutta la spiegazione: «Their hearts beat normally. Their coffee got cold normally. Their hair grew normally. But fewer of those seconds passed». I loro cuori battevano normalmente. Il loro caffè si raffreddava normalmente. I loro capelli crescevano normalmente. Solo che, di quei secondi, ne sono passati di meno.
Il rallentamento non è una sensazione. Non lo senti mai da dentro, perché non c'è nessun metro interno rispetto al quale sentirlo: rallenta tutto insieme, il cuore e l'orologio e la chimica del caffè che si raffredda e il decadimento degli atomi. Il rallentamento è una cosa che si vede solo nel confronto, quando due orologi che sono stati separati vengono rimessi uno accanto all'altro.
Un'immagine, con il suo limite attaccato. Metti un cubetto di ghiaccio in un bicchiere a bordo e uno identico in un bicchiere a terra: se quello di bordo, visto da terra, ci mette di più a sciogliersi, non è perché il ghiaccio sia diverso o perché il freezer di bordo funzioni meglio. A rallentare non è un meccanismo particolare, è ogni processo — chimico, biologico, nucleare — nella stessa identica misura. Il limite: l'immagine suggerisce che si possa guardare i due bicchieri insieme, nello stesso momento. Ma confrontare due orologi lontani richiede di aver prima stabilito che cosa significhi «nello stesso momento» — che è, come vedremo fra due paragrafi, proprio la cosa che la relatività rende ambigua.
Intanto, i numeri. Prendi un viaggio verso una stella a dieci anni luce da qui.
A 0,99c, la Terra vede il viaggio durare 10,10 anni. A bordo ne passano 1,43.
A 0,999999c, la Terra vede il viaggio durare 10,00 anni. A bordo ne passano 0,0142 anni: cinque giorni e qualche ora.
E adesso l'obiezione giusta, quella che bisogna essersi fatti: se non hanno superato la velocità della luce — e non l'hanno superata — come hanno fatto a coprire dieci anni luce in un anno e mezzo?
Non l'hanno coperta. Per loro, quella distanza non era di dieci anni luce. È la seconda faccia dello stesso γ: a 0,99c, i dieci anni luce si accorciano di 7,089 volte e diventano poco più di un anno luce e mezzo, percorsi a una velocità appena inferiore a quella della luce in poco più di un anno e mezzo. Nessuna magia, nessuna scorciatoia: dal loro punto di vista la strada era davvero più corta. La contrazione delle lunghezze non è una curiosità simmetrica che si aggiunge alla dilatazione dei tempi: è ciò che tiene in piedi il conto.
Non esiste un adesso dell'universo
Adesso la cosa più difficile, che è anche la più bella, e conviene dirla senza attutirla.
Due fatti che per te avvengono nello stesso istante, per una persona che ti passa accanto in corsa avvengono uno prima e uno dopo. E nessuno dei due ha torto.
Non si sta parlando del ritardo con cui la notizia di un evento ci arriva: quello è un fatto banale, si corregge sapendo quanto è distante la cosa e quanto ci mette la luce, e lo fa qualunque astronomo prima di colazione. Si sta dicendo una cosa più radicale: anche dopo aver corretto tutti i ritardi, dopo aver fatto ogni conto con la massima onestà, due osservatori in moto diverso l'uno rispetto all'altro assegnano ordini diversi agli stessi due eventi lontani. La simultaneità è relativa. Non c'è un modo di stabilire chi ha ragione, perché non c'è niente rispetto a cui stabilirlo — esattamente come non c'era un modo di stabilire chi si stesse muovendo davvero.
La conseguenza è la frase che pesa di più in questo numero: un adesso unico dell'universo non esiste. La domanda «che cosa sta succedendo, in questo preciso momento, su un pianeta a mille anni luce da qui?» non ha una risposta sola. Ha tante risposte quante sono le velocità con cui la si può fare, e sono tutte ugualmente vere.
Questo scioglie un nodo che a questo punto ti sarà già venuto in mente. Se io vedo il tuo orologio rallentare, tu vedi il mio rallentare allo stesso modo: la faccenda è perfettamente reciproca, perché nessuno dei due sta «davvero» viaggiando. Ma allora, chi dei due è indietro?
La domanda contiene un veleno, e il veleno è la parola «è». Dire «il tuo orologio in questo momento è indietro rispetto al mio» significa mettere in relazione due orologi che stanno in posti diversi nello stesso istante — e quell'istante condiviso, appunto, non esiste. Finché i due tirano dritto e non si rincontrano mai, la reciprocità non è un paradosso: è la descrizione corretta di una situazione in cui la domanda non è ben posta.
L'unico confronto su cui nessuno può discutere è quello fatto nello stesso posto. Due orologi affiancati, sincronizzati, separati, e poi riportati fianco a fianco. Lì non c'è più niente da interpretare: o segnano lo stesso numero o no.
Il che vuol dire che per rispondere davvero bisogna far tornare indietro qualcuno.
Chi torna indietro: i gemelli e i muoni del CERN
La versione classica della domanda è nota come paradosso dei gemelli. Uno parte per un viaggio a velocità altissima, l'altro resta a casa; il viaggiatore torna. Chi dei due ha vissuto meno? Ciascuno, durante il viaggio, ha visto l'orologio dell'altro rallentare: se la situazione fosse davvero simmetrica, al ritorno dovrebbero essere entrambi più giovani dell'altro, che è impossibile.
La rottura della simmetria sta tutta in una parola: torna. Chi resta a casa non fa nulla di particolare; chi torna indietro, a un certo punto, deve invertire il moto. E il confronto finale, quello che conta, avviene di nuovo nello stesso posto, dove non c'è più niente da interpretare.
Nel 1977 J. Bailey e i colleghi del CERN capirono che quel viaggio si poteva far fare a qualcosa di molto più maneggevole di un gemello. Un muoneuna particella instabile, parente pesante dell'elettrone, che dopo pochi microsecondi si disintegra muone in un anello di accumulo è costretto a girare in tondo, e quindi a tornare al punto di partenza: è un gemello viaggiatore in miniatura, e ha in dotazione un cronometro che nessuno può accusare di essere tarato male, perché è la sua stessa vita.
Un muone fermo si disintegra dopo pochi microsecondi, e quel «pochi» è una costante di natura, sempre la stessa. I muoni dell'anello del CERN correvano a una velocità corrispondente a γ = 29,33. Vita media misurata: 64,419 microsecondi per i muoni positivi (con un'incertezza di 58 sull'ultima cifra) e 64,368 per quelli negativi (incertezza 29). L'accordo con la previsione relativistica risultò entro due parti su mille, con il 95 per cento di confidenza; il rapporto finale del 1979 lo fissò a (0,8 ± 0,7)×10⁻³.
Fermati un momento su che cosa significa quel 64,4. È esattamente γ volte la vita media che un muone ha da fermo. Visto dal laboratorio, il muone è durato ventinove volte tanto. Visto da sé stesso, non è successo assolutamente niente: la sua vita media, misurata a bordo, sarebbe stata quella normale di sempre.
Anche qui una figura mentale con il suo confine. Viene voglia di immaginare una clessidra portata in viaggio, la cui sabbia scende più lenta perché la clessidra corre. Regge bene la sostanza — una particella instabile, che dovrebbe morire quasi subito, arriva invece lontanissima. Ma la clessidra suggerisce un meccanismo che si inceppa a causa del movimento: attrito, inerzia della sabbia, qualcosa che si oppone. Qui non c'è nulla che si inceppa e nulla che faccia resistenza. Non c'è nessuna forza in gioco. C'è soltanto che i secondi contati a bordo sono meno di quelli contati fuori.
Il paradosso dei gemelli, dunque, non è rimasto una questione di interpretazione da risolvere a parole. È stato misurato, su particelle che vanno e tornano, e la risposta è che chi torna ha vissuto meno.
Quattro orologi su voli di linea
Le particelle però sono facili da accelerare e facili da sospettare: sono oggetti esotici, e chi vuole restare scettico può sempre dire che il muone è una cosa strana di suo. Nel 1971 Joseph Hafele e Richard Keating fecero l'esperimento più a buon mercato nella storia della relatività, e anche il più difficile da liquidare: comprarono dei posti su voli di linea ordinari e ci imbarcarono quattro orologi atomici come passeggeri.
Il giro del mondo lo fecero due volte, e le due volte sono il cuore dell'esperimento: una verso est, una verso ovest.
Il motivo è la rotazione della Terra. Rispetto a un riferimento che non ruota con noi, il suolo si sta già muovendo verso est a velocità considerevole; la velocità dell'aereo si somma a quella rotazione quando si vola verso est, e si sottrae quando si vola verso ovest. I due voli, quindi, non sono lo stesso esperimento fatto due volte: sono due velocità diverse, e l'effetto cambia di segno. Un aereo, per giunta, sta anche in alto — e la quota, come vedremo, spinge nella direzione opposta rispetto alla velocità.
I risultati, pubblicati su Science nel luglio 1972, sono questi. Verso est: previsti −40 ± 23 nanosecondoun miliardesimo di secondo: mille nanosecondi fanno un microsecondo nanosecondi, misurati −59 ± 10. Verso ovest: previsti +275 ± 21, misurati +273 ± 7.
Sono scarti di decine e centinaia di nanoseco'ndi accumulati in decine di ore di volo: quantità che non hanno alcun effetto sulla vita di nessuno, e che nel 1971 erano al limite di ciò che si riusciva a misurare. Ma sono due segni opposti, previsti prima e trovati dopo, su orologi che si possono prendere in mano.
Dal 1971 in poi, la dilatazione del tempo ha smesso di essere una faccenda di particelle.
1971, il giro del mondo in due direzioni: previsto e misurato, con i loro margini d'errore
gamma97I tuoi piedi sono più giovani della tua testa
Fin qui abbiamo parlato di velocità. Ma nell'esperimento del 1971 si è affacciata una seconda cosa, la quota, e adesso tocca a lei.
La gravità fa al tempo qualcosa di analogo e indipendente: un orologio più in basso in un campo gravitazionale batte più lentamente di uno più in alto. Non «sembra», non «viene visto»: batte più lentamente.
Il che ha una conseguenza che è insieme vera, verificabile e leggermente comica. I tuoi piedi stanno più in basso della tua testa nel campo gravitazionale terrestre. Quindi i tuoi piedi invecchiano più lentamente della tua testa. Di una quantità così ridicolmente piccola che non cambierà mai niente per te — ma non di zero.
Per la stessa ragione, le scale di casa sono una macchina del tempo. Salire un piano cambia, di pochissimo, il ritmo del tuo orologio rispetto a chi è rimasto giù. Scientific American l'ha messo nel titolo senza scherzare: «In Einstein's Universe, Airplanes and Staircases Are Time Machines».
E non è più solo una faccenda di principio. Nel 1971 il meglio disponibile erano orologi atomici al cesio abbastanza robusti da poter viaggiare in cabina. Oggi gli orologi ottici sono sensibili a dislivelli di centimetri: alzare un orologio dal pavimento al tavolo è diventata un'operazione che si vede sullo strumento.
Tieni insieme le due regole, perché fra un istante servono tutte e due:
- muoversi in fretta fa restare indietro (è la relatività ristretta, quella nata da Michelson-Morley);
- stare più in alto fa andare avanti (è la relatività generale, quella della gravità).
Il conto del satellite: meno sette e più quarantacinque
Torniamo dove eravamo partiti, e adesso il numero si smonta pezzo per pezzo.
Un satellite GPS sta a 20 200 chilometri di quota e ci gira attorno velocissimo. Sul suo orologio agiscono contemporaneamente le due regole del capitolo precedente, e agiscono in direzioni opposte:
- per la velocità orbitale, l'orologio del satellite perde 7 microsecondi al giorno rispetto a uno a terra. È la relatività ristretta: la stessa cosa dei muoni e dell'aereo verso est;
- per la gravità più debole a quella quota, l'orologio del satellite ne guadagna 45. È la relatività generale: la stessa cosa dei tuoi piedi e della tua testa, ma con ventimila chilometri di dislivello invece di un metro e settanta. È quello che si chiama redshift gravitazionaleil fatto che un orologio più lontano da una massa batte più in fretta di uno più vicino redshift gravitazionale.
Sottrai: −7 + 45 = +38.
Ecco perché la prima stranezza del capitolo iniziale non era una stranezza. Gli orologi del GPS vanno avanti e non indietro perché lassù la gravità vince sulla velocità: 45 batte 7. Il 38 microsecondi al giorno non è la misura di un effetto, è il resto di una partita fra i due pezzi della relatività, e per la prima volta nella storia della fisica quel resto è diventato un numero di ingegneria.
Il quadro completo, nella trattazione canonica che Neil Ashby ha pubblicato nel 2003 su Living Reviews in Relativity e che tutta la divulgazione successiva cita, mette in conto anche un terzo contributo relativistico, l'effetto Sagnac, accanto alla dilatazione temporale e al redshift gravitazionale.
E il modo in cui la correzione viene applicata è la parte che merita di essere raccontata alla gente: non c'è nessun computer che ogni notte «ricalibra» gli orologi. Gli orologi vengono tarati prima del lancio, a terra, su una frequenza volutamente sbagliata — sbagliata di quel tanto che, una volta lassù, li rende giusti. La correzione è congelata nell'hardware.
Quando il puntino blu ti mette dal lato giusto della strada, quello che stai vedendo funzionare è un pezzo di teoria della relatività scritto dentro un oscillatore, insieme al conto — dieci chilometri di errore al giorno, posizione già falsa dopo due minuti — di che cosa succederebbe se qualcuno l'avesse considerata una curiosità accademica.
Da dove esce il 38: due effetti relativistici di segno opposto sull'orologio di un satellite GPS
gamma97Il metro, il fotone e il muro
Se gli orologi rallentano e i righelli si accorciano, resta una domanda legittima: che cosa rimane di fisso? Su che cosa si appoggia una misura, se tutti gli strumenti dipendono da chi li usa?
La risposta è: si appoggia sull'unica cosa su cui l'universo non tratta. E nel 1983 la Conferenza Generale dei Pesi e Misure ha preso quella risposta alla lettera, con una mossa che è insieme umile e radicale: ha smesso di misurare la velocità della luce e l'ha fissata per decreto a 299 792 458 metri al secondo esatti, scegliendo il valore che si accordava con le migliori misure disponibili fino a quel giorno.
Da allora quel numero non è più il risultato di un esperimento: è la definizione del metro. Il metro non è più un oggetto campione custodito da qualche parte, è la distanza che la luce percorre in 1/299 792 458 di secondo. Si è rovesciato il verso: non si misura più il tempo con un righello, si misura la lunghezza con un orologio.
È una cosa che ti passa fra le mani più spesso di quanto pensi. Il metro a nastro del falegname, il misuratore laser che in ferramenta ti dice quanto è larga la stanza: la lunghezza che ti danno è, all'origine della catena, un tempo di volo della luce.
E poi c'è il caso limite, quello che chiude il cerchio in modo quasi insolente. Riprendi la formula: γ cresce senza limite man mano che v si avvicina a c. Che cosa succede alla luce stessa?
Per un fotone, partire e arrivare sono la stessa cosa. Fra i due momenti, dal suo punto di vista, non passa nulla. Il fotone non ha un orologio. Stanotte, se guardi una stella a occhio nudo, quel fotone per noi ha viaggiato per un tempo lunghissimo — e per sé stesso ci ha messo zero.
E allora perché non ci mettiamo tutti a viaggiare così? Perché c'è un muro, e il muro è la massa. Portare un oggetto dotato di massa fino alla velocità della luce richiederebbe energia infinita: non «tantissima», infinita. Il fotone non è il più veloce dei viaggiatori, quello che ha vinto la gara. È in un'altra categoria: ci sta esattamente alla velocità della luce perché non ha massa, e non potrebbe andare a nessun'altra velocità.
Le due frasi che sembravano contraddirsi, all'inizio di questo numero — «non esiste una velocità assoluta» e «la velocità della luce è la stessa per tutti» — adesso stanno insieme senza attrito. La prima parla di oggetti che hanno una massa e un orologio. La seconda parla di qualcosa che non ha né l'una né l'altro.
Quanto lo sappiamo, e dove si sta ancora lavorando
Un conto onesto della solidità, perché una cosa capita bene comprende anche quanto è stata verificata.
La costanza della velocità della luce è la cosa meglio verificata di tutte: nessuna dipendenza dalla direzione fino a 10⁻¹⁷, quindici ordini di grandezza meglio dell'apparato del 1887. La dilatazione del tempo su orologi macroscopici è misurata dal 1971 nei margini d'errore dichiarati, e in due direzioni con segni opposti. Il caso dei gemelli — quello che per decenni si è discusso a parole — è chiuso sperimentalmente con un accordo di (0,8 ± 0,7) su mille. E poi c'è la verifica che nessuno chiama così: qualche miliardo di telefoni che ogni giorno si trovano dove dicono di essere.
Dove si sta ancora lavorando, invece.
I fisici continuano a cercare una violazione. Non è diffidenza rituale: i risonatori criogenici che spingono il limite a 10⁻¹⁷ appartengono a un programma di ricerca vivo, che rifà oggi, con strumenti inimmaginabili nell'Ottocento, la domanda che si facevano Michelson e Morley. Ogni ordine di grandezza guadagnato è una possibilità in più che salti fuori qualcosa.
E c'è un numero, in questo stesso pezzo, che non è ancora stabilito: quanto veloce vada il Sole attorno al centro della Galassia. Lo standard IAU dice 220 chilometri al secondo, Gaia e RAVE danno 240, un'altra compilazione 251. Il disaccordo non riguarda la relatività: riguarda quanto siamo lontani dal centro, che è una misura difficile e in corso.
L'ultima cosa è una discendenza. Lo strumento che Michelson costruì per trovare l'etere — sorgente, specchio semiriflettente, due bracci perpendicolari, frange — non è finito in un museo. I suoi nipoti diretti sono gli interferometri che oggi misurano la fusione di due buchi neri: quando leggi una notizia sulle onde gravitazionali, quella misura arriva dalla macchina che nel 1887 non trovò niente.
Resta il prezzo, ed è il modo giusto di guardare tutta questa faccenda. Puoi arrivare ovunque: dieci anni luce in cinque giorni, se acceleri abbastanza. A condizione che, al ritorno, tu accetti che gli orologi non siano più d'accordo — e che nessuno possa dirti quale dei due sbagliava, perché nessuno dei due sbagliava. La frase con cui la fonte di questo numero chiude è esatta: «The universe is not keeping this from you. It is just showing you the price». L'universo non ti sta nascondendo niente. Ti sta solo mostrando il conto.
Centoquarant'anni di misure: come si è stretta la verifica
gamma97Riferimenti
- Michelson–Morley experiment — Wikipedia (spostamento pari a un quarantesimo dell'atteso; repliche Morley-Miller 1902-1904) —
- Albert A. Michelson e Edward W. Morley, l'esperimento del 1887 — Encyclopædia Britannica —
- Modern searches for Lorentz violation — Wikipedia (risonatori ottici criogenici, anisotropia esclusa a 10⁻¹⁷) —
- Einstein all'ufficio brevetti di Berna, «Technical Expert Class III» dal 23 giugno 1902 — einstein-website.de —
- «Zur Elektrodynamik bewegter Körper», Annalen der Physik, 30 giugno 1905 — HISTORY —
- Speed of light / definizione del metro dal 1983 — BIPM e Wikipedia (c = 299 792 458 m/s esatti per definizione) —
- Lorentz factor — Wikipedia; valori di γ calcolati con Wolfram|Alpha —
- Contrazione delle lunghezze, L = L₀/γ — Omni Calculator —
- J. C. Hafele e R. E. Keating, gli orologi atomici sui voli di linea — Science, luglio 1972 —
- Hafele–Keating experiment — Wikipedia e Physics LibreTexts (est: previsti −40 ± 23 ns, misurati −59 ± 10; ovest: previsti +275 ± 21, misurati +273 ± 7) —
- J. Bailey et al., misure della dilatazione temporale su muoni positivi e negativi in orbita circolare — Nature 268, p. 301 (1977); rapporto finale CERN, 1979 —
- Experimental testing of time dilation — Wikipedia (conferma sperimentale del paradosso dei gemelli) —
- Richard W. Pogge, «Real-World Relativity: The GPS Navigation System» — Ohio State University («errors in global positions would continue to accumulate at a rate of about 10 kilometers each day») —
- Relatività e orologi atomici nel GPS — NIST —
- Neil Ashby, «Relativity in the Global Positioning System» — Living Reviews in Relativity, 2003 (dilatazione temporale, redshift gravitazionale, effetto Sagnac) —
- Quota della costellazione GPS, 20 200 km — spacewar —
- Earth's orbit / Earth Fact Sheet — NASA Goddard (29,78 km/s, 107 208 km/h) —
- Velocità del Sole attorno al centro galattico: standard IAU 220 km/s con R₀ = 8,5 kpc; 240 km/s da Gaia e RAVE — MNRAS, Universe Today, Wikipedia —
- «In Einstein's Universe, Airplanes and Staircases Are Time Machines» — Scientific American —