Il 4 novembre 1972, alle dieci in punto di un sabato, Oriana Fallaci si siede davanti a Henry Kissinger con un registratore in vista sul tavolo. Ne esce l'intervista che lui definirà «senza dubbio la conversazione più disastrosa che io abbia mai avuto con un membro della stampa» e «la cosa più stupida della mia vita»; accuserà lei di aver storpiato le sue risposte, distorto i suoi pensieri, ricamato sulle sue parole; e lei risponderà minacciando di pubblicare le registrazioni, poi producendole. Trent'anni dopo, nel 2004, la donna che aveva interrogato mezzo mondo pubblica un libro di 262 pagine in cui l'intervistata è lei. Questo numero mette una accanto all'altra le due versioni di quell'ora — la sua e la sua — e guarda che cosa resta quando l'unico testimone è un nastro.

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Versione narrativa, dichiaratamente: una storia da ascoltare, fondata sulla ricerca e sulle verifiche dell'articolo qui sotto.
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F come fiore, non V come Venezia
Comincia tutto con un nome che nessuno riesce a scrivere. Lei telefona in una drogheria per ordinare le sigarette, e detta il proprio cognome pezzo per pezzo, con la pazienza di chi lo fa da una vita, Io dico Falaci, F come fiore, non V come Venezia. E tu devi dire, oh sì, signorina Valaci. Il droghiere, dall'altra parte del filo, risponde comunque Valaci. Oriana Fallaci. Una donna che ha passato la vita a riportare esattamente le parole degli altri, parola per parola, virgola per virgola, e non riesce a farsi scrivere il proprio cognome da un droghiere di New York. Anche Henry Kissinger, l'uomo che in quel momento è il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la chiamerà Miss Falaci. Una elle sola. Il cognome storpiato da un'altra parte, da un altro continente. Ma procediamo con ordine. Siamo nello studio di una televisione americana. Due poltrone, e un salotto che non è un salotto, lei si guarda intorno e lo dice in inglese, con quel suo tono asciutto, praticamente qualcosa che dovrebbe sembrarlo. Una scenografia, non una stanza. Il conduttore la presenta al pubblico così, è una giornalista, una delle più invidiate al mondo. Ho sentito spesso dire che la gente le concede interviste e poi vorrebbe non averlo fatto, eppure continuano a concedergliele. Poi le chiede come sta. E lei, lei che ha attraversato guerre, rivolte, ha volato su aerei, si è trovata tra carri armati e trincee, lei risponde, Sono molto nervosa. Nervosa lì. In un salotto finto, davanti a un uomo con un microfono. Quando le fanno notare l'elenco, le guerre, le trincee, gli aerei, lo liquida in tre parole, in inglese, it's my work. È il mio lavoro. Quello che state per sentire è il resoconto di un'ora. Un'ora precisa, che ha una data e un prezzo, l'ora più costosa della carriera di Henry Kissinger. E a raccontarla può essere una sola persona, quella che c'era, seduta su una di quelle due poltrone, con un registratore acceso davanti a sé. La stessa persona che oggi possiamo ancora sentire parlare, con la sua voce.
L'esame
Washington, novembre millenovecentosettantadue. Il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nixon, Henry Kissinger, l'uomo che in quei mesi tratta a Parigi con Le Duc Tho la fine della guerra in Vietnam, non è uno che riceve giornalisti. Parla alle conferenze stampa dell'amministrazione, e basta. Un intervista personale, seduto da solo davanti a uno che fa domande, quasi mai. Eppure la telefonata arriva, con due giorni di anticipo, venga a Washington dopodomani. Prima dell'incontro vero c'è un colloquio preliminare, e Oriana Fallaci lo racconta per quello che è, un esame. Lui la interroga sulle interviste che ha già fatto. Il Giappone. Nguyen Van Thieu, il presidente del Sud Vietnam che gli americani sostengono. Chou En-lai, il premier cinese. E di nuovo Le Duc Tho, quello con cui Kissinger stesso sta trattando a Parigi. L'appuntamento con Thieu era stato per le otto del mattino, nel palazzo presidenziale di Saigon, lei che arriva all'alba nella capitale di un paese in guerra, dentro l'edificio dove siede un presidente di cui si sta decidendo il destino a migliaia di chilometri di distanza. Kissinger quel nome lo conosce. Lo mette nell'esame come si mette una prova sul tavolo. Ma la credenziale vera è un'altra, ed è di febbraio millenovecentosessantanove, l'intervista a Vo Nguyen Giap, il generale di Hanoi, l'uomo che comanda l esercito contro cui gli Stati Uniti stanno combattendo. Era uscita su L'Europeo, a Milano, e in America l'aveva ripresa la rivista Fifth Estate, numero ottantacinque, nei primi venti giorni di agosto millenovecentosessantanove. Ed ecco il primo fatto strano di questa storia. L'uomo che non parla con i giornalisti apre la porta a lei perché lei ha parlato con il nemico. La chiave che apre la Casa Bianca è stata forgiata a Hanoi. Durante l'esame, Kissinger le dice una cosa che lei ripeterà per il resto della vita, Ma sa, signorina Falaci, così, sbagliando il cognome, quello che mi rende un po nervoso è che lei è una donna. C'era un precedente, dietro quell'agitazione. Una giornalista francese aveva scritto un libro su di lui, quel Dear Henry, quel libro, dice Kissinger nel ricordo di Fallaci, sbagliando il titolo. Chi fosse davvero quella donna, come si chiamasse davvero quel libro, non risulta da nessuna parte, resta una sagoma, una terza persona nella stanza, il precedente per cui un'intera categoria, le giornaliste, viene messa sotto sospetto. Fallaci risponde offrendosi di travestirsi, Posso venire con un paio di baffi. E quando lui le chiede perché mai dovrebbe dire certe cose alla sua rivista e proprio a lei, lei ribalta il tavolo con una frase che è tutto il suo metodo in una riga, dato che sono qui, proviamo a farla meglio. L'esame è superato. L'appuntamento è per sabato.
Alle dieci in punto
Alle dieci in punto, sabato, quattro novembre, ero di nuovo alla Casa Bianca. È Fallaci che lo racconta, con quelle parole esatte. Il registratore è sul tavolo, in vista. Acceso. E Kissinger può vederlo benissimo, tenete a mente questo dettaglio, perché su quel piccolo aggeggio sul tavolo, sette anni dopo, si giocherà tutto. Poi il colloquio comincia, e la prima cosa che colpisce è il volume. Kissinger parla pianissimo. Una voce così bassa che Oriana deve sporgersi in avanti per sentirlo, per tutta l'ora. È un dettaglio fisico, e lei lo ripeterà tante volte negli anni, perché è anche un dettaglio di carattere, un uomo che si fa venire vicino, che ti obbliga ad avvicinarti. Le sue impressioni su di lui, raccontate in televisione molto tempo dopo, sono tutte in negativo, È chiuso. Non so se in inglese si dica così, intendo, non è uno aperto. E poi c'è il telefono. Squilla ogni dieci minuti. È Nixon, sì, il presidente degli Stati Uniti, che chiama il suo consigliere ogni dieci minuti, un sabato mattina, mentre quel consigliere sta parlando con una giornalista italiana. E il consigliere, al telefono con la giornalista straniera, descrive il proprio presidente con tre aggettivi, petulante, noioso, come un bambino. Ma il momento che conta arriva dopo. Arriva la frase. Kissinger si paragona a un cowboy. Solo, in sella al suo cavallo, alone astride his horse. Il cowboy che entra in città da solo, senza pistola, e sistema le cose. Pensateci un momento, l'uomo più potente della diplomazia americana si sta facendo un autoritratto che dice, in sostanza, non sono la squadra, sono io. L'intervista dura meno di un'ora. E adesso, come la trasforma in articolo, Fallaci? Di solito le sue interviste le monta un po. Le sistema, le rifinisce. Questa volta no, e lo dice lei stessa, Usually I edit a little my interviews. This time I chose not to do it. I put it as it had begun, as it developed, as it ended. L'ho messa come era cominciata, come si era svolta, come era finita. E poi ci sono le notti sul dizionario. Perché Kissinger parla inglese e il pezzo esce in italiano, e ogni parola va tradotta. I got crazy going in the dictionary and find the right word to translate, sono impazzita a cercare nel dizionario la parola giusta per tradurre. Ricordatevi questo dettaglio, perché fra poco qualcuno dirà che ha ricamato sulle parole altrui. E invece il ricamo, in quelle notti, era una cosa ben diversa, era il tentativo ossessivo di non tradire una sfumatura.
Il danno
La frase del cowboy esce sul giornale, e succede una cosa che nessuno aveva previsto. Quella che ci rimette, per un soffio, non è Oriana Fallaci. È Henry Kissinger. L'intervista in cui il potente consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti si era dipinto come il pistolero solitario che risolve le cose da solo, per poco non gli costa il rapporto con il presidente degli Stati Uniti, quel presidente che nel frattempo lo chiamava ogni dieci minuti, e che dall'articolo scopriva di essere considerato, da Kissinger stesso, una specie di accessorio del suo consigliere. Il verdetto arriva nel millenovecentosettantanove, sul numero di Time dell'otto ottobre, e poi confermato nelle sue memorie, Senza dubbio la conversazione più disastrosa che io abbia mai avuto con un membro della stampa. Altrove la chiama in un altro modo, la cosa più stupida della mia vita. E Kissinger dà la sua spiegazione di che cosa era successo in quella stanza. Dice che Fallaci aveva storpiato le sue risposte, distorto i suoi pensieri, ricamato sulle sue parole. In inglese suona così, garbled his answers, distorted his thoughts, embroidered on his words. Ora il punto è questo, ci sono due resoconti della stessa ora di conversazione, e uno esclude l'altro. La versione di lei, detta in televisione, è la più semplice che si possa immaginare, ed è in inglese, he did not deny one thing of what he had said to me. Non ha negato una sola cosa di quello che mi aveva detto. La versione di lui è che il testo pubblicato non corrisponde a quello che aveva detto. E in mezzo, tra le due, c'è un oggetto. Quel registratore che stava sul tavolo, in vista, acceso, davanti agli occhi di Kissinger per tutto il tempo. E il nastro che ne era uscito. Fallaci risponde all'accusa in due tempi. Prima minaccia di pubblicare le registrazioni. Poi le tira fuori davvero, le produce. E qui viene la parte sorprendente. Non c'è un'arringa, non c'è una polemica sui giornali di cui sia rimasta traccia. C'è un gesto, soltanto un gesto, l'oggetto che torna sul tavolo, anni dopo quella conversazione, e decide tutto. Una bobina in cui si sente una voce bassissima, quella di Kissinger, dire esattamente quello che ha detto. La cosa più vicina a una prova che il mestiere del giornalista possa possedere.
Perché lei
Resta una domanda, ed è quella che Kissinger si porta dietro per il resto della vita, perché l'ha fatto? Perché un uomo come lui, il consigliere del presidente degli Stati Uniti, si è seduto su quella poltrona davanti a quella donna con il registratore acceso? In pubblico, Kissinger dice una cosa sola, Non so perché diedi quell'intervista, non lo saprò mai. E la ripete, per anni, ogni volta che qualcuno glielo chiede. Come se quel pomeriggio gli fosse piombato addosso dal nulla. Fallaci, in televisione, reagisce arrabbiata. Ma sentite bene che tipo di rabbia è, non è ferita, è un'obiezione di fatto. Dice, Questo non è giusto, perché lui sa benissimo perché me la diede, me lo disse lui. Non sta discutendo di sentimenti. Sta dicendo, quest'uomo mente, e lo sa. Eppure la risposta più dura non è quella di Fallaci. È quella che Kissinger dà a sé stesso, in silenzio, dentro le proprie memorie, quando spiega perché accettò di sedersi a quel tavolo. Tre parole in inglese, largely out of vanity. In larga parte, per vanità. E qui la storia si chiude da sola, come una trappola. Prendete le due frasi dello stesso uomo sullo stesso pomeriggio. La prima, l'ho fatto per vanità. La seconda, è stata l'intervista più disastrosa della mia carriera. Non si contraddicono, queste due frasi. Si spiegano a vicenda. Fu la vanità a farlo sedere su quella poltrona finta davanti al registratore. È la vanità che l'intervista mise per iscritto, parola per parola, con il cowboy e il cavallo, quando lui si paragonò a un cavaliere solitario del West che entra nel paese al galoppo e lo salva. Ed è per quella riga lì, la riga che la vanità gli fece dire, che rischiò di perdere la fiducia del presidente. La vanità lo fece parlare. La stessa vanità lo fece cadere. Ma c'è anche una terza cosa che Kissinger confessa, e questa è quella che ferisce Fallaci per davvero. Perché lui non si pente solo di quello che ha detto. Si pente di esserci andato. E Fallaci lo dice con una voce dove l'offesa si sente tutta, Credo che si sia pentito dell'intera intervista, credo che si sia pentito di avermi visto, il che mi ha offesa moltissimo. Fermatevi un momento su questo punto, perché è l'unica crepa in tutta la storia. Le ha detto che ha distorto le sue parole, e lei non si è offesa. L'ha accusata di averlo tradito, e lei non si è offesa. Ma il pentimento di averla incontrata, quello sì. Quello le ha fatto male. Non l'ha offesa l'accusa. L'ha offesa il pentimento.
Cosa includi, cosa lasci fuori
Anni dopo, in uno studio televisivo americano, un giornalista di nome Charlie Rose le fa la sola domanda che il suo metodo teme davvero. Le mette sotto gli occhi il potere di chi monta, scegliere quali parole includere, quale contesto tenere, e quali parole lasciare fuori. È il suo stesso mestiere puntato contro di lei. Le parti invertite, con vent'anni di anticipo sul libro in cui finirà per intervistare da sola. Lei risponde con una formula che è insieme una difesa e un limite, within the limits of what has happened, what has been said. Dentro i limiti di quello che è successo, di quello che è stato detto. E qui una cosa va dirla, perché non si può lasciare in ombra. Che il registratore fosse in vista, che quell'intervista non fosse montata, che quell'ora sia stata trascritta esattamente come si era svolta, tutto questo lo sappiamo perché lo dice lei. Nessuna prova raccolta altrove lo conferma. Su una storia che parla di verifica, la difesa più forte poggia sulla parola di una persona sola. È vero che quella persona, quando è stata messa all'angolo, ha tirato fuori i nastri, e questo è il fatto che le dà peso. Ma i nastri stessi, qui, non ci sono. Restano la sua parola e nient'altro. La sua idea del mestiere, però, non è un cavillo. È dichiarata, e in televisione la dice per intero, la politica e la diplomazia sono la sublimazione della menzogna. Io sono una scrittrice, sono una giornalista, e devo fare tutto il contrario, devo scrivere la verità. Quindi se io capisco che lui deve mentire, lui deve capire che io devo dire la verità. Non è una regola morale. È la descrizione di due mestieri incompatibili, seduti nella stessa stanza per un'ora, ciascuno che fa, correttamente, il proprio.
Emilia, 14.570 lire
Per capire da dove viene quella donna nervosa su una poltrona finta, bisogna fare un salto indietro di trent'anni. Luglio millenovecentoquarantatré. Una ragazza entra nel gruppo Giustizia e Libertà del Partito d'Azione. È la figlia di un uomo che si è messo contro il fascismo, e ha quattordici anni appena compiuti, la più giovane del gruppo. Le danno un nome di battaglia, Emilia. Fa la staffetta. Porta messaggi, volantini, armi piccole dentro la borsa della spesa, attraversando una città occupata dai tedeschi e pattugliata dai fascisti di Salò. Agosto millenovecentoquarantaquattro. Firenze è liberata. Il Corpo Volontari della Libertà la congeda con il grado di soldato. E le mette in mano una somma, contata una banconota per volta, quattordicimilacinquecentosettanta lire. Ascoltate bene questa cifra, perché è lei il cuore di tutto. Non quindicimila, non un compenso, non un numero tondo. Quattordicimilacinquecentosettanta. Qualcuno, in un ufficio, ha calcolato esattamente quanto le spettava, l'ha scritto su un registro e gliel'ha contato. È il primo compenso della sua vita professionale, e le viene pagato per aver rischiato la pelle facendo la staffetta partigiana. Da lì in avanti la strada è quella che già conoscete, le trincee, gli aerei, i carri armati, il Vietnam, it's my work. Ma c'è anche una cosa che dalle trincee proprio non ci si aspetterebbe. Nel settembre millenovecentosettantacinque esce Lettera a un bambino mai nato, due milioni di copie in Italia, tradotto in ventidue lingue, altri due milioni e mezzo nel resto del mondo. Il libro più venduto della sua intera carriera è il più privato che abbia mai scritto, un monologo rivolto a una gravidanza, a un figlio che non arriva. E così il cerchio si chiude su una cifra sola, una ragazza che a quattordici, quindici anni prende quattordicimilacinquecentosettanta lire per aver portato messaggi in una città in guerra, finisce per vendere venti milioni di copie con dodici libri. Quella donna sulla poltrona finta, quella che si dice nervosa davanti a un ex segretario di Stato americano, non è nata in una sala d'onore. È nata lì, su un tram, con una borsa piena di roba che non si doveva trovare.
L'intervistata
Nel duemilaquattro esce Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci. Duecentosessantadue pagine, editore Rizzoli. È il terzo volume di una trilogia, dopo La rabbia e l'orgoglio e La forza della ragione, e i tre libri insieme vendono in Italia quattro milioni di copie. Sono passati trentadue anni da quel sabato mattina alla Casa Bianca, da quando questa donna si era seduta davanti a Kissinger con il registratore acceso sul tavolo. Oriana Fallaci, l'intervistatrice più temuta della sua generazione, aveva costruito un mestiere intero sul mettersi di fronte a qualcun altro con quel registratore in funzione. Adesso si mette di fronte a sé stessa. Il registratore, in un certo senso, resta acceso. Ma davanti al microfono non c'è più un potente da far parlare, c'è lei. E c'è un dettaglio, nel titolo, che dice più del libro stesso. L'anno dopo, nel duemilacinque, esce a New York un'edizione riveduta, Rizzoli International. Il titolo cambia, Oriana Fallaci intervista sé stessa. Quel nome proprio, lo stesso che il droghiere non sapeva scrivere, lo stesso che Kissinger vergava con una elle sola, sparisce dal secondo posto e diventa un pronome. Sé stessa. Come se, alla fine, quel nome non servisse più, come se la persona da intervistare e la persona che fa le domande fossero diventate una cosa sola, e non ci fosse più bisogno di chiamarle per nome. E qui arriva l'ultimo dato strano di questa storia. Per la trilogia, le cifre si conoscono. La rabbia e l'orgoglio supera il milione di copie in Italia, e ne vende cinquecentomila nel resto d'Europa. La forza della ragione, dal duemilaquattro, arriva a ottocentomila. Primo posto in classifica saggistica in Francia e in Germania. Ventottesima ristampa. Ma per il libro in cui Oriana Fallaci si intervista da sola, per quello, nessuna cifra di vendita si trova da nessuna fonte. Il volume più privato della trilogia è anche l'unico di cui non si sa quanto abbia venduto. Il libro più parlato è il più silenzioso, resta lì, in uno scaffale, senza numeri a testimoniarlo. E con questo buco, la storia si chiude com'è sempre stata, piena di voci fortissime, e di conti che non tornano.
Due firme, due paesi
Novembre duemiladue. Siamo in Svizzera, e un giudice svizzero firma un mandato d'arresto. Per chi? Per una scrittrice italiana che in questo momento vive a New York e si chiama Oriana Fallaci. L'accusa si appoggia a due articoli del codice penale elvetico, il duecentosessantuno e il duecentosessantuno b i s, quelli che puniscono chi offende una comunità religiosa. La domanda di arresto attraversa le Alpi e arriva sulla scrivania di Roma. E qui la vicenda prende una piega che nessuno si aspetterebbe, il ministro della Giustizia italiano, Roberto Castelli, un uomo del Nord, leghista, la respinge. E la respinge dicendo una cosa che a leggerla oggi suona quasi irreale, viste le accuse, libertà d'espressione. Una scrittrice non si consegna a un tribunale straniero per quello che ha scritto. Ma la Svizzera non è sola. In Francia qualcuno prova a usare contro di lei un pezzo di carta vecchio di centoventun anni, l'articolo ventiquattro, comma sei, della legge del milleottocentottantuno, la legge sulla stampa. E poi c'è l'Italia stessa, il suo paese. A Bergamo, un capo dell'Unione dei Musulmani d'Italia, un uomo che si chiama Adel Smith, va dal giudice e presenta una denuncia. Il bersaglio sono le frasi de La forza della ragione, l'ultimo libro di Oriana. E qui conviene fermarsi un attimo, perché il numero conta, diciotto frasi. Diciotto. Non un libro intero, non un capitolo, diciotto frasi contate, numerate, estratte una per una dal testo, come si estraggono proiettili da un corpo. Il pubblico ministero che riceve la denuncia guarda quelle frasi e dice, archiviamo. Non c'è reato. Ma a Bergamo il giudice per le indagini preliminari, Armando Grasso, la pensa diversamente. Va contro il suo pubblico ministero e decide, rinvio a giudizio. Si va al processo. E adesso tenete insieme le due mani dello stesso paese, perché è qui che la storia diventa quasi impossibile da raccontare senza fermarsi a respirare. Lo Stato italiano, da una parte, rifiuta di consegnare questa donna alla Svizzera invocando la libertà di scrivere. Lo stesso Stato italiano, dall'altra, la manda a processo, in casa propria, per quello che ha scritto. Due dita della stessa mano che spingono in direzioni opposte, nello stesso identico momento. La data dell'udienza, a Bergamo, viene fissata, il diciotto dicembre duemilasei. Oriana Fallaci muore il quindici settembre duemilasei. Tre mesi prima. Dopo una vita passata a inseguire guerre e potenti, se ne va per la malattia che l'aveva già colpita e che non aveva mai smesso di lavorarle dentro. Così, quando le porte dell'aula di Bergamo si aprono per quell'udienza, il processo trova un banco vuoto. Il banco dove lei avrebbe dovuto sedersi, forse con quel suo modo di stare dritta anche quando era malata, davanti a un microfono che non le avrebbe fatto paura. Diciotto frasi sotto processo, e nessuno da processare. Il reato, si sa, si estingue con la morte della persona. Ma le carte restano, il mandato svizzero respinto, la legge francese del milleottocentottantuno, la denuncia di Bergamo. Carte bollate che si contraddicono fra loro, proprio come gli ultimi anni di questa storia.
Quello che resta in uno scaffale
A Firenze, dentro il Consiglio regionale della Toscana, c'è il Fondo Oriana Fallaci. Lo ha donato il nipote di lei, Edoardo Perazzi, le carte, le prime edizioni, le edizioni straniere, le copie con le dediche. C'è una sala di consultazione, si visita su prenotazione. E ci sono pezzi dello scaffale che non escono mai, le prime edizioni, le edizioni straniere, le copie con la dedica si guardano e si rimettono a posto. I nastri di quel quattro novembre sono lì dentro? Non si sa. L'inventario si può consultare, ma nessuna delle fonti raccolte per questa storia l'ha aperto per cercarli. Restano invece le contraddizioni, e vale la pena lasciarle scoperte, senza cercare di rattopparle. Le date non combaciano, Fallaci scrive sabato quattro novembre millenovecentosettantadue, l'archivio di Time colloca l'intervista nel millenovecentosettantatré, e quel due novembre del primo incontro che lei racconta in televisione non trova conferma da nessuna parte. E poi c'è il conduttore, in diretta, che elogia un film su di lei intitolato The Fallaci Papers, un titolo che nei cataloghi non esiste. L'unico film vero è Illuminate, Oriana Fallaci, di Marco Spagnoli, del duemiladiciannove. Un film mai esistito, lodato in televisione, e questo dentro un numero che doveva occuparsi della verità dei fatti. Kissinger è morto nel duemilaventitré, a cinquant'anni esatti da quella mattina. E per quanto risulta, non ha mai dato una versione finale dell'episodio, restano le memorie piene di vanità, il disastro dichiarato a Time, l'accusa di aver ricamato. E resta lei. Una donna che entra in uno studio televisivo dopo vent'anni di guerre, si siede in un salotto finto con due poltrone, e dice che è molto nervosa. Che detta il proprio cognome al telefono, F come fiore, non V come Venezia, e si sente rispondere, Valaci. Che impazzisce sul dizionario a cercare la parola giusta. E che, quando l'uomo più potente della diplomazia americana dice che lei ha ricamato sulle sue parole, non perde tempo a scrivere una replica. Tira fuori il nastro.
F come fiore, non V come Venezia
Comincia con un nome che nessuno riesce a scrivere.
Lei telefona in drogheria per ordinare le sigarette e detta il cognome pezzo per pezzo, con la pazienza di chi lo fa da anni: «Io dico Falaci, F come fiore, non V come Venezia. E tu devi dire: oh sì, signorina Valaci».
Il grocer risponde comunque Valaci. Anche Kissinger, nella stanza, la chiamerà Miss Falaci — una elle sola, il cognome storpiato da un'altra parte. Una donna che ha passato la vita a riportare esattamente le parole degli altri non riesce a farsi trascrivere il proprio cognome da un droghiere.
È lo studio di una televisione americana. Due poltrone e un salotto che non è un salotto — «practically what's supposed to look like one», dice lei guardandosi attorno: praticamente quello che dovrebbe sembrarne uno. Il conduttore la presenta così: «È una giornalista, e una delle più invidiate al mondo. Ho sentito spesso dire che la gente le concede interviste e poi vorrebbe non averlo fatto — eppure continuano a concedergliele».
Poi le chiede come sta. E lei, che ha attraversato guerre, rivolte, aerei, carri armati e trincee, risponde: «Sono molto nervosa».
Nervosa lì. In un salotto finto, con due poltrone, davanti a un uomo con un microfono.
Quando le fanno notare l'elenco — le guerre, le trincee, gli aerei — lo liquida in tre parole: «It's my work». È il mio lavoro.
Quello che segue è il resoconto di un'ora, l'ora più costosa della carriera di Henry Kissinger, raccontata dalla sola persona che c'era e che oggi possiamo ancora sentire parlare.
L'esame
Non è che Kissinger concedesse interviste. Molto raramente ne concedeva di personali: parlava alle conferenze stampa organizzate dall'amministrazione, e basta. Il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nixon, l'uomo che in quei mesi trattava a Parigi con Le Duc Tho la fine della guerra in Vietnam, non si sedeva da solo davanti a un giornalista.
La telefonata arriva con due giorni di anticipo: venga a Washington dopodomani.
Prima dell'intervista c'è un colloquio preliminare, e Fallaci lo racconta per quello che è: un esame. Lui la interroga sulle interviste che ha fatto. Il Giappone. Nguyen Van Thieu. Chou En-lai. Le Duc Tho.
L'appuntamento con Thieu era stato per le otto del mattino, nel palazzo presidenziale di Saigon: lei che arriva all'alba nella capitale di un paese in guerra, dentro l'edificio dove siede il presidente del Sud che gli americani sostengono, mentre a Parigi si tratta sulla sua testa. Kissinger conosce quel nome. Lo mette nell'esame come si mette una prova sul tavolo.
Ma la credenziale vera è un'altra, ed è del febbraio 1969: Vo Nguyen Giap, il generale di Hanoi. L'uomo che comanda l'esercito contro cui gli Stati Uniti stanno combattendo. L'intervista era uscita su L'Europeo a Milano, e in America era stata ripresa da Fifth Estate, numero 85, 7-20 agosto 1969.
Qui sta il primo fatto strano di questa storia. L'uomo che non parla con i giornalisti apre la porta a lei perché lei ha parlato con il nemico. La chiave che apre la Casa Bianca è stata forgiata a Hanoi.
Durante l'esame Kissinger le dice una cosa che lei ripeterà per il resto della vita: «Ma sa, signorina Falaci, quello che mi rende un po' nervoso è che lei è una donna».
C'era stato un precedente. Una giornalista francese aveva scritto un libro su di lui — «quel Dear Henry, quel libro», dice Kissinger nel ricordo di Fallaci, sbagliando il titolo. Chi fosse quella donna, come si chiamasse davvero il libro, non risulta da nessuna delle evidenze raccolte: resta una sagoma, la terza persona nella stanza, il precedente per cui un'intera categoria viene messa in sospetto.
Fallaci gli risponde offrendosi di travestirsi: «Posso venire con un paio di baffi».
E quando lui le chiede perché mai dovrebbe dire certe cose alla sua rivista e a lei, lei ribalta il tavolo con una frase che è tutto il suo metodo in una riga: dato che sono qui, proviamo a farla meglio.
L'esame è superato. L'appuntamento è per sabato.

Alle dieci in punto
«Alle dieci in punto, sabato, 4 novembre, ero di nuovo alla Casa Bianca».
Il registratore è sul tavolo, in vista. Acceso. Lui può vederlo benissimo — questo è il punto su cui, sette anni dopo, si giocherà tutto.
Kissinger parla pianissimo. Una voce così bassa che lei deve sporgersi in avanti per sentirlo, per tutta l'ora. È un dettaglio fisico, e Fallaci lo ripeterà tante volte perché è anche un dettaglio di carattere: un uomo che si fa venire vicino.
Le sue impressioni su di lui, dette in televisione anni dopo, sono tutte in negativo: «È chiuso. Non so se in inglese si dica così — intendo, non è uno aperto».
Il telefono squilla ogni dieci minuti. È Nixon. È il presidente degli Stati Uniti che chiama il suo consigliere ogni dieci minuti, sabato mattina, mentre lui parla con una giornalista italiana. E il consigliere descrive il presidente a quella giornalista straniera con tre aggettivi: petulante, noioso, come un bambino.
Poi arriva la frase.
Kissinger si descrive come un cowboy — «alone astride his horse», solo in sella al suo cavallo. Il cowboy che entra in città da solo, senza pistola, e sistema le cose. È l'autoritratto dell'uomo più potente della diplomazia americana che dice, in sostanza: non sono la squadra, sono io.
L'intervista dura meno di un'ora.
Fallaci di solito monta un po' le sue interviste. Le sistema. Questa volta no: «Usually I edit a little my interviews. This time I chose not to do it. I put it as it had begun, as it developed, as it ended». L'ho messa come era cominciata, come si era svolta, come era finita.
Poi ci sono le notti sul dizionario. Perché Kissinger parla inglese e il pezzo esce in italiano, e ogni parola va tradotta: «I got crazy going in the dictionary and find the right word to translate». Sono impazzita a cercare nel dizionario la parola giusta per tradurre.
È un dettaglio che vale la pena tenere a mente, perché fra poco qualcuno dirà che ha ricamato sulle parole altrui. Il ricamo, in quelle notti, era il tentativo ossessivo di non tradire una sfumatura.
Il danno
La frase del cowboy esce, e succede una cosa che nessuno aveva previsto.
Non è Fallaci a rimetterci. È Kissinger. L'intervista in cui si dipinge come il pistolero solitario che risolve le cose da solo per poco non gli rovina il rapporto con il presidente — quel presidente che nel frattempo lo chiamava ogni dieci minuti, e a cui l'articolo faceva sapere di essere considerato l'accessorio del suo consigliere.
Nel 1979, su Time dell'8 ottobre, e poi nelle sue memorie, Kissinger consegna il giudizio definitivo: «Senza dubbio la conversazione più disastrosa che io abbia mai avuto con un membro della stampa». Altrove la chiama «la cosa più stupida della mia vita».
E dà la sua versione di che cosa fosse successo in quella stanza: Fallaci aveva storpiato le sue risposte, distorto i suoi pensieri, ricamato sulle sue parole. Garbled his answers, distorted his thoughts, embroidered on his words.
Adesso ci sono due resoconti della stessa ora, e sono incompatibili.
La versione di lei, detta in televisione, è la più semplice possibile: «He did not deny one thing of what he had said to me». Non ha negato una sola cosa di quello che mi aveva detto.
La versione di lui è che il testo non corrisponde a quello che aveva detto.
In mezzo c'è un oggetto. Il registratore che era sul tavolo, in vista, acceso, che lui poteva vedere benissimo. E il nastro che ne era uscito.
Fallaci risponde prima minacciando di pubblicare le registrazioni. Poi le produce.
Non c'è un'arringa, non c'è una polemica sui giornali di cui resti traccia nelle evidenze raccolte. C'è un gesto: l'oggetto che torna sul tavolo, anni dopo, e decide. La cosa più vicina a una prova che il mestiere del giornalista possieda — una bobina in cui una voce bassissima dice quello che ha detto.
Perché lei
Resta una domanda, ed è quella che Kissinger si porta dietro per il resto della vita.
In pubblico dice: «Non so perché diedi quell'intervista, non lo saprò mai».
Fallaci, in televisione, si arrabbia — e la sua è un'obiezione di fatto, non di sentimento: «Questo non è giusto, perché lui sa benissimo perché me la diede: me lo disse lui».
Ma la risposta più dura non è quella di Fallaci. È quella che Kissinger dà a sé stesso, nelle memorie, quando spiega perché accettò: largely out of vanity. In larga parte per vanità.
Ecco allora due frasi dello stesso uomo sullo stesso pomeriggio: l'ho fatto per vanità, ed è stata l'intervista più disastrosa della mia carriera. Non si contraddicono: si spiegano a vicenda. Fu la vanità a farlo sedere; è la vanità che l'intervista mise per iscritto, con il cowboy e il cavallo; ed è per quella riga che rischiò di perdere il presidente.
C'è anche una terza cosa che confessa, e questa ferisce Fallaci per davvero: «Credo che si sia pentito dell'intera intervista, credo che si sia pentito di avermi visto — il che mi ha offesa moltissimo».
Non l'ha offesa l'accusa di distorsione. L'ha offesa il pentimento di averla incontrata.

Cosa includi, cosa lasci fuori
Anni dopo, in uno studio americano, Charlie Rose le fa la sola domanda che il suo metodo teme davvero. Le contesta il potere di chi monta: scegliere quali parole includere, quale contesto e quali parole lasciare fuori.
È il suo stesso mestiere puntato contro di lei. Il gioco a parti invertite, con vent'anni di anticipo sul libro in cui si intervisterà da sola.
Lei risponde con una formula che è insieme una difesa e un limite: «Within the limits of what has happened, what has been said». Dentro i limiti di quello che è successo, di quello che è stato detto.
Qui va detta una cosa che questo numero non può risolvere. Che il registratore fosse in vista, che l'intervista non fosse montata, che quell'ora sia stata trascritta come si era svolta: tutto questo lo sappiamo perché lo dice lei. Nessuna evidenza terza raccolta lo documenta. Su un pezzo che parla di verifica, la difesa più forte poggia sulla parola di una sola persona — che quella persona abbia poi prodotto i nastri è il fatto che le dà peso, ma i nastri stessi non sono nelle evidenze raccolte.
La sua idea del mestiere, però, non è un cavillo. È dichiarata, e in televisione la dice per intero: «La politica e la diplomazia sono la sublimazione della menzogna. Io sono una scrittrice, sono una giornalista, e devo fare tutto il contrario: devo scrivere la verità. Quindi se io capisco che lui deve mentire, lui deve capire che io devo dire la verità».
Non è una regola morale. È una descrizione di due mestieri incompatibili, seduti nella stessa stanza per un'ora, ciascuno che fa correttamente il proprio.
Emilia, 14.570 lire
Per capire da dove viene quella donna nervosa su una poltrona finta bisogna tornare indietro di trent'anni.
Luglio 1943: una ragazza entra nel gruppo Giustizia e Libertà del Partito d'Azione con un nome di battaglia, Emilia. Fa la staffetta.
Agosto 1944, Firenze liberata: viene congedata dal Corpo Volontari della Libertà con il grado di soldato. E con una somma in mano, contata: 14.570 lire.
È una cifra che non arrotonda. Non «quindicimila», non «un compenso»: quattordicimilacinquecentosettanta. Qualcuno l'ha calcolata a un ufficio, l'ha scritta su un registro e gliel'ha contata. È il primo compenso professionale di Oriana Fallaci, e le viene dato per aver portato messaggi in una città occupata.
Da lì in avanti la traiettoria è quella che sappiamo: le trincee, gli aerei, i carri armati, «it's my work». Ma anche una cosa che dalle trincee non ci si aspetta. Nel settembre 1975 esce «Lettera a un bambino mai nato»: due milioni di copie in Italia, ventidue lingue, altri due milioni e mezzo nel resto del mondo. Il libro più venduto della sua vita è il più privato — un monologo rivolto a una gravidanza.
Una che a diciassette anni prende 14.570 lire per aver fatto la staffetta finisce per vendere venti milioni di copie in dodici libri.
L'intervistata
Nel 2004 esce «Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci». Duecentosessantadue pagine, Rizzoli, ISBN 88-17-00684-X. È il terzo volume di una trilogia — dopo «La rabbia e l'orgoglio» e «La forza della ragione» — e i tre libri insieme vendono in Italia quattro milioni di copie.
Sono passati trentadue anni da quel sabato mattina alla Casa Bianca. La donna che aveva costruito un mestiere sul mettersi di fronte a qualcun altro con un registratore acceso si mette di fronte a sé stessa.
C'è un dettaglio nel titolo che dice più del libro. Nell'edizione riveduta, Rizzoli International, New York, 2005, diventa «Oriana Fallaci intervista sé stessa». Il nome proprio — quello che il droghiere sbagliava, quello che Kissinger scriveva con una elle sola — si trasforma in un pronome riflessivo. Come se, alla fine, non servisse più.
E qui c'è l'ultimo dato strano di questa storia. Per la trilogia si conoscono le cifre: oltre un milione di copie in Italia per «La rabbia e l'orgoglio» e 500.000 nel resto d'Europa; 800.000 per «La forza della ragione» dal 2004; primo posto in classifica saggistica in Francia e in Germania; ventottesima ristampa. Per il libro in cui si intervista da sola, nessuna cifra di vendita è reperibile da alcuna fonte terza consultata. Il volume più privato della trilogia è anche l'unico di cui non si sa quanto abbia venduto.

Due firme, due paesi
Gli ultimi anni sono anni di carte bollate, e le carte si contraddicono fra loro.
Novembre 2002, Svizzera: un giudice firma un mandato d'arresto per una scrittrice italiana, sulla base degli articoli 261 e 261bis del codice penale svizzero. La richiesta arriva a Roma. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli la respinge, invocando la libertà d'espressione.
In Francia si invoca contro di lei l'articolo 24 comma 6 della legge del 1881.
E in Italia, intanto, Adel Smith dell'Unione dei Musulmani d'Italia la denuncia per diciotto frasi de «La forza della ragione». Diciotto: contate, numerate, estratte dal testo. Il pubblico ministero chiede l'archiviazione. Il gip di Bergamo, Armando Grasso, decide contro il pubblico ministero e la rinvia a giudizio.
Ecco allora lo Stato italiano che fa due cose opposte nello stesso momento: rifiuta di consegnarla alla Svizzera in nome della libertà d'espressione, mentre un proprio giudice la manda a processo per quello che ha scritto.
L'udienza a Bergamo è fissata per il 18 dicembre 2006.
Oriana Fallaci muore il 15 settembre 2006.
Il processo si presenta a un banco vuoto.
Quello che resta in uno scaffale
A Firenze, al Consiglio regionale della Toscana, c'è il Fondo Oriana Fallaci. Lo ha donato il nipote, Edoardo Perazzi: le carte, le prime edizioni, le edizioni straniere, le copie con le dediche.
C'è una sala di consultazione, e si visita su prenotazione. Alcuni pezzi dallo scaffale non escono: le prime edizioni, le edizioni straniere, le copie dedicate si guardano e si rimettono a posto.
Se i nastri di quel 4 novembre siano lì dentro, le evidenze raccolte non lo dicono. L'inventario è consultabile; nessuno, fra le fonti di questo numero, l'ha aperto per cercarli.
Restano invece le contraddizioni non sanate, e vale la pena lasciarle scoperte. Le date non combaciano: Fallaci scrive sabato 4 novembre 1972, l'archivio di Time colloca l'intervista nel 1973, e il «2 novembre» del primo incontro che lei nomina in televisione non trova conferma in nessuna evidenza raccolta. Il conduttore, in diretta, elogia un film su di lei intitolato «The Fallaci Papers» — un titolo che nei cataloghi non esiste; l'unico film esistente è «Illuminate — Oriana Fallaci» di Marco Spagnoli, del 2019. Un numero sulla verità dei fatti si apre con un titolo che nessuno ha mai visto.
Kissinger è morto nel 2023, a cinquant'anni di distanza da quella mattina, e per quanto risulta dalle evidenze qui raccolte non ha mai dato una versione finale dell'episodio: restano la vanità delle memorie, il disastro dichiarato a Time, l'accusa di aver ricamato.
E resta una donna che entra in uno studio televisivo dopo vent'anni di guerre, si siede in un salotto finto con due poltrone e dice che è molto nervosa. Che detta il proprio cognome al telefono — F come fiore, non V come Venezia — e si sente rispondere Valaci. Che impazzisce sul dizionario a cercare la parola giusta. E che, quando l'uomo più potente della diplomazia americana dice che lei ha ricamato sulle sue parole, non scrive una replica.
Tira fuori il nastro.

Riferimenti
- Trascrizione dell'intervista televisiva a Oriana Fallaci sul colloquio con Henry Kissinger — non disponibile —
- Oriana Fallaci, «Intervista con la Storia» (Interview with History), testo integrale — materiale di ricerca f2.giro-1 —
- Wikiquote, voce Henry Kissinger (dichiarazioni su Fallaci: «the single most disastrous conversation», «largely out of vanity») — materiale di ricerca f1.giro-1 —
- TIME, «The Press: A Too-Special Relationship», e Time dell'8 ottobre 1979 — materiale di ricerca f1.giro-1 —
- EBSCO Research Starters, scheda su Oriana Fallaci (scambio con Charlie Rose; danno al rapporto con Nixon) — materiale di ricerca f2.giro-1 —
- Fifth Estate, n. 85, 7-20 agosto 1969 (ripubblicazione dell'intervista a Vo Nguyen Giap) — materiale di ricerca f2.giro-1 —
- LitHub, sull'intervista del 4 novembre 1972 — materiale di ricerca f1.giro-1 —
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce Oriana Fallaci (nome di battaglia «Emilia»; congedo e 14.570 lire) — materiale di ricerca f4.giro-1 —
- Consiglio regionale della Toscana, scheda del Fondo Oriana Fallaci — materiale di ricerca f4.giro-1 —
- Wikipedia IT, voce Oriana Fallaci (mandato svizzero del novembre 2002; «Lettera a un bambino mai nato»; dati di tiratura) — materiale di ricerca f4.giro-1 e f5.giro-1 —
- Wikipedia EN, voce Oriana Fallaci (dati di vendita della trilogia) — materiale di ricerca f5.giro-1 —
- Eco di Bergamo, 2006 (denuncia di Adel Smith, 18 frasi, rinvio a giudizio del gip Armando Grasso, udienza del 18 dicembre 2006) — materiale di ricerca f5.giro-1 —
- fabula.org (articolo 24 comma 6 della legge francese del 1881) — materiale di ricerca f5.giro-1 —
- Internet Archive, edizioni di «Oriana Fallaci intervista sé stessa» / «L'Apocalisse» — materiale di ricerca f3.giro-1 —
- IMDb e Letterboxd, «Illuminate — Oriana Fallaci» di Marco Spagnoli (2019) — materiale di ricerca f4.giro-1 —