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6 settembre 2026

"Nel 2015 Lorenzo Osti ricompra C.P. Company, il marchio inventato da suo padre Massimo"

"Cinque milioni offerti, venticinque chiesti: come il figlio di un uomo che aveva perso tutto con il proprio cognome si è ripreso l'azienda da cui la famiglia era uscita ventidue anni prima."

"Nel 1971 un ex rappresentante Pirelli di Baricella fonda a Bologna un marchio di abbigliamento intitolandolo a una fabbrica immaginaria di un fumetto inglese; nel 1982 lo affianca con un secondo marchio nato per contenere un tessuto che i clienti avevano bocciato, e lo chiama Stone Island. Nel 1993 Massimo Osti esce dalla società che aveva costruito, nel 1995 mette il proprio nome su un'insegna e in tre anni perde tutto: i capi con il suo cognome finiscono svenduti negli autogrill. Muore nel 2005. Dieci anni dopo suo figlio Lorenzo, che dice di non aver mai fatto una trattativa in vita sua, si siede davanti al proprietario di C.P. Company e offre cinque milioni per riportare a casa il primo dei due marchi. Questa è la storia di come ci è arrivato, e di che cosa aveva davanti agli occhi mentre lo faceva."

"Nel 2015 Lorenzo Osti ricompra C.P. Company, il marchio inventato da suo padre Massimo"

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Cinque milioni

Nel 2015 Lorenzo Osti ricompra C.P. Company, il marchio inventato da suo padre Massimo

Cinque milioni. Lorenzo Osti lo dice così, buttando il numero sul tavolo, cinque milioni. E dall'altra parte Enzo Fusco gli ride in faccia. Ride davvero, una risata intera, è Lorenzo stesso a raccontarla così, e Lorenzo è uno che quarant'anni li ha passati a guardare la propria famiglia trattare affari, senza mai trattarne uno suo. Fusco, imprenditore veneto, quello stesso marchio se l'era comprato cinque anni prima. E sapeva benissimo quanto valeva, perché quel fatturato l'aveva tirato su con le sue mani. Quindi risponde, venticinque. Io non ho mai fatto una trattativa in vita mia, dirà poi Lorenzo. Ed era vero. Lorenzo Osti era un uomo che aveva fatto siti internet, che aveva messo in piedi un'agenzia con i compagni di scuola, e di moda diceva di non sapere niente. E in mezzo, tra i due, appoggiato sul tavolo come la cosa più preziosa della stanza, c'era il nome per cui si stavano giocando tutto, C.P. Company. Il primo marchio che suo padre avesse mai fondato, quarantaquattro anni prima, in un'Italia dove la parola sportswear non voleva ancora dire niente, quando Massimo Osti, suo padre, non disegnava vestiti ma volantini, per un'agenzia grafica di Bologna. Per me era una follia, è la prima cosa che Lorenzo dice oggi, quando gli si chiede di quell'anno. Follia perché non aveva i soldi. Follia perché non aveva l'esperienza. Ma soprattutto follia per un motivo che chiunque avesse conosciuto quella famiglia avrebbe capito al volo, il cognome Osti, addosso a un'azienda di abbigliamento, c'era già passato. E aveva portato al disastro. Non un disastro qualunque, un disastro da cui suo padre non si era più ripreso, e che il figlio aveva visto giorno per giorno, vivendo nella stessa casa con lui. Per capire che cosa c'era davvero, dentro quella cifra, bisogna fare un salto indietro di settant'anni. In un paese della pianura bolognese, dove un bambino nasce in mezzo alla guerra e perde il padre prima ancora di poterselo ricordare.

Un cognome senza padre

Massimo Osti nasce il diciassette giugno millenovecentoquarantaquattro a Baricella, un paese in provincia di Bologna. È l'ultimo di tre figli di Marino Osti e Gabriella Tonti. A settembre di quello stesso anno, un bombardamento uccide suo padre. Il bambino ha tre mesi. In famiglia si è sempre raccontato che ne avesse un anno e mezzo, le date dicono altro. E la differenza è di quelle che restano nelle famiglie, perché nessuno le controlla mai. C'è un'altra cosa che in casa si è sempre raccontato, che il nonno avesse un'azienda di trasporti, e che i camion glieli avessero sequestrati in guerra. Riscontri non ne esistono. Ma quell'immagine conviene tenerla a mente, perché il camion, prima o poi, tornerà. Della sua infanzia Massimo diceva poco. Quel poco lo ha ripetuto il figlio, con queste parole, My father was born poor, an orphan, and lost his brother when he was young, he had a tough life. Mio padre era nato povero, orfano, e da ragazzo aveva perso il fratello, una vita dura. Di quel fratello, in tutto il materiale che esiste, non resta altro che questa riga. Non un nome, non una data, non una circostanza. A sedici anni, Massimo fa il rappresentante per la Pirelli, la casa degli pneumatici. Poi si iscrive a un corso serale di grafica, e da lì comincia tutto quello che verrà, non dal disegno di un capo, ma dal disegno di un annuncio. Nel millenovecentosessantotto fonda a Bologna un'agenzia grafica, che si chiamava C D due, come a dire la seconda CD, CD stava per le iniziali di Creative Design, l'agenzia da cui quella nuova era nata come una figlia. I soci sono Lucio Festi e Giorgio Sgorbati. È qui che compare per la prima volta un modo di ragionare che gli resterà addosso per il resto della vita. Per pubblicizzare una svendita al trenta per cento, l'agenzia stampa e distribuisce per la città finte copie del Resto del Carlino, il giornale di Bologna. Prima pagina identica all'originale, titoli assurdi, uno diceva strage di orme, e dentro, al posto della cronaca, l'annuncio dei saldi. Il giornale della città, contraffatto, messo in mano ai passanti. Non era un modo di fare pubblicità. Era un modo di guardare le cose, prendere un oggetto che tutti riconoscono, svuotarlo, e riempirlo con qualcos'altro. Tre anni dopo lo avrebbe rifatto con un marchio di abbigliamento. E stavolta l'oggetto svuotato sarebbe stato una fabbrica che non esisteva.

Una fabbrica dove nessuno lavora

Nel millenovecentosettanta, a Crevalcore, Massimo Osti mette in piedi insieme a un socio, Raimondo Cattabriga, una società il cui nome sono due lettere dette a voce, O, emme, seguite dalla parola Diffusion, Oemme Diffusion. L'anno dopo è proprio il socio dell'agenzia a dirgli una frase che è insieme un complimento e un ordine, Facciamo un marchio fatto da te che fa cose da uomo. Serve un nome. E il nome lo trova un amico, Corrado Zannoni, che lo pesca da un fumetto inglese, Bristow, che in Italia usciva sulla rivista Linus. È la storia di un impiegato che passa le giornate a inventarsi modi per non lavorare. E la ditta dove quest'uomo non lavora si chiama Chester Perry. Attenzione, perché qui sta il gioco, Chester Perry non è una persona, è una fabbrica immaginaria, il posto dove l'ozio ha sede legale. Ebbene, Chester Perry in Italia diventa il nome di un'azienda di abbigliamento maschile guidata da un uomo, Osti appunto, che esce di casa alle sette del mattino, rientra alle nove di sera, e porta il lavoro a casa il sabato e la domenica mattina. Mezza giornata libera alla settimana. Chiunque avesse inventato quella battuta nel fumetto non poteva sapere quanto sarebbe diventata precisa al contrario, la fabbrica dove nessuno lavora, finita in mano a uno che non faceva altro. Nel millenovecentosettantotto arrivano gli avvocati. Due marchi inglesi, Fred Perry e Chester Barrie, fanno causa, quel nome è troppo vicino ai loro. E Osti, che pure di nomi presi a prestito se n'è sempre servito volentieri, non si mette a litigare. Lo accorcia. Restano due iniziali, C.P. Company. Tutte le fonti raccontano quella causa, ma nessuna mostra l'atto, tribunale, sede, esito formale restano un'ombra dietro un fatto che tutti danno per acquisito. Ed è proprio in quegli anni che Osti fa la cosa per cui chi si occupa di abbigliamento tecnico lo ricorda ancora oggi. Cambia l'ordine delle operazioni, prima si cuce il capo, poi lo si tinge e lo si tratta. Si chiama tinto in capo, cioè il contrario dell'ordine abituale, in cui si tinge il tessuto e solo dopo lo si taglia e lo si cuce. È una scelta industriale, non stilistica. Ma è quella che produce l'effetto per cui due giacche uguali non vengono mai identiche. Pensateci un momento, un uomo che si nasconde dietro nomi altrui, una fabbrica nata in un fumetto, due iniziali rimaste da una causa, e che intanto, sotto quel nome preso in prestito, ribalta il modo in cui si fa un vestito. Nel millenovecentottantadue farà la cosa più sua di tutte, costruire un secondo marchio attorno a un tessuto che il mercato gli aveva già bocciato. Ma per arrivarci gli serve una cosa che non ha, i soldi. E su quei soldi, e su chi li porta, si gioca il pezzo che viene.

L'autista

I primi anni Ottanta li passa così, Massimo Osti, con l'azienda che non respira e una crisi di liquidità che lo costringe a bussare a chi ha i soldi. E lui sa benissimo come funziona, chi arriva a chiedere, viene giudicato prima ancora di aprire bocca. Per questo ha un piano. Ha una Jaguar, e ha un amico. Chiama l'amico e gli dice, no, tu fai finta di essere il mio autista. L'amico si mette al volante, lui si siede dietro. Ed entrano dal finanziatore con il macchinone e l'autista davanti, come si conviene a un uomo che i soldi non li deve chiedere a nessuno. Ma prima dell'incontro c'è l'attesa. Fermi in macchina, ad aspettare. E i due fumano duecento sigarette. Il numero è dell'amico, che molti anni dopo lo ha raccontato a Lorenzo Osti, il figlio di Massimo, insieme a un'altra cosa che Massimo aveva detto lì, in macchina, o la riusciamo a fare, o salto per aria. Il bluff non funziona. Ed è una scena comica, questa, finché non ci si mette dentro il resto, un uomo di poco meno di quarant'anni, con un'azienda che non respira, seduto sul sedile posteriore della propria automobile, a fingere di essere qualcun altro per convincere qualcun altro a dargli fiducia. Duecento sigarette sono quattro ore di attesa, forse cinque. Con quella frase, salto per aria, ancora sospesa nell'aria dell'abitacolo. Il figlio, di suo padre, dirà una cosa sola che spiega tutta la sua vita professionale, non si fermava ai no mai. Non si può fare? Non è vero. E infatti. Il no successivo, quello che arriva pochi anni dopo, da un uomo in piedi accanto al proprio camion, è proprio il no da cui nasce Stone Island.

Il telone del camion

Millenovecentoottantadue. Massimo Osti, quello che aveva già fondato la Chester Perry e cercava sempre tessuti che nessun altro aveva, vede un camion parcheggiato. Ma non è il camion a fermarlo, è il telone. Stinto dal sole, scolorito a chiazze, invecchiato in un modo che nessuna tintura sa riprodurre. Va dal proprietario e gli chiede di comprarglielo. L'uomo gli dice di no. Il camion gli serve. Da quel rifiuto parte una caccia. Osti cerca qualcuno che sappia fabbricargli quel colore lì, e lo trova. Non in un lanificio, ma da un artigiano che produceva tende da esterno per i negozi, una canvas di cotone spalmato che, a lavarla, si decolora. Voglio quell'effetto lì, gli dice. Di quell'artigiano non resta niente. Non il nome, non l'azienda, non l'indirizzo, non se esistesse ancora l'anno dopo. È l'uomo che ha materialmente fabbricato il tessuto su cui poggia uno dei marchi italiani più venduti al mondo, ed è sparito. Il tessuto entra nelle collezioni della C.P. Company, il marchio che Osti ha già in piedi. E a fine stagione, al banco dei resi, succede la cosa che per chiunque altro avrebbe chiuso la faccenda, i clienti riportano indietro i capi. Ma si è scolorito, l'ho lavato una volta, si è scolorito. Esattamente quello che il tessuto era stato progettato per fare. Un capo che si comporta come previsto e viene reso come difettoso è un fallimento commerciale netto. Osti ne trae la conclusione opposta, se il tessuto non sta dentro quel marchio, si costruisce il marchio attorno al tessuto. Nasce così un secondo nome, che esiste per contenere una stoffa che nessuno voleva. Per il nome chiede aiuto alla moglie. Daniela Facchinato, fotografa, sta leggendo Joseph Conrad, butta giù su un foglio le parole che le piacciono e gli passa la lista. Lui ne sceglie due, Stone Island. Ma non è solo Conrad. La famiglia aveva comprato, nel millenovecentosettantasei, una casa in Gallura, in mezzo alle rocce scavate dal vento, rocciosissimo, spazzato dal vento, dice Lorenzo, il figlio. E il simbolo del marchio, la rosa dei venti, viene dalla bussola della barca di famiglia. Un'isola di pietra letta in un romanzo inglese e vista dal mare in Sardegna, e una bussola da diporto diventata il distintivo cucito sulla manica sinistra di milioni di giacche. Prima di avere quella casa, in Sardegna, i genitori avevano tenuto un negozio stagionale dove smaltivano gli scorte avanzati della Chester Pierre. Anche la vacanza era lavoro. Del resto, quando si erano sposati, non avevano fatto il viaggio di nozze, lui doveva lavorare. Il figlio, di quegli anni, ha un ricordo solo.

Quello che arrivava ad agosto

C'è un bambino che passa l'estate in Sardegna. È lì da giugno, da solo, o quasi, della famiglia manca il padre. Il padre arriva ad agosto. E quando arriva, si organizza qualcosa di grande, una festa, un'accoglienza da aspettarsi per giorni. Il bambino si chiama Lorenzo Osti. Suo padre è Massimo Osti, quello che sta inventando due marchi e un modo completamente nuovo di fabbricare i vestiti. Lorenzo, da adulto, dirà una cosa che fa male solo a sentirla, quella festa di agosto è l'unico ricordo d'infanzia che ha di suo padre. Non uno dei più belli. L'unico. Io fino all'ottantaquattro non l'ho visto, mio papà. Alle sette del mattino era già fuori casa, alle nove di sera rientrava, e il figlio dormiva da un pezzo. Il sabato lavorava. La domenica mattina lavorava. Un uomo che stava costruendo un impero, e che per costruirlo aveva sottratto il proprio tempo a una casa dove il suo arrivo si festeggiava come si festeggia quello di un ospite. Uno che viene da fuori, che resta un po, e che poi riparte. Poi arriva il denaro. E succede una cosa che nessuno si aspetterebbe, perché il denaro di solito porta via le persone, e qui invece, per una volta, le riporta. Siamo nel millenovecentottantatré. Il Gruppo Finanziario Tessile, il colosso dei Rivetti, uno dei giganti dell'abbigliamento italiano, compra metà della società. Nel novantuno comprerà anche il resto. Massimo Osti smette di essere il padrone e diventa l'uomo che disegna. E dal millenovecentoottantaquattro al novantatré lavora in una villa in campagna trasformata in ufficio, settecento, ottocento metri quadri, a cinquecento metri da casa sua. Prima, per andare a lavorare a Carpi, faceva un'ora e mezza di strada. Tutti i giorni. Cinquecento metri. È da lì che comincia il rapporto fra padre e figlio, da un uomo che vende la propria azienda e in cambio si ritrova a lavorare a sette minuti a piedi dalla propria cucina. Il prezzo della presenza è stata la proprietà. Il padre l'ha pagato, quel prezzo, e il figlio finalmente lo vede. Ma badate, sono anche gli anni in cui i vestiti di quell'uomo, senza che lui abbia mosso un dito per ottenerlo, diventano un'uniforme. Un'uniforme in un paese dove non li vende quasi a nessuno.

Ciuffare

Un'agenzia di viaggi che si chiamava Transalpino vendeva ai tifosi inglesi pacchetti economici per l'Italia, viaggi notturni, pullman, poche lire. Quei pullman arrivavano a Milano di prima mattina e scaricavano ragazzi senza una lira in tasca, in una città dove in quegli anni giravano i paninari, colorati, pieni di scritte, di loghi, di soldi. E le giacche italiane, quei ragazzi, se le prendevano così. Rubandole. In bolognese c'è un verbo apposta per quello che succedeva in quelle vie, ciuffare. Rubare, arraffare, portare via. Poi tornavano a casa. Domenica, nord dell'Inghilterra, uno si presenta allo stadio con la giacca addosso. Gli altri gliela toccano, la guardano. Ne vuoi una? Sì, te la prendo io la prossima volta. E il furto è diventato un'ordinazione. Il canale di distribuzione più efficace che i due marchi di Massimo Osti abbiano mai avuto in Inghilterra è stato una rete di tifosi che andava a rifornirsi a Milano senza pagare. Da lì è nata l'uniforme dei casual, i tifosi inglesi che allo stadio si riconoscevano fra loro dai marchi che indossavano, la sciarpa Burberry tirata su fino al naso, e il cappuccio con gli occhialini. Lorenzo Osti, il figlio di Massimo, lo dice senza girarci intorno, con le goggles davvero ti andavi a nascondere quando pestavano. Pensateci un momento. Un capo pensato per il vento e per il mare, con la rosa dei venti di una barca cucita sul braccio, era diventato l'attrezzatura per non farsi riconoscere dalla polizia durante una rissa. Massimo Osti non aveva fatto niente per meritarselo, e niente per impedirlo. Era semplicemente successo, come succedono le cose che i marchi non decidono. Ma nel frattempo, dentro l'azienda, stava per succedere una cosa che invece era stata decisa da qualcuno. E di quella, adesso, bisognava parlare.

Due galli

Nel millenovecentonovantatré la Gee Effe Ti, così tutti chiamavano il grande gruppo tessile di Torino, quello che da anni possiede i marchi di Massimo Osti, molla C.P. Company e Stone Island. Non è un fallimento, quello vero arriva dopo, fra il millenovecentonovantacinque e il duemilatré, le banche, la battaglia per il controllo, la morte di Marco Rivetti, il capo del gruppo, nel millenovecentonovantasei, e infine la chiusura. Ma nel novantatré i due marchi cambiano padrone. Li prende Carlo Rivetti, figlio di Marco, che fonda una sua società, la Sportswear Company, e si tiene C.P. Company e Stone Island. Con Osti, però, il matrimonio non funziona. Alla scadenza del contratto, Rivetti gli propone di guadagnare molto meno. Massimo Osti ringrazia, prende la porta e non torna più indietro. Il figlio Lorenzo, quello che in casa cresce mentre il padre è sempre in fabbrica, di Carlo Rivetti parlerà sempre con rispetto, dirà che ha fatto un ottimo lavoro. Ma per riassumere quegli anni gli basta una frase da cortile, Avevamo due galli nello stesso pollaio. Due galli, appunto. E nel pollaio, prima o poi, uno dei due deve cedere. Eppure la cosa che colpisce di più non è la lite. È quello che dice la città quando la notizia comincia a girare, a Milano, a Bologna, nelle aziende che lavorano con loro. La gente non si chiede, come farà ora Massimo Osti senza la sua azienda? Si chiede il contrario, cosa succede adesso a C.P. Company e a Stone Island senza Massimo Osti? Ci pensi un attimo. I nomi erano diventati più grandi dell'uomo che li aveva inventati. E l'uomo, a quarantanove anni, si ritrovava fuori dai due marchi che aveva creato con le sue mani, con la fama di essere insostituibile, e con niente, assolutamente niente, su cui metterla a frutto. Fu allora che qualcuno gli suggerì la soluzione più ovvia del mondo. E la soluzione, come vedremo, aveva un nome. Il suo.

Il proprio nome sull'insegna

Un dirigente lo convince a fare, per la prima volta in venticinque anni di mestiere, una cosa che non aveva mai fatto, mettere il proprio cognome sull'insegna. Nasce così, a Carpi, la Massimo Osti Production. L'uomo che si era chiamato come una fabbrica di fumetti, poi come due iniziali, poi come un'isola letta in un romanzo, scrive per la prima volta il proprio nome su un'etichetta. E vende. Vende moltissimo, l'archivio di famiglia parla di venticinque miliardi di lire, il racconto dei parenti scende a venti. Ma perde altrettanto. Più vende, più perde, fatturato e bancarotta finiscono nello stesso bilancio, ed è un segnale preciso, perché vuol dire che il problema non erano i clienti. Lorenzo, il figlio di Massimo, è la voce che prova a spiegare come sia potuto succedere, e lo fa con una prudenza che dice già molto, Come definirla senza essere accusato per diffamazione? Una manovra speculativa, diciamo, ecco, chiamiamola così. In tutto quello che si può leggere su questa vicenda non compare mai il nome di un dirigente. Non c'è l'elenco dei fornitori rimasti a bocca asciutta, non c'è la cronologia di chi ha fatto cosa. C'è un colpevole senza volto, e un unico testimone, il figlio della persona danneggiata. L'azienda chiude dopo tre anni. Nella pagina che gli stessi figli hanno scritto per l'archivio del padre, la frase è secca fino a far male, a prescindere dal successo commerciale, la produzione è costretta a chiudere. E qui arriva la parte che nessun bilancio racconta. Nei magazzini dei fornitori rimasti senza pagamento erano fermi circa dieci milioni di euro di capi già confezionati, con cucita sopra la scritta Massimo Osti Production. Quella merce non torna indietro, finisce svenduta sulle bancarelle, nei discount, negli autogrill, nelle piazzole lungo le strade statali. Per anni, ogni volta che usciva di casa, l'uomo che aveva inventato il capo tinto dopo la confezione poteva incrociare il proprio cognome appeso a un banco in una piazzola. Prezzo, cinque euro. È entrato in una depressione da cui non si è mai più ripreso, dice Lorenzo. E aggiunge quello che nessun documento societario potrà mai mettere per iscritto, Io infatti ho vissuto con lui in quegli anni lì, quindi l'ho visto proprio scendere la china. Perché in quegli anni lì, in quella casa, il figlio c'era davvero. E ci era arrivato per una strada tutta sua.

Il Polleggio

Liceo scientifico, Bologna, anni Novanta. Lorenzo Osti, il figlio di Massimo, quello che cresce nella stessa casa che si svuota, ha un'idea, vuole fare un giornalino. Va dal preside a chiedere il permesso, e il preside glielo concede, ma con una condizione che suona quasi come una condanna, Se vuoi puoi farlo, ma devi venderlo fuori scuola. Il giornalino si chiama il Polleggio, da una parola bolognese che vale più o meno scialla. Costa mille lire. Lorenzo racconta di cinquecento copie vendute, poi mille. È un dato solo suo, di quelle carte non è rimasto nulla in nessun archivio consultabile, quindi prendetelo per quello che è, la memoria di un ragazzo che ci credeva. Ma fermiamoci un attimo su quella condizione del preside, perché è più grande di quanto sembri. La prima regola commerciale che sia mai stata imposta a Lorenzo Osti, nella vita, è stata questa, puoi fare la tua cosa, ma la vendi fuori dal cancello. Non è una brutta scuola, per uno che vent'anni dopo si sarebbe seduto davanti a un imprenditore per chiedergli di riavere indietro un marchio. Un cognome, il suo. Perché la vita di Lorenzo corre veloce, su binari che assomigliano stranamente a quelli del padre. Nel giugno del millenovecentonovantasei, ancora ragazzo, fonda con i compagni di scuola una web agency che si chiama Echo. A ventun anni realizza uno dei primi e-commerce di abbigliamento d'Italia, in un paese dove quasi nessuno aveva ancora un modem in casa. Echo cresce fino a trentacinque dipendenti entro il giugno del duemila, poi il ciclo si chiude, come si chiudono i cicli, e Lorenzo riparte con una seconda struttura, più piccola. Nel frattempo, in casa, i genitori si separano. Lorenzo ha circa vent'anni. Ed è proprio dopo quella separazione che padre e figlio si trovano davvero, per la prima volta. L'uomo che ad agosto arrivava in Sardegna, quello a cui si faceva la festa una volta l'anno, diventa d'improvviso, a cinquant'anni passati, con l'azienda perduta alle spalle, qualcuno con cui si condivide la casa, la giornata, il tavolo. Non più una visita. Una presenza. Dura poco, in verità. Massimo Osti muore a Bologna il sei giugno del duemilacinque, dopo una lunga malattia. Aveva sessant'anni, ne avrebbe compiuti sessantuno undici giorni dopo. Undici giorni. È il margine che si è perso. E che cosa lascia, Massimo Osti? Lascia due marchi che non gli appartenevano più, un cognome che era stato visto svendere a cinque euro in autostrada, un archivio enorme di capi e prototipi accumulato in una vita intera, e due figli che di quell'archivio si sarebbero presi cura. Nel duemiladodici, Daniela Facchinato, la sua compagna, firma Ideas from Massimo Osti, il libro su cui poggia buona parte di quello che oggi si sa di lui. Dieci anni dopo la morte, uno dei due marchi torna sul mercato. Ma questa è un'altra storia, e ha a che fare con quel giornalino venduto fuori dal cancello.

Undici novembre

Nel febbraio duemiladieci Carlo Rivetti, l'uomo a cui anni prima era passato in mano il controllo del marchio nato da Massimo Osti, e sua sorella Cristina lo cedono a un imprenditore di nome Enzo Fusco, attraverso una società che porta le sue iniziali. Le collezioni cambiano proprietario con la primavera-estate duemilaundici. Milano Finanza scriverà che sotto la gestione di Rivetti il marchio aveva superato i venti milioni di fatturato, ed era sceso sotto i quindici nel momento della cessione. Fusco, cinque anni più tardi, racconterà di averlo preso a sette milioni e di averlo portato a dodici. Nel duemilaquindici lo rimette sul mercato. Ed è qui che il figlio dell'uomo che quel marchio l'aveva inventato, Lorenzo, cresciuto a guardare il nome di suo padre passare di proprietario in proprietario, si siede al tavolo e dice una cifra, cinque milioni. Dall'altra parte, qualcuno gli risponde venticinque. Ridendogli in faccia. Non è il prezzo di un'azienda che fattura dodici milioni, quello. È il prezzo di un nome, chiesto proprio alla persona a cui, di tutte, è più difficile dire di no. L'undici novembre duemilaquindici la società di Fusco cede il marchio a Tristate Holdings, un gruppo quotato alla borsa di Hong Kong. A guidarlo, da quel momento, va lui, Lorenzo Osti. Quanto sia stato pagato per davvero, nessuno lo sa con certezza. Un sito di moda scrive diciannove virgola due milioni. Un altro sito italiano scrive diciannove virgola sei. Una rivista americana di settore scrive che la cifra non è mai stata resa nota. E il bilancio di Tristate per il duemiladiciassette, il primo anno intero con il marchio dentro i conti, riporta ricavi di gruppo per millenovecentoventitré milioni di dollari di Hong Kong, contro duemiladuecentocinquantaquattro dell'anno prima, del marchio italiano non isola una sola riga. Il numero attorno a cui gira tutta questa storia resta l'unico che nessuno riesce a mostrare. Comunque siano andate le cose, il conto torna poco sopra una volta e mezza il fatturato. È la cifra che un uomo senza nessuna esperienza di trattative è riuscito a strappare a chi, dall'altra parte del tavolo, ne voleva il doppio.

Quello che resta

E arriviamo a oggi, l'ultima tappa. Siamo nel duemilaventidue, e C.P. Company, uno dei due marchi nati dalla testa di Massimo Osti, quello rimasto in famiglia, fattura centodiciassette milioni di euro. È Lorenzo Osti, il figlio di Massimo, quello cresciuto accanto al banco dei campionari e poi diventato gestore del marchio, a raccontare la propria gestione scandendo la sequenza per come l'ha vissuta sulla pelle, sette, sedici, quaranta, centoventi. Milioni, uno dopo l'altro, anno dopo anno. Ma nella stessa市场上, no, diciamola meglio, nello stesso arco di anni, l'altro marchio uscito dalla stessa testa faceva una strada completamente diversa. Stone Island. Nel duemilasedici, no, state con me, nel duemiladiciassette, Temasek, il fondo sovrano di Singapore, paga trecentoquarantacinque milioni di euro per il trenta per cento di Stone Island. Il che significa una cosa semplicissima, l'intero marchio ne valeva miliardo e centocinquanta milioni. Poi, il sette dicembre duemilaventi, Moncler, il gruppo del piumone, quello guidato da Remo Ruffini, annuncia l'acquisto della società intera, il settanta per cento dalla famiglia Rivetti, quel Carlo Rivetti con cui Massimo Osti aveva rotto tanti anni prima, e il trenta per cento da Temasek. Il prezzo è esattamente lo stesso, miliardo e centocinquanta milioni. L'operazione si chiude il trentun marzo duemilaventuno. Fermiamoci un secondo su questo numero, perché è il cuore di tutto. Miliardo e centocinquanta milioni contro centodiciassette milioni di fatturato. Fate il conto, cinquantanove volte. E non è il prodotto a fare quella differenza. I due marchi escono dalla stessa mano, dalla stessa provincia, dallo stesso identico modo di trattare un tessuto. Quello che cambia è chi li ha tenuti in mano nel frattempo, e per quanti anni di fila. Di sé, in quegli anni, Lorenzo ha detto due cose che stanno bene una accanto all'altra, quasi si tenessero per mano. La prima, che i soldi non devono essere l'obiettivo. La seconda, che quando ha comprato, quel giorno, aveva, parole sue, zero esperienza nella moda. E il giudizio su quell'acquisto, col tempo, gli è cambiato. Da follia, la parola con cui l'aveva liquidato all'inizio, a un'altra cosa. A qualcosa che forse follia non era. E adesso veniamo a quello che resta. Perché qualcosa resta, ed è forse la parte più bella. A Bologna, oggi, l'archivio di Massimo Osti è aperto alle visite. Dentro ci sono i capi, i prototipi, i campionari, le fotografie scattate da Daniela Facchinato, la sua compagna, la madre di Lorenzo e Agata. E a curarlo sono proprio i due figli, Lorenzo, che avete già incontrato, e Agata, la figlia. Chiunque può varcare quella porta, avvicinarsi, e guardare da vicino la stoffa nata dall'ostinazione di un uomo davanti al telone di un camion che non era riuscito a farsi dare. Il telone del camion, quello dei nonni, quello requisito, quello conteso, che era diventato, senza che lui lo decidesse, il cuore di tutto. E sentite come chiude il cerchio, perché è un cerchio perfetto. La notizia dell'apertura al pubblico dell'archivio l'ha data il Resto del Carlino. Il quotidiano di Bologna. Cioè il giornale che quello stesso uomo, quarant'anni prima, aveva contraffatto e distribuito per le strade di Bologna, stampato in copie false, con un titolo che diceva strage di orme, per far sapere alla città che in un negozio c'era il trenta per cento di sconto. Lo stesso giornale. All'epoca raccontava una bugia che Massimo Osti ci aveva scritto sopra. Oggi racconta, vero, la storia di quell'archivio aperto a tutti. Di quello che resta di lui.

Cinque milioni

Lorenzo Osti dice cinque milioni. Enzo Fusco gli ride in faccia — il verbo è suo, di Lorenzo, che quarant'anni li ha passati a guardare la propria famiglia trattare senza mai trattare — e risponde che ne vuole venticinque.

«Io non ho mai fatto una trattativa in vita mia», dirà poi. Ed era vero. Era un uomo che aveva fatto siti internet, che aveva fondato un'agenzia con i compagni di scuola, che di moda diceva di non sapere niente. Dall'altra parte del tavolo c'era un imprenditore veneto che quel marchio l'aveva comprato cinque anni prima e sapeva esattamente quanto valeva sul mercato, perché ne aveva alzato il fatturato da sé.

In mezzo c'era C.P. Company. Cioè il primo marchio che suo padre avesse fondato, quarantaquattro anni prima, in un'epoca in cui in Italia la parola sportswear non voleva ancora dire niente e Massimo Osti disegnava volantini per un'agenzia grafica di Bologna.

«Per me era una follia», è la prima cosa che Lorenzo dice quando gli si chiede di quell'anno.

Follia perché non aveva i soldi. Follia perché non aveva l'esperienza. Ma soprattutto follia per una ragione che chiunque avesse conosciuto quella famiglia avrebbe capito subito: perché il cognome Osti, addosso a un'azienda di abbigliamento, aveva già portato una volta al disastro. Non un disastro qualsiasi. Un disastro da cui suo padre non si era più ripreso, e che il figlio aveva visto giorno per giorno, vivendo con lui.

Per capire che cosa ci fosse davvero in ballo in quella cifra bisogna tornare indietro di settant'anni, in un paese della pianura bolognese dove un bambino nasce in mezzo alla guerra e perde il padre prima di poterselo ricordare.

Un cognome senza padre

Massimo Osti nasce il 17 giugno 1944 a Baricella, in provincia di Bologna, ultimo di tre figli di Marino Osti e Gabriella Tonti. Nel settembre di quello stesso anno un bombardamento uccide suo padre: il bambino ha tre mesi. In famiglia si è sempre raccontato che avesse un anno e mezzo — le date dicono altro, e la differenza è di quelle che restano nelle famiglie perché nessuno le controlla mai.

C'è un'altra cosa che in casa si è sempre raccontata: che il nonno avesse un'azienda di trasporti e che i camion glieli avessero sequestrati in guerra. Riscontri non ne esistono. Ma vale la pena tenere in mente l'immagine, perché il camion tornerà.

Della sua infanzia Massimo diceva poco, e quel poco lo ha ripetuto il figlio: «My father was born poor, an orphan, and lost his brother when he was young: he had a tough life». Nato povero, orfano, un fratello perso da ragazzo. Del fratello, in tutto il materiale disponibile, non resta altro che questa riga. Non un nome, non una data, non una circostanza.

A sedici anni fa il rappresentante per la Pirelli. Poi si iscrive a un corso serale di grafica, e da lì comincia tutto quello che verrà: non dal disegno di un capo, ma dal disegno di un annuncio.

Nel 1968 fonda a Bologna un'agenzia grafica, la CD2, con Lucio Festi e Giorgio Sgorbati. È qui che compare per la prima volta il modo di ragionare che gli resterà addosso per il resto della vita. Per pubblicizzare una svendita al trenta per cento, l'agenzia stampa e distribuisce per la città finte copie del Resto del Carlino: prima pagina identica, titoli assurdi — uno diceva «strage di orme» — e dentro, al posto della cronaca, l'annuncio dei saldi. Il giornale della città, contraffatto e messo in mano ai passanti.

Non era un modo di fare pubblicità. Era un modo di guardare le cose: prendere un oggetto che tutti riconoscono, svuotarlo e riempirlo con qualcos'altro. Tre anni dopo lo avrebbe fatto con un marchio di abbigliamento, e stavolta l'oggetto svuotato sarebbe stato una fabbrica che non esisteva.

Apollo
Apollo — foto: Woosterfield Global · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Una fabbrica dove nessuno lavora

Nel 1970, a Crevalcore, Osti mette in piedi con Raimondo Cattabriga una società che si chiama OM Diffusion. L'anno dopo il socio dell'agenzia gli dice una frase che è insieme un complimento e un ordine: «Facciamo un marchio fatto da te che fa cose da uomo».

Serve un nome. Lo trova un amico, Corrado Zannoni, e lo pesca da Bristow, un fumetto inglese che in Italia usciva su Linus: la storia di un impiegato che passa le giornate a inventarsi modi per non lavorare. La ditta dove non lavora si chiama Chester Perry. Non è una persona: è una fabbrica immaginaria, il posto dove l'ozio ha sede legale.

Chester Perry, in Italia, diventa il nome di un'azienda di abbigliamento maschile guidata da un uomo che esce di casa alle sette del mattino, rientra alle nove di sera, porta il lavoro a casa il sabato e la domenica mattina. Mezza giornata libera alla settimana. Chiunque abbia inventato quella battuta non poteva sapere quanto sarebbe diventata precisa al contrario.

Nel 1978 arrivano gli avvocati. Fred Perry e Chester Barrie fanno causa: il nome è troppo vicino ai loro. Osti non si mette a litigare sul nome, lo accorcia. Restano due iniziali: C.P. Company. Tutte le fonti raccontano quella causa, nessuna esibisce l'atto — tribunale, sede, esito formale sono un'ombra dietro un fatto che tutti danno per acquisito.

È in quegli anni che Osti fa la cosa per cui lo ricorda ancora oggi chi si occupa di abbigliamento tecnico. Cambia l'ordine delle operazioni: prima si cuce il capo, poi lo si tinge e lo si tratta. è una scelta industriale, non stilistica, ma è quella che produce l'effetto per cui due giacche uguali non vengono mai identiche.

Un uomo che si nasconde dietro nomi altrui — una fabbrica di un fumetto, due iniziali — e che intanto ribalta il modo in cui si fa un vestito. Nel 1982 avrebbe fatto la cosa più sua di tutte: costruire un secondo marchio attorno a un tessuto che il mercato gli aveva già bocciato. Ma per arrivarci serviva una cosa che non aveva: i soldi.

L'autista

I primi anni Ottanta li passa in crisi di liquidità. Deve andare da un finanziatore, e sa benissimo che chi arriva a chiedere soldi viene giudicato prima di aprire bocca.

Ha una Jaguar. Chiama un amico e gli propone il piano: «No, fai finta di essere il mio autista». L'amico guida, lui si siede dietro. Arrivano davanti al finanziatore con il macchinone e l'autista, come si conviene a un uomo che i soldi non li deve chiedere a nessuno.

Prima dell'incontro, fermi ad aspettare, i due fumano duecento sigarette. Il numero è dell'amico, che lo ha raccontato a Lorenzo molti anni dopo, insieme a un'altra cosa che Massimo aveva detto in macchina: «O la riusciamo a fare o salto per aria».

Il bluff non funziona.

È una scena comica finché non ci si mette dentro il resto: un uomo di poco meno di quarant'anni, con un'azienda che non respira, seduto sul sedile posteriore della propria automobile a fingere di essere qualcun altro per convincere qualcuno a dargli fiducia. Duecento sigarette sono quattro ore di attesa, forse cinque, con la frase «salto per aria» ancora nell'aria dell'abitacolo.

Il figlio, di suo padre, dirà una cosa sola che spiega tutta la sua vita professionale: «Non si fermava ai no mai. Non si può fare, non è vero».

E infatti il no successivo — che arriva pochi anni dopo, da un uomo in piedi accanto al proprio camion — è quello da cui nasce Stone Island.

Il telone del camion

1982. Massimo Osti vede un camion parcheggiato. Non guarda il camion: guarda il telone. È stinto dal sole, scolorito a chiazze, invecchiato in un modo che nessuna tintura sa riprodurre. Va dal proprietario e gli chiede di comprarglielo.

L'uomo gli dice di no. Il camion gli serve.

Da quel rifiuto parte una caccia. Osti cerca chi sappia fabbricargli quel colore lì, e lo trova non in un lanificio ma da un artigiano che produceva tende da esterno per negozi: una canvas di cotone spalmato che, a lavarla, si decolora. «Voglio quell'effetto lì», gli dice.

Quell'artigiano non ha nome in nessuna delle fonti disponibili. È l'uomo che ha materialmente fabbricato il tessuto su cui poggia uno dei marchi italiani più venduti al mondo, e di lui non resta niente: non l'azienda, non l'indirizzo, non se esistesse ancora l'anno dopo.

Il tessuto entra nelle collezioni C.P. Company. E a fine stagione, al banco dei resi, succede la cosa che avrebbe chiuso la faccenda per chiunque altro: i clienti riportano indietro i capi. «Ma si è scolorito, l'ho lavato una volta, si è scolorito.» Esattamente quello che il tessuto era stato progettato per fare.

Un capo che si comporta come previsto e viene reso come difettoso è un fallimento commerciale netto. Osti ne trae la conclusione opposta: se il tessuto non sta dentro quel marchio, si costruisce il marchio attorno al tessuto. Nasce così un secondo nome, che esiste per contenere una stoffa che nessuno voleva.

Per il nome chiede aiuto alla moglie. Daniela Facchinato, fotografa, sta leggendo Joseph Conrad; butta giù su un foglio le parole che le piacciono e gli passa la lista. Lui ne sceglie due: Stone Island.

Non è solo Conrad. La famiglia aveva comprato nel 1976 una casa in Gallura, in mezzo alle rocce scavate dal vento — «rocciosissimo, spazzato dal vento», dice Lorenzo — e il simbolo del marchio, la rosa dei venti, viene dalla bussola della barca di famiglia. Un'isola di pietra letta in un romanzo inglese e vista dal mare in Sardegna, e una bussola da diporto diventata il distintivo cucito sulla manica sinistra di milioni di giacche.

Prima di quella casa, in Sardegna, i genitori avevano tenuto un negozio stagionale dove smaltivano gli stock di Chester Perry. Anche la vacanza era lavoro. Del resto quando si erano sposati non avevano fatto il viaggio di nozze, perché lui doveva lavorare.

Il figlio, di quegli anni, ha un ricordo solo.

Town Center, Disney Springs, Lake Buena Vista, Orange County, Florida
Town Center, Disney Springs, Lake Buena Vista, Orange County, Florida — foto: Michael Rivera · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons · originale

Quello che arrivava ad agosto

Il bambino è in Sardegna da giugno. Il padre arriva ad agosto. Per il suo arrivo si prepara una grande accoglienza, una festa.

Lorenzo Osti dice che è l'unico ricordo d'infanzia che ha di suo padre. Non uno dei più belli: l'unico.

«Io fino all'84 non l'ho visto, mio papà.» Alle sette era fuori, alle nove di sera rientrava e il figlio era già a letto, il sabato lavorava, la domenica mattina anche. Un uomo che nel frattempo stava inventando due marchi e un modo diverso di fabbricare i vestiti, e che per farlo aveva sottratto il proprio tempo a una casa in cui il suo arrivo si festeggiava come si festeggia un ospite.

Poi arriva il denaro, e succede una cosa che nessuno si aspetterebbe. Nel 1983 il Gruppo Finanziario Tessile — il GFT dei Rivetti, uno dei grandi nomi dell'industria italiana dell'abbigliamento — compra il cinquanta per cento della società; nel 1991 rileverà anche il resto. Massimo Osti smette di essere il padrone e diventa l'uomo che disegna.

Dal 1984 al 1993 lavora in una villa in campagna trasformata in ufficio: settecento, ottocento metri quadri, a cinquecento metri da casa sua. Prima faceva un'ora e mezza di strada per andare a Carpi, tutti i giorni.

Cinquecento metri. È da lì che comincia il rapporto fra padre e figlio: da un uomo che vende la propria azienda e in cambio si ritrova a lavorare a sette minuti a piedi dalla propria cucina. Il prezzo della presenza è stata la proprietà.

Sono anche gli anni in cui i suoi capi, senza che lui abbia fatto niente per ottenerlo, diventano un'uniforme in un paese dove non li vende quasi a nessuno.

Ciuffare

Un'agenzia di viaggi che si chiama Transalpino vende ai tifosi inglesi pacchetti economici per l'Italia: viaggi notturni, pullman, poche lire. I pullman arrivano a Milano di prima mattina e scaricano ragazzi che non hanno una lira in tasca, in una città dove in quegli anni girano i paninari — «colorati, pieni di scritte, di loghi, di soldi».

Le giacche italiane le prendono così. In bolognese c'è un verbo per quello che succede in quelle vie: ciuffare.

Poi tornano a casa. Domenica, nord dell'Inghilterra, uno arriva allo stadio con la giacca addosso. Gli altri gliela toccano. «Ne vuoi una? Sì, te la prendo io la prossima volta.» Il furto diventa un'ordinazione: il canale di distribuzione più efficace che i due marchi abbiano mai avuto in Inghilterra è stato una rete di tifosi che andava a rifornirsi a Milano senza pagare.

Da lì nasce l'uniforme dei : la sciarpa Burberry tirata su fino al naso e il cappuccio con gli occhialini. Lorenzo lo dice senza girarci intorno: «Con le goggles davvero ti andavi a nascondere quando pestavano».

Un capo pensato per il vento e per il mare, con la rosa dei venti di una barca cucita sul braccio, era diventato l'attrezzatura per non farsi riconoscere dalla polizia durante una rissa. Massimo Osti non ha fatto niente per meritarselo e niente per impedirlo: è semplicemente successo, come succedono le cose che i marchi non decidono.

Nel frattempo, dentro l'azienda, stava per succedere una cosa che invece era stata decisa da qualcuno.

Due galli

Nel 1993 il GFT lascia i due marchi. Non è un fallimento — il gruppo torinese entrerà nella crisi vera più tardi, fra il 1995 e il 2003, fra Citibank e Gemina, la morte di Marco Rivetti nel 1996 nel pieno della battaglia per il controllo, il passaggio a HDP e la chiusura nel febbraio 2003. Ma nel 1993 i marchi cambiano mano: Carlo Rivetti fonda Sportswear Company e si tiene C.P. Company e Stone Island.

Con Osti, però, non funziona. Alla scadenza del contratto Rivetti gli propone una forte riduzione. Lui se ne va.

Lorenzo, che di Rivetti parlerà sempre con rispetto — dirà che ha fatto «un ottimo lavoro» — riassume quegli anni in una frase da cortile: «Avevamo due galli nello stesso pollaio».

Quello che colpisce non è la lite. È il commento della città, quando la notizia gira. Non «come farà Massimo Osti senza la sua azienda», ma il contrario: «Cosa succede adesso a CP e Stone senza Massimo Osti?».

I nomi erano già diventati più grandi dell'uomo che li aveva fatti. E l'uomo, a quarantanove anni, si ritrovava fuori dai due marchi che aveva inventato, con la reputazione di essere insostituibile e niente su cui metterla.

Ci fu qualcuno che gli suggerì la soluzione più ovvia del mondo.

Baden Powell's Stone Brownsea Island 2007 is the centenary year of the founding of the Scout movement.
Baden Powell's Stone Brownsea Island 2007 is the centenary year of the founding of the Scout movement. — foto: Michael Robinson · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Il proprio nome sull'insegna

Un manager lo convinse a fare la cosa che non aveva mai fatto in venticinque anni: mettere il proprio cognome sull'insegna. Nasce a Carpi Massimo Osti Production.

L'uomo che si era chiamato come una fabbrica di un fumetto, poi come due iniziali, poi come un'isola letta in un romanzo, scriveva per la prima volta il proprio nome su un'etichetta.

Vende. Vende molto: l'archivio di famiglia parla di venticinque miliardi di lire, il racconto familiare di venti. E perde. Più vende, più perde — fatturato e bancarotta nello stesso bilancio, il che significa che il problema non erano i clienti.

Del come, Lorenzo dice l'unica cosa che si è sentito di dire: «Come definirla senza essere accusato per diffamazione? Una manovra speculativa, diciamo, ecco, chiamiamola così». I nomi dei manager, in tutto il materiale pubblico su questa vicenda, non ci sono. Non c'è l'elenco dei fornitori rimasti scoperti, non c'è la cronologia degli atti. C'è un colpevole senza faccia e un testimone che è il figlio della parte lesa.

L'azienda chiude dopo tre anni. Nella pagina che i figli hanno scritto per l'archivio del padre la frase è asciutta fino alla crudeltà: «Regardless of its commercial success, Production is forced to close.» A prescindere dal successo commerciale.

Poi arriva la parte peggiore, che non è nei bilanci. Nei magazzini dei fornitori non pagati erano rimasti circa dieci milioni di euro di capi già prodotti, con la scritta «Massimo Osti Production» cucita sopra. Quella merce finisce svenduta. Sulle bancarelle. Nei discount. Negli autogrill. Nelle piazzole delle strade statali.

Per anni, uscendo di casa, l'uomo che aveva inventato il capo tinto dopo la confezione poteva incontrare il proprio cognome appeso a un banco in una piazzola, a cinque euro.

«È entrato in una depressione da cui non si è mai più ripreso», dice il figlio. E aggiunge la parte che nessuna fonte societaria potrà mai registrare: «Io infatti ho vissuto con lui in quegli anni lì, quindi l'ho visto proprio scendere la china».

Perché in quegli anni lì il figlio era in casa. E c'era arrivato per una strada tutta sua.

Il Polleggio

Liceo scientifico, Bologna, anni Novanta. Lorenzo vuole fare un giornalino. Va dal preside, che gli dà il permesso a una condizione: «Se vuoi puoi farlo, ma devi venderlo fuori scuola».

Il giornalino si chiama il Polleggio, da una parola bolognese che vale più o meno "scialla". Costa mille lire. Lorenzo racconta cinquecento copie, poi mille — è un dato solo suo, di quelle carte non è rimasto nulla in nessun archivio consultabile.

La prima regola commerciale che gli sia mai stata imposta, quindi, è stata quella: puoi fare la tua cosa, ma la vendi fuori dal cancello. Non è una brutta scuola per uno che vent'anni dopo si sarebbe seduto davanti a un imprenditore a chiedergli un marchio.

Nel giugno 1996 fonda con i compagni di scuola una web agency, Echo. A ventun anni realizza uno dei primi e-commerce di abbigliamento italiani — in un paese dove quasi nessuno aveva ancora un modem. Echo arriva a trentacinque dipendenti entro il giugno del 2000; poi il ciclo si chiude e lui riparte con una seconda struttura, più piccola.

Nel frattempo, in casa, i genitori si separano: Lorenzo ha circa vent'anni. Ed è dopo quella separazione che padre e figlio si trovano davvero, per la prima volta. L'uomo che ad agosto arrivava in Sardegna e a cui si faceva la festa diventa, a cinquant'anni passati e con l'azienda perduta alle spalle, qualcuno con cui si vive.

Massimo Osti muore a Bologna il 6 giugno 2005, dopo una lunga malattia. Aveva sessant'anni: ne avrebbe compiuti sessantuno undici giorni dopo.

Lascia due marchi che non gli appartenevano più, un cognome che era stato visto svendere in autostrada, un archivio enorme di capi e prototipi, e due figli che di quell'archivio si sarebbero presi cura. Nel 2012 Daniela Facchinato firma Ideas from Massimo Osti, il libro su cui poggia buona parte di quello che oggi si sa di lui.

Dieci anni dopo la morte, uno dei due marchi torna sul mercato.

Undici novembre

Nel febbraio 2010 Carlo Rivetti e sua sorella Cristina cedono C.P. Company a Enzo Fusco, attraverso FGF Industry; il passaggio delle collezioni avviene con la primavera-estate 2011. Milano Finanza scriveva che sotto Rivetti il marchio aveva superato i venti milioni di fatturato ed era sceso sotto i quindici al momento della cessione. Fusco, cinque anni dopo, avrebbe raccontato di averlo preso a sette milioni e di averlo portato a dodici.

Nel 2015 rimette il marchio sul mercato.

Ed è qui che il figlio dell'uomo che l'aveva inventato dice cinque milioni e si sente rispondere venticinque, da qualcuno che gli sta ridendo in faccia. Non era il prezzo di un'azienda da dodici milioni di fatturato. Era il prezzo di quel nome lì, chiesto alla persona che meno di chiunque altro poteva far finta di non volerlo.

L'11 novembre 2015 FGF Industry cede C.P. Company a Tristate Holdings, gruppo quotato a Hong Kong. Alla guida del marchio va Lorenzo Osti.

Quanto è stato pagato, esattamente, nessuno lo sa. FashionUnited scrive 19,2 milioni. Money.it scrive 19,6. WWD scrive che la cifra non è stata dichiarata. Il bilancio 2017 di Tristate — primo esercizio pieno con C.P. Company dentro — riporta ricavi di gruppo per 1.923 milioni di dollari di Hong Kong contro 2.254 dell'anno prima, e del marchio italiano non isola una riga. Il numero attorno a cui gira tutta questa storia è l'unico che nessuno può mostrare.

Comunque sia, siamo poco sopra una volta e mezza il fatturato: la cifra che un uomo senza esperienza di trattative ha strappato a un uomo che voleva il doppio.

iii-xii p., 1 leaf, 206 p. : 24 cm
iii-xii p., 1 leaf, 206 p. : 24 cm — foto: Essex Institute · Public domain · via Wikimedia Commons · originale

Chi ha avuto in mano C.P. Company, dal 1971 a oggi

gamma97
dati: Massimo Osti Archive, Wikipedia, The Spin Off/WWD, Il Sole 24 Ore, Milano Finanza · elaborazione: gamma97

Quello che resta

Nel 2022 C.P. Company fattura 117 milioni di euro. Lorenzo, raccontando la propria gestione, scandisce la sequenza per come l'ha vissuta: sette, sedici, quaranta, centoventi.

Nello stesso arco di anni l'altro marchio uscito dalla stessa testa faceva una strada diversa. Nel 2017 Temasek paga 345 milioni di euro per il trenta per cento di Stone Island, il che vale a dire che il marchio ne valeva 1,15 miliardi. Il 7 dicembre 2020 Moncler annuncia l'acquisto dell'intera società — settanta per cento Rivetti, trenta per cento Temasek — per quella stessa cifra: 1,15 miliardi. L'operazione si chiude il 31 marzo 2021.

Cinquantanove volte. Non è il prodotto a fare quella differenza: i due marchi escono dalla stessa mano, dalla stessa provincia, dallo stesso modo di trattare un tessuto. È chi li ha tenuti in mano nel frattempo, e per quanti anni di fila.

Di sé, in quegli anni, Lorenzo ha detto due cose che stanno bene una accanto all'altra: che i soldi non devono essere l'obiettivo, e che quando ha comprato aveva «zero esperienza nella moda». Il giudizio su quell'acquisto, col tempo, gli è cambiato. Da follia a un'altra cosa.

L'archivio di Massimo Osti, a Bologna, oggi è aperto alle visite. Ci sono i capi, i prototipi, i campionari, le fotografie di Daniela Facchinato; lo curano i due figli, Lorenzo e Agata. Chiunque può andarci a vedere da vicino la stoffa nata dall'ostinazione di un uomo davanti al telone di un camion che non è riuscito a farsi dare.

La notizia dell'apertura al pubblico l'ha data il Resto del Carlino.

Cioè il giornale che quello stesso uomo, quarant'anni prima, aveva contraffatto e distribuito per le strade di Bologna con un titolo che diceva «strage di orme», per far sapere alla città che in un negozio c'era il trenta per cento di sconto.

Due marchi della stessa mano, due prezzi

gamma97
dati: FashionUnited, Money.it, WWD (C.P. Company 2015); comunicato Moncler 7 dicembre 2020 (Stone Island) · elaborazione: gamma97

Riferimenti

  1. Intervista a Lorenzo Osti: la storia di Massimo Osti, Stone Island e CP Company — https://www.youtube.com/
  2. Massimo Osti Archive, cronologia — https://archive.massimoosti.com/timeline
  3. Massimo Osti — https://en.wikipedia.org/wiki/Massimo_Osti
  4. Stone Island — https://en.wikipedia.org/wiki/Stone_Island
  5. C.P. Company — https://en.wikipedia.org/wiki/C.P._Company
  6. Gruppo Finanziario Tessile — https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Finanziario_Tessile
  7. Lorenzo Osti su Massimo Osti — Motor Valley — https://www.motorvalley.it
  8. L'archivio Massimo Osti aperto alle visite — Il Resto del Carlino — https://www.ilrestodelcarlino.it
  9. Enzo Fusco cede C.P. Company — Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2015 — https://www.ilsole24ore.com
  10. C.P. Company, i conti sotto Rivetti e la cessione a Fusco — Milano Finanza — https://www.milanofinanza.it
  11. Rivetti cede C.P. Company a FGF Industry — The Spin Off / WWD — https://wwd.com
  12. Il prezzo del passaggio a Tristate Holdings — FashionUnited — https://fashionunited.it
  13. Il prezzo del passaggio a Tristate Holdings — Money.it — https://www.money.it
  14. Tristate Holdings, bilancio 2017 (HKEX, stock code 458) — https://www.hkexnews.hk
  15. Moncler acquisisce Stone Island, comunicato del 7 dicembre 2020 — https://www.monclergroup.com
  16. Lorenzo Osti: l'acquisto del 2015, Echo e il mestiere — HUB Style — https://www.hubstyle.it
  17. Lorenzo Osti — SHOWstudio — https://www.showstudio.com
  18. Daniela Facchinato, Ideas from Massimo Osti, 2012 —
  19. Chester Perry e l'origine del nome — Footdistrict — https://footdistrict.com
  20. Chester Perry, Bristow e le origini di C.P. Company — Common Cultured — https://www.commoncultured.com
  21. C.P. Company, scheda — Ministero della Cultura — https://www.cultura.gov.it
  22. C.P. Company, i risultati 2022 — Pambianco — https://www.pambianconews.com