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4 settembre 2026

Terafab, la fabbrica di chip di Tesla e SpaceX in Texas — 16,8 miliardi annunciati, un terawatt promesso, nessuna data di scavo

Che cosa serve davvero per costruire una fabbrica di semiconduttori all'avanguardia, e che cosa di Terafab esiste già oggi.

Il 6 agosto 2026 Tesla e SpaceX hanno annunciato, accanto al Governatore del Texas, un impianto di semiconduttori verticalmente integrato a Grimes County: 16,8 miliardi di dollari di investimento iniziale, il nome Terafab, e la promessa contenuta nel prospetto di quotazione di SpaceX di «un terawatt di hardware di calcolo ogni anno». Due mesi prima i commissari della contea avevano già votato 4-1 un'esenzione fiscale totale. Quello che esiste materialmente, oggi, è un altro cantiere: una fabbrica di ricerca da 3 miliardi vicino ad Austin, a due ore di strada, dove le pale sono entrate in terra il 22 aprile. Fra l'annuncio e la fabbrica c'è una catena di vincoli fisici molto precisa — una sola azienda al mondo costruisce la macchina che stampa i chip più fini, ne escono poche decine l'anno, e un impianto di punta ne vuole fra nove e diciotto — e una serie di cifre che nei cinque mesi dell'annuncio si sono mosse di 38 miliardi di dollari nella stessa definizione.

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La stanza in cui si è votato prima di sapere

Terafab, la fabbrica di chip di Tesla e SpaceX in Texas, 16,8 miliardi annunciati, un terawatt promesso, nessuna data di scavo

Il tre giugno duemilaventisei, in una sala dei commissari della contea di Grimes, in Texas, si vota su un'esenzione fiscale. Non parziale, totale. La contea rinuncia, per un certo numero di anni, a tutte le imposte locali sul valore di un impianto industriale. E lo fa per attirare un investimento, un impianto che nessuno, in quella sala, ha ancora visto. Prima del voto un uomo chiede la parola. Si chiama Robert Rose, abita a College Station, la città universitaria a una ventina di miglia dal sito. Ed è l'unica persona con nome e cognome, in tutta questa storia, che viva nel raggio della fabbrica e dica che cosa teme. Dice tre cose, e sono tre cose molto concrete, le sue parole esatte sono che è preoccupato per le implicazioni che il progetto avrà sui residenti di College Station. Che pensa aumenterà i costi delle abitazioni. Che aumenterà la congestione del traffico, e che potrebbe influire sull'uso dell'acqua. Casa. Traffico. Acqua. Gli risponde John Boyd, un consulente il cui mestiere è proprio questo, scegliere dove si mettono le fabbriche. E la sua risposta è onesta in un modo quasi disarmante. Dice che non ci sono certezze nella vita, e certamente non ci sono certezze nello sviluppo economico. Ma che devi sentirti bene per dove siamo ora. Nessun numero. Nessuna stima sulle case, sul traffico, sull'acqua. Solo un invito a sentirsi bene. Il voto passa quattro a uno. Due mesi dopo, il cinque agosto, in un'altra riunione di contea si presentano centinaia di residenti. Non è una contestazione organizzata, è la popolazione di una contea rurale che vuole sapere che cosa è stato concesso, e con quale calendario. La sovrintendente scolastica Sarah Borowicz difende l'accordo, e sceglie parole che dicono esattamente quanto è in gioco per il suo distretto. Dice che ci sono momenti definitivi nella vita di un distretto scolastico, e che questo è uno di quei momenti. Il giorno dopo, il sei agosto duemilaventisei, arriva l'annuncio ufficiale. Il governatore del Texas, Greg Abbott, presenta il progetto in televisione come un impianto di fabbricazione di semiconduttori verticalmente integrato. Che vuol dire, logica, memoria, inscatolamento e test, tutto sotto lo stesso tetto. L'inscatolamento è la fase in cui il chip, tagliato dal disco di silicio, viene racchiuso, collegato ai contatti e reso montabile su una scheda. Investimento iniziale dichiarato, sedici virgola otto miliardi di dollari. Il sito è a Grimes County, lungo la Highway trenta, nell'area del bacino di Gibbons Creek, circa venti miglia a est di Bryan-College Station, settanta a nordovest di Houston, novanta a nordest di Austin. Da qui in avanti, la domanda utile non è se questa fabbrica sia una buona o una cattiva idea. È un'altra, e ha una risposta fatta di numeri, che cosa serve, fisicamente, per costruire una fabbrica di chip all'avanguardia, e quanto di quel serve esiste oggi.

Sono due edifici, non uno

C'è un fatto semplice, dietro quasi tutta la confusione che circola su Terafab, e i titoli lo comprimono di continuo fino a farlo sparire, le strutture in gioco sono due. Due edifici, in due posti diversi, con due ordini di grandezza diversi. Se non si tiene ben fermo questo, ogni cifra che arriva dopo finisce nel posto sbagliato. La prima struttura è una fabbrica di ricerca. Sta dentro la Gigafactory Texas, quella di Austin. Vale tre miliardi di dollari, e il ventidue aprile duemilaventisei le pale sono entrate davvero in terra. Datelo per buono, è l'unico cantiere aperto di tutto il progetto. La seconda struttura è l'impianto di produzione su scala piena. Dovrebbe sorgere a Grimes County, a circa due ore di strada da Austin. Questo è quello annunciato il sei agosto. Ed è a questo che si riferiscono le cifre grandi, tutte le cifre grandi, i sedici virgola otto miliardi della prima fase, i cinquantacinque del prospetto di maggio, il tetto di centodiciannove miliardi se si contano tutte le fasi. E qui viene il punto che va tenuto stretto, per questo impianto, quello con le cifre grandi, non esiste una data di scavo pubblica. Nessuna. Il cantiere che esiste è l'altro, quello piccolo. E siccome i titoli non distinguono mai, vale la pena vedere che cosa succede quando si legge Terafab ha rotto il terreno. Ha rotto il terreno la fabbrica da tre miliardi. Che è un ottavo dei venticinque miliardi attribuiti all'iniziativa a marzo. Ed è un quarantesimo del tetto da centodiciannove. Il cantiere che esiste, insomma, è il pezzo più piccolo del progetto. Tutto il resto, per ora, è un annuncio. Quindi la prossima volta che arriva una notizia su Terafab, la domanda da farsi è una soltanto, ed è la prima, di quale dei due edifici sta parlando, questo titolo? E con quale delle tre cifre? Perché tenerle separate cambia il senso di ogni cosa.

La macchina che stampa i chip

Per capire perché una fabbrica di chip non si compra come si compra un capannone, bisogna guardare un solo oggetto. I circuiti di un processore si costruiscono per stampa. Si proietta un disegno su un disco di silicio ricoperto di una sostanza sensibile alla luce, e dove la luce arriva quella sostanza cambia. Più corta è la lunghezza d'onda della luce, più fine è il tratto che si può disegnare. E per i tratti più fini serve una luce speciale, un ultravioletto a lunghezza d'onda estremamente corta. È la tecnica che dentro il mestiere tutti chiamano ultravioletto estremo. Tenete a mente questa espressione, perché è il nome della stampa che disegna i dettagli più piccoli su un chip. Le macchine che la fanno le costruisce una sola azienda al mondo, un'olandese, con sede a Veldhoven, che da sola tiene il cento per cento del mercato di queste macchine e l'ottantatré per cento di tutta la litografia, cioè di tutta la tecnologia di stampa dei chip. Una singola macchina ha più di centomila parti. Le versioni oggi in produzione costano fra i centocinquanta e i duecento milioni di euro l'una. La generazione successiva, quella con l'apertura numerica più alta, che è il modo in cui gli ingegneri dicono che vede tratti ancora più fini, costa fra i trecentocinquanta e i quattrocento milioni. Sotto lo stesso nome, macchine che costano il doppio l'una dell'altra. E adesso i tre numeri che decidono tutto. Quante ne servono a un impianto di punta, fra nove e diciotto, secondo Reuters, l'agenzia di stampa internazionale. Quante ne escono in un anno, in tutto il mondo, nel duemilaventicinque il costruttore olandese ne ha spedite quarantotto, di cui quarantaquattro della generazione corrente, per undici virgola sei miliardi di euro incassati sui soli sistemi a ultravioletto estremo. Per il duemilaventisei l'obiettivo dichiarato è almeno sessanta, e il quindici luglio l'amministratore delegato ha detto di poter spedirne circa sessantacinque della sola generazione corrente, il quarantotto per cento in più delle quarantaquattro dell'anno prima. È il salto più rapido mai fatto dall'unico costruttore esistente. Quante aziende le usano davvero, cinque al mondo, in produzione di volume. E sui nodi logici più avanzati, i nodi sono, per intenderci, le generazioni di chip sempre più fitti che queste macchine servono a stampare, ne restano tre, il colosso taiwanese che fabbrica la maggior parte dei chip del mondo, la coreana Samsung, e Intel. Erano partiti in una dozzina. Nessuna di quelle uscite è mai rientrata. Fermiamoci un attimo su questi numeri, perché sono il cuore di tutto. Sessantacinque macchine l'anno, nove-diciotto per impianto. La produzione mondiale di un anno intero arma fra quattro e sette fabbriche di punta. E quelle fabbriche sono già tutte prenotate da chi le sta costruendo adesso. Nelle stime che circolano attorno a Terafab, la mega-fabbrica di Grimes County di cui abbiamo sentito parlare, si parla di oltre trecento macchine, l'equivalente di venticinque impianti. Nessun ordine di questo tipo risulta pubblicamente registrato. C'è anche un dettaglio nei conti dell'olandese che dice qualcosa di importante. Undici virgola sei miliardi per quarantotto macchine fanno circa duecentoquarantadue milioni incassati a macchina, cioè sopra il prezzo di listino della generazione corrente. Nel prezzo di una macchina a ultravioletto estremo, quindi, c'è molto più della macchina. Ed è qui che l'immagine della stampante gigante va abbandonata. Regge finché si parla di risoluzione, e si rompe subito dopo. Perché una stampante la accendi. Un'ingegnera di progettazione di chip, analizzando il progetto, mette il dito esattamente sul punto, il problema vero non è il capitale, e nemmeno la coda degli ordini. È l'orchestrazione, la stampa litografica, l'incisione, la deposizione dei materiali, la metrologia, l'ispezione, l'inscatolamento, i test, tutti in fila, tutti a tolleranze minuscole. La sua frase è la cosa più utile che si possa tenere a mente su qualunque fabbrica nuova, una nuova fabbrica non comincia stampando soldi. Comincia stampando difetti.

La coda è già occupata

Il secondo ostacolo non è fatto di metallo e cemento, è fatto di contratti. Ed è quello che spiega perché a qualcuno venga in mente l'idea di costruirsi una fabbrica tutta sua, invece di comprare il tempo in una fabbrica di altri. Vediamo chi è chi. Le fabbriche che producono chip su commessa, cioè per conto di aziende che li progettano ma non hanno impianti propri, e che si chiamano foundry, all'inizio del duemilaventisei si contano sulle dita di una mano. La più grande è Taiwan Semiconductor, la taiwanese che sforna la maggior parte dei chip avanzati del pianeta, ha il settantatré per cento del mercato. Poi viene Samsung, la coreana, col sette per cento. Poi Semiconductor Manufacturing International, cinese, col cinque per cento. E United Microelectronics, sempre taiwanese, col quattro. Fate la somma delle tre inseguitrici, messe insieme fanno un quinto della prima. E notate un'altra cosa, hanno tutte la sede in Asia. Più del novanta per cento della produzione avanzata mondiale esce da una sola regione del mondo. Ora la cosa che conta davvero. La capacità di Taiwan Semiconductor sui chip più avanzati è esaurita. Le fonti la danno prenotata fino al duemilaventotto sul nodo da tre nanometri, quel nodo, per intendersi, è il nome commerciale di una generazione di processo produttivo, come tre nanometri o due nanometri, e serve a mettere in fila le generazioni più che a misurare una dimensione fisica. E se anche le date esatte fossero imprecise, il quadro non cambia, la fabbrica è piena con diciotto, ventiquattro mesi di anticipo. E poi c'è il dato che chiude la discussione. Dell'allocazione iniziale di Taiwan Semiconductor sul nodo a due nanometri, per il duemilaventisei e il duemilaventisette, più di metà è controllata da Apple. Un cliente solo. Uno che, da solo, prende più di Nvidia, Advanced Micro Devices e Qualcomm messe insieme. Qui conviene fermarsi un attimo, perché rovescia l'immagine che abbiamo in testa. Nvidia, Advanced Micro Devices, Qualcomm, nel racconto pubblico sono giganti, aziende che muovono miliardi e dettano l'agenda dell'industria. Ma nella stanza dove si decide a chi va la capacità produttiva, quei giganti sono la parte che aspetta in corridoio. La coda, quindi, non è semplicemente lunga. È già occupata. E questo vale anche per chi i soldi li ha, tanti soldi. Un'ultima cifra per chiudere il cerchio. Il servizio studi del Congresso statunitense ha censito le nuove fabbriche in costruzione nel mondo, sono sessantuno. Di queste, solo quattordici si prevede che lavoreranno sotto i sette nanometri, cioè ai livelli più avanzati. Meno di un quarto di quello che si sta costruendo fa i chip di cui tutti parlano. Il resto fa altro.

Tesla ce l'ha già, a mezz'ora di macchina

Qui la storia smette di essere lineare. Perché Tesla, quando annuncia una fabbrica propria, non è un'azienda tagliata fuori dalla produzione avanzata. Ha già in mano un contratto da sedici virgola cinque miliardi di dollari con Samsung, il gigante coreano dei chip, per fabbricare il proprio chip per l'intelligenza artificiale, quello che Tesla chiama A I sei, come si legge l'etichetta, A come articulated, no, A come la lettera, I come la lettera, seguito dal numero sei, dentro lo stabilimento di Samsung a Taylor, in Texas. E il contratto arriva fino al duemilatrentatré. Taylor, tenetelo a mente, sta a una trentina di chilometri dalla Gigafactory Texas, quella che sarebbe stata una filiera attraverso l'oceano Pacifico, qui è una tratta in camion. Mezz'ora di macchina. E allora, se il chip arriva da un fornitore a mezz'ora di distanza, perché costruire una fabbrica propria? Per rispondere, serve guardare una cosa piccola che succede nel duemilaventisei. Un ciclo di produzione prototipale, quello che serve per collaudare il processo prima della produzione vera, viene rinviato. Il processo a cui Samsung sta lavorando, quello che l'industria chiama due nanometri, non è pronto in tempo. E così la produzione di massa del chip A I sei slitta da metà duemilaventisette a fine duemilaventisette. Sei mesi. Sei mesi sembrano poco. Su un contratto che dura fino al duemilatrentatré, quei sei mesi sono circa l'uno per cento del tempo totale. Una goccia. Eppure quell'uno per cento basta. Poco dopo, Tesla annuncia una fabbrica propria da decine di miliardi. Adesso mettiamo due cifre una accanto all'altra, perché è qui che la storia si complica. Da una parte, sedici virgola cinque miliardi già impegnati con Samsung. Dall'altra, sedici virgola otto miliardi annunciati come prima fase di Terafab. Sono quasi la stessa somma. Tesla ha già promesso a un fornitore esterno, praticamente, i soldi che servirebbero a cominciare a fare a meno di un fornitore esterno. E le due cose convivono, il contratto con Samsung resta in piedi, mentre Tesla mette capitale in una fabbrica di ricerca da tre miliardi. Come si legge un fatto così? Le fonti disponibili non permettono di scegliere, e conviene dirlo chiaramente. La prima lettura è quella classica dell'azienda che vuole controllare tutto, chi ha il proprio silicio non aspetta nessuno, e un ritardo subito brucia una volta sola. La seconda lettura è più dura, ed è quella che Electrek, il sito specializzato su Tesla, ha messo nero su bianco nel titolo del ventidue marzo duemilaventisei, quando l'annuncio di Terafab parlava ancora di venticinque miliardi, puzza di disperazione. Un'azienda che reagisce a un ritardo di sei mesi annunciando di punto in bianco una fabbrica propria, dice questa lettura, non sta pianificando, sta annaspando. Il fatto, in sé, sei mesi di ritardo e subito dopo l'annuncio di una fabbrica, è compatibile con entrambe. Nessuno, oggi, può dire quale delle due sia quella vera. Intanto, mentre si discute di fabbriche ancora sulla carta, il resto del percorso di Tesla va avanti davvero, e con una data precisa, il dodici maggio duemilaventisei, Tesla porta a compimento il passaggio che l'industria chiama tape-out, il momento in cui il progetto di un chip viene congelato e spedito in fabbrica perché ne escano i primi campioni. Il chip congelato quel giorno è l'A I cinque, il modello successivo, di cui Tesla dichiara una potenza cinque volte superiore a quella dell'A I quattro, il chip che oggi sta già girando nelle macchine. Quindi la domanda resta aperta, ed è la stessa di prima, se hai Samsung a mezz'ora di macchina e un contratto fino al duemilatrentatré, perché spendere miliardi per costruirti la fabbrica da solo? Le sei prossime date della storia proveranno a rispondere.

Il terawatt, dove l'aritmetica si spezza

L'impianto si chiama Terafab, e il nome viene dritto da una promessa, un terawatt l'anno. Un terawatt. La frase è più strana di quanto sembri, e merita un momento. Il watt misura la potenza, quanto un apparecchio consuma mentre è acceso, non quanto ha consumato in tutto. Quindi un terawatt all'anno non è una quantità di energia, è un ritmo di installazione. Ogni anno si aggiunge hardware capace di assorbire, acceso tutto insieme, mille miliardi di watt. La formulazione esatta sta scritta nel prospetto con cui SpaceX si quota in borsa, ed è, un terawatt di hardware di calcolo ogni anno. Hardware di calcolo. Non chip di intelligenza artificiale. E la differenza non è un dettaglio, perché nel marzo duemilaventisei Elon Musk, il fondatore di SpaceX e di Tesla, l'uomo che del progetto è il padre, aveva già detto come sarebbe stata divisa la produzione, fino all'ottanta per cento destinato allo spazio, il venti per cento a terra. Ed è qui che la storia prende una piega strana. I chip per lo spazio sono un'altra cosa rispetto ai chip per i data center terrestri. Si chiamano chip induriti alle radiazioni, componenti costruiti apposta per continuare a funzionare sotto quel bombardamento di particelle che, in orbita, distrugge o confonde l'elettronica ordinaria. E per resistere, si fabbricano deliberatamente uno o due nodi indietro rispetto all'avanguardia, e il nodo, lo abbiamo incontrato prima, è la generazione tecnica del chip. Strutture più grandi, più robuste, più prevedibili. Non è un'accusa, lo ammettono anche quelli che difendono il progetto. Da qui nasce la contraddizione più netta di tutta la storia. Un impianto pensato per il due nanometri, o per il nodo quattordici con la A di Intel, che poi manda in orbita l'ottanta per cento di quello che produce sta descrivendo due fabbriche diverse dentro la stessa frase. E l'aritmetica del terawatt, quando qualcuno la mostra in giro, viene fatta su schede di calcolo di fascia alta, a due o tre nanometri, cioè proprio non sul prodotto che quell'impianto dovrebbe fare. Poi c'è il denaro. E qui conviene andare piano. Quanto costa un chip indurito alle radiazioni? C'è una fonte sola, una sola, e nemmeno specializzata, quindi va presa come un ordine di grandezza, non come un listino prezzi. Dice, da diecimila a più di duecentomila dollari a pezzo, per un processore della classe più alta. La fascia bassa vale come un'automobile. Quella alta come una casa. Ma il numero che conta davvero è un altro, e viene dall'agenzia spaziale federale degli Stati Uniti. Portare i componenti elettronici di un programma spaziale allo standard richiesto costa fra un milione e mezzo e quattro milioni e mezzo di dollari. La cifra bassa se i componenti si comprano già qualificati. Quella alta se vanno portati allo standard a mano. Adesso tenete insieme le due cose. Tutta la logica di un impianto integrato è la logica di sempre della manifattura, faccio io, faccio tanto, e il costo per pezzo scende. Funziona perché i costi fissi si spalmano su più unità. Ma quel milione e mezzo, o quei quattro e mezzo, non è il prezzo di un chip. È il permesso di usarlo lassù. Un costo di programma, si paga una volta per missione, e resta identico se i pezzi sono cento o se sono centomila. E allora ecco il punto dove l'aritmetica si spezza. Un costo che non scala con i volumi non si abbatte costruendo una fabbrica più grande. È il punto in cui il ragionamento facciamocelo in casa e costerà meno smette di funzionare da solo. E quel punto, finora, nessuno lo ha spiegato.

Lo stesso tetto crea un rischio nuovo

Se tutto sta in casa, la logica, la memoria, il confezionamento, le prove, sembra che il rischio scenda, nessun fornitore può metterti in coda, nessuno può farti aspettare. È il senso dell'espressione verticalmente integrato, ed è un argomento vero. Ma c'è il rovescio della medaglia, e a descriverlo è la stessa analisi tecnica che difende la bontà industriale del progetto. Mettere insieme processi molto diversi significa farli passare sugli stessi strumenti, sulle stesse macchine. E i processi induriti alle radiazioni, quelli pensati per lo spazio, di cui abbiamo appena parlato, hanno passaggi che gli altri processi non hanno. Uno, per esempio, è un trattamento termico ad alta temperatura, quello che serve a stabilizzare o riparare la struttura del materiale dopo certe fasi di lavorazione. La frase dell'analisi, in originale, è netta, un solo passaggio di processo di questo tipo può contaminare gli strumenti condivisi, e a quel punto non stai più rischiando un prodotto, stai rischiando l'intera fabbrica. Fermiamoci un momento su questo. Un forno che cuoce a temperature estreme un chip destinato allo spazio lascia tracce, residui, particelle, e quei residui passano agli strumenti su cui, subito dopo, passano i chip destinati a tutt'altro. Un singolo passaggio, e la catena di montaggio comune diventa il punto debole comune. Ed ecco il paradosso, è la stessa proprietà che produce l'efficienza a produrre la fragilità. Concentrare tutto sotto lo stesso tetto aumenta il valore che esce da ogni metro quadro di fabbrica, e aumenta, con la stessa identica curva, quanto si perde quando una cosa va storta. Se lo stesso impianto serve tutti i prodotti, il danno che parte da uno non si ferma a quello. E allora questo non va sentito come un'obiezione al progetto. È la sua fisica, il prezzo della concentrazione, scritto dentro la concentrazione stessa.

Quanto ci vuole: il precedente misurato

Il complesso che l'azienda taiwanese produttrice dei chip più avanzati del mondo chiama Fab ventuno è partito nel maggio di duemilaventi. Da quando hanno cominciato a scavare a quando è uscito il primo prodotto sono passati circa cinque anni, contro i due che sarebbero stati lo standard a Taiwan. Più del doppio del tempo, per un'azienda che questo mestiere lo fa da decenni. E le ragioni non hanno nulla di misterioso, manodopera, costi saliti, e la distanza fra due modi di lavorare, quello taiwanese e quello americano. Un suo dirigente l'ha raccontata come si racconta una ferita che si è rimarginata, Dopo una dolorosa curva di apprendimento, abbiamo finalmente collegato la maggior parte dei punti, e sappiamo con quali appaltatori locali possiamo lavorare. Dentro quella frase c'è la parte buona della storia. Non dice impossibile, dice che il primo modulo costa il doppio del tempo, e il secondo no. E infatti l'azienda prevede di costruire i moduli successivi alla stessa velocità di Taiwan. Il paragone più stretto in assoluto, però, è un altro pezzo dello stesso complesso, la terza fabbrica di Fab ventuno, quella dedicata ai due nodi più avanzati, il nodo enne due e il nodo a sedici, l'unico cantiere americano a lavorare su nodi di questo livello. Lì la terra è stata rotta nell'aprile di duemilaventicinque, e la produzione a pieno volume è attesa entro la fine del decennio, cioè nel duemilaventinove. Quattro anni ancora da adesso. Ed è il calendario di chi ha già il processo maturo a Taiwan, e deve soltanto trasferirlo qui, non di chi lo sta inventando da zero. Nel mondo di Musk esiste un precedente opposto, e altrettanto reale. A Giga Berlino e a Giga Texas, fra l'annuncio e le prime pale in terra passò pochissimo, perché il terreno era già scelto e già preparato prima che l'annuncio uscisse. La stessa figura si è ripetuta qui, quattro settimane esatte fra l'annuncio di marzo e le pale del ventidue aprile alla fabbrica di ricerca. Ma quell'immagine ha un confine, ed è meglio vederlo subito, quei precedenti riguardano l'assemblaggio di automobili. Un cronometro che parte prima non compra le macchine di litografia, non le installa e non le calibra. La velocità di cantiere di Musk è un fatto documentato, non è lei a decidere i tempi di una camera bianca per nodi avanzati. E c'è una cosa che salta agli occhi solo quando si mettono in fila tutte le date di questa storia. Marzo, aprile, maggio, giugno, agosto, sembra un calendario fitto di movimento. Sono tutte date di annuncio. Per l'ordine delle macchine, per lo scavo a Grimes County, per l'installazione degli strumenti, per il primo wafer, per la produzione a pieno volume, non esiste una data pubblica. La formulazione più precisa l'ha scritta il dieci agosto un'analisi della collaborazione con Intel, Se il nodo quattordici A slitta, slitta anche il calendario di Terafab, e Terafab non ha un calendario pubblicato da cui slittare.

Le cifre che ballano, e Intel

Le cifre di questo progetto hanno un vizio che non è quello che di solito si racconta. Si dice sempre il classico costo che si gonfia, si parte con una cifra e si finisce più in alto. Qui no. Qui le cifre sono andate su e giù, in entrambe le direzioni, e nessuno ha spiegato perché. Ripercorriamole in ordine. A marzo duemilaventisei si parla di venti miliardi di dollari, poi venticinque. A maggio, nel prospetto di quotazione di SpaceX, l'azienda che del progetto è la madre, compaiono cinquantacinque miliardi come investimento iniziale, con un tetto di centodiciannove per tutte le fasi. E ad agosto? Sedici virgola otto miliardi. Come investimento iniziale, di nuovo. Fermiamoci un attimo, perché questo è il punto che bisognerebbe non perdere. Maggio dice cinquantacinque miliardi e li chiama investimento iniziale. Agosto dice sedici virgola otto miliardi e li chiama, con la stessa identica parola, investimento iniziale. Stessa parola, tre mesi di distanza, trentotto miliardi di dollari di scarto, più del doppio della cifra rimasta in piedi. E di che cosa sia cambiato, in mezzo, non è stata data nessuna spiegazione pubblica. Chi ha ascoltato fin qui ha già in mano tutti gli strumenti per leggere queste oscillazioni, sa che c'è un edificio ad Austin da tre miliardi che esiste davvero, e un progetto in Texas, nella contea di Grimes, che esiste solo come annuncio. Ogni volta che arriva una cifra nuova, la prima domanda da farsi è, di quale dei due sta parlando? E con quale definizione, investimento iniziale, tetto di tutte le fasi, costo stimato? E adesso l'altro grande nome della storia, quello su cui i titoli dei giornali hanno sbagliato di più, Intel, il gigante americano dei chip. Il sette aprile duemilaventisei Intel entra in Terafab come partner manifatturiero, una collaborazione tecnologica e industriale, non un matrimonio con il patrimonio. Gli analisti citati da E E Times, una testata specializzata del settore dei semiconduttori, l'hanno definita una svolta per Intel Foundry, cioè la fabbrica-fornitore di Intel, l'unità che da anni inseguiva clienti come Tesla, SpaceX e xAI, l'azienda di intelligenza artificiale vicina a Musk. Ma andiamo a vedere che cosa dicono i documenti pubblici di Intel ad agosto duemilaventisei, nessuna quota azionaria, nessun impegno di capitale, nessun valore contrattuale dichiarato. Quello che Intel ci guadagna, per ora, è credibilità, non ricavo. Ed ecco dove il gioco si guasta. Un titolo del sito finanziario americano Ventiquattrosu sette Wall Street, Intel si aggiudica il Terafab da venticinque miliardi di Musk, attribuisce a Intel una commessa da venticinque miliardi. Solo che se si legge il corpo dello stesso articolo, quei venticinque miliardi sono soltanto il costo stimato del progetto. Intel non ha vinto nessuna commessa da venticinque miliardi. Ma il titolo è uscito, è stato ripreso, e da lì in avanti le ricerche in rete hanno cominciato a fondere tre notizie distinte di Intel, tutte del duemilaventisei, in un unico evento immaginario da cento miliardi. Le tre notizie vere sono queste, a aprile, il riacquisto per quattordici virgola due miliardi della quota di Apollo, un fondo di investimento, sullo stabilimento di Leixlip, in Irlanda, lo stabilimento chiamato Fab trentaquattro. Il sette aprile, l'ingresso in Terafab come partner. E il tredici luglio, cinque miliardi di euro annunciati sempre sul campus di Leixlip. Tre fatti reali, nessuno dei quali riguarda Terafab per più di quel che è. E la cifra dei cento miliardi non corrisponde a nessuna delle tre. È nata dall'acciaccare insieme titoli e numeri, come si acciaccano le mail vecchie in una cartella. Ma il documento più asciutto, quello che taglia corto su tutta la faccenda, l'ha scritto SpaceX stessa, nella sezione dei fattori di rischio del proprio prospetto, quel capitolo dove un'azienda che vende azioni è obbligata per legge a dire tutto quello che può andare storto. Le parole sono queste, mentre abbiamo un accordo quadro con Tesla, né Tesla né Intel sono obbligati a rimanere parte del progetto, e potremmo non concludere tali accordi definitivi. E nella lettura pubblicata a giugno si precisa ancora, c'è un quadro generale, ma tempistiche, tappe e spese in conto capitale non sono ancora state determinate. C'è un documento, quindi, che poche pagine prima promette un terawatt di chip all'anno, e poche pagine dopo avverte che il progetto potrebbe non avere mai un contratto. Lo stesso file. La promessa e l'avvertimento, sotto la stessa copertina. È il documento più onesto che sia stato pubblicato su Terafab, per una ragione semplice, è l'unico scritto per chi deve decidere con i propri soldi, non per chi deve solo leggere un titolo. E mentre questa diffidenza si allena, la storia non si ferma, perché c'è un precedente, in questa stessa vicenda, in cui comprare invece di costruire ha già funzionato benissimo. Ed è la prossima cosa da ascoltare.

Comprare ha funzionato benissimo

C'è anche una prova sperimentale, dentro casa SpaceX, che dice quale delle due strategie funziona meglio, fabbricarsi i chip da soli o comprarli da un fornitore. E questa prova è recente, ed è imbarazzante per chi sostiene che fare in casa sia l'unica strada. Partiamo dalla Tesla. Dal duemilasedici la STMicroelectronics, una delle più grandi aziende al mondo di semiconduttori, con sede in Europa, fornisce a Tesla i moduli di potenza dell'inverter. La berlina Model tre ne monta ventiquattro, e ogni modulo contiene due transistor in carburo di silicio da seicentocinquanta volt. Fanno quarantotto transistor di potenza in tutto. E questa è l'unica quantità di silicio della Model tre che una fonte pubblica confermi, contro le migliaia di chip che si leggono in giro. Quei transistor escono dalla fabbrica di Catania. E nel frattempo, fra il duemilasedici e il duemilaventuno, il sovrapprezzo del carburo di silicio rispetto al silicio tradizionale è sceso da dieci volte a due volte. Il divario si è chiuso per otto decimi. Non del tutto, ma quasi. Ora l'altro fronte, Starlink. La stessa STMicroelectronics fornisce i chip di antenna a radiofrequenza dei terminali. A dicembre duemilaventidue ne aveva spediti oltre cinque miliardi in dieci anni. Al sette maggio duemilaventisei il conto dichiarato era di sette miliardi e mezzo di chipset, due miliardi e mezzo di pezzi in cinque mesi. Prendetela così, metà di tutto il decennio precedente, compressa in un semestre. I ricavi della STMicroelectronics dal segmento orbita bassa valgono seicento milioni di dollari l'anno, con un obiettivo di tre miliardi nel duemilatrenta e circa duecento milioni di terminali installati. La produzione dichiarata supera i ventimila terminali al giorno, spediti in più di centocinquanta paesi. Oltre sette milioni l'anno. E adesso il numero che conta. Il costo di produzione di un terminale Starlink, in quegli stessi anni, è sceso da circa tremila dollari nel duemilaventi a meno di seicento nel duemilaventisei. Nel duemilaventuno, al Mobile World Congress, Musk diceva che quei terminali costavano più di mille dollari l'uno. Un quinto del prezzo iniziale, in sei anni. E quella discesa è avvenuta comprando i chip da un fornitore esterno. Non fabbricandoli. È esattamente il contrario della premessa dell'integrazione verticale, quella per cui, per far scendere i costi, devi produrre tutto in casa. E bisogna dirlo con onestà nelle due direzioni, se Terafab riesce, la curva prosegue. Se non riesce, la curva era già scesa lo stesso, senza. C'è poi un limite aritmetico che nessuno calcola ad alta voce. Il terminale intero, oggi, costa meno di seicento dollari da produrre. Qualunque risparmio ottenibile fabbricandosi i chip in casa deve stare dentro quei seicento dollari, insieme all'antenna, all'elettronica, all'involucro, all'assemblaggio. Non è uno spazio molto largo. Anzi, è uno spazio stretto, e chi promette di guadagnarci dovrebbe dire prima dove, esattamente, dentro quei seicento dollari, trova i margini.

Cosa è deciso, cosa si saprà

Torniamo in quella stanza di Grimes County, in Texas, perché quella parte non è ipotetica, è l'unica che è già successa davvero. L'esenzione fiscale totale è stata votata dal tre giugno duemilaventisei ed è in vigore. Le tre paure che Robert Rose, l'abitante intervenuto in aula, aveva messo sul tavolo, quanto costerà una casa, quanto traffico porterà la fabbrica, quanta acqua berrà, restano le questioni più concrete per chi vive lì. E su quanta corrente e quanta acqua consumerà l'impianto, ad oggi, non esiste una cifra pubblica. Per una fabbrica di chip a nodi avanzati in una contea rurale del Texas, è la domanda più concreta di tutte. La risposta arriverà con le pratiche di permesso ambientale e di prelievo idrico, e con la richiesta di allacciamento alla rete elettrica. Fino ad allora, chi vive fra Bryan-College Station e Gibbons Creek sa una cosa sola, ma precisa, il posto. Venti miglia a est, lungo la Highway trenta. Una geografia resa pubblica prima che esista un calendario di cantiere. E così il prezzo della terra si muove sull'annuncio, non sui lavori. Le persone che quella fabbrica dovrebbero costruirla, intanto, non hanno ancora un nome in nessun documento. Nessun operaio, nessun tecnico, nessun appaltatore di Grimes County. E il precedente dell'Arizona, la fabbrica che il colosso taiwanese dei chip su commissione ha aperto negli Stati Uniti, dice che è esattamente lì, nella mancanza di operai specializzati, che i calendari si rompono. Quella zona del Texas non ha mai visto una camera bianca, uno di quegli ambienti sterili dove i chip si fabbricano. E poi ci sono gli altri, quelli all'estremità opposta della catena, gli operai delle linee di Catania, da cui escono i moduli degli inverter, e quelli degli stabilimenti europei della società italo-francese di semiconduttori che rifornisce Starlink, da cui escono i suoi chipset. Sono sette virgola cinque miliardi di pezzi consegnati, e un segmento da seicento milioni di dollari l'anno che una fabbrica texana integrata punta esplicitamente a riportare dentro le proprie mura. Le sue dichiarazioni pubbliche celebrano la partnership con Tesla e SpaceX. Nessuna, finora, la difende. Restano cinque domande aperte, e ognuna ha un momento preciso in cui riceverà una risposta. Prima, le macchine litografiche a ultravioletto estremo, quelle che stampano i circuiti, sono state ordinate? Non risulta un ordine reso pubblico. Senza quello, il calendario non esiste, perché quelle macchine sono la parte lunga di qualunque programma. Si saprà alla prima relazione trimestrale in cui l'azienda olandese che è l'unica al mondo a costruirle lo registri fra gli ordini, o in un documento successivo di SpaceX o Tesla. Seconda, qual è la cifra vera della prima fase, sedici virgola otto o cinquantacinque miliardi? Le due definizioni si escludono a vicenda. Si saprà al prossimo aggiornamento del prospetto, o al primo bilancio trimestrale che consolidi la spesa. Terza, il processo produttivo sarà da due nanometri o il quattordici A di Intel? Il bersaglio di lancio e quello su scala piena divergono, e il quattordici A di Intel non è ancora in produzione. Si saprà alla prima tappa pubblica del quattordici A comunicata da Intel. Quarta, quando si scava a Grimes County? È l'unica data che trasformerebbe l'annuncio in un cantiere. Non esiste. Quinta, che cosa succede al contratto da sedici virgola cinque miliardi con Samsung, valido fino al duemilatrentatré, se Terafab decolla? Tesla è impegnata su entrambi i fronti. Si saprà nelle prossime chiamate sui risultati, o in un'eventuale rinegoziazione. Nel frattempo, quando passa un titolo su Terafab, la cosa da fare è la più semplice di tutte, e ora chi ha ascoltato fin qui è in grado di farla da solo, chiedersi di quale delle due strutture si stia parlando. La fabbrica di ricerca da tre miliardi ad Austin, che esiste. Oppure l'impianto su scala piena a Grimes County, che è solo annunciato. E poi, di quale cifra, sedici virgola otto, cinquantacinque o centodiciannove miliardi, e con quale definizione. Perché una fabbrica di chip all'avanguardia non è un problema di soldi. È un problema di macchine che escono a poche decine l'anno da un unico costruttore, di processi che devono collaborare senza contaminarsi, e di una curva di apprendimento che, per chi l'ha già percorsa altrove, è costata cinque anni invece di due. Terafab, per ora, ha i soldi annunciati, un'esenzione fiscale votata, un partner che non ha messo capitale, un cantiere da tre miliardi in un altro posto, e una contea che aspetta.

La stanza in cui si è votato prima di sapere

Il 3 giugno 2026, in una sala dei commissari di Grimes County, Texas, si vota su un'esenzione fiscale. Non parziale: totale. Un al 100% su un impianto industriale che nessuno ha ancora visto.

Prima del voto un uomo chiede la parola. Si chiama Robert Rose, abita a College Station, ed è l'unica persona con nome e cognome, in tutta questa storia, che viva nel raggio della fabbrica e dica che cosa teme. Dice tre cose, e sono tre cose molto concrete: «Sono preoccupato per le implicazioni che questo progetto avrà sui residenti di College Station. Penso che aumenterà i costi delle abitazioni, aumenterà la congestione del traffico e potrebbe influire sull'uso dell'acqua».

Gli risponde John Boyd, consulente di site selection — il mestiere di scegliere dove si mettono le fabbriche. La risposta è onesta in un modo quasi disarmante: «Non ci sono certezze nella vita, e certamente non ci sono certezze nello sviluppo economico. Ma devi sentirti bene per dove siamo ora».

Il voto passa 4-1.

Due mesi dopo, il 5 agosto, in un'altra riunione di contea si presentano centinaia di residenti. Non è una contestazione organizzata: è la popolazione di una contea rurale che vuole sapere che cosa è stato concesso e con quale calendario. La sovrintendente scolastica Sarah Borowicz difende l'accordo, e sceglie parole che dicono esattamente quanto è in gioco per il suo distretto: «Ci sono momenti definitivi nella vita di un distretto scolastico, e questo è uno di quei momenti».

Il giorno dopo, il 6 agosto 2026, arriva l'annuncio ufficiale. Il Governatore Greg Abbott lo presenta come «un impianto di fabbricazione di semiconduttori verticalmente integrato»: logica, memoria, e test sotto lo stesso tetto. Investimento iniziale dichiarato: 16,8 miliardi di dollari. Il sito è a Grimes County, lungo la Highway 30, nell'area del bacino di Gibbons Creek: circa venti miglia a est di Bryan-College Station, settanta a nordovest di Houston, novanta a nordest di Austin.

Da qui in avanti la domanda utile non è se Terafab sia una buona o una cattiva idea. È un'altra, e ha una risposta fatta di numeri: che cosa serve, fisicamente, per costruire una fabbrica di chip all'avanguardia — e quanto di quel «serve» esiste oggi.

Prima cosa: sono due edifici, non uno

Quasi tutta la confusione che circola su Terafab nasce da un fatto semplice, che i titoli comprimono di continuo: le strutture sono due, in due posti diversi, con due ordini di grandezza diversi.

La prima è una fabbrica di ricerca, dentro Gigafactory Texas, ad Austin. Vale 3 miliardi di dollari, e il 22 aprile 2026 le pale sono entrate davvero in terra. È l'unico cantiere aperto del progetto.

La seconda è l'impianto di produzione su scala piena, a Grimes County, a circa due ore di strada da Austin. È quello annunciato il 6 agosto. È quello a cui si riferiscono le cifre grandi: i 16,8 miliardi di prima fase, i 55 del prospetto di maggio, il tetto di 119 per tutte le fasi. Per questo impianto non esiste una data di scavo pubblica.

Tenerle separate cambia il senso di ogni notizia. Quando si legge «Terafab ha rotto il terreno», ha rotto il terreno la fabbrica da 3 miliardi: un ottavo dei 25 miliardi attribuiti all'iniziativa a marzo, un quarantesimo del tetto di 119. Il cantiere che esiste è il pezzo più piccolo del progetto.

La macchina che stampa i chip, e quante ne esistono

Per capire perché una fabbrica di chip non si compra come si compra un capannone, bisogna guardare un solo oggetto.

I circuiti di un processore si costruiscono per stampa: si proietta un disegno su un disco di silicio ricoperto di una sostanza sensibile alla luce, e dove la luce arriva la sostanza cambia. Più corta è la lunghezza d'onda della luce, più fine è il tratto che si può disegnare. Per i tratti più fini serve l'ultravioletto estremo, .

Le macchine EUV le costruisce una sola azienda al mondo: ASML, che tiene il 100% del mercato EUV e l'83% di tutta la litografia. Una singola macchina ha più di centomila parti. Le versioni costano fra 150 e 200 milioni di euro l'una; le High-NA, la generazione successiva, fra 350 e 400. Sotto la stessa sigla ci sono macchine che costano il doppio l'una dell'altra.

Ora i tre numeri che decidono tutto.

Quante ne servono a un impianto di punta: fra nove e diciotto, secondo Reuters.

Quante ne escono in un anno, in tutto il mondo: nel 2025 ASML ne ha spedite 48, di cui 44 Low-NA, per 11,6 miliardi di euro di ricavi dai soli sistemi EUV. Per il 2026 l'obiettivo dichiarato è almeno 60, e il 15 luglio l'amministratore delegato ha indicato la capacità di spedirne circa 65 di sole Low-NA: il 48% in più delle 44 dell'anno prima. È il salto più rapido mai fatto dall'unico costruttore esistente.

Quante aziende le usano davvero: cinque al mondo in produzione di volume. Sui nodi logici più avanzati ne restano tre — TSMC, Samsung, Intel — partite da una dozzina. Nessuna di quelle uscite è mai rientrata.

Sessantacinque macchine l'anno, nove-diciotto per impianto. La produzione mondiale di un anno intero arma fra quattro e sette fabbriche di punta — e sono già tutte prenotate da chi quelle fabbriche le sta costruendo adesso. Nelle stime che circolano attorno a Terafab si parla di oltre trecento macchine, l'equivalente di venticinque impianti; nessun ordine di questo tipo risulta pubblicamente registrato.

C'è anche un dettaglio nei conti di ASML che dice qualcosa di importante: 11,6 miliardi di euro per 48 macchine fanno circa 242 milioni incassati per macchina, cioè sopra il prezzo di listino di una Low-NA. Nel prezzo di una EUV c'è molto più della macchina.

Ed è qui che l'immagine della «stampante gigante» va abbandonata. Regge finché si parla di risoluzione, e si rompe subito dopo: una stampante la accendi. Un'ingegnera di progettazione di chip, analizzando il progetto, mette il dito esattamente sul punto: il problema vero non è il capitale né la coda degli ordini, è l'orchestrazione — litografia, etch, deposizione, metrologia, ispezione, packaging, test, tutti in fila e tutti a tolleranze minuscole. La sua frase è la cosa più utile che si possa tenere a mente su qualunque fabbrica nuova: «A new factory doesn't start by printing money. It starts by printing defects». Una fabbrica nuova non comincia stampando soldi. Comincia stampando difetti.

Le macchine EUV, in un anno, nel mondo intero — e quante ne vuole una sola fabbrica di punta

gamma97
dati: ASML (consuntivo 2025 e dichiarazioni 2026); Reuters, 19 gennaio 2022 · elaborazione: gamma97

Perché la capacità non si compra: la coda è già occupata

Il secondo vincolo non è fisico, è contrattuale, e spiega perché a qualcuno venga in mente di costruirsi una fabbrica invece di comprarne il tempo.

Nel primo trimestre 2026 il mercato delle pure si divide così: TSMC 73%, Samsung Foundry 7%, SMIC 5%, UMC 4%. Le tre inseguitrici messe insieme fanno un quinto della prima, e hanno tutte sede in Asia — oltre il 90% della produzione avanzata mondiale viene da una sola regione.

La capacità avanzata di TSMC è esaurita. Le fonti la danno prenotata fino al 2028 sul 3 nanometri, o comunque «piena» con 18-24 mesi di anticipo. E c'è un dato che chiude il discorso: oltre metà dell'allocazione iniziale di TSMC sul a 2 nanometri per il 2026-2027 è controllata da Apple. Un solo cliente prende più di Nvidia, AMD e Qualcomm messe insieme.

La coda, insomma, non è lunga: è già occupata. E questo vale anche per chi ha molti soldi. Nel racconto pubblico Nvidia, AMD e Qualcomm sono giganti; nella stanza in cui si assegna la capacità sono la parte che aspetta.

Solo 14 delle 61 nuove fabbriche censite dal servizio studi del Congresso statunitense sono attese sotto i 7 nanometri. Meno di un quarto di quello che si sta costruendo nel mondo fa i chip di cui tutti parlano.

Ma Tesla la capacità ce l'ha già — e a mezz'ora di macchina

Qui la storia diventa meno lineare di come viene raccontata.

Tesla non è un'azienda tagliata fuori dalla produzione avanzata. Ha un contratto da 16,5 miliardi di dollari con Samsung per fabbricare il proprio chip AI6 nell'impianto di Taylor, in Texas, fino al 2033. Taylor è a circa trenta chilometri da Gigafactory Texas: una filiera che sarebbe stata transpacifica ridotta a una tratta in camion.

Poi, nel 2026, succede una cosa piccola e decisiva. Un ciclo prototipo multi-wafer viene rinviato sul processo a 2 nanometri di Samsung, e la produzione di massa dell'AI6 slitta da metà 2027 a fine 2027. Sei mesi. Su un contratto che arriva al 2033, sei mesi sono circa l'1% del tempo contrattuale.

Quell'1% basta a far annunciare una fabbrica da decine di miliardi.

Ora affianchiamo due cifre: 16,5 miliardi impegnati con Samsung; 16,8 miliardi annunciati come prima fase di Terafab. Tesla ha già promesso a un fornitore esterno quasi esattamente la somma che servirebbe a cominciare a non dipenderne. Le due cose convivono: il contratto Samsung resta in piedi mentre Tesla mette capitale in una fabbrica di ricerca da 3 miliardi.

Ci sono due letture di questo fatto, e le fonti disponibili non permettono di scegliere. La prima è integrazione verticale strategica: chi controlla il proprio silicio non aspetta nessuno. La seconda l'ha messa nel titolo Electrek il 22 marzo 2026, quando l'annuncio era ancora quello da 25 miliardi: «reeks of desperation», puzza di disperazione. Il fatto — un ritardo di sei mesi seguito a stretto giro dall'annuncio di una fabbrica propria — è compatibile con entrambe.

Intanto il resto della roadmap si muove davvero: il 12 maggio 2026 Tesla ha fatto il del chip AI5, dato per cinque volte la potenza dell'AI4.

Il terawatt, e il posto dove l'aritmetica si spezza

Il nome dell'impianto viene da una promessa: un terawatt l'anno.

Vale la pena fermarsi un secondo su che cosa sia un terawatt, perché la frase è più strana di quanto sembri. Il watt è un'unità di potenza, cioè di energia per unità di tempo: dice quanto un apparecchio consuma mentre è acceso, non quanto ha consumato. «Un terawatt all'anno» non è quindi una quantità di energia: è un ritmo di installazione. Ogni anno si aggiunge hardware capace di assorbire, acceso tutto insieme, mille miliardi di watt.

La formulazione esatta, quella depositata nel prospetto di quotazione di SpaceX, è: «un terawatt di hardware di calcolo ogni anno». Hardware di calcolo, non chip di intelligenza artificiale — e la differenza non è una sfumatura, perché a marzo 2026 Musk aveva indicato l'allocazione della produzione dell'impianto: fino all'80% destinato allo spazio, il 20% a terra.

I chip per lo spazio sono un'altra cosa. Si chiamano , e per resistere alle radiazioni si fabbricano deliberatamente uno o due nodi indietro rispetto all'avanguardia: strutture più grandi, più robuste, più prevedibili. È un fatto ammesso anche da chi difende il progetto.

Da qui nasce la contraddizione più netta di tutta la storia. Un impianto pensato per il 2 nanometri — o per il 14A di Intel — che manda l'80% della produzione allo spazio sta descrivendo due fabbriche diverse nella stessa frase. E l'aritmetica del terawatt, quando viene fatta in giro, viene fatta su schede di calcolo di fascia alta a 2-3 nanometri: cioè non sul prodotto che quell'impianto dovrebbe fare.

Poi c'è il denaro, ed è qui che conviene rallentare.

Quanto costa un chip rad-hard? L'unica fonte disponibile su questo punto — una sola, e non specialistica, quindi da maneggiare come un ordine di grandezza e non come un listino — indica da 10.000 a oltre 200.000 dollari a pezzo per un processore di classe V. La fascia bassa vale come un'automobile, quella alta come una casa.

Ma il numero che conta davvero è un altro, e viene dalla NASA. Portare i componenti elettronici di un programma spaziale allo standard richiesto costa fra 1,5 e 4,5 milioni di dollari: la cifra bassa se i componenti si comprano già qualificati, quella alta se vanno portati allo standard.

Adesso tenete insieme le due cose. Tutta la logica di un impianto integrato è quella classica della manifattura: faccio io, faccio tanto, e il costo per pezzo scende. Funziona perché i costi fissi si spalmano su più unità. Ma quel milione e mezzo — o quei quattro e mezzo — non è il prezzo di un chip. È il permesso di usarlo lassù: un costo di programma, che si paga una volta per missione e non cambia se i pezzi sono cento o centomila.

Un costo che non scala con i volumi non si abbatte costruendo una fabbrica più grande. È il punto in cui il ragionamento «facciamocelo in casa e costerà meno» smette di applicarsi da solo, e nessuno lo ha ancora spiegato.

Mettere tutto sotto lo stesso tetto crea un rischio nuovo

«Verticalmente integrato» suona come una riduzione del rischio: se logica, memoria, packaging e test sono in casa, nessun fornitore può farti aspettare.

C'è però il rovescio, e lo descrive la stessa analisi tecnica che difende la razionalità industriale del progetto. Mettere insieme processi molto diversi significa farli passare sugli stessi strumenti. E i processi rad-hard hanno passaggi che gli altri non hanno — per esempio un ad alta temperatura. La frase, in originale, è netta: «One rad hard process step like high temperature annealing can contaminate shared tools and suddenly you are not just risking one product but the entire fab».

Un solo passaggio di processo può contaminare gli strumenti condivisi, e a quel punto non si sta rischiando un prodotto: si sta rischiando l'intera fabbrica.

È la stessa proprietà che produce l'efficienza a produrre la fragilità. Concentrare aumenta il valore prodotto per metro quadro e aumenta, con la stessa curva, quanto si perde quando una cosa va storta. Non è un'obiezione al progetto: è la sua fisica.

Quanto ci vuole: il precedente misurato

Esiste un solo confronto stretto disponibile, ed è TSMC in Arizona.

Fab 21 è partita nel maggio 2020. Dal primo scavo alla produzione, per il primo modulo, ci sono voluti circa cinque anni contro i due dello standard taiwanese: più del doppio, e per un'azienda che quel mestiere lo fa da decenni. Le ragioni sono note e prosaiche: manodopera, costi in aumento, barriere culturali. Un dirigente di TSMC lo racconta come una ferita rimarginata: «Dopo una dolorosa curva di apprendimento, abbiamo finalmente collegato la maggior parte dei punti e sappiamo con quali appaltatori locali possiamo lavorare».

Quella frase contiene la parte buona del precedente. Non dice «impossibile»: dice che il primo modulo costa il doppio del tempo, e il secondo no. TSMC prevede di costruire i successivi a velocità taiwanese.

Il termine di paragone più stretto in assoluto è la terza fabbrica di Fab 21, quella per i nodi N2 e A16 — l'unico cantiere americano a nodi comparabili. Terreno rotto nell'aprile 2025, produzione di volume attesa «entro la fine del decennio», cioè 2029. Circa quattro anni ancora. Ed è il calendario di chi ha già il processo maturo a Taiwan e deve solo trasferirlo.

Nel mondo di Musk c'è un precedente opposto e altrettanto reale: Giga Berlin e Giga Texas, dove fra annuncio e pale in terra passò pochissimo, perché il sito era scelto e preparato prima che l'annuncio uscisse. La stessa figura si è ripetuta qui: quattro settimane esatte fra l'annuncio di marzo e le pale del 22 aprile alla fabbrica di ricerca.

L'analogia però ha un confine preciso, e va detto prima di usarla: quei precedenti riguardano l'assemblaggio di automobili. Il cronometro che parte prima non compra le macchine EUV, non le installa e non le calibra. La velocità di cantiere di Musk è documentata; non è la variabile che decide una camera bianca a nodi avanzati.

E c'è una cosa che, guardando tutte le date di questa storia, salta agli occhi solo quando le si mette in fila. Marzo, aprile, maggio, giugno, agosto: sembra un calendario fitto. Sono tutte date di annuncio. Per l'ordine delle macchine EUV, per lo scavo a Grimes County, per l'installazione degli strumenti, per il primo wafer, per la produzione di volume non esiste una data pubblica. La formulazione più precisa l'ha scritta il 10 agosto un'analisi della partnership con Intel: «Se 14A slitta, slitta anche il calendario di Terafab — e Terafab non ha un calendario pubblicato da cui slittare».

Le cifre che ballano, e Intel

La traiettoria dei numeri di questo progetto viene di solito raccontata come «il classico costo che si gonfia». Non è così, ed è più interessante di così: le cifre hanno oscillato in entrambe le direzioni.

Marzo 2026: 20 miliardi, poi 25. Maggio, prospetto di quotazione SpaceX: 55 miliardi di investimento iniziale, con un tetto di 119 per tutte le fasi. Agosto: 16,8 miliardi di investimento iniziale.

Il caso più netto sta dentro la stessa definizione. Il documento di maggio chiama 55 miliardi l'investimento iniziale; l'annuncio di agosto chiama 16,8 miliardi l'investimento iniziale. Sono 38 miliardi di dollari di scarto sulla stessa parola, a tre mesi di distanza — più del doppio della cifra rimasta in piedi. Nessuna spiegazione pubblica di che cosa sia cambiato è stata data.

Sull'altro grande nome del progetto vale la pena essere precisi, perché è il punto su cui i titoli hanno sbagliato di più. Il 7 aprile 2026 Intel è entrata in Terafab come partner manifatturiero: una collaborazione tecnologica e industriale. Gli analisti citati da EE Times l'hanno chiamata «una svolta per Intel Foundry» — l'unità inseguiva da anni clienti come Tesla, SpaceX e xAI. Nei documenti pubblici di Intel, ad agosto 2026, non risultano una quota azionaria, un impegno di capitale o un valore contrattuale dichiarato. È credibilità, non ricavo.

Un titolo di 24/7 Wall St. — «Intel Lands Musk's $25 Billion Terafab» — attribuisce a Intel una commessa da 25 miliardi che nel corpo dello stesso articolo è soltanto il costo stimato del progetto. Da lì in avanti, nelle ricerche in rete, tre notizie Intel distinte del 2026 si sono fuse in un evento immaginario da 100 miliardi: il riacquisto per 14,2 miliardi della quota Apollo su Fab 34 a Leixlip in aprile, l'ingresso in Terafab il 7 aprile, e i 5 miliardi di euro annunciati sul campus di Leixlip il 13 luglio. Nessuna delle tre riguarda Terafab per più di quel che è, e la cifra dei 100 miliardi non corrisponde a nessuna di esse.

Il documento più asciutto su tutta la faccenda l'ha scritto SpaceX stessa, nella sezione dei fattori di rischio del proprio prospetto: «mentre abbiamo un accordo quadro con Tesla, né Tesla né Intel sono obbligati a rimanere parte del progetto, e potremmo non concludere tali accordi definitivi». Nella lettura pubblicata a giugno: c'è «un quadro generale», ma tempistiche, tappe e spese in conto capitale «non sono ancora state determinate».

Lo stesso file che promette un terawatt all'anno spiega, poche pagine più in là, che il progetto potrebbe non avere mai un contratto.

Che cosa è stato chiamato «investimento» in Terafab, di annuncio in annuncio (miliardi di dollari)

gamma97
dati: Electrek e FinTech Weekly, marzo 2026; prospetto SpaceX, maggio 2026; TechCrunch e gov.texas.gov, 6 agosto 2026; TechTimes, 7 agosto 2026 · elaborazione: gamma97

Il precedente che nessuno cita: comprare ha funzionato benissimo

C'è una prova sperimentale, dentro il perimetro stesso di SpaceX, su quale delle due strategie — fare in casa o comprare — abbia funzionato. Ed è recente.

Dal 2016 STMicroelectronics fornisce a Tesla i moduli di potenza dell'inverter: la Model 3 ne monta 24, ciascuno con due transistor MOSFET in carburo di silicio da 650 volt. Quarantotto transistor di potenza — l'unica quantità di silicio della Model 3 che una fonte pubblica confermi, contro le migliaia di chip che si leggono in giro. Escono dalla fabbrica di Catania. Nel frattempo il sovrapprezzo del carburo di silicio rispetto al silicio tradizionale è passato, fra il 2016 e il 2021, da dieci volte a due: il divario si è chiuso per otto decimi, ma non del tutto.

Sull'altro fronte, ST fornisce i chip di antenna a radiofrequenza di Starlink. A dicembre 2025 ne aveva spediti oltre 5 miliardi nel decennio precedente. Il 7 maggio 2026 il conto dichiarato era di 7,5 miliardi di chipset: due miliardi e mezzo di pezzi in cinque mesi, cioè metà del decennio precedente compressa in un semestre. I ricavi ST dal segmento orbita bassa valgono 600 milioni di dollari l'anno, con obiettivo 3 miliardi nel 2030 e circa 200 milioni di terminali installati. La produzione dichiarata supera i 20.000 terminali al giorno, spediti in più di 150 paesi — oltre sette milioni l'anno.

E il costo di produzione di un terminale Starlink, in quegli stessi anni, è sceso da circa 3.000 dollari nel 2020 a meno di 600 nel 2026. Nel 2021, al Mobile World Congress, Musk diceva che costavano «più di 1.000 dollari l'uno».

Un quinto in sei anni. Quella discesa è avvenuta comprando i chip da un fornitore esterno, non fabbricandoli. È esattamente la premessa che l'integrazione verticale contraddice — e va detto con onestà nelle due direzioni: se Terafab riesce, la curva prosegue; se non riesce, era già scesa lo stesso.

C'è anche un limite aritmetico che vale la pena notare. Il terminale intero, oggi, costa meno di 600 dollari da produrre. Qualunque risparmio ottenibile fabbricandosi i chip in casa deve stare dentro quei 600 dollari, insieme all'antenna, all'elettronica, all'involucro e all'assemblaggio. Non è uno spazio molto largo.

Che cosa è già deciso, e che cosa si saprà quando

Torniamo alla stanza di Grimes County, perché quella parte non è ipotetica.

L'esenzione fiscale al 100% è votata dal 3 giugno 2026 ed è efficace. Le tre variabili che Robert Rose ha nominato in aula — costo delle abitazioni, traffico, uso dell'acqua — restano le cose materialmente più pesanti per chi vive lì, e sul consumo d'acqua e di corrente dell'impianto non esiste ancora una cifra pubblica. Per una fabbrica a nodi avanzati in una contea rurale del Texas, è la domanda più concreta di tutte: la risposta arriverà con le domande di permesso ambientale e di prelievo idrico, e con la richiesta di allacciamento alla rete elettrica.

Chi possiede terra o casa fra Bryan-College Station e Gibbons Creek ha ora una geografia pubblica e precisa — Highway 30, venti miglia a est — resa nota prima che esista un calendario di cantiere. Il prezzo si muove sull'annuncio, non sui lavori.

Le persone che quella fabbrica dovrebbe costruirla non hanno ancora un nome in nessun documento: né un operaio, né un tecnico, né un appaltatore di Grimes County. Il precedente dell'Arizona dice che è esattamente lì che i calendari si rompono, e la zona non ha mai visto una camera bianca.

E poi ci sono gli altri, quelli sull'estremità opposta della catena: gli operai delle linee di Catania da cui escono i moduli dell'inverter, e quelli degli stabilimenti europei da cui escono i chipset Starlink. Sono 7,5 miliardi di pezzi consegnati e un segmento da 600 milioni di dollari l'anno che una fabbrica texana integrata punta esplicitamente a riportare dentro le proprie mura. Le dichiarazioni pubbliche di ST celebrano la partnership; nessuna, finora, la difende.

Restano cinque domande aperte, e ognuna ha un momento preciso in cui riceverà una risposta.

Le macchine EUV sono state ordinate? Non risulta un ordine reso pubblico. Senza quello il calendario non esiste, perché quelle macchine sono la parte lunga di qualunque cronoprogramma. Si saprà alla prima trimestrale in cui ASML lo registri fra gli ordini, o in un documento successivo di SpaceX o Tesla.

Qual è la cifra vera della prima fase: 16,8 o 55 miliardi? Le due definizioni si escludono. Si saprà al prossimo aggiornamento del prospetto o al primo bilancio trimestrale che consolidi la spesa.

2 nanometri o 14A? Il bersaglio di lancio e quello su scala piena divergono, e il 14A di Intel non è in produzione. Si saprà alla prima tappa pubblica del 14A comunicata da Intel.

Quando si scava a Grimes County? È l'unica data che trasformerebbe l'annuncio in un cantiere. Non esiste.

Che cosa succede al contratto da 16,5 miliardi con Samsung, valido fino al 2033, se Terafab decolla? Tesla è impegnata su entrambi i fronti. Si saprà nelle prossime chiamate sui risultati, o in un'eventuale rinegoziazione.

Nel frattempo, la cosa che vale la pena tenere a mente quando passa un titolo su Terafab è la più semplice di tutte, e ora si è in grado di applicarla da soli: chiedersi di quale delle due strutture si stia parlando — la fabbrica di ricerca da 3 miliardi ad Austin, che esiste, o l'impianto su scala piena a Grimes County, che è stato annunciato — e di quale cifra, fra 16,8, 55 e 119, con quale definizione.

Una fabbrica di chip all'avanguardia non è un problema di soldi. È un problema di macchine che escono a poche decine l'anno da un unico costruttore, di processi che vanno fatti collaborare senza contaminarsi, e di una curva di apprendimento che, per chi l'ha già percorsa altrove, è costata cinque anni invece di due. Terafab, per ora, ha i soldi annunciati, un'esenzione fiscale votata, un partner che non ha messo capitale, un cantiere da 3 miliardi in un altro posto, e una contea che aspetta.

Riferimenti

  1. Annuncio dell'impianto di Grimes County e cifra di 16,8 miliardi — techcrunch.com, 6 agosto 2026 —
  2. Comunicato del Governatore del Texas, «impianto di fabbricazione di semiconduttori verticalmente integrato» — gov.texas.gov, 6 agosto 2026 —
  3. Localizzazione del sito, Gibbons Creek e Highway 30 — AustinIO, «Terafab Production Facility» —
  4. Pale in terra alla fabbrica di ricerca da 3 miliardi a Giga Texas — Basenor, 22 aprile 2026 —
  5. Annuncio originario: due impianti nell'area di Austin, 2 nm, 20-25 miliardi, allocazione 80/20 — electrek.co, 22 marzo 2026; FinTech Weekly, 23 marzo 2026; 24/7 Wall St., 7 aprile 2026 —
  6. Ingresso di Intel come partner manifatturiero — reuters.com, 7 aprile 2026; EE Times —
  7. Prospetto SpaceX: 55 miliardi iniziali, 119 complessivi, sezione fattori di rischio — electrek.co, 20 maggio 2026 —
  8. «Quadro generale» con Tesla; tempistiche, tappe e capex non determinati — kbtx.com, 4 giugno 2026 —
  9. Voto 4-1 dei commissari di Grimes County sull'esenzione al 100%; intervento di Robert Rose e risposta di John Boyd — kbtx.com, 4 giugno 2026 —
  10. Riunione di contea del 5 agosto 2026 e dichiarazione della sovrintendente Sarah Borowicz — techcrunch.com, 6 agosto 2026 —
  11. Traiettoria delle cifre e scarto di 38 miliardi nella stessa definizione di prima fase — techtimes.com, 7 agosto 2026 —
  12. Dipendenza dal nodo 14A di Intel e assenza di un calendario pubblicato — optimusk.blog, 10 agosto 2026 —
  13. ASML: 48 sistemi EUV spediti nel 2025 e 11,6 miliardi di euro di ricavi EUV — Tech Market Briefs, 25 marzo 2026 —
  14. ASML: obiettivo di almeno 60 sistemi nel 2026 — mezha.ua, 27 aprile 2026 —
  15. ASML: capacità di circa 65 Low-NA nel 2026, +48% sulle 44 del 2025 — cryptobriefing.com, 15 luglio 2026 —
  16. Numero di macchine EUV per un impianto di punta (9-18) — reuters.com, 19 gennaio 2022 —
  17. Oltre 100.000 parti in una macchina EUV — cnbc.com, 12 ottobre 2021 —
  18. Produttori che usano EUV in produzione di volume — semiengineering.com, «EUV's Future Looks Even Brighter» —
  19. Nuove fabbriche attese sotto i 7 nanometri (14 su 61) — Congressional Research Service, R47508, congress.gov —
  20. Quote del mercato foundry, primo trimestre 2026 — Counterpoint Research —
  21. Capacità TSMC prenotata e allocazione 2 nm controllata da Apple — Dataconomy, 31 marzo 2026; Silicon Analysts, Q1 2026 —
  22. TSMC Arizona: cinque anni contro due, curva di apprendimento e appaltatori locali — globalsmt; tsmc.com/abouttsmcaz —
  23. TSMC Arizona Fab 21 fase 3: scavo aprile 2025, volume atteso 2029 — tsmc.com/abouttsmcaz; TechTimes, 17 luglio 2026 —
  24. Ritardo del nodo 2 nm di Samsung e slittamento dell'AI6 — TechTimes, 7 agosto 2026 —
  25. Contratto Tesla-Samsung da 16,5 miliardi a Taylor e distanza da Giga Texas — Yole Group —
  26. Tape-out del chip AI5 — tech-insider.org, 12 maggio 2026 —
  27. STMicroelectronics: oltre 5 miliardi di chip di antenna consegnati a Starlink — reuters.com, 15 dicembre 2025 —
  28. STMicroelectronics: 7,5 miliardi di chipset, 600 milioni di ricavi LEO, obiettivo 2030 — Advanced Television, 7 maggio 2026 —
  29. Produzione di terminali Starlink e paesi serviti — newsroom.st.com; spacexstock.com —
  30. Costo di produzione del terminale Starlink, 2020-2026 — SpaceNexus; Los Angeles Business Journal (Mobile World Congress 2021) —
  31. Inverter Model 3: 24 moduli, due MOSFET SiC da 650 V; produzione a Catania — Andy Lin's Long-term Stock Investment Blog, 6 gennaio 2023; pntpower; Yole —
  32. Sovrapprezzo del carburo di silicio, da 10× a 2× — teslarati.com, 6 settembre 2021 —
  33. Prezzo per unità di un processore rad-hard di classe V (fonte singola, non specialistica) — Hubble Network Community —
  34. Costo di qualifica allo standard spaziale dei componenti di un programma — nepp.nasa.gov, «parts costs» —
  35. Restringimento del campo ai nodi avanzati, da una dozzina di aziende a tre — Wikipedia, «Semiconductor industry»; Yole Group —
  36. Confusione fra le operazioni Intel del 2026 (Fab 34, Leixlip, Terafab) — optimusk.blog —