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6 settembre 2026

"McKinsey, come si entra: un'associate racconta il metodo, poi dice che senza i compagni di università non sarebbe lì"

Il metodo occupa venti minuti dell'intervista; la condizione che conta davvero passa in dieci secondi, alla fine.

Rosalina Chen, detta Rosy, fa l'associate in McKinsey a Milano, e in un'intervista racconta per intero la macchina che l'ha fatta entrare: il gioco al computer che arriva a casa con pochi giorni di preavviso, le due settimane di attesa, i colloqui compressi in una giornata sola, i casi allenati fino a farli venire da soli, il coach assegnato dall'azienda che è un ragazzo entrato pochi mesi prima. È un metodo, ed è quasi tutto pubblico. Poi, negli ultimi secondi, dice una frase che rimette in discussione i venti minuti precedenti — che se avesse frequentato un'altra università, dove nessuno le avesse spiegato che quel mestiere esisteva, oggi non sarebbe lì. Questo numero segue la porta da tutti e due i lati: quello che c'è dentro, e la cosa che serve per sapere che la porta c'è.

"McKinsey, come si entra: un'associate racconta il metodo, poi dice che senza i compagni di università non sarebbe lì"

🎧 Il podcast

Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

Velocità

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Il testo del podcast, per chi preferisce leggere

Tre giorni fuori, due dentro

Si parte di lunedì mattina, da Milano, verso una città che dista due ore. Due ore di macchina. Nella storia che stiamo ascoltando quella città non ha nome, e nemmeno il cliente per cui si va lì, si sa soltanto che sono due ore di viaggio. E si arriva. La prima cosa che succede, appena arrivati, non è lavorare, è mettersi d'accordo. C'è un check-in con la squadra, e la squadra è piccola, tre persone, un engagement manager, cioè chi guida il team sul progetto, lo scalino appena sotto il partner, poi lei, e poi un analista. Tre persone in tutto. E lì, a voce, prima ancora di cominciare, si decide che cosa è processo e che cosa è contenuto per quella giornata. In altre parole, si divide in due la giornata prima che parta. Da una parte le cose che vanno fatte perché il progetto avanzi. Dall'altra le cose che vanno pensate. Fermiamoci un attimo su quelle tre persone, perché vale la pena guardarle bene. L'engagement manager sta andando verso la posizione da partner. Lei sta andando verso junior manager. L'analista è appena entrato. Nessuno dei tre è fermo dove si trova. Sono tutti e tre in mezzo a un salto di livello, nella stessa stanza, davanti allo stesso cliente, lo stesso giorno. Come si svolge la settimana? Lunedì, martedì, mercoledì fuori, dal cliente. Il mercoledì pomeriggio si rientra a Milano. Giovedì e venerdì, in ufficio. E la sera, quando si è fuori sede, si cena insieme. Ma qui la frase si apre e non si chiude più, a volte dopo cena si lavora, a volte no. Dipende dalla settimana. Il punto non è che si lavori sempre dopo cena. Il punto è che non lo sai prima, quale delle due sere sarà. E poi c'è il giovedì e il venerdì in ufficio, che è una regola che in realtà regola non è. Non esiste una policy scritta, dice lei, dipende dal team, dipende dal manager. E la prova arriva mentre sta parlando, nella stessa risposta, con tre parole, infatti oggi non c'è. Il giorno dell'intervista, il suo team è da remoto. Sta raccontando la vita in ufficio da dentro un ufficio nel quale la sua squadra non c'è. Questo è il lato di dentro, tre giorni fuori, due dentro, tre persone in mezzo a un salto. Ma l'intervista da cui tutto questo arriva serve a rispondere a una domanda sola. Ed è la stessa che ha portato qui chi ascolta, come ci si arriva, a quella stanza, a quel cliente, a quella vita. La risposta comincia adesso.

Un gioco che arriva a casa

La prima cosa che l'azienda manda a un candidato non è una domanda. È un invito a una prova, e ti arriva con un preavviso che va da tre a sette giorni. Meno di una settimana per prepararsi a una cosa che non hai mai visto. Il che significa, in pratica, una cosa molto semplice, se non ti eri già preparato prima di mandare la candidatura, dopo non hai il tempo di farlo. E poi questa prova succede in casa tua. Rosy, la candidata che abbiamo lasciato in viaggio quella mattina, la descrive così, ti arriva un gioco, un digital assessment che fai direttamente da casa. Si chiama Solve, ed è la prova d'ingresso dell'azienda, una simulazione da attraversare, non un questionario a risposte. La fai seduto al tuo computer, senza nessuno intorno, in un pomeriggio qualunque. E poi due settimane di attesa per sapere se sei passato. Nel suo complesso, il processo dura in media dalle cinque alle otto settimane e ha sei passi, la candidatura, la prova al computer, la chiamata con il recruiter, il primo giro di colloqui, il giro finale, l'offerta. E il giro finale, nella versione descritta da Management Consulted, una società che analizza i processi di selezione delle grandi consulenze, sta tutto dentro una giornata, tre colloqui la mattina, e se la mattina è andata bene, uno o due in più lo stesso pomeriggio. Ora, su quella prova al computer Rosy dice una frase che vale più di quanto sembri, ti sembra di fare davvero un gioco, ma è una cosa matematica. E qui viene il bello. Chi quella prova la spiega ai candidati dice l'esatto contrario, e lo dice per iscritto. Il centro carriere della Tufts, l'università americana, la presenta così, it's not a traditional math test, it's a cognitive and simulation-based assessment. Non è un test di matematica tradizionale, è una valutazione cognitiva basata su simulazione. Harvard, descrivendola, va ancora oltre, the world reacts to your choices, and there is rarely one right answer. Il mondo reagisce alle tue scelte, e quasi mai c'è una risposta giusta. E la ragione per cui è stata costruita così, sempre da Harvard, è questa, to measure how people think rather than what they have memorized. Misurare come le persone pensano, non che cosa hanno memorizzato. Eppure Rosy, che quella prova l'ha superata, la ricorda come esattamente la cosa che era stata progettata per non essere. E questo non è un errore da poco, è una prova che ha ingannato perfino chi è passato. E lascia in piedi la domanda successiva. Che è quella vera. Se non è matematica da ricordare, che cosa si allena?

Il voice over dei pensieri

La cosa più faticosa, all'inizio, non era risolvere. Era un'altra cosa, e lei la racconta così, nella sua testa aveva tutto molto chiaro, sapeva come si faceva, ma dato che non riusciva a fare voice over dei suoi pensieri, dall'altra parte non riusciva a seguirmi. Riascoltate bene quella frase, perché è il centro di tutto, dall'altra parte, non riusciva a seguirmi. Lei era la stessa persona, ma per chi la stava ascoltando era diventata un'altra, qualcuno che taceva, e nel silenzio non succedeva niente. Ecco che cosa si allena davvero, in quel gioco che arriva fino a casa tua. Non la soluzione. Il pensiero reso udibile mentre accade. Un muscolo da allenare. Chi ti ascolta non vede la tua testa, vede solo quello che esce, e se non esce, per quello che lo riguarda non è successo niente. È una competenza che nessuno insegna all'università, perché all'università i pensieri si consegnano finiti, li consegni per iscritto, già belli, già chiusi. Qui no. Qui il pensiero va consegnato mentre sta ancora accadendo, con la voce che inciampa, che cerca la parola, che procede. E l'azienda lo sa, che questo è il punto. Perché ai candidati che arrivano fino a un certo punto, assegna un coach. E qui viene la sorpresa, il coach non è un senior con vent'anni di carriera. Sono coach che sono analyst, dice lei, so, cioè gente comunque giovane. Un analista, un business analyst, qualcuno che ha superato la stessa porta pochi mesi prima, e quella porta la ricorda ancora dal lato di fuori. Quando chi la intervista lo scopre, resta senza parole, che figata questo, non sapevo. Poi c'è un punto in cui l'allenamento smette di essere allenamento, e diventa semplicemente la prova. È la sera del terzo caso di fila. Senza energie. Sotto pressione. Con il novanta per cento delle domande e delle reazioni che deve uscire da sola, lì, in quel momento. E chi in quel momento sta cercando di ricordarsi che cosa diceva il manuale di Victor Cheng, l'uomo che ha scritto il metodo più usato per prepararsi a questi colloqui, non risolve. Non perché non lo sappia. Perché sta usando per ricordare la parte di sé che gli serve per pensare. Quanti casi, allora? Lei dà una cifra, dai trenta ai cinquanta. È il tipo di numero che, detto in un'intervista, suona come misura di serietà, guarda quanto ho lavorato. Ma chi allena i candidati per mestiere, quel numero lo legge in un altro modo, come un sintomo. C'è una piattaforma che si chiama StrategyCase, e dice, pianifica da quindici a venticinque casi di alta qualità, praticati con riflessione, non più di sessanta in pilota automatico. E un suo coach, uno di quelli passati di lì, va nella stessa direzione, i candidati che ho seguito fino a un'offerta delle grandi società di consulenza hanno fatto raramente più di venticinque, trenta casi completi. E accanto, da IGotAnOffer, un'altra piattaforma, una di quelle dove chi cerca lavoro si scambia consigli, c'è il numero che sposta tutta la questione, chi riceve un'offerta ha fatto almeno venticinque sessioni di pratica dal vivo. Con un partner umano. Non da solo. Non con un libro. Quindi la quantità che conta, alla fine, non è di casi. È di persone. Venticinque persone con cui hai parlato ad alta voce, davanti a cui hai pensato. E qui si apre una domanda che l'intervista, per venti minuti, non fa, le persone, dove si trovano?

Il gruppo che non ha un nome

Al Politecnico si trovavano da sole. Facciamo un passo indietro, perché per capire che cosa rischia questa donna bisogna capire dove non era. Il Politecnico, l'università tecnica, quella dove studiavano i compagni di corso che poi l'avrebbero incrociata ai colloqui. Lì gli studenti creano gruppi, raccolgono il materiale, si passano i casi, si allenano a vicenda per gli stessi colloqui. Non è la scena della ragazza che studia da sola di notte, è una rete di persone che si prepara insieme, perché tutte insieme, nello stesso momento, sanno che c'è qualcosa per cui prepararsi. Lei da quel mondo non veniva. Ascoltatela bene, perché è la frase che spiega tutto il resto, Vengo da un mondo in cui non sapevo esattamente cos'era la consulenza. E sul lessico del mestiere, quelle parole che negli annunci di lavoro stanno scritte ovunque, dice, io prima di entrare in questa azienda lo leggevo ovunque ma non capivo nell'essenza cos'erano. Le parole erano pubbliche e vuote. Alla sua portata, e insieme inutili. A riempirle sono stati loro. Loro chi? Gli stessi del gruppo, la stessa logica che abbiamo già incontrato, chi ti ha preceduto di poco ti prende per mano. È bastata una frase, guarda, ci sono degli eventi, ti spiegano come sono queste aziende, cosa fanno. E qui succede una cosa. Nel bel mezzo dell'intervista, chi la sta conducendo si ferma. Interrompe la sua stessa intervista e dice, Raga, scusate se vi interrompo. ho sempre sognato di fare questa cosa. Poi regala due nomi, Crafting Cases e Prep Lounge. Non è pagato da nessuno dei due. Lo fa perché ha sognato di poterlo fare. Fermiamoci un secondo su quella frase, perché dice più di quanto sembri. Ha sognato di poterlo fare, cioè sapeva che dall'altra parte c'è qualcuno che quei due nomi non li ha mai sentiti. E che nessun compagno di corso glieli passerà, perché quella persona il compagno di corso non ce l'ha. Non ha il gruppo del Politecnico, non ha la rete, non ha chi le dice a bassa voce, guarda, ci sono degli eventi. Il metodo è pubblico. Il gruppo no. È questa la distanza che ha dovuto colmare, non studiare qualcosa di difficile, ma scoprire che quel qualcosa esisteva, senza nessuno accanto che glielo dicesse.

Le porte che non si vedono

Riscrivo il capitolo seguendo la regia, ritmo enumerativo e accelerato, come richiesto per questo pezzo, numeri sciolti in lettere, sigle e codici tecnici eliminati o riformulati a parole, citazioni esatte mantenute, e la protagonista nominata alla prima occorrenza. Ecco il testo pronto per la lettura, --- Rosy, nel duemiladiciannove, va a un evento riservato alle donne, qua nei nostri uffici. La lista di questi eventi è pubblicata sul sito dell'azienda, precisa fin nei dettagli, si tengono più a Milano che a Roma. Da lì, dice, E quindi da lì ho detto, perché no, applico e poi è andata bene. Racconta che quell'evento esiste tuttora. Il suo nome, però, cercato da fuori non porta da nessuna parte in Italia, nessuna traccia pubblica da seguire. È un evento a invito, lascia il segno nei racconti di chi c'è stato, non in un archivio che chiunque può aprire. La porta d'ingresso più citata di tutta questa storia è anche la più invisibile a chi la sta cercando. E il resto del suo percorso, guardato da vicino, si comporta allo stesso modo. Politecnico di Milano, doppia laurea insieme all'università Tsinghua di Pechino, l'accordo tra i due atenei esiste davvero, è registrato con un codice interno, un numero d'inventario appiccicato addosso a un pezzo di vita. Poi Huawei, che Rosy racconta come vari stage, la sua prima esperienza di lavoro. Cos'è, in realtà, quello stage? Dieci studenti italiani imbarcati per Dongguan e Shenzhen, una settimana, dal quattordici al venti settembre. Al mattino lezioni sulla quinta generazione delle reti mobili, sull'intelligenza artificiale, sul Cloud, sul Digital Power, il pomeriggio dentro una Smart Factory e in un sito fotovoltaico intelligente, accanto a compagni arrivati da altri paesi. Un programma di formazione per dieci o quindici studenti l'anno, dichiaratamente non uno stage aziendale. Non è la bugia di nessuno, è così che funziona un curriculum. La parola stage regge un peso che la cosa non ha, e chi lo legge non ha modo di saperlo. Ma è di nuovo la stessa forma, una cosa vera, riservata a dieci persone l'anno, che da fuori sembra una categoria aperta a chiunque. E poi c'è il calendario, che è la porta più semplice di tutte e la più facile da mancare. Le candidature per gli stage si sono aperte il primo gennaio duemilaventisei e chiuse il ventinove marzo, quelle per la posizione di analista commerciale a tempo pieno si sono aperte il primo luglio, con termine l'undici agosto. Chi segue da vicino queste selezioni consiglia di muoversi tre o sei mesi prima dell'apertura, per una finestra che parte a Capodanno, vuol dire cominciare in piena estate. E negli ultimi anni quel calendario si è spostato sempre più indietro, per allinearsi a quello delle banche d'affari. Chi non sa che quella finestra esiste la trova già chiusa, prima ancora di sapere che c'era stata.

Dieci secondi

L'intervista sta per finire. Lei è la protagonista di tutta questa storia, la ragazza che ha attraversato l'assessment, i casi, i colloqui, e adesso è arrivata alla fine, le chiedono i consigli, quella parte in cui di solito si dicono le cose che si dicono. E lei, invece, dice una cosa che pesa più di tutto il resto. Sono stata relativamente fortunata. Ero in un contesto in cui magari i propri amici vicini sapevano del mondo della consulenza, però se mi immagino di aver frequentato un'altra università in cui non c'era tutto questo contesto vicino alla consulenza, sicuramente non sarei qua adesso. Dieci secondi. In fondo a venti minuti di metodo. E sono la risposta alla domanda che dà il titolo a tutto questo, non come si entra, ma a chi capita di sapere che si può entrare. Perché il metodo, tutto quello che abbiamo visto fin qui, è la parte generosa della storia. Ed è gratis, dalla prima all'ultima riga. I due siti? Li ha regalati l'intervistatore in diretta, mentre le faceva le domande. Il coach? Lo assegna l'azienda, e ti tocca uno che è passato di lì l'anno prima. Il calendario degli eventi? È pubblicato, sta lì, può vederlo chiunque. E il consiglio più concreto di tutta l'intervista costa zero e sta in una frase, scaricarsi qualche app per la matematica mentale. Non un master. Non un corso. Un'app da telefono per allenare il calcolo a mente. Su questo, l'intervistatore va dritto, Non si nasce imparati, cioè basta, è un muscolo da allenare. E lei, sopra, aggiunge, Un muscolo da allenare, esatto. Quel muscolo lo può allenare chiunque. Ma nessuno può scaricare la persona che ti dice che quel muscolo serve a qualcosa. L'amico che a un certo punto, in un corridoio, ti dice, guarda, ci sono degli eventi. Il lunedì mattina, intanto, lei riparte. Da Milano, verso una città a due ore che non può nominare, con due colleghi che stanno salendo insieme a lei. E a un certo punto della giornata qualcuno deciderà a voce che cosa è processo e che cosa è contenuto. La sera si cena, e a volte si lavora dopo cena, a volte no. È una vita che si può desiderare o non desiderare. Sono affari di chi la vive. Ma la cosa che resta è un'altra. È più semplice, ed è più scomoda. Di tutta la macchina che seleziona, la prova costruita per misurare come pensi, i cinque colloqui, le settimane di casi, il coach, le finestre di calendario, il filtro che ha selezionato di più ha agito prima di tutti gli altri. In un corridoio di università. Quando qualcuno ha detto una frase a qualcun altro. E lei è l'unica, in tutta l'intervista, ad averlo detto ad alta voce.

Tre giorni fuori, due dentro

Il lunedì mattina si parte da Milano verso una città a due ore di distanza. Nell'intervista la città non ha nome, e nemmeno il cliente: si dice soltanto che sono due ore.

Si arriva e la prima cosa che succede non è lavorare, è mettersi d'accordo. Check-in con la squadra, che è «un IM più due»: un , lei, un analista. Tre persone. Lì, a voce, si decide che cosa è processo e che cosa è contenuto per quella giornata — cioè si divide in due la giornata prima che cominci: da una parte le cose che vanno fatte perché il progetto avanzi, dall'altra le cose che vanno pensate.

Vale la pena guardarle bene, quelle tre persone. L'engagement manager sta andando verso la posizione da partner. Lei sta andando verso junior manager. L'analista è appena entrato. Nessuno dei tre è fermo dove si trova: sono tutti e tre in mezzo a un salto di livello, nella stessa stanza, davanti allo stesso cliente.

Lunedì, martedì, mercoledì. Mercoledì pomeriggio si rientra a Milano, giovedì e venerdì si sta in ufficio. La sera, fuori sede, si cena — e qui la frase si apre e non si chiude: «poi verso sera ceniamo e dipende dalla settimana, a volte si lavora dopo cena, a volte no». Non è che si lavora sempre dopo cena. È che non si sa prima quale delle due sarà.

E il giovedì-venerdì in ufficio, poi, è una regola che non esiste. Non c'è una policy, dice: dipende dal team, dipende dal manager. La prova arriva nella stessa risposta, mentre parla — «infatti oggi non c'è»: il giorno dell'intervista il suo team è da remoto. Sta raccontando la vita in ufficio da dentro un ufficio in cui la sua squadra non c'è.

Questo è il lato di dentro. L'intervista serve a rispondere a una domanda sola, ed è la domanda che ha portato lì chi ascolta: come ci si arriva.

Un gioco che arriva a casa

La prima cosa che l'azienda manda a un candidato non è una domanda. È un invito a una prova, e arriva con tre-sette giorni di preavviso. Chi lo riceve ha meno di una settimana per prepararsi a una cosa che non ha mai visto — il che significa, in pratica, che chi non si era già preparato prima di mandare la candidatura non ha tempo di farlo dopo.

Poi succede in casa propria. «Ti arriva un gioco, un digital assessment che fai direttamente da casa»: il si affronta seduti al proprio computer, senza nessuno intorno, in un pomeriggio qualunque. Poi due settimane di attesa per sapere se si è passati.

L'intero processo dura in media cinque-otto settimane e ha sei passi: candidatura, prova al computer, chiamata con il recruiter, primo giro di colloqui, giro finale, offerta. Il giro finale, nella versione descritta da Management Consulted, sta dentro una giornata sola: tre colloqui la mattina, e se la mattina è andata bene uno o due in più lo stesso pomeriggio.

Sulla prova al computer Rosy dice una frase che vale più di quanto sembri: «Ti sembra di effettivamente fare un gioco ma è una cosa matematica».

Chi quella prova la spiega ai candidati dice l'opposto, e lo dice per iscritto. Il centro carriere di Tufts: «it's not a traditional math test—it's a cognitive and simulation-based assessment». Harvard, descrivendola: «the world reacts to your choices, and there is rarely one 'right answer'». E la ragione per cui è stata costruita così, sempre da Harvard: «to measure how people think rather than what they have memorized».

Chi l'ha superata la ricorda come esattamente la cosa che quella prova era stata progettata per non essere. Non è un errore da poco: è una prova che ha ingannato anche chi è passato. E lascia in piedi la domanda successiva, che è quella vera. Se non è matematica da ricordare, che cosa si allena?

this picture is taken at one of the polimi residences found in milano
this picture is taken at one of the polimi residences found in milano — foto: Abduselam Hamid · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il voice over dei pensieri

La cosa più faticosa, per lei, all'inizio, non era risolvere.

«Nella mia testa avevo tutto molto chiaro come si faceva, ma poi dato che non riuscivo a fare voice over dei miei pensieri, dall'altra parte non riuscivo a seguirmi.»

Ecco che cosa si allena. Non la soluzione: il pensiero reso udibile mentre accade. Chi ti ascolta non vede la tua testa, vede solo quello che esce — e se non esce, per quello che lo riguarda non è successo niente. È una competenza che nessuno insegna all'università, perché all'università i pensieri si consegnano finiti.

L'azienda, ai candidati che arrivano fino a un certo punto, assegna un coach. E il coach non è un senior: «sono coach che sono analyst, so, cioè gente comunque giovane». È un analista o un business analyst, cioè qualcuno che ha superato la stessa porta pochi mesi prima e la ricorda ancora dal lato di fuori. L'intervistatore, quando lo scopre, non riesce a fare la domanda dopo: «Che figata questo, non sapevo».

Poi c'è il punto in cui l'allenamento smette di essere allenamento. È la sera del terzo caso di fila: senza energie, sotto pressione, con il novanta per cento delle domande e delle reazioni che deve uscire da solo. Chi in quel momento sta cercando di ricordarsi che cosa diceva il manuale di Victor Cheng, non risolve — perché sta usando per ricordare la parte di sé che gli serve per pensare.

Sul quanto, lei dà una cifra: dai trenta ai cinquanta casi. È il tipo di numero che, detto in un'intervista, suona come misura di serietà. Ma chi allena i candidati per mestiere quel numero lo legge come un sintomo. StrategyCase: «Plan for 15-25 high-quality cases practiced with reflection, not 60+ cases on autopilot». Un suo coach: «The candidates I've coached to MBB offers rarely did more than 25-30 full cases».

E accanto, da IGotAnOffer, il numero che sposta la questione: chi riceve un'offerta ha fatto almeno venticinque sessioni di pratica dal vivo con un partner umano. Non da solo. Non con un libro.

Quindi la quantità che conta non è di casi. È di persone. Il che apre la domanda che l'intervista, per venti minuti, non fa: le persone, dove si trovano?

Il gruppo che non ha un nome

Al Politecnico si trovavano da sole.

Compagni di università che creano gruppi, raccolgono il materiale, si passano i casi, si allenano a vicenda per gli stessi colloqui. È una scena collettiva, non individuale: non la ragazza che studia di notte, ma una rete di persone che si preparano insieme perché sanno tutte, contemporaneamente, che c'è qualcosa per cui prepararsi.

Lei da quel mondo non veniva. «Vengo da un mondo in cui non sapevo esattamente cos'era la consulenza.» E sul lessico del mestiere, quello che nei job post sta scritto ovunque: «io prima di entrare in questa azienda lo leggevo ovunque ma non capivo nell'essenza cos'erano». Le parole erano pubbliche e vuote. A riempirle sono stati loro: «guarda, ci sono degli eventi, ti spiegano come sono queste aziende, cosa fanno».

C'è un momento, nell'intervista, in cui questa asimmetria diventa visibile a chi la sta conducendo. L'intervistatore si ferma, interrompe la sua stessa intervista e dice: «Raga, scusate se vi interrompo... ho sempre sognato di fare questa cosa». Poi regala due nomi propri — Crafting Cases e Prep Lounge — senza essere pagato da nessuno dei due.

Ha sognato di poterlo fare. Cioè: sapeva che dall'altra parte c'è qualcuno che quei due nomi non li ha mai sentiti, e che nessun compagno di corso glieli passerà. Il metodo è pubblico. Il gruppo no.

Le porte che non si vedono da fuori

Nel 2019 lei va a un evento rivolto alle donne, «qua nei nostri uffici». La lista di questi eventi è pubblicata sul sito dell'azienda, precisa; si tengono «più a Milano che a Roma». Da lì: «E quindi da lì ho detto, perché no, applico e poi è andata bene».

Dice che quell'evento esiste tuttora. Il suo nome, però, cercato da fuori non porta da nessuna parte in Italia: non lascia una traccia pubblica che si possa seguire. È il tipico evento a invito — lascia segno nei post di chi c'è andato, non in un archivio consultabile. La porta d'ingresso più citata dell'intervista è invisibile a chi la sta cercando.

Anche il resto della biografia, guardato da vicino, si comporta così. Politecnico di Milano, doppia laurea con Tsinghua a Pechino: l'accordo esiste ed è censito, con tanto di codice — MANAGEMENT ENGINEERING - BV (479/552), un numero d'inventario appiccicato a un pezzo di vita. Poi Huawei, che nell'intervista è «vari stage», la prima esperienza di lavoro.

Che cos'è: dieci studenti italiani imbarcati per Dongguan e Shenzhen, dal 14 al 20 settembre. Aule al mattino su 5G, intelligenza artificiale, Cloud, Digital Power; il pomeriggio in una Smart Factory e in un sito Smart PV; compagni di banco arrivati da altri paesi. Un programma di formazione per dieci-quindici studenti l'anno, una settimana, dichiaratamente non uno stage aziendale.

Non è una bugia di nessuno: è come funziona il curriculum. La parola «stage» regge un peso che la cosa non ha, e chi legge il curriculum non ha modo di saperlo. Ma è di nuovo la stessa forma: una cosa vera, riservata a dieci persone l'anno, che da fuori sembra una categoria generale a cui chiunque potrebbe accedere.

E poi c'è il calendario, che è la porta più semplice di tutte e la più facile da mancare. Le domande per gli stage si sono aperte il 1° gennaio 2026 e chiuse il 29 marzo; quelle per Business Analyst a tempo pieno si sono aperte il 1° luglio, con termine l'11 agosto. Il consiglio di chi segue le candidature è di cominciare tre-sei mesi prima dell'apertura — per una finestra che si apre a Capodanno, significa muoversi in estate. Il calendario, negli ultimi anni, si è spostato all'indietro per allinearsi a quello delle banche d'affari.

Chi non sa che esiste una finestra la trova chiusa prima di sapere che c'era.

Ingresso del Politecnico di Milano visto da piazza Leonardo da Vinci
Ingresso del Politecnico di Milano visto da piazza Leonardo da Vinci — foto: Luigi Brambilla · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Le due finestre del 2026 per i ruoli d'ingresso

gamma97
dati: Calendario delle candidature 2026 · elaborazione: gamma97

Dieci secondi

L'intervista sta finendo. Le chiedono i consigli, la parte in cui di solito si dicono le cose che si dicono. E lei dice questa:

«Sono stata relativamente fortunata. Ero in un contesto in cui magari i propri amici vicini sapevano del mondo della consulenza, però se mi immagino di aver frequentato un'altra università in cui non c'era tutto questo contesto vicino alla consulenza, sicuramente non sarei qua adesso.»

Sono dieci secondi, in fondo a venti minuti di metodo, e sono la risposta alla domanda che dà il titolo a tutto il resto. Non «come si entra»: a chi capita di sapere che si può entrare.

Il metodo, per contro, è la parte generosa della storia — ed è tutta gratis. I due siti li ha regalati l'intervistatore in diretta. Il coach lo assegna l'azienda, e ti tocca uno che ci è passato l'anno prima. Il calendario è pubblicato. E il consiglio più concreto che esce dall'intera intervista costa zero e sta in una frase: scaricarsi qualche app per la matematica mentale. Non un master, non un corso: un'app da telefono per allenare il calcolo a mente. Sulla stessa cosa, l'intervistatore: «Non si nasce imparati, cioè basta, è un muscolo da allenare». E lei, sopra: «Un muscolo da allenare, esatto».

Quel muscolo lo può allenare chiunque. Nessuno può scaricare, invece, la persona che ti dice che il muscolo serve a qualcosa — l'amico che a un certo punto dice «guarda, ci sono degli eventi».

Il lunedì mattina lei riparte da Milano verso una città a due ore che non può nominare, con due colleghi che stanno salendo insieme a lei, e a un certo punto della giornata qualcuno deciderà a voce che cosa è processo e che cosa è contenuto. La sera si cena, e a volte si lavora dopo cena, a volte no. È una vita che si può desiderare o non desiderare: sono affari di chi la vive.

La cosa che resta è un'altra, ed è più semplice e più scomoda. Di tutta la macchina che seleziona — la prova costruita per misurare come pensi, i cinque colloqui, le settimane di casi, il coach, le finestre — il filtro che ha selezionato di più ha agito prima di tutti gli altri, in un corridoio di università, quando qualcuno ha detto una frase a qualcun altro. E lei è l'unica, in tutta l'intervista, ad averlo detto ad alta voce.

Politecnico di Milano, Edificio Gino Cassinis - aula De Donato
Politecnico di Milano, Edificio Gino Cassinis - aula De Donato — foto: Ale zena · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale
Harold Stanley, President of Morgan Stanley, testifying before the National Monopoly Committee on Dec. 19, 1939. Image cropped using Photo Editor at https://www.befunky.com/create/
Harold Stanley, President of Morgan Stanley, testifying before the National Monopoly Committee on Dec. 19, 1939. Image cropped using Photo Editor at https://www.befunky.com/create/ — foto: Harris & Ewing, photographer (cropped and reuploaded to Wikimedia Commons by Emiya1980) · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Riferimenti

  1. Come si entra in McKinsey: selezione, stipendi e carriera in consulenza — intervista a Rosalina Chen, associate McKinsey Milano —
  2. Mignone Center for Career Success, Harvard FAS — sulla natura della prova d'ingresso e sul preavviso dell'invito — https://www.harvard.edu
  3. Career Center, Tufts University — «it's not a traditional math test» — https://www.tufts.edu
  4. StrategyCase — sul numero di casi da preparare — https://www.strategycase.com
  5. IGotAnOffer — sulle sessioni di pratica dal vivo — https://igotanoffer.com
  6. HackingTheCaseInterview — durata e passi del processo di selezione — https://www.hackingthecaseinterview.com
  7. Management Consulted — il formato della giornata finale di colloqui — https://managementconsulted.com
  8. PrepLounge — forum sulla preparazione e sulla vita in consulenza — https://www.preplounge.com
  9. Crafting Cases — https://www.craftingcases.com
  10. Politecnico di Milano, accordi internazionali — doppia laurea con Tsinghua, MANAGEMENT ENGINEERING - BV (479/552) — https://www.polimi.it
  11. Techzilla — la settimana di formazione Huawei a Dongguan e Shenzhen per dieci studenti italiani —