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6 settembre 2026

Andrej Karpathy, dalla classe di Hinton ad Anthropic: batté la macchina a mano e scrisse che era l'ultima volta

Trent'anni di visione artificiale raccontati attraverso un uomo che ha etichettato millecinquecento fotografie per sapere quanto valesse ancora un essere umano.

Nel settembre 2014 un dottorando di Stanford si sedette davanti a uno schermo e classificò a mano circa millecinquecento fotografie, una per volta, usando la stessa lista di mille categorie su cui gareggiavano le reti neurali. Vinse: 5,1% di errore contro 6,8%. Nello stesso post in cui pubblicò la vittoria scrisse che era l'ultima. Quell'uomo si chiama Andrej Karpathy, era arrivato a Toronto a quindici anni dalla Slovacchia, aveva seguito il corso di Geoff Hinton, aveva mollato la meccanica quantistica perché non poteva sporcarsi le mani, e sarebbe diventato — parole di Elon Musk in una email finita agli atti di un processo — «il numero due al mondo nella visione artificiale». Questo numero mette in fila le date che reggono, dai robot simulati che imparavano cadendo fino al maggio 2026, quando è entrato in Anthropic per lavorare a un'intelligenza artificiale che aiuti a costruire la propria versione successiva. E dice anche quali pezzi della sua biografia circolano senza documenti.

Andrej Karpathy, dalla classe di Hinton ad Anthropic: batté la macchina a mano e scrisse che era l'ultima volta

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.

Velocità

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Il testo del podcast, per chi preferisce leggere

Sedici secondi

Un ragazzo, un cubo di Rubik, un cronometro. Sotto i sedici secondi. Aveva ventidue anni, e questa è la prima immagine che di lui sceglie chi ne ha raccontato la storia, non un titolo di studio, non un premio, non una pubblicazione. Le mani veloci. Uno schema che si scioglie più in fretta di quanto chiunque altro riesca a scioglierlo. Sette anni prima, quando ne aveva quindici, quelle mani non avevano scelto niente. Fu la famiglia a scegliere per lui. Lasciarono la Slovacchia, una vita comoda, che venne abbandonata, e si trasferirono a Toronto, lui, la sorella, i genitori. I was born in Slovakia and my family moved to Toronto when I was fifteen, dirà anni dopo in un'intervista, in una riga sola, senza aggiungere altro. Di quei genitori non si conosce il nome. Della sorella si sa una cosa sola, che il trasferimento fu fatto anche per lei. Su quel salto nel buio, però, il ragazzo, Karpathy, ha detto una frase che è il motore dichiarato di tutto quello che viene dopo, è in larga parte la determinazione a giustificare quel che i suoi hanno rischiato, e a renderli fieri, è ciò che muove le sue ambizioni. To vindicate their leap of faith and make them proud, ripagare il loro salto nel buio e renderli orgogliosi. Tenete a mente il cubo. Torna alla fine, capovolto.

Due momenti di Toronto

All'Università di Toronto, Andrej Karpathy, il ragazzo del cubo, quello del cronometro, si laureò due volte, informatica e fisica, con qualcosa in più di matematica lungo il percorso. Dei suoi anni là restano due scene, e nessuna delle due somiglia a un piano di studi. La prima è un'aula di meccanica quantistica. Karpathy segue il corso, e a un certo punto si accorge che qualcosa non torna, non nella materia, in sé stesso. It became apparent that I was not having fun. It was too distant, too limiting. I couldn't get my hands dirty. Troppo distante, troppo limitante, non poteva sporcarsi le mani. Non è una scelta presa a tavolino, è un abbandono seduto a un banco. La laurea in fisica la prese comunque. Quello che lasciò fu la direzione. La seconda scena è una biblioteca. Karpathy cammina fra scaffali che non finiscono, e capisce due cose insieme, che vorrebbe leggere tutti quei libri, e che non è umanamente possibile. Nel racconto che ne è stato fatto, il pensiero che gli viene dopo è questo, se non posso imparare da solo tutto quello che c'è da sapere, forse posso costruire qualcosa che ci riesca. È lì che comincia il mestiere. Non nell'ambizione di sapere, nell'ammissione di non poterlo fare, e nella decisione di delegare. A Toronto, poi, c'era Geoff Hinton, uno dei padri del deep learning. Karpathy, sulla propria pagina, scrive, This is where I first got into deep learning, attending Geoff Hinton's class and reading groups. Sono due luoghi, non uno. Il corso, l'aula, il programma, l'esame, e i reading group, seminari informali in cui un gruppo di ricerca legge e discute un articolo scientifico alla volta, di solito uscito da poche settimane, seduti in cerchio a smontare un lavoro appena pubblicato. Il primo dà i crediti. Il secondo dà l'accesso.

Creature che imparano cadendo

Dal duemilanove al duemilaundici Karpathy fa il master alla University of British Columbia, a Vancouver. Il suo relatore è Michiel van de Panne, un maestro che quasi nessuno cita, il suo nome resta schiacciato fra quello di Hinton, che viene prima, e quello di Fei-Fei Li, che verrà dopo. Ma per due anni è lui il professore di Karpathy, ed è lui che gli mette davanti la cosa che lo formerà. Il laboratorio di van de Panne lavora su robot fisicamente simulati. Non robot veri, attenzione, creature che esistono solo dentro un mondo di equazioni, e che devono imparare a stare in piedi. E qui viene il punto che ribalta tutto quello che si pensa sapere sui computer. Queste creature non vengono programmate movimento per movimento, alza questo passo così, muovi quel braccio così. No. Vengono scaricate in un mondo dove c'è la gravità, e lasciate provare. Provare, cadere, rialzarsi. Finché non si muovono, sono le parole del progetto stesso, quasi come esseri viventi. Il verbo decisivo, in quel laboratorio, non è camminare. È cadere. Una creatura simulata impara a stare in equilibrio soltanto perché ha perso l'equilibrio migliaia di volte, e ogni caduta è un'informazione, le dice quanto ha sbagliato, e in quale direzione correggere. È lo stesso identico principio con cui, quindici anni dopo, si addestrerà qualunque cosa, le auto, i sistemi che parlano, tutto, sbagliare in modo misurabile, e correggere di quel tanto. E allora guardate che cosa è appena successo a questo ragazzo. Un tempo studiava fisica e l'aveva lasciata, perché c'era troppo teoria e troppo poca materia toccabile con le mani. Adesso si ritrova a lavorare sull'unica cosa che, dentro un computer, si sporca davvero, qualcosa che cade, che cade davvero, che cade mille volte, e a ogni caduta impara.

La stanza di Fei-Fei Li

Nell'anno duemilaundici Andrej Karpathy, il ragazzo del cubo, il ragazzo che aveva lasciato la fisica a Toronto, entra a Stanford per il dottorato. Ci resterà fino al duemilaquindici. La sua relatrice si chiama Fei-Fei Li, e se questo nome vi dice qualcosa è perché è la donna che ha costruito ImageNet, l'archivio gigantesco di fotografie ordinate in categorie, su cui dal duemiladieci si corre la gara annuale di riconoscimento automatico delle immagini, mille categorie, un test finale da centomila immagini. È la gara che farà storia. Ed è la sua stanza, il suo laboratorio, il posto dove Karpathy passa i cinque anni successivi. Di lei, anni dopo, Karpathy dirà una cosa che vale la pena ascoltare bene. La ringrazierà, con parole sue, for teaching me how to think, per avergli insegnato a pensare. Notate, non a programmare. A pensare. La tesi con cui chiude il dottorato si intitola Connecting images and natural language, collegare le immagini e il linguaggio naturale, ed è ancora oggi a catalogo nelle biblioteche di Stanford. In commissione, insieme a Fei-Fei Li, siedono Percy Liang e Christopher Manning. Tre nomi che da soli tengono in piedi mezza disciplina, la visione artificiale da un lato, il linguaggio naturale dall'altro, chiusi nella stessa stanza a discutere una tesi che prometteva esattamente questo, cucire insieme le due cose. Ma cosa vuol dire, in pratica, collegare immagini e linguaggio naturale? Vuol dire dare in pasto a una macchina una fotografia qualsiasi e ottenere indietro, in cambio, una frase in inglese che la descriva. Cindy Pom, la giornalista che ha raccontato questa storia nel video da cui nasce questo episodio, ha provato uno di questi sistemi con la foto del suo cane, che si chiama Luffy. E la macchina le ha risposto, a husky mix completely passed out in a dog bed with one leg awkwardly sticking into the air. Tradotto, un incrocio di husky steso stecchito in una cuccia, con una zampa che punta in aria in modo scomposto. Fermatevi due secondi sulle parole che la macchina ha scelto. Completely passed out, stecchito, svenuto. Awkwardly, in modo scomposto, goffo. Non sono etichette. Sono giudizi su una scena. È una macchina che guarda una fotografia e ti dice non solo cosa c'è dentro, ma anche che effetto fa. E adesso ricordate quando siamo, duemilaundici, l'anno in cui Karpathy comincia il dottorato. Una frase così, in quell'anno, è fantascienza. È questo il salto che quei cinque anni a Stanford proveranno a compiere.

La fotografia della bilancia

Il ventidue ottobre duemiladodici Andrej Karpathy, il ragazzo del cubo, quello che era arrivato a Toronto per la fisica e ne era uscito trasformato, pubblica sul suo blog un post sullo stato della visione artificiale. E lo costruisce attorno a una fotografia. Nella foto c'è un uomo in piedi su una bilancia pesapersone. Dietro di lui, di nascosto, Barack Obama appoggia un piede sulla pedana e preme. Le persone intorno ridono. Sulle pareti ci sono specchi, e alcune delle figure nell'inquadratura non sono persone, sono riflessi. Karpathy si ferma davanti a quella fotografia e si mette a fare l'inventario di tutto ciò che serve per trovarla divertita. Perché una macchina la capisca, dovrebbe sapere che alcune delle persone nell'immagine sono riflessi in uno specchio. Dovrebbe sapere che il piede appoggiato sulla pedana applica una forza. Che quella forza fa salire il numero sul display. Che le persone sono suscettibili riguardo al proprio peso. Che l'uomo sulla bilancia non si è accorto di niente. Che gli astanti trovano divertente la sua confusione. E che a farlo sia il presidente degli Stati Uniti rende la cosa ancora più comica. Sette strati di conoscenza implicita. Per una gag. Fermiamoci un attimo su questo numero, perché è tutta la storia. Sette cose che un bambino capisce senza che nessuno gliele spieghi, e che nel duemiladodici una macchina non riusciva nemmeno a sfiorare. Quello che una macchina sapeva fare, quell'anno, era mettere un'etichetta sopra una foto, scegliendola da un elenco, elefante, bambino, Cristo Redentore. La terza voce è un monumento, e da sola dice quanto arbitrario fosse quell'elenco. Il post finisce così, in inglese, e Karpathy lo lascia in inglese, How can we even begin to go about writing an algorithm that can reason about the scene like I did?. In any case, we are very, very far, and this depresses me. What is the way forward?. Come possiamo anche solo cominciare a scrivere un algoritmo che ragioni su questa scena come ho fatto io. Siamo molto, molto lontani, e questo mi deprime. Qual è la strada? Ora tenetevi forte, perché qui la storia fa uno scarto che sembra inventato. Ventidue giorni prima di quel post, il trenta settembre duemiladodici, una rete neurale chiamata AlexNet aveva vinto la gara di ImageNet, la grande competizione mondiale del riconoscimento delle immagini. L'aveva vinta con un errore del quindici virgola tre per cento, contro il ventisei virgola due per cento del secondo classificato. Dieci punti e passa di distacco, in una competizione dove ci si giocava i decimi. E gli autori di AlexNet chi erano? Alex Krizhevsky, Ilya Sutskever e Geoffrey Hinton. Cioè il laboratorio di Toronto. Cioè il professore di cui Karpathy aveva seguito il corso e i reading group. La stanza accanto alla sua. Nel post del ventidue ottobre, AlexNet non è nominata. Non ci sono i risultati della gara. Non c'è un accenno. C'è solo un uomo che scrive di essere depresso perché la strada non si vede, tre settimane dopo che la strada era stata aperta a pochi metri da lui, da parte di chi conosceva bene, dentro l'edificio dove studiava. Chi scrive troppo presto, chiude gli occhi un giorno prima della luce.

Millecinquecento fotografie

Due anni dopo quella gara vinta dalle macchine, Andrej Karpathy, il ricercatore slovacco cresciuto in Canada, quello del cubo di Rubik sotto i sedici secondi, si siede davanti a uno schermo e decide di gareggiare di persona. Il protocollo è quello vero, identico a quello delle macchine, la stessa lista di mille categorie di ImageNet, le stesse immagini, e non le facili, le difficili. Una per volta. Circa millecinquecento. Nessuna scorciatoia, guardare la fotografia, scorrere le mille voci dell'elenco, scegliere quella giusta. Il due settembre duemilaquattordici Karpathy pubblica i risultati. Vince l'uomo. Sì, l'uomo vince. Errore cinque virgola uno per cento, contro il sei virgola otto commesso da GoogLeNet, la rete della Google, sulle stesse identiche immagini. Un punto e sette decimi di scarto. Ma nel medesimo post, l'uomo che ha appena vinto smonta la propria vittoria pezzo per pezzo. Scrive che l'errore della rete sul suo campione era sei virgola otto per cento, sì, ma che sull'insieme completo dei test, quello da centomila immagini, la rete sbaglia il sei virgola sette, il campione che lui stesso aveva scelto era leggermente sfavorevole alla macchina. E a dirlo è lui, il vincitore. Il dato ufficiale della gara si assesta poco sotto, sei virgola sessantasei per cento. E poi scrive la frase che è il proprio necrologio. In inglese suona così, It is clear that humans will soon only be able to outperform state-of-the-art image classification models by use of significant effort, expertise, and time. Che vuol dire, presto un essere umano potrà battere questi modelli soltanto mettendoci sforzo, competenza e tempo in quantità significative. Provate a fare il conto delle proporzioni. Millecinquecento immagini etichettate a mano, una per una, da un uomo solo. Centomila immagini nell'insieme completo dei test. Uno a sessantasei. Karpathy ha misurato sé stesso su un sessantaseiesimo del campo di gara, e per farlo, lo dichiara lui stesso, gli sono serviti sforzo, competenza e tempo. C'è un'ultima cosa. Quest'uomo aveva lasciato la fisica, la meccanica quantistica, perché lì non poteva sporcarsi le mani, e da allora aveva passato la carriera dentro astrazioni sempre più profonde. Il gesto più manuale che gli si conosca è questo, millecinquecento fotografie, una per volta, guardate e nominate a mano, per stabilire quanto valesse ancora la sua specie.

«Vorranno uccidermi»

Dicembre duemilaquindici. Nasce OpenAI, il laboratorio di ricerca sull'intelligenza artificiale, e Andrej Karpathy, sì, il ragazzo del cubo, il dottorando di Stanford, è fra i membri fondatori. Fra i cofondatori del laboratorio c'è anche Elon Musk, quello delle automobili elettriche. Un anno e mezzo dopo, Musk scrive a un vicepresidente di Tesla una email. È una frase destinata a non restare privata, nel duemilaventisei finirà agli atti del processo Musk contro Altman, la causa fra i due fondatori di quella stessa società, e da lì sui giornali. Dice così, Andrej è probabilmente il numero due al mondo nella visione artificiale. Quelli di OpenAI vorranno uccidermi, ma andava fatto. Andrej è Andrej Karpathy, che Musk sta per portargli via. Perché è questo che l'email annuncia, in realtà, un raid. Un uomo che sta per assumere un ricercatore strappandolo a un laboratorio che aveva cofondato lui stesso, un anno e mezzo prima. La prima metà della frase è quella che tutti citano sempre, il complimento, il numero due al mondo. Ma è la seconda che dice qualcosa su chi la scrive. Quell'uomo sa esattamente come verrà presa la sua mossa. Lo sa così bene che lo mette per iscritto, con l'idea di omicidio e la coscienza tranquilla nella stessa riga. Nove anni dopo, quella riga diventa una prova in tribunale. Nel giugno duemiladiciassette Karpathy entra in Tesla come direttore dell'intelligenza artificiale e della visione dell'Autopilot, e riporta direttamente a Musk. Ma fermiamoci un attimo su quel numero due. Un numero due implica un numero uno. E nel racconto di questa storia il numero uno ha un nome, Ilya Sutskever. Chi è? Uno dei tre autori di AlexNet nel duemiladodici, la rete che aveva già vinto la gara di riconoscimento delle immagini ventidue giorni prima che Karpathy discutesse la sua tesi, e cofondatore di OpenAI nel duemilacinque. È lui il metro con cui Musk, in quell'email, starebbe misurando Karpathy. Ed è un fantasma che continua ad attraversare questa storia, compare nel paper che cambia tutto, compare nel confronto che decide una carriera, e non lo abbiamo ancora mai davvero raccontato. Su di lui, la prossima fermata.

Un corpo, molte teste

Il problema che Andrej Karpathy trova quando arriva alla Tesla non è prima di tutto un problema di software, è un problema di geometria. Attorno all'automobile ci sono otto telecamere, sincronizzate fra loro, e ciascuna ha il suo pezzo di mondo da guardare. Ognuna vede bene la propria fetta e non sa niente delle altre. Il primo modo di procedere è quello ovvio, ogni telecamera elabora per conto suo, e poi si cuciono insieme i risultati. Il prodotto è una ricostruzione tridimensionale della strada in cui i bordi non combaciano, le linee si spezzano ai confini fra le inquadrature, e la stessa auto compare due volte, in due posti leggermente diversi. L'architettura che Tesla adotta si chiama HydraNet, e il nome è già la spiegazione, molte teste, un corpo solo. Le immagini delle otto telecamere entrano in un unico tronco condiviso, che costruisce una rappresentazione sola dello spazio attorno all'auto. Dal tronco si diramano le teste, una per ciascun compito, le linee di corsia, i veicoli, i segnali. Non otto mondi cuciti insieme, un mondo, guardato da otto punti. In un intervento pubblico Karpathy mette i due risultati uno accanto all'altro sullo schermo, la ricostruzione, dice, orribile, ottenuta cucendo i pezzi, e quella pulita ottenuta dal tronco unico, e commenta in presa diretta, it's basically night and day, you can actually drive on this. È giorno e notte. Su questa ci puoi davvero guidare. Poi, il quattordici luglio duemiladue ventidue, Karpathy annuncia che lascia Tesla dopo cinque anni. It's been a great pleasure to help Tesla towards its goals over the last five years, scrive, and a difficult decision to part ways. La prima metà della frase è quella che si legge di solito. La seconda dice l'altra cosa, e una decisione difficile, separarsi.

Tre cose che non si trovano

C'è un momento, in ogni storia che si racconta troppo, in cui la storia comincia a camminare da sola. Senza documenti, senza fonti, solo perché è così buona che nessuno ha più il coraggio di verificarla. Anche qui è successo. E adesso, prima di correre avanti, vale la pena fermarsi e fare la conta di quello che si racconta di quest'uomo, il ragazzo del cubo, quello del cronometro sotto i sedici secondi, e che, andando a cercarlo, non si trova. Tre cose. Tutte dello stesso tipo. La prima è la data di nascita. In giro c'è scritto che è nato il ventitré ottobre del millenovecentottantasei. Ma non risulta da nessuna fonte primaria. E questo vuol dire una cosa precisa, ogni volta che qualcuno scrive a ventidue anni, l'abbiamo scritto anche noi, all'inizio di questa storia, sta usando un'età che sta in piedi per un solo motivo. Lo dice chi la racconta. La seconda è il destinatario di quell'email. Vi ricordate l'email di Elon Musk, il padrone di Tesla, quella del duemililadiciassette con dentro la frase del numero due al mondo? Nel racconto che circola ovunque, quell'email è indirizzata a Jim Keller, l'ingegnere che all'epoca dirigeva l'hardware dell'Autopilot e che avrebbe lasciato Tesla nell'aprile del duemila diciotto. Ecco, nessuna delle fonti che riportano l'email presa dagli atti processuali lo nomina come destinatario. Jim Keller è una persona che questa storia ha messo in una stanza senza nessuna prova che ci fosse davvero. La terza è il ritorno in OpenAI. Fra l'uscita da Tesla, nel duemilaventidue, e la fondazione della sua scuola, nel duemilaventiquattro, si racconta in tanti che sia tornato in OpenAI, l'azienda di cui era stato uno dei primi. Non risulta. Non dai comunicati, non dalle fonti documentali. Semplicemente, non c'è. E c'è un quarto punto, che riguarda la storia che avete appena sentito. Quel confronto che rende tagliente la frase di Musk, il dopo Ilya Sutskever, il nome del grande ricercatore che avrebbe superato, ecco, nelle ricostruzioni dell'email fatte sugli atti del processo, quel confronto non compare. Compare solo nella versione divulgata, quella che tutti ripetono. Il paragone più memorabile dell'intera frase esiste soltanto fuori dal documento. Nessuna di queste cose è una menzogna. Ma sono tutte la stessa cosa, un dettaglio che rende il racconto migliore, tramandato di bocca in bocca finché smette di avere bisogno di una fonte che lo regga. E in una vita passata intera a misurare percentuali di errore, a contare, cifra per cifra, quanto un sistema sbaglia, c'è una simmetria, qui, che vale la pena notare. L'uomo che ha insegnato alle macchine a sbagliare meno è diventato una storia che sbaglia un poco, e nessuno se ne accorge, perché il racconto funziona troppo bene per fermarsi a controllarlo.

Una scuola con un codice da matricola

Il sedici luglio duemilaventiquattro, Andrej Karpathy, l'ingegnere che aveva insegnato alle macchine a vedere prima a Tesla e poi a OpenAI, annuncia che fonda una società. Le parole sono le sue, in inglese, Excited to share that I am starting an AI Education company called Eureka Labs. We are Eureka Labs and we are building a new kind of school that is AI native. Tradotto, dice così, sono felice di annunciare che sto avviando un'azienda di intelligenza artificiale e istruzione, chiamata Eureka Labs. E aggiunge, siamo Eureka Labs, e stiamo costruendo una nuova scuola, nativa per l'intelligenza artificiale. Il primo corso ha un nome strano, grande modello linguistico, uno zero uno enne. A prima vista sembra un codice da matricola universitaria, la sigla della materia, il livello base, il numero del corso, appiccicato a una scuola che università non è. Ed è proprio quello il punto, il richiamo all'università c'è, l'università no. Il modello dichiarato funziona così, il docente resta un essere umano, e progetta tutto il materiale. Accanto a lui, un assistente automatico segue ogni studente, uno per uno. Ed è questo che permette di tenerne migliaia. La cattedra all'uomo, la scala alla macchina. C'è una simmetria, in tutto questo, che è difficile non vedere. Karpathy ha passato tredici anni a insegnare alle macchine a guardare, a etichettare immagini, a descriverle, a ricostruire una strada da otto punti di vista. Poi ha fondato una scuola per insegnare agli uomini. E l'ha costruita attorno a una macchina. E ricomincia dal basso, anche di persona. L'uomo che è stato direttore dell'intelligenza artificiale di Tesla apre i propri video didattici con parole semplici, Hi everyone. So in this video, I would like to continue our general audience series on large language models like ChatGPT. Ciao a tutti, dice, in questo video vorrei continuare la nostra serie per il pubblico generale sui grandi modelli linguistici, come ChatGPT. Una webcam, una lavagna, una serie per chiunque voglia ascoltare.

«Dimentica che il codice esista»

Il due febbraio duemilaventicinque, Andrej Karpathy, quello di Tesla, quello uscito da OpenAI da tre anni, scrive su X una frase che nel giro di poche settimane entra nel vocabolario di tutti quelli che fanno il suo mestiere. La scrive in inglese, e suona così, c'è un nuovo modo di programmare, che chiamo vibe coding, dove ti abbandoni completamente alle vibrazioni, abbracci gli esponenziali, e dimentichi che il codice esista. Dimenticare che il codice esista. L'uomo che ha passato la vita a scriverlo, che ha insegnato a scriverlo a migliaia di studenti, che ha costruito macchine capaci di scriverlo da sole, adesso dice, dimenticatelo, il codice. E non è finita. Nello stesso giro di parole aggiunge una cosa quasi più sorprendente della prima, dice che quasi non ha toccato la tastiera. I barely even touched the keyboard. Un programmatore che si vanta di non aver programmato. Ma attenzione, perché pochi giorni dopo lo stesso Karpathy scrive un altro tweet, e qui il tono cambia. Dice, non mi sono mai sentito così indietro, come programmatore. I've never felt this much behind as a programmer. L'uomo che si è appena vantato di non toccare la tastiera confessa di sentirsi superato. E le due frasi, messe una accanto all'altra, non si contraddicono affatto, si spiegano a vicenda. Puoi permetterti di dimenticare che il codice esista solo se qualcosa lo sta scrivendo al posto tuo. Ma se quella cosa scrive più in fretta di te, sempre più in fretta, ogni mese un po di più, allora la domanda quanto sono rimasto indietro non è più un modo di dire. È un conto che cresce mentre lui lo pronuncia. Chi ha battezzato la resa alla macchina è lo stesso che per primo si è accorto di essere già in ritardo.

Quanto vale una testa

Nell'estate del duemilaventicinque il mercato dei ricercatori di intelligenza artificiale diventa una notizia da prima pagina. E ci diventa per una cifra che non ha documenti, che nessuno ha mai firmato, che esiste solo perché qualcuno l'ha detta ad alta voce. Il diciotto giugno duemilaventicinque, al podcast Uncapped, Sam Altman, il numero uno di OpenAI, l'azienda di cui Andrej era stato uno dei fondatori, racconta che Meta, il colosso di Zuckerberg, ha offerto ai suoi ricercatori bonus d'ingresso da cento milioni di dollari. E aggiunge, in inglese, finora nessuno dei nostri migliori ha accettato. La risposta arriva subito, dall'altra parte. Andrew Bosworth, direttore tecnico di Meta, davanti ai suoi in una riunione aziendale, Sam è disonesto. Sta lasciando intendere che lo facciamo per ogni singola persona. Ragazzi, il mercato è caldo. Ma non è così caldo. Anche Lucas Beyer, un ricercatore che da OpenAI era appena passato a Meta, liquida la cifra come falsa. E poi, rispondendo a chi suggeriva che Altman avesse gonfiato i numeri apposta, per rendere la sua squadra più desiderabile di quello che è, concede un punto all'avversario, Sì, è stata una mossa geniale, questo va riconosciuto. Intanto, le cifre che i documenti reggono sono altre. Duecento milioni di dollari accettati da Ruoming Pang, un ricercatore che quel salto l'ha fatto davvero. Fino a un miliardo e mezzo offerti ad Andrew Tulloch, e rifiutati. Ma quella che tutti ricordano è la prima. Cento milioni, una sola bocca, nessuna carta. E due smentite da chi, in teoria, avrebbe pagato.

Sotto qualcun altro

Il diciannove maggio duemilaventisei, Andrej Karpathy, l'ingegnere che ha costruito con le proprie mani buona parte di ciò che oggi si chiama intelligenza artificiale, scrive un annuncio breve, in inglese, sul social X. Dice così, sono entrato in Anthropic. Credo che i prossimi anni alla frontiera dei modelli linguistici saranno particolarmente formativi. Sono molto contento di unirmi alla squadra e di tornare a fare ricerca e sviluppo. Niente di più. Nessun discorso, nessuna spiegazione. Un uomo che ha attraversato Tesla, che ha fondato una scuola, che ha insegnato a migliaia di persone a programmare, comunica in tre righe che va a lavorare per altri. E non va a fare una cosa qualunque. Entra nel gruppo che si occupa di pre-training, la fase più costosa dell'addestramento di un modello linguistici, quella in cui il modello impara da enormi quantità di testo prima di qualunque specializzazione, il fondamento di tutto ciò che viene dopo. Quel gruppo è guidato da Nick Joseph. E qui c'è un dettaglio che dice più di mille discorsi, l'uomo che una email, l'email di Elon Musk, quella che anni prima era servita a convincerlo a entrare in Tesla, definiva il numero due al mondo nel suo campo, adesso entra sotto qualcun altro. Il numero due del mondo prende un capo. Il compito, come lo descrive l'azienda, è questo, usare Claude, l'intelligenza artificiale che Anthropic ha costruito, per accelerare la ricerca di pre-training. Aiutare Claude a costruire la generazione successiva di un Claude ancora più capace. Fermiamoci un istante su queste parole, perché sono l'ultima cosa che questa storia chiede di guardare, un'intelligenza artificiale impiegata a costruire la propria versione successiva. La macchina che impara, usata per costruire la macchina che impara meglio. Ed ecco che torna, identica, la scena con cui tutto era cominciato. Una biblioteca. Un ragazzo che cammina fra scaffali che non finiscono, che capisce di non poterli leggere tutti, mai, nemmeno in dieci vite, e che decide, quel giorno, di costruire qualcosa che ci riesca al posto suo. Quello era il gesto d'apertura. Trent'anni dopo, quel gesto è diventato esattamente una mansione. C'è scritto, di fatto, nel contratto, costruire la cosa che impara al posto nostro. E adesso anche al posto proprio. E il cubo, allora. Il ragazzo di ventidue anni che scioglieva lo schema in meno di sedici secondi, più in fretta di quasi chiunque al mondo. L'uomo che quel ragazzo è diventato ha coniato l'espressione che oggi milioni di persone usano per dire il momento in cui si smette perfino di guardare il codice, il vibe coding, e ha confessato di non essersi mai sentito così indietro come programmatore. Lui. Il più veloce di tutti. Le mani veloci non servono più. E le ha rese inutili lui stesso, lavorandoci.

Sedici secondi

Un ragazzo, un cubo di Rubik, un cronometro. Sotto i sedici secondi.

Aveva ventidue anni, e questa è la prima immagine che di lui sceglie chi ha raccontato la sua storia 1: non un titolo di studio, non un premio, non una pubblicazione. Le mani veloci. Uno schema che si scioglie più in fretta di quanto chiunque altro riesca a scioglierlo.

Sette anni prima, a quindici, quelle mani non avevano scelto niente. La famiglia lasciò la Slovacchia — una vita comoda, che venne abbandonata — e si trasferì a Toronto: lui, la sorella, i genitori. «I was born in Slovakia and my family moved to Toronto when I was 15», dirà anni dopo in un'intervista, in una riga sola, senza aggiungere altro 3.

Di quei genitori non si conosce il nome. Della sorella si sa una cosa sola: che il trasferimento fu fatto anche per lei. Su quel gesto, però, Karpathy ha detto una frase che è il motore dichiarato di tutto il resto: è in larga parte la determinazione a giustificare il loro salto nel buio, e a renderli fieri, ciò che muove le sue ambizioni — «to vindicate their leap of faith and make them proud» 1.

Tenete a mente il cubo. Torna alla fine, capovolto.

Due momenti di Toronto, e nessuno dei due è un esame

All'Università di Toronto Karpathy prese una doppia laurea, informatica e fisica, con un minor in matematica 2. Dei suoi anni là restano due scene, e nessuna delle due somiglia a un piano di studi.

La prima è un'aula di meccanica quantistica. Lo studente segue il corso e a un certo punto si accorge che qualcosa non torna — non nella materia, in sé stesso. «It became apparent that I was not having fun. It was too distant, too limiting. I couldn't get my hands dirty» 1. Troppo distante, troppo limitante: non poteva sporcarsi le mani. Non è una scelta presa a tavolino, è un abbandono seduto a un banco. La laurea in fisica la prese comunque. Quello che lasciò fu la direzione.

La seconda scena è una biblioteca. Cammina fra scaffali che non finiscono, e capisce due cose insieme: che vorrebbe leggere tutti quei libri, e che non è umanamente possibile. Nel racconto che ne è stato fatto, il pensiero che gli viene dopo è questo: se non posso imparare da solo tutto quello che c'è da sapere, forse posso costruire qualcosa che ci riesca 1.

È lì che comincia il mestiere. Non nell'ambizione di sapere: nell'ammissione di non poterlo fare, e nella decisione di delegare.

A Toronto, poi, c'era Geoff Hinton. Karpathy sulla propria pagina scrive: «This is where I first got into deep learning, attending Geoff Hinton's class and reading groups» 2. Sono due luoghi, non uno. Il corso — l'aula, il programma, l'esame — e i , dove si sta seduti in cerchio a smontare un lavoro appena pubblicato. Il primo dà i crediti. Il secondo dà l'accesso.

Car parking, University of Keele
Car parking, University of Keele — foto: Claire MacNeill · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons · originale

Creature che imparano cadendo

Dal 2009 al 2011 Karpathy fa un master alla University of British Columbia, con Michiel van de Panne 7. È il maestro che nessuno cita mai, schiacciato fra il nome di Hinton che viene prima e quello di Fei-Fei Li che viene dopo.

Il laboratorio di van de Panne si occupa di robot fisicamente simulati: creature che esistono dentro un mondo di equazioni e devono imparare a stare in piedi. Non vengono programmate movimento per movimento — questo passo così, questo braccio così. Vengono messe in un mondo con la gravità e lasciate provare, finché non si muovono «almost like living things» 1.

Il verbo importante non è camminare. È cadere. Una creatura simulata impara a stare in equilibrio perché ha perso l'equilibrio migliaia di volte e ogni caduta è un'informazione. È lo stesso principio con cui, quindici anni dopo, si addestra qualunque cosa: sbagliare in modo misurabile, e correggere di quel tanto.

Un uomo che aveva lasciato la fisica perché non poteva sporcarsi le mani era andato a lavorare sull'unica cosa che, in un computer, si sporca davvero: qualcosa che cade.

La stanza di Fei-Fei Li

Nel 2011 Karpathy entra a Stanford, dottorato, relatrice Fei-Fei Li. Ci resterà fino al 2015.

Fei-Fei Li è la persona che ha costruito . Karpathy la ringrazierà, con parole sue, «for teaching me how to think» — per avergli insegnato a pensare 1. Non a programmare: a pensare.

La sua dissertazione si intitola Connecting images and natural language, ed è a catalogo alle biblioteche di Stanford. In commissione, oltre a Fei-Fei Li, ci sono Percy Liang e Christopher D. Manning 6. Tre nomi che tengono in piedi mezza disciplina — visione artificiale e linguaggio naturale — chiusi nella stessa stanza a discutere una tesi che prometteva di cucire insieme le due cose.

Cosa vuol dire, in pratica, «collegare immagini e linguaggio naturale»: dare in pasto a una macchina una fotografia e ottenere indietro una frase in inglese che la descriva. Cindy Pom, la giornalista che ha raccontato questa storia nel video da cui parte questo numero, ci ha messo dentro la foto del suo cane Luffy e si è sentita rispondere: «a husky mix completely passed out in a dog bed with one leg awkwardly sticking into the air» — un incrocio di husky steso stecchito in una cuccia con una zampa che punta in aria in modo scomposto 1.

«Passed out», «awkwardly». Non sono etichette. Sono giudizi su una scena. Nel 2011, quando Karpathy comincia il dottorato, una frase così è fantascienza.

La fotografia della bilancia

Il 22 ottobre 2012 Karpathy pubblica sul proprio blog un post sullo stato della visione artificiale, e lo costruisce attorno a una fotografia 4.

Nella foto c'è un uomo in piedi su una bilancia pesapersone. Dietro di lui, di nascosto, Barack Obama appoggia un piede sulla pedana e preme. Le persone intorno ridono. Sulle pareti ci sono specchi, e alcune delle figure nell'inquadratura non sono persone: sono riflessi.

Karpathy elenca che cosa dovrebbe sapere una macchina per capire perché quella foto fa ridere. Che alcune delle persone nell'immagine sono riflessi in uno specchio. Che il piede appoggiato sulla pedana applica una forza. Che quella forza fa salire il numero sul display. Che le persone sono suscettibili riguardo al proprio peso. Che l'uomo sulla bilancia non si è accorto di niente. Che gli astanti trovano divertente la sua confusione. E che a farlo sia il presidente degli Stati Uniti rende la cosa ancora più comica.

Sette strati di conoscenza implicita, per una gag.

Quello che nel 2012 una macchina sapeva fare era mettere un'etichetta sopra una foto, scegliendola da un elenco: «elefante», «bambino», «Cristo Redentore». La terza voce è un monumento, e da sola dice quanto arbitrario fosse l'elenco.

Il post finisce così: «How can we even begin to go about writing an algorithm that can reason about the scene like I did? … In any case, we are very, very far, and this depresses me. What is the way forward?» 4. Come possiamo anche solo cominciare a scrivere un algoritmo che ragioni su questa scena come ho fatto io. Siamo molto, molto lontani, e questo mi deprime. Qual è la strada?

Ventidue giorni prima, il 30 settembre 2012, una rete neurale chiamata AlexNet aveva vinto la gara di ImageNet con un errore del 15,3% contro il 26,2% del secondo classificato 823. Dieci punti e passa di distacco, in una competizione dove ci si giocava i decimi. Gli autori erano Alex Krizhevsky, Ilya Sutskever e Geoffrey Hinton — cioè il laboratorio di Toronto, cioè il professore di cui Karpathy aveva seguito il corso e i reading group.

Nel post del 22 ottobre, AlexNet non è nominata. Non ci sono i risultati della gara. C'è solo un uomo che dice di essere depresso perché la strada non si vede, tre settimane dopo che la strada era stata aperta nella stanza accanto alla sua.

Millecinquecento fotografie

Due anni dopo, quell'uomo si siede davanti a uno schermo e decide di gareggiare di persona.

Il protocollo è quello vero: la stessa lista di mille categorie di ImageNet, le stesse immagini, scelte fra le difficili. Una per volta. Circa millecinquecento. Nessuna scorciatoia: guardare la foto, scorrere le mille voci, scegliere. Il 2 settembre 2014 Karpathy pubblica i risultati 5.

Vince l'uomo. Errore 5,1% contro il 6,8% commesso da GoogLeNet sullo stesso campione. Un punto e sette decimi.

E nello stesso post l'uomo che ha appena vinto smonta la propria vittoria pezzo per pezzo. Scrive che l'errore della rete sul suo campione è del 6,8%, ma che sull'intero test set da centomila immagini è del 6,7% — cioè che il campione era leggermente sfavorevole alla macchina, e lo dichiara lui 5. Il dato ufficiale della gara si assesta poco sotto: 6,66%.

Poi scrive la frase che è il proprio necrologio: «It is clear that humans will soon only be able to outperform state-of-the-art image classification models by use of significant effort, expertise, and time» 5. Presto un essere umano potrà battere questi modelli soltanto mettendoci sforzo, competenza e tempo in quantità significative.

Fate il conto delle proporzioni: millecinquecento immagini etichettate a mano da un uomo, centomila immagini nel test set completo. Uno a sessantasei. Lui ha misurato sé stesso su un sessantaseiesimo del campo di gara, e ci ha messo — dichiaratamente — sforzo, competenza e tempo.

C'è un'altra cosa. L'uomo che aveva lasciato la meccanica quantistica perché non poteva sporcarsi le mani ha passato la carriera dentro astrazioni sempre più profonde. Il gesto più manuale che gli si conosce è questo: millecinquecento fotografie, una per volta, per stabilire quanto valesse ancora la sua specie.

Errore di classificazione su ImageNet: due anni, e l'uomo che si mette in mezzo

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dati: paper AlexNet (NeurIPS 2012) e post di Andrej Karpathy del 2 settembre 2014 · elaborazione: gamma97

«Vorranno uccidermi, ma andava fatto»

Nel dicembre 2015 nasce OpenAI, e Karpathy è fra i membri fondatori. Fra i cofondatori del laboratorio c'è Elon Musk.

Un anno e mezzo dopo, Musk scrive a un vicepresidente di Tesla una email che nel 2026 finirà agli atti del processo Musk contro Altman, e da lì sui giornali 9:

«Andrej is arguably the #2 guy in the world in computer vision… The openai guys are gonna want to kill me, but it had to be done.»

Andrej è probabilmente il numero due al mondo nella visione artificiale. Quelli di OpenAI vorranno uccidermi, ma andava fatto.

La prima metà della frase è quella che si cita sempre. La seconda è quella che dice qualcosa su chi la scrive: un uomo che sta portando via un ricercatore a un laboratorio che aveva cofondato lui stesso, che sa esattamente come verrà presa, e che la mette per iscritto. «Ma andava fatto.» Nove anni dopo, quella email è una prova in una causa fra i due fondatori di quella stessa società.

Nel giugno 2017 Karpathy entra in Tesla come Director of AI and Autopilot Vision, e riporta direttamente a Musk.

Resta un nome sospeso. Il numero due implica un numero uno. Nel racconto divulgativo il numero uno è Ilya Sutskever — uno dei tre autori di AlexNet nel 2012, cofondatore di OpenAI nel 2015, il metro con cui Musk misurerebbe Karpathy 1. È il fantasma ricorrente di questa storia: compare nel paper che cambia tutto, compare nel confronto che decide una carriera, e non viene mai raccontato. Su di lui, però, si veda il capitolo dopo.

Un corpo, molte teste

Il problema che Karpathy trova in Tesla è geometrico prima che informatico. Attorno all'automobile ci sono otto telecamere, sincronizzate, ciascuna con il proprio pezzo di mondo. Ognuna vede bene la propria fetta e non sa nulla delle altre.

Il primo modo di procedere è il più ovvio: ogni telecamera fa la sua elaborazione, poi si cuciono insieme i risultati. Il prodotto è una ricostruzione tridimensionale della strada in cui i bordi non combaciano, le linee si spezzano ai confini fra le inquadrature, la stessa auto compare due volte in due posti leggermente diversi.

L'architettura che Tesla adotta si chiama HydraNet 12, e il nome è già la spiegazione: molte teste, un corpo solo. Le immagini delle otto telecamere entrano in un unico tronco condiviso, che costruisce una rappresentazione sola dello spazio attorno all'auto; dal tronco si diramano le teste, una per ciascun compito — le linee di corsia, i veicoli, i segnali. Non otto mondi cuciti: un mondo, guardato da otto punti.

In un intervento pubblico Karpathy mette i due risultati uno accanto all'altro sullo schermo — la ricostruzione «orribile» ottenuta cucendo, e quella pulita ottenuta dal tronco unico — e commenta in presa diretta: «it's basically night and day. You can actually drive on this» 1. È giorno e notte. Su questa ci puoi davvero guidare.

Il 14 luglio 2022 Karpathy annuncia di lasciare Tesla dopo cinque anni: «It's been a great pleasure to help Tesla towards its goals over the last 5 years and a difficult decision to part ways» 10. La prima metà è quella che si legge di solito. La seconda dice: e una decisione difficile separarsi.

Tre cose che si raccontano e non si trovano

Questa è una biografia molto raccontata e mediamente documentata. Tre esempi, tutti dello stesso tipo.

La data di nascita. Circola il 23 ottobre 1986. Non risulta da fonti primarie. Ogni volta che qualcuno scrive «a ventidue anni» — compreso questo numero, in apertura — sta usando un'età che sta in piedi solo perché lo dice chi la racconta.

Il destinatario dell'email di Musk. Nel racconto divulgativo l'email del 2017 è indirizzata a Jim Keller, all'epoca vicepresidente per l'hardware dell'Autopilot, che lascerà Tesla nell'aprile 2018 11. Nessuna delle fonti che riportano l'email dagli atti lo nomina come destinatario 9. È una persona che la storia ha messo in una stanza senza prove che ci fosse.

Il rientro in OpenAI. Fra l'uscita da Tesla, nel 2022, e la fondazione della sua scuola, nel 2024, si racconta che Karpathy sia tornato in OpenAI. Non risulta da comunicati né da altre fonti documentali raccolte per questo numero.

E un quarto, che riguarda il capitolo precedente. Il confronto «dopo Ilya Sutskever» — la cosa che rende tagliente il «numero due al mondo» di Musk — non compare nelle ricostruzioni dell'email fatte sugli atti processuali 9. Compare nella versione divulgata 1. Il paragone più memorabile della frase esiste solo fuori dal documento.

Nessuna di queste è una menzogna. Sono tutte la stessa cosa: un dettaglio che rende il racconto migliore, tramandato finché smette di avere bisogno di una fonte. In una vita passata a misurare percentuali di errore, è una simmetria che vale la pena notare.

Una scuola con un codice da matricola

Il 16 luglio 2024 Karpathy annuncia la sua società: «Excited to share that I am starting an AI+Education company called Eureka Labs. […] We are Eureka Labs and we are building a new kind of school that is AI native» 13. Una scuola di tipo nuovo, nativa per l'intelligenza artificiale.

Il primo corso si chiama LLM101n 14. È un codice da matricola universitaria — la sigla della materia, il livello base, il numero del corso — appiccicato a una scuola che università non è.

Il modello dichiarato è questo: il docente resta un essere umano e progetta il materiale; l'assistente automatico sta accanto a ogni studente, uno per uno, e permette di tenerne migliaia. La cattedra all'uomo, la scala alla macchina.

C'è una simmetria che è difficile non vedere. Karpathy ha passato tredici anni a insegnare alle macchine a guardare — a etichettare, a descrivere, a ricostruire una strada da otto punti di vista. Poi ha fondato una scuola per insegnare agli uomini, e l'ha costruita attorno a una macchina.

E ricomincia dal basso anche di persona. Il direttore dell'intelligenza artificiale di Tesla apre i propri video didattici così: «Hi everyone. So in this video, I would like to continue our general audience series on large language models like ChatGPT» 1. Una webcam, una lavagna, una serie per il pubblico generico.

«Dimentica che il codice esista»

Il 2 febbraio 2025 Karpathy scrive su X una frase che entrerà nel vocabolario del mestiere in poche settimane:

«There's a new kind of coding I call "vibe coding", where you fully give in to the vibes, embrace exponentials, and forget that the code even exists.» 15

C'è un nuovo modo di programmare, che chiamo vibe coding, in cui ti abbandoni completamente alle vibrazioni, abbracci gli esponenziali, e dimentichi che il codice esista. Nello stesso giro di parole aggiunge di non aver quasi toccato la tastiera — «I barely even touched the keyboard» 1.

Chi ha battezzato la resa alla macchina è lo stesso uomo che, in un altro tweet, ha scritto: «I've never felt this much behind as a programmer.» Non mi sono mai sentito così indietro, come programmatore 1.

Le due frasi non si contraddicono: si spiegano. Si può dimenticare che il codice esista soltanto se qualcosa lo sta scrivendo al posto tuo, e a quel punto la domanda «quanto sono indietro» smette di essere retorica.

Quanto vale una testa

Nel 2025 il mercato dei ricercatori di intelligenza artificiale diventa una notizia da prima pagina, e lo diventa per una cifra che non ha documenti.

Il 18 giugno 2025, al podcast Uncapped, Sam Altman racconta che Meta ha offerto ai suoi ricercatori bonus d'ingresso da cento milioni di dollari, e aggiunge: «so far none of our best people have decided to take them up on that» 21. Finora nessuno dei nostri migliori ha accettato.

La risposta arriva dall'altra parte. Andrew Bosworth, direttore tecnico di Meta, in una riunione aziendale: «Sam is just being dishonest here. He's suggesting that we're doing this for every single person… Look, you guys, the market's hot. It's not that hot.» 19 Sam è disonesto. Sta lasciando intendere che lo facciamo per chiunque. Ragazzi, il mercato è caldo. Non è così caldo.

Anche Lucas Beyer, ex ricercatore di OpenAI passato a Meta, liquida la cifra come falsa — e poi, rispondendo a chi suggeriva che Altman l'avesse gonfiata ad arte, concede: «Yes, it was a brilliant move, gotta give him that» 20. Sì, è stata una mossa geniale, questo va riconosciuto.

Intanto, le cifre che i documenti reggono sono altre. Duecento milioni di dollari accettati da Ruoming Pang. Fino a un miliardo e mezzo offerti ad Andrew Tulloch, e rifiutati 22.

Quella che tutti ricordano è la prima: cento milioni, una sola bocca, nessuna carta, smentita da due persone che stanno dal lato di chi avrebbe pagato.

Le cifre del mercato dei ricercatori: quella che si ricorda non è quella documentata

gamma97
dati: dichiarazioni di Sam Altman (podcast Uncapped, 18 giugno 2025) e Wall Street Journal via The Batch · elaborazione: gamma97

Sotto qualcun altro

Il 19 maggio 2026 Karpathy scrive su X: «I've joined Anthropic. I think the next few years at the frontier of LLMs will be especially formative. I am very excited to join the team here and get back to R&D.» 16 Sono entrato in Anthropic. Credo che i prossimi anni alla frontiera dei modelli linguistici saranno particolarmente formativi. Sono molto contento di unirmi alla squadra e di tornare a fare ricerca e sviluppo.

Entra nel team di , che è guidato da Nick Joseph 17. L'uomo che una email definiva il numero due al mondo entra sotto qualcun altro.

Il compito, come lo descrive l'azienda, è usare Claude per accelerare la ricerca di pre-training: aiutare Claude a costruire la generazione successiva di un Claude ancora più capace 16. Un'intelligenza artificiale impiegata a costruire la propria versione successiva.

Torniamo alla biblioteca. Un ragazzo cammina fra scaffali che non finiscono, capisce che non riuscirà mai a leggerli tutti, e decide di costruire qualcosa che ci riesca al posto suo. È il gesto che ha aperto questa storia, e trent'anni dopo è esattamente la sua mansione: costruire la cosa che impara al posto nostro, e adesso anche al posto proprio.

E poi c'è il cubo. A ventidue anni scioglieva uno schema in meno di sedici secondi, più in fretta di quasi chiunque. L'uomo che quel ragazzo è diventato ha coniato l'espressione per descrivere il momento in cui si smette di guardare il codice, e ha scritto di non essersi mai sentito così indietro come programmatore.

Le mani veloci non servono più. Le ha rese inutili lavorando.

Riferimenti

  1. Newsthink — La storia di Andrej Karpathy (trascrizione del video; contiene anche gli spezzoni audio di Karpathy e la sponsorizzazione finale) — https://www.youtube.com/@Newsthink
  2. Andrej Karpathy — pagina personale (formazione, Toronto, classe e reading group di Hinton) — https://karpathy.ai/
  3. Data Science Weekly — intervista ad Andrej Karpathy — https://www.datascienceweekly.org/data-scientist-interviews/training-deep-learni
  4. Andrej Karpathy — post del 22 ottobre 2012 sullo stato della visione artificiale (la fotografia della bilancia) — http://karpathy.github.io/2012/10/22/state-of-computer-vision/
  5. Andrej Karpathy — post del 2 settembre 2014 sulla gara contro una rete neurale su ImageNet — http://karpathy.github.io/2014/09/02/what-i-learned-from-competing-against-a-con
  6. Stanford Libraries — «Connecting images and natural language», dissertazione di dottorato, commissione Fei-Fei Li, Percy Liang, Christopher D. Manning — https://searchworks.stanford.edu/view/11849345
  7. University of British Columbia — pagina di Michiel van de Panne — https://www.cs.ubc.ca/people/michiel-van-de-panne
  8. A. Krizhevsky, I. Sutskever, G. Hinton — «ImageNet Classification with Deep Convolutional Neural Networks», NeurIPS 2012 —
  9. MIT Technology Review, 1 maggio 2026 — l'email di Elon Musk del 2017 prodotta nel processo Musk contro Altman (ripresa da biggo, 2 maggio 2026) —
  10. CNN, 14 luglio 2022 — l'uscita di Andrej Karpathy da Tesla —
  11. Electrek, 25 aprile 2018 — Jim Keller lascia Tesla —
  12. thinkautonomous.ai — HydraNet e le otto telecamere sincronizzate di Tesla —
  13. Andrej Karpathy — annuncio di Eureka Labs, X, 16 luglio 2024 — https://x.com/karpathy/status/1813263734707790301
  14. Eureka Labs — sito ufficiale (corso LLM101n) — https://eurekalabs.ai
  15. Andrej Karpathy — «vibe coding», X, 2 febbraio 2025 — https://x.com/karpathy/status/1886192184808149383
  16. TechCrunch, 19 maggio 2026 — Andrej Karpathy entra in Anthropic (con dichiarazione di un portavoce dell'azienda) —
  17. The Next Web — il team di pre-training di Anthropic guidato da Nick Joseph —
  18. CNBC — i cento milioni di dollari di bonus d'ingresso rivendicati da Sam Altman —
  19. Entrepreneur — Andrew Bosworth, CTO di Meta, risponde ad Altman in una riunione aziendale —
  20. Yahoo Finance, 26 giugno 2025 — Lucas Beyer sui cento milioni —
  21. Barchart — Sam Altman al podcast «Uncapped», 18 giugno 2025 —
  22. The Batch / deeplearning.ai — le cifre del mercato dei ricercatori (Ruoming Pang, Andrew Tulloch), da Wall Street Journal —
  23. Wikipedia — AlexNet, risultati ILSVRC 2012 —