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6 settembre 2026

James Clerk Maxwell calcolò la velocità della luce con due numeri misurati con pile e magneti

Sta fra Newton ed Einstein, ha scritto le quattro leggi che accendono le case e fanno partire le onde radio, e quasi nessuno sa nominarlo.

Nel 1820 un fisico danese muove una bussola attorno a un filo percorso da corrente e vede l'ago girarsi, senza che nulla lo tocchi. Per quarant'anni l'Europa accumula fatti come questo — cariche che si respingono, fili che si attraggono, calamite che accendono correnti — e nessuno sa dire che cosa li tenga insieme. Poi uno scozzese nato proprio in quegli anni prende due numeri misurati su un banco di laboratorio, con pile e magneti, che con la luce non hanno niente a che fare: li moltiplica, ne fa la radice, capovolge il risultato, e gli esce una velocità. È la velocità della luce. Da lì scrive che luce ed elettromagnetismo sono «affezioni della stessa sostanza», e da lì escono la radio, il wifi, il telecomando, la fotografia a colori e la relatività. Questo numero racconta la sua vita e, soprattutto, spiega le quattro leggi che portano il suo nome in modo che alla fine tu possa rispiegarle a qualcun altro.

James Clerk Maxwell calcolò la velocità della luce con due numeri misurati con pile e magneti

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

Velocità

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Un ago che si gira

Millenovecentoventi, Copenaghen. Un fisico danese che si chiama Hans Christian Ørsted sta muovendo una bussola attorno a un filo percorso da corrente. E l'ago della bussola si gira. Si dispone perpendicolare al filo, come se qualcuno lo spingesse con un dito. Ma nessuno lo tocca. Non c'è vento, il filo non è caldo abbastanza da spostare l'aria, e la corrente passa a qualche centimetro di distanza, dall'altra parte del tavolo. Eppure quell'ago obbedisce. Obbedisce a qualcosa che attraversa lo spazio fra il filo e lui, qualcosa che nessuno vede. Fermiamoci su quanto è strano, perché dopo duecento anni ci siamo abituati, e non dovremmo. Una corrente elettrica è fatta di cariche in movimento, particelle che scorrono dentro il filo. L'ago della bussola è un pezzo di ferro. E non è carico affatto, se lo avvicini a un pettine strofinato sui capelli, non succede niente di paragonabile. Eppure quella corrente lo comanda. E lo comanda da lontano, attraverso il nulla che sta in mezzo. Non è nemmeno una cosa da laboratorio, è una cosa che hai già fatto in cucina. Metti un foglio di carta contro lo sportello del frigorifero, appoggiaci sopra una calamita, e la calamita tiene. Tieni il foglio con una forza che attraversa la carta come se la carta non ci fosse. Oppure pensa a qualcosa di ancora più grande, sei dentro il campo gravitazionale della Terra proprio adesso, in questo momento, e la forza della Terra ti arriva in ogni punto della stanza. Non solo dove c'è un pavimento a sostenerti. La senti anche a mezz'aria, se salti. Il pavimento non ti crea la gravità, la gravità c'è già, ovunque, e il pavimento è solo il punto dove finalmente te ne accorgi. Ecco, quel tipo di fatti, l'Europa ne accumula per quarant'anni, uno più preciso dell'altro. Nel mille settecento ottantacinque, in Francia, Coulomb misura come si respingono due cariche elettriche. Nel millenovecentoventi, l'anno dell'ago che si gira, Ørsted e poi due francesi, Biot e Savart, legano la corrente al magnetismo. André-Marie Ampère, un fisico francese che vede la dimostrazione di Ørsted e resta fulminato, si mette a fare esperimenti su esperimenti, e nel milleottocentoventicinque arriva a una legge di forza ricavata interamente dai dati. Nel milleottocentotrentuno Faraday, un inglese che era stato rilegatore di libri, scopre l'induzione, il magnetismo che si muove accende una corrente. Nel milleottocentotrentacinque Gauss, in Germania, mette in conto quante cariche ci sono e come si distribuiscono. Sono pezzi. Pezzi bellissimi, misurati con cura, uno alla volta. E nessuno di questi uomini sa che cosa li tenga insieme. Nessuno di loro sospetta che tenendoli insieme, mettendoli uno accanto all'altro a vedere cosa combaciano, salti fuori una risposta a una domanda che nessuno gli ha ancora fatto, che cos'è la luce. E in tutto questo, c'è una data che sembra un caso e non lo è. Nel milleottocentotrentuno, l'anno stesso in cui Faraday scopre l'induzione, in Scozia nasce un bambino. Si chiama James Clerk Maxwell.

Due spilli e un filo

Edimburgo, primi decenni dell'Ottocento. Il ragazzo di cui parliamo si chiama James Clerk Maxwell, e la prima persona da conoscere, in questa storia, è sua madre, Frances. Aveva quasi quarant'anni quando lui nacque, e fu lei a occuparsi di persona della sua educazione. Incoraggiava le domande invece di spegnerle, cosa niente affatto scontata a quel tempo, e nemmeno oggi. Sul finire del millottocentotrentanove un tumore allo stomaco se la portò via in pochi mesi. Aveva quarantasette anni. Il figlio ne aveva otto, e le sedeva accanto al letto. Il padre si chiamava John. Avvocato per formazione e per obbligo, profondamente annoiato dalle arti forensi. La sua passione vera erano i congegni, costruiva, disegnava, capiva le cose con le mani. Rimasto solo con il bambino, assunse un precettore privato, e fu la decisione peggiore della sua vita. Metodo rigido, ripetizione meccanica e, secondo alcune testimonianze, punizioni fisiche. Sotto quel maestro il bambino più curioso di Scozia faceva progressi scarsi e sembrava spegnersi. L'esperimento durò meno di due anni, qualcuno se ne accorse in tempo. Poi ci fu la scuola vera, l'Accademia di Edimburgo. James arrivò il primo giorno con addosso i vestiti che il padre gli aveva confezionato da sé, scarpe di forma insolita, una tunica di foggia non convenzionale, e i compagni risero. A dieci anni si ritrovò già con il soprannome che si sarebbe portato dietro, Dafty, lo scemo. Ma in quell'aula c'era anche un altro ragazzo di ingegno non comune, Peter Guthrie Tait. Si riconobbero come si riconoscono gli affini in mezzo alla folla, e restarono amici per la vita, anche da adulti, anche quando si trovarono più volte a competere per le stesse cattedre. Adesso i due spilli e il filo. A quattordici anni, James si mise a giocare con un metodo che si insegna ancora oggi, per disegnare un'ellisse pianti due spilli su una tavola, ci passi attorno un filo chiuso, tendi il filo con la punta di una matita e giri. Viene fuori un'ellisse, e i due spilli sono i suoi fuochi, i due punti fissi che la curva tiene d'occhio mentre si chiude. Chiunque altro avrebbe disegnato la sua ellisse e sarebbe passato ad altro. La domanda del ragazzino fu, perché fermarsi a due spilli, e perché tenere il filo semplice? Provò a ripiegare il filo su se stesso, ad avvolgerlo più volte attorno agli spilli, ad aggiungere un terzo punto e un quarto. E siccome ogni avvolgimento cambiava i rapporti fra le distanze, ne uscì un'intera famiglia di curve ovali, ognuna definita da un rapporto numerico diverso, una generalizzazione che nemmeno Cartesio, il filosofo e matematico francese che di queste curve si era occupato per primo, aveva percorso in quel modo. Fermiamoci un momento su quello che è appena successo, perché è più grande di quanto sembri. Un ragazzo prende una ricetta che funziona e invece di eseguirla la smonta, cambia la domanda. Non chiede come si disegna l'ellisse, quello lo sapevano tutti, ma che cosa resta uguale quando cambi tutto il resto. Tenete a mente questo modo di fare domande, è lo stesso che, da grande, lo porterà lontanissimo. Il padre capì che quella roba aveva un valore, e portò il manoscritto sotto gli occhi di un amico di famiglia, James David Forbes, professore di filosofia naturale a Edimburgo. Forbes non fu condiscendente, lesse, controllò, aggiunse osservazioni di suo pugno, e il sei aprile millottocentoquarantasei presentò il lavoro alla Royal Society di Edimburgo, leggendolo lui stesso, perché l'autore era ritenuto troppo giovane per parlare. Il suo giudizio fu, very ingenious, certamente notevole per la sua età. James aveva quattordici anni. E qui c'è un dettaglio che è quasi una beffa del destino, è lo stesso gesto pratico del padre, le mani che fanno le cose, ad aver prodotto sia l'umiliazione davanti ai compagni, con quelle scarpe di forma insolita, sia la consacrazione davanti alla Royal Society. Le stesse mani, il medesimo modo di stare al mondo, prima il soprannome, poi il manoscritto. Dopo venne la trafila regolare. Edimburgo dal novembre millottocentoquarantasette, Cambridge dall'ottobre millottocentocinquanta, prima al college di Peterhouse, poi a Trinity. E nel millottocentocinquantaquattro, il secondo posto al Tripos, l'esame di matematica di Cambridge, una graduatoria che allora si pubblicava e si commentava come oggi una classifica sportiva. Primo arrivò Edward Routh, un altro studente di ingegno eccezionale, che fu poi dichiarato pari merito con lui allo Smith's Prize, il secondo grande premio dell'università. Di Routh non ricorda niente nessuno. Il che è già un piccolo indizio di come funzionano le classifiche, e di quanto poco dicano su chi, di lì a poco, avrebbe cambiato il modo di capire il mondo.

Il campo che nessuno voleva

C'è un uomo, in questa storia, che ha fatto una cosa semplicissima, e per quasi cinquant'anni quasi nessuno l'ha voluto ascoltare. Si chiama Michael Faraday, è un sperimentatore inglese, uno dei più grandi che siano mai esistiti, e il suo esperimento è alla portata di un bambino. Prende un foglio di carta. Ci sparge sopra della limatura di ferro. Mette il foglio sopra una calamita. E guarda. La limatura si muove da sola, e si dispone in curve chiuse, che escono da un polo della calamita, fanno il giro, e rientrano nell'altro polo. Come se la materia stessa stesse disegnando qualcosa che nessun occhio aveva mai visto. Faraday a quelle curve dà un nome, le chiama linee di forza. Ora, verrebbe da dire, bellissimo, e allora? Allora. La comunità scientifica dell'epoca guardò quelle curve e disse no. E lo disse per una ragione precisa, non per cattiveria. Erano un disegno. Un'immagine geometrica, tracciabile col gesso, ma senza una riga di matematica sotto. E Faraday, che veniva dal nulla, che era stato rilegatore di libri prima che scienziato, non aveva formazione matematica avanzata. Quindi, conclusero i colleghi, non era fisica. Un'immagine bella, forse. Non scienza. Adesso tenete a mente questa porta sbattuta in faccia, perché nel milleottocentocinquantacinque un giovanotto scozzese di nome James Clerk Maxwell pubblica il suo primo lavoro di elettrodinamica, e il titolo è, alla lettera, Sulle linee di forza di Faraday. Le linee di forza di Faraday. Maxwell fa l'esatto contrario di tutti, prende l'intuizione visiva dell'uomo che i colleghi scartavano e la mette sotto tutto il resto, come fondamento. E non è un dettaglio da biografia, no. È la scelta da cui discende ogni cosa che viene dopo, in questa storia. Perché quella cosa che Faraday aveva visto, con la sua limatura di ferro, ha un nome che ancora non abbiamo pronunciato. Si chiama campo. Ed è l'idea più importante di tutta questa storia. Vediamo di capirla. Se dovete spiegare a qualcuno perché una calamita tira un chiodo, verrebbe naturale dire, la calamita tira il chiodo. Punto e basta. È il modo sbagliato. Il modo giusto è un altro, ed è questo, la calamita cambia lo spazio attorno a sé. Il chiodo non sente la calamita. Il chiodo sente il posto in cui si trova, che è diverso da come sarebbe quel posto se la calamita non ci fosse. Fermiamoci un attimo su questa frase, perché regge tutto. Il campo è la mappa di questo che cosa ti succederebbe se ti mettessi qui. In ogni punto della stanza, anche nei punti dove non c'è niente, esiste una risposta pronta alla domanda, se qui, in questo punto esatto, ci mettessi una bussola, dove punterebbe? E con quanta forza? La risposta c'è già, in ogni punto, prima che qualcuno venga a misurarla. Ecco che cos'è il campo. E notate com'è fatta, questa definizione, per conseguenze. Ed è proprio questo a renderla solida. Non vi chiede di credere a niente di invisibile, a nessuna sostanza misteriosa. Vi chiede solo di ammettere che quella risposta esiste in ogni punto, anche dove non avete messo niente. Per vederla, c'è un'immagine che funziona bene, ed è la carta del tempo, la carta meteorologica del vento. In ogni punto della carta c'è una freccia, orientata dove il vento tira, e lunga quanto tira forte. Non c'è un solo punto della carta senza freccia. Ecco, il campo è esattamente questo, una regola che a ogni punto dello spazio assegna una freccia, cioè una direzione e un'intensità. È una regola che non lascia buchi, ovunque vi mettiate, la freccia c'è. Ma attenzione, perché qui l'immagine del vento si rompe. E dove si rompe è proprio il punto che è costato alla fisica cinquant'anni. Il vento è fatto di aria che si sposta davvero, c'è una sostanza, l'aria, che va da qui a lì. Il campo no. Il campo elettromagnetico non trasporta niente di simile, non c'è materia che viaggia dalla calamita al chiodo. E chi si affeziona troppo all'immagine del vento, dell'acqua che scorre, finisce per cercare la sostanza che ondeggia, il fluido che trasporterebbe quella forza. E la cercherà per decenni, questa sostanza inesistente, dandole persino un nome, l'etere. Ci cascò tutto l'Ottocento. Ci cascò anche Maxwell. Tenetela da parte, questa parola, etere. Perché ci ritorneremo. Alla fine.

Gli anelli di Saturno

Nel milleottocentocinquantasei l'Università di Cambridge bandì un premio su un problema che aspettava una risposta da due secoli, gli anelli di Saturno. Al telescopio, quegli anelli si vedevano come un nastro continuo, un disco solido avvitato intorno al pianeta, e nessuno riusciva a spiegare come una cosa simile potesse reggersi. Le spiegazioni in circolazione erano due, o l'anello era rigido, o era liquido. Tutte e due, alla prova dei conti, crollavano. James Clerk Maxwell, il giovane fisico scozzese che da ragazzo aveva imparato a generalizzare l'ellisse con due spilli e un filo, qui non si chiese di che cosa fosse fatto l'anello. Cambiò la domanda. Invece di chiedersi com'è fatto, chiese, che cosa può durare, lì? E questa differenza fra le due domande è tutto il metodo. Una cosa non è stabile perché in questo momento sta ferma. È stabile se, quando la sposti di poco, ci torna da sola. Un pendolo appeso è stabile, lo tocchi, oscilla, e torna giù. Una matita in equilibrio sulla punta no, basterebbe un soffio, e cadrebbe. Eppure, in questo preciso istante, la matita e il pendolo sono fermi tutti e due. Visti da fuori, in un fotogramma, sembrano la stessa cosa. La stabilità, allora, non è un fatto di aspetto, è un fatto di comportamento, la proprietà di un sistema che, spostato di poco, ritorna dov'era invece di scappare sempre più lontano. E un comportamento del genere si può calcolare. Non serve guardare l'oggetto. Non serve nemmeno un telescopio. Con quel criterio in mano, Maxwell fece fuori, per via puramente matematica, tutto ciò che non poteva sopravvivere lassù. Un anello rigido, fece i conti, si sarebbe fatto a pezzi da solo. Un anello di fluido, uguale, si sarebbe sfilacciato e distrutto. Eliminate tutte le cose che non possono durare, restava una sola risposta possibile, l'anello non è un nastro. È una folla di corpi separati, sassi e blocchi, ciascuno in orbita per conto proprio, così fitti che da lontano si confondono in un disco. Il saggio uscì nel milleottocentocinquantanove, pagine e pagine di calcolo, e dentro, in fondo, la risposta giusta. Che nessuno poté verificare per un secolo intero, finché le sonde spaziali non andarono a fotografare gli anelli da vicino, e li trovarono esattamente così, una folla. Se vuoi un'immagine, pensa a un ingorgo in autostrada visto dall'aereo, da lassù sembra un nastro continuo, ed è fatto di automobili separate, ognuna col suo motore. Ma attenzione, l'immagine lavora fino a un punto, e oltre mente. Le auto incolonnate quasi si toccano e vanno alla stessa velocità, bloccate dal traffico davanti. I corpi dell'anello no, nessuno tocca nessuno, e a tenerli lì è la gravità di Saturno, che dà a ciascuno una velocità diversa, a seconda di quanto è lontano dal pianeta. Il nastro, allora, non è fermo, e non scorre nemmeno tutto insieme, la parte interna corre più veloce della parte esterna. Un fiume che obbedisce a una regola opposta a quella dei fiumi. E adesso la vita di quest'uomo, perché la storia che conta non è ancora cominciata. Nel milleottocentocinquantasei, lo stesso anno del bando di Cambridge, Maxwell a venticinque anni vinse una cattedra al Marischal College di Aberdeen, in Scozia. Nel milleottocentocinquantotto, il due giugno, sposò Katherine Mary Dewar, figlia del reverendo Daniel Dewar, che del collegio era il preside. Poi Aberdeen decise di fondere le sue due università in una sola, e nei registri dell'ateneo resta scritto, in inglese, che la sua cattedra fu abolita. Soppressa. Sparita. L'uomo che aveva appena risolto il problema degli anelli di Saturno restò senza lavoro. Trovarono un posto per lui al King's College di Londra, dove restò dal milleottocentosessanta al milleottocentosessantacinque. Ed è lì, in quei cinque anni, che succede il resto di questa storia.

Prima legge: sorgenti e scarichi

Le quattro leggi, adesso, una per volta. Ma conviene dirlo subito, com'è diviso il merito, perché è la cosa che le targhe non raccontano, tre di queste quattro frasi le hanno trovate altri. Maxwell le ha raccolte, le ha tradotte in un linguaggio comune e le ha rese coerenti fra loro. Una sola parte l'ha aggiunta lui, mezza frase, nella quarta legge. E da quella mezza frase uscirà tutto il resto. Per la prima legge serve un solo attrezzo, e conviene costruirlo con cura, perché la seconda legge userà esattamente lo stesso. Immagina una rete da pesca tesa in mezzo a un fiume. Quanta acqua ci passa attraverso? Dipende da quanto scorre il fiume, questo è ovvio. Ma dipende anche da come hai messo la rete. Se la tieni di traverso alla corrente, passa tutto. Se la giri di taglio, non passa quasi niente. E in mezzo ci sono tutte le posizioni fra le due. Ecco, questa quantità, quanta parte di un campo attraversa una superficie, tenendo conto anche di come la superficie è inclinata rispetto al campo, ha un nome, si chiama flusso. Due avvertenze sull'immagine, però, e sono anche il motivo per cui bisognerà lasciarla presto. La prima, l'acqua che passa attraverso la rete se ne va davvero a valle, si consuma il suo viaggio, il campo no, il campo non si consuma passando. La seconda, ed è la più importante, la rete che serve qui non è un telo teso. È un sacchetto chiuso. Il fiume, con la sua corrente che va in una direzione sola, nasconde proprio la chiusura, e la chiusura è tutto il punto. Ecco allora la prima legge. Prendi una regione di spazio qualunque e chiudila dentro un sacchetto immaginario. Una sfera, un cubo, la forma che vuoi, l'importante è che sia chiusa, senza buchi. Ora conta quanto campo elettrico esce dalla superficie del sacchetto, e sottrai quanto ne entra. Il risultato ti dice esattamente quanta carica elettrica c'è dentro. Non più o meno. Esattamente. Se dentro il sacchetto non c'è carica, il conto fa zero, anche se dentro passano campi fortissimi, prodotti da cariche che stanno fuori, tutto quello che entra da una parte esce dall'altra, il bilancio si chiude da solo. Se dentro c'è una carica positiva, il conto è positivo, la carica positiva produce flusso, è una sorgente. Se è negativa, il conto è negativo, la carica negativa assorbe flusso, è uno scarico. Il modo più rapido per afferrarlo è un casello autostradale. Conti quante auto entrano in un tratto e quante ne escono. Se i due numeri non tornano, dentro quel tratto c'è qualcosa, un parcheggio che le trattiene, o una demolizione che le fa sparire. Ecco, questo bilancio, quanto campo esce e quanto entra da una regione piccolissima attorno a un punto, ha anch'esso un nome, divergenza. Anche qui, però, il confronto con le auto mostra il proprio limite, le auto si contano una per una, il campo no, il campo è continuo, e un parcheggio è un contenitore, mentre la carica non contiene niente, la carica è la sorgente stessa. La sostanza della prima legge, in una frase, il campo elettrico può nascere e può morire, e nasce e muore soltanto sulle cariche. Un numero, adesso, che servirà fra poco. Nella legge di Coulomb, la legge che dice quanto forte si respingono due cariche, compare una costante. Vale nove miliardi di newton per metro quadrato, diviso il quadrato del coulomb. Non ti serve ricordarla. Ti serve ricordare che esiste e che la teniamo da parte, perché dentro quel numero è nascosta una cosa che nessuno ha visto per settant'anni.

Seconda legge: nessun capolinea

Rifai adesso lo stesso identico conto, ma con il magnetismo. Chiudi il tuo sacchetto immaginario attorno a qualunque cosa, una calamita, un filo percorso da corrente, il niente, e fai la somma, quanto campo magnetico esce, meno quanto campo magnetico entra. Viene zero. Sempre. Qualunque sacchetto tu scelga, ovunque lo metta, di qualunque forma, anche se ci chiudi dentro una calamita intera, con tutto il suo nord e il suo sud. Zero. Fermati un momento su quanto è forte questa affermazione. Perché le due leggi, scritte sulla carta, si somigliano moltissimo, stesso conto, stessa superficie chiusa, lo stesso sacchetto. Ma nel primo caso, a fine conto, restano le cariche. Nel secondo caso resta lo zero. E lo zero significa una cosa sola, le linee magnetiche non cominciano da nessuna parte e non finiscono da nessuna parte. Non hanno capolinea. Si richiudono su se stesse, come anelli. E la conseguenza la puoi verificare in cucina, stasera. Prendi una calamita a barra e spezzala in due, aspettandoti di ritrovarti con un polo nord da una parte e un polo sud dall'altra. Non succede. Ti ritrovi con due calamite intere, ciascuna con il suo nord e il suo sud. Spezza ancora, quattro calamite intere. E puoi continuare finché vuoi. Un polo nord isolato, o un polo sud isolato, una calamita con una faccia sola, insomma, non lo otterrai mai. Una carica elettrica positiva da sola, invece, esiste benissimo, è la cosa più facile del mondo. Se vuoi un'immagine, pensa alle linee magnetiche come elastici chiusi. Puoi deformarli, tirarli, annodarli, ma non puoi tagliarne uno e restare con un capo in mano. E proprio qui l'immagine mostra dove smette di funzionare, perché un elastico, in realtà, lo puoi tagliare. E poi c'è un'altra cosa, quelle linee non esistono come oggetti. Sono un disegno nostro, e quante disegnarne è una scelta nostra. Un elastico ha una posizione precisa. Il campo, invece, c'è ovunque, dappertutto, senza buchi. E questa asimmetria fra le prime due leggi non è una scoperta dell'Ottocento. Nel mille duecentosessantanove, un francese che si firmava Petrus Peregrinus de Maricourt, studioso di calamite in un'epoca in cui la calamita era ancora quasi un oggetto magico, aveva già messo per iscritto l'idea che i poli magnetici isolati non esistano. Sei secoli prima che diventasse un'equazione. In una frase, il campo magnetico non nasce e non muore, si richiude ad anello.

Terza legge: il magnetismo che cambia

Prendi una bobina di filo, collegata a uno strumento che misura la corrente, e avvicinale una calamita. Finché la calamita si muove, nella bobina nasce corrente. Ma fermati, anche con la calamita a un millimetro dal filo, anche con una calamita potentissima, e la corrente sparisce. Allontana la calamita, e la corrente torna, però in verso opposto. Qui c'è una domanda da farsi, ed è quella giusta, perché solo mentre si muove? Una calamita ferma vicino alla bobina produce un campo magnetico enorme, attraverso il filo, eppure non succede niente. E la risposta contiene tutta la legge, non conta quanto magnetismo c'è dentro la bobina, conta quanto in fretta cambia. Un campo grandissimo ma fermo non accende niente. Un campo piccolo che cambia, sì. Non la quantità, la velocità di variazione. Fu Michael Faraday, il fisico che vedeva il campo dove tutti gli altri non vedevano niente, a dimostrarlo nel milleottocentotrentuno, e lo fece nel modo più asciutto possibile, senza nemmeno muovere niente. Prese un anello di ferro, avvolse due fili alle estremità opposte, fili che non si toccano fra loro. Collegò una batteria da una parte, e dall'altra parte passò un guizzo di corrente. Solo un guizzo, solo nell'istante dell'attacco. Poi più niente, per quanto tempo lasciasse la batteria collegata. Quando staccò la batteria, un altro guizzo, in verso opposto. Faraday lo chiamò un'onda di elettricità. C'è un punto, dentro questo esperimento, che sembra piccolo e invece è enorme, per accendere quel campo elettrico non serve nessuna carica. Ricordate la prima legge, il campo elettrico nasce sulle cariche, come l'acqua nasce da una sorgente. Ecco, la terza legge dice che ne esiste un altro tipo di campo elettrico, uno che non nasce da nessuna carica, che gira in tondo su se stesso, e che a produrlo basta un magnetismo che cambia. Ed è per questo che si può dire una cosa che sembra impossibile, ogni elettricità che accende una casa, ogni alternatore di ogni centrale del pianeta, che vada a vapore, ad acqua, a vento, non fa altro che far cambiare un campo magnetico dentro delle bobine. E poi c'è il segno meno. Che è la parte più bella. Prova a spingere una calamita dentro una bobina chiusa, senti una resistenza. Il sistema respinge, come se il filo si difendesse. E non è un'impressione. La corrente che nasce produce a sua volta un campo magnetico, e lo produce sempre nel verso che si oppone al cambiamento. Respinge la calamita che entra, trattiene quella che esce. Si potrebbe chiamarla la pigrizia del mondo, qualunque cosa tu faccia, il sistema fa quella che ti ostacola. Ma pigrizia fa venire in mente intenzione e memoria, come se il filo sapesse che cosa gli sta capitando. E non è così. Il motivo è aritmetico, e vale la pena arrivarci da soli, immagina che il segno fosse più, invece che meno. Cioè che la corrente indotta aiutasse il movimento invece di ostacolarlo. Spingi la calamita, la bobina la tira dentro, questo genera altra corrente, che tira di più, che genera altra corrente. avresti energia gratis, all'infinito, da una spinta iniziale. Ecco, il segno meno non è un dettaglio di calcolo. È la conservazione dell'energia, scritta dentro l'elettromagnetismo. E ha una conseguenza che usi ogni giorno senza saperlo. Appoggi il telefono sulla base di ricarica, senza infilare nessun cavo, e lo ritrovi carico, è la terza legge. La piastra a induzione della cucina, la dinamo della bicicletta, terza legge. Il metal detector dell'aeroporto, segno meno. E quando togli il piede dall'acceleratore di un'auto elettrica e la senti frenare da sola, mentre la batteria si ricarica, quella frenata è esattamente la resistenza che senti spingendo la calamita nella bobina. Con una differenza, che lì la resistenza è il punto. È quella che sta trasformando il moto dell'auto in carica. Tutto quanto, in una frase, un campo magnetico che cambia accende un campo elettrico che gira in tondo, e lo accende sempre nel verso che ostacola il cambiamento.

Quarta legge, e il pezzo suo

La quarta legge, quella su cui Maxwell mise le mani, non era sua. Era la legge di un fisico francese, Ampère, che l'aveva ricavata dagli esperimenti, il magnetismo nasce dalle cariche che scorrono in un filo. Attorno a un filo percorso da corrente si forma un campo magnetico che gira ad anello, tutto intorno, come un cerchio di forze invisibili. E se questo vi suona familiare, è perché è la stessa cosa con cui abbiamo aperto tutto, l'ago della bussola che si gira vicino a un filo. Quel fatto, messo in formula. E funzionava benissimo. Per i fili. Si rompeva appena la corrente non era continua. E il caso che la rompe è una cosa chiamata condensatore in carica, due piastre di metallo una di fronte all'altra, separate dal vuoto, collegate a un generatore. Nel filo, le cariche scorrono, e fin qui tutto bene. Ma fra le due piastre non passa nessuna carica. C'è il vuoto, in mezzo, ed è proprio quello il punto, è proprio per quello che si chiama condensatore. Eppure, lì in mezzo, attorno a quello spazio vuoto, si forma lo stesso anello di campo magnetico che c'è attorno al filo. Si può misurare. C'è davvero. E la legge di Ampère, presa alla lettera, dice che non dovrebbe esserci. Ecco il momento. Qui Maxwell fa una cosa che nessun esperimento aveva mai visto, aggiunge un pezzo. E dice, fra le piastre non passa carica, d'accordo, ma passa qualcosa d'altro. Il campo elettrico fra le piastre sta crescendo, perché le piastre si stanno caricando, e un campo elettrico che cambia produce da solo il suo magnetismo, esattamente come una corrente vera. Contato alla pari di una corrente vera, anche se nessuna carica si sposta. A questa cosa lui dà un nome, corrente di spostamento. Un campo elettrico che varia nel tempo, trattato come se fosse corrente. Fermiamoci un attimo, perché questo è il salto, e merita di essere riconosciuto per quello che è. Un pezzo aggiunto non perché qualcuno l'avesse mai osservato, ma perché senza di esso l'edificio non stava in piedi. Il lavoro dove Maxwell lo fa è del milleottocentosessantuno, sessantadue, pubblicato in quattro puntate, e si intitola On Physical Lines of Force, sulle linee di forza fisiche. E ci arrivò in un modo curioso, stava costruendo un modello meccanico dell'etere, fatto di vortici molecolari e ruote dentate, una specie di ingranaggio celeste, un'impalcatura che oggi nessuno userebbe, e che è stata smontata da tempo. Su come sia arrivato esattamente a quel termine, gli studiosi discutono ancora, i libri di scuola lo raccontano come una necessità, una questione di conti che devono tornare, chi studia la storia della scienza segue invece il percorso vero, attraverso quel modello di vortici. Ma il punto è un altro. Perché comunque ci sia arrivato, il risultato è questo, ed è semplice da dire, il magnetismo nasce da due cose. Dalle cariche che scorrono. E anche da un campo elettrico che cambia, senza che si muova una sola carica. Da quel pezzo aggiunto, e da niente altro, escono le onde elettromagnetiche. Senza, non esisterebbe nessuna antenna, niente si staccherebbe mai da un filo per andarsene per conto proprio, a viaggiare nello spazio. E allora pensateci, la prossima volta che aprite l'elenco delle reti wifi del telefono e vedete comparire quelle dei vostri vicini, attraverso un muro, state guardando la mezza frase che Maxwell ha aggiunto, quasi milleottocento anni fa no, centocinquant'anni fa, perché i conti tornassero.

L'onda che si tiene su da sola

Adesso prendi la terza legge e la quarta, e mettile una accanto all'altra. Guardale bene, sono quasi la stessa frase con le parole scambiate di posto. La terza diceva questo, un campo magnetico che cambia accende un campo elettrico che gira. Ma quel campo elettrico appena acceso non è fermo, sta nascendo, e quindi sta cambiando. E un campo elettrico che cambia, questo era il pezzo che aveva aggiunto Maxwell, accende un campo magnetico che gira. Il quale, nascendo, cambia. E riaccende quello elettrico. È un cane che si morde la coda, ma in modo produttivo. Una volta partita, la coppia non ha più bisogno di nessuno, non le serve la carica che l'ha accesa, non le serve un filo, non le serve nient'altro. Si sostiene a vicenda e corre via. Questa cosa è la luce. Se fai il conto per esteso, combinando le due leggi, viene fuori una struttura matematica che i fisici conoscevano benissimo da un secolo, l'equazione delle onde. È la forma che descrive qualunque perturbazione che viaggia a velocità fissa, il suono nell'aria, un'onda lungo una corda tesa. E l'equazione delle onde ha sempre, dentro, una velocità. L'immagine che di solito si usa è quella di due mani che si tirano su a vicenda mentre cadono. Rende bene l'idea che l'onda non abbia bisogno di niente altro, ma sbaglia in due punti, e conviene vederli subito. Suggerisce un'alternanza a turni, prima uno, poi l'altro, mentre nell'onda che viaggia nel vuoto i due campi vanno insieme, forti insieme, nulli insieme. E suggerisce che i due campi si passino l'energia avanti e indietro, che non è quello che succede. Le due mani si tengono a vicenda, questi due campi camminano fianco a fianco. Ora, la velocità. Da dove esce? Il vuoto non è niente, ha due proprietà che si possono misurare. La prima è quanto facilmente si lascia attraversare da un campo elettrico, si chiama permittività, ed è come la morbidezza del vuoto rispetto all'elettricità. La seconda è quanto facilmente si lascia attraversare da un campo magnetico, si chiama permeabilità, ed è la stessa idea, ma per il magnetismo. Sono due numeri che si misurano su un banco di laboratorio, con pile, fili e magneti. Con la luce non c'entrano niente, puoi ricavarli in una stanza buia. Adesso moltiplicali fra loro, fai la radice quadrata, e capovolgi il risultato. È un conto da trenta secondi, si può fare davvero con la calcolatrice del telefono. Il prodotto fa circa undici virgola cinque miliardi di miliardi. La radice, circa tre virgola quattro miliardi. Uno diviso per quel numero, circa duecentonovantacinque milioni di metri al secondo. L'arrotondamento dei valori usati ti costa le ultime cifre, con i numeri pieni escono i trecento milioni di metri al secondo della luce. Il vuoto ha una velocità scritta dentro, e non gliel'ha messa nessuno. E c'era anche prima, in bella vista. Ricordate la costante della prima legge, il numero che stava dentro la legge di Coulomb, nove miliardi? Riscritta nelle unità della corrente, quella costante si legge come una forza divisa per una corrente al quadrato, moltiplicata per una velocità al quadrato. E quella velocità al quadrato vale nove volte dieci alla sedicesima, cioè il quadrato di trecento milioni di metri al secondo. La velocità della luce stava dentro la legge che descrive due cariche ferme che si respingono, la legge del millesettecentottantacinque, quella delle bacchette di vetro strofinate, e per settant'anni nessuno l'ha guardata. Maxwell ci arrivò per una strada un po diversa, e più drammatica. Nel milleottocentocinquantasei, due fisici tedeschi, Wilhelm Weber e Rudolf Kohlrausch, avevano misurato il rapporto fra le due unità di carica allora in uso, quella elettrostatica e quella elettromagnetica. Un numero nato da pile, bottiglie di Leida e bilance di torsione, senza il minimo pensiero per la luce. Ma quel rapporto aveva le dimensioni di una velocità, ed era vicinissimo alla velocità della luce. Con una finezza che le divulgazioni saltano, fra il numero di Weber e la velocità della luce c'è di mezzo una radice di due. Maxwell prese quel numero e lo infilò nell'equazione con cui Newton calcolava la velocità del suono, applicata al suo etere di vortici. Gli uscì circa trecentodieci milioni di metri al secondo. La velocità della luce, misurata in quegli anni dai francesi Fizeau e Foucault, uno con una ruota dentata, l'altro con uno specchio che ruotava, era circa trecento milioni. Uno scarto del tre per cento. Chiunque poteva archiviarlo come una coincidenza curiosa. Maxwell scrisse invece, in inglese, che l'accordo dei risultati sembra mostrare che luce e magnetismo sono affezioni della stessa sostanza, e che la luce è una perturbazione elettromagnetica che si propaga nel campo secondo le leggi dell'elettromagnetismo. Le due strade partivano da posti lontanissimi, un banco con pile e magneti da una parte, una ruota dentata puntata su uno specchio lontano dall'altra, e finivano sullo stesso numero. Quando due misure che non si conoscono cadono sullo stesso punto, la coincidenza smette di essere una coincidenza, è la prova. Troppo forte per essere falsa. L'otto dicembre millottocentosessantaquattro lesse alla Royal Society di Londra il lavoro che contiene la sesta parte, quella con la teoria elettromagnetica della luce. A un corrispondente aveva scritto, del proprio lavoro, che lo riteneva, in inglese, great guns, pezzi d'artiglieria. Un'ultima onestà sui conti, perché la leggenda va corretta. Non erano quattro equazioni. Nel milleottocentosessantuno erano venti equazioni differenziali in venti variabili, un apparato che oggi nessuno studente riconoscerebbe. La forma a quattro comparve nel Trattato del milleottocentosettantatré, e la scrittura compatta ed elegante che oggi si vede stampata sulle magliette è opera del lavoro venuto dopo, su quella base. Le quattro equazioni più famose della fisica sono famose in una veste che il loro autore ha visto solo in parte.

Lo spettro è uno solo

Se la luce è quella cosa che si è costruita poco fa, un campo elettrico che cambia e accende un campo magnetico, che cambiando tiene in piedi il primo, e via da soli, senza che nessuno li sorregga, allora viene subito una domanda, che cosa distingue una luce da un'altra? Che cosa rende diverso il rosso dal blu, il giorno dalla notte? La risposta è una cosa sola, quanto in fretta oscilla. Nient'altro. Solo la velocità con cui quella coppia di campi vibra, su e giù, su e giù. E qui arriva una conclusione che sembra uno scherzo, e non lo è. Le onde della radio, le microonde del forno, il calore che senti stando a mezzo metro dal termosifone, la luce del Sole, l'ultravioletto della lampada per le unghie, i raggi X dell'ospedale, i raggi gamma, sono lo stesso, identico fenomeno. Tutta la stessa cosa. Cambia solo quanto in fretta vibra, e quindi cambia quanto è lunga un'onda, dai chilometri delle onde radio più lunghe, fino a dimensioni più piccole di quelle di un atomo per i raggi gamma. Immagina un righello infinito, con tutte le velocità di vibrazione una dietro l'altra, senza interruzioni, su quel righello, la parte che il nostro occhio riesce a vedere è una fettina sottilissima, un piccolo tratto al centro. E l'abbiamo chiamata luce solo perché noi siamo fatti così, perché i nostri occhi vedono solo quella fettina. Non perché lì finisca qualcosa. Pensaci un momento, il forno a microonde e il telecomando che cambi i canali con la luce infrarossa sono lo stesso apparecchio, regolato su due velocità diverse. E la radiografia è ancora quell'apparecchio, solo a una velocità molto più alta. Scaldare una tazza di latte e cambiare canale, lo stesso gesto fisico, fatto in due stanze della stessa casa. Però c'era ancora un buco, fra tutto questo e la fisica vera. Nessuno, fino a quel momento, aveva mai fabbricato un'onda elettromagnetica di proposito. La luce c'era già, il calore c'era già, erano lì da sempre. Le equazioni di Maxwell dicevano che queste onde si potevano produrre in laboratorio, bastava muovere delle cariche elettriche avanti e indietro, abbastanza in fretta, ma era una previsione scritta sulla carta. Carta, e nient'altro. Fu un fisico tedesco, Heinrich Hertz, a farla davvero. Correva l'anno millottocentoottantasette, e il lavoro finì l'anno dopo, nel millottocentottantotto. Hertz costruì un apparecchio che faceva saltare delle cariche avanti e indietro a grande velocità, e dall'altra parte della stanza mise un anello di filo con un piccolo vuoto nel mezzo, un piccolo spazio dove il filo si interrompeva. E lì, in quel vuoto, vide scoccare una scintilla. Nessun filo collegava l'apparecchio all'anello, in mezzo c'era solo aria. L'onda era partita da una parte, aveva attraversato la stanza da sola, e aveva spinto l'elettricità dentro l'anello dall'altra. Era la prova definitiva di ciò che Maxwell aveva soltanto calcolato. Ed è, letteralmente, la prima trasmissione radio della storia, la prima volta che un uomo manda un segnale attraverso l'aria e un altro punto della stanza lo raccoglie. Maxwell era morto nel milleottocentosettantanove. Otto anni prima. Non lo seppe mai. E non seppe nemmeno quest'altra, l'equazione che oggi si usa come definizione stessa di campo elettrico e campo magnetico, quella che dice che cosa fa un campo a una carica elettrica che ci passa dentro, sarebbe stata ricavata da un fisico olandese, Hendrik Lorentz, solo nel milleottocentonovantacinque, sedici anni dopo la sua morte. Maxwell, di quell'equazione, aveva dato soltanto un accenno.

Tre lastre e un nastro scozzese

C'è un altro pezzo di Maxwell che avete in mano in questo momento, mentre ascoltate. Non c'entrano le equazioni. C'entra lo schermo, il telefono, la fotografia. Stiamo a metà dell'Ottocento. La fotografia esiste già, ma registra solo il bianco, il nero e le tonalità in mezzo. Il colore, no. E non è pigrizia, la chimica disponibile reagisce alla quantità di luce che la colpisce, non al suo colore. Colpisce forte, si scurisce tanto, colpisce debole, si scurisce poco. Rosso o azzurro che sia, per quella chimica è solo più o meno luce. Sembrava un muro senza porte. Maxwell fece la cosa che faceva sempre, cambiò la domanda. Invece di chiedersi come far vedere i colori a una lastra, si chiese come li vede l'occhio. E l'occhio umano ha una caratteristica sorprendente, dentro ha tre soli tipi di recettori, e con quelli soltanto rimette insieme ogni colore del mondo. Tre misuratori, e ne esce un tramonto. E allora, ragionò Maxwell, se l'occhio costruisce ogni colore con tre soli ingredienti, vuol dire che qualunque colore si può rifare mescolando tre luci. Non serve una lastra che veda il rosso o il verde. Bastano tre fotografie in bianco e nero, scattate attraverso tre filtri colorati diversi, una che registra la scena vista dal rosso, una dal verde, una dal blu. Poi si proiettano insieme, ciascuna attraverso il suo stesso filtro, e le tre immagini si sommano sull'occhio. Il colore non è mai stato sulla lastra. Il colore sta nel modo in cui le tre lastre si rimettono insieme. È una ricetta a tre ingredienti, per fare l'arancione non serve possedere l'arancione, basta sapere quanto rosso e quanto giallo mettere. Maxwell propose il metodo nel milleottocentocinquantacinque. Sei anni dopo, nel milleottocentosessantuno, lo realizzò. Come soggetto scelse un nastro di tartan scozzese, la stoffa a quadri dei clan. È la prima fotografia a colori della storia. Ma attenzione a come nasce, perché qui c'è un uomo che rischia di sparire. Maxwell non era fotografo. Per l'esecuzione materiale ingaggiò Thomas Sutton, un fotografo professionista, l'idea era di Maxwell, le mani erano di Sutton. E oggi, sulle didascalie e nei libri, il nome di Sutton è quasi sempre cancellato. C'è qualcosa di beffardo, in questo, un invisibile dentro la storia di un uomo celebre proprio per aver visto le cose invisibili. Del resto, su che filtri Sutton usò davvero quel giorno le fonti non si mettono d'accordo, alcune dicono rosso, blu e giallo, altre rosso, verde e blu-violetto. E ora il punto dove la ricetta smette di funzionare, che è il punto più interessante di tutti. Quei tre ingredienti bastano perché l'occhio umano ha tre recettori. Non perché la luce sia fatta di tre colori. La luce, lo abbiamo visto, è un righello continuo, senza gradini, di sfumature ne ha infinite, e noi ne misuriamo tre. Un animale con quattro tipi di recettori, e in natura esistono, alcuni uccelli li hanno, che guardasse la nostra ricostruzione vedrebbe un falso evidente. Vedrebbe che qualcosa manca. Noi no. Noi non possiamo. Da quell'idea del milleottocentocinquantacinque discende, passo dopo passo, ogni schermo che guardate, gli schermi a cristalli liquidi dei vecchi televisori, quelli più recenti a diodi luminosi organici, il sensore della fotocamera, il formato con cui salvate le foto, la stampa a colori. E potete verificarlo adesso, mentre ascoltate. Avvicinate l'occhio allo schermo del telefono, finché non vedete i puntini. Sono rossi, verdi e blu. Solo quelli, nient'altro. E da mezzo metro di distanza fanno il bianco, perché il bianco, come l'arancione, è una ricetta. Una ricetta scritta per un occhio con tre misuratori, da un uomo che dell'invisibile aveva fatto il suo mestiere.

Quello che non c'era

Se la luce è un'onda, che cos'è che ondeggia? È la domanda che ci portiamo dietro da tre capitoli, da quando l'immagine del vento ci era servita per pensare al campo, e che adesso va guardata in faccia, perché è qui che Maxwell ci riserva l'ultima sorpresa. L'acqua ondeggia nell'acqua, il suono nell'aria, togli l'aria, e il suono non c'è più. Nell'Ottocento questo sembrava ovvio. Ogni onda, si diceva, ha bisogno di qualcosa in cui muoversi. Quindi doveva esistere un qualcosa che riempie tutto l'universo, compreso lo spazio vuoto fra noi e il Sole, e in cui la luce fa le sue onde. Lo chiamarono etere luminifero. E badate, Maxwell non solo ci credeva. Il suo etere aveva perfino una struttura interna, fatta di vortici e ruote dentate, ed era stato proprio quell'impalcatura meccanica a portarlo alla corrente di spostamento, al pezzo suo, quello aggiunto alla quarta legge. L'immagine di fondo era questa, il vuoto come un materiale. Un materiale con due proprietà elastiche, un po come l'acciaio ha una densità e una rigidità, e da quelle due si ricava quanto veloce va il suono dentro l'acciaio. È letteralmente la strada che Maxwell percorse, usò l'equazione della velocità del suono, scritta da Newton, e ci mise dentro il vuoto al posto del metallo. Funzionava, e funzionando, portava dentro casa una conseguenza. Perché se il vuoto è un materiale, allora è fatto di qualcosa, e allora ci si può stare fermi rispetto a lui, come si sta fermi rispetto all'aria di una stanza. Sono due fisici americani, Albert Michelson ed Edward Morley, i primi a cercare l'etere con un esperimento, senza trovarlo, e sarebbe toccato ad Albert Einstein, il fisico tedesco che nel millenovecentocinque firma la relatività, smontare del tutto quell'immagine. Ma il punto non è l'esperimento mancato. Il punto è un dettaglio, e il dettaglio è un'assenza. Nelle quattro equazioni, la velocità dell'onda esce come un numero fisso. Però da nessuna parte, in nessuna delle quattro, c'è scritto rispetto a che cosa. Rispetto a chi è ferma, quella velocità? Tutti davano per scontato che fosse rispetto all'etere, perché era l'unica risposta immaginabile. Solo che l'etere, appunto, non si trovava. Provate a rispondere da soli, prima di andare avanti. Se accendo una torcia mentre corro, la luce che esce va più veloce della luce di uno che sta fermo? Per un sasso lanciato da un treno in corsa la risposta è sì, le velocità si sommano. Per il suono no, un grido viaggia sempre alla stessa velocità nell'aria, chiunque abbia gridato. E la luce? A quale dei due somiglia? Einstein, nel millenovecentocinque, prese quella mancanza per quello che era. Se nelle equazioni non c'è nessuna clausola che leghi la velocità della luce al moto di chi l'ha accesa, vuol dire che quella clausola non serve, la velocità della luce è la stessa per tutti, punto. E se è la stessa per tutti, ad andarsene devono essere l'etere, e, molto peggio, il tempo assoluto, quello uguale per tutti, che scorre uguale ovunque. Einstein stesso l'avrebbe messo per iscritto senza girarci attorno, in inglese, the principle of the constancy of the velocity of light used there is of course contained in Maxwell's equations. Il principio della costanza della velocità della luce, sta dicendo, è naturalmente contenuto nelle equazioni di Maxwell. Non l'ha inventato. L'ha letto in ciò che stava lì, da vent'anni, sotto gli occhi di tutti. E c'è un modo di dirlo che vale la pena tenersi, perché ribalta l'intuizione. Non è che la luce sia veloce. È lo spazio vuoto che a questo tipo di perturbazione permette una sola velocità, quella velocità è fatta di due proprietà dello spazio, come la velocità del suono nell'acciaio è fatta della densità e della rigidità dell'acciaio. E siccome è una proprietà del vuoto, non del lampione, non cambia se il lampione si mette a correre. Un'ultima crepa, prima di chiudere, ed è una crepa domestica, nascosta nella terza legge, quella del magnetismo che cambia e accende l'elettricità. Se avvicini una calamita a una bobina, nasce corrente. Se tieni ferma la calamita e muovi la bobina, nasce esattamente la stessa corrente. E però, nella fisica dell'epoca, quei due casi si spiegavano con due meccanismi diversi. Allora, chi decide chi si sta muovendo, la calamita o la bobina? È con questa domanda, presa da un esperimento da tavolo che chiunque può rifare in cucina, che Einstein apre il lavoro del millenovecentocinque. Le equazioni di Maxwell, scritte per salvare l'etere, non ne parlano. E questo silenzio, vent'anni dopo, è bastato a far cadere il tempo assoluto.

Glenlair, e poi il silenzio

A trentaquattro anni, nel millottocentosessantacinque, James Clerk Maxwell aveva appena letto alla Royal Society di Londra il lavoro che conteneva la teoria elettromagnetica della luce, la cosa più grande della sua vita, e in quel momento, con quel lavoro in mano, si dimise. Lasciò la cattedra al King's College di Londra e se ne tornò a Glenlair, la casa di famiglia in campagna, in Scozia. E perché andarsene proprio allora, proprio nel momento del trionfo? Ci sono due versioni, e la cosa curiosa è che nessuna delle due esclude l'altra. Il suo biografo, un certo Mahon, la lega a Katherine, sua moglie, se ne andò per una vita ferma accanto a lei, lontano dal rumore di Londra. Hearnshaw, lo storico del King's College, indica invece ragioni istituzionali, nel dipartimento, scrive, non c'era abbastanza da fare per due insegnanti. Un uomo che se ne va per amore, e un ufficio che non aveva lavoro per due, le due storie stanno benissimo insieme, ed è probabile che sia andata proprio così. A Glenlair, peraltro, Maxwell non si nascose affatto, perché è lì che scrisse il suo Trattato, il libro che sarebbe uscito nel millottocentosettantatré. Ed è in quel libro che le venti equazioni in venti variabili del vecchio lavoro si distillano nella struttura di quattro che il mondo intero, da allora, avrebbe imparato a memoria. Quattro frasi, le stesse quattro che abbiamo percorso fin qui. Poi viene il silenzio, e il silenzio arriva presto. Maxwell morì nel millottocentosettantanove, a quarantotto anni, e il male che lo portò via era lo stesso che aveva portato via sua madre quando lui ne aveva otto e le sedeva accanto. Lei era morta a quarantasette, il figlio a quarantotto. Lo stesso male, la stessa età, quasi sullo stesso volto. E qui c'è la cosa che pesa più di tutte le altre, Maxwell non vide niente, ma proprio niente, di quello che aveva causato. Non vide la scintilla di Heinrich Hertz, il fisico tedesco che nel millottocentoottantasette, otto anni dopo la morte di Maxwell, fece saltare una scintilla in un laboratorio e dimostrò che quelle onde esistevano davvero, non come previsione sulla carta ma come una cosa che saltava nell'aria. E siccome quella scintilla saltò, e qualcuno la vide, da lì nasce direttamente la radio. Che lui non vide. Non vide la forza di Hendrik Lorentz, il fisico olandese che nel milleottocentonovantacinque diede ai campi di Maxwell la definizione operativa che a lui era mancata, il modo di misurarli, di usarli sul banco. E non vide il millenovecentocinque, quando un impiegato dell'ufficio brevetti di Berna, un giovane che si chiamava Albert Einstein, prese quelle quattro equazioni e le lesse più alla lettera di quanto avesse osato lo stesso Maxwell, prese sul serio ciò che c'era scritto dentro, e ciò che non c'era, e rifondò sopra tutto questo il tempo e lo spazio. Lui, intanto, riposa a Glenlair, con le quattro frasi fatte e tutto il resto ancora da venire.

Quattro frasi da portare via

Se di tutta questa storia devi ricordare una cosa sola, che sia questa, le quattro leggi si dicono in quattro frasi di italiano, senza un simbolo. Uno. Il campo elettrico nasce e muore sulle cariche. Chiudi una regione in un sacchetto, conta quanto campo esce meno quanto entra, e sai quanta carica c'è dentro. Due. Il campo magnetico non nasce e non muore da nessuna parte. È lo stesso identico conto di prima, solo che qui fa sempre zero, le linee si richiudono ad anello, e un polo nord da solo non lo ottieni nemmeno spezzando la calamita all'infinito. Tre. Un campo magnetico che cambia accende un campo elettrico che gira in tondo. E lo accende sempre nel verso che ostacola il cambiamento, quel segno meno che era già tornato una volta, con il freno che ricarica la batteria. È la stessa aritmetica, se fosse il contrario, avresti energia gratis. Quattro. Un campo magnetico lo accendono le cariche che scorrono in un filo, e anche, questa è l'aggiunta di Maxwell, la sola parte davvero sua di tutto l'edificio, un campo elettrico che cambia, senza che si muova una sola carica. Adesso metti insieme la terza e la quarta. Un campo magnetico che cambia accende un campo elettrico, il campo elettrico che cambia accende un campo magnetico, e la coppia se ne va in giro da sola, rigenerandosi a ogni passo. È l'onda. Chiedile a che velocità viaggia, e la risposta esce da due proprietà del vuoto misurate con pile e magneti, una delle due è quel numero nascosto nella legge di Coulomb che stavamo tenendo da parte da settant'anni. Fai il conto e ti viene la velocità della luce. Quindi la luce è quello. E quindi le onde radio, il calore, i raggi X sono la stessa cosa a frequenze diverse. E quindi non c'è nessun etere, e quindi il tempo non è assoluto. Tutta la catena, dal filo e dalla bussola fino alla relatività, sta in mezza pagina. Ed è l'unica di queste frasi ad avere davvero bisogno del suo autore. Quanto al nome. L'unità di misura del campo magnetico si chiama tesla, dedicata a un altro, a Maxwell è intitolata un'unità di flusso caduta in disuso. Nel millenovecentonovantanove, nel sondaggio dei lettori di PhysicsWeb, è arrivato terzo dietro Einstein e Newton, e nel sondaggio dei fisici di punta il primo posto è andato a Einstein. Tre testate divulgative diverse, oggi, lo presentano con la stessa formula, il più grande fisico di cui non avete mai sentito parlare. Chi lo conosce, però, non usa mezzi termini. Freeman Dyson, uno dei grandi fisici teorici del secolo dopo, definisce il lavoro del milleottocentosessantacinque l'evento più importante dell'Ottocento nella storia delle scienze fisiche. Einstein nel millenovecentotrentuno lo dice il cambiamento più profondo e fecondo dai tempi di Newton, e altrove è ancora più netto, senza le equazioni di Maxwell non ci sarebbe la fisica moderna, e devo più a Maxwell che a chiunque altro. La frase più citata di tutte, quella in cui dice di stare sulle spalle di Maxwell e non su quelle di Newton, circola dappertutto senza una fonte primaria solida, ed è forse giusto così, anche la sua citazione più famosa è di attribuzione incerta. Ma il punto non è il torto fatto a un uomo morto nel milleottocentosettantanove senza vedere nulla di ciò che aveva causato. Il punto è che adesso, se qualcuno ti chiede perché il telefono si carica appoggiandolo su un piatto, perché il wifi passa attraverso i muri, perché un forno a microonde e un telecomando sono parenti stretti e perché la velocità della luce è la stessa per chi corre e per chi sta fermo, tu sai rispondere. Non con un'immagine, con le quattro frasi, e con i numeri che ci stanno sotto. Provaci. Vedrai che ci riesci.

Un ago che si gira, e nessuno lo tocca

Nel 1820 Hans Christian Ørsted muove una bussola attorno a un filo percorso da corrente. L'ago si gira e si dispone perpendicolare al filo. Nessuno lo tocca, non c'è vento, il filo non è caldo abbastanza da spostare l'aria: c'è solo una corrente che passa a qualche centimetro di distanza.

Vale la pena fermarsi un momento su quanto è strano. Una corrente elettrica è fatta di cariche in movimento. L'ago di una bussola è un pezzo di ferro, e non è carico affatto: se lo avvicini a un pettine strofinato non succede niente di paragonabile. Eppure quella corrente lo comanda. E lo comanda da lontano, attraverso il nulla.

Non è un'esperienza da laboratorio: è un'esperienza che hai già fatto. Metti un foglio di carta contro il frigorifero, appoggiaci sopra una calamita, e la calamita tiene. La forza attraversa la carta come se la carta non ci fosse. Oppure, più radicalmente: sei dentro il campo gravitazionale della Terra proprio adesso, e senti la forza in ogni punto della stanza — non solo dove c'è un pavimento a sostenerti, ma anche a mezz'aria, se salti.

Per quarant'anni l'Europa ha accumulato fatti di questo tipo, uno più preciso dell'altro. Coulomb nel 1785 misura come si respingono due cariche. Ørsted e, nello stesso 1820, Biot e Savart legano la corrente al magnetismo. Ampère nel 1825 arriva a una legge di forza ricavata sperimentalmente, dopo aver visto la dimostrazione di Ørsted e essersi messo a fare esperimenti su esperimenti. Faraday nel 1831 scopre l'induzione. Gauss nel 1835 formalizza il conto delle cariche.

Sono pezzi. Nessuno di questi uomini sa che cosa li tenga insieme, e nessuno di loro sospetta che tenendoli insieme salti fuori che cos'è la luce.

Nel 1831, l'anno dell'esperimento di Faraday, in Scozia nasce James Clerk Maxwell.

Un ragazzo con due spilli e un filo

Sua madre, Frances, aveva quasi quarant'anni quando lui nacque, ed era stata lei a occuparsi personalmente della sua educazione: incoraggiava le domande invece di spegnerle, cosa non ovvia allora e nemmeno adesso. Sul finire del 1839 un tumore allo stomaco se la portò via in pochi mesi. Aveva quarantasette anni; il figlio ne aveva otto e le sedeva accanto al letto.

Il padre, John, era avvocato per formazione e per obbligo, profondamente annoiato dalle arti forensi. La sua passione vera erano i congegni: costruiva, disegnava, capiva le cose con le mani. Dopo la morte della moglie assunse un precettore privato, e fu la decisione peggiore della sua vita. Metodo rigido, ripetizione meccanica e, secondo alcune testimonianze, punizione fisica. Sotto quel precettore il bambino più curioso di Scozia faceva progressi scarsi e sembrava spegnersi. L'esperimento durò meno di due anni: qualcuno se ne accorse in tempo.

All'Edinburgh Academy arrivò con addosso i vestiti che il padre gli aveva confezionato — scarpe di forma insolita, una tunica di foggia non convenzionale — e i compagni risero. A dieci anni aveva già il soprannome che si sarebbe portato dietro: Dafty, lo scemo. In quell'aula c'era anche Peter Guthrie Tait, l'altro ragazzo di ingegno non comune; si riconobbero come si riconoscono gli affini in mezzo alla folla e restarono amici per la vita, anche da adulti, anche quando si trovarono più volte a competere per le stesse cattedre.

A quattordici anni Maxwell si mise a giocare con un metodo che si insegna ancora oggi ai ragazzi: per tracciare un'ellisse pianti due spilli su una tavola, ci passi attorno un filo chiuso, tendi il filo con la punta di una matita e giri. Viene un'ellisse, e i due spilli sono i suoi fuochi.

La domanda del ragazzino fu: perché fermarsi a due spilli, e perché tenere il filo semplice? Provò a ripiegare il filo su se stesso, ad avvolgerlo più volte attorno agli spilli, ad aggiungere un terzo punto e un quarto. Ne uscì un'intera famiglia di curve ovali, definite da rapporti numerici diversi fra le distanze — una generalizzazione che Cartesio non aveva percorso in quel modo.

Il padre riconobbe che la cosa aveva un valore e portò il manoscritto sotto gli occhi di James David Forbes, professore di filosofia naturale a Edimburgo e amico di famiglia. Forbes non fu condiscendente: aggiunse osservazioni di suo pugno e lo presentò alla Royal Society di Edimburgo il 6 aprile 1846, leggendolo lui stesso perché l'autore era ritenuto troppo giovane per parlare. Il suo giudizio: «very ingenious, certainly very remarkable for his years».

È lo stesso gesto pratico del padre — le mani che fanno le cose — ad aver prodotto l'umiliazione davanti ai compagni e la consacrazione davanti alla Royal Society.

Poi la trafila regolare: Edimburgo dal novembre 1847, Cambridge dall'ottobre 1850 — Peterhouse, poi Trinity — e nel 1854 il secondo posto al Tripos, il . Primo arrivò Edward Routh, dichiarato poi pari merito con lui allo Smith's Prize. Di Routh non ricorda niente nessuno, il che è già un piccolo indizio di come funzionano le classifiche.

Palazzo della Società Reale Mutua di Assicurazioni, Piazza del Liberty, Milano
Palazzo della Società Reale Mutua di Assicurazioni, Piazza del Liberty, Milano — foto: Dimitris Kamaras from Athens, Greece · CC BY 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il campo: la cosa che Faraday vedeva e nessuno voleva

Michael Faraday aveva fatto una cosa semplicissima. Aveva sparso della limatura di ferro su un foglio, aveva messo il foglio sopra una calamita, e aveva guardato la limatura disporsi da sola in curve chiuse che uscivano da un polo e rientravano nell'altro. La materia stessa disegnava qualcosa che prima non si vedeva. Faraday chiamò quelle curve linee di forza.

La comunità scientifica del tempo rifiutò l'idea, e la rifiutò per una ragione precisa: era un'immagine geometrica, disegnabile, ma senza una riga di matematica sotto. Faraday non aveva formazione matematica avanzata. Quindi non era fisica.

Nel 1855 il primo lavoro di elettrodinamica di Maxwell si intitola letteralmente On Faraday's Lines of Force. Fece l'opposto di tutti: prese l'intuizione visiva dell'uomo che i colleghi scartavano e la mise come fondamento di tutto il resto. Non è un dettaglio biografico, è la scelta da cui discende ogni cosa che segue.

Perché quello che Faraday aveva visto è il campo, ed è l'idea più importante di questa storia.

Il modo sbagliato — e naturale — di raccontare la calamita che tira il chiodo è: la calamita tira il chiodo. Il modo giusto è un altro. La calamita cambia lo spazio attorno a sé. Il chiodo non sente la calamita: sente il posto in cui si trova, che è diverso da come sarebbe se la calamita non ci fosse. Il campo è la mappa di quel «che cosa ti succederebbe se ti mettessi qui»: in ogni punto della stanza, la risposta alla domanda «se in questo punto ci mettessi una bussola, dove punterebbe, e con quanta forza?».

È una definizione per conseguenze, e proprio per questo è forte: non ti chiede di credere a niente di invisibile, ti chiede solo di ammettere che la risposta esiste in ogni punto, anche dove non hai messo niente.

L'immagine giusta per cominciare è una carta meteorologica del vento: in ogni punto una freccia, orientata dove tira e lunga quanto tira forte. Non c'è un solo punto senza freccia. Questo è, tecnicamente, un .

E qui, subito, il punto in cui l'immagine si rompe — perché è una rottura che è costata cinquant'anni alla fisica. Il vento è fatto di aria che si sposta per davvero: c'è una sostanza che va da qui a lì. Il campo elettromagnetico non trasporta niente di simile: non c'è materia che viaggia. Chi si affeziona all'immagine finisce per cercare la sostanza che ondeggia — e la cercherà per decenni, chiamandola etere. Ci cascò tutto l'Ottocento. Ci cascò anche Maxwell. Ci torniamo alla fine.

Come si scopre una cosa sul cielo senza guardare il cielo

Nel 1856 l'Università di Cambridge bandì il premio Adams su un problema che stava lì da due secoli: gli anelli di Saturno. Al telescopio si vedevano come un nastro continuo, un disco solido, e nessuno riusciva a spiegare come una struttura simile potesse reggere. Le ipotesi disponibili — anello rigido, anello di fluido — non superavano nessuna verifica.

Maxwell non si chiese di che cosa fossero fatti. Cambiò la domanda: che cosa può durare, lì?

La differenza fra le due domande è tutto il metodo. Una cosa non è stabile perché sta ferma: è stabile se, spostandola di poco, ci torna. Un pendolo è stabile, una matita in equilibrio sulla punta no — anche se in questo istante sono ferme tutte e due. La è una proprietà del comportamento, non dell'aspetto, e la puoi calcolare senza aver mai visto l'oggetto.

Con quel criterio Maxwell fece fuori per via puramente matematica tutto ciò che non poteva sopravvivere. Un anello rigido si sarebbe distrutto; un anello fluido pure. Restava una sola risposta possibile: una folla di corpi separati, ciascuno in orbita per conto proprio, che da lontano sembrano un nastro. Il saggio fu pubblicato nel 1859, pagine e pagine di calcolo dettagliato. La conferma per immagine arrivò un secolo dopo, con le sonde.

L'immagine da tenere è un ingorgo in autostrada visto dall'aereo: sembra un nastro continuo, ed è fatto di automobili separate, ognuna col suo motore. Dove l'immagine smette di funzionare: le auto in coda quasi si toccano e sono tenute ferme dal traffico davanti, mentre i corpi dell'anello sono tenuti dalla gravità, che dà a ciascuno una velocità diversa a seconda di quanto è lontano. Il nastro di Saturno non è fermo, e non scorre nemmeno tutto insieme: la parte interna corre più veloce di quella esterna.

Nel frattempo, nel 1856, a venticinque anni, aveva ottenuto una cattedra al Marischal College di Aberdeen. Nel 1858, il 2 giugno, a Old Machar, sposò Katherine Mary Dewar, figlia del reverendo Daniel Dewar, che di quel collegio era il Principal. Poi le due università di Aberdeen si fusero, e nelle parole dell'ateneo his post was abolished: la cattedra sparì. L'uomo che aveva appena risolto Saturno restò senza lavoro.

Andò al King's College di Londra, dove rimase dal 1860 al 1865. È lì che succede il resto di questa storia.

Prima legge: le cariche sono sorgenti e scarichi

Da qui in avanti costruiamo le quattro leggi, una per volta. Vale la pena dire subito com'è distribuito il merito, perché è la cosa che le targhe non dicono: tre di queste quattro frasi le hanno trovate altri, e Maxwell le ha raccolte, tradotte in un linguaggio comune e rese coerenti fra loro. Una sola parte, mezza frase della quarta, l'ha aggiunta lui — e da quella mezza frase esce tutto il resto.

Per capire la prima legge serve un solo attrezzo, e conviene costruirlo bene perché servirà anche per la seconda.

Immagina una rete da pesca tesa in mezzo a un fiume. Quanta acqua ci passa attraverso? Dipende da quanto scorre il fiume, ovviamente. Ma dipende anche da come hai messo la rete: se la tieni di traverso alla corrente passa tutto, se la giri di taglio non passa quasi niente, e in mezzo ci sono tutte le posizioni intermedie. Questa quantità — quanto di un campo attraversa una superficie, tenendo conto di come la superficie è orientata — si chiama .

Due avvertenze sull'immagine, che sono anche il motivo per cui bisogna abbandonarla presto. L'acqua che passa la rete se ne va davvero a valle; il campo no, non si consuma passando. E soprattutto: la rete che serve a Gauss non è un telo teso, è un sacchetto chiuso. Il fiume nasconde proprio la chiusura, che è tutto il punto.

Ecco allora la prima legge. Chiudi una regione di spazio qualunque dentro un sacchetto immaginario — una sfera, un cubo, la forma che vuoi, purché sia chiusa. Conta quanto campo elettrico esce dalla superficie, sottrai quanto ne entra. Il risultato ti dice esattamente quanta carica c'è dentro il sacchetto.

Non «più o meno». Esattamente. Se dentro non c'è carica il conto fa zero, anche se dentro il sacchetto passano campi fortissimi prodotti da cariche esterne: tutto quello che entra da una parte esce dall'altra. Se dentro c'è una carica positiva il conto è positivo: la carica positiva produce flusso, è una sorgente. Se è negativa, il conto è negativo: la carica negativa assorbe flusso, è uno scarico.

Il modo più rapido di afferrarlo è pensare al conto delle auto a un casello. Conti quante entrano nel tratto e quante escono. Se i due numeri non tornano, dentro c'è qualcosa: un parcheggio che le trattiene, o una demolizione che le fa sparire. Questa è la . Anche qui il limite: le auto si contano una per una e il campo no, è continuo; e un parcheggio è un contenitore, mentre la carica non contiene niente — è la sorgente stessa.

La sostanza della prima legge, in una frase: il campo elettrico può nascere e può morire, e nasce e muore soltanto sulle cariche.

Un numero, che serve fra poco. Nella legge di Coulomb compare una costante, scritta come 1/(4πε₀), che vale 9 × 10⁹ newton·metro² per coulomb². È il numero che dice quanto forte si respingono due cariche. Tienilo da parte: dentro c'è nascosta una cosa che nessuno ha visto per settant'anni.

Palazzo della Società Reale Mutua di Assicurazioni, Piazza del Liberty, Milano
Palazzo della Società Reale Mutua di Assicurazioni, Piazza del Liberty, Milano — foto: Dimitris Kamaras from Athens, Greece · CC BY 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Centovent'anni dal primo esperimento alla relatività: chi ha messo quale pezzo

gamma97
dati: Le date della catena come ricostruita nel materiale della lezione · elaborazione: gamma97

Seconda legge: il magnetismo non ha capolinea

Adesso rifai esattamente lo stesso conto con il magnetismo. Sacchetto chiuso, quanto campo magnetico esce meno quanto entra.

Viene zero. Sempre. Qualunque sacchetto tu scelga, ovunque lo metta, di qualunque forma, anche se ci chiudi dentro una calamita intera.

Fermati un secondo su quanto è forte questa affermazione. Le due leggi, scritte sulla carta, si somigliano moltissimo: stesso conto, stessa superficie chiusa. Ma a destra la prima ha le cariche, e la seconda ha lo zero. E lo zero significa una cosa sola: le linee magnetiche non cominciano da nessuna parte e non finiscono da nessuna parte. Non hanno capolinea. Si richiudono su se stesse, come anelli.

La conseguenza la puoi verificare in cucina. Prendi una calamita a barra e spezzala in due, aspettandoti di ottenere un polo nord da una parte e un polo sud dall'altra. Non succede: ottieni due calamite intere, ciascuna con il suo nord e il suo sud. Spezza ancora: quattro calamite intere. E puoi continuare all'infinito. Un non lo ottieni mai. Una carica elettrica positiva da sola, invece, esiste benissimo: è la cosa più facile del mondo.

L'immagine: le linee di campo magnetico come elastici chiusi. Puoi deformarli, tirarli, annodarli, ma non puoi tagliarne uno e restare con un capo in mano. Il limite dell'immagine, qui, coincide esattamente col contenuto della legge — perché un elastico, in realtà, lo puoi tagliare. E poi: le linee non esistono. Sono un disegno nostro, e quante disegnarne è una scelta arbitraria; un elastico ha una posizione precisa, il campo invece c'è ovunque, in modo continuo.

Questa asimmetria fra le prime due leggi non è una scoperta dell'Ottocento. Nel 1269 Petrus Peregrinus de Maricourt aveva già formulato l'idea che i poli magnetici isolati non esistano. Sei secoli prima che diventasse un'equazione, e in un'epoca in cui la calamita era ancora quasi un oggetto magico.

In una frase: il campo magnetico non nasce e non muore, si richiude ad anello.

Terza legge: il magnetismo che cambia accende l'elettricità

Prendi una bobina di filo, collegata a uno strumento che misuri la corrente, e avvicinale una calamita.

Mentre la calamita si muove, nella bobina nasce corrente. Appena ti fermi — anche tenendo la calamita a un millimetro dal filo, anche una calamita potentissima — la corrente sparisce. Allontanala, e la corrente torna, in verso opposto.

La domanda giusta è: perché solo mentre si muove? La calamita ferma vicino alla bobina produce un campo magnetico enorme attraverso di essa; eppure non succede niente. È la risposta che contiene tutta la legge: non conta il flusso magnetico attraverso la bobina, conta la sua velocità di variazione. Non quanto ce n'è: quanto in fretta cambia. Se il flusso è grandissimo ma costante, la corrente è zero.

Faraday lo dimostrò nel 1831 nel modo più asciutto possibile, e senza nemmeno muovere niente. Un anello di ferro con due fili avvolti alle estremità opposte, che non si toccano fra loro. Collega la batteria da una parte: dall'altra parte passa un guizzo di corrente. Solo un guizzo, solo nell'istante dell'attacco. Poi più niente, per quanto tempo tu lasci la batteria collegata. Stacca la batteria: un altro guizzo, in verso opposto. Faraday lo chiamò «un'onda di elettricità».

Il punto concettuale è enorme e passa quasi inosservato: per accendere questo campo elettrico non serve nessuna carica. La prima legge diceva che il campo elettrico nasce sulle cariche; la terza dice che ne esiste un altro tipo, che non nasce da nessuna carica e gira in tondo, e che a produrlo basta un magnetismo che si muove. Questa frase è tutta l'elettricità che accende una casa: ogni alternatore di ogni centrale del pianeta, di qualunque cosa sia alimentato — vapore, acqua, vento — non fa altro che far cambiare un campo magnetico dentro delle bobine.

Poi c'è il segno meno, che è la parte più bella.

Prova a spingere una calamita dentro una bobina chiusa e senti una resistenza: il sistema respinge, come se il filo si difendesse. Non è un'impressione. La corrente che nasce produce a sua volta un campo magnetico, e lo produce sempre nel verso che si oppone al cambiamento — respinge la calamita che entra, trattiene quella che esce.

L'immagine comoda è la pigrizia del mondo: qualunque cosa tu faccia, il sistema fa la cosa che ostacola ciò che stai facendo. Ma «pigrizia» suggerisce intenzione e memoria, come se il filo sapesse che cosa gli sta capitando, e non è così. Il motivo è aritmetico, e conviene arrivarci da soli: prova a immaginare che il segno fosse più, cioè che la corrente indotta aiutasse il movimento invece di ostacolarlo. Spingi la calamita, la bobina la tira dentro, questo genera altra corrente, che tira di più… avresti energia gratis, all'infinito, da una spinta iniziale. Il segno meno non è un dettaglio di calcolo: è la conservazione dell'energia scritta dentro l'elettromagnetismo.

E ha una conseguenza che usi ogni giorno senza saperlo. Appoggia il telefono sulla base di ricarica senza infilare nessun cavo e ritrovalo carico: è la terza legge. La piastra a induzione della cucina, la dinamo della bicicletta: terza legge. Il metal detector dell'aeroporto: segno meno. E quando togli il piede dall'acceleratore di un'auto elettrica e la senti frenare da sola mentre la batteria si ricarica, quella frenata è esattamente la resistenza che senti spingendo la calamita nella bobina — con la differenza che qui la resistenza è il punto: sta trasformando il moto dell'auto in carica.

In una frase: un campo magnetico che cambia accende un campo elettrico che gira in tondo, e lo accende sempre nel verso che ostacola il cambiamento.

Palazzo della Società Reale Mutua di Assicurazioni, Piazza del Liberty, Milano
Palazzo della Società Reale Mutua di Assicurazioni, Piazza del Liberty, Milano — foto: Dimitris Kamaras from Athens, Greece · CC BY 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Quarta legge, e il pezzo che ha aggiunto lui

La quarta legge, nella versione che Maxwell trovò già fatta, era la legge di Ampère, ricavata dagli esperimenti: il magnetismo nasce dalle cariche che scorrono in un filo. Attorno a un filo percorso da corrente c'è un campo magnetico che gira ad anello — ed è il fatto di Ørsted, quello con cui abbiamo cominciato, messo in formula.

Funzionava benissimo per i fili. Si rompeva appena la corrente non era continua.

Il caso che la rompe è un condensatore in carica: due piastre metalliche affacciate, separate dal vuoto, collegate a un generatore. Nel filo le cariche scorrono. Fra le due piastre non passa nessuna carica — c'è il vuoto, ed è proprio per quello che è un condensatore. Eppure lì in mezzo, attorno a quello spazio vuoto, c'è lo stesso anello di campo magnetico che c'è attorno al filo. Misurabile. La legge di Ampère, presa alla lettera, dice che non dovrebbe esserci.

Maxwell aggiunse un termine che nessun esperimento aveva mai visto. Disse: fra le piastre non passa carica, ma passa qualcosa d'altro — il campo elettrico fra le piastre sta crescendo, perché le piastre si stanno caricando. E allora trattiamo un campo elettrico che cambia esattamente alla pari di una corrente vera. La chiamò .

Questo è il salto, e vale la pena riconoscerlo per quello che è: un pezzo aggiunto non perché qualcuno l'avesse osservato, ma perché senza di esso l'edificio non stava in piedi. Il lavoro è del 1861-62, in quattro puntate, e si intitola On Physical Lines of Force; Maxwell ci arrivò mentre stava costruendo un modello meccanico dell'etere fatto di vortici molecolari e ruote dentate — un'impalcatura che oggi nessuno userebbe, e che è stata smontata da tempo. Sul perché di quel termine le ricostruzioni divergono ancora: le trattazioni didattiche lo presentano come una necessità di coerenza con la conservazione della carica, quelle storiografiche seguono il percorso reale attraverso il modello a vortici.

Comunque ci sia arrivato, il conto è questo: il magnetismo nasce da due cose — dalle cariche che scorrono, e anche solo da un campo elettrico che cambia, senza che si muova una sola carica.

Da quel termine aggiunto, e da niente altro, escono le onde elettromagnetiche. Senza di esso non esisterebbe nessuna antenna: niente si staccherebbe mai da un filo per andarsene per conto proprio. Quando apri l'elenco delle reti wifi e vedi comparire quelle dei vicini attraverso un muro, stai guardando la mezza frase che Maxwell ha aggiunto perché i conti tornassero.

L'onda che si tiene su da sola, e il numero che ne esce

Adesso metti insieme la terza e la quarta. Sono, guardate bene, quasi la stessa frase scambiata di posto.

Un campo magnetico che cambia accende un campo elettrico che gira. Ma quel campo elettrico appena nato non è fermo: sta nascendo, quindi sta cambiando. E un campo elettrico che cambia — quarta legge, il pezzo aggiunto — accende un campo magnetico che gira. Il quale, nascendo, cambia. E riaccende quello elettrico.

È un cane che si morde la coda in modo produttivo. Una volta partita, la coppia non ha più bisogno di nessuno: non le serve la sorgente che l'ha accesa, non le serve un filo, non le serve nient'altro. Si sostiene a vicenda e corre via. Questa cosa è la luce.

Se fai il conto per esteso, combinando le due leggi, viene fuori una struttura matematica che i fisici conoscevano benissimo da un secolo: l'. E l'equazione delle onde ha sempre, dentro, una velocità.

L'immagine che di solito si usa per l'autosostentamento è quella di due mani che si tirano su a vicenda mentre cadono. Rende bene il fatto che l'onda non abbia bisogno di niente d'altro, e va detto subito dove sbaglia: suggerisce un'alternanza a turni, prima uno poi l'altro, mentre nell'onda che viaggia nel vuoto il campo elettrico e quello magnetico sono in fase — massimi insieme e nulli insieme. E suggerisce che si scambino energia, che non è quello che succede.

Ora, la velocità. Da dove esce?

Il vuoto non è niente: ha due proprietà misurabili. Quanto facilmente si lascia attraversare da un campo elettrico — la permittività, ε₀, che vale 8,85 × 10⁻¹². E quanto facilmente si lascia attraversare da un campo magnetico — la permeabilità, μ₀, circa 1,3 × 10⁻⁶ henry al metro. Sono due numeri che si misurano su un banco di laboratorio con pile, fili e magneti. Con la luce non c'entrano niente: puoi ricavarli in una stanza buia.

Moltiplicali fra loro, fai la radice quadrata, capovolgi il risultato. Conviene farlo davvero, con la calcolatrice del telefono, perché è un conto da trenta secondi. Il prodotto fa circa 1,15 × 10⁻¹⁷. La radice, circa 3,4 × 10⁻⁹. Uno diviso quello: circa 295 milioni di metri al secondo. L'arrotondamento di μ₀ ti costa le ultime cifre; con i valori pieni escono i trecento milioni di metri al secondo della luce.

Il vuoto ha una velocità scritta dentro, e non gliel'ha messa nessuno.

E c'era anche prima, in bella vista. Ricordi il numero della prima legge, la costante di Coulomb, 9 × 10⁹? Riscritta nelle unità della corrente, quella costante si legge come una forza divisa per una corrente al quadrato, moltiplicata per una velocità al quadrato. E quella velocità al quadrato vale 9 × 10¹⁶, cioè (3 × 10⁸)². La velocità della luce era dentro la legge che descrive due cariche ferme che si respingono — la legge del 1785, quella delle bacchette di vetro strofinate — e per settant'anni nessuno l'ha guardata.

Maxwell ci arrivò per una strada un po' diversa e più drammatica. Nel 1856 Wilhelm Weber e Rudolf Kohlrausch avevano misurato il rapporto fra le due unità di carica in uso, quella elettrostatica e quella elettromagnetica. Un numero nato da pile, bottiglie di Leida e bilance di torsione, senza il minimo pensiero per la luce. Ma quel rapporto aveva le dimensioni di una velocità — ed era vicinissimo alla velocità della luce. (Con una finezza che le divulgazioni saltano: fra la costante di Weber e la velocità della luce c'è di mezzo una radice di due.)

Maxwell prese quel numero e lo infilò nell'equazione con cui Newton calcolava la velocità del suono, applicata al suo etere di vortici. Gli uscì circa 310 milioni di metri al secondo. La velocità della luce, misurata da Fizeau e Foucault con una ruota dentata e uno specchio rotante, era circa 300 milioni.

Uno scarto del 3%. Chiunque poteva archiviarlo come una coincidenza curiosa. Maxwell scrisse invece che l'accordo dei risultati «seems to show that light and magnetism are affections of the same substance, and that light is an electromagnetic disturbance propagated through the field according to electromagnetic laws».

Le due strade partivano da posti lontanissimi — un banco con pile e magneti da una parte, una ruota dentata puntata su uno specchio lontano dall'altra — e finivano sullo stesso numero. Quando due misure che non si conoscono cadono sullo stesso punto, la coincidenza smette di essere una coincidenza: è la prova. Troppo forte per essere falsa.

L'8 dicembre 1864 lesse alla Royal Society il lavoro che contiene la Parte VI, la teoria elettromagnetica della luce. A un corrispondente aveva scritto, del proprio lavoro, che lo riteneva great guns.

Un'ultima onestà sui conti, perché la leggenda va corretta. Non erano quattro equazioni. Nel 1861 erano venti equazioni differenziali in venti variabili: un apparato che oggi nessuno studente riconoscerebbe. La forma a quattro comparve nel Trattato del 1873, e la scrittura compatta ed elegante che si vede stampata sulle magliette è opera del lavoro venuto dopo, su quella base. Le quattro equazioni più famose della fisica sono famose in una veste che il loro autore ha visto solo in parte.

I due numeri che si incontrano: il calcolo e la misura

gamma97
dati: Valore ottenuto da Maxwell (1861-62) e misure ottiche di Fizeau e Foucault · elaborazione: gamma97
James Clerk Maxwell
James Clerk Maxwell — foto: Unknown authorUnknown author · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Lo spettro è uno solo, e ne vediamo una fettina ridicola

Se la luce è una perturbazione elettromagnetica che si sostiene da sola, allora la domanda diventa: che cosa distingue una luce da un'altra? La risposta è: solo quanto in fretta oscilla. Nient'altro.

Il che porta a una conclusione che ha del provocatorio. Le onde radio, le microonde del forno, il calore che senti a mezzo metro dal termosifone, la luce del Sole, l'ultravioletto della lampada per le unghie, i raggi X di un ospedale, i raggi gamma: sono lo stesso identico fenomeno. Cambia la frequenza, cioè quanto in fretta vibra la coppia di campi, e cambia di conseguenza la lunghezza d'onda, dai chilometri delle onde radio lunghe alle dimensioni sub-atomiche dei raggi gamma. Su quel righello continuo, la parte che l'occhio umano vede è una fettina sottilissima. L'abbiamo chiamata «luce» solo perché siamo fatti così.

Il che vuol dire che il forno a microonde e il telecomando dell'infrarosso sono lo stesso apparecchio a due frequenze diverse, e che la radiografia è quello stesso apparecchio a una frequenza molto più alta. Scaldare una tazza di latte e cambiare canale sono lo stesso gesto fisico, fatto in due stanze della stessa casa.

Restava però una differenza fra tutto questo e la fisica vera: nessuno aveva mai fabbricato un'onda elettromagnetica di proposito. La luce c'era già, il calore c'era già; le equazioni dicevano che si potevano produrre, muovendo cariche avanti e indietro abbastanza in fretta, ma era una previsione sulla carta.

Nel 1887-88 Heinrich Hertz la fece. Produsse intenzionalmente onde elettromagnetiche e le rivelò dall'altra parte della stanza con un anello di filo interrotto da un piccolo spazio, guardando scoccare una scintilla nell'aria. Nessun filo fra il generatore e l'anello: solo l'aria in mezzo. Era la prova conclusiva di ciò che Maxwell aveva soltanto calcolato, ed è, letteralmente, la prima trasmissione radio della storia.

Maxwell era morto nel 1879. Non lo seppe mai.

Non seppe nemmeno che l'equazione oggi usata come definizione stessa di campo elettrico e campo magnetico — la forza di Lorentz, quella che dice che cosa fa un campo a una carica che ci passa dentro — sarebbe stata ricavata da Hendrik Lorentz solo nel 1895, sedici anni dopo la sua morte. Lui l'aveva soltanto accennata.

Tre lastre in bianco e nero e un nastro scozzese

C'è un altro pezzo di Maxwell che tocchi ogni giorno, e non ha niente a che fare con le equazioni.

Metà Ottocento: la fotografia esiste, e registra solo il chiaroscuro. Non esiste nessun modo di catturare il colore su una lastra, perché la chimica disponibile reagisce alla quantità di luce, non al colore.

Maxwell ragionò sull'occhio invece che sulla chimica. Se l'occhio umano ricostruisce ogni colore che vede a partire da tre soli tipi di recettori, allora qualunque colore si può ricostruire mescolando tre luci sole. E se è così, non serve una lastra che «veda» il colore: bastano tre fotografie in bianco e nero, prese attraverso tre filtri colorati diversi, e poi ricombinate proiettandole insieme attraverso gli stessi tre filtri. Il colore non sta sulla lastra. Sta nel modo in cui si rimettono insieme le tre lastre.

Propose il metodo nel 1855. Nel 1861 lo realizzò su un nastro di tartan scozzese: è la prima fotografia a colori della storia. Non la scattò lui — non era fotografo, e ingaggiò Thomas Sutton per l'esecuzione materiale. L'idea era di Maxwell, le mani erano di Sutton, e il nome di Sutton è quasi sempre cancellato dalla didascalia: un'invisibilità dentro la storia di un uomo celebre per essere invisibile. (Sui filtri effettivamente usati quel giorno le fonti divergono: rosso, blu e giallo secondo alcune; rosso, verde e blu-violetto secondo altre.)

L'immagine giusta è quella di una ricetta a tre ingredienti: per fare l'arancione non serve avere «l'arancione», basta sapere quanto rosso e quanto giallo. Ed ecco dove smette di funzionare, che è un punto interessante di suo: tre ingredienti bastano perché l'occhio umano ha tre recettori, non perché la luce sia fatta di tre colori. La luce, come abbiamo visto, è un righello continuo. Un apparecchio con quattro tipi di recettori — e in natura ce ne sono — guarderebbe la nostra ricostruzione e vedrebbe un falso evidente.

Da quell'idea del 1855 discende ogni schermo OLED e LCD, il sensore di ogni fotocamera, il formato JPEG, la stampa a colori. Avvicina l'occhio allo schermo del telefono, tanto da vedere i puntini: sono rossi, verdi e blu, e da mezzo metro fanno il bianco.

Quello che nelle equazioni non c'era

Torniamo alla domanda rimasta aperta nel terzo capitolo, quella che l'analogia del vento ci aveva messo in mano.

Se la luce è un'onda, che cos'è che ondeggia? L'acqua ondeggia nell'acqua, il suono nell'aria: togli l'aria e il suono non c'è più. Nell'Ottocento questo era considerato ovvio — ogni fenomeno ondulatorio richiede un mezzo in cui propagarsi. Quindi doveva esistere un mezzo che riempie tutto l'universo, compreso lo spazio fra noi e il Sole, e in cui la luce ondeggia. Lo chiamarono etere luminifero. Maxwell non solo ci credeva: il suo etere aveva addirittura una struttura, fatta di vortici e ruote dentate, e fu proprio quella impalcatura a portarlo alla corrente di spostamento.

L'immagine sottostante è quella del vuoto come materiale, con due proprietà elastiche — un po' come l'acciaio ha una densità e una rigidità, e da quelle due si ricava la velocità del suono nell'acciaio. È letteralmente la strada che Maxwell percorse, usando l'equazione newtoniana della velocità del suono. Ed è un'analogia che va data insieme alla sua data di scadenza: se il vuoto è un materiale, allora è fatto di qualcosa, e allora ci si può stare fermi rispetto a lui. È l'analogia che Michelson e Morley prima, ed Einstein poi, hanno dovuto smontare.

Perché c'era un dettaglio, e il dettaglio era un'assenza.

Nelle equazioni la velocità dell'onda esce come costante. Ma da nessuna parte, in nessuna delle quattro, c'è scritto rispetto a che cosa. Tutti diedero per scontato che fosse rispetto all'etere, perché era l'unica risposta immaginabile. L'etere però non si trovava.

La domanda si può porre così, e conviene provare a rispondere prima di leggere il seguito: se accendo una torcia mentre corro, la luce che ne esce va più veloce della luce di uno fermo? Per un sasso lanciato da un treno la risposta è sì, la velocità si somma. Per il suono no, perché il suono va alla sua velocità nell'aria indipendentemente da chi ha urlato. La luce a quale dei due casi somiglia?

Einstein, nel 1905, prese la mancanza per quello che era. Se nelle equazioni non c'è nessuna clausola che leghi la velocità della luce allo stato di moto della sorgente, allora quella clausola non serve: la velocità della luce è la stessa per tutti, punto. E se è la stessa per tutti, ad andarsene devono essere l'etere e, molto peggio, il tempo assoluto. Lui stesso l'avrebbe messo per iscritto senza girarci attorno: «the principle of the constancy of the velocity of light used there is of course contained in Maxwell's equations». Il postulato non fu inventato. Fu letto in ciò che c'era già, da vent'anni, sotto gli occhi di tutti.

Il modo giusto di dirlo, e vale la pena tenerlo perché ribalta l'intuizione: non è che la luce sia veloce. È lo spazio vuoto che permette una sola velocità a questo tipo di perturbazione, perché quella velocità è fatta di due proprietà dello spazio. E siccome è una proprietà del vuoto e non del lampione, non cambia se il lampione si mette a correre.

C'era anche un'altra crepa, nascosta nella terza legge, e più domestica. Se avvicini la calamita alla bobina nasce corrente; se tieni ferma la calamita e muovi la bobina, nasce esattamente la stessa corrente. Ma le due situazioni, nella fisica dell'epoca, si spiegavano con due meccanismi diversi. Chi decide, allora, chi si sta muovendo — la calamita o la bobina? È con questa domanda, presa da un'esperienza da tavolo che chiunque può rifare, che Einstein apre il lavoro del 1905.

Glenlair, e poi il silenzio

Nel 1865, a trentaquattro anni, con il lavoro appena letto alla Royal Society e la teoria elettromagnetica della luce in mano, Maxwell si dimise dal King's College di Londra e si ritirò a Glenlair, in campagna.

Sulle ragioni ci sono due versioni, e nessuna delle due esclude l'altra. Il biografo Mahon la lega a Katherine: fu per una vita ferma con lei che lasciò la cattedra. Hearnshaw, storico del King's College, indica ragioni istituzionali — non c'era, scrive, not enough going on to give employment to two teachers. Un uomo che se ne va per amore e un dipartimento che non aveva abbastanza lavoro per due: le due storie stanno benissimo insieme, ed è probabile che sia andata così.

A Glenlair scrisse il Trattato, pubblicato nel 1873: è lì che le venti equazioni in venti variabili diventano la struttura a quattro che il mondo avrebbe imparato a memoria.

Morì nel 1879, a quarantotto anni, dello stesso male che aveva portato via sua madre a quarantasette, quando lui ne aveva otto e le sedeva accanto.

Fece in tempo a non vedere niente di quello che aveva causato. Non vide la scintilla di Hertz nel 1887, la prova che le sue onde esistevano davvero. Non vide la radio, che da quella scintilla nasce direttamente. Non vide la forza di Lorentz del 1895, che avrebbe dato ai suoi campi la definizione operativa che gli mancava. Non vide il 1905, quando un impiegato dell'ufficio brevetti di Berna avrebbe letto le sue equazioni più alla lettera di quanto avesse osato lui.

Quattro frasi da portare via

Se di questo numero devi ricordare una cosa sola, che sia questa: le quattro leggi si dicono in quattro frasi di italiano, senza un simbolo.

Uno. Il campo elettrico nasce e muore sulle cariche: chiudi una regione in un sacchetto, conta quanto campo esce meno quanto entra, e sai quanta carica c'è dentro.

Due. Il campo magnetico non nasce e non muore da nessuna parte: lo stesso conto fa sempre zero, le linee si richiudono ad anello, e un polo nord da solo non lo ottieni nemmeno spezzando la calamita all'infinito.

Tre. Un campo magnetico che cambia accende un campo elettrico che gira in tondo — e lo accende sempre nel verso che ostacola il cambiamento, perché altrimenti avresti energia gratis.

Quattro. Un campo magnetico lo accendono le cariche che scorrono in un filo, e anche — questa è l'aggiunta di Maxwell, la sola parte davvero sua — un campo elettrico che cambia, senza che si muova una sola carica.

Metti insieme la terza e la quarta e ottieni una coppia che si rigenera da sola e se ne va: l'onda. Chiedi all'onda a che velocità viaggia, e la risposta esce da due proprietà del vuoto misurate con pile e magneti. Fai il conto e ti viene la velocità della luce. Quindi la luce è quello. E quindi le onde radio, il calore, i raggi X sono la stessa cosa a frequenze diverse. E quindi non c'è nessun etere, e quindi il tempo non è assoluto.

Tutta la catena, dal filo e dalla bussola fino alla relatività, sta in mezza pagina — ed è l'unica di queste frasi ad avere davvero bisogno del suo autore.

Quanto al nome. L'unità di misura del campo magnetico si chiama tesla, dedicata a un altro; a Maxwell è intitolata un'unità di flusso caduta in disuso. Nel 1999, nel sondaggio dei lettori di PhysicsWeb, è arrivato terzo dietro Einstein e Newton, e nel sondaggio dei fisici di punta il primo posto è andato a Einstein. Tre testate divulgative diverse, oggi, lo presentano con la stessa formula: the greatest physicist you've never heard of, il più grande fisico di cui non avete mai sentito parlare.

Chi lo conosce, però, non usa mezzi termini. Freeman Dyson definisce il lavoro del 1865 «the most important event of the nineteenth century in the history of the physical sciences». Einstein nel 1931 lo dice il cambiamento più profondo e fecondo dai tempi di Newton, e altrove è ancora più netto: «There would be no modern physics without Maxwell's electromagnetic equations; I owe more to Maxwell than to anyone». La frase più citata di tutte — quella in cui dice di stare sulle spalle di Maxwell e non su quelle di Newton — circola dappertutto senza una fonte primaria solida, ed è forse giusto così: anche la sua citazione più famosa è di attribuzione incerta.

Ma il punto non è il torto fatto a un uomo morto nel 1879. Il punto è che adesso, se qualcuno ti chiede perché il telefono si carica appoggiandolo su un piatto, perché il wifi passa attraverso i muri, perché un forno a microonde e un telecomando sono parenti stretti e perché la velocità della luce è la stessa per chi corre e per chi sta fermo, tu sai rispondere. Non con un'immagine: con le quattro frasi, e con i numeri che ci stanno sotto.

Provaci. Vedrai che ci riesci.

Riferimenti

  1. James Clerk Maxwell (1831-1879) — Biography, MacTutor History of Mathematics — https://mathshistory.st-andrews.ac.uk/Biographies/Maxwell/
  2. Lezione video: le equazioni di Maxwell, dalla catena storica (Coulomb-Ørsted-Ampère-Faraday) alla derivazione dell'equazione d'onda — https://www.youtube.com/watch?v=REMtuPgqiMo
  3. Lezione video: campo, flusso, le due leggi di Gauss, legge di Faraday e segno di Lenz — https://www.youtube.com/watch?v=F3QHUvr8d8I
  4. Lezione video: divergenza e rotore, linee chiuse del campo magnetico, legame fra c, permittività e permeabilità — https://www.youtube.com/watch?v=XAKAlNH9dDw
  5. On Physical Lines of Force (1861-62), Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/On_Physical_Lines_of_Force
  6. Electromagnetic radiation, Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Electromagnetic_radiation
  7. Heinrich Hertz, Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Heinrich_Hertz
  8. Katherine Clerk Maxwell, Wikipedia — https://en.wikipedia.org/wiki/Katherine_Clerk_Maxwell
  9. Sulla corrente di spostamento e sui casi in cui il termine conta, arXiv 2502.14737 — https://arxiv.org/abs/2502.14737
  10. Sul rapporto fra le equazioni di Maxwell e i postulati del 1905, arXiv 2404.19566 — https://arxiv.org/abs/2404.19566